Leggere La Citta - Paul Ricoeur

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Leggere la citt

Table of ContentsCopertinaColophonIndiceLangoscia dellabitare Ricur, Lyotard e La Citt Postmoderna di Franco Riva1. Decostruzione o narrazione?2. Corpo e tempo. I luoghi di vita3. Architettura e vulnerabilit4. Itineranza. Erranza. SradicamentoRiferimenti bibliograficiRingraziamentiLeggere La Citt` Quattro Testi Di Paul Ricur1. Architettura e narrativit2. La citt fondamentalmente in pericolo. La sua sopravvivenza dipende da noi3. Urbanizzazione e secolarizzazione4. Il progetto di una morale socialeNote LDB

Le NaviISBN : 978-88-6826-702-5I edizione: maggio 2013 2013 Lit Edizioni SrlTraduzione di Diana GianolaCastelvecchi un marchio di Lit Edizioni Sede operativa: Via Isonzo, 34 00198 Roma www.castelvecchieditore.com [email protected]

Versione digitale realizzata da Simplicissimus Book Farm srl

A cura di Franco RivaLeggere la cittQuattro testi di Paul Ricur

Langoscia dellabitareRicur, Lyotard e la citt postmodernadi Franco RivaTutto gi stato messo a mano per tradurre in parola lindicibile citt. Risultato di tanto travaglio: molte mirabili e memorabili pagine, ma non una pagina che ci dia la chiave del mistero. DIEGO VALERI, Guida sentimentale di Venezia1.DECOSTRUZIONE O NARRAZIONE?La citt ha aiutato lo sviluppo delle civilt. Ma le civilt che edificarono le citt, morirono sempre con essa, o, forse, morirono di essa. FRANK LLOYD WRIGHT, Architettura e demptlkocraziaSa che la promessa unillusione, evoca il passato moderno come un fantasma, ne fa la satira, richiede pluralismo contro luniversalismo, per il locale contro la totalit. Progetta linversione del progetto modernista. Ma progetta ancora, come il modernismo. JEAN-FRANOIS LYOTARD, Alterit e immaginario postmodernoDecostruzione e narrazione: la citt postmodernaDedicata a Identit e differenze, la XIX Esposizione Internazionale della Triennale di Milano del 1994 ospitava lintervento di due filosofi, Jean-Franois Lyotard e Paul Ricur, che nei confronti del gesto architettonico assumono atteggiamenti ben diversi, a segnare modi alternativi di pensare alla citt postmoderna. Per quanto sia comune il clima culturale sotteso a entrambi, vale a dire la crisi della modernit quale crisi delle certezze e di una ragione totalizzante, nonch lapprodo inevitabile a un sapere narrativo, gli esiti che ne derivano si incamminano lungo percorsi divergenti.Il postmoderno che viene indirizzato da Lyotard verso la meta del decostruzionismo rifluisce invece in Ricur su di un narrare inteso diversamente. Nel primo caso prevale il motivo della frattura e dellabbandono dei grandi racconti quelli, cio, che hanno una pretesa di valere in modo universale e la cui diffusione necessariamente violenta, talvolta terroristica (J.-F. Lyotard, 1996, vol. I, p. 52) , e quindi di una narrativit postmodernista concepita sotto la cifra dellindebolimento. Nel caso di Ricur si difende ununit ammorbidita, ma insieme conservata, proprio lungo i sentieri di una narrativit ermeneutica ed esplicativa. Decostruzione e narrativit non segnano soltanto degli orizzonti di pensiero nellepoca della crisi delle certezze; riflettono pure modi alternativi di concepire il gesto architettonico, la costruzione della citt degli uomini: immagini diverse della convivenza come tentativi di uscire dalla crisi della razionalit moderna.Proprio intorno al senso del gesto di costruire si esalta la differenza tra il postmodernismo di Lyotard e lermeneutica narrativa di Ricur. Lyotard, ragionando su alterit e postmoderno, arriva perfino a incriminare la parola progetto come eredit profondamente metafisica, essendo tesa alla legittimazione dellopera attraverso la pretesa di soddisfare una domanda in modo definitivo: Domanda di concordia, per ogni essere umano e tra gli uomini nello spazio-tempo abitabili; e quindi ci che resta nonostante tutto moderno il progetto, la promessa del progresso, lescatologia. Al di l delle sue diversit e delle sue manifestazioni contrastanti, che si esplicitano altres nelle diverse pratiche architettoniche, quelle che vedono contrapporsi ad esempio un Gaud a un Mies van der Rohe, un Gropius a un Wright o a uno Speer , anche nel progettare modernista si tratta pur sempre di promettere una soluzione finale allangoscia ontologica dellabitare e soprattutto allumiliazione moderna dellessere messi in scatola quel che noi chiamiamo essere alloggiati. Lincriminazione del progetto implica ovviamente la necessit di un indebolimento delleredit metafisica che alberga nellarchitettura, tale da lasciare in conclusione soltanto una domanda: Come sar unarchitettura cos decostruita, unarchitettura debole? (J.-F. Lyotard, 1996, vol. I, pp. 53, 55; cfr. pp. 46-55; cfr. J.-F. Lyotard, 1985, pp. 52 e sgg., P. Ricur, 1996, vol. I, p. 65).Allangoscia ontologica dellabitare non pu esserci, per Lyotard, risposta definitiva e, in questo, il progetto architettonico scopre la propria intima debolezza. Ricur compie invece la scelta diametralmente opposta: quella, cio, di riflettere nuovamente sullatto e sulla progettualit architettonica, per ritrovare una plausibilit formale in senso narrativo.Lesordio di Ricur alla Triennale di Milano non lascia dubbi: sempre motivo di soddisfazione per un autore scoprire un intero campo di investigazione in cui le sue analisi trovano unapplicazione inaspettata, anzi, pi che unapplicazione, una proiezione che conferisce a tali analisi una portata capace di modificarne, come un effetto-boomerang, il primitivo significato. Mi riferisco per esempio alle attuali riflessioni sulla dimensione narrativa dellarchitettura e, di conseguenza, sulla dimensione temporale dello spazio architettonico (P. Ricur, 1996, vol. I, p. 64; cfr. P.A. Rovatti, 2000, pp. 63-69). Facile notare la progressione di questo esordio: ci che si presenta dapprima come la sorpresa per unapplicazione insospettata la dimensione narrativa dellarchitettura diventa subito dopo una proiezione intima del proprio pensiero, per assumere infine il volto di un vero e proprio ripensamento: in breve, di un effetto-boomerang.Cosa avesse inteso fare esattamente, Ricur lo dice, ricordandosi dellintervento alla Triennale, in La memoria, la storia, loblio (La mmoire, lhistoire, loubli, 2000):Avevo tentato di trasporre sul piano architettonico le categorie legate alla triplice mimesis, esposte in Tempo e racconto I: prefigurazione, configurazione, rifigurazione. Mostravo nellatto di abitare la prefigurazione dellatto architettonico, nella misura in cui il bisogno di riparo e di circolazione delinea lo spazio interno della dimora e gli intervalli dati da percorrere. A sua volta, latto di costruire si d come lequivalente spaziale della configurazione narrativa mediante la costruzione dellintreccio; dal racconto alledificio, la stessa intenzione di coerenza interna abita lintelligenza del narratore e del costruttore. Infine, labitare, risultante dal costruire, era ritenuto lequivalente della rifigurazione che, nellordine del racconto, si produce nella lettura: labitante, come il lettore, accoglie il costruire con le sue aspettative e anche le sue resistenze e le sue contestazioni. Davo compimento al saggio con un elogio dellitineranza (P. Ricur, 2003, p. 210, nota 17).Affiancando larte del costruire a quella del raccontare, lo spazio al tempo, Ricur ha dunque voluto istituire un parallelismo ritmato anche per chiarezza didattica (P. Ricur, 1996, vol. I, p. 68) che, a partire dalla sponda narrativa, illustri il gesto del costruire entro la griglia del prefigurare, del configurare e del rifigurare.Filosofi, architetti e democraziaDa un lato troviamo dunque il decostruzionismo di Lyotard o di Derrida (J.-F. Lyotard, 1988; J. Derrida, 1976; J. Derrida, 2008), che mette a sua volta sotto accusa la gerarchia metafisica tra parola e segno a favore della parola: pensiero logocentrico, che nega lautonomia di significato dellopera fin tanto che la parola non ne rende infine comprensibile il significato. Dallaltro lato abbiamo lintelligenza narrativa di Ricur, che si struttura intorno alla compenetrazione tra raccontare e costruire. Da una parte la messa sotto accusa dellintento soggiacente al progetto, dallaltra la sua rilettura narrativa.La differenza tra i due modi di pensare al rapporto tra identit e differenze di pensare alla citt dentro la crisi della razionalit moderna si cala dunque nel fare architettonico, e nellurbanistica. A unarchitettura decostruzionista, che segue la falsariga dellindebolimento e della decontestualizzazione, dellemergenza dellaltro come irriducibilit a un ordine preconfezionato di senso e quindi unarchitettura dello spiazzamento e della sorpresa intenzionale, della decodificazione linguistica, della dispersione si affianca e si contrappone unarchitettura narrativa, dove prevalgono i concetti di testo e di contesto, di identit narrativa.Filosofi e architetti, dunque, che si richiamano a proposito di come pensare lalterit che avanza e, con essa, una diversa vicinanza. Anche nel caso di Ricur, Architettura e narrativit ha dato spunto nella versione della Triennale quella definitiva stata pubblicata su Urbanisme nel 1998 a un seminario milanese del 1999 che metteva a tema proprio la questione di una legittimazione dellarchitettura dopo la perdita di credibilit del grande rcit del movimento moderno, anche dovuta alla constatazione dei discutibili risultati dei suoi esiti rispetto alla costruzione e al rinnovamento della citt: con la preoccupazione quindi, secondo Pietro Derossi, di partecipare al dibattito sulla democrazia (P. Derossi, in AA.VV., 2000, pp. 7, 8; P. Derossi, 2000, pp. 25-26; cfr. L. Benevolo, 1987, p. 268). Ma non si tratta di una novit assoluta, perch anche un altro saggio di Ricur, Civilizzazione universale e culture nazionali (Civilisation universelle et cultures nationales, 1961), compare gi in bella vista nella Storia dellarchitettura contemporanea di Frampton (K. Frampton, 1990, pp. 371-373, 386), in apertura del capitolo dedicato al conflitto tra universalismo e regionalismo architettonico: di nuovo, quindi, in chiave postrazionalistica e postmoderna.Il diverso modo di essere postmoderni per cos dire, quello della decostruzione e quello della contestualizzazione narrativa, esprime reazioni differenti alla frattura insanabile che per un verso ha messo in crisi le pretese di una razionalit monovalente e che, per un altro verso, si trovata investita dallannuncio dellalterit dellaltro. La stessa XIX Esposizione della Triennale di Milano, che metteva a fuoco Identit e differenze, si presentava come un contributo espositivo alla convivenza civile (P. Bert, in AA.VV., 1996, vol. I, p. 7).Il motivo della differenza, dellalterit motivo di unumanit pi umana rimbalza quindi dalla sponda filosofica a quella architettonica, dal versante etico a quello urbanistico. Si tratta in definitiva di pensare (e ripensare) i luoghi dove laltro si fa vicino, e dove il vicino si fa altro.Urbanesimo e socialitIl rapporto tra identit e differenze attraversa il pensiero, e attraversa la citt: alla tensione etica dellurbanistica corrisponde una tensione urbanistica delletica.Lintervento di Ricur alla Triennale non rimane un episodio isolato: applicazione insospettata, trova diversi riscontri non solo in unarchitettura narrativa, ma anche nella sua vasta produzione. Per quanto concerne lultimo Ricur, lapplicazione inaspettata dellermeneutica narrativa allarchitettura ha dato vita in effetti a un continuo ritorno: ritorna infatti sul nesso tra il tempo raccontato e lo spazio costruito, tra lumano e labitare, ma con modifiche e ripensamenti, addirittura con delle inversioni di impostazione.Presentato alla Triennale nel 1994, Architettura e narrativit viene riproposto, come detto, in una nuova versione sulla rivista Urbanisme nel 1998: nel suo impianto il discorso si affida sempre al parallelismo tra narrazione e costruzione, con lunica differenza di asciugare infine la parte preliminare dedicata alla narrativit per dare pi rilievo allarchitettura.Linclusione del rapporto tra architettura e narrativit allinterno di La memoria, la storia, loblio, invece, assume uno spessore pi autonomo. Qui non si tratta pi di arrivare allo spazio vissuto dellabitare partendo dal tempo, ossia dalla sponda narrativa, perch dalla fenomenologia dei posti che esseri in carne ed ossa occupano, abbandonano, perdono, ritrovano passando attraverso lintelligibilit propria dellarchitettura fino alla geografia, che descrive uno spazio abitato, il discorso dello spazio ha tracciato, esso stesso, un percorso secondo cui lo spazio vissuto , volta a volta, abolito dallo spazio geometrico e ricostruito al livello ipergeometrico delloikoumene (P. Ricur, 2003, p. 215; cfr. p. 578, nota 120). Lo spazio traccia adesso, esso stesso, il suo discorso, dal corpo vissuto allo spazio costruito e da questo fino alla cartografia e alla geografia: fino a quel punto in cui, come scrive Diego Valeri per Venezia, la storia degli uomini inscritta nelle forme dellarte edificatoria, si trova qui a immediato contatto con gli elementi naturali pi indocili: laria libera e lacqua viva (D. Valeri, 1974, p. 30).Architettura e narrativit non rimane del tutto isolato neppure guardando allindietro, anche se vero che non si raccolgono poi molti testi dedicati in modo esplicito al tema della citt (cfr. T. Paquot, in AA.VV., 2007, pp. 167-183), trattandosi in sostanza di alcuni interventi risalenti agli anni Sessanta: Urbanizzazione e secolarizzazione (P. Ricur, 1967, pp. 327-341) un fitto dialogo con La citt secolare di Harvey Cox (cfr. H. Cox, 1968) , e il gi ricordato Civilizzazione universale e culture nazionali (P. Ricur, 1961, pp. 439-453), ricompreso nella seconda edizione di Storia e verit (1964), a cui si possono aggiungere le note del Progetto di una morale sociale (P. Ricur, 1966, pp. 285-295).Tra le mani sembra dunque rimanere non molto a proposito della citt, cos da registrare, per Ricur ma anche per Emmanuel Lvinas, il sentore di pensieri senzaltro importanti a proposito dellospitalit e dellalterit, che stanno alla citt come il pesce allacqua e che pure restano muti o quasi circa i processi di urbanizzazione che stravolgono lesistenza di ognuno (T. Paquot, in AA.VV., 2007, p. 168; cfr. T. Paquot, 2000, pp. 68-83).Altri segnali invitano per a valutare qualche ulteriore elemento, che rianima un poco il tema della citt. Trentanni passano, non c dubbio, tra gli interventi degli anni Sessanta e Architettura e narrativit con le sue appendici. E passa soprattutto una diversit di messa a fuoco: mentre lultimo saggio di tono urbanistico e architettonico, concentrato com sullatto di costruire, quelli degli anni Sessanta attraversano la citt alla ricerca di una morale sociale, o indagando il fenomeno della secolarizzazione e dellincipiente globalizzazione. Registri diversi, dunque, che si intersecano e che si articolano tra di loro: da un lato le questioni etiche e politiche sottese ai macro-fenomeni sociali, dallaltro lato la concretezza materica della citt costruita. Al di l della distanza e degli accenti diversi, possibile tuttavia intravedere alcuni elementi di continuit e di convergenza. Elementi, ancora, di una consapevolezza.La vicinanza tra linteresse pi etico-politico e quello pi architettonico-urbanistico della riflessione sulla citt si lascia cogliere proprio attraverso la registrazione di una doppia spinta teorica: quando si parte dalla sponda etica e socio-politica, si allude comunque molto da vicino alla configurazione della citt, mentre quando viene tematizzata la questione urbana ci si riavvicina alletico. Dei precisi elementi di inclusione lessicale, inoltre, testimoniano le vicinanze e i rimbalzi.Patologia urbanaLa citt postmoderna che sorge nella crisi delle certezze impone un ripensamento, anche perch pone di fronte a un singolare paradosso: in questa citt, per un verso tutto cambia velocemente, mentre per un altro sembra che il vuoto delle certezze sia subito riempito dallomogeneit della globalizzazione forzata degli stili di vita. Il cambiamento urbano mutamento umano, lo stravolgimento della citt uno straziarsi della vita. La sofferenza urbana patologia sociale.Lallusione alla citt sul versante etico in particolare non si consuma del tutto in un vago rimando. In Percorsi del riconoscimento (2003) Ricur dedica un intero paragrafo Le economie della grandezza al rapporto tra la citt e il pluralismo, nel contesto di un discorso sul mutuo riconoscimento implicato dal legame sociale: mediato da una sponda sociologica (P. Ricur, 2005, pp. 231 e sgg.; cfr. L. Boltanski, L. Thvenot, 1991; e anche P. Ricur, 1998b, pp. 101-102, 108 e sgg.), questo intervento conferma che la citt continua a rappresentare un pungolo per il suo pensiero, documenta laffacciarsi sui mondi culturali della citt, e insiste sulla pluralit stessa dei suoi modi di essere. Lattenzione alla citt viene inoltre confermata dalla ripresa degli interessi etici e politici dellultimo Ricur, e dalla progressiva e pi marcata apertura al tema della responsabilit (cfr. P. Ricur, 2005; P. Ricur, 1991a; M. Foessel, in AA.VV., 2007, pp. 37- 56; M. Piras, 2007; per la responsabilit, cfr. P. Ricur, 1998b, pp. 31-56; P. Ricur, 2004b, pp. 53-67).In breve, la complessit della lettura della citt viene mantenuta viva nel rimbalzo tra una sponda e laltra. E questo permette di cogliere anche la continuit tra Architettura e narrativit e i saggi degli anni Sessanta dedicati alla citt.A partire dallimpressione che lumanit stia diventando sempre pi un corpo unico planetario, Ricur individua, quasi a cogliere le grandi spinte contemporanee alla dispersione della citt, i caratteri principali di questa incipiente civilizzazione universale (P. Ricur, 1961): la scienza che oltrepassa le frontiere; la tecnica come situazione irreversibile; lomogeneit della razionalit politica e delleconomia; luniformit globale dello stile di vita improntato al consumo. Dinnanzi allo scontro in atto tra la civilizzazione universale e lusura delle culture nazionali, Ricur mette in guardia contro il rischio di un estremo impoverimento culturale e si appella al dialogo e allincontro.In Urbanizzazione e secolarizzazione (1967) Ricur avvicina pi direttamente il tema della citt, grazie alla mediazione di Cox di cui condivide la diagnosi sulle trasformazioni in atto nella citt contemporanea: la citt tende a diventare un fatto di comunicazione; i rapporti personali diventano pi anonimi e frammentati; la citt tecnologica accelera la propria velocit in modo generalizzato; ci si apre collettivamente a un futuro inedito senza pi rimpianti per il villaggio o la piccola citt, autoripiegati su se stessi. In parte inquietato per la perdita di intelligibilit della citt, Ricur ne approfitta piuttosto per interrogarsi sulla condizione umana nellepoca della secolarizzazione, sottolineando tra laltro i motivi dellitineranza e della responsabilit.Nel saggio su il Progetto di una morale sociale nellepoca della societ industriale avanzata (P. Ricur, 1966) infine, dove si respira in parte lo stesso clima della secolarizzazione, fa capolino anche il motivo della narrativit, e alla citt si rimanda come a ci che ospita e sorregge il lavoro e i bisogni, la propriet e la socializzazione, lesistenza tecnologica, le battaglie ideologiche.Tra questi testi degli anni Sessanta e Architettura e narrativit bisogna soprattutto osservare una singolare inclusione di termini. Ritorna difatti lidentica insistenza sulla parola itineranza, che accompagna tanto la responsabilit per lumano quanto quella per la citt, sia in Urbanizzazione e secolarizzazione (cfr. P. Ricur, 1967, pp. 335, 340) sia a conclusione di Architettura e narrativit (P. Ricur, 1996, vol. I, p. 72; cfr. P. Ricur, 1998a, p. 51), ribadita ancor pi dallulteriore ripresa in La memoria, la storia, loblio (P. Ricur, 2003, p. 211). Non di certo lunico richiamo: torna ad esempio anche il tema dei bisogni, introdotto nel Progetto di una morale sociale (P. Ricur, 1966, pp. 292-293). Sullitineranza vi per uninsistenza strategica: nella citt degli uomini essa al tempo stesso visita, narrazione, mobilit, erranza. spazio che si fa tempo, tempo che si fa spazio. corpo vissuto: condizione umana, condizione urbana.Non sorprende perci, e fa anzi riflettere, quanto dice Ricur in Urbanizzazione e secolarizzazione a proposito della patologia della citt nel contesto dei rapidi mutamenti attuali. Di fronte alla constatazione che non tutto nellimprovvisa accelerazione cittadina positivo, si sottolinea il rapporto tra la patologia della citt e la patologia sociale: da un lato oggi si parla di unurbanistica proprio perch questa patologia avvertita come insopportabile: lurbanistica la risposta alla patologia urbana, dallaltro lato la patologia urbana lespressione mostruosa della patologia della societ globale: la citt svolge una funzione di drenaggio rispetto a tutto il patologico diffuso (P. Ricur, 1967, p. 330). Nellimmagine della citt si travasa una sofferenza urbana che una sofferenza sociale: la citt condensa in s, e rende visibile, la patologia diffusa di una convivenza.Da questo punto di vista diventa di particolare significato Architettura e narrativit: la prima parola si concentra in modo inedito sullatto di costruire, la seconda evoca il movimento complessivo della filosofia ermeneutica di Ricur. La narrativit trascina infatti con s il linguaggio e la scrittura, il tempo e la memoria, lidentit personale e sociale: lumanit stessa dellumano. La citt appare e si tematizza l dove si mette a fuoco lumano sociale, cos come allumano sociale ci si riferisce allinterno del discorso sulla forma urbana della citt, sullatto di costruire. Tra le parole che descrivono la citt costruita si frammischiano quelle della vita, dei suoi luoghi, della sua memoria, della sua quotidianit.2.CORPO E TEMPO. I LUOGHI DI VITAIl termine etica vuol dire che con questo nome si pensa il soggiorno delluomo.Martin Heidegger, Lettera sullumanismoLa pietra e la parola: costruire e raccontareLyotard destabilizza la pretesa del progetto architettonico quale modo per far emergere la crisi di una razionalit ultimativa e totalizzante. Nellottica di giustificare lo specifico della configurazione architettonica, quale messa in forma del bisogno di abitare, Paul Ricur interviene invece a pi riprese sulla vicinanza tra il tempo del racconto e lo spazio del costruire, mutando e integrando il registro: al movimento che dal tempo conduce allo spazio affianca infine quello capovolto. Architettura e narrativit segue il primo movimento. Sembra a prima vista che il costruire e il raccontare non si possano conciliare, perch un abisso separa la pietra della costruzione, lo spazio fisico, dalla leggerezza e dalla mobilit del tempo, ossia del racconto e della parola. Infatti, il racconto fa parte della sfera del linguaggio, dei segni parlati e scritti, della composizione letteraria; larchitettura della sfera del materiale, delle forme visibili, del costruire tra terra e cielo. Allo stesso modo il racconto si sviluppa nel tempo, innalzato al rango di tempo raccontato; ledificio si dispiega e si erige nello spazio, trasformato in spazio costruito (P. Ricur, 1996, vol. I, p. 64).Fosse cos fino in fondo, come si spiega allora che un testo antico di fondazione della citt (Uruk in Mesopotamia) metta la parola nel cuore del costruire? NellEpopea di Gilgame, la citt costruita, con i suoi muri e suoi giardini, abbraccia al proprio interno il boschetto sacro dove si custodisce, in un contenitore in rame, il tesoro, ossia lo scritto (N.K. Sandars, 1986, pp. 85, 144-145). Il muro e la parola. Il mattone e lo scritto. Anche della citt sar possibile parlare come di un testo, anche il testo diventa una citt. Il libro edificato. La biblioteca turrita (cfr. M. Butor, 1982).Inconciliabili in apparenza, il costruire e il raccontare, lo spazio e il tempo, presentano invece ciascuno al proprio interno una duplicit di significati che li apre luno allaltro. C infatti lo spazio geometrico e lo spazio dei luoghi di vita; e c il tempo fisico della misura e il tempo vissuto dellanima: non tutto dello spazio sta sul lato della geometria, e non tutto del tempo su quello del cronometro. Lo spazio vissuto dei luoghi di vita diventa tempo: spazio temporalizzato, per cui anche le pietre hanno un tempo, anche larchitettura, anche la citt costruita. Sullaltro versante, quello della parola e del tempo, si pu dire che anche il racconto si spazializza nel suo distendersi narrativo: Racconto e costruzione operano una stessa sorta di iscrizione, luno nella durata, laltra nella durezza del materiale (P. Ricur, 2003, p. 211). E Luce Irigaray, in La via dellamore, sembra quasi chiosare a distanza, con qualche riserva: Per ancorare la sua durata luomo si ormeggia a ci che fatto ancora di materia (L. Irigaray, 2008, p. 95).Tra ledificare e il raccontare non scorre soltanto una similitudine che tiene a distanza, ma una vera e propria compenetrazione, un intrigo. Per lo spazio costruito, soprattutto, la sua qualifica di luogo di vita si sovrappone e si interpone alle sue propriet geometriche (P. Ricur, 1996, vol. I, p. 64)*. Le parole del costruire e quelle del narrare si confondono allora; e si scambiano. Il tempo tende a costruirsi, a edificarsi: il passaggio dalla parola quotidiana alla sua configurazione in un racconto. Lo spazio tende, per contrasto, a raccontarsi: nella citt i luoghi del progetto architettonico sono anche luoghi della memoria, che non solo tempo, ricordo dellanima, ma anche spazio visibile. Nella compenetrazione tra ledificare e il raccontare, n spazio n tempo saranno pi puri: per entrambi, spazio e tempo saranno misti. La memoria che riesce a prendere la consistenza della pietra la gloria dellarchitettura. Nel fare architettonico si ritrover infatti la dialettica della memoria e del progetto.Il rapporto che tanto il racconto quanto larchitettura intrattengono con la vita risulta al tempo stesso di radicamento e di elevazione: radicamento nel bisogno quotidiano ed esistenziale che fa dellumano un essere che parla e che abita, elevazione per linnalzamento che questo bisogno riceve attraverso la forma che gli viene data. Il passaggio dalla semplice parola alla letteratura e dal semplice abitare al costruire corrisponde cos a un vero e proprio salto di qualit (P. Ricur, 1996, vol. I, p. 65).Lelevazione anche un distacco, la messa in ordine anche un discutere: narrazione e architettura si distaccano dallingenuit del quotidiano; mettono in ordine quel che nella vita si presenta come confuso dandogli intelligibilit e significato; discutono infine la separazione, la solitudine, limmediatezza stessa degli atti della vita guadagnando un livello di storicit e di intertestualit, dove il parlare e il costruire vengono sottratti allultima tentazione di un loro uso strumentale per essere richiamati infine a una dimensione ludica, celebrativa alla possibilit di sperimentare sempre nuove forme, e di decostruire le forme gi date tanto ai racconti quanto alle costruzioni.Il corpo e il luogo: lo spazio vissutoLintreccio tra la spazialit del costruire e la temporalit del racconto viene proposto da Ricur in entrambi i sensi di marcia. Diventa allora interessante registrare cosa succede quando si comincia dallo spazio, anzich dal tempo, come avviene in La memoria, la storia, loblio, dove si opera una sorta di inversione. Come se, dopo tanta insistenza sul racconto del tempo, avanzasse, in rivalsa, il racconto dello spazio: nella stessa opera Ricur si sofferma inoltre su Pierre Nora e la sua invenzione dei luoghi di memoria, con la coscienza precisa dellalleanza apparentemente contraddittoria di due termini, di cui luno allontana e laltro avvicina (P. Ricur, 2003, pp. 586-587).Il rovesciamento dal tempo allo spazio come punto di partenza di un discorso sulla dimora dellumano pu darsi non abbia connessioni dirette con le riletture critiche di Martin Heidegger, per via del primato assegnato al tempo nellanalisi dellesistenza. Pur tuttavia, lesigenza avvertita infine da Ricur di non far dipendere del tutto il discorso sullo spazio da quello sul tempo raccontato, si allinea proprio con queste riletture tese a rivalutare loriginalit umana dello spazio, e di cui in Heidegger stesso vi sarebbero gi i segnali: con Didier Franck (citato da Ricur in S come un altro), per il quale Essere e tempo di Heidegger naufraga sul problema della carne, ossia sullumanit gi umana dello spazio vissuto, del corpo proprio (cfr. D. Franck, 2006, p. 183; loriginale del 1988); o con Peter Sloterdijk, il quale fa presente che il legame principale nellevoluzione della specie umana non quello tra essere e tempo, ma piuttosto quello tra essere e spazio (cfr. P. Sloterdijk, 1999). Nel rovesciamento della prospettiva e nel tentativo di far sgorgare il discorso sullo spazio dallo spazio stesso, dalla sua umanit, quindi in gioco molto di pi che un cambio di impostazione: viene a galla semmai il problema stesso del modo, umano, di essere.Adesso, nel nostro punto di partenza, noi abbiamo la spazialit corporea e ambientale inerente al richiamo del ricordo: I ricordi, quello di aver abitato in quella casa di quella citt, oppure quello di aver viaggiato in quella parte del mondo, sono particolarmente eloquenti e preziosi; essi tessono, a un tempo, una memoria interna e una memoria condivisa tra i pi vicini: in questi ricordi-tipo lo spazio corporeo immediatamente collegato con lo spazio dellambiente, frammento di terra abitabile, con i suoi percorsi pi o meno praticabili, i suoi ostacoli diversamente superabili. Partire con lo spazio impone di affrontare il lavoro di una fenomenologia del posto o del luogo, suggerita da Edward S. Casey (P. Ricur, 2003, p. 208; cfr. E.S. Casey, 1993; M. Vitta, 2008, pp. 112 e sgg.): mentre ripropone lintimo rapporto tra lo spazio vissuto e il tempo della memoria, conduce al luogo preciso e insostituibile dove questo pu dirsi, rappresentato dal mio corpo.Il corpo il mio spazio, il mio posto nel mondo, a partire dal quale tanto latto di situarsi quanto quello di spostarsi prendono senso. Un posto che non per assicurato in anticipo, cos che alla sua ricerca incessante si accompagna il terrore di non trovarlo mai. E proprio su queste alternanze di quiete e movimento si innesta latto di abitare, che ha le sue polarit: risiedere e spostarsi, ripararsi sotto un tetto, entrare da una porta e uscire fuori. Pensiamo qui allesplorazione della casa, dalla cantina al granaio, in La poetica dello spazio di Gaston Bachelard (P. Ricur, 2003, p. 209; cfr. G. Bachelard, 1999).Lessere e i luoghiIn riferimento al corpo proprio, litineranza diventa condizione umana. Partire direttamente dallo spazio offre il vantaggio di distogliersi per un momento dal gioco didattico dei parallelismi per radicare tanto larchitettura quanto lurbanistica, la casa e la citt, nellesperienza quotidiana: che solo qui, tuttavia, prende il nome preciso di unesperienza del corpo proprio. Labitare si radica nel corpo vissuto o proprio: modo peculiare e insostituibile di essere al mondo, che spingerebbe verso una ontologia del luogo quale continuazione di questa odissea dello spazio, di volta in volta vissuto, costruito, percorso, abitato (P. Ricur, 2003, p. 215; Ricur rinvia a P. Amphoux, 1996, e ad A. Berque, P. Nys, 1997). Il discorso sul luogo delluomo inizia l dove il suo corpo.Il linguaggio ordinario, allora, che conosce espressioni quali ubicazione e spostamento, rinvia pi precisamente a esperienze vive del corpo proprio, che postulano di essere dette allinterno di un discorso prima che nello spazio euclideo, cartesiano, newtoniano, come Merleau-Ponty insiste nella Fenomenologia della percezione, e questo per un motivo invincibile: Il corpo, questo qui assoluto, il punto di riferimento sia del l, vicino o lontano, dellincluso o dellescluso, dellalto o del basso, della destra o della sinistra, dellavanti e del dietro, sia altrettanto di dimensioni asimmetriche che articolano una tipologia corporea (P. Ricur, 2003, p. 209). Il corpo non solo nello spazio e nel tempo: esso abita spazio, e abita tempo. (cfr. M. Merleau-Ponty, 1972, La spazialit del corpo proprio e la motilit, pp. 151-203). Spazio e tempo del corpo decidono per me dello spazio e del tempo del mondo.Prima ancora che con lo spazio geometrico, lesperienza quotidiana del corpo proprio definisce un rapporto con la parola perch ci che permette lapertura al mondo. Riferendosi a Il visibile e linvisibile di Merleau-Ponty, Lyotard affida al corpo una doppia possibilit di linguaggio: sia per il corpo che si unisce al mondo, che fa parte di esso, che lo fa e ne fatto, sia nel caso contrario del corpo che si ritira dal mondo, nella notte di ci che ha perduto per nascere ad esso. In entrambi i casi si tratta di un idioma, di un modo assolutamente singolare, intraducibile, di decifrare ci che accade. Il punto di vista, il punto dascolto, il punto di tatto, il punto di aroma attraverso il quale i sensibili mi attaccano non trasferibile nello spazio-tempo. Intraducibile dunque in termini spaziali, lesperienza del corpo proprio, questa singolarit della risonanza, si chiama esistenza. Nel linguaggio essa sospesa ai deittici io, questo, ora, l, ecc. e si segnala attraverso di essi (J.-F. Lyotard, 1987, p. 105).Il corpo proprio in quanto spazio vissuto appartiene gi alluniverso della parola e del tempo, gi espressivo. La sua espressivit discende da una centratura assoluta rispetto a cui tutto il resto si rapporta; e tuttavia centratura in perenne bilico, distesa tra sosta e spostamento, tra alto e basso, tra dentro e fuori. Tra centro e decentramento. Latto di costruire si rapporta al centro mobile dellesistenza centro di un mondo , allo spazio vissuto del corpo proprio: gi parola, gi espressione, gi tempo. Gi dimora e gi oltrepassamento.La casa e la citt: naturale e artificialeNelle due versioni di Architettura e narrativit, Ricur articola invece laltro movimento, quello che scopre la temporalit dello spazio costruito a partire dalla configurazione del racconto: movimento che , al tempo stesso, di radicamento e di contestazione rispetto al quotidiano. Si tratta infatti di una messa in forma, di un dare intelligibilit.Per Lyotard non c una risposta definitiva allangoscia umana dellabitare, cos come Derrida sente lesigenza di pensare in modo pi libero larchitettura senza sottometterla allabitare. Derrida consapevole che larchitettura sempre stata interpretata come abitazione, o come lelemento dellabitazione abitazione per gli esseri umani o abitazione per le divinit , il luogo dove le divinit e le persone sono presenti o si raccolgono o vivono, ecc.. E riconosce senza dubbio che questa uninterpretazione molto profonda e potente, ma ha lo svantaggio di sottomettere il costruire a un valore che pu essere messo in discussione. Derrida denuncia che una simile impostazione si pu criticare e che essa proviene da Heidegger, dove tali valori sono connessi con la questione del costruire, con il tema diciamo, del mantenere, conservare, proteggere, ecc.. In Heidegger prevale la conservazione mentre in Derrida la domanda: a cosa equivale unarchitettura non semplicemente subordinata a questi valori di abitazione, di abitare, e di proteggere la presenza delle divinit e degli esseri umani. Sarebbe possibile? (J. Derrida, 2008, p. 143).Per Ricur, al contrario, il costruire risponde allabitare in quanto luomo non abita perch costruisce, ma costruisce perch abita: cos Heidegger in Costruire abitare pensare a cui Ricur allude (P. Ricur, 1998a, p. 45; cfr. M. Heidegger, 1976-80, pp. 96-108, 125-138; cfr. T. Paquot, 2005; T. Paquot, M. Lussault, C. Youns, 2007). In ogni caso, tra il costruire e labitare si crea una tensione della quale bisogner verificare la tenuta ultima di ci a cui aspira.Il costruire traffica dunque con il mondo della vita attraverso operazioni artificiali. E lesito sar una trasformazione, o meglio unestraneazione dello spazio rispetto a se stesso, dal momento che il costruire trasforma lo spazio fisico in luogo dellabitare. Nella citt degli uomini il vuoto non sar pi quello di Aristotele spazio vuoto , che serve per essere occupato, per il fissarsi di qualcosa. Nella citt degli uomini il vuoto sar anche lintervallo da percorrere, snodo tra il riparo (la protezione) e la dislocazione (per il concetto di dislocazione, cfr. B. Goetz, 2000).Per lumano, la casa e la citt, il bisogno di abitare e quello di costruire sono contestuali. La costruzione della citt diversifica socialmente ci che tende a differenziarsi gi allinterno della dimora, ossia nel costruire-abitare primordiali. Il risultato formidabile perch, dal punto di vista della corrispondenza ancestrale tra la casa e la citt, tra la vita e lartificio, tra labitare e il costruire, anche su questo lato urbano diventa introvabile uno stato naturale delluomo (P. Ricur, 1998a, pp. 45-46; cfr. P. Ricur 1996, vol. I, p. 66; cfr. P. Sloterdijk, 1999). Lumano cittadino.Il rapporto tra la citt e lartificio era posto in rilievo fin da Urbanizzazione e secolarizzazione dove, dopo aver precisato che la rappresentazione collettiva che luomo elabora parte integrante del fenomeno citt tanto quanto la sua realt, e inseguendo limmagine della citt contemporanea e secolare, Ricur arriva a dire che questa citt lartificio assoluto: si rende cos esplicito il rapporto tra la citt e il prometeismo, tra la tecnica e la condizione umana (P. Ricur, 1966, pp. 293-294).Ogni costruire rimanda a un abitare, e ogni abitare domanda un costruire. Non c uno stato naturale delluomo che non sia gi aperto allartificiale del costruire. E non c neppure uno stato puramente artificiale dellumano, dal momento che ogni costruire si innesta nel mondo della vita: A questo proposito inutile domandarsi se labitare preceda il costruire, perch si pu dire innanzitutto che vi un costruire correlato al bisogno vitale di abitare. Occorre quindi partire dallinsieme abitare-costruire, salvo dare la priorit al costruire sul piano della configurazione e, forse, di nuovo allabitare al momento della rifigurazione, dato che il progetto architettonico ridisegna proprio labitare (P. Ricur, 1998, p. 45; cfr. P. Ricur, 1996, p. 66).Le operazioni dellartificio architettonico sono per un verso modi di aderire al livello vitale dellesistenza: cos per la delimitazione del dentro e del fuori, per lannuncio dei limiti e insieme del loro sfondamento; per laprire e per il chiudere; per il ritmo che, articolando tra loro nei rispettivi ambienti il giorno e la notte, si d tanto alla vita quanto alla luce nelle scansioni di intensit e diffusione. Per un altro verso tutte le operazioni architettoniche sono atti di un vivente gi vivo: il dimorare, larrestarsi, il fissarsi comune ad ogni uomo, anche nomade ; il muoversi e il circolare, il fluidificare. Si assiste cos alla nascita simultanea del bisogno di architettura e del bisogno di urbanistica, essendo la casa e la citt contemporanee nel costruire-abitare primordiale (P. Ricur, 1998a, p. 45). Ledificare e il mettere in rapporto si trovano gi iscritti nellabitare delluomo su questa Terra.Leterogeneo e lintertestualeLartificialit non assoluta del gesto architettonico trova inoltre corrispondenza nella sua intima complessit: la messa in forma che avviene sia nel racconto sia nella costruzione la compenetrazione di atti poetici che si aprono luno allaltro. Latto di configurazione che attraversa entrambi possiede una triplice membratura: da una parte la messa-in-intrigo, chiamata sintesi delleterogeneo; dallaltra parte lintelligibilit, ossia il tentativo di rischiarare linestricabile; e infine il confronto di diversi racconti posti luno accanto allaltro, per contrasto o in sequenza che sia, vale a dire lintertestualit (P. Ricur, 1987, p. 255; cfr. P. Ricur, 2004a, pp. 17 e sgg.). Costruire e raccontare si corrispondono anche dal punto di vista del ritmo interno del loro differente gesto: messa-in-intrigo; dare intelligibilit; intertestualit.La sintesi spaziale delleterogeneo, caratteristica dellarchitettura, lequivalente della messa-in-intrigo tipica del racconto (cfr. P. Ricur, 1987, pp. 19 e sgg.): anche il costruire compone tra loro delle variabili relativamente indipendenti allo scopo di creare oggetti-edifici dotati di ununit sufficiente, perch unopera architettonica un messaggio polifonico che si presta a una lettura che a un tempo inglobante e analitica.Lintelligibilit dellatto architettonico si sforza anchessa di districare linestricabile, e si rispecchia nellincorporazione del tempo nello spazio: con il gesto architettonico la pietra della costruzione diventa durata, si fa tempo, progetto e memoria insieme. Anche il costruito parla, anche il costruito racconta: larchitettura linguaggio. Durezza e durata, coesione e coerenza: larte narrativa e quella architettonica rappresentano entrambe, secondo la loro polarit specifica, una vittoria provvisoria sulleffimero. Il progettare dellarchitettura un fare memoria, perch lo spazio costruito tempo condensato, cosa che diventa pi chiara se si considera il lavoro simultaneo di configurazione dellatto del costruire e dellatto dellabitare: le funzioni abitative sono inventate nei due significati del termine, trovare e creare in contemporanea con le operazioni costruttive iscritte nella plastica dello spazio architettonico. Il reciproco rinvio delle funzioni abitative e di quelle costruttive consiste in un movimento o in una catena di movimenti dellintelligenza architettonica (P. Ricur, 1998a, p. 48; cfr. P. Ricur, 1996, vol. I, pp. 68-69). Ogni edificio la memoria vivente del suo stesso costruirsi; il costruire rimanda inoltre di continuo allabitare: crea quello che labitare in qualche modo ha gi trovato.Da ultimo, lintertestualit della letteratura universale si riflette nella storicit del costruire, da intendersi come la storicit dellatto stesso di iscrivere un nuovo edificio in uno spazio gi costruito che coincide largamente con il fenomeno della citt, che risalta da un atto configurante relativamente distinto secondo il differenziarsi di architettura e urbanistica (P. Ricur, 1998a, p. 48; cfr. P. Ricur, 1996, vol. I, p. 69). Come ogni nuovo racconto si inserisce nel fiume della letteratura, infatti, anche ogni edificio sorge a sua volta nel contesto di edifici gi costruiti. Per questa via, il carattere storico e intertestuale del costruire architettonico entra in dialogo con lurbanistica. Anche la citt mette in intrigo, anchessa cerca di rendere intelligibili le azioni pi caotiche della vita spontanea, anche la citt intreccia racconti dove il progetto razionale dello spazio costruito si fa tempo e memoria. Anche la citt spesso appartiene a questa natura di una grande intertestualit, che pu diventare talvolta grido di opposizione (P. Ricur, 1998a, p. 47).La citt, proprio come il racconto, un fenomeno intertestuale.* Nella XIX Esposizione della Triennale di Milano lavvicinarsi tra loro della pietra e della parola veniva posto in atto nella mostra, dove un narratore affiancava un architetto sul medesimo progetto architettonico che si trovava cos detto due volte: per la mostra cfr. AA.VV., 1996, vol. I, pp. 102-133 (P. Derossi, p. 13; E. Calvi, pp. 92-99).3.ARCHITETTURA E VULNERABILITLa citt si d a vedere e a leggere, a un tempo. PAUL RICUR, La memoria, la storia, loblioVulnerabilit e rovina. Storia e minacciaFare sintesi, mettere in forma, rendere intelligibile, contestualizzare e intertestualizzare: sono le opere della configurazione architettonica dellabitare dellumano. Tuttavia, quanto pi avanza la complessit della configurazione tanto pi si avvertono grandezze e pericoli di questo atto, genialit e baratri incombenti.Denunciando lassenza di una risposta definitiva allangoscia dellabitare, Lyotard invita a verificare lintenzione del gesto architettonico, indebolendolo nella sua pretesa. Pur difendendolo quale risposta dellintelligenza al bisogno umano di abitare, anche in Ricur la vittoria sulleffimero resta provvisoria. La dialettica tra innovazione e tradizione, e quella tra distruzione e ricostruzione, rendono esplicita questa provvisoriet.La configurazione architettonica dellabitare si distende sempre tra una tradizione e uninnovazione del costruire perch, sebbene creativo, latto di costruire non mai isolato: ogni volta un nuovo atto configurante allinterno di un contesto urbano gi costruito, che porta con s la traccia di tutte le altre storie del costruire, e di tutte le storie di vita iscritte. Difatti, come tutti gli scrittori scrivono dopo, contro o secondo, tutti gli architetti si misurano con una tradizione consolidata; e anche:La lotta contro leffimero acquista cos una nuova dimensione: non pi contenuta nel singolo edificio, ma nel rapporto degli edifici tra di loro. Infatti occorre parlare anche di distruggere e di ricostruire. Non si distrutto solo per odio dei simboli di una cultura, ma anche per negligenza, per disprezzo, per misconoscimento, per sostituire qualcosa che non piaceva pi con ci che suggerisce o impone il nuovo gusto. Ma al tempo stesso si anche pietosamente ristrutturato, conservato e ricostruito, a volte in modo identico, come nellEuropa dellEst dopo le grandi distruzioni delle guerre del XX secolo penso a Dresda. Leffimero non si trova soltanto dalla parte della natura, a cui larte sovrappone la sua durezza e la sua durata, ma anche su quella della violenza della storia, e minaccia dallinterno il progetto architettonico considerato nella sua dimensione storica (P. Ricur, 1998a, p. 48; cfr. P. Ricur, 1996, vol. I, p. 69).Il costruire come risposta allabitare di per s una lotta contro leffimero: un proteggere rispondendo al bisogno dellabitare. La storicit del costruire, lintertesto cittadino, sospinge per verso una nuova dimensione di questa lotta. La costruzione della citt non mai soltanto un gesto singolo, un costruire per se stessi. , piuttosto, un costruire insieme. Costruire insieme sfonda ogni singolo progetto verso altri progetti, che sono al tempo stesso diversi e contestuali, differenti e comuni. Fa anche incontrare con una nuova dimensione delleffimero: non pi soltanto la vita minacciata che chiede riparo, bens la violenza stessa della storia. Mentre il costruire dona durezza alla durata, spazio al tempo, non mette al riparo dalla violenza della storia. Non solo da quella violenza che distrugge ci che si costruito pensiero che va in questo caso alle devastazioni belliche del Novecento, al tema della rovina architettonica in qualche modo parallela alla distruzione degli archivi della storia, della sua stessa memoria (cfr. P. Ricur, 2003, pp. 234 e sgg.; cfr. D. Hoffmann-Axthelm, in AA.VV., 1996, vol. I, pp. 56-60). Bisogna spingersi a dire che la violenza penetra lo stesso gesto architettonico fattosi storia: nella storicit del costruire non ci sar solo unarchitettura minacciata, ma pure unarchitettura che minaccia.Attraverso il tema della vulnerabilit, larchitettura e lurbanistica restituiscono anchesse il senso della fragilit dellumano e della responsabilit nei suoi confronti. Pensieri che riguardano la condizione umana come tale, da sempre aperta alla propria fragilit, o, con Jonas, la sopravvivenza stessa delluomo sulla Terra impegnato nellavventura tecnologica, e dove pure ricorrono le stesse dimensioni che strutturano la citt, il tempo e lo spazio, perch la responsabilit in et tecnologica va cos lontano quanto le nostre possibilit nello spazio e nel tempo e nelle profondit della vita (P. Ricur, 1998b).Ma la vulnerabilit non coinvolge soltanto la condizione umana e la sopravvivenza della specie umana: Si tratta anche della citt. La citt fondamentalmente in pericolo. Come stato sottolineato da Hannah Arendt, la sua sopravvivenza dipende da noi (P. Ricur, 1994b, p. 11). La citt in pericolo, la sua sopravvivenza dipende da noi. Un solo flash, unintuizione, in cui la citt viene risucchiata nel grande problema della vulnerabilit dellumano e della responsabilit precisa che ne deriva. Flash e intuizione per puntuali, che fanno affacciare sul discorso della fragilit dellumano anche questo suo essere n del tutto naturale n del tutto artificiale questo suo essere citt. Architettura e urbanistica non sono estranee n al pericolo n alla sopravvivenza della citt: alla sua fragilit, alla sua responsabilit.Innovazione, perci, tradizione, costruzione; ma anche distruzione.Architettura e ideologiaLa storicit del costruire provoca un duplice effetto sullarchitettura, e solleva pure qualche interrogativo sullequivalenza semplice tra il gesto di configurazione e il dare intelligibilit. Per un verso la consegna a un nuovo tipo di vulnerabilit, diverso da quello condiviso con tutte le cose del mondo, dalla finitudine dellessere: la citt precaria in un senso diverso, quello della distruzione e dellautodistruzione. Per un altro verso la riporta alla propria storicit, vale a dire ai mutamenti di stile che costituiscono il livello esplicito della teoria architettonica.La storia entra nellarchitettura anche nel gioco particolarmente drammatico delle contrapposizioni e delle sovrapposizioni degli stili: corrisponde al momento ludico dellintertestualit narrativa, dove avviene un lavoro di messa a distanza e di liberazione grazie al gioco tra i diversi livelli temporali derivati dalla riflessivit dellatto configurante stesso (P. Ricur, 1987, p. 104; cfr. cap. III, I giochi con il tempo, pp. 103- 165). Di questo gioco si ripropongono per anche i limiti, dal momento che lesaltazione illimitata della dimensione ludica dellarte di raccontare rischia infatti di trasformare la celebrazione del linguaggio nella suaarrogante solitudine, in un passatempo futile (P. Ricur, 1996, vol. I, cap. 68). In questo spazio che si fa dramma, in questo tempo che lacera lo spazio, il costruire entra in lotta con se stesso. Larchitettura si fa al tempo stesso dialogo e conflitto.Il carattere particolarmente drammatico del confronto degli stili deriva dal fatto che nelle teorie architettoniche si schierano due rapporti dellatto di costruire: con se stesso e le proprie pre-comprensioni, e con labitare, i suoi bisogni, e le sue aspettative. Conflitto di stili, perci, ma altres conflitto tra le diverse interpretazioni che si danno dei bisogni vitali dellabitare.Circa il rapporto con linterpretazione del bisogno, soprattutto, le scuole si distinguono e le dottrine e le pratiche entrano in competizione, quasi a rimarcare dallinterno dellarchitettura, nella discutibilit stessa dellatto configurante, la provvisoriet della vittoria sulleffimero. Formalismo e funzionalismo architettonico sembrano dividersi proprio intorno allinterpretazione dellatto del costruire quale risposta allatto dellabitare, da cui risulta pi svincolato nel primo caso e pi vincolato nel secondo. Ma in entrambi i casi il pericolo dellideologia, per Ricur, bussa alla porta.I bisogni. Formalismo e funzionalismoPer larchitettura il formalismo concettuale lequivalente dello strutturalismo linguistico: le preoccupazioni ideologiche di chi costruisce prevalgono, e anche prevaricano, le attese e i bisogni dellatto dellabitare. Ricur rivolge al formalismo architettonico la stessa accusa di autoreferenzialit gi rivolta a suo tempo allo strutturalismo linguistico, ossia di concepire il proprio atto a partire dalla propria coerenza interna: dalla visione ideale, dai valori di civilizzazione, a cui aderisce in prospettiva, e quindi in funzione del ruolo, assegnato alla propria arte, nella storia della cultura. E solo qui si fanno dei nomi, che vengono ripetuti identici nelle due varianti di Architettura e narrativit: il Bauhaus, Mies van der Rohe, Le Corbusier e i loro seguaci (P. Ricur, 1998a, p. 49; cfr. P. Ricur, 1996, vol. I, p. 70; cfr. P. Derossi, in AA.VV., 1996, vol. I, p. 14; P. Derossi, 2000, pp. 27 e sgg.).Nel testo presentato alla Triennale, in particolare, si precisa che secondo il formalismo architettonico le preoccupazioni formali che prevalgono in un certo stile o in una certa scuola devono essere accostate molto pi agli orientamenti propri delle altre arti, e pi in generale alle visioni del mondo caratteristiche dellepoca considerata, che non al valore delle attivit che gli edifici sono destinati a ospitare: prevalgono, cio, le preoccupazioni ideologiche soggiacenti allatto di costruire (P. Ricur, 1996, vol. I, p.70; cfr. P. Ricur, 1998a, p. 49).Il funzionalismo architettonico si contrappone al formalismo concettuale che trova il proprio limite nelle rappresentazioni che i teorici si fanno dei bisogni delle popolazioni. Nel prendere sul serio i bisogni dellabitare, lepoca contemporanea registra un progresso notevole, essendo passati dallarchitettura al servizio della gloria, che prende in considerazione per lo pi soltanto le esigenze di committenti privilegiati e benestanti, allarchitettura della dignit che labitare dovrebbe avere per ogni uomo di qualsiasi condizione sociale: si tratta dellistanza democratica che ha finalmente raggiunto anche il fare architettonico e la costruzione della citt.Non per questo il rischio di ideologia risulta meno grave nel funzionalismo che nel formalismo, soprattutto perch i bisogni dellabitare, pur invocati, possono diventare ostaggio delle rappresentazioni che se ne fanno i competenti cos che la speculazione e la destinazione dellarchitettura vanno in parallelo. Le grandi torri sarebbero il segno pi evidente di una simile sovrapposizione tra lattenzione ai bisogni delle persone e la rappresentazione distorta che se ne pu fare larchitettura. Magari per giustificare il proprio costruire comunque. In questottica, lattenzione ai bisogni usata alla stessa stregua di un puro pretesto, non di rado speculativo, che colloca presto il funzionalismo architettonico a un livello non meno ideologico rispetto al formalismo. Non meno strumentale. Non meno antidemocratico pur in nome della democrazia dei bisogni.Il funzionalismo architettonico reagisce allo sradicamento del formalismo, ma rischia a sua volta di radicarsi in un sostituto mentale, e talora interessato, dellabitare. Allideologia dello sradicamento si accompagna cos quella del radicamento presunto, e pretestuoso, del costruire nellabitare: presagio di un ritorno allarchitettura pura, svincolata da ogni sociologia e da ogni psicologia sociale, vale a dire da ogni ideologia (P. Ricur, 1998a, p. 49; cfr. P. Ricur, 1996, vol. I, p. 70). Per inciso, vale la pena ricordare che proprio la necessit di unindagine sui bisogni umani costituisce un punto qualificante del Progetto di una morale sociale, dove sono gi collocati nel giusto rilievo non solo i mutamenti, ma altres i possibili scarti tra bisogni umani e costruzione sociale degli stessi (P. Ricur, 1966, pp. 292-293).Formalismo e funzionalismo sono modi con cui latto di costruire si rapporta allabitare dellumano: il primo riscrivendolo idealmente, il secondo fraintendendolo materialmente. La dialettica tipica del sociale, la tensione intima della citt contesa tra ideologia e utopia (P. Ricur, 1994a), la questione stessa della democrazia attraversano anche larchitettura. Ad ogni modo, il conflitto degli stili rende assai meno lineare la risposta del costruire allabitare.Progetto e vivibilit. La rifigurazioneIl rischio di ideologia introduce unincertezza nellatto configurante, che apre alla necessit di confrontarsi con il punto da cui si era partiti, con la vita, dove il costruire e labitare si affiancano. Nel movimento ermeneutico di Ricur la prefigurazione indica labitare ingenuo, il mondo della vita, mentre la configurazione rappresenta la messa in forma architettonica dellabitare, la costruzione stessa della citt. La rifigurazione invece il momento in cui dal costruire gi costruito, dalla citt gi edificata, si torna allabitare: La possibilit di leggere e rileggere i nostri luoghi di vita a partire dal nostro modo di abitare. Si tratta adesso di rivalutare quellatto di abitare che nella prefigurazione contestuale e nella configurazione posteriore al costruire: Nella prefigurazione labitare e il costruire sono stati praticamente la stessa cosa, senza poter dire quale preceda laltro. Nella configurazione il costruire ha avuto la meglio sotto forma di progetto architettonico, al quale si potuto rimproverare uninclinazione a misconoscere i bisogni degli abitanti dei luoghi, o a proiettare questi bisogni oltre la realt. ora di parlare dellabitare come risposta o come reazione al costruire, sul modello dellatto antagonista della lettura (P. Ricur, 1998a, pp. 50-51; cfr. P. Ricur, 1996, vol. I, p. 71) dove il lettore interagisce e reagisce con il racconto scritto.Nel momento della rifigurazione riemerge con pi forza il soggetto che abita. Ancora nel testo della Triennale, Ricur intesse uno scambio suggestivo tra il mondo del testo e il testo della citt, perch cos come il lettore non recepisce soltanto il senso di una storia raccontata, ma anche il mondo proiettato dal testo, confrontato con il suo proprio mondo vissuto, allo stesso modo labitante della citt legge e confronta il testo chessa diventata grazie allatto di costruire (P. Ricur, 1996, vol. I, p. 71).Riportare il costruire allabitare si snoda tra una risposta, una replica, e un lavoro della memoria con cui il progetto che mette in forma labitare mostra altri aspetti della sua provvisoriet.La risposta e la replica: di fronte al costruire gi costruito, labitare si propone al tempo stesso come risposta e come replica che si distendono, con tutte le sfumature immaginabili, tra una ricezione passiva, subta, indifferente, fino alla ricezione ostile e corrucciata (P. Ricur, 1998a, p. 51). Se il costruire risponde allabitare, labitare risponde a sua volta al costruire perch ogni pianificatore dovrebbe essere consapevole che un abisso separa le regole della razionalit di un progetto cosa che vale daltronde per ogni politica dalle regole di ricezione di un pubblico.La rifigurazione del costruire attraverso labitare il momento degli scarti: scarto tra la razionalit di un progetto e la sua vivibilit; e scarto tra i bisogni a cui sappella il costruire e le attese congiunte a quei bisogni; scarto infine tra le politiche, urbanistiche e non, e la loro sopportabilit. Il rapporto tra architettura e democrazia molto stretto anche dal punto di vista della risposta e della replica da parte di colui che abita a ci che si costruito. A maggior ragione quando emergono gli scarti che non bisogna occultare e passare sotto silenzio. La contestazione deve essere possibile. Il disagio deve avere voce. Non va nascosto n deviato.Lo scarto tra il costruire e labitare fa di questultimo anche una replica: non un abitare qualsiasi, ma quello attento e attivo che implica una rilettura puntuale dellambiente urbano, la consapevolezza continua delle giustapposizioni di stile, e la coscienza che alledificato sono sempre incrostate storie di vita. Bisogna fare in modo che queste tracce di vita avviluppate al costruito non siano solo dei resti, bens delle testimonianze riattualizzate del passato. lopera della memoria, opera dello spazio che si fatto tempo: il rendere presente lassente che stato, cosa che pu fare solo la pietra che dura, gloria stessa dellarchitettura (P. Ricur, 1998a, p. 44).Citt come testo: la traccia e la memoriaAttraverso la permeabilit reciproca del tempo e dello spazio attraverso il tempo misto e lo spazio misto Ricur recupera lidea di luogo della memoria, diventata un po banale. La compenetrazione del tempo e dello spazio pungola a un lavoro della memoria che, con Sigmund Freud, si deve contrapporre alla ripetizione ossessiva.Il lavoro della memoria non la compulsione ripetitiva del passato, la sua riproposizione nevrotica: in questa, il passato viene annunciato e ricacciato allindietro nello stesso tempo perch, come ripetizione ossessiva, non ammette eccezioni alla sua lettura, n nel senso della pluralit n in quello dellintertestualit. La ripetizione nevrotica ribadisce compulsivamente lidentico, ossia il gi noto dallo stesso punto di vista. Su questo passato compulsivo non sar possibile nessun lavoro della memoria perch qualsiasi novit gli risulta odiosa. Anzich essere nevroticamente ripetitivo, il lavoro della memoria ricostruttivo. Nel lavoro ricostruttivo della memoria vanno insieme la cura per il passato e laccoglienza del nuovo: cura e riorganizzazione del passato per fare spazio al nuovo, curiosit nei confronti del nuovo per valorizzare il passato.La memoria non lavora nella ripetizione, ma nella ripresa e nella riproposizione. Lavora decontestualizzando per ricontestualizzare, o contestualizzando per decontestualizzare: si tratta allora di de-familiarizzare ci che familiare, e di familiarizzare il non-familiare. La lettura della citt costruita si trova cos immersa in una pluralit di interpretazioni che vanno lasciate vivere nella loro pluralit. Per questo il lavoro della memoria deve infine accompagnarsi a quello del cordoglio della comprensione totale e ammettere che nelle nostre citt vi dellinestricabile. Alternano la gloria e lumiliazione, la vita e la morte, gli eventi fondatori pi violenti e la dolcezza del vivere (P. Ricur, 1998a, p. 51).Citt, pluralismo, bene comuneIl cordoglio della comprensione totale della citt si ricongiunge pari pari con la conclusione di Tempo e racconto: dopo avere rinunciato a Hegel per limpossibilit di una sintesi finale, e quindi di una mediazione totale, sinsiste proprio sulle aporie della temporalit, che sorgono allinterno della mediazione imperfetta, dellunit plurale, dellimperscrutabilit del tempo (P. Ricur, 1988; per Hegel, pp. 310 e sgg.; conclusioni pp. 372 e sgg.). Il cordoglio della comprensione totale si riallaccia pure alle impressioni che si ricavano dal pensare il sociale in Ricur, dove labbandono di uno sguardo panoramico non equivale per nulla alladesione ingenua e passiva allordine (sociale) di ci che . Al contrario (M. Foessel, in AA.VV., 2007, p. 55).Parole assonanti sulla fine di uno sguardo totalizzante che rimbalzano anche dalla sponda etico-politica quindi, ma con un riferimento preciso alla citt e alla sua complessit. La citt appartiene infatti alleconomia della grandezza, che porta la pluralit nel cuore stesso dellesigenza di una giustificazione. La giustificazione di una realt complessa come la citt operazione a sua volta plurale.In Percorsi del riconoscimento (2004) Ricur riprende il riferimento alla citt, che viene attratta nellordine dellintima pluralit, della complessit irrisolvibile, dellimpossibilit di una sintesi delle sintesi: appartiene appunto allordine della grandezza. Anche la citt testimonia, nella sua molteplicit, a favore della pluralit del principio di accordo, della pluralit stessa del bene comune, e proprio in quanto comune, perch il bene comune legittimo ha forma plurale. Con questo, la citt non pu pi accontentarsi di essere particolare, e si inscrive nellorizzonte della partecipazione (P. Ricur, 2005, pp. 231 e sgg.). Lunit della citt un rapporto partecipativo.Dialogando con Luc Boltanski e Laurent Thvenot, Ricur interessato alla pluralit dei criteri di giustificazione, che loperazione di qualificazione delle persone relativamente al posto occupato sulla scala delle grandezze: con la giustificazione, come per il riconoscimento, in gioco la stima sociale, con cui le singole persone commisurano, infatti, limportanza delle proprie qualit relativamente alla vita dellaltro, ciascuna sulla base dei medesimi valori e dei medesimi fini (P. Ricur, 2005, pp. 228, 231). Lidea di citt presa in un senso preciso, quello appunto per il quale i regimi di azione giustificata meritano di essere chiamati citt, nella misura in cui conferiscono una sufficiente coerenza anche qui il motivo dellunit sufficiente a un ordine di transazioni umane, cos che le citt di Boltanski-Thvenot non sono ideal-types di valutazioni condivise, ma argomentazioni in situazioni di accordo e di controversia (P. Ricur, 1998b. pp. 108 e 109; in dialettica con M. Walzer, 1987).Economie della grandezza. La compromissioneI criteri di giustificazione sono plurali, e alla loro diversit corrispondono citt alternative quanto ai propri princpi di giustificazione: si tratta di sintesi diverse allinterno della citt degli uomini. Le citt sono alternative perch rivaleggiano circa il diverso criterio di grandezza a cui si affidano, cio le credenze condivise che concernono la superiorit dei valori che distinguono ciascuno dei modi di vita propri di una citt (P. Ricur, 2005, p. 238).In questo modo:Nella citt ispirata, la grandezza delle persone si avvale di una grazia, di un dono, che sono senza rapporto con il denaro, la gloria o lutilit. Nella citt dellopinione, la grandezza dipende dalla reputazione, dallopinione degli altri. Nella citt commerciale vengono negoziati beni rari, soggetti alla bramosia di tutti, mentre le persone sono unite soltanto dalla concorrenza delle brame. Nella citt domestica, che si estende a quella che Hannah Arendt chiamava lintera famiglia, regnano valori di lealt, di fedelt, di riverenza. La citt civile riposa sulla subordinazione dellinteresse proprio alla volont di tutti, che espressa dalla legge positiva. Nella citt industriale che non bisogna confondere con la citt commerciale, in cui il valore fatto dalla fissazione istantanea dei prezzi dominano le regole funzionali di lunga durata, sottoposte al principio superiore dellutilit (P. Ricur, 1998, p. 108; P. Ricur, 2005, p. 233; cfr. M. Hnaff, 2008, pp. 80 e sgg.).Si tratta di citt diverse, e assunte per di pi in unaccezione particolare, ma i riferimenti culturali che le accompagnano lasciano intravedere tutto un immaginario preciso della convivenza, anche dal punto di vista costruttivo e urbanistico: Agostino con La citt di Dio per la citt dellispirazione; Benigno Bossuet con La politica ricavata dalle stesse parole della Sacra Scrittura per la citt domestica; Jean-Jacques Rousseau con Il contratto sociale per la citt civile; Adam Smith con la Teoria dei sentimenti morali (e La ricchezza delle nazioni) per la citt commerciale; e Claude-Henri de Saint-Simon con Il sistema industriale per la citt industriale.Pluralit dei criteri e pluralit delle citt, dunque, per dire cosa? La concorrenza dei criteri, le citt rivali, lavvicinamento di citt diverse di mondi diversi permettono un confronto, una critica, una contestazione: permettono la possibilit della comprensione di un altro mondo rispetto a quello al quale si appartiene; e questa possibilit svela una nuova dimensione della persona. La pluralit delle citt apre in definitiva sul cambiamento. Avanza infine anche lidea di una citt del compromesso, che la forma che riveste il mutuo riconoscimento nelle situazioni di conflitto, o di disputa, perch la capacit al compromesso offre allora, nella citt degli uomini, laccesso privilegiato al bene comune (P. Ricur, 2005, p. 236).Dentro il pluralismo delle citt balugina la citt del compromesso, che segue linteresse per i criteri del mutuo riconoscimento. Ma introdurre il compromesso nella citt ha senso solo perch la citt in qualche modo da sempre compromessa: compromessa tra le diverse citt che, nellunica citt, convivono e sopravvivono; e compromessa perch la citt esprime da sempre una promessa comune, con le sue disattese.Anche il compromettersi una forma forse prima forma dellintertestualit della citt.4.ITINERANZA. ERRANZA. SRADICAMENTOBisogna dunque fare il cordoglio della comprensione totale e ammettere che nella lettura delle nostre citt vi qualcosa di inestricabile. PAUL RICUR, Architettura e narrativitCostruire per costruire tuttavia non basta per abitare. Una cultura del vivente deve accompagnare ci che non cresce da s.LUCE IRIGARAY, La via dellamoreCordoglio e itineranza: esequie alla comprensione totaleLa citt non si presta a letture semplici, impedisce la totalizzazione dello sguardo e allude a ununit plurale, a una mediazione sempre imperfetta che si manifesta anche nel lutto per la fine della comprensione totale, a favore dellitineranza.Il motivo dellitineranza costituisce uninclusione esplicita tra Architettura e narrativit (1996, vol. I; 1998a) e Urbanizzazione e secolarizzazione (1967) dove, osservata nel suo dinamismo accelerato, la citt pu essere descritta come un contesto di migrazione interna. Per quanto gli interessi sottolineino in questo caso la mobilit sociale della citt secolarizzata, con fenomeni quali limmigrazione o la distanza sempre pi accentuata tra i luoghi di abitazione e quelli di lavoro, il senso dellitineranza emerge nettamente: sia per il fatto che la vita nella citt assomiglia sempre pi a un viaggio molteplice e generalizzato, sia per lesigenza espressa che questa itineranza appartenga ai modi della speranza piuttosto che a quelli di un vagare senza pi ritrovarsi, di uno spaesamento, di un puro errare nella citt.Ricur fornisce anche i prototipi sociali, per cos dire, di questa itineranza nella citt: da un lato i migranti, che oscillano tra sradicamento e adattamento, e per i quali la mobilit finalmente liberante, ma al prezzo di notevoli sofferenze; dallaltro lato invece i privilegiati per i quali la mobilit assume spesso la forma del viaggio e delle vacanze. Il turista e limmigrato incarnano la mobilit accelerata di una citt itinerante. Nomadismo, in ogni caso, e sradicamento, che si leggono nella citt e sugli occhi che la guardano, ma in modo ben differente nel primo e nel secondo caso. Tutto questo movimento interno alla citt contemporanea viene gi chiamato, oltre che viaggio e itineranza, una de-familiarizzazione (P. Ricur, 1967, p. 328; cfr. pp. 335, 340; cfr. G. Simmel, 1995): proprio come in Architettura e narrativit.Cordoglio della comprensione totale, quindi, a favore dellitinerranza nella citt, come sempre scritto ma solo l, e proprio in corsivo nel suo primo apparire nella versione di Architettura e narrativit (1996) presentata alla Triennale di Milano, che sta a met strada tra lerranza e lo spirito domestico. Con litinerranza lo spazio e il tempo sono integrati luno nellaltro in quello che Bachtin aveva ben definito cronotopo. E per la terza volta si impone lidea di possibile: in che cosa un mondo (Welt) si distingue da un semplice ambiente (Umwelt), in quello che noi proiettiamo come Terra abitata nella quale potremmo dispiegare i nostri possibili pi propri? lambiente dellidentit narrativa e dellitinerranza (P. Ricur, 1996, vol. I, p. 72; per il concetto di cronotopo e M. Bachtin, cfr. E. Calvi, 1991; per il concetto di luogo-tempo, cfr. P. Nora, 1996, a cui Ricur dedica, anche in connessione con lo spazio vissuto, unampia sezione in P. Ricur, 2003, pp. 574-587, cfr. p. 578, nota 120).Nel ricordo del suo elogio dellitineranza incluso in La memoria, la storia, loblio (cfr. P. Ricur, 2003, p. 210; originale del 2000: p. 186), Ricur non ripete lespressione della Triennale di Milano. Su di essa richiamano lattenzione larchitetto Pietro Derossi, e il filosofo Pier Aldo Rovatti che commenta cos: Con lo strano vocabolo itinerranza, vengono intrecciate nella forma dellintrigo e del paradosso, lelemento dellabitare come stare e lelemento dellabitare come continuo errare (P.A. Rovatti, 2000, p. 68; cfr. P. Derossi, 2000, p. 27). Larchitettura narrativa, a sua volta, reinterpreta litineranza quale trasmigrazione delle funzioni solite e uso improprio dei luoghi, come seduzione antica del nomadismo (cfr. P. Derossi, in AA.VV., 1996, vol. II, p. 13; sullabitare viaggiando, cfr. E. Calvi, 1991).Dimorare, errare, smarrirsiIn ogni caso, litineranza nella citt evoca, e amplifica, il doppio movimento dello stare e dellandare gi osservato a proposito del corpo proprio, e della casa. Pu darsi che esso conservi unaltra memoria di Heidegger in merito allabitare che riecheggia pur sempre Costruire abitare pensare , quella che gioca tra dimorare e vagabondare, del tipo:Se consideriamo il verbo abitare in senso lato ed essenziale, allora esso denota il modo con cui i mortali adempiono al loro errare: dalla nascita alla morte, sulla terra e sotto il cielo. Ovunque sia, lerrare resta lessenza dellabitare come lo stare tra terra e cielo, tra nascita e morte, tra gioia e dolore, tra opera e parola. Se con questo molteplice tra indichiamo il mondo, esso diventa la casa inabitata dei mortali. Le singole dimore, i villaggi, le citt, sono comunque opere di architettura che radunano al di dentro e allintorno il molteplice tra. Gli edifici avvicinano la terra alluomo, quale paesaggio abitato, e pongono allo stesso tempo la vicinanza del dimorare insieme sotto la vastit del cielo (M. Heidegger, 1957, p. 13; in C. Norberg-Schulz, 1984, p. 19).Il richiamo allitineranza connesso con il cordoglio della comprensione totale porta senzaltro con s, almeno come vaga assonanza, altre istanze heideggeriane, che interpretano lesistere dellumano come un esporsi mondano che si situa allincrocio tra raccoglimento e apertura, tra dimora e movimento. Il dimorare e laprirsi non riguardano solo lalternanza di raccoglimento e di dislocazione. Dalla loro tensione sgorga infatti unetica originaria.Heidegger avverte che il termine etica vuol dire che con questo nome si pensa il soggiorno delluomo. Sempre Heidegger riprende, ricordandosi di Eraclito, una dialettica tra ci che solito e ci che insolito, perch, come dice lo stesso Eraclito: Il soggiorno (solito) per luomo lambito aperto per il presentarsi del dio (dellin-solito) (M. Heidegger, 1995, p. 93; cfr. pp. 92 e sgg.). Solito e insolito, familiare e de-familiare: la dimora delluomo come itineranza verso unalterit che non del tutto estranea.Jean-Luc Nancy replica, commentando, in questo modo: Lethos deve essere pensato come soggiorno, dove il soggiorno il ci in quanto aperto. Il soggiorno , quindi, molto pi una condotta che una dimora (oppure, dimorare innanzitutto una condotta, la condotta dellessere-ilci (J.-L. Nancy, 1996, p. 36). La dimora e lesser-ci: letica un soggiornare aperto, e il dimorare una condotta. Tutto un linguaggio andrebbe allora ripreso e forsanche rivisitato (cfr. P. Sloterdijk, 1999), per accorgersi dei fili sparsi che si annodano a ricongiungere tra di loro il dimorare e lessere vicini, labitare e laprirsi allaltro.Oppure, il cordoglio pu indirizzarsi a favore dellauspicio sollevato da Ricur con Walter Benjamin e la sua Parigi, a chiusura del testo pubblicato sulla rivista Urbanisme, di diventare i perditempo dei luoghi della memoria, i perdigiorno della citt come il flneur di Benjamin, che cerca rifugio nella folla. La folla il velo attraverso il quale la citt familiare appare al flneur come fantasmagoria (P. Ricur, 1998a, p. 51; cfr. W. Benjamin, 1995, pp. 145 e sgg.): osservatori cinici e insieme affascinati, pellegrini instancabili, della citt e della sua vita.Itineranza ancora come situazione cittadina, evocata in La memoria, la storia, loblio: situazione di quellessere che non n solo natura n solo artificiale, n solo casa n solo citt. Condizione dellumano in bilico tra litinerare e lerrare, perch la citt suscita anche passioni pi complesse che non la casa, nella misura in cui offre uno spazio di spostamento, di avvicinamento e di allontanamento. Vi ci si pu sentire smarriti, erranti, sperduti, mentre di contro i suoi spazi pubblici, le sue piazze ben denominate invitano alle commemorazioni e alle riunioni ritualizzate (P. Ricur, 2003, p. 211).Nella citt si pu passeggiare, ma ci si pu anche perdere. Litineranza rimane vicino alla possibilit dellerranza. Laugurio di Ricur rivolto agli architetti e agli urbanisti in occasione della Triennale di Milano deve quindi cambiare. Allora si trattava di un augurio di felicit: Felice larchitetto che suscita litinerranza tra le vestigia divenute testimonianze rese alle storie di vita inscritte nei luoghi della vita! (P. Ricur, 1996, vol. I, p. 72). Adesso si tratta di un augurio contrario: che il costruire e il pianificare non confondano tra loro litineranza con lerranza negativa, il vivere nella citt con lo smarrirsi: che il nomade urbano non diventi un disorientato (cfr. G.-H. de Radkowski, 2002; M. Cacciari, 2008, pp. 50 e sgg.).Di fronte alla molteplicit dei criteri di giustificazione poi molteplicit delle citt nellunica citt , il senso dellitineranza si conferma e si amplia, perch, nel confronto e nello scontro dei criteri che ispirano il riconoscimento allinterno delle diverse citt, come se la citt stessa si mettesse in movimento, come se la citt diventasse itinerante: si passeggia e ci si perde nella citt, si passeggia e ci si perde tra le diverse citt dellunica citt.Sullorlo dei precipizi. Resistenze, contestazioniLyotard mette in guardia su quanto di metafisico rimane inscritto nel progetto architettonico, quando questo equivale alla promessa/pretesa di una risposta ultimativa allangoscia ontologica dellabitare: promessa/pretesa di negazione di un resto, di un fuori, rispetto allatto stesso configurante. Di unalterit.Attraverso la corrispondenza tra il configurare narrativo e quello architettonico, Ricur dilata invece e d risalto in senso pi classico al momento progettuale quale risposta formale allabitare, che fa entrare nel ritmo del prefigurare, del configurare e del rifigurare. Solo che, come in un video incapace di tenere ferme le parole appena scritte, che cominciano a cadere e a sgretolarsi come in una pioggia di meteoriti, man mano che ci si addentra nel gesto a cui viene assegnata la responsabilit di dare forma allabitare dellumano, aumentano anche gli scarti e le fratture, le messe in discussione come se il progetto realizzato diventasse, nel suo essere abitato e al tempo stesso contestato, un testimone controvoglia del fallimento implicito fin dallinizio nella promessa/pretesa di rispondere una volta per tutte allangoscia dellabitare di cui parla Lyotard.Un abisso separa la razionalit del progetto architettonico dal vissuto dello stesso: dalla sua ricettivit. Tra prefigurare, configurare e rifigurare non passa un ordine di successione cronologica. Il costruire si radica nel mondo della vita, nellabitare che affianca fin dallinizio; ma labitare replica al costruire, forse lo mette anche sotto processo: oltre che di aspettative dellabitare nei confronti del costruire, in La memoria, la storia, loblio Ricur ritorna a parlare con ulteriore rafforzamento di resistenze e perfino di contestazioni (P. Ricur, 2003, p. 210). Altro abisso che si scopre, tra labitare della prima ora, dove le parole e la vita si vogliono anche ingenue e irriflesse, confuse quellabitare che non si distingue ancora dal costruire , e labitare che risponde e che sollecita nuovamente la costruzione. Che la discute e la contesta.Crepe dunque, incertezze, che portano in evidenza le ferite dello spazio che si fa tempo, e del tempo che si fa spazio. Ferite quasi insanabili nel rapporto tra la citt e lumano. Fratture, ancora, che lasciano in qualche misura intravedere come nel gioco ritmato del prefigurare, del configurare e del rifigurare, che si rifrangono confondendosi tra la sponda del tempo e quella dello spazio, tra la spazialit del racconto e la temporalit dei luoghi, avanzi in sofferenza, come in un calvario, proprio quel mondo della vita: un mondo che si trova tanto prima quanto dopo il costruire e che, in definitiva, non n prima n dopo se non per la sospensione dovuta a un magnifico gioco euristico capace come una spugna marina di assorbire e rilasciare percorsi sempre nuovi di lettura.Il mondo della vita attraversa tutto del racconto e tutto dellarchitettura, tutto della parola e tutto della citt. Collocandosi anzi nel punto di vista della rifigurazione, l dove il soggetto entra nella narrazione e labitare replica al costruire l dove sorgono risposte e repliche, resistenze e contestazioni , non si nemmeno pi del tutto sicuri cosa sia talora pi ingenuo e confuso, quasi banale e poco meditato: se il mondo della vita o tutti quegli atti di configurazione che tentano di metterlo in forma.Il costruire rimanda allabitare. Ma labitare discute il costruire. La vita non per forza di cose pi vita dopo il costruire, labitare non necessariamente pi degno. Abissi nellabisso: la citt che fa incontrare vulnerabilit impensate; le violenze della storia che coinvolgono la costruzione e la pianificazione della citt; le attese che non coincidono con i bisogni; la patologia urbana; litinerare, lerrare e lo smarrirsi.Lurbano e lumanoLa citt e la vita sono contestuali. Si costruisce mentre si vive e si vive mentre si costruisce: la domanda di architettura e quella di urbanistica nascono insieme, al punto che un essere naturale delluomo risulta introvabile: lumanosi lascia incontrare sempre lungo la linea di frattura e di sutura tra la natura e la cultura (P. Ricur, 1998a, pp. 45-46; cfr. P. Ricur, 1996, vol. I, p. 66).Abitare e costruire, natura e cultura: lungo la linea di frattura e di sutura si incontrano il sociale e il politico. Se si parte con la diagnostica epocale, con letica e la politica, sincontra giocoforza la citt. E se si legge la citt nel suo essere storicit e intertestualit, nuova vulnerabilit ancora, spazio di compromissione, si incontrano il sociale e il politico: lungo le ferite, sullorlo dei precipizi.Lyotard fa presente che un certo postmodernismo in architettura rischia di rimanere moderno, nonostante labbandono della fondazione ultima, perch un film che denuncia violentemente i mali che larchitettura e lurbanistica hanno prodotto relativamente alla domanda dellabitare pu certamente essere ancora modernista. Infatti, un certo postmodernismo sa che la promessa unillusione, evoca il passato moderno come un fantasma, ne fa la satira, richiede pluralismo contro luniversalismo, per il locale contro la totalit. Progetta linversione del progetto modernista. Ma progetta ancora, come il modernismo (J.-F. Lyotard, 1996, vol. I, p. 54).Vengono allora in mente altre associazioni, di solito meno frequentate, dove si invitati a riflettere fin dallinizio sul tipo di pensiero a cui si affida la messa in forma dellabitare, la costruzione stessa della citt: nella pretesa di essere la risposta intelligente allabitare mostra la brutalit del suo progetto, che sar al tempo stesso indifferente e omologante.Ledilizia fa mostra di s proprio allinizio di quella parte della Dialettica dellIlluminismo che Max Horkheimer e Theodor W. Adorno dedicano allindustria culturale, l dove si presenta una tesi sulla civilt attuale: essa conferisce a tutti i suoi prodotti unaria di somiglianza. Ledilizia si distende tra il costruire e il pianificare: centri cittadini con i palazzi monumentali che si assomigliano sempre pi in ogni parte del mondo e che rappresentano la pura razionalit priva di senso di grandi cartelli internazionali, periferie usa e getta, e progetti urbanistici che anzich preservare la libert dellumano la rinchiudono in cellule edilizie, in piccole abitazioni igieniche. Tutto questo documenta lo schema di una cultura che mette in scena la falsa identit di universale e particolare (M. Horkheimer, T.W. Adorno, 1997, pp. 122-123).Di rimbalzo, sovvengono pure, quasi tra le righe, le note di Jrgen Habermas sullo stato dellodierno stile di abitazione cittadino dove si perdono insieme tanto la sfera privata quanto quella pubblica, a cui conduce la disposizione dei blocchi abitativi da parte dellurbanistica moderna: William H. Whyte individuava nella situazione abitativa americana il prototipo di una versione civile di una vita di guarnigione. (J. Habermas, 2002, p. 182; cfr. W.H. Whyte, 1960, pp. 341 e sgg.). La citt una caserma.Il mettere in forma non neutro. Il rapporto tra labitare e il costruire davvero complesso, edificare la citt porta con s altre ragioni rispetto alle attese di una vita. Questo mondo della vita, poi, sempre contestuale alla costruzione della citt, non andrebbe anchesso precisato meglio? Non andrebbero dette altre cose circa il rapporto tra la citt e la vita, forse per presagire proprio quella citt della vita che si cerca a fatica dentro la citt di pietra, che privilegia gli aspetti fisico-formali, e la citt delle relazioni, che punta al tessuto delle attivit? (C. Bguinot, 2008, pp. 78 e sgg.). E lo spazio vissuto che anche tempo, quello spazio e quel tempo misti definiti dal nostro stesso corpo, in quanto proprio, vissuto, non si pu spingere ancora pi avanti fino a osservare il ribaltamento, a individuare lurbanit del corpo, corpi tra corpi e corpi tra cementi, corpi urbani? (T. Paquot, 2006; cfr. I. Chambers, in AA.VV., 1996, vol. I, p. 61; F. Riva, 2007, cap. I). Ma poi costruita davvero questa citt, o non ci mette sempre di fronte a unalternativa affettiva tra la corruzione di qualcosa che gi stato e lanticipazione di qualcosa che deve ancora venire? (cfr. O. Mongin, 2005; M. Hnaff, 2008).La citt sempre in eccesso, sempre al limite tra un modello di civilizzazione e la propria incivilt (J.-L. Nancy, 2011). Complessit, certo, e complessit della complessit nella citt degli uomini, cordoglio della comprensione totale, precarizzazione del comprendere, rifiuto, infine, della sintesi ma forse anche unintertestualit (e un pluralismo) differente: la stessa che non ha mai un livello troppo ingenuo o primitivo, perch coincide con il sorgere dellumano in quanto umano di fronte allaltro uomo.Abitare, coabitareLabitare allora anche gi un coabitare, cercare rifugio gi un proteggersi insieme, parlare gi un parlarsi: la citt un compromettersi. Non ancora una volta Heidegger che accenna, purtroppo senza precisare molto, alla comunit degli uomini mentre discute del costruire e dellabitare? Del costruire che propriamente un abitare, dellabitare che il modo con cui i mortali sono sulla Terra, e del costruire come abitare che si dispiega nel costruire che coltiva e coltiva ci che cresce; e nel costruire che edifica costruzioni (Heidegger, 1976-1980, pp. 98-99).Il corpo, ancora una volta, questo spazio-tempo, da subito luogo di prossimit e di cura responsabile, ma anche spazio di ogni fatica e di ogni fastidio, di molta violenza, a cui non sono estranei per la loro rilevante parte n il costruire n il pianificare urbano. Il costruire sempre costruito e mai costruito. Sempre in qualche modo da ricostruire, perch volendo costruire senza curarsi dellaltro, luomo si espropriato anche di s: Costruire per costruire tuttavia non basta per abitare. Una cultura del vivente deve accompagnare unedificazione di ci che non cresce da s (L. Irigaray, 2008, p. 97).La citt gi da sempre citt e non ancora, non del tutto, non abbastanza, citt.Lumano gi da sempre umano e non ancora, non del tutto, non abbastanza, umano.Il pensiero gi da sempre pensiero e non ancora, non del tutto, non abbastanza, pensiero.La morale gi da sempre morale e non ancora, non del tutto, non abbastanza morale: etica, citt, bene comune, socialit, contestazione, giustizia.RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICIAA.VV., Identit e differenze, Triennale di Milano XIX Esposizione Internazionale 1994, Electa, Milano, 1996, vol. I (Gli immaginari della differenza), vol. II (Il padiglione Italia. Paesi e istituzioni).AA.VV., (P. Derossi, C. De Luca, E. Tondo, a cura di) Architettura e narrativit, Unicopli, Milano, 2000.AA.VV., (C. Delacroix, F. Dosse, P. Garcia, dir.) Paul Ricur et les sciences humaines, La Dcouverte, Paris, 2007.P. Amphoux e altri, Le sens du lieu, Ousia, Bruxelles, 1996.P. Ansay, R. Schoonbrodt, Penser la ville. 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