Cabaret Voltaire Maggio 2011

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Numero di Maggio di Cabaret Voltaire, rubrica online di cultura, arte, musica e spettacolo del Corriere Vicentino

Transcript of Cabaret Voltaire Maggio 2011

  • 1TRASH POLITICO> Quando il cinema

    In sette terrorizzati da un pettirosso+I bei tomi antichi+Il terzo paradiso+Illuminazionit:Venezia incontra l'arte=?

    Maggio 2011

  • 24Sommario

    Trash politico pg 4In sette terrorizzati da un pettirosso pg 10I bei tomi antichi pg 18Il terzo paradiso pg 22Illuminazioni pg 24Incipit & Explicit pg 30EyesWideShut pg 32Heartbit pg 34Speaker's corner pg 36

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  • 4uando si pensa al cinema po-litico, quelli con qualche pri-mavera in pi sulle spalle non possono fare a meno di pensa-

    re al grandissimo passato italiano con i vari Elio Petri (La classe operaia va in paradiso"), Francesco Rosi (Il caso Mat-tei) e compagnia cantando. I pi giovin-celli avranno, invece, ancora fresco nella mente il ricordo de il caimano-Berlusco-ni o il divo-Andreotti.Ma se con tutta probabilit, negli anni 70 come oggi, il pubblico dei meravi-gliosi film appena citati composto da persone che hanno una ben formata co-scienza politica e che (solo come con-seguenza) per questa loro formazione vanno a vedere i cosiddetti film politici; allora si potrebbe dire che le tesi pero-

    rate da questi film andranno facilmente a confermare quelli del pubblico che li va a vedere. Credo che la classe politi-ca e i vertici militari della prima guerra mondiale abbiano operato per sfruttare il proletariato e utilizzarlo come carne da macello al fronte per interessi particolari interni alla casta? Allora vado a veder-mi Uomini contro e ne esco ancora pi convinto.Credo che Berlusconi abbia traviato il paese attraverso le sue televisioni e sia diventato potente grazie ad operazioni finanziarie poco limpide? Vado a vedermi Il Caimano e ne esco rinfrancato.Bene. Ma, ribadendo il valore cinemato-graficamente eccelso di tutti i film di cui si leggono i titoli in queste righe, quanto politicamente efficace questo (ma an-

    che quello di Ken Loach, tanto per sca-valcare Alpi e Manica) cinema politico?A mio parere meno di quanto efficaci si-ano film di genere (se non trash) come Starship Troopers - Fanteria dello spa-zio (Paul Verhoeven, 1997); La terra dei morti viventi (G. A. Romero, 2005) o del recentissimo Machete (Robert Ro-driguez, 2010). Tre film che, tra spruzza-te di sangue ad ogni pi sospinto e un po' di mostri e zombi qua e l, nascon-dono (ma neanche tanto) un messaggio politico che magari non compiutissimo, ma sicuramente colpisce. E soprattutto colpisce (ferisce) un pubblico che non se lo aspettava (e magari non lo voleva) e che finisce per portarsi a casa i segni di questo messaggio.

  • 5Ovvero: quando il cinema di genere (magari con una spruzzata rosso sangue di trash) pi politico del cinema-politico.

  • 6Starship Troopers

    Partiamo dal meno recente dei tre: Starship Troopers. In un futuro non lon-tanissimo, il pianeta Terra viene colpito da un attacco galattico da parte di alie-ni molto simili a ragni giganteschi. Per combattere e distruggere la minaccia aracnide, la fanteria dello spazio sbarca nel pianeta alieno e stermina, tra storie d'amore, amputazioni e squartamenti vari, i mostri cattivi. Questa la trama in soldoni. Ma prima, ovviamente, c' un prima: sappiamo che la Terra degli uo-mini , tutta, tenuta sotto una dittatura militare (un caso che il personaggio pro-

    tagonista sia argentino?) che vive di vio-lenza e propaganda (e che ipocritamen-te censura le immagini truculente chepassa nei suoi spot televisivi). Qui per acquisire diritti civili per noi imprescindi-bili, come il diritto di voto, necessario arruolarsi nell'esercito. Questo incipit, te-nuto in sottofondo anche nelle pi pure e cruente scene di battaglia, mostra le conseguenze (la mancanza di diritti e la violenza insita) di un regime totalitario e fascista. Il regista olandese Paul Verhoeven ha affermato di essersi ispirato agli Stati Uniti, considerati come un paese milita-rizzato fino all'osso alla continua ricerca di un nemico da distruggere, magari con

    il sacrificio necessario di quella fascia di popolazione meno istruita e pi influen-zabile (da dire che era il 1997, pratica-mente un lustro prima della guerra in Afganistan post 11 settembre).Si sia o meno d'accordo con Verhoeven, evidente che anche nello spettatore pi superficiale, complici scene gratuita-mente cruente o nudi completi improvvi-si che senza dubbio colpiscono, qualche domanda sorge. Ma davvero necessa-ria questa violenza? C' un collegamento tra il potere che hanno i militari e la ne-cessit di una guerra? La risposta, come ovvio, dello spettatore, ma la domanda del/nel film.

  • 7Land of the dead

    Altro film, ma stesso messaggio, quello di George Romero La terra dei morti viventi in cui avviene lo scontro tra la civilt dei ricchi appro-fittatori, rinchiusi nelle loro torri d'avorio tra mura di contenimento e forze militari a difesa della loro sicurezza, e il popolo degli zombie derubato e vilipeso. Anche qui il riferimento alla politica nazionale e soprattutto internazionale degli Stati Uniti, tra globalizzazione e neocoloniali-smo, temi cari da almeno 30 anni al ci-nema Romero (il quale, ma sar anche questo un caso, di padre cubano). Qui il messaggio critico nei confronti delle societ opulente (USA in primis) stra-evidente, ma la sua efficacia politica non sta tanto nel messaggio, bens nella ca-pacit di passare il messaggio attraverso una pellicola di genere (horror) piena di entertainment che ha, ontologicamen-te, un vasto audience tra gli adolescenti e i giovani adulti che film come Hotel Rwanda (sulle responsabilit dell'Oc-cidente nella guerra civile ruandese) o Blood diamond (su quanto sporchi di sangue siano i diamanti che troviamo nelle gioiellerie di tutto il mondo) non avranno mai.

  • 8ni e modi che facilmente si potrebbero sentire in qualche raduno o comizio dei gruppi politici xenofobi che tanto suc-cesso stanno avendo in Europa (vedi in Danimarca) e anche in Italia: immigrati definiti come parassiti, vermi, terroristi che, con il loro sconfinamento, fanno un'implicita dichiarazione di guerra al paese ospitante il quale , di conse-guenza, legittimato a rispondere con mezzi estremi (e il senatore decide di ri-spondere a fucilate per esempio).Ecco, la critica del film verso questa po-litica e verso questi personaggi non sar sicuramente raffinata, ma di certo pa-lese ed esplicita. E poi, quanti tra quelli che simpatizzano per posizioni xenofo-be andrebbero a vedere un film di Ken Loach (magari uno sull'amore tra un pakistano e un'irlandese in Scozia come succede in Un bacio appassionato), e quanti invece andranno a vedere un film come Machete?

    Machete

    Concludiamo con il film pi trash dei tre: Machete del texano (la terra di frontie-ra che pi terra di frontiera non si pu) dal cognome molto messicano Robert Rodriguez. Al centro della vicenda c' una storia di vendetta. Un operaio mes-sicano, Machete appunto, immigrato clandestino negli USA, viene coinvolto in un complotto per uccidere, duran-te un comizio, un senatore xenofobo il quale si diverte ad uccidere gli immigrati messicani che tentano di introdursi ille-galmente nel suo paese. In realt l'at-tentato organizzato da uno scagnozzo del senatore il quale vuole far accusare l'immigrato Machete del tentato omicidio (infatti l'attentato fallir) e portare cos una caterva di voti al senatore razzista sfruttando l'odio nei confronti del crimi-nale clandestino.Il senatore, interpretato da Robert De Niro, utilizza, nei suoi comizi, espressio-

  • 9Ok, non che ora si sta affermando che se qualcuno va a vedere Machete diven-ta, poi, un paladino dei diritti umani. Non questo l'obiettivo del film e, soprattutto, non compito del cinema. Ma se all'in-terno di un prodotto (perch di questo stiamo parlando) di puro intrattenimento si trova qualche messaggio politico (pi o meno profondo), questo potrebbe avere un effetto su chi certe questioni magari, al solito, nemmeno se le pone e che si ri-trova, invece e forse inaspettatamente, in un film che lui ha scelto e da cui si aspet-tava di trovare solamente l'esaudimento di quel che, in principio, andava cercando: l'intrattenimento. E credo che questo sia, soprattutto in riferimento ad un pubblico giovane e disinteressato, uno strumento efficace per trattare (non imporre) certe questioni.In fondo, spostando (anche se non di mol-to) il tiro, in un cineforum per adolescenti sul tema dell'Olocausto fareste vedere il drammatico e, ahim, super realistico ca-polavoro di Steven Spielberg Schindler's List o un meno complesso e a tratti mol-to divertente La vita bella? Quale dei due lascerebbe qualcosa ai ragazzi?

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    enire a contatto con le opere di Enrico Mitrovich significa dover fare i conti con alcune qualit assai rare in un mondo (quello

    dell'arte contemporanea) normalmen-te impegnato a prendersi terribilmente sul serio: l'ironia, l'umorismo sottile e lo sberleffo sembrano rivolti al fruitore dell'opera tutto preso e pensoso di fron-te a tele che essendo arte non posso-no che ispirare serissime e meditatis-sime riflessioni. Enrico ci guida invece, attraverso un uso intelligente dei titoli, ad una lettura sovversiva della realt cos come appare, andando a colpire soprattutto la vanagloria di un mondo che si arresta spaventato di fronte ad un pettirosso o a irridere il severo scrutare dei raggi X che rivelano un orsacchiotto nel bagaglio di un bambino. Affascinato

    Alberto FabrisSoundtrack:

    Autobahn- KraftwerkThanks to Luca Illetterati

    Vdall'immagine fotografica Mitrovich non si accontenta di collezionarla e ripropor-la come percorso della memoria, spesso invece proprio l'immagine a spinger-lo verso una reinterpretazione dei det-tagli del mondo, vendicando in qualche modo la pittura messa all'angolo dalla fotografia e spinta ai margini estremi del concettuale per usarla come fonte ermeneutica, come ribaltamento del fal-so fotografico nell'autentico pittorico. Mitrovich ci invita con la sua intelligenza mite e leggera a riflettere sulle parole di Richard Bandler: Se siete seri siete bloccati. L'umorismo la via pi rapida per invertire questo processo. Se potete ridere di una cosa, potete anche cam-biarla.

    in sette

    Terrorizzati da un pettirosso

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    in sette

    Terrorizzati da un pettirosso

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    Parlare di Enrico Mitrovich vuol dire parlare anche di Officina, centro d'iniziative cultu-rali che spaziano dagli allestimenti d'arte ai concerti, dalla poesia alla pittura, dall'incisio-ne alla stampa raffinatissima di piccole pub-blicazioni con vecchi macchinari e caratteri mobili raccolti nel tempo e riproposti come sopravvivenza di una qualit e bellezza tipo-grafiche, fatta di lavoro e manualit, ormai perdute. Officina si trova a Vicenza in Contr Carpagnon al numero 17, in una ex fabbrica di scarpe, 300 metri quadrati di tavoli sedie tele macchine libri colori lastre, in un caos tipicamente da 'fabrica' luogo di attivit e d'incontro che ha visto il passaggio e la col-laborazione di poeti e artisti come Guy Gof-fette, Yves Bonnefoy, Chris Fallace-Crabbe, Fernando Bandini, Alberto Casiraghi, Achille Bonito Oliva, Guido Giuffr.

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    Enrico Mitrovich a Bassano il 21 maggio inaugura Atelier MoMo.Ore 18,00. Cocktail con mostra dei suoi lavori,

    Per chi avesse loccasione di passare questo lindirizzo:via Scalabrini, 76 Bassano

    Atelier di Monica Monta

    Il balzo compiuto dal ghepardo per superare un ca-pitello ionico(la cui texture ricorda il design postmo-derno) si svolge in un contesto artificiale, enfatizzato dalla presenza di neon*che riproducono la sequenza dei numeri Fibonacci (dal nome del matematico pi-sano del Trecento Leonardo Fibonacci, che li for-malizz per descrivere la crescita riproduttiva di una coppia di conigli in cattivit).Nella composizione di questo quadro ho cercato di seguire le riflessioni del pittore inglese Francis Bacon: Vogliamo qual-cosa di nuovo. Non un realismo illustrativo, ma un realismo che scaturisca dallinvenzione di un modo effettivamente nuovo di bloccare la realt in qualco-sa di completamente arbitrario.

    ""

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    cerco il pelo nelluovo paolo parisi

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    www.paoloparisi.it

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    el mondo della cultura ci sono spesso dogmi incrollabili e con-tro cui parecchio difficile lot-tare: gli impressionisti sono dei

    geni assoluti, la tragedia greca insuperabi-le, lopera italiana non ha nulla a che vedere con le altri nazioni, il cinema giapponese in-comprensibileMolti di questi dogmi, che spesso ci si vede bene dal criticare per non risultare esclusi da un certo ambito di riconoscimento intellet-tuale, sono anche perfettamente ragionevoli e meritori. Sono allo stesso tempo piuttosto astratti: uno pu ritenere lespressionismo russo migliore dellimpressionismo france-se, bluffare dicendo il contrario e continuare in pace la propria vita. Ci sono altri obblighi assoluti e intoccabili, invece, soprattutto nel

    sistema scolastico su cui sembra non poter-si sollevare il minimo dubbio senza poi sca-tenare polemiche sbrodolose.S, ce lho coi Promessi Sposi che, a parte un giudizio prettamente personale dellauto-re qui che li ritiene un romanzo dalla linea-rit discutibile e dallimpianto provvidenzia-le piuttosto irrealistico (altro che romanzo storico), sono imposti ormai da decenni allo studio dei ragazzini dei primi anni delle su-periori. Un altro obbligo simile c per la Di-vina Commedia negli anni successivi, ma l lintoccabilit di ben altri livelli.Siamo chiari: unopera come quella di Man-zoni fondamentale per varie ragioni nel-la storia letteraria italiana, se non altro per evidenti meriti di uniformazione linguistica (litaliano che parliamo adesso lhanno fatto

    Manzoni e la Rai, fondamentalmente). Certo che, dopo anni di imperterrita e spietata ino-culazione dei Promessi Sposi per gli amici PS a tre-quattordicenni, vieni da chiedersi se effettivamente sia il caso. I risultati di tale operazione narrativa sono variabili ma col-legati: avversione totale per i PS che dura tutta la vita, abbandono autoimposto del genere prosastico per gettarsi su qualsiasi poesia basta-che-vada-a-capo-ogni-riga, odio generico e diffuso per qualsiasi tipo di lettura ecc.Bisogna affrontare la dura realt: i PS sono un romanzo complesso, denso, dalla sintassi estenuante e dalla trama puritana e sconta-tamente a lieto fine. Somministrare un tomo del genere a ragazzini che a malapena tolle-rano di arrivare in fondo alla lista del men in

    Paolo Armelli I bei tomiantichiN

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    I bei tomiantichi

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    pizzeria inutile, se non masochistico. Non scatta nemmeno pi il meccanismo che in letteratura dovrebbe essere fondamentale: limmedesimazione. Basta fare un confron-to: Lucia e ragazzina che guarda Gossip Girl; Renzo e bulletto anabolizzato che si spinzetta le sopracciglia; il cardinal Bor-romeo e papa Ratzinger. Insomma, i tempi son cambiati e le sensibilit letterarie pure: pretendere che i giovani conoscano e ma-gari apprezzino per forza i PS quando una stringata ed efficiente scelta antologica col-pirebbe pi nel segno unidiozia, cercare oltretutto di farli appassionare di letteratura in questo modo lo ancor di pi.E che i PS avessero qualche problemino non lhan mica scoperto in tempi recenti; il poeta scapigliato di fine Ottocento Iginio Tarchet-ti affermava: Non vi ha luogo a dubitare

    che i Promessi Sposi sieno finora il miglio-re romanzo italiano, ma non occorre dimo-strare come esso non sia che un mediocre romanzo in confronto dei capolavori delle altre nazioni. Intorno alle date dei PS (dal 1827 al 1840), in Europa, escono romanzi dai sapori pi intensi e dalle capacit spe-rimentali estremamente pi appassionanti: Les Chouans di Balzac nel 1829, Il rosso e il nero di Stendhal nel 1830, Notre-Dame de Paris di Hugo nel 1831, Oliver Twist di Dickens nel 1837, Il sosia di Dostojevskij nel 1845 (e perfino nella giovanissima Ameri-ca bastano pochi altri anni perch qualcuno scriva un romanzo monumentale: Moby Dick del 1861).Il problema fra i romanzi dellOttocento in Italia non sono certamente solo i PS (che pur faranno danni, dopo la loro pubblica-

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    zione, esaurendo in qualche modo le po-tenzialit romanzesche e costringendo a poco meritevoli imitazioni di genere e stile gli scrittori successivi). Prendete, ad esem-pio, le Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, scritto fra 1857 e 1858: un romanzo di mille pagine, dai capitoli infiniti, denso di eventi privati mescolati ad eventi storici, con un numero spropositato di personaggi In-somma, una palla pazzesca (anche se con alcuni moti di spirito e di vitalit estrema-mente pi rari, invece, nei PS).Non si pi biasimare nessuno, comunque: la cultura italiana nellOttocento era provincia-le ed arretrata, impegnata a discutere que-stioni filosofiche ed estetiche che altri paesi europei avevano gi digerito e rielaborato da tempo con buona pace degli assertori della superiorit del genio italico.

    Probabilmente il genere romanzesco non si sarebbe ripreso mai pi, nonostante slanci di genialit sporadici, ma sempre un tono pi sotto rispetto alle esperienze europee (basta confrontare DAnnunzio e Wilde, Sve-vo e Joyce). Ci non toglie che la letteratura italiana sia (stata) grande: il problema se valga la pena ancora insegnarla cos, andando avan-ti per preconcetti e paletti prestabiliti, o non si debba invece trasmetterne la grandezza e la variet attraverso scelte pi intelligenti e magari meno convenzionali.

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    alibran: serata inaugurale della Biennale danza. In sce-na lultimo lavoro, in ordine di tempo, del suo curatore,

    Ismael Ivo. E non casuale il titolo Babilo-nia il terzo paradiso. Un forte messaggio che il coreografo di origini brasiliane Ismael Ivo vuole offrire alla fine della sua trilogia alla Biennale Danza. Babilonia un sogno, il desiderio di arrivare alla felicit intesa come accettazione delle differenze tra i vari mondi e le varie culture. Tutto inizia in unatmosfera ovattata: in sce-na un unico colore non-colore, il tutto bianco dallinizio alla fine. Una fitta nebbia attraver-so la quale venticinque danzatori si rincor-

    rono, freneticamente, per poi cadere ammassati uno sullaltro, tutti eguali.

    La terra, ovvero la Babilonia che rimanda allidea di confusione,

    caos, subbuglio, invece una mescolanza di linguaggi e di culture (non a caso i danza-

    Manuela de Lorenzi

    tori provengono da pi parti del mondo). il luogo dove ciascuno con la propria iden-tit comunica allaltro senza prevaricazione. il donare la propria esperienza e far s che laltro ne possa usufruire. guardarsi allo specchio e prendere coscienza dellal-trui diversit e farne tesoro. il condividere, come unultima cena, le esperienze, e non tradire, perch solo superando uno sterile individualismo si pu raggiungere la felicit. Il messaggio forte e chiaro trasmesso at-traverso una danza fatta di movimenti, gesti e silenzi, non sempre sincronizzati con la musica, a sottolineare appunto le diversit. Lattesa di un movimento corale non viene soddisfatta, forse perch troppo scontata.

    Ma forse il significato da trovarsi pro-prio nella volont di non omologa-

    re pensieri o movimenti diversi e mantenere, nellarmonia comune, laccettazione per potersi cono-scere.

    Ismael Ivo, nato a San Paolo del Brasile, direttore artistico del Set-tore Danza della Biennale di Venezia dal 2005. Deve la sua forma-zione alle esperienze con Alvin Ailey a New York e a Berlino con Johann Kresnik e Ushhio Amagatsu, lartista giapponese dei Sankai Juku: tutte esperienze che si fondono con la sua naturale essenza afro-brasiliana.

    Babilonia Il terzo paradiso un nuovo tassello ai suoi precedenti lavori realizzati per lArsenale Danza. Si aggiunge infatti a The

    Waste Land che esprimeva la desolazione della terra mi-nacciata dalla devastazione delluomo e Oxygene che

    parlava invece della capacit di sopravvivenza delluo-mo ponendo lattenzione soprattutto sul respiro, lat-tivit pi naturale e necessaria.

    Il terzoparadisoM

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    Il terzoparadisoIsmael Ivo lideatore a Venezia dell Arsenale della Danza, centro di perfezionamento di danza contemporanea, giunto al suo terzo anno, nel quale vengono accolti dan-zatori da varie parti del mondo, con lintento di creare un luogo dincontro, di scambio e di crescita per le nuove generazioni.

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    algrado sia ora pi che centena-ria, il secolo se lo porta benissi-mo, anzi sembra proprio in ottima forma. Risale infatti al 30 aprile

    1895 linaugurazione a Venezia della prima Esposizione Biennale Artistica Nazionale, pi conosciuta come Biennale Arte. Istituita dallallora giunta guidata dal sindaco Ric-cardo Selvatico, la rassegna ha attraversato nei decenni alterne vicende e tra scandali e guerre ha seguito, nella sua evoluzione, il percorso della storia dItalia. Diretta da Bice Curiger, storica dellarte, critica e curatrice di mostre a livello inter-nazionale, la 54 Biennale Arte di Venezia coinvolger, dal 4 giugno al 27 novembre 2011, gli spazi dei Giardini e dellArsenale per estendersi con gli eventi collaterali allin-

    tera citt.Sono 89 le partecipazioni nazionali rispetto ai 77 paesi presenti nella passata edizione Fare Mondi del 2009. Andorra, Arabia Sau-dita, Bangladesh e Haiti sono presenti per la prima volta mentre altri tra cui India, Iraq, Congo, Sudafrica tornano dopo una lunga assenza. Inoltre 37 eventi collaterali proposti da enti ed istituzioni internazionali coinvol-geranno lintera citt. un avvenimento al quale si accompagna-no, oltre ad una certa dose di polemiche, soprattutto molte aspettative. La Biennale rappresenta lo stato dellarte internazionale e anche per coloro che sono assolutamen-te digiuni di correnti e tendenze artistiche, nuove espressioni e ricerca, la visita degli spazi espositivi rappresenta un tuffo, ovvero

    unimmersione totale in quello che verr. Percorsi i giardini attraverso i padiglioni dei singoli paesi o gli ampi spazi dellarsenale si esce magari con qualche perplessit ma sicuramente con limpressione di essere parte di un mondo che cambia, con grande ricchezza di espressioni e linguaggi, e con la consapevolezza che ci sia ancora molto da dire. Una vera scossa per i cinque sen-si ed uno stimolo a guardare oltre ci che appare, ad indagare la nostra storia e il do-mani con occhi diversi. come un viaggio attraverso il mondo, dove la lingua parlata perde limiti e importanza perch la comu-nicazione avviene attraverso altri canali, a volte inimmaginabili. larte contemporanea che superata la fase di anti-arte e con il recupero dei generi classici (quali pittura,

    ILLUMI-nazioni

    Elisabetta Badiello

    M

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    INFORMAZIONI

    Venezia, Giardini Arsenale, 4 giugno > 27 novembre 2011Orario: 10.00 - 18.00Chiuso il luned escluso luned 6 giugno e luned 21 novembre 2011 BiglietterieArsenale, Giardini e Ponte dei Pensieri

    Come raggiungere le sedi espositiveda Piazzale Roma / Ferrovia:per Arsenale: linee ACTV 1, 41per Giardini: linee ACTV 1, 2, 41, 51, 61 solo da Piazzale Roma

    scultura, fotografia e video) tende a risve-gliare il potenziale latente impegnando sem-pre di pi il pubblico nel suo coinvolgimento. Quale espressione di tendenze collettive e identit frammentarie, larte contemporanea fortemente radicata nellinteriorit ed per questo che richiede una complicit sempre maggiore da parte dellindividuo/spettatore rispetto allopera.Riguardo allultima Biennale Fare mondi, dove il curatore Daniel Birnbaum poneva lenfasi sulla creativit costruttiva, il titolo scelto da Bice Curiger ILLUMInazioni, con riferimento alla luce generata dallincontro con larte. ILLUMInazione anche per il suo richiamo agli echi dellIlluminismo, perch

    rappresenta una luce sugli sviluppi attuali dellarte, unoccasione di riflessione che va oltre i confini nazionali in una societ svin-colata dalle singole identit, dove gli stessi artisti sono divenuti dei migranti culturali. Larte affina la percezione, acuisce il senti-re attraverso nuove possibili esperienze. Ci parla del futuro perch in continua evolu-zione. La biennale forte dellincontro con le voci del mondo, come una luce che guida i visitatori, coloro che vi partecipano come membri della societ che sta sempre pi ab-bandonando i confini nazionali.Una novit costituita anche dal criterio di scelta degli artisti presenti al Padiglione Ita-lia allArsenale. Il curatore Vittorio Sgarbi ha

    infatti coinvolto scrittori, poeti, registi e uo-mini di pensiero (di riconosciuto prestigio in-ternazionale e volutamente non critici darte) chiedendo loro singolarmente di individuare, motivandone la scelta, un artista da invita-re alla Biennale. stato cos costituito un Comitato tecnico scientifico che ha scelto i 200 nomi presenti in Biennale. Il progetto, oltre ad uno spazio riservato ai 150 dellUnit dItalia, si completa con la presenza delle Venti Accademie di Belle Arti che hanno selezionato i loro allievi pi promettenti e che saranno presenti allespo-sizione.

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    Giulia Piscitelli Lyin Faulkes

  • strada statale 11, Km 33136053 Gambellara VI (Italy) [email protected]

    www.lineabeta.com

    Si, mi lavo la faccia e vado a dormirema quando mi sveglio sono sempre Lady Gaga.

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    INCIPIT&EXPLICIT

    Paolo Armelli

    "Se una notte dinverno un viag-giatore" di Italo Calvino un libro che sorprende per tantissime ra-gioni. La principale perch un libro fatto di incipit.Sviluppandosi come una straordi-naria carrellata sulle potenzialit della parola e dellinventiva, lo-pera segue un lettore (il Lettore) alle prese con un romanzo di cui non riesce a proseguire la lettura a causa di misteriosi errori di stam-pa o problemi tipografici; la ricerca del seguito lo porter a leggere ben dieci inizi di romanzi diversi e a trovare anche lanima gemella: la Lettrice.Calvino dimostra la sua genialit compositiva (composizionale) gi nellincipit vero e proprio del libro, un capolavoro di allusione meta-narrativa: Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti.

    Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circon-da sfumi nell'indistinto. La porta meglio chiuderla; di l c' sempre la televisione accesa. () dillo pi forte, grida: Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino! O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace.I mondi diversissimi fra loro che Calvino abbozza nei successivi dieci incipit da una grigia rare-fatta stazione al Giappone magico, a uno sperduto villaggio sudameri-cano danno lidea di quanto la letteratura possa destrutturarsi pur rimanendo affascinante e coinvol-gente.In un estremo tocco di genio (non leggete questa se vi venuta vo-glia di prendere il libro, fatelo dopo), Calvino ha legato i vari incipit dei capitoli in un ennesimo incipit au-tonomo: Se una notte dinverno un viaggiatore, fuori dallabitato di

    Malbork, sporgendosi dalla costa scoscesa senza temere il vento e la vertigine, guarda in basso dove lombra saddensa in una rete di li-nee che sallaccianoLa magia della letteratura sta nellincipit, tutta quanta l.

    SE UNA NOTTE D'INVERNO

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    QUENTIN BELLVIRGINIA WOOLF, MIA ZIA | La Tartaruga

    Da signorina, Virginia Woolf si chiamava Stephen. Quella degli Stephen una fami-glia che emerge dalloscurit verso la met

    del XVIII secolo. Erano agricoltori, mercanti e trafficanti di merci di contrabbando

    nellAberdeenshire.*

    Deposto il bastone sulla riva del fiume, si infil una grossa pietra nella tasca della

    giacca. Poi and incontro alla morte: lunica esperienza, come aveva detto a Vita,

    che non descriver mai.

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    EYES|WIDE|SHUT

    Federico Tosato

    Siamo in sala, coinvolti dal film che stiamo seguendo. Osservia-mo uninquadratura. Si passa alla successiva e quindi a quella dopo ancora Di inquadratura in inqua-dratura il film termina e noi, pi o meno eccitati, galvanizzati, anno-iati, delusi, entusiasti, divertiti, tesi o compiaciuti, usciamo. Ma vi siete mai chiesti i motivi per i quali quel certo film ci ha cos appassionati? Tra i tanti, uno senzaltro il mon-taggio, che in senso pratico con-siste nellunire la fine di uninqua-dratura con linizio di quella che la segue. Perci il montaggio relazio-na reciprocamente alcuni elementi, realizzando, per mezzo di uno stac-co, la transizione da uninquadratu-ra allaltra. Si passa da A a B con uno stacco, come appena detto, oppure per mezzo di altri elemen-ti, quali la dissolvenza dapertura (limmagine appare a partire dal nero dello schermo), quella in chiu-

    sura (limmagine scompare fino a diventare nera, generalmente), quella incrociata (limmagine che compare e quella che scompare si sovrappongono per alcuni istanti; splendida, per fare un esempio, la dissolvenza incrociata in Psyco che mostra sovrapporsi, anche ge-ometricamente, locchio di Marion appena assassinata e il sifone del-la vasca da bagno). Transizioni di questo tipo si utilizzano in special modo per sottolineare la presenza di unellissi o di un salto temporale, in primis quelle in chiusura, che in maniera ancor pi netta delle altre interrompono il flusso narrativo e separano ci che precede da ci che segue. Anche se ormai quasi completamente in disuso, altri ele-menti di punteggiatura sono poi liris e la tendina.Tanto premesso, torniamo al mon-taggio in senso stretto: complican-do un po il concetto, possiamo

    dire che la sua funzione di arti-colare lo spazio diegetico in diffe-renti unit, evidenziandone le pi rilevanti e conseguentemente gli eventi che le rappresentano , se-lezionando cos i momenti salienti della vicenda narrata e, al contra-rio, spingendo nelle ellissi gli altri. La settima arte mostra insomma la vita, depennandone per i momen-ti diegeticamente inefficaci al fine del prosieguo della storia. Drama is life with the dull bits cut out, ha detto Hitchcock.Sullo schermo vediamo una seg-mentazione spaziotemporale; seg-mentazione che tecnicamente si definisce dcoupage. I suoi estre-mi sono noti: ricordate le vedute dei Lumiere, quei pochi secondi di immagini prive di movimenti di macchina che mostrano ad esem-pio larrivo del treno in stazione, labbattimento di un muro, lusci-ta degli operai dalla fabbrica o la

    POCHI ELEMENTI DI ANALISI

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    colazione del bambino? In quelle vedute, cos come nel cinema pri-mitivo, il dcoupage non cera, non era ancora stato concepito. Ma ne-gli anni ci saranno poi autori che lo useranno sino alle sue massime possibilit narrative, espressive, intellettuali o tecniche: per esem-plificare, senza scomodare qui Ejzenstejn, al quale relativamente al montaggio si deve molto, sar sufficiente rifarsi nuovamente al film di Hitchcock del 60 e precisa-mente alla scena che mostra las-sassinio della giovane donna sotto la doccia; provate a cronometrarne la durata e a contare, se ci riuscite, il numero delle inquadrature. Lu-so che per pi frequentemente si fa del dcoupage, perlomeno nei lungometraggi narrativi, co-nosciuto col nome di dcoupage classico, col quale il passaggio da uninquadratura alla successiva sembra scomparire; ovviamente

    rimane, non potrebbe essere al-trimenti, ma noi spettatori non lo percepiamo, immersi come siamo nel flusso narrativo della vicenda che si snoda in ordine cronologi-co, ad eccezione delleventuale presenza di flashback, o, pi rari, di flashforward. Lelemento primario al fine di ottenere un montaggio invisibile il raccordo, che di base conta tre tipologie: quello di posi-zione, di direzione e di direzioni di sguardi. Per esemplificare il primo, se in uninquadratura il personag-gio A ripreso a destra e B a sinistra, nella successiva dovranno mantenere la medesima posizione; per il secondo, possiamo dire che se un soggetto esce di campo a destra, nellinquadratura succes-siva dovr rientrare da sinistra, perch in caso contrario avremmo limpressione che se ne stia tor-nando indietro; per lultimo, inqua-drato singolarmente, lattante A

    mostrer lo sguardo rivolto a B e viceversa.Muovendo da questi pochi concetti di fondo, la faccenda si complica poi meravigliosamente.

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    HEARTBIT

    DJ ChemikangeloCompost/Schema records

    proprio vero che gli anni Ottanta stanno tornando di moda, e se cos non potevano certo mancare loro, i Duran Duran, il gruppo-ban-diera di quel periodo. Da qualche mese uscito il loro (atteso?) lavo-ro dal titolo All You Need Is Now. Si tratta del tredicesimo album del-la loro carriera, grazie all'arrivo in squadra delabile produttore Mark Ronson, amante dei pastiche e gran rimestatore di suoni, il quale per questo progetto ha voluto riav-volgere indietro il nastro dei ricordi e stopparlo al 1983 (quando lui aveva otto anni) per assemblare una sorta di figlio di Rio, come questo disco gi stato da taluni battezzato.Effetto Nostalgia 80? Ebbene, s, e stavolta riesce assai beneI quat-tro signori panciuti di Birmingham di mezza et suonano bene, sem-brano rinvigoriti dopo il tremendo flop dellultimo album e il paladino

    dellondata New Romantic Simon Le Bon canta quasi meglio adesso che ventanni fa, un mezzo miraco-lo...?Indubbiamente i Duran Duran ri-mangono nellOlimpo degli anni 80, un miracolo mediatico dellinnova-zione dai primi video che asso-darono unancora incerta MTV fino a quei fidanzamenti di massa con fan ossesse ma la scure delle-t e del fluire delle mode non co-nosce passati, ed ora con questa nuova prova/esame i Durans sono arrivati allultimo tentativo di salire di nuovo su di un palco dinteresse oppure, ahim, finire come figurine della Panini incollate dentro album spiegazzatiE la novit che la band non ha pi vergogna di essere quello che . come se degli eleganti cin-quantenni che hanno ammassato fortune le avessero prima disper-se e poi recuperate, e qui siamo

    proprio alla fase dei ritrovamen-ti insperati. Si sentono gli slap di John Taylor che piacciono tanto ai Killers (Girl Panic), i ritmi disco ser-rati di Roger Taylor rubati dai Whi-te Lies (Blame The Machines), i tappeti vintage dei synth analogici di Nick Rhodes, arguti ripescaggi sonori presi dai Cure, dai Depeche Mode, dagli Chic, distribuiti equa-mente nelle 9 tracce, che provo-cheranno invidia alle centinaia di b-boy indie band sparse per tutta Europa. Un album decisamente british, e quando i Duran fanno i Duran sul serio Simon si riprende quel tono acuto pre-Arcadia che non si sentiva da tempo, le liriche ritornano pi ironiche, Safe riapre la serranda dello Studio 54 e Be-fore The Rain il portale della catte-drale gotica dove i Depeche Mode hanno fatto Peace. Anche i Duran Duran del 2010 hanno fatto pace, con se stessi.

    OLD/NEW ROMANTIC GENERATION

    Riapriamo dunque gli armadi e tiriamo fuori il polveroso schele-tro degli anni 80, tanto non fa pi puzza e la muffa la si pu coprire con naftalina, vaniglia e luccichii di paillettes.Ops, anche il Tony Hadley dei rivali Spandau Ballet ritorna sulla scena in questi giorni cantando a squar-ciagola nel singolone pop-trash del nostro Caparezza, ma questo un altro capitolo..In ogni caso mi sa tanto che sare-mo in molti wild boys a rivederli sul palco il 22 luglio allAnfiteatro Ca-merini di Piazzola sul Brenta, vicino a Padova; in fondo in fondo pure io sono un figlio di Rio.

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    SPEAKERS' CORNER

    Marco Piazza

    Latteggiamento che nei secoli la civilt occidentale ha mostrato verso il concetto di lavoro presenta una natura ambivalente, oscillante tra lesaltazione e labbattimento: esaltazione quando il lavoro rap-presenta uno strumento di benes-sere e di autorealizzazione, ab-battimento se diventa alienante e orientato al mero consumo.Un breve excursus storico ci per-mette di risalire a questo dualismo, che nasconde per un sostrato comune di tipo materialista, legato allimportanza del fattore tecnico.Per i filosofi greci il lavoro non ap-partiene alle attivit che perfezio-nano luomo, ma un aspetto degli affari quotidiani che tolgono tempo alla perfezione umana, che si rag-giunge con la ricerca della virt e la contemplazione delle verit eterne. Anche la concezione romana del lavoro, in linea con quella greca, mantiene unaccezione negativa,

    di fatica (labor in latino).Nel Medioevo tale concezione classica subisce linfluenza del cri-stianesimo: la regola benedettina ora et labora un invito ad evita-re il vizio dellozio, ma conserva il dualismo tra vita contemplativa e quella attiva, in una sorta di dop-pio binario, che comunque innalza il lavoro al livello della preghiera, aprendo le porte allumanesimo delle arti e dei mestieri.La svolta avviene con la riforma protestante e con il razionalismo cartesiano: nel primo caso il lavoro quotidiano diventa vocazione (be-ruf in tedesco), dove il successo terreno una misura della bene-volenza divina; nel secondo si ha unesaltazione della ragione tecni-ca, che offre dignit al lavoro come attivit propria delluomo e della sua ragione, in quanto permette di dominare la natura al proprio volere, al servizio di un progresso

    continuo, che verr ripreso dallIl-luminismo.Con lo sviluppo tecnologico ed il progresso delle rivoluzioni in-dustriali, il lavoro diventa azione meccanica, ordinata alla produzio-ne di beni, e mantiene una con-cezione materialistica del lavoro. Adam Smith afferma che il lavoro sta allorigine della ricchezza delle nazioni, mentre Karl Marx, profetiz-zando lavvento del fordismo e del taylorismo, elabora la sua filoso-fia materialista ed in particolare il concetto di alienazione: luomo di-venta loggetto del sistema capita-listico perdendo la soggettivit che lo caratterizza.La seconda parte del XX secolo segna limportanza della cono-scenza di tipo scientifico, astratto, intellettuale, dove prevalgono so-cialmente i lavori che richiedono innovazione e creativit; si diffon-de parallelamente una sorta di ido-

    ANTROPOLOGIA DEL LAVORO

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    latria del lavoro, di matrice anglo-sassone e protestante.La tendenza di fondo di queste concezioni la concezione mate-rialistica del lavoro, che perde tutta una serie di elementi che caratte-rizzano luomo a livello psicologico, sociale, economico, culturale, e che diventa quindi antropologica-mente alienante.In effetti le pi recenti teorie socio-logiche rivedono la situazione del lavoratore, da oggetto a soggetto, considerandolo nella sua condizio-ne di animale, razionale e libero, ma soprattutto vulnerabile e di-pendente dallaltro, quindi sociale, con uno spostamento dellinteres-se dal mero risultato dellattivit la-vorativa alla conoscenza, socialit ed esperienza necessari ad otte-nerlo. Ne sono una prova lintrodu-zione nelle aziende di nuovi siste-mi organizzativi di partecipazione auto gestionale (team working), di

    compartecipazione fra produttori e consumatori (prosumers), di rota-zione delle mansioni (job rotation), di arricchimento dei compiti e del-le funzioni (job enlargement), e di progetti di qualit (total quality).Oltre alle varie interpretazioni so-ciologiche ed economico-organiz-zative, fra le pi originali interpre-tazioni segnalerei quella di stampo teologico, elaborata da Josemaria Escriv, Santo della Chiesa Catto-lica e fondatore dellOpus Dei, che intende il lavoro come occasione di santificazione del cristiano nel-la vita lavorativa, cio perfeziona-mento umano e soprannaturale.Credo quindi che questa nuova visione antropologica del lavoro possa contribuire a riconsidera-re luomo non solo come pedina inerte del sistema economico, ma come protagonista attivo e centra-le, con una sua valorizzazione che mancata negli ultimi secoli.

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    SPEAKERS' CORNER

    Mauro Pes

    Che hai compagnia te ne accorgi sulle piastrelle, non importa quali. Puoi trovarti in cucina o in ufficio, a casa tua o in qualche cesso di bar. Non cambia niente: le rivela-zioni te le fanno solo le piastrelle, punto. Appena entri dalla porta tua moglie ti guarda, la commessa (la pi brutta, ovvio) ti guarda, quel cacchio di vecchio con lAmplifon ti guarda (ma non sa il perch, ov-vio). Il fatto che quel dannato breccio-lino sempre della misura giusta, perfetto. Creato ad arte per infi-larsi sotto le suole. Nel carrarmato dei tuoi anfibi, tra le scanalature delle tue (nuove, ovvio) scarpet-te ginniche, nei fori traspiranti dei tuoi mocassini anti puzza, che pian piano diventano dei barconi pieni di sudore. Cos tu avanzi nel locale come se stessi camminando sulle uova, come se la stanza fosse un nido di serpenti a sonagli. Come se

    LA CREAZIONE DEL BRECCIOLINO

    ti avessero minato il terreno tutto attorno e tu cercassi di disattiva-re le cariche esplosive ballando la versione idiota del Tip-tap: il Tic-tac, il balletto con le mentine sotto le suole. E ogni volta hai una performance diversa, unesibizione che cambia a seconda della pa-vimentazione. Sul cotto il Tic-tac attenuato, pi caldo, si direbbe quasi timido. Ricorda i martelletti di una macchina da scrivere su di un doppio foglio imbottito con della carta calcante. Il Tic-tac sul cotto un romanzo in fase di scrittura e se in sala non sono proprio tutti stronzi ci fai la tua porca figura. Sul marmo invece sono un altro paio di maniche. Il tic rapido, una fru-stata e ricorda la scossa di un ac-cendino per fornelli a gas. Tic-tic-tic-tic-tic, non so se rendo lidea. Il tac invece quello della lancetta dei secondi dellorologio da cucina di tua nonna. Tac-Tac-tac-tac-tac,

    il rumore del tempo che passa, mentre ti rompi le palle aspettan-do che il tempo passi. Col Tic-tac sul marmo la gente nove volte su dieci chiama i carabinieri, per farti sloggiare. Ma perch? Voglio dire, da dove viene questo accanimento del brecciolino nei nostri confronti? Perch la sua perfezione ci per-seguita? Qual lorigine di questa piaga moderna?Una risposta precisa alle nostre domande non c, quello che si sa solo che nella notte tra il Terzo e il Quarto giorno Dio cre il brec-ciolino. Non lo fece apposta, fu per via di uno slancio di generosit. Aveva passato tutto il Terzo gior-no a separare la terra dallacqua plasmando mari e monti, laghi e colline, altipiani e pianure e a tarda sera, stanco morto, sera ritrovato con un avanzo di migliaia di inuti-li pietroni. Massi informi che in un

    colpo di genio o di poesia la sua mano aveva trasformato in stelle, lanciandoli uno ad uno nelloscuri-t del lago nero sopra la sua testa. Fu sotto la luce del firmamento che Dio si avvide del brecciolino, fi-glio dei pietroni e nipote delle stel-le, e non avendo pi ne voglia ne forza per sbarazzarsene lo lasci l a godersi lo spettacolo dal cielo e a progettare invasioni di scarpe e pneumatici. A insegnare il verbo sdrucciolevole a figli di Adamo. Ad allungare le frenate dei SUV sotto i sederi delle figlie di Eva. E se fosse proprio il brecciolino la famosa Particella Dio, quella che da tempo stanno cercando di individuare al CERN di Ginevra? Chi glielo dice a quel fior fior di scienziati che ci che cercano noi labbiamo da sempre? Ogni santo giorno, sotto le scarpe.

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    SPEAKERS' CORNER

    Federico Gobetti

    Un foglio bianco. All'inizio solo un grande vuoto. E se non hai idee con cui riempirlo, beh, qualcosa devi trovare. Allora ti inventi qual-cosa. Improvvisi. Ogni giorno tutti ci troviamo ad im-provvisare: quando discutiamo su un argomento che non conoscia-mo a fondo, quando torniamo a casa in macchina e un gatto ci at-traversa la strada, quando passeg-giando una persona ci ferma per salutarci e non abbiamo la minima idea di chi sia, quando ci rendiamo conto che siamo senza la moneti-na da 5 centesimi che manca per comprare le sigarette. E allora che si fa? Si improvvisa; ci si inventa qualcosa l per l. Ci si affida all'i-spirazione, alla fantasia, all'istinto.Si pu dire che nell'ordinariet delle nostre giornate ci viene pi facile improvvisare le nostre azioni piuttosto che pianificarle a tavoli-no. naturale.

    Se nella vita di tutti i giorni l'im-provvisare per sinonimo di tro-vare rapidamente una soluzione ad un problema, con conseguenza che il risultato finale, proprio per-ch inventato al momento, risulti scialbo, in campo artistico invece il gesto improvvisato diventa l'atto principe. Pensiamo alla musica: il jazz per esempio. L'improvvisazio-ne parte fondante della canzone, che gira intorno ad un tema prin-cipale nella parte iniziale e finale, mentre il resto lasciato alla fan-tasia di ogni musicista della band (nel bebop). L'assolo improvvisa-to dunque il momento in cui il musicista ha la massima libert di esprimere se stesso e tutta la sua passione. Senza note giuste o sbagliate. Senza suoni belli o brutti. Solamente la sua anima, direttamente dal cuore alle mani, alle orecchie di chi ascolta. In po-chissimo tempo, naturalmente. In

    IMPROVVISAZIONE: L'ARTE DI TUTTI

    quindici secondi, la differenza fra improvvisazione e composizione che nella composizione hai tutto il tempo che vuoi per decidere cosa dire in quindici secondi, mentre nell'improvvisazione hai quindici secondi disse Steve Lacy (cita-zione fatta da Riccardo Brazzale in Vicenza Jazz 2011). E tutti, possono improvvisare arte. Alla faccia di chi dice che solo i maestri possono creare un capo-lavoro improvvisando. Certo, un'im-provvisazione di un amatore non potrebbe mai avvicinarsi a un Jaco Pastorius, o un Dizzy Gillespie, un Louis Armstrong o un Duke Elling-ton. Neanche col telescopio. Ma l'improvvisazione la libert. Di es-sere; di fare ci che si vuole, come si vuole. L, al momento. Nella ma-niera pi spontanea e naturale del mondo. E credere che quello che fai sia Arte (con la a maiuscola). Anche se apparentemente non

    ha senso nemmeno per te che lo stai facendo. Quando improvvisi tu stesso sei l'arte. E proprio per questo, che tu stia scarabocchian-do su un muro, sorridendo a una vecchietta o tamburellando sulle pentole della mamma, sar sem-pre e comunque uno spettacolo grandioso.

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    IMAGINAREASushi

    Enrico Capitanio

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    ventitregiugnoduemilaundici