Corso di Linguistica Generale - Lessico

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Lessico in Linguistica Generale Basile, Thornton et. al. riassunto

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Il Lessico, in “Linguistica Generale” di Basile, Thornton et. al. – Riassunto a cura di Enzo Santilli Corso di Linguistica Generale – Università degli Studi dell’Aquila. Info: [email protected] Pag. 1

Sommario 1. Cos’è il lessico ............................................................................................................................................ 2

2. La formazione dei lessemi ......................................................................................................................... 2

2.1 Le regole di formazione dei lessemi .................................................................................................. 2

2.1.2 Composizione ................................................................................................................................... 2

2.1.3 Derivazione ....................................................................................................................................... 3

2.1.4 Raddoppiamento .............................................................................................................................. 4

2.1.5 Conversione ...................................................................................................................................... 4

2.1.6 Parasintesi ........................................................................................................................................ 4

2.1.7 Retroformazione ............................................................................................................................... 4

2.1.8 Riduzione .......................................................................................................................................... 4

2.1.9 Sottrazione ....................................................................................................................................... 4

2.1.10 Parole macedonia ........................................................................................................................... 5

2.1.11 Uscita delle RFL, categorie derivazionali e rappresentazioni grafiche dei lessemi e delle RFL ...... 5

2.2 Restrizioni sulle RFL ........................................................................................................................... 5

2.3 Produttività delle RFL ........................................................................................................................ 7

2.3.1 Altri meccanismi di arricchimento del lessico ........................................................................... 7

3. Semantica lessicale: rapporti sintagmatici e rapporti paradigmatici ........................................................ 8

3.1 Rapporti semantici paradigmatici ...................................................................................................... 8

3.1.1 La sinonimia ............................................................................................................................... 9

3.1.2 Le relazioni di opposizione ........................................................................................................ 9

3.1.3 La relazione gerarchica di iponimia/iperonimia ...................................................................... 10

3.1.4 La meronimia ........................................................................................................................... 10

3.2 Rapporti lessicali sintagmatici ......................................................................................................... 10

3.2.1 Le collocazioni .......................................................................................................................... 11

3.2.2 Le restrizioni di selezione ........................................................................................................ 11

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LESSICO

1. Cos’è il lessico Il lessico è l’insieme dei lessemi appartenenti ad una lingua, è quindi diverso dal vocabolario che è l’insieme dei lessemi conosciuti da un singolo parlante o utilizzati in un singolo contesto. L’insieme di tutti i vocabolari da vita al lessico, ed ogni singolo parlante, pur se dotato di un vasto vocabolario, non può avere conoscenza dell’intero lessico della sua lingua. Il dizionario è invece la rappresentazione grafica dei lessemi di una lingua, qui chiamati forma di citazione, che comunque non può racchiudere tutti i lessemi di data lingua in quanto se ne formano sempre di nuovi.

In ogni lingua sono presenti numerosi omonimi, cioè lessemi che hanno stessa forma ma diverso significato che possono essere poi omografi se uguali solo graficamente (ancora sostantivo e ancora avverbio), omofoni se identici nella pronuncia (right e rite per l’inglese).

2. La formazione dei lessemi Sono molteplici i metodi per formare nuovi lessemi che, alla loro prima apparizione, vengono detti neologismi.

2.1 Le regole di formazione dei lessemi La capacità di produrre e comprendere nuovi lessemi è spiegata ipotizzando che i parlanti abbiano a disposizione delle regole di formazione dei lessemi o RFL. Ogni qualvolta si vuole applicare una RFL si deve partire da una base, cioè il tipo di lessema cui la regola dà luogo.

2.1.2 Composizione Il primo modo per formare nuovi lessemi è quello della composizione, e si attua semplicemente unendo due lessemi esistenti. Caposquadra, apripista, buttafuori, cassaforte, altopiano, cassapanca, pesce spada, abat-jour, pousse-café, blackbird, redskin, earthquake, hand-made sono solo degli esempi. La composizione può poi essere di tipo neoclassica quando per comporre il nuovo lessema vengono utilizzate entità provenienti dalle lingue classiche (latino, greco) che non potrebbero occorrere da sole in un contesto ed avere senso. Se è infatti vero che elementi come CARDIO- e NEFRO- hanno dato origine a lessemi come CARDIOLOGIA e NEFROPATIA è anche vero che non sentiremo mai dire *mi fa male un nefro o *ho intenzione di fare una visita al cardio.

2.1.2.1 Parole polirematiche Un po’ a metà strada fra composti nativi ed elementi neoclassici si dispongono le parole polirematiche. Si tratta di unità lessicali formate da più parole, che hanno la struttura di un sintagma ma un significato diverso da quello delle singole parole di cui sono composte. Due

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esempi comuni sono vuotare il sacco e sedia a rotelle. La formazione di lessemi polirematici riguarda tutte le parti del discorso:

- Quella più numerosa è quella dei nomi: la già citata sedia a rotelle, poi luna di miele. - Ma ne esistono anche di aggettivali: acqua e sapone, all’acqua di rose, a buon mercato. - Avverbiali: a bruciapelo, alla bell’e meglio. - Preposizionali: a causa di, a scanso di, al di fuori di. - E soprattutto verbali. Vuotare il sacco, stare al fresco, piantare in asso ne sono solo alcuni

esempi, ai quali vanno aggiunti i verbi frasali o sintagmatici formati da verbo + preposizione o verbo + avverbio come buttare giù ‘deprimere’, tirare su ‘allevare’, tirare via ‘fare in modo frettoloso’.

Vista la confusione che potrebbe nascere nel distinguere una polirematica da un composto, un proverbio o una formula (vi dichiaro marito e moglie) va detto che il criterio più importante per definire le polirematiche è quello semantico cioè il fatto che, a differenza di un sintagma libero, una polirematica ha un significato non ricavabile per semplice composizione. Generalmente poi le polirematiche identificano un componente specifico per il quale non esiste altra denominazione (letto a castello, camera da pranzo, ferro da stiro). Vanno distinte dalla cosiddette espressioni idiomatiche perché queste ultime sono in genere considerate polirematiche con estensione metaforica (tirare le cuoia). Dal punto di vista sintattico, invece, le polirematiche sono riconoscibili secondo molti criteri. Innanzitutto nel caso di bi/trinominali (espressioni composte da due o tre elementi la cui posizione è fissa) l’ordine dei costituenti non può variare (si può dire vivo e vegeto ma non *vegeto e vivo), nel caso delle polirematiche verbali non sono possibili le normali trasformazioni sintattiche che altrimenti lo sarebbero se quel sintagma fosse libero (Ugo ha tirato le cuoia, *Le cuoia sono state tirate da Ugo). Sono poi sottoposte a fissità grammaticale, nel senso che difficilmente si può variare numero, persona e tempo (terza età, *terze età), e fissità nei costituenti nel senso che non si possono aggiungere termini all’interno della sequenza di base (ferro da stiro elettrico, *ferro elettrico da stiro), oppure sostituire (tirare le cuoia, *tendere le cuoia).

Il fatto di essere considerate come blocchi piuttosto che come insiemi di parole, rende le polirematiche più simili a lessemi che a sintagmi liberi, per questo dal punto di vista sintattico vengono anche dette sintagmi lessicalizzati.

2.1.3 Derivazione I lessemi possono anche formarsi per aggiunta di un affisso ad un lessema giù esistente: è il caso della derivazione. Quando si aggiungono suffissi la regola prende il nome di suffissazione e ed alcuni esempi sono i derivati fior-aio, aut-ista, post-ino, libr-eria, besti-ame, bell-ezza, senti-mento, organizza-zione, lava-trice, vendi-tore, nazio-nale, mentre quando vengono aggiunti prefissi il metodo è quello della prefissazione che da vita a termini come auto-gestione, co-pilota, maxi-schermo, micro-film, mini-abito, super-eroe, a-morale, dis-onesto, in-utile, anti-sismico, extra-parlamentare, inter-nazionale, multi-etnico, pluri-secolare, trans-alpino, de-stabilizzare, pre-

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fabbricare, ri-fare, s-cucire, sovra-pporre. La grande differenza fra prefissazione e suffissazione è che elementi suffissati possono appartenere a parti del discorso differenti dalle basi alle quali il suffisso viene applicato, cosa che non può accadere per i prefissati.

2.1.4 Raddoppiamento Non è utilizzato in italiano ma consiste nell’aggiungere un affisso formato copiando in parte o del tutto elementi della base. In un dialetto neozelandese ad esempio abbiamo pango per nero e papango per nerastro, in questa lingua dunque gli aggettivi alterati – che in italiano si formano aggiungendo –astro – vengono creati con la formula del raddoppiamento.

2.1.5 Conversione La conversione consiste nel creare nuovi lessemi partendo da una parte del discorso di origine differente da quella di uscita, senza però utilizzare alcun affisso. Esempi possono essere nomi convertiti da verbi come arrivo da arrivare e sosta da sostare o viceversa verbi come martellare, cestinare, stancare, snellire.

2.1.6 Parasintesi La parasintesi è una combinazione fra prefissazione e conversione e riguarda solo i verbi, definiti parasintetici. Questi provengono da nomi e aggettivi senza che questi abbiano già formato il parasintetico per conversione senza prefisso, e allo stesso tempo non deve esistere un corrispondente nome o aggettivo della base prefissato. Abbiamo infatti abbottonare da bottone ma non *bottonare o *abbottono, stessa cosa per imburrare - *burrare/*imburro, abbellire - *bellire/*abbello, inaridire - *aridire/*inarido.

2.1.7 Retroformazione È quel fenomeno per il quale viene creato un nuovo lessema ricostruito dai parlanti come se fosse la base di un lessema già esistente, che è invece frutto di un diverso processo di formazione. Si potrebbe pensare infatti che il verbo compravendita sia un nome deverbale derivante da compravendere. In realtà è compravendere (per retroformazione) a derivare da compravendita, il quale è un composto dei due nomi compra e vendita, a loro volta frutto di conversione dei verbi comprare e vendere.

2.1.8 Riduzione Si creano per riduzione varianti più brevi di uno stesso lessema che a volte divengono così frequenti da essere percepiti come lessemi autonomi: auto, frigo, foto, moto.

2.1.9 Sottrazione Anche questo poco comune per l’italiano, è un metodo che consente di formare nuovi lessemi sottraendo elementi fonologici ad un lessema, dando vita a nuove parole appartenenti a diverse parti del discorso. Esempi di sottrazione ci vengono forniti dal russo che forma nomi d’agente sottraendo l’ultima vocale al nome della disciplina di riferimento: logika/logik logica/il logico.

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2.1.10 Parole macedonia Ci sono infine le parole macedonia (in inglese blends) formate unendo due elementi di altri lessemi già esistenti che però non sono morfi, ma solo sottoparti di quel lessema, tipo zebrallo o quallina.

2.1.11 Uscita delle RFL, categorie derivazionali e rappresentazioni grafiche dei lessemi e delle RFL In italiano il procedimento più utilizzato per formare nuovi lessemi è quello della suffissazione, seguito dai composti neoclassici. I lessemi che una RFL crea sono detti uscita della regola, che possiede determinate caratteristiche semantiche. I tipi di significati delle RFL si raggruppano in categorie generali, dette categorie derivazionali. Per i nomi ad esempio abbiamo:

- Nomi d’azione: organizzazione, ricongiungimento, pulitura, lavaggio, arrivo, fuggifuggi - Nomi di qualità: laicità, bellezza, codardia, balordaggine - Nomi d’agente: fioraio, gioielliere, autista, postino, educatore, mangione, badante,

buttafuori - Nomi di strumento: bistecchiera, lavatrice, frullatore, annaffiatoio, stampante, cancellino,

tosaerba - Nomi di luogo: mattatoio, stireria - Nomi collettivi: pollame, ragazzaglia, posateria, ossatura.

Un metodo a volte utile per rappresentare e scomporre lessemi è quello delle parentesi etichettate o dei diagrammi ad albero.

[CANE]N

[[PESCE]N + [CANE]N]N

[in + [[DECORO]N + OSO]A]A

N A A [PESCE]N [CANE]N in- [DECORO]N OSO

2.2 Restrizioni sulle RFL Le RFL sono soggette a restrizioni, alcune di tipo generale altre che riguardano la singola RFL.

Una prima di carattere generale è il blocco secondo il quale un lessema che sottoposto a RFL dovrebbe dare una determinata uscita in realtà non la dà. È il caso del verbo steal che come read reader e write writer dovrebbe, logicamente, risultare in stealer, dando però thief. L’esistenza del lessema THIEF blocca la possibilità di creare STEALER.

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Si è considerata l’ipotesi che possa esistere una base unica secondo la quale ogni RFL si applichi a determinate parti del discorso, e infatti ci sono alcuni suffissi che si legano prevalentemente ad alcuni tipi di parole piuttosto che altri. Ad esempio si dice che –tore sia un suffisso denominale, così come –oso, mentre –ità pare sia deaggettivale ed effettivamente succede che questi suffissi leghino prevalentemente coi nomi, ma l’esistenza di alcune eccezioni – ad esempio gli aggettivi deverbali (pensoso, precipitoso, scivoloso) o aggettivali (serioso) – non sembrano dare molta credibilità a questa ipotesi. Si potrebbe ammettere, comunque, che la caratteristica che rende davvero unico il dominio di una RFL non sia la parte del discorso di appartenenza dei lessemi a cui questa si applica, ma la loro condivisione di determinate caratteristiche semantiche.

Le restrizioni possono essere di tipo fonologico. Sappiamo che il prefisso –s si applica ad aggettivi per formarne altri di significato contrario: contento/scontento, leale/sleale, ma non è possibile nei casi in cui l’aggettivo inizi per vocale: utile/*sutile, onesto/*sonesto. Altre restrizioni sono di tipo morfologico e riguardano la possibilità di combinazione tra determinati affissi su lessemi già affissati:

[[X]V + zione]N

Lottizzare – lottizzazione

Fluidificare – fluidificazione

Danneggiare - *dannegiazione

Pare che i verbi derivati con –eggiare non rientrino nel dominio della RFL che forma nomi d’azione in –zione, al contrario pare che –zione si aggiunga con particolare frequenza ai verbi in –izzare. Questo rapporto di solidarietà fra due affissi è detto potenziamento e giustifica una restrizione morfologica positiva, che è invece negativa nel rapporto che si crea fra –zione e –eggiare. Un altro rapporto di restrizione positiva pare esista fra i verbi parasintetici che terminano in –ire (qui non stiamo più considerando affissi, ma basi) e il suffisso –mento: approfondimento, inasprimento, impoverimento, sfoltimento. Infine, le restrizioni di tipo sintattico-semantico riguardano la facilità con cui degli affissi legano con determinate parti del discorso senza alcuna ragione fonologica o morfologica: il prefisso –ri si aggiunge solo ai verbi ad esempio, il prefisso –vice solo ai nomi. Inoltre, il dominio di una RFL è spesso ristretto ad un numero di lessemi che hanno in comune caratteristiche semantiche. Si noti come il suffisso –tore per formare nomi leghi solo con verbi in cui il soggetto ha caratteristiche di agente, non di esperiente (formando appunto nomi d’agente):

[[X]V + tore]N

Scoprire/Scopritore

Morire/*Moritore.

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2.3 Produttività delle RFL Le RFL hanno diversa produttività, cioè creano nuovi lessemi in maniera quantitativamente e qualitativamente diversa. Una RFL è produttiva quando, in un determinato stadio di una lingua, i parlanti possono utilizzarla per formare nuovi lessemi. Qualitativamente una RFL può essere produttiva o meno, senza vie di mezzo, qualora lo sia però la quantità di lessemi che produce può variare. A questi valori vanno aggiunti quelli della numerosità e della frequenza: una RFL può infatti produrre nell’arco del tempo molti lessemi che entrano nel parlare comune di chi fa uso della lingua: è il caso di –iano che sul corpus de La Stampa di Tornino, analizzato per tre anni, ha presentato circa 1.415 lessemi diversi con una frequenza di 36.820 occorrenze. Nonostante però la frequenza dei lessemi suffissati in –izia sia addirittura superiore a questa (38.263 occorrenze) notiamo che tale suffisso ha una numerosità molto blanda, in quanto si presenta solo in 44 lessemi differenti. Possiamo dedurre quindi che la regola di formazione dei lessemi che utilizza il suffisso –iano sia molto più produttiva di quella che utilizza –izia, le cui uscite però appaiono con un’elevata frequenza. I derivati che occorrono una sola volta in un ampio corpus vengono detti hapax.

2.3.1 Altri meccanismi di arricchimento del lessico Quelli visti in 2.1 non sono tutti i metodi per arricchire il lessico di una lingua. Ve ne sono altri altrettanto importanti, riportati qui di seguito:

- Prestito Si ha prestito quando viene utilizzato un lessema appartenente ad una lingua diversa. È il caso delle parole batata e tomatl, originarie delle tribù del centro America e importate in Europa assieme ai corrispettivi alimenti, e lievemente adattate in ogni lingua in quanto nei casi dei prestiti si tende sempre a livellare la nuova parola su tratti fonologici più comuni a quelli della società parlante. Si pensi a tal proposito anche alla bistecca, prestito dall’inglese beef steak e adattato addirittura nel genere, per empatia con i termini fettina, braciola, tagliata ecc.

- Estensione metaforica Avviene quando si estende a nuovi referenti un nome già esistente, che denomina entità percepite come simili a quella di partenza. È il caso del mouse in inglese, che somigliando vagamente ad un topo ne ha preso anche il nome, o della patata che in tedesco che è stata chiamata kartoffel per somiglianza con tartuffel (già di per sé un prestito dall’italiano tarfufolo).

- Calco strutturale Per estensione semantica in alcune varietà di tedesco la patata venne chiamata Erdapfel ‘mela di terra’ che poi ha dato vita al francese pomme de terre. Quest’operazione fatta dal francese è detta calco strutturale, fenomeno per il quale una lingua riproduce con lessemi propri un composto o una polirematica di una lingua diversa, utilizzando gli stessi referenti. Ci si limita a tradurre nella propria lingua con i propri lessemi un qualcosa di già esistente; un altro esempio è grattacielo calcato dall’inglese scyscraper.

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- Calco semantico Si definisce invece calco semantico quel particolare tipo di prestito in cui un nuovo significato (preso appunto da una lingua straniera) si sovrappone o affianca ai significati di una parola già esistente. E’ calco semantico quando una lingua riproduce con un suo lessema tradizionale un’estensione metaforica di significato che ha avuto luogo in un traducente di quel lessema in un’altra lingua. Tornado al mouse, sappiamo che è un termine nato per estensione metaforia e, in forma di calco semantico, è stato esportato nei rispettivi francese souris e spagnolo ratòn, mentre lingue come l’italiano e il giapponese hanno preferito avvalersi del prestito. A differenza del calco strutturale, il calco semantico non incrementa il numero di lessemi in una lingua, me ne complica la struttura semantica.

- Metafora e metonimia Il principale meccanismo di estensione semantica è quello della metafora, ed è quindi quello che fra i vari contribuisce maggiormente all’arricchimento del lessico e a volte il referente metaforico acquisisce una conoscenza addirittura superiore a quella del referente originario (si pensi a fiutare per ‘intuire’ piuttosto che cristallino per ‘onesto, puro’). La metonimia consiste nel sostituire una parola con un'altra che abbia con la prima una certa relazione come citare l’autore per le sue opere (leggo Wilde), il contenitore per il contenuto (bere un bicchiere), l’astratto per il concreto (gioventù), il concreto per l’astratto (usare il cervello), la causa per l’effetto (sentire le campane), l’effetto per la causa (il trasloco mi è costato sudore), l’istituzione per i singoli (Il Quirinale ha detto che…).

3. Semantica lessicale: rapporti sintagmatici e rapporti paradigmatici I lessemi possono instaurare dei rapporti fra di loro, in relazione alla successione lineare secondo la quale si dispongono in un testo o alle associazioni di tipo morfologico e semantico che possono sorgere fra questi. I primi sono detti rapporti sintagmatici i secondi rapporti paradigmatici o associativi. Nello studiare i rapporti sintagmatici bisogna prima di tutto osservare come ogni elemento escluda un altro, perché due lessemi non possono occorrere contemporaneamente nello stesso periodo, e una volta collocati che relazioni hanno con quelli che li precedono e seguono. Questi sono dunque rapporti in praesentia perché riguardano due o più elementi effettivamente presenti nell’atto linguistico, i rapporti associativi sono invece rapporti in absentia perché non si manifestano nella realizzazione linguistica, ma nella memoria e nella mente dei parlanti e possono essere di tipo morfologico o semantico a seconda del tipo di collegamento che generano. Se pensiamo alla parola insegnamento infatti ci potrebbe venire subito alla mente un lessema rapportato con questo in base al significato della parola (ad esempio scuola) oppure uno rapportato in base alla struttura (giuramento).

3.1 Rapporti semantici paradigmatici Comprendono tre tipi di relazioni semantiche: sinonimia, opposizione e relazioni gerarchiche fra lessemi.

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3.1.1 La sinonimia È la relazione che si instaura tra lessemi diversi che hanno lo stesso significato, come iniziare/cominciare, uccidere/ammazzare, testa/capo, mettere/porre, gatto/micio, dono/regalo, padre/papà, cefalea/mal di testa. Va però detto che molti studiosi ritengono praticamente inesistenti i casi di sinonimia perfetta, quando cioè due termini sono completamente interscambiabili fra di loro in qualsiasi contesto, visto che i pochissimi casi realmente accettati riguardano lessemi che sono più che altro varianti formali l’uno dell’altro, come tra e fra. I limiti più grossi della sinonimia nascono quando uno dei due termini assume una connotazione affettiva (padre/papà, gatto/micio) oppure è o diventa parte di un vocabolario specifico (cefalea/mal di testa, eritrocita/globulo rosso). Vi sono poi i geosinonimi, cioè sinonimi che appartengono a diverse varietà geografiche della stessa lingua, come babbo/papà, stampella/gruccia, mappina/matraccio e così via. Un altro limite della sinonimia sta nel fatto che all’interno delle polirematiche ed espressioni idiomatiche non si possono sostituire elementi stabili con presunti sinonimi (ammazzare il tempo/*uccidere il tempo) e infine va detto che spesso essa dipende dal contesto in quanto termini come comprare e prendere non sono necessariamente sinonimi ma possono avere quella funzione in frasi come: ho comprato tre paia di scarpe / ho preso tre paia di scarpe.

Possiamo dunque dire che esiste una sinonimia parziale o quasi-sinonimia in quanto due entità hanno una somiglianza semantica, che comunque non permette una sostituibilità contestuale totale.

3.1.2 Le relazioni di opposizione Due lessemi sono in opposizione fra loro quando uno indica un significato semanticamente opposto a quello dell’altro. All’interno della macro-classe opposizione si possono identificare almeno tre sottoclassi: l’antonimia, la complementarità e l’inversione.

- Antonimia Sono antonimi due lessemi posti agli estremi di una scala di valori, scala che comprende gradi intermedi. Esempi sono caldo/freddo, alto/basso, buono/cattivo, giovane/vecchio, ricco/povero, veloce/lento, lungo/corto. Generalmente poi il lessema esattamente intermedio è anche lessicalizzato: tiepido, adulto, medio. L’antonimia dà poi ai lessemi la caratteristica di prevedere altre possibilità: una a bevanda potrebbe essere calda, ma anche più calda, o meno calda, ciò non vuol dire che sarà bollente o fredda.

- Complementarità La differenza fra antonimia e complementarità è che mentre la prima ha come caratteristica la gradualità, la seconda ne è sprovvista. Due lessemi sono infatti in rapporto di complementarità quando uno esclude che si possa verificare l’altro: vivo/morto, maschio/femmina, vero/falso, aperto/chiuso (?). In questi casi non c’è la possibilità di avere gradi intermedi e soprattutto in questi casi ogni membro della coppia indica la negazione dell’altro, cosa non necessaria all’antonimia.

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- Inversione Un terzo caso di rapporti oppositivi è quello dell’inversione e si instaura fra due lessemi quando uno indica lo stesso concetto dell’altro, visto da un punto di vista differente: genitore/figlio, marito/moglie, dottore/paziente, dare/ricevere, comprare/vendere, sopra/sotto, prima/dopo. Come si può notare, molti degli esempi rientrano nella sfera dei rapporti di parentela e ruoli sociali o in quella spazio-temporale. A questo proposito degli studiosi hanno individuato quella che è l’opposizione direzionale, la quale considera le coppie di lessemi che indicano direzioni opposte (su/giù, avanti/indietro) o movimento in direzioni opposte (andare/venire, salire/scendere, arrivare/partire, avanti/indietro); e all’interno delle opposizioni direzionali i cosiddetti conversi, lessemi che esprimono relazioni spaziali (sopra/sotto, davanti/dietro) o il cui significato può essere interpretato come un’estensione metaforica di una relazione spaziale (prima/dopo, antenato/discendente su un metaforico asse temporale).

3.1.3 La relazione gerarchica di iponimia/iperonimia Un lessema di significato più generico (animale) viene detto iperonimo di uno di significato più specifico (gatto) il quale è a sua volta iponimo del suo iperonimo. Due iponimi (gatto, cane) dello stesso iperonimo (animale) sono detti coiponimi. Da un punto di vista logico potremmo dire che la relazione di iponimia sottostà a questa norma: è una relazione unilaterale per cui X include Y (ma non viceversa), e Y include Z; e transitiva nel senso che se X include Y allora includerà anche Z. l’iponimia è detta una relazione E’-UN o ISA nel senso che esiste quando Y E’-UN X. Particolari sono le tassonomie, cioè le strutture gerarchiche che regolano lessemi in rapporto fra loro di tipo e sottotipi (animali, piante ecc.) che similarmente alle iponimie si riconoscono verificando se ‘Y è un tipo di X’ per i nomi e ‘Y è un modo di X’ per i verbi (strangolare è un modo di uccidere).

3.1.4 La meronimia La meronimia è una relazione che intercorre tra un lessema che denota una parte e un lessema che denota tutto il corrispondente: dito/mano, braccio/corpo, tastiera/pianoforte. Anche questa è una relazione gerarchica che risponde però alla relazione PARTE-DI, quindi ‘Y è una parte di X’ o ‘X ha un Y’. La vera differenza fra i due rapporti gerarchici sta nella transitività: la meronimia può infatti non essere transitiva in quanto una maniglia che è parte di una porta non è sensatamente parte di una casa, o meglio una maniglia, nelle sue funzioni, può essere considerata parte della porta ma non della casa. Ha senso infatti dire la porta ha una maniglia, molto meno dire la casa ha una maniglia.

3.2 Rapporti lessicali sintagmatici Il rapporti lessicali sintagmatici come già detto sono quelli che si stabiliscono tra i lessemi sull’asse lineare del discorso, in quanto è vero che ogni parola facente parte di un discorso intrattiene dei rapporti con quelle che la precedono e con quelle che la seguono, e si combina con queste. Può verificarsi, innanzitutto, che dei periodi abbiano una corretta forma sintattica ma non semantica: Idee verdi senza colore dormono con furia non presenta alcun difetto dal punto di vista strutturale, ma escludendo gli accostamenti metaforici, risulta incomprensibile ai più.

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3.2.1 Le collocazioni Un primo tipo di rapporto sintagmatico è quello delle collocazioni. Pare infatti che alcuni lessemi cooccorrano molto spesso insieme, come miagolare/gatto, biondo/capelli, rancido/burro, camuso/naso, isoscele/triangolo, e inoltre alcuni di questi pare abbiano difficoltà a legarsi con altri. Questo tipo di rapporto è detto di solidarietà semantica ed è il più comune esempio di collocazione. Se volessimo allargare un po’ il campo, potremmo parlare di collocazione anche per i verbi frasali (to give up), le espressioni idiomatiche, i proverbi e le formule (pronto chi parla?).

Alcuni lessemi hanno con altri una solidarietà talmente forte da dover sottostare ad una distribuzione limitata, come nell’esempio di i madornale, che significa semplicemente enorme ma che troviamo quasi esclusivamente accanto ad errore o svista, e sinonimi. Per il termine cultura infatti useremo sicuramente grandissima, enorme, illimitata, non madornale. La stessa cosa avviene per lasso, zonzo, ruba. Un secondo caso di restrizione avviene quando un lessema può apparire vari contesti ma che in uno specifico dà luogo ad un’espressione fissa o ricorrente. È il caso ad esempio di fare paura/*fare terrore, avanzare un’ipotesi/*proporre un’ipotesi, prendere provvedimenti/*decidere provvedimenti. Anche in questi casi notiamo come le espressioni asteriscate non siano né incorrette ne agrammaticali, ma suonino semplicemente male. Ciò avviene perché alcuni dei lessemi che le compongono subiscono quelle che vengono definite restrizioni di collocazione. Ci sono poi le espressioni fisse, le formule convenzionali, i binomi e i trinomi fissi, le polirematiche, le idiomatiche e i proverbi che come già ampiamente spiegato non ammettono flessibilità sintattica, né tantomeno la sostituzione di alcuni lessemi, essendo quindi di base espressioni con restrizioni.

3.2.2 Le restrizioni di selezione Ultimo esempio di restrizioni, sono quelle dette di selezione e studiano le proprietà semantiche che deve avere un lessema per potersi combinare in modo sensato con un altro. L’esempio delle idee verdi è già di per se abbastanza chiaro, ma anche dire questo pomodoro è pari, la felicità entrò nel negozio, il tavolo tossiva, la verità metallica, il quadrato rotondo porta il parlante a dover fare un enorme sforzo, nonché associazioni metaforiche, per trovare un senso ad ognuna di queste sentenze. In tutti questi casi infatti è presente un’anomalia semantica nata attribuendo alle entità che li compongono proprietà o comportamenti che non hanno, ottenendo come risultato espressioni che più che false, risultano prive di senso. Le restrizioni di selezione ci fanno capire insomma come ogni lessema impone delle restrizioni ai tipi di parole che si possono legare ad esso, restrizioni che, se violate, possono da luogo ad anomalia semantica, altrimenti detta errore categoriale.

La differenza sostanziale fra restrizioni di collocazione e di selezione risiede nel fatto che le prime sono legate a fattori lessicali (come dimostra il fatto che possono valere per un lessema ma non per i suoi sinonimi) mentre quelle di selezione fanno capo a elementi semantici e dunque non possono essere aggirate sostituendo un lessema con un suo sinonimo. Va poi detto che le restrizioni di selezione non presentano né propongono regole generali o assolute, perché saltano completamente se entra in gioco il fattore metaforico o metonimico (i libri temono l’umidità, il

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Il Lessico, in “Linguistica Generale” di Basile, Thornton et. al. – Riassunto a cura di Enzo Santilli Corso di Linguistica Generale – Università degli Studi dell’Aquila. Info: [email protected] Pag. 12

Quirinale ha detto che…): in questi casi avviene che si viola la restrizione di selezione, pur mantenendo perfettamente sensato il senso dell’espressione.