52822-La Metafisica Antica II

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1 La metafisica antica II Il libro Zeta della Metafisica di Aristotele Bibliografia supplementare: M. Frede, Substance in Aristotle's Metaphysics, in M. Frede, Essays in Ancient Philosophy, Oxford 1987, pp. 72-80. E. Berti, Il concetto di “sostanza prima” nel libro Z della Metafisica, in E. Berti, Aristotele: dalla dialettica alla filosofia prima con saggi integrativi, Milano 2004, pp. 529-549. Questa seconda parte della dispensa è dedicata allo studio del libro Zeta della Metafisica, e ha come testo di riferimento il volume Il libro Z della Metafisica di Aristotele, curato da Michael Frede e Günter Patzig, e uscito in edizione originale nel 1988 1 . Il volume è stato scelto perché i due autori, tra i massimi studiosi di Aristotele, hanno proposto una nuova traduzione e soprattutto un commentario (e alcune correzioni all’edizione greca), che ha suscitato molto dibattito, ma che è anche diventato imprescindibile per tutti coloro che si occupano attualmente della teoria della sostanza. Siccome però il lavoro Frede-Patzig (d’ora in avanti FP) è molto complesso, ne tratteremo solo alcune parti (che segnalerò di volta in volta) e le analizzeremo cercando di semplificarle. Questo è il principale scopo della presente dispensa. Saggio introduttivo (pp. 27-72, di cui non devono essere lette le pagine 30-34 (I. Sul testo greco), le pp. 38-43 (III. ZH come testo), in quanto già trattate da Donini nel testo in esame in modo più semplice e chiaro) FP per prima cosa spiegano nelle Considerazioni preliminari quali sono gli intenti che hanno guidato il loro lavoro, e in particolare cosa c’è di nuovo rispetto ai lavori precedenti relativi al libro Zeta. (1) Il primo intento è stato quello di risolvere tutte le difficoltà più serie che si trovano in Zeta e che ne impediscono la comprensione. In effetti, gli autori hanno cercato (i) di addentrarsi con la dovuta ampiezza in tutte le oscurità che il testo aristotelico presenta (cosa che i commentatori precedenti non hanno fatto per impegno di brevità) e (ii) di mostrare l’intima coerenza della teoria della sostanza sviluppata da Aristotele in Metafisica Z, rendendola comprensibile soprattutto in quei punti in cui essa non risulta facilmente conciliabile con esposizioni analoghe contenute in altre opere, come ad esempio le Categorie. Si ipotizza uno sviluppo delle posizioni aristoteliche, dalle Categorie (ritenuta opera giovanile) a Zeta (opera forse più matura). (2) Il secondo proposito è stato quello di ricavare dal testo di Z una “concezione ontologica non precostituita”, ma che accettasse di fare i conti con altre interpretazioni 1 Questo volume comprende un’introduzione, una traduzione tedesca con testo greco a fronte, un ricco commento. Noi useremo la traduzione dal tedesco di G. Reale che si trova nella traduzione italiana del volume di Frede e Patzig, uscito per Vita e Pensiero nel 2001 (vedi testi indicati per esame).

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Una via del sapere consapevole, e i suoi limiti....

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    La metafisica antica II Il libro Zeta della Metafisica di Aristotele

    Bibliografia supplementare: M. Frede, Substance in Aristotle's Metaphysics, in M. Frede, Essays in Ancient Philosophy, Oxford 1987, pp. 72-80. E. Berti, Il concetto di sostanza prima nel libro Z della Metafisica, in E. Berti, Aristotele: dalla dialettica alla filosofia prima con saggi integrativi, Milano 2004, pp. 529-549.

    Questa seconda parte della dispensa dedicata allo studio del libro Zeta della Metafisica, e ha come testo di riferimento il volume Il libro Z della Metafisica di Aristotele, curato da Michael Frede e Gnter Patzig, e uscito in edizione originale nel 19881. Il volume stato scelto perch i due autori, tra i massimi studiosi di Aristotele, hanno proposto una nuova traduzione e soprattutto un commentario (e alcune correzioni alledizione greca), che ha suscitato molto dibattito, ma che anche diventato imprescindibile per tutti coloro che si occupano attualmente della teoria della sostanza. Siccome per il lavoro Frede-Patzig (dora in avanti FP) molto complesso, ne tratteremo solo alcune parti (che segnaler di volta in volta) e le analizzeremo cercando di semplificarle. Questo il principale scopo della presente dispensa.

    Saggio introduttivo (pp. 27-72, di cui non devono essere lette le pagine 30-34 (I. Sul testo greco), le pp. 38-43 (III. ZH come testo), in quanto gi trattate da Donini nel testo in esame in modo pi semplice e chiaro)

    FP per prima cosa spiegano nelle Considerazioni preliminari quali sono gli intenti che hanno guidato il loro lavoro, e in particolare cosa c di nuovo rispetto ai lavori precedenti relativi al libro Zeta.

    (1) Il primo intento stato quello di risolvere tutte le difficolt pi serie che si trovano in Zeta e che ne impediscono la comprensione. In effetti, gli autori hanno cercato (i) di addentrarsi con la dovuta ampiezza in tutte le oscurit che il testo aristotelico presenta (cosa che i commentatori precedenti non hanno fatto per impegno di brevit) e (ii) di mostrare lintima coerenza della teoria della sostanza sviluppata da Aristotele in Metafisica Z, rendendola comprensibile soprattutto in quei punti in cui essa non risulta facilmente conciliabile con esposizioni analoghe contenute in altre opere, come ad esempio le Categorie. Si ipotizza uno sviluppo delle posizioni aristoteliche, dalle Categorie (ritenuta opera giovanile) a Zeta (opera forse pi matura).

    (2) Il secondo proposito stato quello di ricavare dal testo di Z una concezione ontologica non precostituita, ma che accettasse di fare i conti con altre interpretazioni

    1 Questo volume comprende unintroduzione, una traduzione tedesca con testo greco a fronte, un ricco

    commento. Noi useremo la traduzione dal tedesco di G. Reale che si trova nella traduzione italiana del volume di Frede e Patzig, uscito per Vita e Pensiero nel 2001 (vedi testi indicati per esame).

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    aristoteliche avanzate in altri testi. Nel corso del lavoro, FP sono giunti a una concezione opposta rispetto a quella classica tradizionale. Concezione tradizionale: Secondo questa interpretazione, Aristotele assegnerebbe il ruolo di realt compiuta allindividuo concreto, mentre riserverebbe alluniversale la piena conoscibilit scientifica, facendo cos consistere lousia dellindividuo in ununione di forma universale e materia (che sarebbe cos la responsabile dellindividuazione), Concezione FP: FP, sostengono che questa non linterpretazione corretta per il libro Z, che invece sostiene che la vera realt, lousia, la forma individua, che emerge nelle cose di cui forma per poi scomparire, generandosi e corrompendosi senza che per sia soggetta ad alcun processo di generazione e corruzione. FP nel loro commentario hanno quindi privilegiato e commentato particolarmente proprio quei passi di Z che sembrano deporre a favore della loro interpretazione, ma anche quelli che possono essere presi come base dellinterpretazione opposta, quella tradizionale2.

    Il metodo adottato da FP consiste nel limitare al massimo luso della letteratura critica moderna, per privilegiare la comprensione e spiegazione del testo. Questo perch gli autori sono convinti che cercare di dominate la mole gigantesca della letteratura secondaria impedisca in definitiva al lettore di comprendere realmente largomentazione aristotelica. Invece, gli autori hanno prestato particolare attenzione ai commentari antichi alla Metafisica (quelli di Asclepio e di pseudo-Alessandro al libro Z)3, e ad alcuni moderni, diventati classici. Oltre a questi testi, hanno considerato con attenzione le Notes on Z recordered by M. Burnyeat and others, un testo pi o meno informale uscito da un seminario tenutosi a Londra (e per questo motivo FP parlano di questo testo riferendosi piuttosto ai partecipanti del seminario, detti i Londinesi), di cui FP condividono il fine e il metodo, ma non linterpretazione di Zeta (cfr. p. 29). Per i Londinesi, infatti, Zeta un testo aporetico, che indica diverse soluzioni senza privilegiarne alcuna.

    Va notato che la tesi che afferma lesistenza di forme individue (vedi sopra, (2)) non originale, come gli stessi autori rilevano, ma gi stata sostenuta da Albritton nel 1957, e in certa misura da Lloyd nel 1981. FP ritengono invece originale il loro contributo a uninterpretazione unitaria di Z.

    Per quel che riguarda la traduzione, gli autori hanno cercato di essere il pi fedele possibile allo stile argomentativo di Aristotele, usando come mezzo la riproduzione in tedesco del greco goffo, oscuro e ambiguo di questo testo aristotelico. Questo per non significa che abbiano adottato per i termini una sola traduzione, soprattutto per quei 2 Nota mia: si osservi che FP adottano linterpretazione di Alessandro di Afrodisia, cos come emerge

    chiaramente in alcuni passi del suo commento a Metafisica Delta (es. 349, 6-16), passo riguardante la teoria delle quattro cause, in particolare quella formale. 3 Nota mia: sotto il nome di Alessandro di Afrodisia stato trasmesso il commentario a tutti i libri della

    Metafisica di Aristotele. Di fatto, il commentario autentico solo quello ai libri Alpha-Delta, mentre quello ai libri Epsilon-Ny attribuito a Michele di Efeso, un autore bizantino dellXI secolo, che si fa passare per Alessandro. Per questo sarebbe stato utile per FP consultare anche il commento ai libri Alpha, Beta e soprattutto Delta, dal momento che l abbiamo indicazioni preziosi su alcune idee autenticamente alessandriste, che si avvicinano alle loro (vedi supra, nota 2).

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    termini filosofici che non possono essere tradotti in un unico modo a causa della polisemia insita in loro (si pensi al verbo leghein, che vuol dire dire, menzionare, formulare, definire, ecc). Infatti, lidea che sta alla base del lavoro di FP che ci si debba interrogare sul significato delle parole guardando al contesto, e non soffermandosi sui singoli termini (un principio che FP attribuiscono a Frege, logico tedesco della fine del XIX secolo, eroe della filosofia analitica). Bisogna quindi fare attenzione alle proposizioni e alle loro connessioni, pi che ai singoli termini. Detto questo, FP pongono laccento sulla difficolt di tradurre espressioni che gi abbiamo incontrato (pp. 36-37): 1) to ti en einai, che propongono di tradurre con che cosa significa essere questo4, che va inteso in modo tale che significhi che cosa fa ad esempio di un uomo un uomo; 2) ti estin o to ti estin, che propongono di tradurre con che cosa qualcosa 5 o, quando loggetto gi espresso, che cos6. 3) tode ti, che propongono di tradurre come un questo determinato7 (tode dimostrativo; ti come specificazione); 4) ousia, invece, decidono di lasciarlo non tradotto (vedremo tra breve perch); 5) logos, tutte le volte che sta per logos di una cosa, viene tradotto con Formel, appoggiandosi alla traduzione di Ross8 formula, intesa come una sorta di definizione che per deve soddisfare alcune condizioni (ma Reale avverte che in italiano si preferito tradurre con nozione, chiss poi perch).

    Per quel che riguarda il testo di Zeta considerato come trattato, FP rilevano innanzitutto come quasi tutti i libri della Metafisica costituiscono trattati separati con una loro unit. Fanno eccezione i libri M e N (che costituivano un unico testo che venne separato per motivi tecnici (editoriali?)) e i libri Z (Zeta) e H (Eta), perch appare chiaro a FP che Eta fu scritto allo scopo di proseguire lindagine di Z. FP discutono lungamente la questione (che ha alcuni punti problematici) e in modo abbastanza complesso (per una spiegazione un po meno complicata, vedere Donini, Metafisica. Introduzione alla lettura, Capitolo sulla sostanza, primo paragrafo: Composizione e cronologia di Z, H, Q). Lessenziale che dalla loro discussione emerge che i libri Z e H costituivano, assieme, linizio di un trattato sullousia sensibile, progettato probabilmente come molto pi ampio. Detto questo, per, Z e H non costituiscono un testo unitario, ma lasciano trasparire strati di composizione differenti. In particolare, ci sono due sezioni di Z che sembrano (si tratta una volta di pi di congetture plausibili e non di certezze) essere state inserite in un secondo tempo: i capitoli 7-9 e il capitolo 12. Si pensato che queste inserzioni siano state fatte dallo stesso Aristotele, che le ha introdotte in maniera provvisoria in un trattato (sulla sostanza) che doveva essere rivisto e reso pi organico, oltre che pi ampio.

    Quanto invece alla collocazione di Z nella Metafisica (pp.44-47, da leggere), ne abbiamo gi discusso nella prima parte di questo corso (vedi dispensa La metafisica

    4 In tedesco: Was es heit, dies zu sein.

    5 In tedesco: Was etwas ist.

    6 In tedesco: Was es ist.

    7 In tedesco: ein Dies von der Art.

    8 W.D.Ross, AristotlesMetaphysics, Oxford 1924.

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    antica I). FP discutono delle connessioni (1) tra i libri A, B, G; (2) tra G e E; (3) tra Z, H, Q; (4) tra ZH e i libri M e N. Qui fornisco solo le traduzioni di formule greche che vengono scritte senza traduzione: p. 45: osper eipomen en tois protois logois = come abbiamo detto nei precedenti discorsi; eiretai de en tois peri tes ousias logois = stato detto nei precedenti discorsi sullousia; peri tes ousias = sulla sostanza; kathaper en tois peri ousias kai peri tou ontos eiretai logois = come stato detto nei discorsi sulla sostanza e sullente.

    Unosservazione che per mi pare interessante quella che FP (p. 46) fanno a proposito di una tesi di W. Jaeger (leditore della Metafisica pubblicata da Oxford Clarendon Press), il quale ha sostenuto che i libri Z, H, Q, non potessero originariamente far parte della Metafisica di Aristotele poich si concentrano sulle sostanze sensibili. Questa tesi presuppone che nella Metafisica Aristotele cerchi di caratterizzare la filosofia prima. Ora, sostiene Jaeger, la filosofia prima aristotelica, nella sua forma originaria e platonizzante, non era altro che una scienza delle sostanze sovrasensibili ed eterne, ragion per cui non si riuscirebbe a collocare nella stessa filosofia prima uno studio delle sostanze sensibili. Solo in una concezione posteriore, radicalmente mutata, di filosofia prima, troverebbe posto una trattazione sulle sostanze sensibili. FP ritengono infondata la tesi di Jaeger perch ritengono infondata lidea di una metafisica originaria e di una redazione rinnovata e successiva della filosofia prima. Piuttosto, fin dallinizio, risultano per FP radicate nella filosofia prima aristotelica sia la tendenza a visioni generali e gerarchizzate della realt, sia la conoscenza degli oggetti divini supremi (vedi Alpha 2, 983a6-7, in cui Aristotele afferma che una scienza pu essere divina in due modi (1) o perch posseduta dagli dei (2) o perch ha per oggetto gli enti divini). Resta per corretto affermare che i libri Z, H, Q, portano in loro chiare tracce di una precedente autonomia in qualit di scritto indipendente.

    La dottrina del libro Zeta

    Il nucleo tematico del libro Z la dottrina dellousia. Nellinterrogarsi sulla questione dellousia Aristotele, come abbiamo gi visto, si pone di fronte ad una questione che gi i predecessori avevano trattato, implicitamente o esplicitamente:

    Z 1, 1028b2-7 (p. 139-40 trad. italiana di FP, fatta da Giovanni Reale, leggermente modificata da me): E in verit, ci che dai tempi antichi, cos come ora, costituisce leterno oggetto di ricerca e leterno problema che cos lente?, questo: che cos lousia? (e alcuni dicono che lousia unica; altri invece ne pongono molte, e di questi ultimi alcuni sostengono che siano in numero finito, altri in numero infinito); perci anche noi, principalmente, fondamentalmente e unicamente, dobbiamo esaminare il che cos? di questo ente.

    - Alcuni interpreti (vedi per esempio Pierre Aubenque, autore di un celebre libro su Aristotele che si intitola Le problme de ltre chez Aristote, uscito nel 1962) hanno inteso la frase ci che dai tempi antichi, cos come ora, costituisce leterno oggetto di ricerca e leterno problema come una dichiarazione di impotenza e aporeticit a proposito della filosofia. Lidea che la filosofia da sempre pone queste domande , cui

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    non potr dare una risposta definitiva. In realt FP sono pi ottimisti: fino ad oggi la domanda sfociata in difficolt tutte le volte che stata posta. Con ci Aristotele non vuole escludere la possibilit che, se posta correttamente (come ad esempio da lui), possa essere risolta9. - Che cos lente? Come sappiamo, questa domanda chiede sia di quali cose si pu a buon diritto dire che esistono?, sia quali sono le caratteristiche essenziali-definitorie delle cose che esistono?. Lo stesso vale per la domanda Che cos lousia?, che quindi riguarda le cose che possono essere dette ousiai, nonch le caratteristiche essenziali-definitorie del concetto di ousia. Come si vedr nel capitolo 3, il concetto di ousia alquanto controverso; ma dalle spiegazioni fornite al termine di Z 2 e allinizio di Z 3, si deduce che il libro Z dovr concentrarsi sulla domanda relativa al concetto di ousia, ossia su quali sono i suoi caratteri definitori-essenziali10. - Come di consueto, Aristotele guarda alla storia della filosofia come se anche i pensatori precedenti avessero cercato la risposta alla sua stessa domanda, avvalorando con ci largomento per cui unindagine sullente debba essere unindagine sullousia. Un esempio analogo lo abbiamo visto a proposito delle quattro cause nel libro Alpha della Metafisica. Parmenide e i Milesi (Talete con lacqua; Anassimandro con lindeterminato (apeiron); Anassimene con laria) sono visti come sostenitori della tesi secondo cui esisterebbe una sola ousia. A loro si contrappongono quei filosofi che ne ammettono molte, rispettivamente quelli che ne ammettono un numero limitato (come Empedocle con i 4 elementi), e quelli secondo cui esse sono limitate (come Anassagora e le omeomerie; gli Atomisti). Detto questo, il passo sui predecessori permette a FP di fare unosservazione sulla traduzione di ousia con sostanza (p. 53) . In effetti, tradurre il termine con sostanza (nel senso aristotelico), sarebbe fuorviante, poich evidente che n i Presocratici n Platone si sono interrogati sulla sostanza intesa come la intende Aristotele. Il concetto di ousia (anche nel senso che Aristotele sembra attribuire ai predecessori) sembra indicare in primo luogo il concetto di quella realt che in senso primario, dal cui essere dipende lessere di tutto il resto, e a partire dal quale quindi possibile spiegare lessere di tutto il resto.

    Ma sul che cosa vada inteso come ousia in questo senso, e su come il concetto si possa esplicitare, le opinioni divergono. Nel libro Delta della Metafisica (capitolo 8) Aristotele distingue due concezioni dellousia e, di conseguenza, due modi diversi di intenderla; 1) da una parte, Aristotele designa come ousia quella realt che fa da sostrato a tutto ci che esiste; 2) dallaltra, viene definito come ousia di unoggetto anche ci che vale come causa dellessere quelloggetto (vedi 1017b15). Gi su che cosa si debba intendere come sostrato ultimo, le opinioni erano tuttaltro che unanimi. Molti dei predecessori di Aristotele erano convinti che fossero gli elementi materiali di cui sono composte le cose. Come poi sappiamo, Aristotele stesso stato in un primo tempo convinto (vedi le Categorie) che il sostrato ultimo fossero gli individui concreti, e che tutto il resto si dia solo in quanto inerente agli individui. Come abbiamo gi visto, la giustizia esiste solo perch esistono uomini giusti, e la specie uomo esiste solo perch vi sono uomini, che quindi rientrano in questa specie. Cos, gli individui 9 Vedi FP, Commentario a Metafisica Z 1, p. 185.

    10 Vedi FP, Commentario a Metafisica Z 1, p. 185.

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    sono ci che in senso primario, mentre il resto (genere, specie, attributo) esiste solo in quanto inerisce agli individui. Analogamente, le opinioni divergevano anche riguardo a che cosa formi lessere ultimo di un oggetto e quale ne sia la causa. Alcune di queste soluzioni vengono presentate in Delta 8 e in Zeta 2 (vedi p. 140 trad. it. FP, fatta da Giovanni Reale). Ci che per ora interessa che il che cosa significa essere questo (to ti en einai) e la forma (eidos?) in quanto ousia dovrebbero rispondere a questo secondo tipo di problema (cfr. 1017b21-22; b25-26). Invece, quando la questione viene posta in Z, essa non viene posta in nessuno dei due modi (n come sostrato; n come ci che costituisce la causa e lessere ultimo di un oggetto). Alcuni sostengono che dapprima Aristotele si interroghi sullousia come sostrato (capitoli 1-3), e poi , a partire dal capitolo 4, sullousia nel secondo senso, cio sullousia delle cose. Ma FP non la pensano cos: piuttosto, ritengono che Aristotele si interroghi sullousia, e che il sostrato e il to ti en einai (che cosa significa essere questo), si presentino allinizio come risposte antagonistiche (FP rinviano a Zeta 3, 1028b32-36, dove Aristotele distingue quattro sensi di ousia, tra cui sostrato e to ti en einai), per poi invece venire unite in un unico concetto (FP rinviano a 1029a2-3 (in cui Aristotele suggerisce che sostrato viene detta in qualche modo la forma); a 1028a18-20 (in cui Aristotele dice che lousia quella realt rispetto alla quale tutto il resto pu essere detto in quanto sua determinazione) e a 19028a11-12 (in cui Aristotele dichiara che lousia il che cos di una cosa). Il motivo per cui Aristotele coniuga in un unico concetto entrambe le concezioni di ousia che entrambi, presi separatamente, non rendono ragione in maniera sufficiente del concetto di ousia come essere in senso primario (cfr. Z 2).

    Metafisica Z 2: le opinioni dei predecessori sullousia

    Il primo capitolo si conclude con la domanda che cos lousia?, domanda che si pu sdoppiare in due, anche se esse sono intimamente connesse: (a) quali cose che possono essere dette ousiai? e (b) qual la definizione di ousia?. Cos, nel secondo capitolo, Aristotele cerca di rispondere innanzitutto a (a)11, passando in rassegna tutti i tipi di cose che si ritiene siano ousiai. Per lesattezza, parte da quelle cose che tuttiammesso che le ousiai esistanoconcorderebbero nel ritenere tali (vedi 1028b8-13 (trad. Reale p. 140 punto (1) , modificata da me): sembra che la sostanza appartenga nel modo pi evidente ai corpi. Per questo diciamo che sono sostanze gli animali, le piante e le parti di essi, e che sono sostanze anche i corpi fisici, come il fuoco, lacqua, la terra e tutti gli altri, nonch le cose che sono parti di questila luna e il sole). In seguito, passa in rassegna quelle cose che vengono ritenute ousiai solo da determinati gruppi di filosofi (1028b16-27, trad. Reale p. 140, punti (2) e (3)), per poi porsi nuovamente la domanda (posta una prima volta in modo meno preciso in 1028b13-15) su quali tipi di ousiai si debbano ammettere e quale sia il loro modo di esistere (1028b27-31, tra. Reale p. 140, modificata da me: Pertanto occorre esaminare che cosa sia esatto e che cosa non sia esatto in tutte queste affermazioni, e quali siano ousiai12e se esistano o no alcune sostanze accanto a quelle sensibili, e quale sia il loro modo di esistereMa a questo esame procederemo dopo aver detto, almeno in modo provvisorio, che cosa sia la sostanza). Come si pu vedere, il capitolo si chiude con il 11

    Mentre a (b) risponder nei capitoli successivi, in particolare modo i capitoli 3 e 4. 12

    Frase non tradotta da Reale.

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    proposito di fornire almeno una prima chiarificazione provvisorio al concetto di sostanza, chiarificazione necessaria appunto per sapere quali sostanze esistano e quali no, e quali siano i loro modi dessere. Ci che colpisce che qui Aristotele non fa minimamente cenno alla distinzione introdotta in Metafisica Delta 8 (vedi supra, p. 5) tra due modi diversi di usare il termine ousia (sostrato o causa dessere di una cosa), in quanto Aristotele elenca assieme come ousiai realt che in Delta venivano rigorosamente distinte, da un lato come sostrato, dallaltra come causa dellessere di qualcosa.

    (1) 1028b8-13: opinione ampiamente condivisa dai filosofi: ousiai sono nella maniera pi evidente animali, piante i quattro elementi (terra, acqua, aria, fuoco), le loro parti o i loro composti, come luniverso e le sue parti, cio gli astri, la luna, il sole. 1028b13-15: qui Aristotele presenta sei possibilit quanto a cosa considerare ousiai: (a) tutti i corpi sono ousiai, nessun incorporeo ousia; (b) tutti i corpi sono ousiai, come pure gli incorporei; (c) alcuni corpi sono ousiai, nessun incorporeo ousia; (d) alcuni corpi sono ousiai, come pure alcuni incorporei; (e) nessun corpo ousia, nessun incorporeo ousia; (f) nessun corpo ousia, gli incorporei sono ousia.

    (e) non pu darsi, perch si supposto che ci siano delle ousiai. Rimangono gli altri 4.

    (2) 1028b16-18: opinione solo di alcuni filosofi (vicini a Platone?): sono sostanze linea, punto, unit. E sono sostanze pi di corpo e solido. I sostenitori di questa posizione ritengono non solo che, come tutti gli altri, che i corpi fisici siano ousiai, ma che lo siano anche i limiti di questi, e anche di pi.

    (3) 1028b18-27 (trad. Reale p. 140 modificata da me: Inoltre, alcuni filosofi credono che non esistano sostanze al di fuori delle cose sensibili; altri invece, che ve ne siano di pi numerose, maggiormente sostanze essendo eterne. Cos Platone ritiene che le Idee...derivino da essi. Vi sono poi alcuni filosofi, come Platone e i suoi allievi (qui viene menzionato Speusippo), che ritengono che, accanto alle sostanze sensibili, ve ne siano di altre, pi numerose e pi sostanze, incorporee e eterne, come le Idee, gli enti matematici, lUno, ecc. Prima di stabilire quali tra queste sostanze esistono, e qual il loro modo dessere, occorre stabilire, almeno in modo provvisorio, che cosa sia la sostanza.

    Metafisica Z 3: Il sostrato

    Z 3, 1028b33-36 (p. 140 tr. Reale): Lousia viene intesa, se non in pi, almeno in quattro significati principali: infatti, si ritiene che lousia di ciascuna cosa sia il to ti en einai, luniversale, il genere e, in quarto luogo, il sostrato.

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    Aristotele13 elenca quattro possibili tentativi di risposta su quale sia lesatta accezione del termine ousia, domanda formulata alla fine del secondo capitolo (1028b31-32, p. 140 tr. it. Reale (modificata da me): Ma a questo esame procederemo dopo aver detto a grandi linee che cosa sia la sostanza). Potrebbe trattarsi (1) del che cosa significa essere questo (to ti en einai), (2) delluniversale, (3) del genere; (4) del sostrato. Ora, il capitolo 3 dedicato principalmente alla possibilit che lousia coincida con il sostrato, i capitoli 4-12 alla possibilit che lousia coincida con il che cosa significa essere questo, i capitoli 13-16 alla possibilit che coincida con luniversale (e implicitamente con il genere), mentre il capitolo17 riconsidera infine la questione dallinizio, concludendo che lousia forma. Ragion per cui, queste righe determinano lo sviluppo successivo dellintero libro (ad eccezione dellultimo capitolo).

    I quattro modi dellousia (FP, p. 195).

    Aristotele dichiara che alla domanda su cosa sia lousia si pu rispondere in molti modi: perch poi ne elenca solo quattro? Presumibilmente, i filosofi erano concordi nel ritenere che lousia fosse il che cos di una cosa (e in quanto tale, essa era stata introdotta nel primo capitolo di Z, vedi 1028a13-14: Pur dicendosi in tanti modi, chiaro che il primo significato di ente il che cos?, che significa lousia). Ma il che cos di una cosa pu essere inteso in vari modi: come sua essenza (to ti en einai), come sostrato di tutte le sue determinazioni, o anche come qualcosa di universale. Questultimo si pu intendere nel seguente modo: qualcosa di totalmente universale, cio un genere che, specificandosi mediante successive determinazioni, arrivi a formare loggetto concreto, di cui il genere, quindi, costituirebbe il che cos. In ogni caso, Aristotele ha laria di ritenere che quando i filosofi parlano dellousia, hanno in mente una di queste quattro possibilit.

    - traduzione di to ti en einai FP (cf p. 195): FP seguono linterpretazione secondo cui si tratterebbe di una formula abbreviata di espressioni del tipo ti en to anthropo (dativo) einai (che cosa significa per luomo essere uomo). En (imperfetto del verbo einai, essere), viene qui inteso come un far riferimento al fatto che le determinazioni da definire sono gi state stabilite in precedenza (si pensi per esempio, in italiano, lespressione com che era il tuo nome?).

    Il sostrato primo (FP, pp. 198-199)

    Z 3, 1028b36-1029a3 (p. 141 Reale, leggermente modificata): Il sostrato ci di cui vengono dette tutte le altre cose, mentre esso non viene detto di alcunaltra. Perci, in primo luogo, di esso dobbiamo trattare: infatti, sembra che sia ousia soprattutto il sostrato primo. E sostrato primo vien detta, in un certo senso, la materia, in un altro senso la forma, e in un terzo senso, ci che risulta da materia e forma.

    Sulla definizione di sostrato abbiamo gi detto (cfr. dispensa della prima parte del corso, pp. 24-26. Vedere anche i testi: Categorie 5; Metafisica Delta 8).

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    Vedi FP, Commentario a Metafisica Z 1, p. 194.

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    Cosa si intende per sostrato primo? Il sostrato primo il sostrato originario (a volte Aristotele parla di sostrato ultimo: cfr. Delta 8, 1017b24). Parlare di sostrato originario potrebbe essere inteso in tre modi.

    (1) in 1029a15-16 (ousia il sostrato primo al quale ineriscono lunghezza, grandezza e profondit) Aristotele parla come se lousia fosse ci cui primariamente ineriscono le tre dimensioni. Lidea che sta dietro che per molti sono gli oggetti che potrebbero fungere da sostrato se cos intesi. Prendiamo lesempio della statua: ci che fa da sostrato alle tre dimensioni potrebbe essere sia la statua, sia il corrispettivo corpo geometrico, sia la materia di cui costituita la statua. Occorrerebbe perci stabilire quale di essi sia il soggetto autentico e primario delle tre dimensioni.

    (2) Come si ricava soprattutto dalle Categorie, la relazione tra il sostrato e ci cui esso fa da sostrato si lascia reiterare, col che non detto che ogni membro di tale catena definibile come sostrato sia anche ousia. Ad esempio, si pu dire che la giustizia una virt, e quindi fa da sostrato alla virt. Ma perch ci sia giustizia, e quindi anche virt, necessario che la giustizia a sua volta abbia un individuo che le faccia da sostrato e del quale essa si possa predicare. Dato che la serie delle predicazioni non pu proseguire oltre lindividuo, proprio questo sarebbe il sostrato originario della virt, e quindi anche ousia, il che invece non potrebbe valere per la giustizia se non in modo secondario. A tale serie di predicazioni Aristotele pensa chiaramente anche in Z 3 (1029a23-24: tutte le altre categorie, infatti, vengono predicate della sostanza, e questa, a sua volta, della materia), oltre che nelle prime righe del passo che stiamo analizzando.

    (3) porre la questione dellousia come sostrato equivale a porre la questione della cosa in contrapposizione a ci che le si attribuisce, vale a dire di ci cui propriamente la determinazione inerisce. Questa distinzione importante perch verrebbe spontaneo identificare il sostrato delle determinazioni con loggetto empirico. Ma dato che questo, in realt, include gi le proprie determinazioni, non potr fare loro anche da sostrato (cfr. a questo proposito Donini, capitolo sulla sostanza, secondo paragrafo: la concezione della sostanza in Z e H). Per questo motivo Aristotele, in a2-5, prende in considerazione come sostrato solo forma, materia e loro unione. Solo essi si possono considerare la cosa priva delle sue determinazioni: ci evidente per quanto riguarda materia e forma prese separatamente, meno per quanto riguarda la loro unione. Tuttavia, occorre tener presente che questa unione astratta, un concetto, teoretico, riferito esclusivamente a ci che si compone di materia e di forma, e che non va identificato con loggetto conoscibile attraverso lesperienza, il quale sussiste sempre e solo in concomitanza con le sue determinazioni.

    Questi tre differenti aspetti sotto cui possibile parlare di sostrato ultimo non si escludono a vicenda.

    Perch Aristotele dice che la forma in un certo senso sostrato? Alcuni studiosi ritengono che Aristotele qui operi una svista, ma egli ridice la stessa cosa in H 1, 1042 a28-29. E FP (vedi commentario p. 199-200) ritengono questa affermazione decisiva per la concezione di ousia che Aristotele intende sostenere in Zeta. Proprio questa affermazione permette infatti di fondere in uno solo i due concetti di ousia che si

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    presentano distinti in Delta 8 (sostrato e causa dellessere di una cosa), in quanto la forma entrambi. Ma in che senso la forma sostrato ultimo? Come si visto, il sostrato originario pu essere inteso sotto un certo aspetto come la cosa in contrapposizione a tutte le sue determinazioni accidentali. Nel corso di Z Aristotele, come vedremo, svilupper la tesi secondo cui la cosa in s coincide con la forma. In questo senso il che cos della cosa, cio la forma, il sostrato originario.

    La materia (1029a9-26) (pp. 200-211 FP)

    La risposta alla domanda che cos lousia? che si trova alla fine del secondo capitolo riceve dunque una prima risposta: lousia il sostrato. Tuttavia, ci dice Aristotele, limitarci a questo concetto di ousia (ci che non detto di nulla, ma ci di cui tutto il resto viene detto) non sufficiente, e questo per due motivi: (1) perch questo concetto non chiaro (1029a10); (2) perch altrimenti verrebbe ad essere ousia la materia (la frase va intesa in questo modo: la materia verrebbe ad essere ousia in senso primario, pi della forma o del sinolo materia-forma) (1029a10). Un esempio di materia che Aristotele offre (1029a3-4) bronzo, inteso come il materiale di cui fatta la statua. Qualche riga dopo, per, nellargomento che presenta per dimostrare

    (2) se ousia il sostrato, allora ousia in senso primario sarebbe la materia (1029a10-29),

    egli caratterizza la materia come quel che cos (ti esti) che rimane una volta eliminate tutte le altre cose che lo determinano, cio le affezioni, le azioni e le potenze dei corpi14. Addirittura nel seguito (1029a20 ss), Aristotele chiama materia ci che in se stesso non n un qualcosa (ti), n una quantit (posn), n alcunaltra delle cose per le quali lente si determina. Aristotele stabilisce infatti una distinzione tra modo di essere (o di esistere) di tutto ci che si predica (le categorie che si predicano della sostanza) e modo di essere di ci di cui le categorie si predicano (e qui troviamo la famosa frase in cui si dice che tutte le cose si predicano della sostanzache qui devessere senzaltro la forma (nel senso che le caratteristiche essenziali si applicano alla materiae questa si predica della materia), cosicch questo termine ultimo non sar di per s n un qualcosa (ti), n una quantit (posn), n nullaltro.

    Argomento delle righe 1029a10-19: i) la materia ci che resta una volta eliminate tutte le determinazioni (affezioni, azioni, potenze, ma anche lunghezza, larghezza e profondit); ii) quindi, se lousia si identifica con il sostrato, necessariamente la materia appare come ousia in senso primario.

    Argomento delle righe 1029a20-27 (esplicitazione di 1029a10-19?):

    14

    Cos come lunghezza, larghezza e profondit, che sono quantit, e non le vere ousiai delle cose, come pensano alcuni filosofiqui Aristotele allude ai platonici, vedi supra, Zeta 2, Le opinioni dei predecessori.

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    iii) ci di cui le categorie vengono predicate distinto (= esiste in modo diverso e ha un modo dessere diverso) dalle categorie che vengono predicate; iv) questo ci di cui, la materia, ed il termine ultimo che di per s non alcunch di determinato n alcuna delle categorie (ivi compresa lousia).

    Se consideriamo allora lousia solo come sostrato di tutte le determinazioni, continua Aristotele (1029a26-28), allora ousia sar in senso primario solo la materia (proprio perch essa sostrato di determinazioni in quanto di per se priva di determinazioni). Ma questo impossibile, dice Aristotele: infatti, i caratteri che maggiormente appartengono alla sostanza sono la separabilit (choriston) e lessere un alcunch di determinato (un tode ti). Ora, questi caratteri sembrano piuttosto appartenere alla forma, cosicch essa (e il composto di materia e forma) che sembra ousia a maggior titolo della materia. Separabilit: la materia non soddisfa questa condizione, in quanto essa si d esclusivamente come materia di qualche cosa, come materia di una forma15. Solo loggetto concreto e, in modo particolare, la forma, sono separabili. Un tode ti (un alcunch di determinato):

    la materia riesce ad essere a malapena sostrato ultimo, e questo proprio in virt del fatto che manca totalmente di determinazioni (e quindi non alcunch di determinato). In quanto tale, difficilmente pu giustificare lessere di tutto il resto. E vero piuttosto il contrario: la materia pu fungere da sostrato ultimo in quanto materia di una forma, ed questultima che giustifica le determinazioni per le quali la materia funge da sostrato. Loggetto concreto e la forma, invece, sono un alcunch di determinato e sono anche sostrato, ragion per cui, pi della materia, hanno diritto ad essere considerati ousia.

    Dobbiamo quindi pensare che Aristotele abbia unidea di materia come di un principio materiale indifferenziato? FP (pp. 206-207) sostengono a buon diritto che questa non la concezione aristotelica, che invece si basa sulla seguente distinzione: - Aristotele pensa alla materia come al materiale di cui un oggetto fatto, e in quanto tale, possiede quellinsieme di caratteristiche che gli spettano in quanto appunto materiale di cui fatto loggetto. La sua estensione, ad esempio, cos come peso, temperatura, colore, ecc., sono lestensione, la temperatura, il colore delloggetto. - naturalmente, si pu anche considerare il bronzo di una statua indipendentemente dalla statua, e attribuire al bronzo in quanto tale colore, peso specifico, plasmabilit, ecc. In questo caso, per, non lo si considerer pi come materiale, ma come corpo naturale a sua volta dotato di forma, e non come principio indifferenziato. Allora, perch in 1029a20 sembra parlare di materia come di un principio indifferenziato, mentre in 1029a10 d come esempio di materia il bronzo? FP avanzano lipotesi che la materia come principio indifferenziato sia funzionale allargomento e non corrisponda alla reale concezione aristotelica. Come che sia, conclude Aristotele, allanalisi della forma che quindi occorre rivolgersi, ma partendo dalle sostanze sensibili, che sono le cose per noi pi conoscibili.

    15

    Ma vedi Donini, secondo paragrafo: la concezione della sostanza in Z e H.

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    Metafisica Z, 4-6 (pp.216-258 FP) : il to ti en einai (lessenza)16

    I capitoli 4-6 vanno presi come ununit: - nei capitoli 4-5 Aristotele dapprima mostra che, in senso proprio, solo le ousiai possiedono un che cosa significa essere questo (to ti en einai), mentre i composti e gli accidenti no, oppure solo in senso ristretto; - nel capitolo 6 poi egli mostra che le ousiai si identificano al che cosa significa essere questo. In tal modo, ma solo alla fine del capitolo VI, viene mostrato che, e in che senso, il che cosa significa essere questo ousia. Il capitolo 4 si articola in tre parti: (i) una breve introduzione (1029b1-13) (ii) una sezione piuttosto lunga, in cui si chiarisce il senso dellaffermazione che il to ti en einai ci che una cosa per se stessa. Vi si spiega che se il to ti en einai viene inteso correttamente, si vedr che solo le ousiai possono possederlo, mentre i composti e gli accidenti no (1029b13-1030a17). (iii) nellultima parte del capitolo, si chiarisce in che senso anche accidenti e composti possono in qualche modo avere un to ti en einai (1030a17-b13).

    (i) 1029b1-13 (pp. 216-217; p. 218 FP): Poich alliniziodobbiamo trattare ora di questa A partire dalle osservazioni sviluppate alla fine del capitolo 3 (1029a32-34), sarebbe lecito aspettarsi che Aristotele, nel capitolo 4, passi a considerare le ousiai sensibili. Invece egli affronta il secondo dei quattro candidati elencati allinizio del capitolo terzo, il to ti en einai, il che cosa significa essere questo, soffermandovisi nei capitoli 4-6. Da una parte, infatti, abbiamo i 4 candidati alla sostanza (1028b33-36): 1) to ti en einai 2) universale 3) genere 4) sostrato; dallaltra i 3 candidati di 4) (1029a1-3), cio: 4a) materia 4b) forma 4c) sinolo materia-forma. La ragione della scelta di Aristotele consiste forse nel fatto (qui non esplicitato) che egli si mostrer sempre pi dellavviso che la forma e il che cosa significa essere questo coincidano (cfr. 1032b1-2: chiamo forma (eidos) il to ti en einai di ciascuna cosa e lousia prima). La coincidenza tra forma e to ti en einai non qui problematizzata ed data per scontata anche per altre ragioni: (a) per una questione storica: sappiamo che molto probabilmente gli interlocutori di Aristotele sono i Platonici, e che per i Platonici leidos ci che innanzitutto e in senso proprio determinato dalla definizione. In virt di tale retroterra, Aristotele pu star sicuro che ognuno ben sappia che leidos o forma coincide con il che cosa significa essere questo (lessenza che si esprime nella definizione). 16

    Da questo momento in poi essenza e to ti en einai verranno utilizzate indifferentemente.

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    (b) Aristotele arriver ad affermare (capitoli 10 e 11, cfr. per esempio 1037a25ss, p. 157 trad. Reale) che la definizione sempre definizione della forma di una cosa proprio in quanto non ne include la materia, di modo che anche per questa via non si pu dubitare che per Aristotele forma e il che cosa significa essere questo coincidano. Unaltra spiegazione del passaggio dal terzo al quarto capitolo pu essere la seguente: Aristotele non d per scontata lidentit tra forma e to ti en einai, ma cerca di portare il lettore a questa conclusione mediante la sua esposizione del to ti en einai e della definizione, cosicch solo in un secondo momento emerger che questa esposizione non altro che lesposizione della forma. (c) Una terza possibilit che i capitoli 4-6 non siano stati originariamente composti in questo contesto, e che poi Aristotele abbia voluto aggiungerli a Z 3, senza riuscire a saldare la discontinuit.

    (ii) 1029b13-1030a17 (pp. 218-220 FP): Aristotele inizia ad affrontare la questione del rapporto tra sostanza e to ti en einai con delle considerazioni loghikos (1029b13). Questo termine viene generalmente impiegato da Aristotele per caratterizzare le indagini di tipo linguistico e concettuale rispetto a quelle di tipo pi scientifico e sistematico. Il termine assume in tali contesti un significato leggermente peggiorativo, ma ci non significa che egli voglia contestare lutilit di tali analisi. Si intende piuttosto far presente che esse vanno completate mediante riflessioni pi approfondite, sistematiche e scientifiche.

    1029b13-22: Lessenza di ciascuna cosasenza includerla nella definizione stessa): La prima cosa che Aristotele intende chiarire che il to ti estin di una cosa ci che quella cosa per se stessa (b13-14, dove ricorre la famosa formula aristotelica kathauto, che viene tradotta con per se stesso o, come formula generale, per s). Infatti, aggiunge Aristotele come esempio per chiarire quello che vuol dire, la tua essenza non quella del musico, perch non sei per te stesso musico. Quindi, la tua essenza solo quella che tu sei per te stesso (b14-16). Ma, aggiunge Aristotele, non tutto ci che per se (kathauto) essenza: per esempio, la superficie per se bianca, tuttavia, lessenza della superficie non consiste nellessenza del bianco, e neppure nellunione delle17 due (cio, nellessere superficie-bianca), perch, in questo caso, lessenza della superficie verrebbe presupposta (cio, per definire lessenza della superficie-bianca, noi dovremmo gi aver definito lessenza della la superficie), mentre la regola generale che per ciascuna cosa, la definizione dellessenza (b20: logos tou ti en einai) esprime ci che la cosa senza introdurre la cosa stessa nella definizione. Quel che Aristotele vuol dire con queste ultime parole che per definire ad esempio la superficie, non si pu utilizzare n il nome n la definizione di superficie, altrimenti si produrrebbe una circolarit. Per capire cosa Aristotele vuol dire, dobbiamo ricordare che per se (kathauto) ha molti significati (vedi Metafisica Delta 18, 1022a24-35; Analitici Secondi, II, 4, 73a34-73b25, passi che per non coincidono interamente quanto alla distinzione dei significati). In Metafisica Delta troviamo i due significati di per se che Aristotele utilizza qui: 17

    Riga b18: Reale (p.142) traduce Inoltre, lessenza della superficie non consiste neppure nellunione dei due termini. Intanto, la parola termini non c nel greco; inoltre, quello che Aristotele vuol dire che la superficie non pu essere definita come superficie bianca, in quanto si farebbe gi uso di ci che va definito.

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    (1) per se significa il to ti en einai di ciascuna cosa: per esempio, Callia per se la sua essenza (1022a26-27); (2) per se sono le cose che si trovano originariamente in una cosa, come per esempio bianco nella superficie (1022a29-31). (Per questi due significati, vedi anche Analitici Secondi, II, 4,73a35-73b3). Quando Aristotele parla di per se, parla di attributi che appartengono ad un soggetto necessariamente. Nel primo esempio, un attributo appartiene necessariamente a un soggetto e ne costituisce lessenza, espressa dalla definizione: se dico ad esempio che Callia uomo per se, dico che uomo appartiene necessariamente a Callia e uomo rientra nella sua definizione. Nel secondo esempio, un attributo appartiene necessariamente a un soggetto senza per costituirne lessenza: se dico che la superficie per se bianca, dico che bianco appartiene necessariamente alla superficie (perch non esiste colore senza superficie)18, ma ovviamente il bianco non rientra nella definizione di superficie19perch, come dice Aristotele, lessenza della superficie non lessenza del bianco. Quindi, Aristotele si concentra sul primo tipo di per se, quello che esprime un legame necessario e definizionale. In seguito, presenta le difficolt nel definire i composti (tipo superficie bianca o uomo bianco), proprio per arrivare a dire che solo lousia semplice (tipo uomo) possiede in senso proprio una definizione, e quindi il to ti estin. Questo anche il senso delle righe 1029b22-1030a2 (pp. 142-142 Reale, p. 221 FP): Ma, poich ci sono compostinon certamente lessenza del bianco. Questo brano, la cui interpretazione dettagliata solleva notevoli difficolt, sembrerebbe avere allincirca il seguente significato: un caso come quello della superficie bianca, cio un qualcosa che si compone di elementi derivanti da varie categorie, pu ripetersi anche per altre categorie, cos che ci si deve porre la domanda se un composto di tal fatta possegga un to ti en einai. Aristotele quindi fa lipotesi che un termine, per esempio veste, significhi uomo bianco. Da un punto di vista linguistico non sussiste alcuna differenza tra veste =df uomo bianco20 e uomo =df animale bipede.

    Si sarebbe tentati di dire che veste (intesa come uomo bianco) non ha unessenza, perch non riguarda quelle cose che si dicono per se (nel senso che uomo non per se bianco). Anche se Aristotele mette in guardia da una risposta troppo affrettata (vedi 1029b29-1030a221), resta il fatto che lessenza di veste come uomo bianco non essenza in senso vero e proprio.

    18

    Oppure dico (secondo una seconda interpretazione) che superficie appartiene necessariamente a colore (perch non esiste superficie senza colore). 19

    Mentre invece la superficie rientra nella definizione di bianco, in quanto il colore appare solo in una superficie. Ma noi qui siamo impegnati a definire la superficie, non il bianco. 20

    df = definizione. 21

    Aristotele infatti ricorda che il non per se si intende in due sensi: 1) quando nella definizione di una cosa viene aggiunto qualcosa alla cosa da definire (per esempio, volendo definire lessenza del bianco, si fornisce la definizione di uomo bianco); 2) quando della definizione di una cosa viene omesso qualcosa che la riguarda (per esempio, posto che la definizione di veste fosse uomo bianco, uno definisse veste come ci che bianco). Ora, nella definizione di uomo bianco non si d nessuna di queste due evenienze, quindi la questione resta aperta.

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    Infatti:

    1030a3-17 (p. 143 Reale (modificata!), pp. 222-224 FP): solamente ci che alcunch di determinato (tode ti) essenza (to ti en einai); invece, quando qualcosa viene predicato di qualcosaltro, allora non si ha un alcunch di determinato (tode ti), per esempio, luomo bianco non ci che di fatto un tode ti22, dal momento che il tode ti appartiene unicamente alle sostanze: cosicch il to ti en einai appartiene solo a quelle cose la cui formula (logos) una definizione. Ora, non c definizione quando il nome significhi la cosa stessa con una qualunque formula (logos) (altrimenti, tutte le formule (logoi) sarebbero definizioni: infatti, ci sar nome per qualunque formula, cosicch anche lIliade sar una definizione), ma qualora di qualcosa di primo: e si dicono prime le cose per cui qualcosa non predicato di qualcosa. Quindi, non ci sar to ti en einai per nessuna delle cose che non siano specie di un genere, ma solo di queste (queste infatti non sembrano dette n secondo partecipazione, n come affezioni n come accidenti); ora, ci sar una formula (logos) che esprime qualcosa di ciascuna delle altre cose, qualora esse abbiano un nome, perch qualcosa appartiene a qualcosa, oppure una formula pi precisa al posto di una formula semplice; non ci sar per n definizione n essenza.

    Il ragionamento di Aristotele il seguente: 1) il to ti en einai (lessenza) si identifica con un alcunch di determinato (il tode ti); 2) ora, una formula come uomo bianco non esprime un reale tode ti, perch in essa qualcosa viene predicato di qualcosaltro (mentre il tode ti appartiene solo alle sostanze, in cui non c il predicare di una cosa unaltra cosa)23; 3) di conseguenza, il to ti en einai ci sar solo per le sostanze, cio per quelle entit il cui logos che le esprime una definizione.

    Per stabilire ci che essenzialmente un tode ti, non si potr fare riferimento a due realt diverse, di cui una ousia e laltra qualche cosa daltro, perch se cos fosse, lousia dipenderebbe nel suo essere da qualche cosa daltro. Ora, siccome uomo bianco richiede che si predichi qualcosa di qualcosa, tale espressione non indica n il tode ti, e quindi neppure il to ti en einai. Quindi, conclude Aristotele (1030a11-12), potr esserci essenza solo delle specie di un genere, perch queste, propriamente parlando, non si predicano di altro (quindi in questo senso sono prime). Qui Aristotele intende le specie derivate da una determinazione pi particolareggiata di un genere mediante differenze specifiche, che, nella sua teoria, concorrono, appunto assieme ai 22

    ATTENZIONE! le parole sottolineate mancano nella traduzione di Reale. 23

    Il problema, cio, che qualcosa viene caratterizzato mediante una definizione che a sua volta presuppone una predicazione. Cos, definire qualcosa come uomo bianco presuppone che bianco si predichi di uomo. La questione quali casi debbano valere come predicazione di qualcosa rispetto a qualcosaltro. Sicuramente tutti quelli in cui un accidente viene predicato dellousia. In tal modo, risultano escluse dalla definizione formule del tipo uomo bianco. Ma, sulla base di Z 3 (vedi 1029a24-25), si dovrebbe affermare che anche il caso in cui lousia (= forma) si predica della materia costituisce a sua volta un caso in cui qualcosa si predica di qualcosaltro. Dal che consegue che anche la determinazione un uomo, intesa in senso concreto (cio, come sinolo materia-forma), presuppone una predicazione, e quindi non adatta a soddisfare le condizioni del to ti en einai. Per questo Aristotele sosterr che solo le forme sostanziali possiedono un to ti en einai (cfr. 1030a10: non c definizione quando il nome significhi la cosa stessa con una qualunque formula (logos) (), ma qualora di qualcosa di primo: e si dicono prime le cose per cui qualcosa non predicato di qualcosa).

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    generi, a definire essenzialmente una cosa (es. uomo = animale razionale). Aristotele esclude che casi di questo genere manifestino una predicazione di qualcosa di qualcosa daltro. Ed vero: infatti, mentre bianco si predica di uomo, razionale non si pu predicare di animale (e in generale, le differenze specifiche non si possono predicare dei generi), perch non tutti gli animali sono razionali.

    Quanto allesempio dellIliade, come afferma Aristotele alla fine del capitolo (1030b8-10), si ha definizione non quando un nome significa una cosa attraverso una qualunque formula, ma quando significa una cosa attraverso una formula determinata, nel senso di una formula che esprime ununit in tutti i sensi di unit, non una semplice collezione o giustapposizione (ununit puramente esteriore). Iliade versi dellIliade contenuto dellIliade (il racconto). Qui Iliade non esprime la definizione dellIliade, intesa questultima come insieme di versi che raccontano delle vicende. Sullunit in tutti i suoi sensi ritorneremo tra breve.

    Nella sezione (iii) (1030a18-1030b3, pp. 143-144 Reale; pp. 226-30 FP) Aristotele spiega che, in fondo, la definizione riguarda anche i termini che rientrano nelle altre categorie, ma in modo solo secondario rispetto alla definizione della sostanza (per il modo di derivazione pros en, che dipende strettamente da quello degli enti vedi dispensa (La metafisica antica I, pp. 15-18).

    1030a18-25: O piuttosto, dovremo dire che la definizione e cos pure il che cos? delle cose possono essere detti in molteplici significati () ma non in senso assoluto.

    Aristotele richiama la teoria dell ente vista nel libro Gamma della Metafisica: cos come appartiene a qualunque termine di qualunque categoria (la sostanza ; bianco ; 80 chili , ecc.), cos anche il che cos? significa la sostanza e il tode ti, la qualit, la quantit, ecc. E cos come l appartiene in senso primario (protos) alla sostanza e in senso derivato (epomenos) alle altre categorie, allo stesso modo, anche il che cos? si dice in senso assoluto della sostanza e in senso derivato delle altre categorie. Infatti, noi possiamo chiedere che cos? la qualit, e di conseguenza possiamo considerare anche la qualit un che cos (cio, unessenza), ma non in senso assoluto. Qui Aristotele sembra dire che qualunque termine rientrante in una delle categorie diverse da quella di sostanza, dipende per il suo che cos, dal che cos della sostanza (si pensi allesempio di bianco, la cui definizione richiede la presenza della superficie).

    1003a28-32: ora, poich la prima questione oramai chiara () o della quantit.

    Conseguentemente al fatto che il che cos? si dice in molti sensi, ma primariamente della sostanza e secondariamente delle altre categorie, anche il to ti en einai (lessenza, la risposta al che cos?) apparterr primariamente e assolutamente alla sostanza, e solo secondariamente alle altre categorie.

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    Infatti, lousia ha un ti esti e quindi un to ti en einai in quanto il suo modo dessere ci che , esprimibile in una formula (un logos) che soddisfa le condizioni poste a una definizione. Ci equivale a dire che il suo essere non presuppone un che di diverso cui si sia tenuti a far riferimento nella formula che esprime il suo to ti en einai. In tal senso essa un essere in senso pieno e incondizionato. Daltro canto, anche tutte le altre cose (gli accidenti, i composti, e perfino il non-essere, inteso platonicamente come diverso) sono. Ed possibile parlare di tutti questi sensi perch, come sappiamo, tutti dipendono da ci che essere in senso incondizionato, e cio lousia.

    1030a33-1030b3: In effetti, il giusto sta nellaffermare () in virt di ununica cosa.

    Conosciamo lesempio del medico dal libro Gamma della Metafisica.

    Lunit. Aristotele conclude dicendo che c definizione solo quando viene espressa una cosa con un certo determinato logos, che tale in quanto si riferisce ad ununit, in tutti i sensi di uno (1030b7-13). Egli del parere che, per ciascuno degli oggetti che rientrano nelle diverse categorie, si dia un modo caratteristico di essere uno. Per quanto riguarda lunit dellousia, da Metafisica Z si possono trarre alcune conclusioni. Lunit della forma consiste nellintima unit delle determinazioni che la costituiscono, mentre lunit del concreto consiste nellunit di materia-forma. Comunque, come sottolinea Z, lunit dellousia non del tipo di quella che ci rappresentiamo pensando a due cose che vengono congiunte (es. uomo bianco). Non invece ben chiaro che unit abbia in mente quando parla degli altri accidenti. A partire dal contesto, si potrebbe pensare che lunit caratteristica di ciascun tipo di oggetto consista nel tipo di connessione che sussiste fra gli elementi della nozione corrispondente. Infatti, lousia ha un determinato tipo di unit perch gli elementi che costituiscono la sua nozione formano tra loro un tipo di unit corrispondente. E la ragione primaria addotta per giustificare che solo dellousia si d definizione appunto il fatto che nella nozione di accidenti trovano posto due realt diverse: ad esempio, lunit caratteristica della qualit quel tipo di unit che sussiste tra lousia e la qualit, e cos per le altre categorie. Per esempio, ci sar un colore solo nel momento in cui si d quel particolare tipo di unit costituito da oggetto e colore. Quindi, per ciascuna propriet, essere una significa essere propriet di un oggetto.

    Il capitolo V strettamente connesso con il IV, perch approfondisce le difficolt che si incontrano nel voler definire le propriet, allo scopo quantomeno di dimostrare che ci che non ousia pu avere una definizione (e quindi un to ti en einai) solo in senso derivato. In particolare, in questo capitolo viene mostrato che se si accetta il risultato che le nozioni che si basano su aggiunzioni non sono definizioni, non si daranno definizioni delle propriet, perch esse si lasciano definire solo per via di aggiunzione. Lesempio qui discusso quello di naso camuso (in cui camuso per se, in quanto si predica di naso e naso rientra nella sua definizione, perch non esiste il camuso al di

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    fuori del naso), ma Aristotele ha laria di dire che il problema si pone per tutte le altre categorie: gli esempi forniti sono numero dispari e animale femmina. Ma perch Aristotele pensa che il problema si ponga per tutte le categorie? A causa proprio della teoria dellente in quanto ente che abbiamo studiato in precedenza (cfr. dispensa La metafisica I, e riflessioni qui sopra). Qualunque accidente (affezioni, potenze, azioni, propriet) perch sono le sostanze portatrici dellaccidente (qualificate (potenzialmente o in atto), affette, che agiscono). In tal senso, anche il che cos? degli accidenti (cio la loro essenza, il loro to ti en einai), dipende dal che cos? in senso fondamentale e primario, cio quello della sostanza. Per definire laccidente, allora, bisogner per Aristotele fare riferimento alla sostanza di cui si predica. Cio, lessere dellaccidente presuppone qualcosa di diverso cui si tenuti a far riferimento nella formula che ne esprime il significato.

    Il capitolo VI (p. 243 FP) dedicato a stabilire che il to ti en einai di ciascuna cosa e la cosa stessa coincidono. Esso si articola in cinque parti: (i) nella prima parte Aristotele cerca di giustificare il porsi stesso della domanda (1031a15-18); (ii) poi, Aristotele si chiede quale sia la risposta per le cose che sono dette per accidente (1031a19-28); (iii) la parte principale del capitolo, (1031a28-1032a6), in cui Aristotele si pone la domanda nel caso delle cose dette a partire da se stesse; (iv) parte dedicata alla risoluzione delle obiezioni sofistiche al problema se Socrate e lessere Socrate siano identici (1032a6-10); (v) il capitolo si chiude con laffermazione lapidaria che ormai chiaro in che senso ogni singola cosa e il suo che cosa significa essere questo coincidano o non coincidano.