(eBook - Ita - Narr) Sciascia, Leonardo - Lessico Pirandelliano (Doc)

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LEONARDO SCIASCIA LESSICO PIRANDELLIANO ABBA. Marta Abba. Sarebbe stata attrice di dannunziano talento se, appena esordiente, non avesse incontrato Pirandello, che castamente se ne invaghì, la elesse a interprete ideale dei suoi personaggi femminili, ne fece la «musa viva» del suo scrivere. Al momento dell'incontro, lei aveva la metà degli anni di Pirandello; ed era, agli occhi di Pirandello (non ai nostri: nel ricordo di un film in cui era Teresa Confalonieri, nell'averla più tardi incontrata appunto ad Agrigento: lineamenti duri, petulante eloquio da «musa»), bellissima. «E giovanissima e di meravigliosa bellezza. Capelli fulvi, ricciuti. Occhi verdi, lunghi, grandi e lucenti, che ora, nella passione, s'intorbidano come acqua di lago; ora, nella serenità, si fermano a guardare limpidi e dolci come un'alba lunare; ora, nella tristezza, hanno l'opacità dolente della turchese. La bocca ha spesso un atteggiamento doloroso, come se la vita le desse una sdegnosa amarezza; ma se ride, ha subito una grazia luminosa, che sembra rischiari e avvivi ogni cosa»: è didascalia di Quando si è qualcuno, commedia scritta per lei: a dichiararle amore, a spiegarle la difficoltà di quell'amore, a presentire e a legittimare, si direbbe anche ad agee volare, la ribellione di lei. «Casto» è la parola che Pirandello credeva potesse definire il suo amore e il loro rapporto. E potemmo accettarla, ma involgendovi tutto uel che di oscuro, di torbido, di « impuro » 'è sempre nelle scelte e affermazioni di ti~ ~as~ ~a. ~reatura, personaggio, attrice di inaliena~ile condizione pirandelliana: come del re o tutte le vite di coloro che con la vita di Dirandello hanno avuto a che fare. Vite di ~ittime di cui Pirandello era vittima. ALCOZER. Don Diego Alcozèr: il vecchietto esile e tossicoloso, ma di spirito epicureo ed oraziano, che ha seppellito quattro mogli, ne prende una quinta giovanissima, se ne scioglie per sposarne altra non meno giovane. Sereno ragionatore, ma notturna preda dei fantasmi delle quattro mogli. Vecchio gatto, cui si addice - per come raccomanda un proverbio che corre in provincia di Agrigento - sorcio tenero (« a gattu viecchiu, surci teniru »). Intorno a lui si muove n turno, «gajo, se non lieto» racconto pubblicato da Pirandello nel 1902, nella «biblioteca popolare» dell'editore catanese Giannotta. E ci sarebbero tante cose da dire, in ordine alle idee di Pirandello sull'umorismo, su questo racconto lungo (o romanzo breve) che viene dopo L'esclusa e precede llfu Mattia Pascal; ma ora vogliamo solo fermarci al nome - Alcozèr - come a campione dell'onomastica pirandelliana, con non minor cura trascelta di quella manzoniana: a dar senso del tempo e del luogo, a riverberarvi carattere e condizione dei personaggi. E Alcozèr si ha dapprima l'impressione sia nome trovato, nel ricordo di quel Giovanni Alcozèr, poeta siciliano di cui si hanno vaghe notizie, a dare qualche riflesso di don
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LEONARDO SCIASCIA LESSICO PIRANDELLIANOABBA. Marta Abba. Sarebbe stata attrice di dannunziano talento se, appena esordiente, non avesse incontrato Pirandello, che castamente se ne invagh, la elesse a interprete ideale dei suoi personaggi femminili, ne fece la musa viva del suo scrivere. Al momento dell'incontro, lei aveva la met degli anni di Pirandello; ed era, agli occhi di Pirandello (non ai nostri: nel ricordo di un film in cui era Teresa Confalonieri, nell'averla pi tardi incontrata appunto ad Agrigento: lineamenti duri, petulante eloquio da musa), bellissima. E giovanissima e di meravigliosa bellezza. Capelli fulvi, ricciuti. Occhi verdi, lunghi, grandi e lucenti, che ora, nella passione, s'intorbidano come acqua di lago; ora, nella serenit, si fermano a guardare limpidi e dolci come un'alba lunare; ora, nella tristezza, hanno l'opacit dolente della turchese. La bocca ha spesso un atteggiamento doloroso, come se la vita le desse una sdegnosa amarezza; ma se ride, ha subito una grazia luminosa, che sembra rischiari e avvivi ogni cosa: didascalia di Quando si qualcuno, commedia scritta per lei: a dichiararle amore, a spiegarle la difficolt di quell'amore, a presentire e a legittimare, si direbbe anche ad agee

volare, la ribellione di lei. Casto la parola che Pirandello credeva potesse definire il suo amore e il loro rapporto. E potemmo accettarla, ma involgendovi tutto uel che di oscuro, di torbido, di impuro ' sempre nelle scelte e affermazioni di ti~ ~as~ ~a. ~reatura, personaggio, attrice di inaliena~ile condizione pirandelliana: come del re o tutte le vite di coloro che con la vita di Dirandello hanno avuto a che fare. Vite di ~ittime di cui Pirandello era vittima. ALCOZER. Don Diego Alcozr: il vecchietto esile e tossicoloso, ma di spirito epicureo ed oraziano, che ha seppellito quattro mogli, ne prende una quinta giovanissima, se ne scioglie per sposarne altra non meno giovane. Sereno ragionatore, ma notturna preda dei fantasmi delle quattro mogli. Vecchio gatto, cui si addice - per come raccomanda un proverbio che corre in provincia di Agrigento - sorcio tenero ( a gattu viecchiu, surci teniru ). Intorno a lui si muove n turno, gajo, se non lieto racconto pubblicato da Pirandello nel 1902, nella biblioteca popolare dell'editore catanese Giannotta. E ci sarebbero tante cose da dire, in ordine alle idee di Pirandello sull'umorismo, su questo racconto lungo (o romanzo breve) che viene dopo L'esclusa e precede llfu Mattia Pascal; ma ora vogliamo solo fermarci al nome - Alcozr - come a campione dell'onomastica pirandelliana, con non minor cura trascelta di quella manzoniana: a dar senso del tempo e del luogo, a riverberarvi carattere e condizione dei personaggi. E Alcozr si ha dapprima l'impressione sia nome trovato, nel ricordo di quel Giovanni Alcozr, poeta siciliano di cui si hanno vaghe notizie, a dare qualche riflesso di don

giovannismo a, personaggio (e gli si accompagna il Diego per ispanizzante suggestione); impressione che si allontana, ma non svanisce, se sfogliamo l'elenco telefonico di Agrigento, e dove di A,cozr ne troviamo cinque, e uno che addirittura abita in un palazzo chiamato Mendola: nome di altro personaggio del Turno, donna Carmela Mendola: quella che si erge a teste d'accusa contro il Rav, colpevole di avere imposto a,la figlia Stellina il matrimonio con don Diego e poi pronta ad offrirgli, per le seste nozze, la propria figlia, coetanea ed amica di Stellina.

Nell'elenco telefonico di Agrigento e provincia possibile, insomma, spigolare la maggior parte dei nomi che Pirandello d ai suoi personaggi: nomi, come si detto, che quasi sempre hanno una sottile ragione. BOBBIO. Marco Saverio Bobbio, notaio a Richieri (e cio a Girgenti): quello dell'avemaria. Anche Bobbio, bench non sembri, cognome in cui ci si imbatte nell'elenco telefonico della provincia di Agrigento, della citt di Sciacca particolarmente. La novella di cui Bobbio protagonista, appunto intitolata L'avemaria di Bobbio, del 1912. La formula critica in cui Adriano Tilgher assume e riassume la visione pirandelliana del mondo - la dualit e conflitto tra la Vita e la Forma, il continuo e drammatico andare dalla Vita alla Forma e dalla Forma alla Vita - non aveva avuto ancora avvento, pur se era gi possibile estrarla dalle novelle, dai romanzi, con le parole stesse di cui Tilgher si servir per enunciarla. Ma nella novella la formula si scioglie senza residui, in trasparenza: Forma sono i princpi, che possiamo dire positivistici e massonici, che Bobbio professa indefettibilmente, non ammettendo vengano scalfiti dal dubbio; Vita - imprevedibile, incomprensibile, miracolosa anche - tutto quel che insidia e contraddice quei princpi, quella Forma, che Vi Si insinua a disgregarla. Poich a confronto del MattiaPascal, dell'Uno, nessuno e centomila e del teatro, le novelle

sono la parte meno conosciuta o pi distrattamente letta dell'opera di Pirandello, ricordiamo che Bobbio - libero pensatore, come allora si diceva: ma non al punto da esser libero dal suo cosiddetto libero pensare - viene assalito, in una giornata di domenica, in campagna, da un furioso mal di denti. Da impazzire. E corre verso la citt, a farselo estirpare, quel maledetto dente. Ma in carrozza - solo, come aveva voluto -abbandonato, sprofondato, perduto nel rombo dello spasimo atroce, mentre lungo lo stradale in salita i cavalli andavano quasi a passo nella sera sopravvenuta... Ma che era accaduto? Nello sconvolgimento della coscienza, Bobbio all'improvviso aveva provato un tremito di tenerezza angosciosa per se stesso, che soffriva, oh Dio, soffriva da non poterne pi. La carrozza passava in quel momento davanti a un rozzo tabernacolo della SS. Vergine delle Grazie, con un lanternino acceso, pendulo innanzi alla grata, e Bobbio, in quel fremito di tenerezza angosciosa, con la coscienza sconvolta, senza sapere pi quello che si facesse, aveva fissato lo sguardo lagrimoso a quel lanternino, e... "Ave Maria, piena di grazie...". Recita l'avemaria: e il mal di denti svanisce. Torna a casa leggero e ridente, ma segretamente inquieto, agitato da contrastanti sentimenti. Spiega ai familiari che il dolore passato tutt'a un tratto, da s; ma a togliersi il vago rimorso di essere un ingrato e nella paura che gli ritorni, precisa il luogo in cui il dolore gli scomparso: poco dopo il tabernacolo della Madonna delle Grazie. Ma quasi si pente di quest'ammissione - peraltro indecifrabile per gli altri - e aggiunge: Da s! . Qualche anno dopo, mentre legge il capitolo XXVII del primo libro degli Essais di Montaigne, gli avviene, e pour cause, di ripensare a quel suo caso singolarissimo, scetticamente sorridendone: ma di uno scetticismo non montaigniano, da libero pensatore piuttosto. Contro lo scetticismo di Montaigne, anzi, in quel momento. C'est folie de rapporter le vray et le faux notre suffisance diceva Montaigne: ma Bobbio si permetteva di sorridere, oltre che della sua avemaria di allora, anche di Montaigne che non avrebbe del tutto respinta l'idea che il ma, di denti gli fosse svanito per effetto di quell'avemaria. Ed ecco che si verifica un fatto incredibile, inverosimile, fantastico: un momentaneo, fulmineo accordo tra Montaigne e santa Maria delle Grazie. E avviene il primo miracolo: il dolore al dente gli torna, furioso come allora. Butta via il libro, lo riprende, passeggia nervosamente e, ghignando sfida alla Madonna delle Grazie, a Montaigne, a sant'Agostino, recita - questa volta in latino l'avemaria. Ma forse a causa del latino, il dolore non se ne va. E infatti all'invocazione oh Maria! oh Maria! che gli sgorga con voce non sua, con fervore non suo , il dolore si allontana. Ma ritorna: e Bobbio, man

dando al diavolo in cui non credeva sant'Agostino e Montaigne, corre dal dentista. Recit o non recit, durante il tragitto, senza saperlo, di nuovo, l'avemaria? : fatto sta che si trov davanti alla porta del dentista che il dolore era completamente scomparso. Ma ugualmente si fece estirpare il dente, ed era disposto a farseli strappar tutti: Non voglio pi di questi scherzi, io!. La sua suffisance - e cio, come dice Montaigne, la sciocca presunzione di disprezzare e condannare come falso quel che non ci sembra verosimile - non l'ammetteva. CRISTIANO. Il Dizionario siciliano italiano latino del gesuita Michele Del Bono (1751) registra: Cristianu. Cristiano. Homo. Per uomo semplicemente. Ma dice ben poco. Repugnava forse, al padre gesuita, andare oltre, cogliere e definire quanto poco cristianesimo sostanzialmente ed effettualmente contenesse la parola, quanto dall'afflato cristiano fosse lontana e segnasse anzi distanza, estraneit. Perch cristianu vale, quasi come sinonimo, uomo: ma uomo che non si conosce e di cui, comunque, si ignora il nome. Cristianu stato anche, fino a non molti anni fa, per le mogli, sinonimo di marito: riconoscimento di un dominio sulla famiglia, di un potere; ma distaccato, ma estraniato. Altre due voci - oltre, s'intende, a cristianisimu e a cristianamenti registra il Del Bono che col cristianesimo, ma in tutt'altro senso, hanno a che fare: cristianit , che inesattamente definisce gens christiana, paese abitato da cristiani; e cristianuni, che esattamente traduce nell'italiano uomaccione. Ma cristianit, nell'uso che ne vive in provincia di Agrigento (ed bene awertire che dal Del Bono al Traina - e di quest'ultimo Pirandello fa citazio

ne nella sua tesi di laurea - i dizionari del dialetto siciliano sono prevalentemente d'area palermitana), ha tutt'altro significato che gente cristiana e paese abitato da cristiani. Come cristianu significa generalmente uomo, persona non conosciuta, persona di cui si ignora il nome, cristianit moltitudine di persone, confusione di persone, folla. C'era 'na cristianit, per dire che c'era molta gente. Ancora in provincia di Agrigento, la parola cristianu si assottiglia e svaria in significati che o discendono da quello di persona sconosciuta o ne assumono altri pi marcatamente contrari a quello che comunemente si d alla parola cristiano in quanto s'appartiene a una religione, a una visione della vita, a un comportamento umano e sociale. E ci limitiamo a qualche esempio: quando i suoceri sono in dissapore con genero o nuora, ne danno una prima ragione d'ordine generale, prima di specificare quella particolare - col dire che sunnu figli di cristiani, sono figli di cristiani: e cio estranei alla consanguineit familiare e, per conseguenza, alle regole, alle abitudini, ai comportamenti vigenti nella famiglia vera e propria, nella famiglia di sangue; e quando in una famiglia accade qualcosa di disdicevole o di vergognoso, a rimprovero del colpevole gli altri familiari con amara ironia dicono faciemmu ridiri li cristiani!, facciamo ridere i cristiani: e cio gli altri, gli estranei, la gente - sempre considerati in disposizione di malignita, di malvagita, di godere del male altrui. Senza dubbio retaggio, queste espressioni, di una persistenza e resistenza, nel Vallo di Mazara, di una popolazione musulmana in condizione di minoranza e di fronte all'aggressivo proselitismo cristiano, nei pi che cent'anni che corrono dalla conquista normanna al regno di Federico II (il quale Federico trova una soluzione finale al problema della minoranza araba in Sicilia con la deportazione in massa). Da tale condizione vengono, molto attendibilmente, anche le espressioni farisi cristianu , si fici cristianu (farsi cristiano, si fece cristiano), che esclusivamente dicono

del miglioramento economico e sociale di una persona: dal rimpannucciarsi all'arricchirsi. Cos il dire iu lu fici cristianu (io l'ho fatto cristiano) non ha riferimento alcuno al padrinaggio battesimale, ma vuol dire di un aiuto o protezione elargiti a persona che da povera e oscura condizione ha raggiunto, grazie a quell'aiuto o protezione, posizione di agiatezza o prestigio: ed espressione che di solito contiene il rammarico di essere stati generosi, se da quella persona non si poi avuto segno di gratitudine. Possiamo ancora aggiungere, a dare pi vasto il senso non cristiano delle parole che dal cristianesimo derivano, che cristianieddru (cristianuccio), parola che sembra piena di tenerezza, ha invece durissimo significato: e cio quello di uomo d'o

nore, di uomo che sa mantenere coerenza e omert. E col cristianesimo siffattamente inteso siamo sulla soglia della mafia, se non addirittura dentro. Questa premessa - lunga nell'economia di queste note pirandelliane, troppo breve per le riflessioni cui si offre - per dire quanto drammatico e traumatico possa essere l'impatto di chi autenticamente sente e intende il cristianesimo nella sua essenza evangelica (a parte la trascendenza e la dottrina che la regge), con una realt che di fatto visceralmente lo stravolge, lo nega. E, a guardar bene, quel che accade a Pirandello, anima naturaliter cristiana che si scontra con un mondo soltanto nominalmente, per apparenza e finzione ormai inveterate e non piu come tali riconoscibili, cristiano. Perci crediamo si possa agevolmente sostituire, e con vantaggio, nel discorso di Bontempelli Pirandello o del candore, discorso che riteniamo fondamentale per una vigile lettura dell'opera pirandelliana, la parola cristianesimo alla parola candore, consistendo il candore di Pirandello nel suo essere naturalmente cristiano e nello scoprire intorno a s una realt umana refrattaria al cristianesimo nella sua essenza e che, pur nell'osservanza dei riti, delle apparenze, di fatto e quotidianamente, con intima indifferenza e cinismo, lo stravolge e maneggia. Dice Sainte-Beuve parlando di Montaigne che l'essere buoni cattolici non significa per nulla che si sia buoni cristia 20 ni. Ed ecco: se si fosse meno cattolici e pi cristiani, non si stenterebbe tanto a capire che quella di Pirandello opera profondamente cristiana. E molto potrebbe aiutarci a dispiegarla in questo senso quella parte della biografia di Gaspare Giudice che riguarda l'infanzia dello scrittore.

DON CHISCIO~E. Alla fine del secondo capitolo della seconda parte, Sancio dice a Don Chisciotte: Stanotte arrivato da Salamanca, dov'era a studiare, il figlio di Bartolomeo Carrasco, che ha preso il diploma di baccelliere; ed essendo io andato a dargli il benvenuto, mi ha detto che gi stampata la storia di vostra signoria, col titolo dell'Ingegnoso Gentiluomo Don Chisciotte della Mancia; e dice che ci sono anch'io col mio nome di Sancio Panza, e la signora Dulcinea del Toboso, con altre cose che ci sono accadute quando eravamo noi due soli, che mi sono segnato di croce dallo spavento di come lo scrittore abbia potuto fare per saperle.... Da questo punto, dice Amrico Castro nel saggio CervantesyPirandello (del 1924), i personaggi principali del Chisciotte cominciano a mostrarci la loro doppia identit di esseri reali, che vivono e vanno di qua e di l, e di figure letterarie, alla merc della seconda esistenza che a uno scrittore piaccia di conceder loro. E ancora: La letteratura moderna deve a Cervantes l'arte di stabilire interferenze tra il reale e il fantastico, tra la rappresentazione della possibilit e quella dell'effettualit. Nel suo libro per la prima volta incontriamo il personaggio che parla di s in quanto personaggio, che reclama in nome della sua esistenza a volte reale e a volte letteraria, e rivendica il proprio diritto a non essere trattato in un modo

qualsiasi. E questo il punto centrale dei Sei person~ggi, di cui tutto il resto pura conseguenza. Ma n nella prima n nella seconda edizione (accresciuta) del saggio sull'umorismo 1908, 1920 - Pirandello, che diffusamente parla del Don Chisciotte, tiene conto di questo peculiare versante del libro; dell'insieme d anzi una interpretazione non nuova e alquanto banale. Curioso fenomeno, ma spiegabile o con una lontana lettura dell'opera (accade un po' a tutti di non rileggere il Chisciotte dopo i vent'anni, di presumere di aver lo letto, e bene, una volta per tutte) o col fatto che quel che in Cervantes era gioco per lui era dramma: non riuscendo quindi a in travedere negli elementi del gioco quelli che erano gli stessi, identici elementi del dramma. Certo, altre suggestioni entrano nel rapporto di Pirandello coi personaggi; e ci ha forse impedito un richiamo a Cervantes anche ad Adriano Til~her, che pure c' andato vicino, quando dlce che della Tragedia di un personaggio e poi dei Sei, si poteva trovare motivo analogo nel romanzo Nebbia di Miguel de Unamuno, anteriore, bens, ai Sei personaggi, ma posteriore alla novella La tragedia di un personaggio : esatto richiamo per le affinit tra Pirandello e Unamuno, ma puntualizzazione cronologica inutile. C'era stato Cervantes, tre secoli prima: e ben lo seppe Unamuno, che a Don Chisciotte diede una terza vita. 22 23

EVA. Tra le opere che Pirandello concep e non scrisse, e di cui parl il figlio Stefano alla radio nel secondo anniversario della morte, c'era un Adamo ed Eva: storia, tra mitica e umoristica, d'un ricominciamento della vita umana dal nulla: di un uomo e una donna soli sulla Terra, ma non i primi abitatori di essa, bens gli ultimi, scampati a una imprevedibile catastrofe... (prevedibile, diciamo oggi, prevedibile). Inglese lui, Prestley quando sulla Terra c'era una lin gua inglese; spagnola lei, Consuelo quando sulla Terra c'era una lingua spagnola. Ora, soli sulla Terra, chiamati ad incontrarsi dalla irresistibile forza della vita, sono Prestilo e Gueli. La suggestione che ci viene dal nome di lei, ci porta a sospettare che il luogo dell'incontro poteva essere la Sicilia: e si veda - ancora - l'elenco telefonico della provincia di Agrigento: se ne pu avere l'allucinazione che da lei, ricominciato il mondo umano, abbiano preso nome i tanti Gueli che lo popolano. Da questo libro non scritto, sulla sola trama che ne racconta il figlio, Tilgher avrebbe potuto aggiungere una postilla ai suoi saggi su Pirandello: che ancora una volta, e con maggiore evidenza che altrove, lo scrittore tornava alla dualit e conflitto tra Vita e Forma (I'idea di scrivere Adamo ed Eva del 1926). Lei, Eva come la prima, a rap presentare la Vita; lui, Adamo come il pri mo, a rappresentare la Forma. Ma, per continuare il suo corso, la Vita non pu che uccidere la Forma: forse per poi ricostituirsi in essa, forse per costituirsi in altra e diversa. Comunque, la Vita lei: Eva, Gueli. Dalla parte dei figli, degli uomini nuovi. Prestilo non che il sopravvivere del vecchio mondo; delle idee, delle regole, dei pregiudizi di quel mondo che le acque hanno cancellato. E anche Prestilo, una volta assolto il compito della rigenerazione, deve esserne cancellato. Questa favola, questo mito che poi quasi si trasfonde ne La nuova colonia, non si pu dire che sfugga al pregiudizio della donna madre, della donna istinto, della sacert della donna in quanto portatrice e custodia di vita. E quando esce dal mito e guarda la donna dentro la societ, dentro la famiglia, vittima appunto di quel pregiudizio antico cui altri ne ha aggiunto l'infima borghesia ferocemente (e quella siciliana in particolare), che Pirandello diventa, come oggi si direbbe, uno scrittore femminista; e possiamo anche dire il pi femminista che la letteratura italiana annoveri. La sua trepida, dolorosa, angosciata attenzione alla condizione della donna - dalle indelebili impressioni che certamente ne ebbe nell'infanzia, nell'adolescenza: a Girgenti e nella

sua stessa famiglia - non ha incrinature, sfagli, contraddizioni. Lo scrittore sempre dalla parte di lei. Da ci, anche per un eccesso di rispetto, oltre che per un quasi schi zofrenico pudore, la sua sensualit, che a volte la si sente ribollire come un magma sotterraneo, riceve una sorta di castigo, di -nel senso pi proprio - mortificazione. FILOSOFIA. Giacomo Debenedetti, Saggi critici (nuova serie): Il disastro di chi cerca, ha detto un bello spirito, che finisce sempre col trovare. Sulla faccia esterna della sua opera, Pirandello mostrava quella che si chiama una "filosofia"; e la critica sotto, a dare una traduzione, una divulgazione letterale di quella "filosofia". Che poi non era se non un'astuzia della Provvidenza: il materiale isolante che permetteva a Pirandello di maneggiare il fuoco bianco del suo nucleo poetico e umano. 26 27

GIRGENTI. Agrigento dal 1927. Citt murata, vi si beve acqua di pozzo, dice un antico geografo arabo: e ha stabilito anche un destino. Ancora irrisolto, e in questi ultimi anni pi grave e assillante, il problema idrico; e la vecchia citt, che nel 1833 il barone Gonzalve de Nervo vedeva, dalla valle, come un bianco ventaglio di case ( c'est un effet ravissant!), ora murata dal cemento dei nuovi palazzi. Pirandello vi nacque, nella contrada Caos (i nomi sono conseguenti alle cose, ma pure le cose sono conseguenti ai nomi), il 28 giugno del 1867. Vi pass l'infanzia e l'adolescenza; da giovane, e fino ai primi anni del matrimonio, vi tornava ad ogni estate; poi pi raramente. E ad ogni ritorno la sua fantasia si inzuppava dei fatti grotteschi e pietosi che vi accadevano e che familiari ed amici gli raccontavano: e andavano a infoltire, ad affollare, quelli che nella sua memoria prepotentemente vivevano. Fino alla seconda guerra mondiale Girgenti era quella della sua infanzia, con personaggi che l'amore di s, parossistico, ipertrofico, spingeva ai confini della follia: lucidi notomizzatori dei propri sentimenti e dei propri guai, presi fino al delirio dalla passione del ragionare ancor pi che da quella per la donna e per la roba, intenti a difendere ossessivamente il loro apparire dal loro essere, di fronte agli altri e a volte di fronte a se stessi - o improwisamente vocati a scio gliersi dalle apparenze, ad eleggersi uomini soli, creature nel flusso della vita. Personaggi in cerca d'autore. Quello che Debenedetti dice il luogo delle metamorfosi in Pirandello, prima che il teatro, Girgenti.

GOJ. Goi nel dizionario del Battaglia: De nominazione con cui gli ebrei indicano tutti coloro che non appartengono al loro popolo (spesso con valore spregiativo). Vi si accompagna una sola citazione: di Riccardo Bacchelli, poich Pirandello, che prima di Bacchelli l'ha usata (e come Bacchelli tra virgolette), ne aveva rovesciato il senso. Goj, nella novella cos intitolata (1922, stando al volume in cui fu pubblicata, ma forse scritta negli anni della prima guerra mondiale), infatti - parodiando il dizionario - denominazione con cui i cristiani indicano gli ebrei. Volutamente (non pensabile che Pirandello ne ignorasse l'origine e il significato corrente), tout court pirandellianamente, la parola ha assunto il suo contrario: cristiano, di un sentire propriamente cristiano, il povero Daniele Catelli (Levi in origine) caduto per matrimonio dentro cattolicissima famiglia, vessato, disprezzato. Mio amico, tiene a dir lo: nonostante quel dispettoso ridere nella gola, inopportunamente e in un certo modo cos irritante che a molti, tante volte, viene la tentazione di tirargli uno schiaffo . Il ridere del signor Levi-Catelli, a contrassegno dell'ebreo e a senso e morale della novella, da credere provenga a Pirandel lo da Dante (un Dante con

annotazioni au tografe, di cui Pirandello si serviva per le lezioni al Magistero, pare sia stato donato a Paolo VI per l'ottantesimo compleanno), e da quel distico che Telesio Interlandi po se a exergue della rivista La difesa della razza: Uomini siate, e non pecore matte,ls che il Giudeo di voi tra voi non rida. Ma Pirandello aveva ben presente il verso che lo precede: Se mala cupidigia altro vi grida; e scrive una novella, per un personaggio sgradevole come sempre i suoi pi compassionevoli, piena di umana tenerezza.

HOTEL DES TEMPLES. Girgenti ebbe due grandi alberghi: il Gellia (quello di Anatole France, di Silvestre Bonnard), al centro della citt; I'Hotel des Temples nella campagna della valle, su una balza che permetteva la veduta dei templi e del mare. Il Gellia sopravvisse di qualche anno alla guerra del '40, ma l'Hotel des Temples ne ebbe il colpo di grazia. Pochissimo frequentato dagli italiani (si apriva infatti al primo giorno di ottobre, chiudeva all'ultimo di maggio), Pirandello lo predilesse nei suoi ritorni a Girgenti, peraltro piuttosto rari dopo la prima guerra mondiale. Certamente vagheggi di soggiornarvi negli anni dell'infanzia, dell'adolescenza: quasi come un luogo che consentisse una sufficiente estraniazione per meglio osservare, spiare, decifrare la vita di quella sua terribile citt. Il luogo amenissimo in cui sorgeva l'albergo, i meravigliosi avanzi della civilt dorica, la piaggia tutta in quel mese fiorita del bianco fiore dei mandorli, sono teatro di un apologo sulla vitalit e bellezza delle illusioni, solo sollievo allo squallore della realt: n capretto nero. Ma va anche ricordato che dall'Hotel des Temples, il 29 novembre del 1927 (per decreto del governo fascista da qualche mese Girgenti si chiamava Agrigento, ma per Pirandello era ancora e sempre Girgenti), a Silvio D'Amico, che sulla rivista Comoedia aveva pubblicato un articolo intitolato L'ideologia di Pirandello, Pirandello scriveva una risentitissima lettera: contro le interpretazioni ideologiche della sua opera e quella di Tilgher in particolare, contro il tentativo di redenzione religiosa dello stesso D'Amico, contro quel po' di considerazione masticata e di stima a denti stretti del suo glorioso paese. Io sono religiosissimo, caro Silvio: sento e penso Dio in tutto ci che penso e sento, scrive: e c' da immaginarlo allo scrittoio di quella camera d'albergo, il balcone aperto all'aria della primavera, all'effluvio delle varie fioriture, alI'esplosione dei colori, alle splendide rovine della citt dorica.

Non per le stesse ragioni di Stambur (il cui nome dice della voglia di essere stamburato), ma per il suo essere nativamente e perfettamente cristiano. INDICE. L'indice dei libri proibiti, I'Index librorum prohibitorum della chiesa cattolica. Corse voce, nell'estate del 1934, che Pirandello stesse per entrarvi. A scongiurare l'evento, Silvio D'Amico scrisse una lettera a monsignor Montini, futuro Paolo VI. Monsignor Montini rispose: Non ho tardato ad occuparmi dell'oggetto della Sua lettera e La posso assicurare ch'essa stata portata a conoscenza, con i commenti del caso, ad autorevoli persone del S. Offizio, e ho ragione di pensare ch'essa abbia portato loro con soddisfazione preziosi elementi di conoscenza e di riflessione. Anche per cotesta opera buona quindi La ringrazio sen titamente. Cos, i libri di Pirandello non entrarono tra i proibiti. Una fantasia di Antonio Baldini - scritta, credo, intorno a quell'anno racconta di un'udienza chiesta al papa dallo scrittore Stambur, ad implorarlo di far mettere all'indice il suo ultimo romanzo. Al papa, Stambur sembra matto; ma Baldini del parere che proprio matto Stambur non poteva dirsi: era siciliano, semplicemente. Poich anche Pirandello lo era, da credere non gli sarebbe dispiaciuto che alla sua opera toccasse la proibizione del Sant'Offizio.

J. Lettera che Pirandello preferiva alla i in parole come gajo e guajo (parole che non casualmente portiamo in esempio), ma anche lettera iniziale diJENNY,Jenny SchulzLander, la ragazza cautamente amata da Pirandello a Bonn. Cautamente, diciamo, poich mai, anche nell'ardore del desiderio e nella felicit di stare con lei, pens che quelI'amore potesse durare al di l del soggiorno a Bonn. E se ne faceva, s, un rimorso: ma lieve e divagato; e trovando giustificazione gretta e retorica insieme nel fatto di essere siciliano: sono dell'isola I dei briganti: serpi e sole I sole e serpi assai...; e sentendosi un po' serpe per aver lasciato la ragazza sola sola sola. A quanto pare,Jenny Schulz-Lander emigr poi in America, scrisse un libro di memorie in cui un lungo capitolo dedicato a Pirandello. Ce ne informa il Nardelli (L'uomo segreto, 1932); e aggiunge: quasi recentemente, cinque anni fa, sapendolo in America e leggendo le sue nuove nei giornali, gli scrisse che avrebbe desiderato rivederlo. Ma egli non volle. Comportamento che pu anche essere giudicato di ulteriore crudelt: dettato per, sicuramente, dal pudore di non farsi vedere vecchio e dalla volont di mantenere l'illusione di lei giovne. Il sentimento, appunto, che gli ha fatto scrivere la novella n capretto nero.

LANDI. Stefano Landi. Stefano Pirandello. In Maupassant e '?'Altro" Savinio dice: Il mio amico Stefano Landi ha scritto una commedia che si chiama Un padre ci vuole ... Stefano Landi , come tutti sanno, il figlio di Luigi Pirandello, ma perch egli abbia pre so per pseudonimo il nome dell'ultimo boia del Granduca di Toscana, questo non lo sa nessuno e tanto meno lui. La commedia di Stefano Landi un jeu subtil tra padre e figlio, nel quale un figlio fa da padre al proprio padre. Come tutti sanno: e Stefano voleva, scegliendo quello pseudonimo, che non sapessero. E pu darsi l'avesse scelto non sapendo o non ricordando che era stato il nome dell'ultimo boia del Granduca; ma pu anche darsi volesse far giustizia di quella che Savinio chiama l'invadente importanza del padre, del padre che per lui non ci voleva (il che Savinio, per discrezione, finge di non aver capito). Ma quell'invadente padre c'era. Inquieti, dunque, i loro rapporti: come del resto erano stati, per ragioni che si potrebbero dire materne, quelli di Luigi Pirandello col padre. E a momenti, a quanto pare, questi inquieti rapporti s'intramavano al pretesto - tutto siciliano - della roba; a momenti diventavano assolutamente pirandelliani. Articoli firmati dal padre si ha il fondato sospetto che siano stati scritti dal figlio: come quello, pubblicato nel 1933 dalla rivista Occidente che s'intitola Non parlo di me, pirandelliano al massimo. Il che sar stato per il padre un gioco, un divertimento; ma - a parte il movente economico - certo non per il figlio.

LUCCHESIANA. Biblioteca Lucchesiana. Nel settembre del 1889, poco prima di partire per Bonn, ancora afflitto da una endocardite che per tutta l'estate l'ha tenuto quasi al limitare della morte, per sciogliere una promessa ad Ernesto Monaci, suo maestro all'Universit di Roma, Pirandello vi si reca. E da credere non ci fosse mai stato, se tanto si meraviglia e indigna dello stato d'abbandono e di rovina in cui la trova. Scrive al Monaci: ... vidi nella penombra fresca che teneva l'ampio stanzone rettangolare, presso un tavolo polveroso, cinque preti della vicina cattedrale e tre carabinieri dell'attigua caserma in maniche di camicia, tutti intenti a divorare un'insalata di cocomeri e pomidori. Restai ammirato. I commensali stupiti levarono gli occhi dal piatto e me li confissero addosso. Evidentemente io ero per loro una bestia rara e insieme molesta. Mi appressai rispettosamente (perch no?) e domandai del bibliotecario. "Sono io" mi rispose uno degli otto, con voce afflitta dal boccone non bene inghiottito. "Io vengo a chiederle il permesso di vedere se in questa... (non dissi taverna ma biblioteca) sono dei manoscritti". "L gi, l gi, in quello scaffale in fondo" mi inter

4n ruppe la stessa voce impolpata di un nuovo boccone, e gli otto bibliotecari si rimisero a mangiare. Il bibliotecario, sappiamo da altra fonte, era uno dei cinque preti: padre Schifano, presso che illetterato. In quanto ai manoscritti, circa cento secondo Pirandello, pi di trecento secondo gli inventari, erano ridotti a tale da non poterne in alcuni casi pi far conto e copia: dopo la ricognizione fatta molti anni prima da Michele Amari, I'umidit, gli scarafaggi e i topi ne stavano facendo scempio. Pirandello ne ebbe tale impressione (che impressione ne avrebbe avuta Borges, qual favola ne avrebbe tratta?) che quindici anni dopo, nel Fu Mattia Pascal, la Lucchesiana di Girgenti diventa la biblioteca comunale di Miragno: bibliotecario don Eligio Pellegrinotto, suo aiutante Mattia Pascal. Aiutante con la funzione di dar caccia ai topi. Fui, per circa due anni, non so se pi cacciatore di topi che guardiano di libri nella biblioteca che un monsignor Boccamazza, nel 1803, volle lasciare morendo al nostro comune. E ben chiaro che questo monsignore dovette conoscer poco I'indole e le abitudini de' suoi concittadini; o forse sper che il suo lascito dovesse col tempo e con la comodit accendere nel loro animo l'amore per lo studio. Finora, ne posso rendere testimonianza, non si acceso; e questo dico in lode de' miei concittadini. Ma don Eligio Pellegrinotto non ha, come

Mattia Pascal, cos misera stima dei libri: a differenza di padre Schifano, che alla Lucchesiana convitava a vegetariane colazioni confrati e carabinieri, don Eligio nella biblioteca comunale di Miragno vuole mettere un po' d'ordine. Temo che non ne verr mai a capo dice Mattia. Veridica profezia, riguardo alla Lucchesiana; e valida fino ai giorni nostri. Ammesso che ci sia mai stato qualcuno che, come don Eligio, abbia avuto volont di mettere ordine. Il monsignor Boccamazza di Miragno era stato a Girgenti il vescovo Andrea LucchesiPalli, dei principi di Campofranco: con atto rogato il 16 ottobre del 1765, aveva donato alla citt i suoi diciottomila volumi, disponendo accuratamente che nessun vescovo suo successore potesse esercitare giurisdizione sulla biblioteca n che una qualsiasi autorit potesse impedirne l'accesso a tutti i letterati cittadini e ad ogni altro studioso. Laica, mirabile precauzione: ma essendo la vita della biblioteca legata alla rendita che il vescovo le aveva assegnata, assottigliandosi e svanendo questa, la sua sorte fu quella di una res nullius, qualcosa di simile alla vigna di Renzo. Sicch monsignor Lucchesi-Palli, statua dentro una lignea nicchia della barocca scaffalatura, per pi di un secolo stato spettatore della rovina. Ma dall'espressione del volto non pare se la sia presa, direbbe Pirandello, in malaparte: forse arrivato anche lui ad avere miser~ .ctim ~ i lihri MAJORANA. Ettore Majorana, il fisico scomparso misteriosamente nel 1938. Amava Pirandello ( prediligeva Shakespeare e Pirandello dice un suo biografo); e abbiamo ragione di credere che particolarmente amasse il Mattia Pascal. E in due lettere a Giovanni Gentile jr. - del maggio 1930 parla di Come tu mi vuoi: vedr il Come tu mi vuoi; ho veduto Come tu mi vuoi che mi molto piaciuto. La commedia dell'identit indecifrabile se non dall'amore: forse nascosta, segreta; forse dissoltasi. Al caso Bruneri-Canella, di annoso svolgimento giudiziario, Pirandello si era indubbiamente ispirato per Come tu mi vuoi (che nella versione cinematografica indimenticabili Greta Garbo ed Erich von Stroheim -si ebbe un lieto fine non proprio hollywoodiano: implicitamente suggerito dalla commedia, era peraltro il lieto fine della vicenda Bruneri-Canella). Pacifico, dunque, il rapporto tra il vero e il verosimile che Pirandello teneva ad osservare. Aveva invece aspettato lungamente che la verosimiglianza del caso di Mattia Pascal trovasse

certificazione nel vero, nella realt. L'ebbe il 27 marzo del 1920, da una cronaca del Corriere della Sera.

Majorana non ebbe quelli che Pirandello chiama scrupoli: organizz la sua sparizione vera direttamente attingendo all'inverosimile. MOSJOUKINE. Ivan Mosjoukine. Ivan Il'ic Mosjoukine: per intridere nel suo nome quello del personaggio di cui Tolstoj racconta la morte (e la racconta, inarrivabile vertice della letteratura, come esperienza vissuta). E del resto Mosjoukine, in Russia, prima della rivoluzione, era stato nel teatro Fedja Protasov, il Cadavere vivente di Tolstoj. Aveva anche fatto del cinema, in Russia: ma quando arriva in Francia che ne diventa divo, negli Anni Venti, fino all'avvento del parlato. Nel 1925, ormai famoso, il regista Marcel L'Herbier lo chiama a interpretare il Mattia Pascal di Pirandello: da Fedja Protasov a Mattia Pascal, gi si intravede la linea di un destino. Indimenticabile Mattia Pascal: nonch tutti i lettori del romanzo che hanno visto il film, forse lo stesso Pirandello non riusc pi a ricordare il suo personaggio se non con la figura, i movimenti e le espressioni di Mosjoukine. Fu poi Casanova: e ci sar una ragione se, nella nostra memoria o rileggendo il romanzo, Mattia Pascal anche Casanova: MosjoukineMattia Pascal-Casanova ( una ragione che gia sappiamo; ma non qui luogo per svolgerla: e ognuno pu sciogliersela da s, come un rebus).

Dopo questo film, la vita di Mosjoukine, gi sufficientemente pirandelliana, lo diventa del tutto. Il problema dell'identit: e angosciosamente lo eredita lo scrittore Romain Gary, suo figlio naturale. Estremo caso di pirandellismo. Fino al suicidio. NIETIA. Maria Antonietta Portulano, moglie di Luigi Pirandello. Si erano sposati a Girgenti - in chiesa e in municipio - il 27 gennaio 1894 (piccola curiosit: la bomboniera dei confetti di nozze riproduceva nel coperchio la medaglia in cui Niccol Fiorentino aveva ritratto Giovanna Tornabuoni, moglie del Magnifico: e probabilmente fu scelta dallo sposo - forse per una certa somiglianza del profilo di Antonietta a quello di Giovanna Tornabuoni, forse per una giovanile impennata di amor di s - anche se questa, ed altre spese della festa di nozze, era d'uso le sostenesse il padre della sposa). L'anno dopo, Pirandello scriveva n turno, che nel 1902 pubblicava dedicandolo a Nietta: Buona siesta, Nietta mia. E c' da credere abbia scritto il racconto in uno stato di quasi felicit, gaiamente se non lietamente ( lui a definire il racconto gajo se non lieto: e col suo Tommaseo alla mano sappiamo che l'esser gaio pu in parte procedere da educazione, ma 17esser lieto viene dalla giocondit della mente, del cuore), e con l'intenzione di dare - raccontando un fatto che forse anche lei, da Girgenti, conosceva, e ora mostrandoglielo nelle correzioni e sfaccettature della fanta 46 47

sia - gaiezza alla sua compagna e di avvicinarla, attraverso la gaiezza, al mondo in cui e di cui effettualmente lui viveva e che a lei cominciava ad apparire lontano, impenetrabile. Le aveva scritto una volta: E impossibile che tu non mi intenda, Antonietta mia, e che non mi segua per questa via nobilissima per cui la sorte volle mettermi: la via dell'Arte. Ma non era una via: era un labirinto. E lo era ancor prima che Antonietta se ne ritraesse, che - in un certo senso -se ne salvasse. Gi Balzac aveva detto: Dio preservi le donne dallo sposare un uomo che scrive dei libri. E da un uomo che scrive i libri che Pirandello ha scritto?

OLIVO. C' un olivo saraceno, grande, in mezzo alla scena: con cui ho risolto tutto. Pirandello stava per morire, e si sentiva morire. Nella stessa giornata, ultima del suo involontario soggiorno sulla terra, si era fatto portare il registro che si usa mettere in portineria perch amici e conoscenti delI'illustre estinto firmino la loro visita: e lo aveva firmato, ad aprire la lista dei visitatori. Pirandello che partecipava al lutto per la morte di Pirandello: dolente scherzo che potremmo dire spiritistico . Parlava dei Giganti della montagna (sorridendo, dice il figlio), I'opera sua che sarebbe rimasta incompiuta. Ne parlava al figlio Stefano, che tutto sapeva del padre e che negli ultimi anni era vissuto in tal simbiosi con lui da scrivere sussurrano gli esperti - articoli che a qualche giornale o rivista venivano mandati (e pubblicati) con la firma di Luigi Pirandello: scherzo assolutamente pirandelliano, ma appunto agli esperti ne lasciamo la verifica e catalogazione. Alludendo all'incompiuta commedia, e portando a comico parossismo questo scherzo di cui forse c'era gi il sospetto, Achille Campanile, subito dopo la morte di Pirandello, scrisse una gustosa commediola: forse pensando anche

allo Shaw della Prima commedia di Fanny. Una commediola che a Pirandello non sarebbe dispiaciuta. C' un olivo saraceno, grande, in mezzo alla scena: con cui ho risolto tutto. Tutto: Igiganti della montagna, la sua opera, la sua vita. Non era soltanto un particolare di fatto, come annota il figlio, una soluzione scenica per quella commedia che non avrebbe completata: era una soluzione di significato, di catarsi, che definiva e concludeva l'intera sua opera, I'intera sua vita L'olivo saraceno a simbolo di un luogo, a simbolo della sua memoria, della Memoria. Potremmo anche dire: di Mnemosine che a tutte le Muse madre e a quella di Pirandello particolarmente; di una Mnemosine che in quel luogo di metamorfosi si trasformata in olivo: terragna, profondamente radicata, liberamente stormente ora ai venti acri che vengono dalla zolfara ora a quelli salmastri (anche di sale comico) che vengono dalla marina. I dizionari della lingua italiana non annoverano l'olivo saraceno, e nemmeno quelli che ne riferiscono le particolari e regionali denominazioni (e dispiace non trovarlo nel grande dizionario del siciliano Salvatore Battaglia). Eppure l'olivo saraceno ha, per cos dire, tutte le carte in regola: lo si trova in Pirandello, in Quasimodo e in tanti altri scrittori siciliani, oltre che in descrizioni e classificazioni botaniche. E quell'olivo dal tronco contorto, attorcigliato, di oscure crepe; come torturato, e par quasi di sentirne il gemito. Annoso, antico: e Sl crede siano stati appunto i saraceni a piantarlo, ad affoltirne la valle tra l'Agrigento di oggi e il mare: precisamente quel luogo che prende nome dall'antica citt che vi sepolta, la Civita (e Sl veda la descrizione, e spiegazione del nome, che Pirandello ne fa nel Turno). E superfluo, e sarebbe maldestro, insistere sulla definitivit di questa immagine rispetto alla vita e all'opera di Pirandello. Affiorando nell'estremo giorno della sua vita, a conclusione dei Giganti della montagna, in questa immagine si realizzava una lontana profezia di Tilgher (in una lettera, credo inedita, del 1923): Non mi stupirei che il Suo teatro fosse un passaggio verso una lirica essenziale, e che il circolo della Sua carriera si chiudesse tornando al principio, cio alla poesia. Intendeva alla poesia in versi: ma possiamo oggi devolverla, questa profezia, all'essenza e al mito della poesia che I giganti della montagna rappresentano.

PASCAL. Mattia Pascal. Una delle poche cose, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal . Una certezza soltanto anagrafica, un'identit spiaccicata come larva tra i fogli di un registro. Per il resto - di s, del suo esistere -Mattia Pascal avrebbe potuto dire (e in effetti lo dice, in diluizione, per tutto il libro): Io non so n perch venni al mondo n come, n cosa sia il mondo, n cosa io stesso mi sia. E s'io corro

ad investigarlo, mi ritorno confuso d'una ignoranza sempre pi spaventosa. Non so cosa sia il mio corpo, i miei sensi, I'anima mia; e questa stessa parte di me che pensa ci ch'io scrivo, e che medita sopra di tutto e sopra se stessa, non pu conoscersi mai. Invano io tento misurare con la mente questi immensi spazi dell'universo che mi circondano. Mi trovo come attaccato in un piccolo angolo di uno spazio incomprensibile, senza sapere perch sono collocato piuttosto qui che altrove; o perc~ questo breve tempo della mia esistenza sia assegnato piuttosto a questo momento dell'eternit, che a tutti quelli che precedevano, e che seguiranno. Io non vedo da tutte le parti altro che infinit le quali mi assorbono come un atomo. E un pensiero di Blaise Pascal: e lo diamo, non senza motivo, quasi a segnare un grado di avvicinamento a Pirandello, nell'esattissima traduzione di Ugo Foscolo (che se ne appropri, un vero e proprio plagio, incorporandolo in una sua lettera al conte Giovio). E viene legittimo il sospetto che la suggestione pi o meno vicina di questo pensiero del sublime misantropo (e misantropo anche Pirandello certamente lo era) abbia suggerito quel solenne cognome che umoristicamente, come a rovesciarlo, come a dargli immediato riflesso del contrario, si accompagna al nome Mattia. Poich i Mattia sono in Sicilia i Matteo (e abbiamo visto quanto l'onomastica siciliana, e dialettale, presente nell'opera pirandelliana), ma pi Pirandello avr pensato alla mattia: follia blanda, ghiribizzante, a lume lombrosiano definita allora (vedi Carducci) una specie di momentanea vacanza consentita alla genialit, a controparte e a sollievo dell'abitudine al forte e greve pensare. E insomma: la mattia come atto o stato di liberazione. E si pensi alla novella Quand'ero matto...: ricordo di una perduta felicit; la felicit di una follia innocua, leggera, coltivata, di s consapevole e appagata. Quasi un lusso: e a Fausto Bandini, protagonista della novella, la consentivano la ricchezza e la giovinezza; a Mattia Pascal le casuali circostanze dell'essere stato dato per morto e della vincita a Montecarlo. In quanto a Pirandello lettore di Pascal, e

di segreta affezione, possiamo avanzarne il sospetto, e non senza qualche indizio: pare ci fosse, tra i suoi libri, un Pascal postillato ai margini; come certamente c'era un Montaigne, scrittore che ben conosceva ed evidentemente amava. L'attuale consistenza della biblioteca di Pirandello fa pensare a un rimasuglio e che, lui vivo, familiari ed amici largamente vi attingessero e la disperdessero. Invincibilmente, comunque, certi momenti della sua opera, certe fenditure da cui guarda gli abissi cosmici, certi - diremmo oggi - buchi neri, ci richiamano a Pascal. Uno scrittore italiano mi raccont qualche anno fa che una volta, da giovane, sentendo Pirandello parlare di Dio, scherzosamente e con una punta di irrisione (da giovane ogni uomo che pensa crede di essere ateo), si lasci sfuggire un dunque, maestro, lei crede in Dio!; e Pirandello, torvamente: s, perch nemico dell'uomo. Questa idea dell'inimicizia di Dio per l'uomo ha un che di giansenista, di pascaliano. La Grazia imperscrutabilmente e ab aeterno elargita ai pochissimi, gratuitamente appunto non conferma di tale inimicizia? E si potrebbe anche risalire ad Arnobio, alI'Arnobio di quell'altro siciliano - Concetto Marchesi - che dichiar fede allo stalinismo forse per il sentimento stesso per cui Pirandello dichiar fede al fascismo: per misantropia, per pessimismo, per dispetto e disprezzo. PSICOANALISI. Michel David, La psicoanalisi nella cultura italiana: Ho parlato di Pirandello, e potrei parlare di Proust come caso esemplare. Tutti e due rappresentano in arte una cultura scientifica ben databile e notevole. Il loro interesse alla psicologia, alla psicopatologia, alla medicina, poteva s avere certe radici autobiografiche precise (I'asma, il padre clinico per Proust; la moglie pazza per Pirandello), ma era anche quello di un'intera cultura. E d'altra parte, il contenuto stesso delle loro conoscenze scientifiche era indubbiamente in ritardo rispetto agli sviluppi contemporanei delle scienze antropologiche.

Un proverbio siciliano dice: cu scanza ura scanza priculu. Alla lettera: chi scansa l'ora scansa il pericolo; e vuol significare che a chi non puntuale, a chi arriva in ritardo a un appuntamento, a una partenza, a volte accade di scampare a un qualche agguato o disastro. Da ci l'impuntualit dei siciliani, i loro ritardi: e forse scansano qualche pericolo, tanti altri per creandosene. Ma nel caso di Pirandello il proverbio di splendente verit: I'aver scansato l'ora di Freud stato un bel colpo di fortuna.

QUALCUNO. Quando si qualcuno: rappresentazione in tre atti, 1933. Era gi la fama mondiale, I'anno dopo avrebbe avuto il Nobel. L'idea della commedia in questo appunto: Satira della fama. Un uomo celebre non pu pi vivere la propria vita come gli pare e piace; ma bisogna che la viva secondo il concetto che gli altri si sono fatti di lui e su cui riposa la sua fama, schiavo dunque della forma ch'egli si data e in cui gli altri lo riconoscono; guaj se vien meno ad essa, guaj se si lascia vincere da una tentazione. Cos egli diviene alla fine statua di se stesso. Prigioniero di s, forma non pi disgregabile nell'imprevedibile flusso della vita. Un monumento (e i monumenti sparsi nelle citt gli davano un certo disagio, un certo accoramento: come si vede dalla proposta al municipio di Roma - firmata Paul Post, nel 1896 - di farli almeno spazzolare). Ma uscire dal qualcuno, quando qualcuno si , non operazione che possa farsi senza smarrirsi, senza vacillare. Pirandello ne fece prova un giorno, di uscire dal qualcuno: ma non ce la fece, torn anzi a rifugiarvisi. Ce lo racconta Renato Simoni (e avrebbe potuto essere una delle novelle per un anno ): di quella gita a Besozzo, nel Varesino, dove la famiglia Bertuletti festosamente li attendeva. Ma durante il viaggio Pirandello propone a Simoni un gioco: di dire ai Bertuletti, che aspettano Pirandello, che Simoni aveva voluto far loro uno scherzo, facendosi accompagnare non da Pirandello, ma da uno che gli somigliava. Simoni stette al gioco, e forse anche i Bertuletti. Ma fu Pirandello che ne ebbe tanto disagio, tanta inquietudine, che a un certo punto, improvvisamente, egli si dichiar Pirandello; e con tanta preoccupazione di non essere creduto che trasse di tasca alcune lettere direttegli, e le mostr . Esempio, questo aneddoto, dell'aporema esistenziale in cui la vita di Pirandello, in tutt'uno con l'opera, si dibattuta. Si pu dire, comunque, che in Pirandello il qualcuno pronome di s e che il qualcuno che ride, nella novella pubblicata dal Corriere della Sera, il 7 novembre 1934, proprio lui, Luigi Pirandello. E ride - sua contraddizione non di un momento, ma di una vita - del fascismo. La prima risata sul fascismo della letteratura italiana nel ventennio. Verr poi, pi lun ga e circostanziata, quella di Vitalianc Brancati.

RENSI. Giuseppe Rensi. Scriveva nel 1939: ... sono stato il primo enunciatore di quella filosofia dell'irrazionalismo che posteriormente ha avuto tante espressioni negli altri paesi e a cui gli eventi politici dell'et nostra hanno dato e danno una cos luminosa conferma da farmi quasi credere d'aver avuto d'essa et una precorritrice intuizione; quella filosofia dell'irrazionali smo che, con la sua tesi fondamentale che non esiste una ragione una e che la ragione non giova quindi a dirimere e decidere le divergenze, dunque veramente la filosofia dell'epoca: e lo anche perch del dolore, anzi della disperazione di quest'epoca nostra la ripercussione filosofica. Ed singolare che proprio nell'Italia di oggi questa situazione psichica dell'epoca abbia avuto due manifestazioni, indipendenti una dall'altra. Nel campo filosofico la mia, e in quello dell'arte il teatro di Pirandello. Poich questo non altro che la mia filosofia portata con grandissimo ingegno drammatico sulla scena (con che, si capisce, non intendo nemmeno lontanamente dire che Pirandello, il quale non lesse certo nessuno dei miei libri, abbia attinto la sua nota fondamentale da me). La cosa cos evidente e innegabile che verrebbe universalmente riconosciuta e proclamata, se, a mio riguardo, circostanze che non hanno nulla a che fare con la valutazione del pensiero, non stessero ad impedirlo. E la cosa davvero evidente e innegabile, se proprio si vuole collegare Pirandello a una

filosofia; n si pu dire che sia stato il fascismo - come Rensi si illudeva - a impedire che venisse riconosciuta. La pigrizia intellettuale, piuttosto; e una sorta di provincialismo per cui il far richiamo alla filosofia di Georg Simmel si credeva meglio giocasse ad alzare il livello e a dar risonanza al discorso critico su Pirandello.

SERRA. Renato Serra. Alla fine del 1913, disegnando una carta panoramica dell'attivit letteraria in Italia, dopo aver parlato per un paio di pagine di Luciano Zuccoli, liquidava in dieci righe un buon gruppo di narratori, come in una istantanea che insieme li avesse colti ad una riunione conviviale: Dopo aver parlato molto di lui (cio di Zuccoli), ci possiamo quasi dispensare di dir degli altri: che si trovano sullo stesso piano, con meno qualit e pi difetti. Andare a cercare certe piccole differenze di maniera, di garbo e di abilit, sarebbe inutile: quel che conta in Ojetti e in Trsah, nella Prosperi e nella Guglielminetti, nella Drigo e in Pirandello, in Bontempelli, in Bracco e in Brocchi, in Pastonchi e in Cecconi e in Palmieri e in Palmarini, e nella Deledda e in Beltramelli, e in Sfinge e in Neera e in Iolanda, il tipo; e di quello si detto abbastanza. Poco pi avanti, sembra avere un ripensamento su Pirandello: lo estrae da quella specie di democrazia ottica in cui lo aveva intruppato, gli dedica un momento di attenzione; ma come per assicurarsi che da quella esecuzione in massa non l'avesse scampata: C', per esempio, un'intenzione di realismo pi penetrante nel Pirandello, con una ricerca di particolari umili duri e silenziosamente veri, che dovrebbero far scoppiare i contrasti della piet e dell'umorismo: ma quella ricerca e quella precisione proprio ci che pesa di pi nelle sue pagine, che gli d quella particolare ingratitudine delle fatiche accurate e un po' sciupate: il suo bozzetto val pi della novella; e la novella molto meglio del romanzo. Che cosa poi fossero i bozzetti di Pirandello, non riusciamo a capire: forse intendeva le novelle pi brevi. Alla fine del 1913, Pirandello aveva pubblicato - in gran parte sul Corriere della Sera e poi quasi tutte raccolte in otto volumi -centotrentacinque novelle; i romanzi L'esclusa, n turno, Ilfu Mattia Pascal, Suo marito, I vecchi e i giovani; il saggio sull'umorismo. Ai fini della formulazione di un giudizio critico intelligente, meditato, sicuro, I'opera sua offriva gi una compiuta articolazione e definizione. Ma Serra non se ne accorgeva; e figuriamoci gli altri, Croce principalmente incluso. E le novelle specialmente (e si poteva anche fare richiamo, ma con molta cautela, a quelle di Capuana) avrebbero dovuto dare pi che un awiso sulla novit e forza dello scrittore: e basta gettare l'occhio sull'elenco cronologico che ne fa il Lo Vecchio-Musti nell'appendice bibliografica al volume Saggi, poesie e scritti varii. E non che si voglia qui affermare che le novelle siano meglio del romanzo. Savinio diceva: Si tentato di sostenere la superiorit di

Pirandello novelliere su Pirandello drammaturgo. Scappatoie! . E sono dawero scappatoie, considerando che prima si era tentato di sostenere la superiorit del Pirandello bozzettista sul Pirandello novelliere, del Pirandello novelliere sul Pirandello romanziere. Scappatoie di chi vuol misconoscerne l'intera grandezza, e a cui si ricorre non per volont o malafede, spesso, ma per il disagio, I'inquietudine, I'ossessione la disperazione a volte - che l'opera di Pi randello comunica. SICILIA. Nel suo saggio sul Mastro-don Gesualdo, ad un certo punto Lawrence dice dei siciliani: E presi uno per uno, gli uomini hanno qualcosa della noncuranza ardita dei greci. E quando stanno insieme come cittadini che diventano gretti. Giudizio acutissimo (e a gretti si pu anche sostituire micidiali), che di fatto Pirandello condivide e discioglie in gran parte dell'opera sua. Ma come ogni siciliano che vede gli strumenti di giudizio, che egli stesso ha offerto,

adoperati senza rispetto e cautela, in accusa irreversibile, Pirandello portato a difendere la Sicilia, i siciliani, ogni volta che li sente offesi anche se allusivamente o vagamente - dal pregiudizio. Nel 1932, Emilio Cecchi, che dirigeva la Cines, ebbe idea di trarre un film da,la novella di Pirandello Lontano. Gliene scrive, ma cautamente facendogli presente l'inconveniente, I'inconvenienza, che ne deriverebbe: il centro della vicenda risultando quello di un conflitto (che il film avrebbe reso pi evidente) tra una civilt energica e libera, qual quella norvegese da cui viene il protagonista, e un ambiente ristretto e meschino qual quello siciliano assegnatogli dalla sorte. E Pirandello: Tutt'a,tro! Non era, n poteva

essere nelle mie intenzioni, di rappresentar barbara o di civilt inferiore la Sicilia. Altra vita, altro sangue, altra natura, altri costumi, altri bisogni, altra sensibilit, altri sentimenti. E tutto qui. Gi, tutto qui: ancora. SPIRITI. SPIRITISMO. Luigi Capuana credeva negli spiriti, partecipava a sedute spiritiche, fotografava ectoplasmi, scriveva sullo spiritismo articoli e libri. Due libri: il primo, intitolato Spiritismo?, nel 1884; il secondo, Mondo occulto, nel 1896. Tra il primo e il secondo, ogni dubbio era svanito: Capuana credeva ormai fermamente e accordava totale fiducia alle prodigiose doti di medium della signora Eusapia Paladino. Della credenza di Capuana, Pirandello ebbe certo suggestione; suggestione che veniva a sommuovere tutte quelle cose, pi o meno spaventose, che degli spiriti aveva sentito raccontare nell'infanzia. Girgenti e i paesi vicini (in assenza, direbbe Chesterton, del soprannaturale lieto) erano popolati di spiriti - e ancora negli anni della mia infanzia: anime del purgatorio che chiedevano riscatto di preghiere, messe e opere buone ai familiari; implacati fantasmi di morti ammazzati che chiedevano vendette o si vendicavano; spiriti di donne - per antonomasia chiamate le donne: e si tenga presente che soltanto in questo caso e per le figure delle carte da gioco si usa la parola donna nel dialetto: a far sostantivo del donna che precede il nome delle donne di

rango - che, forse per essere state in vita negate alla maternit, si dedicavano a cambiar posto alle culle dei neonati e a produrre nei loro capelli un male detto appunto treccia di donna. Ma c'erano anche spiritelli scherzosi, aerei, fatti di vento, chiamati signureddri, piccole signore, poich proprio nelle case in cui erano vissute venivano di notte a signoreggiare: come le quattro defunte mogli di don Diego Alcozr. Lasciando da canto quella parte dell'opera di Pirandello in cui entrano esplicitamente elementi spiritistici, ci importa di pi notare la meno evidente ma notevole suggestione che spiriti e spiritismo esercitarono sulla fantasia dello scrittore e sulle riflessioni dello scrittore riguardo ad essa fantasia. E si pu ancora partire da Capuana: che gi nella prefazione alle fiabe diceva del suo vivere coi personaggi della fantasia come non aveva mai creduto potesse accadere a chi convinto che la realt sia il vero regno dell'arte; e in Spiritismo?, dicendo della incoscienza sui generis da cui non di rado sgorga l'opera d'arte, poneva come spiccatissima I'analogia tra le produzioni che ne risultano e le comunicazioni spiritiche. Del 1911 la novella La tragedia di un personag~io: di un personaggio che vive una vita - il caso di dire - nell'aldil di quella che un mediocre scrittore gli ha dato, e che a Pirandello chiede un risarcimento, un rifacimento. Dell'agosto-settembre 1915 sono 66

i due Colloqui coi personaggi: e il secondo con la madre, ombra solo da ieri (donna Caterina Ricci-Gramitto era morta non molti giorni prima: e si spiega anche col soggiorno a Girgenti per il luttuoso evento la pubblicazione dei Colloqui sul Giornale di Sicilia, quasi a modo di necrologio). E da questo punto ormai chiaro che i personaggi di Pirandello sono anche pensionati della memoria, sono anche ombre, sono anche spiriti; e si potrebbe anche dire che sono, in rispondenza al sentire popolare, anime del purgatorio che allo scrittore chiedono riscatto. E sono molti i luoghi, nelI'opera di Pirandello, cui possiamo riferirci a dimostrazione della somiglianza tra fantasia e comunicazioni spiritiche: ma si pensi soprattutto ai Sei personaggi, alla loro apparizione, all'apparizione di madama Pace; e alla giusta soluzione scenica che se ne diede alla prima rappresentazione parigina, facendoli ascendere dal profondo, dagli inferi. 67

TEATRO. Cominciando, si era fermato su due ignote parole; nessuno, nell'ambito delI'Islam, aveva la pi piccola idea di quel che volessero dire. Le parole sono tragedia e commedia: e Borges immagina lo smarrimento di Averro quando, traducendo la Poetica di Aristotele, vi si imbatte. Come poteva penetrare il significato di quelle due parole, se tutto l'Islam non aveva nozione del teatro? Cos - come ancora nell'Islam di cui Girgenti era parte - Pirandello il teatro lo inventa. Dir Pitoeff: Il teatro era in lui, egli era il teatro. TILGHER. Adriano Tilgher. L arte del Pirandello arte di ozio e di divertimento, senza contenuto profondo, senza seriet morale, senza interessamento vivo allo spirito e ai suoi problemi. Gli sciocchi possono scambiare per profondit il sorriso ironico di Pirandello sui suoi personaggi, ma chi ha buon gusto non si lascia ingannare...: cos Adriano Tilgher, luglio 1916, liquidava la commedia Pensaci, Giacomino! e il suo autore. Ma qualche anno dopo, parlando della stessa commedia: mai la relativit delle costruzioni umane, I'esistenza di un diritto e di una ragione che di fronte al comune diritto e alla comune ragione appaiono, e debbono apparire, assurdo e follia, era stata sostenuta con violenza pi acerba, pi aperta, pi lucidamente logica. Il suo giudizio su Pirandello era radicalmente mutato: I'opera dello scrittore gli era ad un certo punto apparsa - gli anni della guerra e l'avvento di filosofie irrazionalistiche promuovendo l'apparizione - come il realizzarsi in fantasmi d'arte dell'inquieta filosofia che andava costruendo, non lontana da quella di un Georg Simmel e, in Italia, di un Giuseppe Rensi. Da questa conversione nasce un caso che 68 1 69

si pu assumere e rappresentare in termini drammatici e propriamente pirandelliani: un rapporto tra un autore e un suo critico riducibile alla stessa formula critica che il critico aveva inventato per definire in sintesi il mondo dell'autore: la formula della dualit e conflitto tra la Vita e la Forma, della Forma che raggela e condanna a morte la Vita, della Vita che disgrega la Forma per rifluire libera e imprevedibile: un processo continuo, una incessante dialettica di opposti. Ma la formula finiva con l'esser Forma, col raggelare in Forma lo scorrere della Vita in uno scrittore vivo ed attivo. Tilgher aveva trovato il suo scrittore; ma il pericolo era che Pirandello credesse di aver trovato il suo critico. Pericolo che ad un certo punto strinse e angosci Pirandello, che come l'incauto augel che si ritrova I in ragna o in visco aver dato di petto, I quanto pi batte l'ale e pi si prova I di disbrigar, pi vi si lega stretto, tentando di discuterla, di correggerla o addirittura di ricusarla, finiva con l'introvertirsela, col renderla attuale e operante, col

darne netto, inequivocabile essemplo in certe opere (e pensiamo soprattutto a Diana e la Tuda): che si potevano senz'altro considerare come un pi stretto legarsi alla visione del critico e, in definitiva, un rendergli di fatto omaggio al tempo stesso che scontrosamente e irritatamente dichiarava di esserne lontano. Ma, per la verit, I'irritazione non era esclusivamente rivolta a Tilgher: veniva anche dal fatto che Tilgher, definendo in termini filosofici il mondo pirandelliano, finiva col dar ragione al Croce, che appunto intravedendovi una mezza filosofia, respingeva l'opera di Pirandello nel limbo della non poesia: e Tilgher, anticrociano, non si accorgeva che il suo giudizio - e peraltro, interamente, la sua estetica - in effetti portava acqua al mulino di Croce, agevolmente permettendogli di macinare anche Pirandello. Estetica vaticinante e demiurgica, quella di Tilgher, riguardo al rapporto tra lo scrittore e il critico: Il critico, dunque, pone o propone all'artista dei problemi da risolvere. Meglio: si attende dall'artista che li risolva, e, attendendolo, glieli espone. Glieli espone perch la Vita li ha posti a lui ed egli crede che debba porli e li abbia posti all'artista degno di questo nome. Quei problemi non sono, dunque, esteriori all'intimit dell'autore come il tema del maestro lo all'intimit del discepolo. Essi sono posti o imE~osti dalla Vita stessa all'autore e al critico. E la Vita stessa che nell'uno e nelI'altro li pone a se medesima, che nell'uno e nell'altro si atteggia come problema. L'artista non ha certo bisogno di aspettare che il critico glieli formuli, quei problemi, per conoscerli: se un vero artista li sperimenta e se li formula da s. Ci non esclude che un critico acuto possa illuminare un autore in cerca di se stesso su quello che il suo vero problema e contribuire a precisargliene i termini, chiarendogli ci che confuso e

inespresso gli si agita dentro, suscitando e sprigionando le energie latenti in lui ... Il critico non l'uccello di Minerva che spiega le ali a sera quando il lavoro della giornata finito e la gente andata a letto; il gabbiano che vola sulle ali del vento e annuncia la tempesta che sale all'orizzonte. Ma aggiungeva: Non si nega il pericolo inSito nella critica COSl compresa: che, cioe, possa cristallizzarsi in formule precise e in base a queste esaltare o stroncare. Ma quali cose umane non sono esposte al pericolo della degenerazione? I critici dei critici vi porranno rimedio. Ma questo, che peraltro riguardava il critico stesso, non era il maggior pericolo. Ce n'erano ben altri: e di quello che aduggiava l'autore fatto oggetto di una simile attenzione critica, Tilgher si accorse pi tardi; ma non si accorse mai del pericolo che, coi sistemi politici che andavano prendendo piede in Europa e di cui il fascismo era primo e rilevante esempio, un dittatore potesse costituirsi in critico, arrogarsene il ruolo, al vertice e infallibilmente. Chi pi e meglio di un dittatore poteva credersi in confidenza con la Vita, in grado di cogliere i problemi posti dalla Vita, di formularli, di proporli e imporli all'artista? E a dire che Tilgher aveva di fronte Mussolini, il fascismo: di cui era sconfitto oppositore. Ma a volte appunto la sconfitta che genera inavvertite simpatie verso il vincitore, inconsci rapporti speculari. E bisogna dire che gi, in questo senso, era sospetta la parola Vita esaltata dalla maiuscola. Del pericolo che aduggi Pirandello, Tilgher, come abbiamo detto, si accorse pi tardi: nel 1928, ma ne fece piena dichiarazione nel 1940. Pirandello era un grandissimo scrittore ed io un modestissimo critico, tuttavia io avevo la pretesa di valere per me e non pel riflesso che della gloria di Pirandello potesse cadere su me. Perci non intervenni mai per protestare o correggere o rettificare le infinite volte in cui si stamp o si disse o si fece dire a Pirandello che egli non accettava l'interpretazione che io avevo dato della sua opera, la rifiutava, la rinnegava. Qui, mi limito a constatare che, qualunque cosa Pirandello pensasse della mia interpretazione, un fatto che nelle innumerevoli conferenze con cui preludiava alla recita delle sue opere e nelle sue opere stesse successive alla pubblicazione del mio saggio, egli espose la sua intuizione della vita e del mondo con le stesse precise parole eformule del mio saggio. Si dica quel che si vuole: un fatto che senza quel mio saggio Pirandello non sarebbe mai giunto a tanta chiarezza sul suo mondo interiore; un fatto che senza quel mio saggio, Pirandello non avrebbe mai scritto Diana e

la Tuda. Ma dopo questo innocente sfogo permesso alla mia vanit, sono il primo a riconoscere, e l'ho gi riconosciuto nella terza edizione dei miei Studi sul teatro contemporaneo del 1928 che per Pirandello sarebbe stato molto me

glio che quel mio saggio egli non lo avesse mai letto. Non mai troppo bene per un autore acquistare coscienza troppo chiara di quello che il suo mondo interiore. Ora, quel mio saggio fissava in termini cos chiari e (almeno a tutt'oggi) cos definitivi il mondo pirandelliano, che Pirandello dov sentircisi come imprigionato dentro, donde le sue proteste di essere un artista e non un filosofo (e chi aveva mai detto altrimenti? io mi ero limitato a dire che per capire la sua arte bisognava rendersi conto esatto della sua intuizione della vita e del mondo, della suafilosofia) e i suoi tentativi di evasione. Ma pi cercava di evadere dalle caselle critiche in cui io lo avevo collocato e pi ci si serrava dentro. Duello drammatico cui io assistevo in silenzio e da lontano, astenendomi dal vederlo, dal frequentarlo, dal parlargli, dal parlarne, dallo scrivergli e (dopo il 1928) dallo scriverne. Rispettavo cos il giusto orgoglio del grande scrittore senza rinnegare di un punto le mie convinzioni di critico. Non esatta l'affermazione che Pirandello, nelle opere e nei discorsi successivi al saggio di Tilgher, abbia parlato della propria visione della vita con le stesse precise parole e formule. Fece di peggio: tent di sostituire al termine Vita il termine Movimento: ingenuamente confessando, cos, la suggestione esercitata dal critico e la difficolt a liberarsene. Ma da sospettare che in altro maldestro modo abbia tentato di liberarsene: politicamente collocandosi su una sponda opposta, clamorosamente dichiarando la sua adesione al fascismo. E non che qui si voglia dire che questa sia stata, in consapevolezza, una ragione dell'adesione di Pirandello al fascismo: tanti altri intendimenti e risentimenti ve lo portavano, e principalmente quell'antiparlamentarismo a sufficienza dispiegato ne I vecchi e i giovani. E poi, anche lo stare dalla parte della Vita, che lo stesso Tilgher gli aveva assegnato: e in quel momento all'intelligenza italiana (anche a non voler parlare di D'Annunzio) la vita sembrava confluisse nella sola Forma del fascismo. Con qualche eccezione, s'intende: a volte magari, al momento e da vicino, alquanto incomprensibile. Come quella di Tilgher agli occhi di Pirandello, che in una lettera che presumiamo sia stata l'ultima che gli abbia scritto (non datata), dopo averne lodato l'altissimo ingegno e l'esemplare dirittura del carattere, gli rivolge questa specie di perorazione: Un uomo come Voi, mio caro Tilgher, non pu e non deve rimanere escluso dalla vita nazionale: Voi che intendete tutto cos profondamente, non potete non intendere le necessit storiche che hanno condotto l'Italia al presente stato di cose, ancora in penoso e forzoso rivolgimento, per tante e tante ragioni che molti s'ostinano a non voler capire, ma che Voi certo da un pezzo avete capito benissimo. E inutile che io Vi dica che sono e sar tutto per Voi,

per quanto io possa. Ed inutile che da parte nostra si dica che quest'ultima frase una offerta di mediazione, nell'eventuale conversione di Tilgher al fascismo. In effetti, lo stesso punto di vista di Borgese nei riguardi di Croce, ma in Borgese mosso da un netto antifascismo e da un'altrettanto netta avversione a Croce: che l'antifascismo crociano era una incoerenza. L'avversione di Pirandello a Tilgher era meno netta e meno maliziosa: perci il suo stupirsi che Tilgher sia tra gli ostinati a non voler capire la necessit storica del fascismo; e gli parla, poi, da uomo che ha capito, non come Borgese da uomo che aveva capito e recisamente aveva rifiutato. Che poi Pirandello non avesse capito, altro discorso: e da fare. Intanto da dire che con l'antiparlamentarismo - senz'altro matrice del fascismo, ma non sufficiente a spiegarlo interamente e internamente - non abbiamo l'intera e interna ragione dell'adesione di Pirandello al fascismo. Intanto da dire che questa adesione esplode dopo il delitto Matteotti e nel momento in cui il regime appare vacillante. Pirandello, insomma, si esponeva a un rischio. Il fascismo - si

legge nella biografia del Nardelli, pubblicata nel 1932 - attraversava una tragica ora; un tempo di defezioni e di fuggi fuggi. Fu proprio allora che Pirandello si iscrisse al partito. Un voler essere diverso, uno scatto d'umore, un puntiglio. Da siciliano. Con a monte, s'intende, una simpatia qual quella 76 dichiarata al Crmieux nel 1934: Si scritto qualche volta che sono stato uno dei precursori del fascismo. Nella misura in cui il fascismo stato il rifiuto di tanta dottrina preconcetta, volont di adeguarsi alla realt, di modificare la propria azione nella misura in cui la stessa realt si modifica, io credo si possa dire che ne sono stato uno dei precursori.... Su Il mondo, che era il giornale d'opposizione al fascismo in cui Tilgher scriveva, il 25 settembre del 1924 usc un corsivo intitolato Un uomo volgare che fu attribuito al direttore, Giovanni Amendola (ma pare lo avesse scritto Alberto Cianca); e vi si dava una spiegazione, per sua parte volgare, dell'adesione di Pirandello al fascismo: che aspirava, Pirandello, a essere nominato senatore; ma non essendo stato incluso tra i recentemente nominati, avesse mascherato la propria delusione e mostrato indifferenza e disinteresse tributando fede al fascismo. Spiegazione contorta e improbabile, di estrema malignit. E aggiungeva, l'anonimo corsivista: E cos questo povero autore, che peregrin per venti anni in cerca di fama -come uno dei suoi personaggi... in cerca d'autore - e che finalmente trov il suo autore e l'inventore della sua pi generosa valutazione non troppo lontano dal bersaglio odierno dei suoi strali.... Il bersaglio: I'opposizione. L'autore e inventore della pi generosa valutazione: Adriano Tilgher. Ne nasce una polemica, cui Tilgher interviene

qualche giorno dopo affermando cosa evi dentemente non vera: che l'attacco del Mondo era diretto non al Pirandello scrittore, ma al Pirandello uomo di parte. Pirandello non interviene se non con una secca dichiarazione: Chi mi conosce sa che non sono un uomo volgare. La polemica continua, cresce, finisce con l'inscriversi nei termini, per cos dire, di esasperato tilgherismo del rapporto autore-critico; e cos viene riassunta da un foglio umoristico: D'altro non si discute e si discorre, I per ogni dubbio torre, I su chi mai nacque prima: I se Tilgher (uovo) o Pirandel (gallina) . Ancora due anni dopo, sulla rivista Humor Tilgher pubblicava anonimamente una velenosissima nota contro Pirandello. Cominciava: L'ultima tragedia di Luigi Pirandello, Diana e la Tuda, rappresentava la lotta della Forma con la Vita, con sconfitta della Forma (Sirio) presa alla gola dalla Vita (Giuncano) e strangolata. Sappiamo che l'illustre scrittore ha sul telaio altre tragedie: in una la Forma che strangola la Vita; in un'altra Forma e Vita si strangolano a vicenda; in una terza Forma, Vita e Autore sono strangolati dal pubblico, ecc. ecc.; e fino a questo punto siamo nello scherzo. Ma poi la nota si fa acre, rancorosa, accusatoria. E volgare. Ma forse valse a sciogliere del tutto Pirandello dalla suggestione che su una parte della sua opera il critico aveva innegabilmente esercitato. TOZZI. Federigo Tozzi. Sul romanzo Con gli occhi chiusi di Tozzi, Pirandello pubblicava un articolo nel 1919: di fervido consenso, di acute notazioni (tra le altre: Si direbbe naturalismo: ma non neanche questo; perch qui tutto, invece, atto e movimento lirico...). L'anno prima, Tozzi aveva pubblicato un saggio su Pirandello. Ma leggendo le due cose - e soprattutto conoscendo i due scrittori - evidente che non si trattato di uno scambio di affabile attenzione, di superficiale estimazione e simpatia: i due non potevano non amarsi in quel che scrivevano; e di questo amore si pu anche trovare radice in quel che l'uno e l'altro in quegli anni scrissero di Verga. Federigo Tozzi stato il primo in Italia a riconoscere in Pirandello il grande scrittore. Bisognerebbe leggere (o rileggere) il saggio interamente; ma ci limitiamo qui a darne un passo di straordinaria intelligenza, di quell'intelligenza che soltanto uno scrittore capace di esercitare su un altro

scrittore quando lo ama olo detesta: Si ha quasi il senso di questa prosa che sembra attraventata con forza; una prosa che fascia le sue tenerezze con le proposte pi ruvide che si possano immaginare; fatta con di

spetti interiori e nobili; con dispetti dolorosi o frenetici; una prosa che ha bisogno continuamente di andare innanzi compiacendosi di tutto ci che scopre da dire. Molte volte sembra che non sia sufficiente a reggere tutta la forza che c' dentro: e allora si sente quasi invisibile; con ogni parola che dimentica se stessa per appartenere pi volentieri al significato totale di tutta la novella. Non ci sono parole che ci fanno attendere, o che esigono un rispetto di per se stesse. Esistono solo perch non se ne pu fare a meno. E lo stile continuamente in bala di tutti gli scatti, di tutte le giocondit e le tristezze, di questa inquietudine che si convince di essere indispensabile. Non una prosa che prende vita dalle parole, ma sono le parole che prendono vita da quel che dentro. Le parole sono raschiate, assottigliate, rese quasi imponderabili; adoperate senza nessun riguardo; messe l magari costringendole a fatiche inattese; ma hanno un taglio che non sbagliano mai; sono parole leali; hanno umilt rabbiose e anche cattiverie intelligenti. Il Pirandello non le adopera come le trova nel vocabolario; egli le mette un poco di traverso perch anch'esse, con questa positura, prendano parte al significato di tutta la prosa. Qualche volta sembrano impiccolite, perch debbono stare troppo fitte; tanto c' bisogno di compattezza intima. Ma si sente che esse, nel lavoro, diventano tutte d'una stessa razza; e non sarebbe pi possi 80 bile confonderle con quelle di altri.... E considerando che ancora l'opera di Pirandello non era esplosa nel teatro, di singolare anticipazione il giudizio conclusivo: che Pirandello s' venuto completando in una presenza d'arte viva e conforme ad una legge nuova, non conosciuta da nessuno prima che egli la inventasse.

UDIENZA. E mia vecchia abitudine dare udienza, ogni domenica mattina, ai personaggi delle mie future novelle... Non so perch, di solito accorre a queste mie udienze la gente pi scontenta del mondo... Io ascolto tutti con sopportazione... Sopportazione, buona grazia, s; ma essere gabbato non mi piace. E voglio penetrare in fondo al loro animo con lunga e sottile indagine. Udienza la fase dibattimentale di un processo: I'ascoltare, da parte di un giudice, gli imputati, le parti offese, i testimoni, gli avvocati; e ne risulta poi la sentenza. Ma il chiedere udienza, il chiedere ascolto, anche istanza di giudizio, a chi sta in alto, sui propri bisogni: per vivere, per sopravvivere. Dall'udienza, dall'ascoltare, dal capire dal sapere ascoltare, dal saper capire - il sentimento popolare aspetta giustizia o misericordia, giustizia e misericordia insieme. Ci sono le udienze dei tribunali e ci sono le udienze della Madonna dell'Udienza, le sentenze giuste dei tribunali e quelle misericordiose della Madonna (particolarmente diffuso in due paesi della provincia di Agrigento, Sambuca e Menfi, il culto della Madonna dell'Udienza: e viene dalla leggenda, dice il Pitr, che Maria, ogni anno, do 82 po la Pasqua, si recava sul Monte Carmelo, ne' Luoghi Santi per ascoltare i bisogni de' fedeli). E ci sono le udienze dello scrittore, ogni domenica mattina, dalle otto alle tredici. Erano, nei paesi, il giorno e le ore delle udienze della cosiddetta Conciliazione, in cui un giudice di nomina, non di professione, risolveva le piccole controversie. Quel giorno e quelle ore Pirandello, forse inawertitamente balenandogli la parola conciliazione, e il senso, li adotta per dare udienza ai suoi personaggi: per conciliarli,

nell'arte, a se stessi: con giustizia spietata e insieme con grande misericordia.

VERITA. Saru Argentu, inteso Tarar (soprannome non raro, in provincia di Agrigento: e chi sa da quale profondo e oscuro lessico affiora, e che significato avesse), aveva ucciso la moglie, che lo tradiva col cavaliere Fiorica, dandole d'accetta. Delitto d'onore: e il processo sarebbe andato per le spicce, con la condanna a un paio d'anni di carcere, se Tarar non avesse dichiarato ai giudici che della tresca della moglie col cavaliere Fiorica lui sapeva da tempo, ma poteva far finta di non sapere fin quando a qualcuno non fosse venuto l'uzzolo di rivelargliela. Gliela rivel, clamorosamente, la moglie del Fiorica: e Tarar si sent allora in dovere, per l'occhio del mondo, di uccidere. Questa la verit, signor presidente. E in grazia della verit, cos candidamente confessata, Tarar fu condannato a tredici anni di reclusione. Da delitto d'onore, che sarebbe stato considerato nella menzogna, a delitto premeditato (ma concesse, evidentemente, le attenuanti), qual apparve in luce di verit. La novella, intitolata La verit, trov poi articolazione teatrale: n berretto a sonagli. Al posto del rozzo e candido Tarar, ne divenne protagonista Ciampa, che con decorose e decorative sottigliezze da scrivano (lo era presso il cavaliere Fiorica) riesce a sottrarsi al dovere di uccidere e a ricostituire il gioco delle apparenze, della menzogna. Comunque, dalla novella e dalla commedia vien fuori che ci sono delle verit - frantumi, come di specchio, di una ignota verit che, una volta scoperte o incautamente confessate, possono avere echi imprevedibili e molteplici, effetti liberatori o micidiali: e sono le verit che rovesciano o disgregano le apparenze, le menzogne convenzionali. (E non gratuitamente stiamo ricordando Le menzogne convenzionali di Max Nordau, libro che ebbe vasta e durevole diffusione nell'anarchismo e socialismo italiano e che certamente impression il giovane Pirandello; tanta vasta e durevole, la diffusione, che in provincia ancora se ne coglievano echi negli Anni Trenta).

VESTIRE GLI IGNUDI. E stato pi volte raccontato che Pirandello bambino un giorno usc di casa vestito domenicalmente di un abito da marinaretto, appena appena estratto fuori dal pacco portato da Palermo; e torn dalla passeggiata seminudo, perch aveva rivestito del suo abito un bimbo che aveva visto coperto di cenci. Questo precetto di misericordia corporale della Chiesa cattolica, la cui pratica gli fu allora rimproverata (il cristianesimo!), divenne poi anche precetto di misericordia morale, spirituale: manifestamente, e con dolorosa ironia, nella commedia che appunto s'intitola Vestire gli ignudi. WAGON-RESTAURANT. La novella L abito nuovo ho stentato a ritrovarla, nella vecchia edizione in due volumi delle novelle per un anno, perch nella mia memoria aveva preso quest'altro titolo: Wagon-restaurant, che invece la battuta di Crispucci che la conclude. La figlia domanda: Hai cenato, pap? . E Crispucci con una smorfia nuova di riso e una nuova voce rispose: Wagonrestaurant. Pi che l'abito nuovo, questa nuova parola, pronunciata con nuova voce e nuova smorfia, a dire che Crispucci ha accettato l'eredit della moglie ed deciso a godersela. Crispucci uno e due. Il Crispucci uno che dolorosamente si sentiva insozzato da quell'eredit che gli veniva dalla moglie che quattordici anni prima lo aveva abbandonato e - presumibilmente bella e ricca di temperamento, certamente e comprensibilmente soffocando di noia accanto a Crispucci - se ne era fuggita a fare la sciantosa e la mantenuta d'alto rango. E il Crispucci due che, partendo quasi deciso a rinunciare all'eredit, invece se ne invaghisce (e trascorre a sfondo della novella, pur senza essere esplicitamente evocata, un'aura liberty: dalle vesti e dai gioielli della defunta al wagon-restaurant appunto). 87

Giustificherebbe dunque, riguardo al titolo, lo sfaglio della mia memoria. Da questa novella, nel 1937, Eduardo De Filippo trasse i tre atti della omonima commedia: scenario di Luigi Pirandello concertato e dialogato in dialetto napoletano da Eduardo De Filippo. Non sappiamo qual misura abbia avuto, al di l della novella, la collaborazione di Pirandello. Nella nota che Savinio dedic allo spettacolo, si d a De Filippo la lode che l'assenza della mano di Pirandello non si avverte nel dialogo; espressione che pu suonare un po' ambigua, ma poich Savinio ambiguo non era, ed ebbe grande anche se distante ammirazione per Pirandello, vuole semplicemente dire di un dialogo assolutamente pirandelliano. Ma la nota di Savinio va soprattutto ricordata per l'affinit che scopre tra siciliani e russi, tra Pirandello e Dostoevskij. Profonda affinit dice. Il modo diverso con cui russi e siciliani reagiscono alla cornificazione, sembra contraddire alla mia tesi. Ma in verit non contraddice affatto. Il romanticismo e l'animismo dei russi, nei siciliani largamente compensato da un innato sentimento cosmico. Ora che conta, davanti a questi tesori dell'abisso umano, un poco pi o un poco meno di gelosia? Senza dire che le reazioni di Michele Crispucci rivelano una strana aria di famiglia col masochismo tra patetico e grottesco di Pavel Pavlovic: l'eterno marito... Altra differenza tra russi e siciliani: la r ~ Pn7i~n~o necessaria ai primi, ignota ai secondi. Dal fondo delle galere siberiane, i personaggi di Dostoevskij volano direttamente in Paradiso. Ai personaggi di Pirandello, queste capacit aviatorie mancano. Pi tardi, quando con la Nuova colonia e soprattutto coi Giganti della montagna il mondo di Pirandello ci avr rivelato tutti i suoi segreti, questi personaggi neri e dai movimenti di automi avranno modo, se lo desiderano, di passare in un "altro mondo", il quale per non somiglia affatto a un ospizio per anime redente... . Poche pagine la critica su Pirandello ha delI'acutezza di questa che Savinio dedica alI'Abito nuovo e di quell'altra, di due settimane prima, dedicata ai Giganti. E appunto in tale nota, del 12 giugno 1937, che Savinio dice una cosa tanto estremamente sensata da apparire paradossale: che, fino a quel momento, sulla fama di Pirandello si era pronunciata per lo pi gente poco attendibile .

ZOLFO. Nel 1889 un consigliere delegato della prefettura di Girgenti scriveva ad un suo amico una lunga lettera sulle glorie passate e le condizioni presenti della citt: una piccola guida, attenta, fervida. Gustosamente la stamp dieci anni dopo il tipografo Francesco Montes, cui si debbono altre nitide edizioni di storie e curiosit locali. Dell'industria zolfifera in provincia, I'opuscolo d queste essenziali notizie: La ricchezza della provincia negli anni scorsi derivava dalle miniere di solfo. Alla fine del 1886 ve n'erano 271 in esercizio, delle quali 155 furono chiuse pel rinvilio del prezzo del minerale. Il solfo si vendeva a lire 12 il quintale, e i minatori guadagnavano dalle 6 alle 8 lire al giorno. Causa la cos detta crisi economica che affligge la Sicilia e l'Italia, e l'abbondanza del minerale, il solfo costa oggi lire 4,80 il quintale, e gli operai per non morire di fame si contentano della mercede giornaliera di lire 1,50. Nel 1888 dal porto di Porto Empedocle furono esportate cantara di solfo 1.847.350 (un cantaro corrisponde a chilogrammi 79,342) la pi parte in Inghilterra, in Francia ed in America. La diminuzione del prezzo del minerale e delle mercedi si riverberata su tutti gli abitanti della citt e della provincia, che ne hanno risentito e ne risentono grave disagio . Il 1889 l'anno in cui Pirandello va a Bonn. Comincia, per la famiglia, il disagio; ma non ancora la rovina. Questa viene, per don Stefano Pirandello, nel 1903: e ingoia anche la dote di Antonietta Portulano - settantamila lire che imprevidentemente il figlio aveva lasciato da amministrare al padre. Imprevidente fu sempre lo sfruttamento delle zolfare: e si diceva a rapina

perch soltanto si badava ad estrarre quanto pi minerale era possibile, senza preoccuparsi dell'avvenire della zolfara stessa e, ancor meno, della sicurezza degli operai. Una triplice imprevidenza, dunque: del figlio che lascia nelle mani del padre le settantamila lire che potevano assicurargli una rendita; di don Stefano che investe il suo e altrui denaro nel rimodernare gli impianti della zolfara; di uno sfruttamento della zolfara con la vecchia e nefasta regola della rapina (che, a pensarci bene, stata regola del modo di essere siciliano: aristocrazia, burgisia, imprenditorialit, mafia; e da ci la rapidit dei ricambi e l'impossibilit di un assestamento all'interno di ciascuna categoria). Per cui, quando dal crollo di una parete l'acqua irrompe ad allagare la zolfara, una famiglia che quietamente viveva a Roma di un magro stipendio e di un non lauto assegno che mensilmente arrivava da Girgenti, venuto a mancare l'asse~no ecco che cade

nel bisogno, nell'angoscia del bisogno che tre bambini - il pi grande di otto anni rendono quotidiana, continua. Angoscia che si somma ad altre fino a quel momento segrete, rimosse: e Antonietta Portulano vi si smarrisce. La roba, la sua roba, era rifugio, sicurezza, identit: come per lungo ordine d'anni e di sentimenti nella sua famiglia - e in ogni famiglia pari alla sua si era abituati a concepirla. Ma a parte l'incidenza che la crisi delle zolfare e l'allagamento di quella d'Aragona ebbero nella vita di Luigi Pirandello e della sua famiglia, un pi intrinseco rapporto si intravede - e meriterebbe lungo e attento studio - tra la zolfara e l'awento dello scrittore in quel vasto altipiano che va da Girgenti a Castrogiovanni (da Agrigento ad Enna). Senza l'avventura della zolfara non ci sarebbe stata l'avventura dello scrivere, del raccontare: per Pirandello, Alessio Di Giovanni, Rosso di San Secondo, Nino Savarese, Francesco Lanza. E per noi.

Opere pubblicate in questa collana: 1. Hermann Hesse, Il pellegrinaggio in Oriente (15aediz.) 2. Marcel Granet, La teligione dei Cinesi (3aediz.) 3 . Robert Musil Sulle teorie di Mach (3 a ediz. ) 4. James Bosweli, VUita a Rowseau e a Voltaire (2aediz.) 5. Freud-Groddeck, Carteggio (4aediz.) 6. Nyogen Senzaki - Paul Reps, 101 storieZen (18aediz.) 7. Gertrude Stein, Picasso (4aediz.) 8. Pierre Klossowski, Le dame romane (3aediz.) 9. Konrad Lorenz, E l'uomo incontr il cane (20aediz.) 10. Rainer Maria Rilke, Ewald Tragy (3aediz.) I l . Friedrich Nietzsche, Sull'utilit e il danno della storia per la uita (8a ediz.) 12. Angus Wilson e Philippe Jullian, Per chi suona la cloche (2 a ediz . ) 13. Elias Canetti, Potere e sopravDiDenza (4aediz.) 14. Konrad Lorenz, Gli otto peccati capitali della nostra ciDilt

(15aediz.) 15. Lorenzo Magalotti, Relazione della China 16. Miguel Len-Portilla, 11 roDescio della Conquista (3aediz.) 17 . Knut Hamsun, Fame (2 a ediz.) 18. La Bibbia del Belli (2aediz.) 19. Georges Dumzil, Gli di dei Germani (4aediz.) 20. Joseph Roth, La leggenda del santo beDitore (20aediz.) 21. Friedrich Nietzsche, Sull'aDDenire delle nostre scuole (3aediz.) 22. Il Fisiologo (2aediz.) 23.