AREA CIVILE LEZIONE I LA RESPONSABILITÀ ... - Nel Diritto.it · il prodursi di danni alla sfera...

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1 AREA CIVILE LEZIONE I LA RESPONSABILITÀ EXTRACONTRATTUALE In questa prima lezione del corso on line viene delineato il modello generale di responsabilità di cui all’art. 2043, individuando i requisiti costitutivi della responsabilità aquiliana nonché i criteri di imputazione alternativi nelle ipotesi di responsabilità speciale codicistiche . I L’ILLECITO CIVILE: FONDAMENTO E STRUTTURA 1. Fondamento e funzione - 2. Criteri di imputazione della responsabilità tra unità e pluralità - 3. I c.d.punitive damages. 4.Gli elementi strutturali: a)Il fatto; b)L‟imputabilità e la colpevolezza c)Il danno ingiusto (rinvio); d) Il nesso di causalità: causalità materiale e giuridica. Danno-evento e danno conse- guenza. Le concause. II LE RESPONSABILITÀ SPECIALI “TIPIZZATE”:FIGURE CODICISTICHE 1. La responsabilità dei genitori. 2. La responsabilità degli insegnanti (autolesioni). 3. La responsabilità dei padroni e committenti. 4. La responsabilità da attività pericolosa. 4.1. Danni da fumo attivo. 4.2. La responsabilità del gestore di impianti sciistici. 4.3. La responsabilità della P.A. da sangue infetto. 5. La responsabilità per danno cagionato da cose in custodia. 5.1 L‟art. 2051 e la responsabilità della P.A. da omessa custodia dei propri beni. 5.2. L‟art. 2051 e il condominio. 6. La responsabilità per danno cagionato da animali. 7. Rovina di edificio. 8. La responsabilità da circolazione stradale. 8.1. La responsabilità del proprietario e del costruttore. _________________________ I L’ILLECITO CIVILE - FONDAMENTO E STRUTTURA 1.Fondamento e funzione. Tra le fonti di obbligazione enumerate dall‟art. 1173 c.c. il fatto illecito assume un‟importanza particolare in considerazione della frequenza che ha nella realtà sociale. Diversamente da ciò che avviene nelle ipotesi c.d. di responsabilità contrattuale l‟obbligazione risarcitoria non nasce in tal caso dalla violazione di una preesistente relazione giuridicamente vincolante o quanto meno da un contatto sociale qualificato, bensì dall‟interferenza illecita in una sfera giuridica per così dire estranea, che il danneggiante è tenuto genericamente a rispettare. La funzione ed il fondamento attuale della responsabilità extracontrattuale risulta notevolmente mutato nel tempo attraverso un lungo percorso evolutivo, che ha condotto storicamente al superamento della concezione tradizionale della responsabilità civile, di matrice romanistica, che ne ha esaltava la funzione sanzionatoria, per cuialla violazione di un (preesistente) precetto, assistita da volontà colpevole, doveva conseguire una sanzione nei confronti del trasgressore. Il richiamo al dolo e alla colpa operato dal legislatore del 1942 all‟art 2043 c.c. indusse la maggior parte degli interpreti a considerare la responsabilità civile come un’applicazione del principio romanistico del neminem laedere, formula omnicomprensiva indicante la necessità di reazione dell‟ordinamento contro la violazione colpevole, da parte del reo, di uno dei doveri posti a carico di tutti consociati a protezione dei diritti soggettivi assoluti patrimoniali (poiché il danno non patrimoniale, ex art. 2059 c.c., veniva ritenuto dal legislatore come risarcibile nei soli casi previsti dalla legge). È evidente nella ricostruzione precedente l’influsso del diritto penale sulla c.d. concezione sanzionatoria della responsabilità civile. La responsabilità aquiliana è considerata principalmente un

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AREA CIVILE LEZIONE I

LA RESPONSABILIT EXTRACONTRATTUALE

In questa prima lezione del corso on line viene delineato il modello generale di responsabilit di cui allart. 2043, individuando i requisiti costitutivi della responsabilit aquiliana nonch i criteri di imputazione alternativi nelle ipotesi di responsabilit speciale codicistiche .

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LILLECITO CIVILE: FONDAMENTO E STRUTTURA 1. Fondamento e funzione - 2. Criteri di imputazione della responsabilit tra unit e pluralit - 3. I c.d.punitive damages. 4.Gli elementi strutturali: a)Il fatto; b)Limputabilit e la colpevolezza c)Il danno ingiusto (rinvio); d) Il nesso di causalit: causalit materiale e giuridica. Danno-evento e danno conse-guenza. Le concause.

II LE RESPONSABILIT SPECIALI TIPIZZATE:FIGURE CODICISTICHE 1. La responsabilit dei genitori. 2. La responsabilit degli insegnanti (autolesioni). 3. La responsabilit dei padroni e committenti. 4. La responsabilit da attivit pericolosa. 4.1. Danni da fumo attivo. 4.2. La responsabilit del gestore di impianti sciistici. 4.3. La responsabilit della P.A. da sangue infetto. 5. La responsabilit per danno cagionato da cose in custodia. 5.1 Lart. 2051 e la responsabilit della P.A. da omessa custodia dei propri beni. 5.2. Lart. 2051 e il condominio. 6. La responsabilit per danno cagionato da animali. 7. Rovina di edificio. 8. La responsabilit da circolazione stradale. 8.1. La responsabilit del proprietario e del costruttore.

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I LILLECITO CIVILE - FONDAMENTO E STRUTTURA

1.Fondamento e funzione. Tra le fonti di obbligazione enumerate dallart. 1173 c.c. il fatto illecito assume unimportanza particolare in considerazione della frequenza che ha nella realt sociale. Diversamente da ci che avviene nelle ipotesi c.d. di responsabilit contrattuale lobbligazione risarcitoria non nasce in tal caso dalla violazione di una preesistente relazione giuridicamente vincolante o quanto meno da un contatto sociale qualificato, bens dallinterferenza illecita in una sfera giuridica per cos dire estranea, che il danneggiante tenuto genericamente a rispettare. La funzione ed il fondamento attuale della responsabilit extracontrattuale risulta notevolmente mutato nel tempo attraverso un lungo percorso evolutivo, che ha condotto storicamente al superamento della concezione tradizionale della responsabilit civile, di matrice romanistica, che ne ha esaltava la funzione sanzionatoria, per cuialla violazione di un (preesistente) precetto, assistita da volont colpevole, doveva conseguire una sanzione nei confronti del trasgressore. Il richiamo al dolo e alla colpa operato dal legislatore del 1942 allart 2043 c.c. indusse la maggior parte degli interpreti a considerare la responsabilit civile come unapplicazione del principio romanistico del neminem laedere, formula omnicomprensiva indicante la necessit di reazione dellordinamento contro la violazione colpevole, da parte del reo, di uno dei doveri posti a carico di tutti consociati a protezione dei diritti soggettivi assoluti patrimoniali (poich il danno non patrimoniale, ex art. 2059 c.c., veniva ritenuto dal legislatore come risarcibile nei soli casi previsti dalla legge). evidente nella ricostruzione precedente linflusso del diritto penale sulla c.d. concezione sanzionatoria della responsabilit civile. La responsabilit aquiliana considerata principalmente un

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rimedio contro la violazione dei diritti altrui da parte di chi si sia deliberatamente o colpevolmente determinato a danneggiarli, in unapplicazione della tradizionale massima nulla poena sine culpa. Ben presto per questo inquadramento rivel tutta la sua inadeguatezza di fronte a complesse trasformazioni sociali. In effetti dal 1942 alla met degli anni 60 la societ italiana subisce uno stravolgimento totale: da uneconomia di tipo rurale - al cui interno effettivamente una condotta diligente in grado di escludere il prodursi di danni alla sfera dei terzi - si passa ad una societ industriale, nella quale si moltiplicano occasioni di danni che sfuggono al controllo dei produttori e divengono, di conseguenza, imprevedibili. Le occasioni di danno si moltiplicano. Il criterio della colpa si rivela decisamente insufficiente a ricomprendere questi pericoli ed a garantire la collettivit. Negli anni settanta dello scorso secolo, si afferma cos la c.d. teoria economica del diritto: in una dimensione essenzialmente vittimologica il risarcimento funge da indennizzo per colui che ha ricevuto un danno (la vittima appunto). La responsabilit civile costituisce, quanto meno nei casi di responsabilit di impresa, un meccanismo di traslazione economica dei rischi derivati da determinate attivit, fondato su precise regole di politica del diritto. Tale tesi segna il tramonto del dogma della colpevolezza, che cede il passo allaffermarsi di criteri alternativi di imputazione delle conseguenze del fatto dannoso, idonei pertanto (anche) a perseguire finalit redistributive dei vantaggi derivati da attivit economiche potenzialmente dannose. Lillecito civile perde il carattere di sanzione per il trasgressore. Non pi considerata una norma secondaria, destinata ad operare solo nel caso in cui sia stato violato un preesistente precetto (cd. primario) attraverso il compimento di unattivit determinata dalla propria volont colpevole (fatto ingiusto o contra jus), incentrata sul danneggiante e sul suo atteggiamento doloso o colposo, volto alla lesione di un diritto suscettibile di tutela erga omnes. Lo stesso art. 2043 c.c. assurge a norma primaria, recuperandone la funzione riparatoria-ripristinatoria, in cui il risarcimento assolve il compito fondamentale di ristorare il danneggiato dalla lesione subita. Labbandono della concezione sanzionatoria dipesa in gran parte dalla evoluzione giurisprudenziale della nozione di danno ingiusto, causato non pi solo dalla lesione di diritti soggettivi (prima solo assoluti e poi anche di credito), ma anche di aspettative e posizioni di fatto o interessi legittimi; apertura che ha segnato lavvento di una nuova concezione volta appunto a riconoscere allart. 2043 c.c. una funzione precettiva (v.CHIN-FRATINI-ZOPPINI, Manualedi diritto civile, VI Ed., Roma 2015, p.2070 ss.). 2. Criterio di imputazione della responsabilit tra unit e pluralit. Da tutto quanto precede, appare abbastanza evidente come nella sostanza il principio generale del fatto doloso o colposo, previsto dallart. 2043 c.c., per limputazione del danno ingiusto a chi debba essere chiamato a risponderne, abbia visto nella stessa sistematica del Codice civile del 1942 il proprio superamento ad opera di una serie di disposizioni che, di fatto, determinano linversione del rapporto regola-eccezione tra la fattispecie ex art. 2043 c.c. e le altre contenute nel Titolo IX del Libro IV del Codice. Il passaggio dalla concezione soggettivo-sanzionatoria dellillecito a quella oggettivo-riparatoria, incentrata sul danno e non pi sul fatto ingiusto, non poteva non favorire un concetto di responsabilit civile in termini meno condizionati da oltre 20 secoli di elaborazioni legate a modelli di societ non industriale. Le nuove istanze sociali meno legate alla tutela dei diritti assoluti di propriet e della personalit porta allaffermarsi di criteri di imputazione della responsabilit aquiliana diversi da quello tradizionale della colpevolezza, con il conseguente superamento della tradizionale funzione sanzionatoria-preventiva dellart. 2043 c.c. La ricerca di ulteriori e diversi criteri di imputazione rispondono alla nuova funzione riparatorio-compensativa del risarcimento danni. I nuovi criteri sono essenzialmente legati allevoluzione in senso industriale della societ tanto da essere indissolubilmente legati al rischio-profitto, al rischio creato, allesposizione a pericolo, al rischio dimpresa, pur non potendo riconoscere ad essi valenza assoluta tanto da configurare un unico criterio alternativo a quello della responsabilit aquiliana per fatto proprio colpevole.

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Le susseguenti fattispecie codicistiche e quelle reperibili nelle leggi speciali hanno evidenziato chela clausola generale dellart. 2043 c.c., sin da subito, sia stata accompagnata da una pluralit di criteri di imputazione del fatto dannoso al responsabile. Il Codice del 42 contempla sia ipotesi di c.d. responsabilit indiretta che di responsabilit oggettiva. Tra le ipotesi di c.d. responsabilit indiretta sono in genere collocate quelle disciplinate dagli artt. 2048-2049 c.c. (cui si accompagnano, non senza ipotesi discordanti, i casi previsti dagli artt. 2047, 2053 e 2054, 3 comma, c.c. con riferimento alla figura del proprietario, dellusufruttuario ovvero dellacquirente con patto di riservato dominio ). Tali disposizioni individuano quella che stata definita la responsabilit indiretta o responsabilit per fatto altrui , in quanto non legata ad un fatto colpevole da parte del soggetto tenuto a risarcire il danno ingiusto, ma al particolare rapporto che lega chi materialmente abbia causato il danno stesso a chi poi sia chiamato a risarcirne, per lappunto, gli esiti. In tali casi, stato osservato, viene in rilievo unobbligazione di garanzia, variamente accompagnata a fatti colpevoli ma anche, come nel caso del fatto compiuto dallincapace ex artt. 2046-2047 c.c., a fatti esenti da una valutazione di antigiuridicit in quanto scriminati dallincapacit di colui che materialmente li pone in essere, ed anche a fatti c.d. anonimi, ossia posti in essere da soggetti non identificati ma dei quali sia possibile provare, ad esempio, il rapporto con il soggetto tenuto al risarcimento (ad esempio, il proprietario dellauto ex art. 2054 3 comma c.c., ovvero il padrone o il committente nel caso dellart. 2049 c.c. ). In passato si tentato di ricondurre tali ipotesi ad una responsabilit per colpa, sub specie di culpa in vigilando ovvero di culpa in eligendo, evidenziando in realt il tentativo - soprattutto giurisprudenziale - di riportare la fattispecie nellambito dello schema generale dellart 2043 c.c.. Tuttavia, considerato il peculiare onus probandi che connota tale ipotesi, non sembrato errato qualificare la fattispecie in termini di responsabilit presunta. pur vero che anche a voler offrire una lettura in termini di colpa delle ipotesi in questione, tale elemento soggettivo si atteggia in modo molto diverso dalla colpa di cui allart. 2043 c.c.: avremmo una colpa avverso la quale non possibile (n richiesto) offrire la prova contraria. Si comprende bene come questa colpa sarebbe un mero concetto giuridico, ma sostanzialmente non assurgerebbe ad alcuna funzione pratica quale criterio di imputabilit della responsabilit del danneggiante. Una considerazione emerge da quanto dianzi esposto: le eccezioni alla regola (dellart. 2043 c.c.) sono tali e tante che, nella pratica, il rapporto fra regola ed eccezione appare capovolto. Sembra che larea della responsabilit oggettiva sia pi vasta di quella della responsabilit per dolo o colpa. In altri termini, dolo e colpa divengono criteri di valutazione della responsabilit in un certo qual modo residuali, atteso che si applicano ogni qualvolta linterprete, pur accertandounevenienza dannosa prodotta da un soggetto nella sfera di un terzo, nonrinvenga in essa i presupposti indicati dalle norme che seguono lart. 2043 c.c. A parte le ipotesi di responsabilit oggettiva previste dalle leggi speciali, in ambito codicistico devono segnalarsi quelle relative allesercizio di attivit pericolose (art. 2050 c.c.), al danno da cosa in custodia o animali (artt. 2051-2052 c.c.) ed alla responsabilit per danno nella circolazione dei veicoli (art. 2054 c.c.), che saranno oggetto di indagine nella seconda parte della presente lezione. 3. I c.d. punitive damnages. Sotto il profilo funzionaleparte della dottrina rileva lammissibilit di una ulteriore funzione dellillecito civile, individuata nella funzione punitiva, analogamente a quanto accade nei sistemi di common law. A fondamento di tale tesi si adduce linterpretazione delle disposizioni contenute in alcune norme speciali quali lart. 18 della legge n. 349/1986, oggi abrogato dal d.lgs. n. 152/2006, in materia di danno ambientale, lart. 125 del d.lgs n. 30/2005 in tema di propriet industriale, lart. 12 della legge sulla stampa ed anche talune norme codicistiche, quali lart. 1148 c.c., che disciplina il regime della titolarit dei frutti da parte del possessore di buona fede, lart. 1382 c.c., sugli effetti della clausola penale, cui si aggiungerebbe lart. 96 del c.p.c. per la responsabilit aggravata da c.d. lite temeraria.

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Tali norme, a cui si unisce per identit di ratio anche il risarcimento del danno morale ex art. 2059 c.c., delineerebbero un mini-sistema nellambito del quale il risarcimento dovuto viene parametrato in base a criteri pi ampi (se non diversi) da quelli indicati dal combinato disposto dagli artt. 2056, 1223, 1226 e 1227 c.c., e pi orientati in senso sanzionatorio nei confronti del responsabile. In realt la possibilit di ammettere i c.d. punitive damages nel nostro ordinamento molto dibattuta in dottrina, anche tenuto conto delle considerazioni dianzi esposte. I danni punitivi, come noto, sono estranei alle tradizioni dei paesi di civil law, e costituiscono un elemento di difformit rispetto alle esperienze di common law. Vi in effetti una certa riluttanza nellammettere forme di risarcimento finalizzate ad un obiettivo diverso dalla riparazione del danno effettivamente subito e provato. Molteplici sono le ragioni individuabili a fondamento di una siffatta chiusura. In primo luogo, si ritiene che la funzione punitiva sia appannaggio esclusivo del diritto penale, anche perch il processo penale lunico che garantisce una determinata tutela, anche in considerazione di un rischio di commistione tra funzioni proprie del diritto penale e del diritto civile. La motivazione principale che osta allingresso dei danni punitivi per quella della violazione del principio di integrale riparazione del danno, in virt del quale il danno patito e provato dal danneggiato funge da tetto massimo allentit del risarcimento. Nonostante lasserita sussistenza di istituti qualificati in termini di pena privata e la circostanza che la prospettiva comparatistica abbia sempre affascinato parte della dottrina italiana, le corti italiane hanno sempre rilevato un atteggiamento di netta chiusura nei confronti di tale figura. La Suprema Corte ha avuto modo di pronunciarsi gi alcuni anni addietro in merito alla delibazione in Italia di sentenze di condanna al pagamento dei cosiddetti danni punitivi previsti dallordinamento statunitense, ritenendo tale condanna non conforme al diritto interno e quindi non ammissibile, come si legge nella sentenza del 19 gennaio 2007, n. 1183, sia sulla base della valutazione in termini ...di eccessivit o sproporzionatezza della somma liquidata in s, attesi i criteri generalmente seguiti dai giudici italiani, sia in relazione a quanto gi di considerevole conseguito dalla madre allo stesso titolo dalla conducente dellautovettura con la quale era andato a scontrarsi la motocicletta del figlio, dalla societ produttrice del casco e da altri soggetti pure convenuti in giudizio. La Corte ha chiarito che clausola penale non ha natura e finalit sanzionatoria o punitiva. Essa assolve la funzione di rafforzare il vincolo contrattuale e di liquidare preventivamente la prestazione risarcitoria, tant' che se l'ammontare fissato venga a configurare, secondo l'apprezzamento discrezionale del giudice, un abuso o sconfinamento dell'autonomia privata oltre determinati limiti di equilibrio contrattuale, pu essere equamente ridotta. Quindi, se la somma prevista a titolo di penale dovuta indipendentemente dalla prova del danno subito e da una rigida correlazione con la sua entit, in ogni caso da escludere che la clausola di cui all'art. 1382 c.c. possa essere ricondotta all'istituto dei punitive damages proprio del diritto nordamericano, istituto che non solo si collega, appunto per la sua funzione, alla condotta dell'autore dell'illecito e non al tipo di lesione del danneggiato, ma si caratterizza per un'ingiustificata sproporzione tra l'importo liquidato e il danno effettivamente subito. Del pari errata da ritenere qualsiasi identificazione o anche solo parziale equiparazione del risarcimento del danno morale con l'istituto dei danni punitivi. Il danno morale corrisponde ad una lesione subita dal danneggiato e ad essa ragguagliato l'ammontare del risarcimento. Nell'ipotesi del danno morale, infatti, l'accento posto sulla sfera del danneggiato e non del danneggiante: la finalit perseguita soprattutto quella di reintegrare la lesione, mentre nel caso dei punitive damages, come si visto, non c' alcuna corrispondenza tra l'ammontare del risarcimento e il danno effettivamente subito. Nel vigente ordinamento l'idea della punizione e della sanzione estranea al risarcimento del danno, cos come indifferente la condotta del danneggiante. Alla responsabilit civile assegnato il compito precipuo di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, mediante il pagamento di una somma di denaro che tenda ad eliminare le conseguenze del danno arrecato. E ci vale per qualsiasi danno, compreso il danno non patrimoniale o morale, per il cui risarcimento, proprio perch non possono ad esso riconoscersi finalit punitive, non solo sono irrilevanti lo stato di bisogno del danneggiato e la capacit patrimoniale dell'obbligato, ma

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occorre altres la prova dell'esistenza della sofferenza determinata dall'illecito, mediante l'allegazione di concrete circostanze di fatto da cui presumerlo, restando escluso che tale prova possa considerarsi "in re ipsa" (Cass. n. 10024/1997, n. 12767/1998, n. 1633/2000). Pi di recente la Cassazione, con la sentenza 8 febbraio 2012, n. 1781 (in Corriere giur., 2012, fasc. 8-9, p. 1068 e ss.), allegata in dispensa, si pronunciata nuovamente sulla questione della riconoscibilit di una sentenza straniera con cui venga concesso un risarcimento notevolmente superiore a quanto richiesto dalla parte attrice, ribadendo che nel nostro ordinamento il risarcimento del danno deve essere riconosciuto in relazione alleffettivo pregiudizio subito dal titolare del diritto leso. La vicenda de qua traeva origine da unazione di risarcimento intentata da un lavoratore negli Stati Uniti relativamente ai danni subiti in relazione ad un infortunio sul lavoro. La Corte Suprema del Massachussets aveva condannato le societ convenute (italiane) a corrispondere ciascuna al lavoratore limporto di cinque milioni di dollari (elevati, poi, a otto, a fronte degli interessi maturati), nonostante la richiesta dellattore non superasse i trecentocinquantamila dollari. Lattore, a questo punto, adiva la Corte dAppello di Torino per chiedere che le pronunce fossero riconosciute e dichiarate efficaci in Italia. La Corte dAppello, dichiarava efficace in Italia una sola delle summenzionate pronunce, ritenendo che non sussistessero ragioni ostative per il riconoscimento della sentenza Statunitense. Di diverso avviso la Cassazione che, con la sentenza in esame, ha cassato la pronuncia della Corte Sabauda, ritenendo che la sentenza de qua non potesse essere riconosciuta nel nostro ordinamento per contrariet con lordine pubblico. Segnatamente allaccertamento del suddetto requisito, la Corte ha richiamato i principi consolidati in materia di risarcimento del danno ed, in particolare, ha chiarito che: a) Il nostro ordinamento subordina il diritto al risarcimento del danno alla prova di un concreto pregiudizio economico (cfr. Cass. n. 15184 del 2008) b) Deve rimanere estranea al nostro sistema lidea della punizione del responsabile civile, per cui appare indifferente la valutazione a tal fine della sua condotta (Cass. n. 1183 del 2007); c) La valutazione della natura e finalit punitiva delleccessivit dellimporto liquidato dal giudice straniero si risolve in un apprezzamento di fatto del giudice di merito, incensurabile in sede di legittimit se adeguatamente motivato. Sulla base di tali principi, la Corte ha ritenuto viziata la sentenza impugnata sotto il profilo motivazionale, ritenendo che questa si fosse discostata, senza giustificate ragioni, dal precedente orientamento della Cassazione, cristallizzato nella citata Cass. civ., n. 1183 del 2007, secondo cui: non sono risarcibili i c.d. danni punitivi, in quanto la loro funzione sanzionatoria contrasta con i principi fondamentali dellordinamento interno, che assegna alla responsabilit civile una funzione ripristinatoria della sfera patrimoniale del soggetto leso. Dobbiamo, tuttavia, sottolineare che, fermo restando il riconoscimento della natura compensativa e non punitiva del nostro sistema di responsabilit civile, negli ultimi anni la Corte di Cassazione aveva, con due significative pronunce, di fatto, aperto uno spiraglio allaffermazione di una funzione anche sanzionatoria dellistituto del risarcimento dei danni. Con riferimento ad unipotesi di risarcimento danni da illecito sfruttamento dellimmagine di un giovane ballerino da parte di una scuola di ballo, la Cassazione, con la sentenza n. 11353 del 2010, ha affermato che: lillecita pubblicazione dellimmagine altrui obbliga al risarcimento anche dei danni patrimoniali, che consistono nel pregiudizio economico di cui la persona danneggiata abbia risentito per effetto della predetta pubblicazione e di cui abbia fornito la prova. In ogni caso, qualora come accade soprattutto se il soggetto leso non persona nota non possano essere dimostrate specifiche voci di danno patrimoniale, la parte lesa pu far valere (conformemente ad un principio recepito dallart. 128 della legge 22 aprile 1941, n. 633, novellato dal d.lgs. 16 marzo 2006, n. 140, non applicabile alla specie ratione temporis) il diritto al pagamento di una somma corrispondente al compenso che avrebbe presumibilmente richiesto per concedere il suo consenso alla pubblicazione, determinandosi tale importo in via equitativa, avuto riguardo al vantaggio economico presumibilmente conseguito dellautore dellillecita pubblicazione in relazione alla diffusione del mezzo sul quale la pubblicazione avvenuta, alle finalit perseguite e ad ogni altra circostanza congruente con lo scopo della liquidazione. (Cassa con rinvio, App. Roma, 06/06/2005). Di fatto, pur utilizzando uno strumento tipico quale la retroversione degli utili, aveva manifestato una prima intenzione di ampliare la

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sfera del risarcimento del danni, superando lidea secondo cui lautore del fatto illecito obbligato a risarcire il solo pregiudizio arrecato al danneggiato. In una successiva pronuncia, Cass. Civ., n. 8730 del 2011, ci si spinge ancora pi avanti affermando che: in tema di risarcimento dei danni patrimoniali conseguenti allillecito sfruttamento del diritto dautore, ai fini della valutazione equitativa del danno determinato dalla perdita del vantaggio economico che il titolare del diritto avrebbe potuto conseguire se avesse ceduto a titolo oneroso i diritti dellopera, si pu ricorrere al parametro costituito dagli utili conseguiti dallutilizzatore abusivo, mediante la condanna di questultimo alla devoluzione degli stessi a vantaggio del titolare del diritto. Con tale criterio, la quantificazione del risarcimento, pi che ripristinare le perdite patrimoniali subite, svolge una funzione parzialmente sanzionatoria, in quanto diretta anche ad impedire che lautore dellillecito possa farne propri i vantaggi. (Cassa con rinvio, App. Roma, 23/11/2009). In conclusione, con la pronuncia in commento la Suprema Corte si discosta sensibilmente dalle due pronunce da ultimo richiamate che, come detto, si erano mostrate favorevoli al riconoscimento di una qualche funzione sanzionatoria del risarcimento del danno ribadendo la funzione esclusivamente compensativo-riparatoria dellistituto de quo. Possiamo allora concludereche nel nostro ordinamento lidea della punizione e della sanzione estranea al risarcimento del danno, cosi come indifferente la condotta del danneggiante. Levoluzione del sistema di responsabilit civile stata invero caratterizzata dal graduale abbandono del concetto di responsabilit individuale - attraverso il graduale ridimensionamento della colpa, che un tempo ne rappresentava il cardine essenziale a vantaggio di una sua rivisitazione in chiave solidaristica. Alla responsabilit civile oggi assegnato il compito di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, mediante il pagamento di una somma di denaro che tenda ad eliminare le conseguenze del danno arrecato. E ci vale per qualsiasi danno, compreso il danno non patrimoniale o morale, per il cui risarcimento, proprio perch non possono ad esso riconoscersi finalit punitive, non solo sono irrilevanti lo stato di bisogno del danneggiato e la capacit patrimoniale dellobbligato, ma occorre altres la prova dellesistenza della sofferenza determinata dallillecito, mediante lallegazione di concrete circostanze di fatto da cui presumerlo, restando escluso che tale prova possa considerarsi in re ipsa . 4) Gli elementi strutturali: a) Il fatto In base allart. 2043 c.c., a configurare la responsabilit aquiliana concorrono i seguenti elementi costitutivi: a) lesistenza di un fatto; b) imputabile dal punto di vista soggettivo, a titolo di dolo o colpa; c) che sia produttivo di un danno ingiusto; d) in base al nesso di causalit. I primi due elementi costituiscono rispettivamente lelemento materiale della responsabilit e lelemento volontaristico. La qualificazione in senso volontaristico differenzia la responsabilit aquiliana dagli altri tipi di responsabilit individuati dal titolo IX del libro quarto del Codice Civile e dalle norme extracodicistiche. Lelemento del danno ingiusto individua, invece, leffetto del fatto illecito, ossia la conseguenza pregiudizievole, che lordinamento qualifica appunto come ingiusta (ossia non jure, in quanto valutata con disfavore dallo stesso). Lultimo elemento (nesso eziologico) rappresenta il legame tra il fatto illecito ed il danno ingiusto, in termini di conseguenzialit causale. Iniziando lanalisi degli elementi strutturali, viene in rilievo anzitutto lelemento materiale. Il fatto un comportamento umano, commissivo (consistente in un fare) od omissivo (consistente in un non fare). commissivo, ad esempio, il comportamento di chi, con unarma, uccide o ferisce altri, oppure il comportamento di chi, alla guida di unautomobile, investe un pedone. fatto omissivo, ad esempio, il non prestare soccorso ad un ferito. Nelle ipotesi di responsabilit oggettiva, la distinzione tra azione ed omissione non riveste particolare utilit, mentre nelle altre ipotesi il fatto omissivo fatto illecito solo se il soggetto, la cui omissione ha

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cagionato il danno, aveva lobbligo giuridico di evitarlo:lobbligo di prestare soccorso risulta dallart. 593 c.p., ma dove non configurabileun obbligo di evitare il danno non c responsabilit per levento dannoso; chi, adesempio, si accorge che ledificio del vicino pericolante e si astiene dallavvertire ilproprietario non risponde del danno che la sua omissione ha cagionato perch nonha, per legge, lobbligo di adoperarsi per evitare che i beni altrui provochino danni. Per una recente applicazione del principio, v. Cass. civ., sez. III, 21 maggio 2013, n. 12401, allegata in dispensa (conf. App. Perugia, sez. lav., 2 ottobre 2013, n. 182). b)Limputabilit e la colpevolezza. Quanto allelemento soggettivo del fatto illecito (dolo e colpa) va preliminarmente chiarito che imprescindibile che un fatto sia stato commesso da un soggetto e che ad esso sia riconducibile. Anticamera della colpevolezza quindi innanzitutto limputabilit, requisito previsto e disciplinato dallart. 2046 c.c.. Il fatto deve essere stato compiuto da chi aveva la capacit di intendere e di volere al momento in cui lo ha commesso. Detto requisito vale, peraltro, solo per la responsabilit da fatto proprio e non per quella da fatto altrui, n vale per la responsabilit da cose. La questione differente nel diritto penale, l dove sussiste un regime che prevede lesclusione dellimputabilit in alcuni casi (vizio totale di mente, ubriachezza e uso di stupefacenti, nonch per il minore di 14 anni), mentre prevede una diminuzione delle pena in altri (minore infraquattordicenne e vizio parziale di mente): la non funzionalit di tali criteri al concetto di riparatoriet della sanzione per lillecito civile ha indotto il legislatore ad adottare, in tal sede, un criterio elastico ed affidato alla valutazione del giudice. Nel diritto civile rileva anche lo stato di incapacit determinato, in termini generali, da un atto colposo del soggetto, e non solo quello preordinato a commettere il reato o a procacciarsi una scusa (come nel caso dellart. 87 c.p.). Lincapacit naturale va accertata di volta in volta, attraverso lapprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto dalle quali possibile desumere la capacit di comprendere e di autodeterminarsi dellagente (let, lo sviluppo psico-fisico, il grado di maturit, le malattie anche transitorie, la forza del carattere, la capacit di volere). Lattenuazione della originaria natura sanzionatoria della responsabilit civile e laffermazione della funzione riparatoria ha ridimensionato il ruolo della colpevolezza(sotto il profilo deldolo o della colpa dellagente), che rappresenta solo uno dei possibili criteri di imputazione dellillecito, affiancato da altri criteri fondati sulla responsabilit oggettiva, presunta o per fatto altrui. Nella struttura dellillecito ex art. 2043 c.c., che esige una valutazione psicologica della condotta del danneggiante, il dolo e la colpa costituiscono appunto lelemento soggettivo della fattispecie. Nel sistema della responsabilit civile manca una definizione dei concetti di dolo e di colpa da parte di apposite norme. Il relativo concetto desumibile mediante il ricorso alla definizione fornita dallart. 43 c.p., secondo il quale doloso il fatto posto in essere dal responsabile mediante coscienza e volont dellazione e delle sue conseguenze, mentre colposo il fatto posto in essere per effetto di negligenza, imprudenza, imperizia ovvero inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline (cfr. Cass. civ., sez. un., 12 maggio 2009, n. 10854). Nellipotesi di colpa, solitamente voluta lazione ma non le sue conseguenze, salvo il caso di colpa con previsione. Poca rilevanza assume nel diritto civile il dolo che, invece, rappresenta il criterio di imputazione tipico e generale dei delitti nel diritto penale, mentre maggiore importanza riconnessa alla colpa. Rinviando alla trattazione manualistica per lindividuazione degli aspetti di maggiore rilevanza sulla tematica in questione, in questa sede occorrer appuntare solo alcuni principi. In primis il dolo ex art. 2043 c.c. lintenzione di provocare levento dannoso (es. lintenzione di uccidere nellomicidio volontario), ma non coincide con la mala fede, nella duplice configurazione sia di consapevolezza di ledere laltrui diritto (art. 1147 c.c.) sia della condotta contraria alla correttezza (art. 1137 c.c.), poich se il dolo implica sempre la mala fede, non sempre vero il contrario. Il dolo dellillecito aquiliano nulla ha a che vedere con il dolo vizio del consenso rilevante per lannullamento del contratto (dove dolo equivale ad inganno), pur sussistendo ipotesi nelle quali le due

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figure si sovrappongono, come quella del dolo incidente per effetto dei raggiri di un terzo (art. 1440 c.c), che determina una responsabilit extracontrattuale del terzo per i danni cagionati al contraente in buona fede. Particolare rilevanza assume il concorso tra dolo e colpaa proposito di nesso di causalit. Qualora infatti concorrano, ai fini della produzione dellevento dannoso, un antecedente fatto illecito doloso di un soggetto ed uno colposo di un altro soggetto, il fatto colposo successivo non interrompe il nesso causale tra quello illecito precedente e il danno, ma il secondo (quello colposo) pu venire assorbito nellambito di quello doloso con effetto di esclusione della responsabilit verso il terzo di chi lo abbia commesso, oppure conservare la propria rilevanza (come nel caso del soggetto in colpa che sia in grado di prevedere le conseguenze dannose della propria azione, ad es. un medico che operi maldestramente un ferito da sinistro stradale) comportando la responsabilit solidale di entrambi gli autori, con diritto di regresso dellautore del fatto colposo nei confronti del coautore doloso del risarcimento versato. La colpa tradizionalmente veniva valutata in termini soggettivi, sul modello penalistico, ossia secondo una concreta valutazione basata sulla personalit e sulla psicologia dellagente. La progressiva presa di distanza tra lillecito civile e la responsabilit penale, a cui si pi volte fatto riferimento, ha tuttavia comportato ladozione, ai fini della responsabilit aquiliana, di un metro oggettivo della colpa (peraltro sempre ricavabile, in via indiretta, dalle disposizioni in materia penale non sussistendo unautonoma definizione civilistica), in termini di obiettiva difformit del comportamento concretamente tenuto dal parametro astrattamente predefinito da criteri codificati espressamente, o comunque desumibili dal dovere di diligenza che lhomo eiusdem condicionis et professionis tenuto ad osservare. Tuttavia uninterpretazione della colpa in senso oggettivo (come nel caso della responsabilit per inadempimento) avrebbe comportato, di fatto, conseguenze inaccettabili, come nel caso in cui il danneggiante disponga, per particolari capacit o condizioni soggettive, di un grado di preparazione professionale o culturale tale da consentirgli un notevole grado di elevazione rispetto ai parametri medi di valutazione ovvero, allopposto, quando particolari situazioni non consentano in concreto allagente di esplicare la propria condotta nei termini astrattamente esigibili. Cos si affermato in giurisprudenza che in caso di illecito civile pu tenersi conto delle qualit e del danneggiante e del danneggiato, operando cos un temperamento sia verso lalto che verso il basso; si poi ritenuta non configurabile la colpa dellagente quando levento intercorso fosse, per lo stesso, totalmente imprevedibile da parte dellagente, temperando cos il concetto della diligenza media con quello delle circostanze concrete di verificazione dellevento. Allestremo opposto, e quindi ai confini con il dolo, deve invece ritenersi lipotesi della colpa con previsione, che si verifica l dove lagente abbia posto in essere la propria condotta, pur nella rappresentazione dellevento illecito, rimanendo tuttavia convinto che esso non si sarebbe verificato. La colpa, in tale ipotesi, consiste precisamente nellimprudente convinzione della non verificabilit dellevento, poi di fatto avveratosi a seguito della condotta negligente, imprudente o imperita del soggetto. Quanto alla colpa professionale, ossia intervenuta nello svolgimento di attivit per le quali richiesta una particolare competenza tecnico-intellettuale, come quella medica, la stessa sar oggetto di approfondita trattazione nelle lezioni successive. Lonere di provare il dolo o la colpa del danneggiante incombe sul danneggiato; e questa costituisce una rilevante differenza rispetto alla responsabilitcontrattuale, nella quale il debitore che deve provare che la prestazione divenutaimpossibile per causa a lui non imputabile (ossia lassenza di colpa). In ordine allaccertamento della colpa (in particolare rifiutando la cd. culpa in re ipsa) sono intervenute le Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza n. 500/1999, escludendo che ladozione volontaria di un provvedimento amministrativo dalla cui illiceit discenda la lesione di un interesse legittimo, sia di per s fonte di produzione di un danno ingiusto ex art. 2043 c.c. La sentenza in parola ha concluso per la non applicabilit, ai fini dellaccertamento della colpa, del principio secondo il quale la colpa della struttura pubblica sarebbe in re ipsa, poich tale principio, enunciato dalla precedente giurisprudenza di legittimit con riferimento allipotesi di attivit illecita

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derivante da lesione di un diritto soggettivo secondo linterpretazione tradizionale dellart. 2043 c.c., non stata ritenuta conciliabile con la pi ampia lettura della norma. Da allora la giurisprudenza di legittimit ha costantemente ribadito la necessit dellaccertamento in concreto dellelemento psicologico (dolo o colpa) in capo alla P.A. (cfr., ex plurimis, Cass. civ., sez. III, 10 marzo 2014, n. 5500; Cass. civ., sez. III, 31 ottobre 2014, n. 23170, in dispensa). Analogo principio stato affermato dalla giurisprudenza amministrativa, di recente, in relazione a richiesta di risarcimento del danno derivante dalla tardiva emanazione di un provvedimento favorevole(v. Consiglio di Stato,sez. III, 23 aprile 2015, n. 2040; Consiglio di Stato, sez. V, 17 giugno 2015, n. 3047, in dispensa) o, pi in generale, da lesione di un interesse legittimo (v.Consiglio di Stato, sez. IV, 20 maggio 2014, n. 2560; Consiglio di Stato, sez. VI, 5 marzo 2015, n. 1099, in dispensa). Per la trattazione del tema della responsabilit della P.A. da azione amministrativa si rinvia alle lezioni di amministrativo. c) Il danno ingiusto(cenni e rinvio alla lezione 3). Una particolare attenzione merita il requisito del danno ingiusto. Sin da ora si rinvia alla trattazione manualistica per lindividuazione della nozione e dei criteri emersi in dottrina ma soprattutto in giurisprudenza per la sua individuazione anche ai fini del contenimento dellarea del risarcibile. Si tenga altres presente che il tema dellingiustizia del danno, e pi in particolare delle singole ipotesi applicative emerse in giurisprudenza, saranno oggetto di studio approfondito nella successivalezionen. 3 del corso. In questa sede ci si intende soffermare sulla contaminazione tra iniuria e colpevolezza. Nellipotesi in cui lapparente esercizio del diritto da parte dellagente (e quindi in posizione di una condotta lecita) celi, in realt, la volont di produrre un danno a terzi e, di conseguenza, integri in concreto quel comportamento non jure che alla base dellillecito aquiliano, la lesione dellaltrui posizione deriva da un comportamento apparentemente scriminato dalla sussistenza dellesercizio del proprio diritto, tanto che nella specie si parlato di contaminazione tra culpa ed iniuria, proprio perch la valutazione dello status soggettivo del danneggiante assumerebbe rilievo preminente, indipendentemente dalla natura dellinteresse leso. Vengono allattenzione principalmente quelle fattispecie nellambito delle quali la condotta del danneggiante non pu, secondo la giurisprudenza, non assumere una connotazione dolosa (si pensi ai casi dellinduzione allinadempimento, della doppia alienazione immobiliare, dello storno di dipendenti e cos via) che di fatto integrano, al di l del formale esercizio dellautonomia negoziale normativamente tutelata, ipotesi di lesione da parte del terzo dellaltrui diritto mediante la cooperazione nellinadempimento altrui. parso incongruo in dottrina ritenere, infatti, sanzionabile il soggetto che con semplice colpa ponga in essere i relativi comportamenti, senza volere deliberatamente danneggiare laltrui posizione, anche se in concreto tale posizione sembrerebbe in apparente contrasto con la sostanziale parificazione, ai fini della configurazione dellillecito ex art. 2043 c.c., tra il dolo e la colpa. Tale contraddizione non appare insuperabile, posto che largomento in questione sembrerebbe provare troppo: non pare sembra infatti che lart. 2043 c.c. impedisca la possibilit di configurare un risarcimento per comportamenti risarcibili solo se posti in essere a titolo di dolo, bens prevedere un criterio generale (per lappunto la sufficienza della colpa ai fini della configurabilit dellillecito civile) comunque derogabile in relazione a determinate fattispecie, rispetto alle quali dovrebbe invece essere necessaria una particolare colorazione dellelemento soggettivo ai fini della stessa configurabilit di un illecito ex art. 2043 c.c.. Si tratterebbe, anche in questo caso, di procedere ad una valutazione comparativa degli interessi in gioco alla luce dei principi generali dellordinamento, secondo i parametri ricordati in precedenza. A tale proposito interessante considerare come sia da tempo emersa in dottrina una tesi per la quale nellesercizio del diritto, nella consapevolezza di arrecare ad altri un danno ingiusto, sarebbe configurabile il c.d. abuso del diritto (del quale si parlato, non a caso, anche a proposito della fattispecie appena considerata), ossia la violazione di quel limite generale desumibile dalla valorizzazione del precetto di solidariet sancito costituzionalmente dallart. 2 Cost., oltre che da varie altre norme di

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pari livello (si pensi agli artt. 41 e 42 Cost.) nonch da norme di rango ordinario tra le quali un ruolo importante riveste lart. 833 c.c., in materia di atti emulativi. Ne deriverebbe, in altri termini, laffermazione di un principio di correttezza destinato a rivestire unimportanza generale anche al di l delle norme che espressamente lo prevedono, ad es. in ambito contrattuale (artt. 1175 e 1375 c.c.). Anche in questo caso, la valutazione dello status soggettivo da parte dellagente assumerebbe valore essenziale ai fini della stessa configurazione dellillecito, determinando anche sotto questo profilo quella contaminazione tra culpa ed iniuria dalla quale abbiamo preso le mosse allinizio di questa trattazione. d) Il nesso di causalit Causalit: materiale e giuridica. Quanto allaccertamento circa la sussistenza del legame materiale tra levento dannoso, potenzialmente produttivo di conseguenze pregiudizievoli, ed una pregressa circostanza rilevante come criterio di imputazione della responsabilit, il Codice civile tace. In realt, sullo sfondo dellart. 2043 c.c. lutilizzo del termine cagiona allude proprio alla problematica del collegamento tra il fatto dannoso (il danno-evento) e le conseguenze del fatto stesso (il danno-conseguenza). Alla distinzione tra danno-evento e danno-conseguenza , inoltre, ricollegata quella tra la causalit materiale (cio il collegamento naturalistico tra la condotta, attiva od omissiva, e la causazione dellevento) e la causalit giuridica, ovvero il legame tra il comportamento e levento ritenuto a termini di legge indispensabile perch possa configurarsi una responsabilit in termini giuridicamente vincolanti (consistente, per lappunto, nel risarcimento del danno). La problematica risulta essere particolarmente delicata nel caso in cui il danno sia conseguenza di unacondotta omissiva, ci che accade sovente nellambito della responsabilit medica, a proposito della quale la Cassazione penale, nella celebre sentenza Franzese (n. 30328/2002) ebbe modo di dare precise indicazioni nel senso dellaccettazione di un orientamento intermedio tra la certezza e la probabilit statistico-scientifica, in favore dellalto o elevato grado di credibilit razionale dellaccertamento giudiziale con i criteri della probabilit logica. Veniva al contempo abbandonato il criterio del c.d. aumento del rischio che trasformerebbe, secondo la Corte penale, il reato omissivo improprio da reato di danno in reato di pericolo (orientamento condiviso anche dalla sentenza della Cass., sez. III, n. 21619 del 2007, della quale ci occuperemo pi ampiamente tra breve). In altri termini, la sussistenza di un ragionevole dubbio sulla reale efficacia condizionante della condotta omissiva del medico rispetto ad altri fattori interagenti nella produzione dellevento lesivo comporta lesito assolutorio del giudizio penale. Vedremo subito come la sentenza appena citata si ponga su di una linea di pensiero differente, abbandonando le concezioni tradizionali che, sulla scorta della concezione sanzionatoria della responsabilit civile allora in voga, consideravano la causalit omissiva impropria come unipotesi di causalit necessariamente giuridica, ovvero basata su un giudizio ipotetico fondato sullequivalenza tra il non impedire levento dannoso e il cagionarlo, il cui termine di riferimento obbligato la norma di condotta impositiva al danneggiante del dovere di attivarsi. In tale ottica, come detto, la causalit materiale veniva decisamente svalutata nella sua autonomia e sostanzialmente assorbita in quella giuridica. Come si appena evidenziato, la giurisprudenza civile gi da alcuni anni (v. Cass. civ., sez. III, 2 febbraio 2007, n. 2305 e, amplius, la citata n. 21619 del medesimo anno; Cass., Sez. Un., 11 gennaio 2008, n. 581 e Cass. civ., sez. III, 30 ottobre 2009, n. 23059), al contrario, ha evidenziato le differenze tra la causalit in ambito civile ed in ambito penale. Secondo la Corte, infatti, lo stesso principio della coincidenza tra concetto di causalit in sede penale e di causalit in sede civile che non pu dirsi condivisibile invero, le esigenze de-costruttive e ricostruttive dellistituto del nesso di causa sottese al sottosistema penalistico non sono in alcun modo riprodotte (n riproducibili) nella diversa e pi ampia dimensione dellillecito aquiliano, tanto sotto il profilo morfologico della fattispecie, quanto sotto laspetto funzionale. Sotto il profilo morfologico, difatti, va considerato, da un canto, come il baricentro della disciplina penale con riferimento al profilo causale del fatto sia sempre e comunque rivolto verso lautore del reato/soggetto responsabile,

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orbitando, viceversa, lillecito civile (quantomeno a far data dagli anni 60) intorno alla figura del danneggiato; dallaltro, come, alla peculiare tipicit del fatto reato, faccia da speculare contralto il sistema aperto ed atipico dellillecito civile. Di conseguenza, non potr ritenersi automaticamente applicabile anche in sede civile il principio per cui lesistenza di un ragionevole dubbio sullefficienza causale della condotta omissiva dovrebbe comportare sempre lesonero dalla responsabilit del danneggiante, come enunciato, in ambito penalistico, sempre dalla citata sentenza Franzese. Nella pi recente sentenza in esame, invece, la Cassazione, premessa la necessit di distinguere tra i concetti di danno-evento e danno-conseguenza, appunta la propria attenzione sul secondo e proprio dal relativo esame deduce lestraneit del concetto di prevedibilit/evitabilit dellevento dalla causalit rilevante ai fini civilistici. A giudizio della Corte, risolto il problema della imputazione del fatto, e dunque della identificazione del soggetto responsabile, le norme in tema di responsabilit delimitano lambito della risarcibilit delle singole conseguenze dannose attraverso una disciplina parzialmente difforme nelle due diverse ipotesi di responsabilit contrattuale ed extracontrattuale, per la limitazione, contenuta nella norma di rinvio dellart. 2056 c.c., in base alla quale viene esclusa lapplicabilit dellart. 1225 c.c. (prevedibilit dal danno) nei casi di obbligazioni risarcitorie derivanti da fatto illecito. Quello che ancora giova sottolineare, nella dimensione dellillecito contrattuale, la relazione differenziale tra il disposto dellart. 1223 c.c. in tema di risarcibilit di danni conseguenze dirette e immediate dellinadempimento, e quello di cui al successivo art. 1225 c.c., che limita tale risarcimento, in caso di inadempimento colposo, ai soli danni prevedibili. Pur essendo vero che la prima delle due norme regola il nesso di causa non tra condotta ed evento, ma tra levento (linadempimento) e il danno risarcibile (e, come si avuto modo di sottolineare in precedenza, secondo una attenta dottrina non sarebbero neppure funzionali allaccertamento del nesso di causalit condotta/evento di danno), questo Collegio ritiene che possa non illegittimamente ipotizzarsi come il concetto di prevedibilit resti comunque estraneo, in parte qua, alla struttura oggettiva dellillecito (perch, in caso di inadempimento doloso, il debitore risarcir s i danni imprevedibili, ma che siano pur sempre conseguenza diretta ed immediata dellinadempimento, di talch la diretta immediatezza della realizzazione del danno non destinata ad incidere sulla sua prevedibilit). La conseguenza dellesclusione del concetto di prevedibilit dallindividuazione del nesso causale rilevante ai fini civilistici appena esposta che il nesso di causalit elemento strutturale dellillecito, che corre - su di un piano strettamente oggettivo - tra un comportamento (dellautore del fatto) astrattamente considerato (e non ancora qualificabile come generatore di un damnum iniuria datum), e un evento (dannoso). Nellindividuazione di tale relazione primaria tra condotta ed evento si prescinde in prima istanza da ogni valutazione di prevedibilit, tanto soggettiva quanto oggettivata, da parte dellautore del fatto, essendo il concetto di prevedibilit/previsione insito nella fattispecie della colpa (elemento qualificativo del momento soggettivo dellillecito, momento di analisi collocato in un ideale posterius rispetto alla ricostruzione della fattispecie). Solo il positivo accertamento del nesso di causalit materiale cos rettamente inteso consente, allora, la traslazione, logicamente e cronologicamente conseguente sul piano dimostrativo, verso la dimensione dellillecito costituito dal suo elemento soggettivo, e cio verso lanalisi della sussistenza o meno della colpa dellagente (o, se del caso, del dolo), elemento di fattispecie la cui impredicabilit nella singola vicenda, pur in presenza di un nesso causale accertato, ben potrebbe escludere lesistenza dellillecito secondo criteri (storicamente elastici) della prevedibilit ed evitabilit del fatto. Criteri questi che restano iscritti nellorbita dellelemento soggettivo del fatto dannoso e postulano il positivo oggettivo accertamento del preesistente nesso causale, elemento strutturale del torto al quale non consentito di collegare alcuna inferenza fondata sulla dicotomia colpevolezza/incolpevolezza, attenendo tale aspetto al successivo momento di valutazione della colpa. In altri termini la Corte, partendo dallesame delle norme in tema di quantificazione delle conseguenze del danno, rileva come il concetto di prevedibilit limitato, anche nel caso di responsabilit contrattuale derivante da inadempimento doloso, al risarcimento dei danni che siano conseguenza immediata e diretta dellinadempimento stesso: sicch, nella ricostruzione effettuata, lapplicazione delle

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norme in questione postula il preventivo accertamento, in termini positivi, della possibilit di collegare la condotta dellagente al fatto dannoso, che esattamente quanto si intende con la locuzione causalit materiale. La prevedibilit attiene, invece, allaltro elemento costitutivo della fattispecie ex art. 2043 c.c., ovvero lelemento soggettivo della colpa o del dolo. In questa ricostruzione il nesso causale diviene la misura della relazione probabilistica concreta (e svincolata da ogni riferimento soggettivo) tra comportamento e fatto dannoso (quel comportamento e quel fatto dannoso) da ricostruirsi anche sulla base dello scopo della norma violata, mentre tutto ci che attiene alla sfera dei doveri di avvedutezza comportamentale (o, se si vuole, di previsione e prevenzione, attesa la funzione anche - preventiva della responsabilit civile, che si estende sino alla previsione delle conseguenze a loro volta normalmente ipotizzabili in mancanza di tale avvedutezza) andr pi propriamente ad iscriversi entro lorbita soggettiva (la colpevolezza) dellillecito. Premettendo, quindi, il proprio deciso orientamento verso la valutazione in termini obiettivi della causalit e di conseguenza nellabbandono di una concezione normativa di questa, la Corte conclude che quasi certezza (ovvero altro grado di credibilit razionale), probabilit relativa e possibilit sono, dunque, in conclusione, le tre categorie concettuali che, oggi, presiedono allindagine sul nesso causale nei vari rami dellordinamento. Pertanto, la causalit civile ordinaria secondo la Corte caratterizzata dalla probabilit relativa (o variabile), consistente, specie in ipotesi di reato ommissivo, nellaccedere ad una soglia meno elevata di probabilit rispetto a quella penale,stante la diversit dei valori in gioco nei due tipi di processi, ci che giustifica una differenza negli standard probatori ed il diverso livello di incertezza da assumersi come ragionevolmente accettabile. Il compito del giudice civile, pertanto, sar quello di operare una selezione di scelte giuridicamente opportune in un dato momento storico [sulla base delle risultanze processuali] senza trasformare il processo civile (e la verifica processuale in ordine allesistenza del nesso di causa) in una questione di verifica (solo) scientifica demandabile tout court al consulente tecnico. Secondo la Corte, in definitiva, la causalit civilistica ordinaria obbedisce alla logica del pi probabile che non, mentre la causalit da perdita di chance invece attestata tout court sul versante della mera possibilit di conseguimento di un diverso risultato terapeutico, da intendersi, rettamente, non come mancato conseguimento di un risultato soltanto possibile, bens, come sacrificio della possibilit di conseguirlo, inteso tale aspettativa (la guarigione da parte del paziente) come bene, come diritto attuale, autonomo e diverso rispetto a quello alla salute. Le pronunce pi recenti della Cassazione confermano lapprodo verso una concezione della causalit civile ordinaria ancorata al parametro concettuale della ragionevole probabilit (o probabilit logica), consistente nellaccedere ad una soglia meno elevata di probabilit rispetto a quella penale, mentre la causalit da perdita di chance invece attestata sul versante della mera possibilit del conseguimento di un diverso risultato (inteso tale aspettativa come bene, come diritto attuale ed autonomo) (v. Cass. civ., sez. III, 8 luglio 2010, n. 16123; Cass. civ., sez. III, 13 luglio 2010, n. 16381; Cass. civ., sez. III, 20 aprile 2012, n. 6275; Cass. civ., sez. III, 18 giugno 2012, n. 9927;Cass. civ., sez. III, 17 ottobre 2013, n.23575; Cass. civ., sez. III, 20 ottobre 2014, n. 22225; Cass. civ., sez. III, 20 febbraio 2015, n. 3390, allegatain dispensa; nella giurisprudenza di merito, cfr. Trib. Reggio Emilia, sez. II, 27 febbraio 2014, n. 338, pure in dispensa) (Sullargomento v., amplius, GUAGLIONE, Studi di diritto civile, vol. I, Obbligazioni e responsabilit civile, Roma, 2011, p. 296 ss.). Parimenti, anche la Corte di Giustizia indirizzata ad accettare che la causalit non possa che poggiarsi su logiche di tipo probabilistico (Corte Giust. 3/7/2006 cause riunite C-295/04 e C-298/04, nonch Corte Giust. 15/2/2005 causa C-12/03, entrambe in tema di tutela della concorrenza). Riepilogando quanto sopra esaminato, pu delinearsi una scala discendente di valori (cui si ac-compagna un diverso metro di valutazione del nesso causale), cos strutturata: 1)sul gradino pi alto si pone la causalit penale, dominata dal percorso di credibilit razionale inaugurato dalla sentenza Franzese; 2) ad un livello inferiore, si pone la causalit civile ordinaria, attestata sul versante della probabilit relativa(o variabile)e, dunque, caratterizzata dall'accedere ad una soglia meno elevata di

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probabilit rispetto a quella penale; in definitiva, mentre la causalit penale richiede la certezza processuale che la condotta alternativa omessa avrebbe impedito l'evento al di la di ogni ragionevole Dubbio, la causalit civile obbedisce alla logica del pi probabile che non; 3) al terzo gradino, sempre nell'orbita del sottosistema civilistico, residuerebbe la causalit da perdita di chance, la quale si pone sul fronte della mera possibilit di conseguimento di un diverso risultato terapeutico(la guarigione del paziente), da intendersi, rettamente, non come mancato conseguimento di un risultato lo possibile, bens, come sacrificio della concreta ed effettiva possibilit di conseguirlo, quale bene a s stante, diritto 'attuale, autonomo e diverso rispetto a quello alla salute (v. CHIN-FRATINI-ZOPPINI, Manuale di diritto civile, cit., p. 2131 ss.;FRATINI, Compendio di diritto civile, Roma, 2014-2015, p. 867). Danno-evento e danno conseguenza. La distinzione tra danno-evento e danno-conseguenza stata per lungo tempo trascurata, per effetto della ben maggiore attenzione dedicata dagli interpreti al secondo, in relazione alla concezione di causalit giuridica largamente diffusa nella giurisprudenza, come abbiamo visto in precedenza. Secondo la dottrina, il concetto di danno-evento essenzialmente relativo allaccertamento del collegamento tra levento dannoso ed un soggetto, ovvero un bene (si pensi allart. 2051 c.c.), ed alla misura di tale collegamento nel caso di concorso di cause. In difetto di unespressa indicazione normativa, come si diceva nel paragrafo precedente, gli interpreti ritenevano di dover fare riferimento agli artt. 40 e 41 c.p. (un caso emblematico rappresentato dalla citata sentenza sul c.d. caso Meroni, che definiva tali norme come pacificamente applicabili anche allillecito civile). E ci quanto meno con riferimento allipotesi-base prevista dallart. 2043 c.c., facendo le successive fattispecie disciplinate dal Codice riferimento anche ad ipotesi nelle quali la causalit soltanto indirettamente ricollegabile ad un soggetto, trovando altrove il proprio referente primario: cos, ad esempio, nel collegamento tra un soggetto ed un bene (il ricordato caso dellart. 2051 c.c., cui deve aggiungersi anche lart. 2052 c.c.) oppure nel fatto altrui (artt. 2047 e 2049 c.c.). Il danno-conseguenza, invece, consiste nelle conseguenze di ordine economico ricollegate alla condotta dannosa. Come evidenziato nella pi volte ricordata sentenza della Cassazione n. 21619 del 2007, si tratta di un posterius rispetto allindividuazione del nesso di causalit materiale tra la condotta ed il fatto dannoso, anche se lattenzione dedicata al concetto di causalit giuridica dalla giurisprudenza civilistica consolidata ha determinato una sorta di contaminatio tra gli elementi costitutivi della fattispecie ex art. 2043 c.c.. Ci avvenuto, segnatamente, tra la prevedibilit delle conseguenze e lattribuzione dellevento, attinenti la prima allelemento soggettivo (ovvero ai fini della valutazione della colpa o del dolo), e la seconda a quello oggettivo dellillecito. Viceversa, nellinsegnamento pi recente della Cassazione, come abbiamo gi visto, i due profili debbono essere distinti e separati (v. di recente, Cass. civ., sez. III, 3 luglio 2014, n. 15240; Cass. civ., sez. II, 27 marzo 2015, n. 6285, in dispensa). Ai sensi dellart. 2056 c.c., che si occupa specificamente del danno-conseguenza, il risarcimento dovuto al danneggiato si deve determinare secondo le disposizioni degli artt. 1223, 1226 e 1227 c.c., mentre il lucro cessante valutato dal giudice con equo apprezzamento delle circostanze del caso. La prima norma stabilisce che sono risarcibili soltanto i danni che siano conseguenza immediata e diretta del fatto lesivo (rectius del danno-evento), mentre la seconda legittima il giudice alla valutazione equitativa del danno qualora non sia possibile procedere ad una precisa quantificazione dello stesso. Lart. 1227, infine, si riferisce alleffetto sullobbligazione risarcitoria derivante dal concorso del danneggiato e di esso ci occuperemo nel paragrafo successivo. Le concause. Per concludere il discorso sulla causalit resta, ora, da affrontare il problema delle concause, ovvero dellinserimento nella serie causale, che ha portato dal fatto illecito al danno ingiusto, di elementi diversi dalla condotta attiva od omissiva dellagente.

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Talvolta tali elementi non assurgono al ruolo di fattori determinanti delle conseguenze dannose, ma molto spesso il danno ingiusto il risultato complessivo della compresenza di una pluralit di condotte dannose, ovvero di eventi naturali preesistenti, concomitanti o successivi che in qualche caso agevolano, in qualche altro determinano, in altri ancora si affiancano alla condotta illecita originaria, assumendo autonoma rilevanza causale nella produzione del danno. Occorre, allora, verificare quali siano i criteri che disciplinano i rapporti tra i vari fatti od atti che concorrono in senso naturalistico alla produzione dellevento (nel senso che la mancata presenza di uno o pi di essi comporterebbe la non verificazione del danno ingiusto, ovvero un minore effetto negativo di questo), per verificare quali siano le regole giuridiche (prevalentemente di tipo risarcitorio ma, talvolta, anche di carattere riparatorio-preventivo) previste dallordinamento ai fini del collegamento tra tali atti o fatti e le conseguenze negative dellillecito. Vengono, allora, in evidenza le ipotesi di concorso del danneggiato alla produzione del fatto dannoso regolate dallart. 1227, comma 1, c.c. (cfr. Cass. civ., sez. III, 13 febbraio 2013, n. 3542;Cass. civ., sez. III, 3 aprile 2014, n. 7777;Cass. civ., sez. II, 21 aprile 2015, n. 8109, allegata in dispensa), quelle del concorso di pi soggetti alla produzione del danno, di cui si occupa lart. 2055 c.c. (cfr.Cass. civ., sez. I, 12 dicembre 2013, n. 27875; Cass. civ., sez. III, 25 settembre 2014, n. 20192;Cass. civ., sez.III, 6 maggio 2015, n. 9012, allegata in dispensa; Trib. Monza, sez. II, 6 marzo 2014), ed infine quelle di concorso tra atti umani e fatti giuridici naturali(cfr. Cass. civ., Sez. Un., 21 novembre 2011, n. 24408, allegata in dispensa). In tal caso il problema (molto delicato, per lassenza di specifiche norme dettate dal Codice in merito) precisamente quello di verificare se un siffatto collegamento, sotto il profilo giuridico, sia possibile, come nel caso degli artt. 2051 e 2052 c.c. (che disciplinano per lappunto lattribuzione ad un soggetto di fatti naturali in ragione del rapporto di custodia o di utilizzazione), ovvero se non sia possibile individuare alcuna relazione tra il danneggiante e i fatti verificatisi (perch, ad es., si tratti di eventi del tutto sottratti alla sua capacit di intervento, come quando, pur essendo astrattamente possibile un intervento del danneggiante al fine di scongiurare il danno ingiusto, ricorrano gli estremi del caso fortuito o della forza maggiore che per lappunto escludono la ricollegabilit dellevento al danneggiante stesso, come disposto proprio dai citati artt. 2051 e 2052 c.c.). Le conseguenze non sono di poco conto, perch consentono in concreto di escludere o limitare la responsabilit del danneggiante con le relative conseguenze patrimoniali (per una trattazione pi diffusa dellargomento, v. CHINE-FRATINI-ZOPPINI, Manuale di diritto civile, cit., p. 2144 ss.).

II LE RESPONSABILIT SPECIALI TIPIZZATE: LE FIGURE CODICISTICHE

Rinviando alla trattazione manualistica per la ricostruzione degli elementi strutturali che connotano le singole ipotesi di responsabilit tipicizzate, in questa sede ci si soffermer sulla natura della responsabilit in questione e sulla relativa prova liberatoria. Le fattispecie di responsabilit disciplinate dagli artt. 2047 ss. c.c. costituiscono modelli speciali di responsabilit, che si connotano per la loro diversit ed autonomia rispetto al modello generale disciplinato dallart. 2043 c.c. In tutte queste ipotesi, diverse luna dallaltra, la responsabilit si basa su criteri di imputazione sempre pi nettamente distinti da quello che anima lart. 2043 c.c. Questi criteri, come si gi osservato in precedenza, rispondono allesigenza di far fronte alle conseguenze dannose derivanti dallo svolgimento di attivit che comportano inevitabilmente linsorgere di rischi. In linea di principio, essi pongono lobbligazione risarcitoria a carico dei soggetti che sono pi in grado di adottare le opportune contromisure atte a prevenire i rischi di danno o a tenerli sotto controllo,indipendentemente dalla valutazione della condotta secondo il parametro della colpa. Tra gli artt. 2043 e 2047 e ss. c.c. sussistono, dunque, diversit di operativit e difunzione. Lart. 2043 c.c. contiene una regola generale; espressione del principio diatipicit dellillecito civile. Gli artt. 2047 e ss. c.c. individuano una serie di settori incui operano diverse previsioni di

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responsabilit.Si tratta di fattispecie normativetipiche che non trovano applicazione al di fuori della propria area diappartenenza, n in via analogica e neppure in via estensiva. Le varie fattispecie hanno in comune lesistenza di una particolare relazione per la quale avviene lattribuzione della responsabilit in capo ad un determinato soggetto. Sulla base di tale relazione possibile distinguere tre grandi categorie: responsabilit per fatto altrui (artt. 2047, 2048, 2049 c.c.), responsabilit collegata allesercizio di unattivit (art. 2050 c.c.) e responsabilit derivanti dal rapporto di un soggetto con una cosa o con un animale (artt. 2051, 2052, 2053 e 2054 c.c.) (cfr. CHIN-FRATINI-ZOPPINI, Manuale di diritto civile, cit., p. 2305). Per ognuna di queste fattispecie lattribuzione della responsabilit appare dunque diversificata, come emerge dalla lettura dei dati normativi e, soprattutto, dal contenuto della prova liberatoria a carico del soggetto chiamato a rispondere del danno. In alcune di esse, infatti, opera una presunzione di colpa (artt. 2047, 2048, 2054 comma 1 c.c.), in altre ipotesi, invece, il criterio di imputazione prescinde dalla colpevolezza del comportamento dannoso (artt. 2049, 2050, 2051, 2052, 2053 e 2054, comma 4 c.c.) e si in presenza di una responsabilit c.d. oggettiva. Nelle fattispecie di responsabilit oggettiva, tuttavia, si riscontrano differenze nel grado in cui le varie previsioni legislative superano la soglia della colpa. Si ipotizzata, pertanto, lesistenza di figure di responsabilit intermedie tra la responsabilit per colpa e quella oggettiva; conseguentemente la sistemazione e semplificazione della disciplina delle responsabilit speciali si rivelata uno dei problemi pi complessi e controversi del diritto civile, anche perch connesso al dibattito sulle funzioni del giudizio di responsabilit. evidente inoltre come anche la giurisprudenza, in continua evoluzione, abbia contribuito a far ipotizzare non una netta demarcazione tra le categorie di responsabilit, bens lesistenza di un continuum che va dalla colpa soggettiva alla responsabilit oggettiva. I confini tra le due categorie di responsabilit, infatti, dipendono strettamente anche dalla prova richiesta per dimostrare la colpa del danneggiante: se si giunge a ritenere sufficiente che la colpa sia dimostrata attraverso la prova del danno e del nesso eziologico (c.d. teoria della res ipsa loquitur), sotto le spoglie di una responsabilit per colpa si celer, in realt, unipotesi di responsabilit intermedia. Appare difficile, pertanto, ricondurre le varie ipotesi di responsabilit attorno ai due poli contrapposti della responsabilit per colpa ed oggettiva. La necessit di tener conto dei diversificati modelli di disciplina delle norme in esame e della pluralit di criteri di imputazione ad essi sottesi induce, quindi, a riconsiderare la problematica alla luce della logica interna alle singole fattispecie. 1. La responsabilit dei genitori: art. 2048, comma 1, c.c. Quanto alla responsabilit dei genitori, la cui disciplina contenuta nel comma 1 dellart. 2048 c.c., la giurisprudenza la ricostruisce sulla base di una duplice presunzione di colpa, in vigilando ed in educando. Ne consegue che, per andare esente da responsabilit, il genitore deve fornire una prova idonea a superare ambedue le suddette presunzioni. La prova liberatoria prevista dallart. 2048, comma 3, c.c. (formulata in termini negativi, come dimostrazione di non aver potuto impedire il fatto) deve pertanto tradursi nella prova positiva di aver adeguatamente vigilato ed educato il minore, in conformit alle condizioni sociali, familiari, allet, al carattere e allindole dello stesso (cfr., ex plurimis, Cass. civ., sez. III, 20 ottobre 2005, n. 20322; Cass. civ., sez. III, 6 dicembre 2011, n. 26200). altres frequente in giurisprudenza laffermazione secondo cui linadeguatezza della educazione impartita (culpa in educando) e della vigilanza esercitata (culpa in vigilando) pu desumersi - in mancanza di una concludente prova contraria - dalle stesse modalit con cui avvenuto il fatto illecito, atteso che tali modalit ben possono rivelare lo stato di maturit, il temperamento e, in genere leducazione del minore. stata ritenuta inammissibile, invece, la valutazione reciproca, e cio che dalle modalit del fatto illecito possa desumersi ladeguatezza delleducazione impartita e della vigilanza esercitata dai genitori (cfr. Cass. civ., sez. III, 18 novembre 2014, n. 24475, allegata in dispensa). Discussa la natura giuridica di detta responsabilit. Parte della dottrina ha ricostruito la responsabilit ex art. 2048 c.c. in chiave oggettiva, affermando che il criterio di imputazione dellillecito commesso dal minore sarebbe correlato allo status di genitore. Di diverso avviso la giurisprudenza,

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anche pi recente, che ricostruisce la responsabilit in esame in termini di responsabilit diretta dei genitori, per fatto proprio, fondata sulla colpa dei genitori, peraltro presunta(v. Cass., n. 5957 del 2000; Cass. n. 9815 del 1997; Cass. n. 4945 del1997; Cass. n. 5306 del 1994). Presupposto della responsabilit ex art. 2048 c.c. , anzitutto, la capacit di intendereevolere dei minori soggetti alla vigilanza dei soggetti richiamati dalla norma de qua. Il requisito dell'imputabilit, infatti, costituisce il criterio distintivo tra l'art. 2048 c.c. e lart. 2047 c.c.: se il danno cagionato da un minore incapace, i genitori, o linsegnante risponderanno in qualit di sorveglianti (ex art. 2047, comma 1, c.c.); viceversa, se sussiste nel minore la capacit di intendere e volere al momento delcompimento del fatto, trover applicazione l'art. 2048 c.c.. Per tale motivo, si ritiene che la responsabilit ex art. 2047 c.c. e quella ex art. 2048 c.c. siano alternative e non concorrenti tra loro. La riconducibilit all'una o all'altra delle due fattispecie in esame ha delle rilevanti conseguenze: in base all'art. 2047, infatti, il sorvegliante sar responsabile in via esclusiva del danno dell'incapace (senza poter agire in regresso); applicando l'art. 2048, la responsabilit dei genitori concorrer, in via solidale, con quella del minore imputabile (ed eventualmente con quella dell'insegnante o del datore di lavoro). 2. La responsabilit degli insegnati: art. 2048, comma 2, c.c.. Il comma 2 dellart. 2048 c.c. disciplina la responsabilit degli insegnanti o pi in generale di colui al quale il minore affidato dai genitori per fini di istruzione. Ne consegue che la responsabilit degli insegnanti si fonda su unomessa vigilanza e non concerne lintero sistema educativo, al contrario di quanto accade per i genitori. La responsabilit degli insegnanti quindi meno gravosa rispetto a quella dei genitori: i primi, infatti, si sostituiscono ai secondi solo nel dovere di vigilanza, e non anche in quello di educazione; gli insegnanti inoltre (diversamente dai genitori) rispondono degli illeciti compiuti dagli allievi solamente nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza. possibile, dunque, che si verifichi un concorso di responsabilit dellinsegnante (per culpa in vigilando) e del genitore (per culpa in educando) nei casi in cui lillecito del minore sia causalmente riconducibile ad unomessa vigilanza e ad una carente educazione. La diversit delle due forme di responsabilit tale da giustificare il loro eventuale concorso spiega anche il diverso atteggiarsi della prova liberatoria che incombe sul precettore. Il limite del dovere di vigilanza e della relativa responsabilit coincide con levento imprevedibile. Per essere esente da responsabilit, quindi, linsegnante dovr dimostrare di avere esercitato la vigilanza nella misura dovuta (il che presuppone anche ladozione, in via preventiva, delle misure organizzative idonee ad evitare una situazione di pericolo) e dovr inoltre fornire la prova dellimprevedibilit e repentinit, in concreto, dellazione dannosa. Un chiarimento si impone: rientra nella previsione dellart. 2048 c.c. quindi della relativa presunzione di responsabilit - il fatto doloso o colposo commesso dal minore in danno di terzi nel tempo in cui era affidato alla vigilanza dellinsegnante, ma non anche il danno a s stesso (cd. autolesioni). Le Sezioni Unite Civili della Cassazione (con sentenza 27 giugno 2002, n. 9346) hanno statuito linapplicabilit dellart. 2048 c.c. (e dello schema di responsabilit extracontrattuale in generale) allipotesi del danno cagionato dallallievo a s stesso, attraverso linquadramento della fattispecie in chiave contrattuale, anzich aquiliana. La Corte, dato atto del contrasto giurisprudenziale, aderisce allorientamento maggioritario esprimendosi nei termini che seguono: ...deve escludersi che sia invocabile la presunzione di responsabilit posta dall'art. 2048, comma 2, nei confronti dei precettori, al fine di ottenere il risarcimento dei danni che l'allievo abbia procurato a se stesso. Il contrario assunto postula infatti una radicale alterazione della struttura della norma, che delinea una ipotesi di responsabilit per fatto altrui, in quanto il precettore risponde verso il terzo danneggiato per il fatto illecita compiuto dall'allievo in danno del terzo, per non averlo impedito in ragione di una presunzione di culpa in vigilando, laddove nel caso di autolesione il precettore sarebbe ritenuto direttamente responsabile verso l'alunno per un fatto illecito proprio, consistente nel non aver impedito, violando l'obbligo di vigilanza, che venisse compiuta la condotta auto lesiva.

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Per completezza d'esame, le Sezioni Unite ritengono di precisare che, nel caso di danno arrecato dall'allievo a se stesso, appare pi corretto ricondurre la responsabilit dell'istituto scolastico e dell'insegnante non gi nell'ambito della responsabilit extracontrattuale, con conseguente onere per il danneggiato di fornire la prova di tutti gli elementi costitutivi del fatto illecito di cui all'art. 2043 c. c., bens nell'ambito della responsabilit contrattuale, con conseguente applicazione del regime probatorio desumibile dall'art. 1218 c. c.. Quanto all'istituto scolastico, l'accoglimento della domanda di iscrizione e la conseguente ammissione dell'allievo determina infatti l'instaurazione di un vincolo negoziale da contatto sociale qualificato, in virt del quale, nell'ambito delle obbligazioni assunte dall'istituto, deve ritenersi sicuramente inclusa quella di vigilare anche sulla sicurezza e l'incolumit dell'allievo nel tempo in cui fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni, anche al fine di evitare che l'allievo procuri danno a se stesso ( v. Cass. civ., sez. III, 15 maggio 2013, n. 11751; Cass. civ., sez. III, 4 ottobre 2013, n. 22752;Cass. civ.,sez. III, 4 febbraio 2014, n. 2413, allegata in dispensa). Quanto al precettore dipendente dall'istituto scolastico, osta alla configurabilit di una responsabilit extracontrattuale il rilievo che tra precettore ed allievo si instaura pur sempre, per contatto sociale, un rapporto giuridico, nell'ambito del quale il precettore assume, nel quadro del complessivo obbligo di istruire ed educare, anche uno specifico obbligo di protezione e di vigilanza, onde evitare che l'allievo si procuri da solo un danno alla persona (v. Cass. civ., sez. III, 3 marzo 2010, n. 5067). Circa l'onere probatorio, nelle controversie instaurate per il risarcimento del danno da autolesione nei confronti dell'istituto scolastico e dell'insegnante, l'attore dovr quindi soltanto provare che il danno si verificato nel corso dello svolgimento del rapporto, mentre sar onere dei convenuti dimostrare che l'evento dannoso stato determinato da causa a loro non imputabile (cfr.Cass., sez. III, 31marzo 2007, n. 8067, in Foro it., 2007, I,c. 3468; Cass. civ., sez. III, 3 febbraio 2011, n. 2559). Riepilogando: per quanto attiene alla responsabilit del "precettore" verso gli alunni, incontestabile che esistono attualmente due diversi titoli di responsabilit astrattamente applicabili, in relazione alle diverse modalit con cui si verifica il danno. Infatti, se un minore riceve un danno da un compagno di classe la responsabilit del precettore extracontrattuale (ex art. 2048, comma 2, c.c.), mentre se lo stesso minore si cagiona da solo anche il medesimo danno, la responsabilit contrattuale: e ci in base alla interpretazione che si ormai affermata della norma codicistica nel diritto vivente. L'art. 2048, comma 2, c.c., pone in effetti a carico dei precettori una responsabilit del danno per fatto altrui (impropriamente indicata spesso come "oggettiva") per i fatti illeciti cagionati dagli allievi "nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza". pacifico che l'operativit di tale norma limitata ai danni che il minore capace di intendere e di volere cagioni ad altri, ma non a quelli che procuri a se stesso. In tale ultimo caso invece, il tipo di responsabilit che ne deriva fondato su una responsabilit contrattuale sia dell'istituto scolastico che del precettore, basata sul rapporto sorto a seguito della iscrizione/ammissione scolastica dell'alunno che determinerebbe un vincolo negoziale da c.d. "contatto sociale". appena il caso di rammentare, come "in tema di responsabilit civile ex art. 2048 c.c., il dovere di vigilanza dell'insegnante va commisurato all'et e al grado di maturazione raggiunto dagli allievi in relazione alle circostanze del caso concreto. Non poi da dimenticare che nelle ipotesi di danno verso terzi in casi diversi da quelli commessi in culpa in vigilando, sussiste una responsabilit solidale del precettore con lo stesso alunno danneggiante, ove capace di intendere e di volere. Il terzo leso potrebbe quindi agire sia verso l'alunno danneggiante che verso il precettore. Autorevole dottrina, ipotizza che il precettore abbia anche rivalsa nei confronti dell'allievo che abbia materialmente compiuto l'illecito. In ogni caso, in tale contesto di attivit scolastica per il fatto lesivo commesso dall'alunno (verso terzi ovvero verso anche se stesso), legittimato passivo per la richiesta del risarcimento non il precettore, ma l'istituto scolastico in forza dello specifico dettato di cui all'art. 61, comma 2, legge 11 luglio 1980, n. 312 (v. Cass. civ., sez. III, 3 marzo 2010, n. 5067, allegata in dispensa; App. L'Aquila, 14 gennaio 2015, n. 55).

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Rimane l'ipotesi di azioni dirette dei genitori o di terzi lesi verso gli insegnanti per quanto possa accadere al di fuori dell'esercizio della vigilanza, e l'ipotesi non appare meramente teorica. Si deve riconoscere che il periodo di vigilanza non si limita allo stretto tempo della lezione, ma si estende anche alla ricreazione, alle gite scolastiche, alle ore di svago trascorse nei locali scolastici o di pertinenza della scuola, fino al momento della riconsegna ai genitori. Sostanzialmente, dal momento in cui gli alunni varcano la soglia dell'istituto scolastico essi sono sottoposti al regime normativo dell'art. 2048 c.c. Appare utile menzionare che a norma dell'art. 29, comma 5, del C.C.N.L. - Scuola 2006/2009, Per assicurare l'accoglienza e la vigilanza degli alunni, gli insegnanti sono tenuti a trovarsi in classe 5 minuti prima dell'inizio delle lezioni e ad assistere all'uscita degli alunni medesimi. Inoltre, il d.lgs. n. 297/1994, (modificato dal d.l. 28 agosto 1995, n. 361, convertito con modificazioni dalla legge 27 ottobre 1995, n. 437) prevede all'art. 494, comma 1, lett. c), la sanzione disciplinare della "Sospensione dall'insegna-mento o dall'ufficio fino a un mese" nel caso in cui il dipendente abbia "omesso di compiere gli atti dovuti in relazione ai doveri di vigilanza", e pertanto qualsiasi fatto che dovesse accadere al di fuori dell'esercizio della loro vigilanza sembrerebbe attenere, per esclusione logica, alla loro vita di privati cittadini. Se risultano quindi chiari nella loro particolare complessit i profili della responsabilit degli insegnanti, giova adesso individuarequali sono ipunti di sovrapposizione con quella dei genitori. A tale scopo, occorre ribadire come proprio il meccanismo sopra descritto delle responsabilit per i fatti accaduti in ambito scolastico che gi rende teoricamente operanti due tipi di responsabilit per un medesimo fatto.Tale connessione un aspetto gi noto, poich consolidato orientamento giurisprudenziale ritiene che nelle ipotesi di fatti illeciti commessi da alunni durante le attivit scolastiche sussista una responsabilit concorrente, solidale, e non alternativa dei genitori e del precettore (Cass. civ. sez. III, 21 settembre 2000, n. 12501). Le responsabilit del genitore e quella del precettore per il fatto commesso da un minore affidato alla vigilanza di quest'ultimo, non sono infatti alternative, giacch l'affidamento del minore alla custodia di terzi, se solleva il genitore dalla presunzione di "culpa in vigilando", non lo solleva da quella di "culpa in educando", rimanendo comunque i genitori tenuti a dimostrare, per liberarsi da responsabilit per il fatto compito dal minore pur quando sotto la vigilanza di terzi, di avere impartito al minore stesso una educazione adeguata a prevenire comportamenti illeciti. La connessione delle due situazioni di responsabilit attraverso il meccanismo giuridico della solidariet posta a tutela dei terzi danneggiati, ed apre anzitutto la strada ad una ripartizione percentuale della colpa in via interna tra i soggetti responsabili tra i quali potrebbe poi farsi valere la rivalsa. Sar eventualmente il giudice in base al fatto concreto cos come si verificato a stabilire se ed in che misura il comportamento del minorenne/allievo sia frutto di carenze educative e di mancata vigilanza del precettore. Le sfumature della potenziale casistica sono infinite, e non si dimentichi che il dovere di vigilanza dell'insegnante va sempre e comunque commisurato all'et ed al grado di maturazione (rectius al suo livello di educazione) raggiunto dagli allievi in relazione alle circostanze del caso concreto. Per quanto attiene poi alle ipotesi di autolesionismo il danneggiato il figlio/alunno intorno al quale si giocher la partita per definire se una autolesione o un danno subito ad opera dell'alunno stesso sia risarcibile da parte di chi doveva controllare - ossia scuola ed insegnanti - sottoposti alla prova liberatoria del dovere dimostrare che l'evento dannoso stato determinato da causa ad essi non imputabile. Anche in questo caso sarebbero coinvolgibili le responsabilit dei genitori, a seconda della dinamica del fatto, e senza arrivare ad apparenti errate conclusioni sull'onda di sentenze che sembrerebbero avallare la responsabilit della scuola e degli insegnanti anche per le "nascoste e recondite idiosincrasie dell'adolescente" (l'inciso mutuato dal commento a Trib. Catanzaro, sez. I, 18 giugno 2009). La sentenza riguardava il noto caso della alunna suicida durante la mattutina attivit scolastica, e la responsabilit del Ministero convenuto stata in quel caso motivata con la mancata (prova della) attivit di sorveglianza da parte dell'insegnante. Sarebbe risultato molto difficile invece addivenire ad una condanna qualora la vigilanza fosse stata coerente con "il comportamento minimo che ad un educatore viene richiesto". Infatti, in presenza di un valido controllo, nessuno avrebbe

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potuto conoscere gli intimi propositi suicidi dell'alunna, sicuramente maturati in ambito familiare o comunque per una distorta educazione alla gestione delle preoccupazioni che la vita pu dare in ogni momento ed a qualsiasi et. Anche in presenza del principio della solidariet tra genitori e precettori, nella prassi i terzi agiscono direttamente verso l'istituzione scolastica soprattutto se la dinamica dei fatti rientra nel dettato dell'art. 61, l. n. 312/1980, e cio nei casi di responsabilit degli insegnanti nell'esercizio della vigilanza. infatti pi facile agire contro il ministero legittimato passivo necessario, per sfruttare la sua migliore solvibilit ed ottenere comunque il pagamento dell'intero ammontare del danno. Sar poi il ministero ad agire in rivalsa verso i genitori, ove abbia anche anticipato il pagamento della quota di danno che il giudicante ritenesse di imputare alla responsabilit dei genitori per loro "culpa in educando". allora evidente che la probabilit che il terzo danneggiato agisca direttamente contro i genitori per i fatti illeciti commessi dai figli durante le attivit scolastiche sia tanto pi alta quanto pi alta la possibilit di provare agevolmente la loro responsabilit, ovvero quanto pi evidentemente ricada fuori dall'alveo della attivit di vigilanza degli insegnanti. Ma il terreno pi scoperto per il verificarsi della culpa in vigilando degli insegnanti quello dei danni da autolesione. Le casistiche giudiziarie dimostrano come (a prescindere dall'esito delle iniziative, spesso non favorevole) i genitori tendano comunque a colpevolizzare il lavoro degli insegnanti, intentando azioni giudiziarie (anche penali) per le pi svariate motivazioni. Si sta sempre pi diffondendo il convincimento che ci sia giusto, perch i genitori in realt stanno lentamente rinunciando al loro ruolo di educatori, scivolando verso la richiesta per fatti concludenti di una specie di assistenzialismo pubblico al potere educativo, in base al quale si pensa che i figli lasciati a scuola non appartengono pi in alcun modo alla loro sfera di controllo, come se essi non fossero vettori di valori e disvalori appresi in ambito familiare. necessario riequilibrare questa tendenza, cercando di fare riemergere il contenuto di ruoli sociali che stanno gradualmente depotenziandosi. In materia di responsabilit disciplinare degli studenti si assistito ad una notevole evoluzione che pu dirsi iniziata con l'introduzione dello Statuto delle Studentesse e degli Studenti (d.P.R. 24 giugno 1998, n. 249) che ha avuto il merito di avere procedimentalizzato la materia, dettando anche norme quadro che permettessero ai singoli istituti di operare in autonomia. La disciplina consiste nell'insieme in quei particolari doveri di comportamento richiesti agli studenti nell'ambito della attivit scolastica. Essa quindi si basa su un complesso di norme (e sulla osservanza delle stesse) volte ad assicurare il buon ordine e la regolarit della vita della comunit scolastica. La comunit scolastica pu affinare alcuni profili della educazione alla convivenza: gli alunni vivono quotidianamente in contatto con adulti e coetanei nei confronti dei quali si scontrano le rispettive individualit; vivono in un ambiente dove appare essenziale convivere rispettando l'altrui libert e tollerando l'altrui diversit di posizione; conoscono l'esistenza di regole la cui osservanza viene rimessa al corpo docente, responsabile della crescita educativa degli allievi, oltre che della loro maturazione formativa in senso stretto. La scuola non dovrebbe diventare il luogo dove i suoi componenti cercano di scaricarsi reciprocamente delle mere responsabilit. per questo motivo che lo stesso Statuto delle Studentesse e degli Studenti prevede (Articolo 5-bis: Patto educativo di corresponsabilit: "Contestualmente all'iscrizione alla singola istituzione scolastica, richiesta la sottoscrizione da parte dei genitori e degli studenti di un Patto educativo di corresponsabilit, finalizzato a definire in maniera dettagliata e condivisa diritti e doveri nel rapporto tra istituzione scolastica autonoma, studenti e famiglie...", quello che dovrebbe essere lo strumento per coinvolgere i genitori nella consapevolezza del loro ruolo, che si svolge all'esterno, ma produce effetti anche all'interno della vita scolastica ed ottenerne piena condivisione degli obiettivi e delle scelte educative operanti anche in ambito scolastico). I genitori sono chiamati a sottoscrivere tale patto educativo all'atto della iscrizione, ed appare indubbio che l'adesione comporta delle conseguenze di carattere giuridico.

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Basti solo pensare a quanto sopra detto sulla responsabilit da "contatto sociale", di natura contrattuale, che decorre dalla iscrizione all'istituto. Un'iscrizione integrata da specifiche condivisioni di obiettivi (anche) educativi sicuramente obbliga le due parti, ciascuna per quanto di sua competenza. Pertanto, fermi restando i superiori obblighi di legge relativi alla vigilanza, i genitori manifestano alla sottoscrizione del patto una piena consapevolezza che essi non saranno semplici spettatori passivi di ci che accadr nell'ambito della vita scolastica. Essi si assumono l'onere di intervenire costantemente sui loro figli e di tenere conto di tutti i segnali che dovessero provenire dalla scuola che si ponessero come indici di un loro potenziale fallimento educativo. Anche la scuola, in questo contesto, rafforza il legame contrattuale e lo c olma di un progetto ben definito, dove l'inadempimento pi individuabile da parte dei danneggiati che avessero interesse a farlo valere, anche in via extracontrattuale. 3. La responsabilit dei padroni e committenti: art. 2049 c.c. Si rinvia alla manualistica per lindividuazione dei requisiti della responsabilit di cui allart. 2049 c.c.; in questa sede ci si soffermer sulla natura e prova liberatoria. Quanto alla natura della responsabilit dei padroni e committenti, lart. 2049 c.c. stabilisce che questi sono responsabili per i danni arrecati dal fatto illecito dei loro domestici e commessi nellesercizio delle incombenze a cui sono adibiti. Oggi la dottrina pi moderna preferisce parlare di responsabilit dei preponenti per i fatti dei