N. 48 Augusta Sommario 2016.pdf · — 1 — Augusta 2016 Sommario IL SOSTEGNO AL VALLONE DI SAN...

of 56/56
— 1 — Augusta 2016 Sommario IL SOSTEGNO AL VALLONE DI SAN GRATO DATO DA “LA CAROVANA DELLE ALPI” 2 SANDRA BARBERI A volte ritornano. La ritrovata Madonna col Bambino della cappella del Praz 4 ELISABETTA BRUGIAPAGLIA Il Vallone di San Grato ed il suo ruolo per la ricostruzione paleo ambientale con particolare riferimento all’occupazione umana. Importanza biologica e scientifica delle torbiere 9 FRANCESCO SPINELLO l S.I.C. “Ambienti glaciali del gruppo del Monte Rosa” 20 SILVIA DAL NEGRO, MARCO ANGSTER Francoprovenzale e walser nell’alta valle del Lys 22 ANDREA ZENONI Lessico di Gaby: tra derivazione romanza e alemannica 27 VITTORIA BUSSO LIXANDRISCH 25 mérze 1945, d’varbrantun ketschi im Tschachtelljer - Le case bruciate del Tschachtelljer 36 IMELDA RONCO HANTSCH Im Léjunh – A Lion 39 ELIDE SQUINDO Cappella della S.S. Vergine della Neve a Agren – Oagre 40 MICHELE MUSSO La place publique d’Issime 42 ROBERTO FANTONI Il nome della Rosa. Le origini medievali dell’antico nome del Monte Rosa 51 LAURA e GIORGIO ALIPRANDI Sempre a proposito del nome del Monte Rosa 54 IN MEMORIAM Giovanna Nicco 55 IN MEMORIAM Maria Stévenin 56 COMITATO DI REDAZIONE Direttore responsabile Domenico Albiero Coordinatore di redazione Michele Musso Membri Michele Musso Barbara Ronco Luigi Busso Foto di copertina Madonna in trono con Bambino di Issime, secolo XIII (legno scolpito e dipinto, altezza 70 cm.) (Studio fotografico Gonella, Torino) Foto della quarta di copertina Issime, Vallone di San Grato – villaggio di Benecade, 1910 circa. In primo piano i coniugi Jean Goyet (1852-1917) medico e Hortanse Christillin Pintsche (1864-1919). Sullo sfondo il villaggio di Écku e oltre la conca innevata di Roseritz. Fondo dr. Goyet (Ass. Augusta, dono di Floriana Linty). Altre foto: Roberto Cilenti, Rino Alessandrini, Michele Musso, Elisabetta Brugiapaglia, Sara Ronco, Imelda Ronco, collezione Guido Pession, Foto Archivio Guido Cavalli, Foto Archivio Guindani di Gressoney- Saint-Jean. Tutti i diritti sono riservati per ciò che concerne gli articoli e le foto. Rivista disponibile online: www.augustaissime.it ISSN 1120-1320 Autorizzazione Tribunale di Aosta n° 18 del 22-05-2007 AUGUSTA: Rivista annuale di storia, lingua e cultura alpina Proprietario ed editore: Associazione Augusta Amministrazione e Redazione: loc. Capoluogo, 2 - 11020 - Issime (Ao) Stampa: Tipografia Valdostana, C.so P. Lorenzo, 5 - 11100 Aosta N. 48
  • date post

    25-Jun-2020
  • Category

    Documents

  • view

    1
  • download

    0

Embed Size (px)

Transcript of N. 48 Augusta Sommario 2016.pdf · — 1 — Augusta 2016 Sommario IL SOSTEGNO AL VALLONE DI SAN...

  • — 1 —

    Augusta 2016 Sommario

    IL SOSTEGNO AL VALLONE DI SAN GRATODATO DA “LA CAROVANA DELLE ALPI” 2

    SANDRA BARBERIA volte ritornano. La ritrovata Madonna col Bambino della cappella del Praz 4

    ELISABETTA BRUGIAPAGLIAIl Vallone di San Grato ed il suo ruolo per la ricostruzione paleo ambientale con particolare riferimento all’occupazione umana. Importanza biologica e scientifica delle torbiere 9

    FRANCESCO SPINELLOl S.I.C. “Ambienti glaciali del gruppo del Monte Rosa” 20

    SILVIA DAL NEGRO, MARCO ANGSTERFrancoprovenzale e walser nell’alta valle del Lys 22

    ANDREA ZENONILessico di Gaby: tra derivazione romanza e alemannica 27

    VITTORIA BUSSO LIXANDRISCH25 mérze 1945, d’varbrantun ketschi im Tschachtelljer - Le case bruciate del Tschachtelljer 36

    IMELDA RONCO HANTSCHIm Léjunh – A Lion 39

    ELIDE SQUINDOCappella della S.S. Vergine della Neve a Agren – Oagre 40

    MICHELE MUSSOLa place publique d’Issime 42

    ROBERTO FANTONIIl nome della Rosa. Le origini medievali dell’antico nome del Monte Rosa 51

    LAURA e GIORGIO ALIPRANDISempre a proposito del nome del Monte Rosa 54

    IN MEMORIAMGiovanna Nicco 55

    IN MEMORIAMMaria Stévenin 56

    COMITATO DI REDAZIONE

    Direttore responsabileDomenico Albiero

    Coordinatore di redazioneMichele Musso

    MembriMichele MussoBarbara RoncoLuigi Busso

    Foto di copertinaMadonna in trono con Bambino di Issime, secolo XIII (legno scolpito e dipinto, altezza 70 cm.)(Studio fotografico Gonella, Torino)

    Foto della quarta di copertinaIssime, Vallone di San Grato – villaggio di Benecade, 1910 circa.In primo piano i coniugi Jean Goyet (1852-1917) medico e Hortanse Christillin Pintsche (1864-1919). Sullo sfondo il villaggio di Écku e oltre la conca innevata di Roseritz. Fondo dr. Goyet (Ass. Augusta, dono di Floriana Linty).

    Altre foto: Roberto Cilenti, Rino Alessandrini, Michele Musso, Elisabetta Brugiapaglia,

    Sara Ronco, Imelda Ronco, collezione Guido Pession, Foto Archivio Guido Cavalli,

    Foto Archivio Guindani di Gressoney- Saint-Jean.

    Tutti i diritti sono riservati per ciò che concerne gli articoli e le foto.

    Rivista disponibile online: www.augustaissime.it

    ISSN 1120-1320

    Autorizzazione Tribunale di Aosta n° 18 del 22-05-2007

    AUGUSTA: Rivista annuale di storia, lingua e cultura alpina

    Proprietario ed editore: Associazione Augusta

    Amministrazione e Redazione: loc. Capoluogo, 2 - 11020 - Issime (Ao)

    Stampa: Tipografia Valdostana, C.so P. Lorenzo, 5 - 11100 Aosta

    N. 48

  • A U G U S T A

    — 2 —

    sia intensivi (campi e prati). Questo esempio di habitat diffuso, dove hanno coesistito delle popolazioni di origine differente su un territorio limitato, è unico in Valle d’Aosta.

    Inoltre il vallone, dal punto di vista naturalistico, comprende due importanti zone umide, che di recente, sempre ad opera dell’associazione Augusta, sono state studiate dalla prof.ssa Elisabetta Brugiapaglia dell’Università del Molise.

    Lo studio ha evidenziato che i sedimenti delle torbiere del Val-lone, a 2 m. e mezzo di profondità, sono datati al carbonio-14 al 9200 a.C. epoca in cui i ghiacci hanno iniziato ad abban-donare il Vallone ed è iniziata la colonizzazione arborea dello stesso. È assai difficile e raro trovare dei sedimenti così antichi ad altitudine elevata (1950m.s.l.m.) come nel caso del Vallone.

    Gli ambienti umidi ospitano delle specie vegetali altamente specializzate e quindi localizzate solo in particolari situazioni ecologiche.L’individuazione e la conservazione dei residui ambienti umi-di, quindi, si impone non solo per ragioni naturalistiche, ma anche perché essi vanno considerati come veri e propri archivi storici in progressivo naturale aggiornamento.

    Per questi motivi il sito è tutelato dal 1998 dal Piano Territo-riale Paesistico della Valle d’Aosta. Il progetto presentato nel 2009, che avrebbe irrimediabilmente deturpato il vallone, com-promettendone le testimonianze storico-architettoniche, era stato proposto dall’amministrazione comunale, come valoriz-zazione agricola e turistica. Una prospettiva condivisibile, ma che non richiedeva, per essere realizzata, la realizzazione del-le opere previste, che anzi avrebbero banalizzato il territorio, stravolgendone gli equilibri. Un collegamento stradale esiste, e consente di superare un forte dislivello e giungere all’imbocco del vallone. Su questo progetto, oltre ad organizzare iniziative pubbliche e marce di protesta nel vallone, cittadini ed associa-zioni presentarono osservazioni nell’ambito della procedura di Valutazione di Impatto Ambientale. Nei primi mesi del 2010 il Comitato Tecnico per l’Ambiente espresse una valutazio-ne negativa sul progetto, che venne recepita il 23 aprile dal-la Giunta Regionale con la Delibera n.1127. Sembrava finita. Negli anni successivi l’Associazione Augusta ha continuato a sottoporre il vallone a studi scientifici e ad avanzare propo-ste per una valorizzazione sostenibile che offrisse a visitatori sensibili le bellezze che possiede. Poi, il 24 febbraio 2016, è arrivata l’approvazione del nuovo PRGC di Issime, che pre-vede, nell’ambito di una valorizzazione agricola del vallone

    La carovana delle Alpi ha quest’anno toccato il Vallone di San Grato e confermato l’impegno pluriennale di Legambiente a fianco dell’Asso-ciazione Augusta per la tutela di quel prezioso territorio. Pubblichiamo la motivazione dell’as-segnazione della Bandiera Nera di Legambiente al Comune di Issime e alla Giunta Regionale della Valle d’Aosta, per avere riproposto il progetto di valorizzazione del Vallone, già respin-to nel 2010.

    BANDIERA NERA

    A CHI : Comune di Issime e Giunta Regionale della Valle d’Aosta MOTIVAZIONE : per la riproposizione del progetto di va-lorizzazione e urbanizzazione del Vallone di San Grato, nel Comune di Issime, già bocciato nel 2010.

    A volte ritornano, purtroppo. Negli anni 2009-2010 Legam-biente si era schierata a fianco dell’Associazione Augusta (che studia e salvaguarda i luoghi e la cultura Walser, tipica di al-cuni comuni della vallata di Gressoney), per tutelare il vallone di San Grato, a monte dell’abitato di Issime, unico per le sue bellezze naturali e culturali, minacciato da un progetto di stra-da poderale, un acquedotto che avrebbe captato le sorgenti che alimentano le zone umide, una rete di distribuzione di energia elettrica e una centrale idroelettrica. La realizzazione di queste opere avrebbe irrimediabilmente intaccato il pregio paesaggi-stico, naturale e architettonico del vallone. Il sito è infatti ric-chissimo di testimonianze del modo di abitare e di svolgere l’attività agricola in montagna nel passato, edifici in legno ri-salenti al XV secolo, l’antico sistema viario di colonizzazione, gli antichi canali di irrigazione, gli opifici quali mulini e forge, la divisione medievale delle proprietà. Il Vallone di San Grato infatti nel suo stato attuale mostra i segni visibili della storia della sua colonizzazione. In effetti, si tratta di un vallone di cui una larga fetta del versante esposto a sud è stata nel medioe-vo divisa in lotti (particelle). I Walser, popolazione di origine e lingua germanica, si sono installati nel Vallone e vi hanno vissuto almeno a partire dal XIII secolo, utilizzando una parte di queste grandi particelle, dopo aver disboscato parte del ter-ritorio in differenti modi. Il paesaggio presenta, quindi, gli ele-menti di modifica del territorio che ricordano i molteplici modi di sfruttare la montagna a fini agricoli, sia estensivi (pascoli),

    Il sostegno al Vallone di San Grato dato da “La carovana delle Alpi”

  • A U G U S T A

    — 3 —

    turistica. Sappiamo bene che alcune delle ragioni addotte per difendere questa prospettiva (la necessità di portare acqua po-tabile ed energia elettrica nel vallone) si rivelano, a ben vedere, pretestuose. Da molti anni ormai gli alpeggi delle nostre mon-tagne si autoalimentano con mini impianti idroelettrici e che le fonti da utilizzare per il consumo umano non mancano, senza andare ad intaccare quelle che alimentano le zone umide! Sia-mo di fronte all’ennesimo tentativo di banalizzazione del ter-ritorio, e alla volontà degli amministratori locali e regionali di ignorare le valutazioni tecniche espresse nel 2010.

    Si deve sempre partire dal presupposto di valorizzare gli attrat-tori ambientali e culturali e non di penalizzarli. Il Vallone di San Grato, antico insediamento walser rimasto intatto e quindi ormai unico nel suo genere, è un potente attrattore. Compro-metterlo con una strada ed altro ancora è un autogol. Perderem-mo per sempre l’unicità di questo antico insediamento che ha saputo armonizzare antropizzazione e ambiente naturale.

    di San Grato, la realizzazione di una strada. Dalle successive dichiarazioni apparse sui media, abbiamo appreso che Comune e Regione concordano non soltanto sull’ipotesi di collegamen-to stradale, ma addirittura sull’idea di assumere come base di partenza il progetto complessivo di urbanizzazione bocciato nel 2010. Vale la pena ricordare le motivazioni addotte nella sopra citata Delibera per la bocciatura di quel progetto. - gli interventi proposti non sono coerenti con gli obiettivi previsti dal PTP; - alcuni degli stessi ricadono in ambiti inedificabili e non risultano accettabili ai fini della tutela dei siti naturalistici (zone umide) coinvolti; - la strada e le relative opere accessorie proposte risultano incompatibili con la salvaguardia di un sito di rilevante interesse storico-culturale.

    Nel 2010 la Giunta Regionale condivideva appieno le valuta-zioni tecniche degli uffici VIA. Oggi le rinnega, prospettando la realizzazione di un insieme di opere che, devastando il vallo-ne di San Grato, ne danneggerebbe anche la possibile fruizione

    Torbiera della Mongiovetta, Vallone di San Grato

  • A U G U S T A

    — 4 —

    messo al sicuro gran parte degli arredi mobili delle cappelle ru-rali isolate. A parte casi eclatanti, come il San Valentino rubato nel 1971 da una cappella di Brusson e acquistato un paio di anni dopo dal Museo di Innsbruck, o il Saint Prejet scomparso da una cappella di Challand-St-Victor e acquistato, sempre nel 1973, dal Museo Civico d’Arte antica di Torino4, il più delle volte le opere trafugate si disperdono nella rete del collezioni-smo privato e scompaiono per sempre. Anche nel nostro caso è impossibile ricostruire le vicende che nel corso dei primi anni Sessanta hanno portato la Madonna del Praz, probabilmente attraverso il mercato antiquario locale, in una collezione pri-vata aostana. Ma almeno stavolta la storia si è conclusa con un lieto fine: la foto pubblicata da Brunod ha permesso, infatti, di identificare la scultura sottratta dalla cappella e di avviarne di conseguenza il processo di recupero, condotto dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Torino5. L’imponen-te lavoro di mons. Brunod non va quindi considerato solo un ausilio per pochi addetti allo studio, ma anche un formidabile strumento per la tutela del patrimonio artistico locale.

    Il rilievo è ricavato da un unico massello di legno non svuotato; la mano destra della Madonna con il palmo riverso (ancora pre-sente nella fotografia del Brunod) e il braccio destro del Bam-bino, ora perduti, erano scolpiti a parte e assemblati con un perno. I fioroni di gusto flamboyant della corona della Madre sono un’aggiunta più tarda, in sostituzione di quelli trilobati più stilizzati che in simili rilievi ornano il serto delle figure; la corona che cingeva il capo del Bambino è stata scalpellata, verosimilmente per essere sostituita da una metallica. Il retro appiattito e il disassamento in avanti del collo della Vergine lasciano intendere che la figura fosse in origine inserita entro un tabernacolo o un’edicola.L’iconografia deriva da quella di tradizione romanica della Virgo Sedes Sapientiæ, dove la Vergine è assisa in posizione

    Sabato 5 marzo 2016, sotto una fitta nevicata tardiva, la comunità di Issime ha festeggiato solennemente il ritorno di questa preziosa Ma-donna col Bambino della quale si erano perse le tracce da una sessantina d’anni, dopo che era stata rubata nel 1957 dalla cappella del Praz. La scultura figura nel Catalogo degli enti e degli edifici di culto e delle opere di arte sacra nella diocesi di Aosta compilato negli anni Cinquanta da mons. Edoardo Brunod, presidente della Commissione diocesana di arte sacra dal 1957 al 19741: 125 album illustrati, scritti a mano in triplice copia (una per la parrocchia, un’altra per l’archivio della Curia diocesana e la terza per l’Autore), presentati per la prima volta al pubblico nel 1961, in occasione della IX Settimana di Arte Sacra a Roma, e pubblicati con il sostegno dell’Amministrazione regionale in nove tomi dal 1975 al 19952. Sono decine e decine le statue e le suppellettili ecclesiastiche sparite nel lasso di tempo che separa la redazione manoscritta e la pubblicazione dei reper-tori, a testimonianza di una realtà, quella dei furti a spese del patrimonio artistico di proprietà ecclesiastica, che nella secon-da metà del Novecento cresce in modo esponenziale, indiriz-zandosi indiscriminatamente verso opere di pregio e manufatti popolari di scarso o nullo valore artistico. Nel 1987 la Soprin-tendenza regionale pubblica il volume La devozione in vendi-ta, nato appunto – scrive Daniela Vicquéry nell’introduzione – «dalla necessità di arginare quel fenomeno di dispersione del patrimonio artistico locale che ha assunto nel corso di questi ultimi decenni proporzioni tali da richiedere un’attenzione spe-cifica»3. Il lavoro scheda le opere che a quella data mancavano all’appello dal confronto con il catalogo del Brunod: una quan-tità impressionante di sculture, ornamenti e suppellettili, aspor-tate da chiese e cappelle situate in tutti i comuni della Valle. Molte altre sono scomparse in seguito, nonostante l’istituzione dei musei parrocchiali a partire dalla metà gli anni ‘80 abbia

    A volte ritornano La ritrovata Madonna col Bambino della cappella del Praz

    Sandra BarBeri

    1 E. Brunod, Bassa Valle e valli laterali I, Aosta 1985 (Arte sacra in Valle d’Aosta, IV), p. 168, fig. 42. Assieme alla Madonna era stato rubato anche un San Giacomo del primo Cinquecento, di cultura tedesca (ibidem, p. 168, fig. 43).

    2 Il primo volume dato alle stampe nel 1975 è quello relativo alla Cattedrale di Aosta, di cui è uscita una seconda edizione riveduta e corretta nel 1996. Dopo la morte dell’Autore, nel 1988, il lavoro di pubblicazione è stato proseguito dal canonico Luigi Garino, che ha provveduto all’aggiornamento dei repertori.

    3 D. Vicquéry, La devozione in vendita. Furti di opere d’arte sacra in Valle d’Aosta, Roma 1987 (Quaderni della Soprintendenza per i Beni Culturali della Valle d’Aosta, Nuova Serie, 4), citazione da p. 14. La Madonna del Praz si trova a p. 146, fig. 145 a p. 147 (le diverse misure indicate sono evidentemente un errore di copiatura dal Brunod, che riporta invece un’altezza di circa 73 cm, congruente con quella reale).

    4 B. Orlandoni, Appunti per una indagine sulla consistenza originaria e sulla dispersione del patrimonio artistico gotico in Valle d’Aosta, in Vicquéry 1987, pp. 38-40.

    5 La scultura era stata pubblicata come appartenente alla collezione Berthod da D. Daudry, Artigiani artisti ed arte popolare in Valle d’Aosta, Aosta 1972, fig. 83. Ovviamente la riproduzione è di per sé garanzia della buona fede del proprietario, dopo la morte del quale le eredi decisero di mettere in vendita la statua.

  • A U G U S T A

    — 5 —

    della Vergine; sulla coscia destra della Madonna le lacune della pellicola pittorica scoprono l’impannatura, cioè il rivestimento di tela incollata sul legno destinato qui a rinforzare il supporto in corrispondenza della fenditura e a mascherare il difetto. La Madonna appartiene a una tipologia privilegiata per gli altari valdostani duecenteschi, che ritroviamo anche, al di là delle Alpi, in Savoia, Svizzera romanda, Vallese e Chiablese. È

    frontale su uno scranno, mentre il piccolo Gesù siede sul suo ginocchio sinistro come fosse in trono, levando la destra in atto di benedizione. Con gesto simmetrico, la Madre e il Figlio reg-gono in mano un attributo sferico: Maria, Nuova Eva, la mela; il globo del mondo di cui è Re, il Bambino. La policromia pri-mitiva affiora in minime tracce sotto la ridipintura posteriore, visibile in un tassello di pulitura praticato sul ginocchio destro

    A sinistra: la Madonna del Praz nella foto pubblicata da mons. Brunod, dove la figura della Vergine è ancora completa della mano destraA destra: la Madonna col Bambino dal 2010 nelle collezioni regionali di Aosta. (foto F. Lovera. Regione autonoma Valle d’Aosta, Archivi Assessorato Istruzione e Cultura - Fondo Catalogo beni culturali, su concessione della Regione autonoma Valle d’Aosta)

  • A U G U S T A

    — 6 —

    A sinistra: la Madonna col Bambino del Castello Tour de Villa, Gressan. (foto S. Barberi)A destra: la Madonna col Bambino del Museo Stefano Bardini a Firenze.(da Il Museo Bardini a Firenze, a cura di E. Neri Lusanna, L. Faedo, II, Milano 1986, II, tav. 119)

    opinione diffusa che il successo di tale modello si spieghi con la derivazione da un prototipo collocato in uno dei principali luoghi di pellegrinaggio mariano negli antichi Stati di Savoia, l’abbazia di Saint-Maurice, la cattedrale di Sion o – secondo l’ipotesi più largamente considerata – quella di Losanna, ma sfortunatamente nessuno di questi presunti archetipi si è con-

    servato6. Tuttavia il modulo compositivo di queste Madonne in maestà non è esclusivo dell’area alpina nord-occidentale, ma conosce una distribuzione geografica europea, replicato nei di-versi materiali e con varianti sia nella scelta degli attributi delle figure, sia nell’indirizzo stilistico.Nell’ambito valdostano gli esemplari più precoci, databili poco

    6 L’ipotesi, riassunta nelle sue varie formulazioni da H. Schöpfer (in La Maison de Savoie en Pays de Savoie, catalogo della mostra, Losanna 1990, scheda XI/22, p. 224, con bibliografia precedente), è stata discussa da E. Rossetti Brezzi, Le vie del gotico in Valle d’Aosta, in G. Ro-mano (a cura di), Gotico in Piemonte, Torino 1992 (Arte in Piemonte, 6), pp. 294-296; L. Golay, Les sculptures médiévales. La collection du Musée cantonal d’Histoire, Sion, Lausanne 2000 (Valère, Art et Histoire, 2), pp. 90-91, 104-105; e G. Gentile, Migrazione e ricezione di immagini, in Il Gotico nelle Alpi. 1350-1450, catalogo della mostra (Trento, castello del Buonconsiglio, 20 luglio - 20 ottobre 2002), a cura di E. Castelnuovo e F. De Gramatica, Trento 2002, pp. 157-158. Jean-René Gaborit (Le problème de la copie dans la sculpture médiévale, in “Tables de travail. Séminaire de recherche sur la conservation-restauration”, 23 marzo 2012, http://tablesdetravail.hypotheses.org/108) avverte tuttavia che «L’idée, que, pour des raisons de dévotion, les statues de la Vierge reproduisaient de préférence des prototypes célèbres demeure fort répandue ; si elle est relativement exacte pour les siècles les plus récents, elle n’est fondée, pour la période médiévale sur aucun élément probant. » Il gruppo di Losanna, databile intorno al 1230 e scomparso nel Cinquecento con l’avvento della Riforma, ci è noto soltanto attraverso sigilli e riproduzioni grafiche del XIII e del XIV secolo, dove il Bambino appare ora seduto, ora ritto sul ginocchio della Madre, che impugna lo scettro (S. Castronovo, in Il Gotico nelle Alpi 2002, schede 31-32, pp. 480-483). In ogni caso, come sottolinea Gentile, il concetto medievale di riproduzione si riferisce al significato spirituale di un’icona, che quindi può essere interpretato variamente senza implicare la fedeltà oggettiva al suo aspetto reale.

  • A U G U S T A

    — 7 —

    prima della metà del secolo, sono la Madonna col Bambino proveniente dalla chiesa parrocchiale di Saint-Léger ad Ay-mavilles e ora nel Museo del Tesoro della cattedrale di Aosta, quella rubata dalla cappella di Challancin a La Salle e quella già a Cogne e poi passata in collezione Craveri-Giacosa e da lì nelle collezioni regionali, tutte e tre strettamente apparentate con gruppi analoghi conservati a Sion, Fribourg e Abondan-ce7. Il carattere di ieraticità e l’andamento fluido dei panneggi di questi rilievi rimandano ancora al nobile classicismo delle oreficerie e degli avori mosani del primo ‘200. L’impostazione si fa meno monumentale nella Madonna in origine a Valgri-senche e oggi al Museo Civico d’Arte antica di Torino e in quelle provenienti dalle cappelle di Variney (Gignod) e di Plau (Saint-Denis), di poco più tarde, dove la comparsa di pieghe più profonde e spezzate attesta la progressiva affermazione del linguaggio gotico in direzione francese. Nei gruppi della cap-pella di Nissod (Châtillon) e di una collezione privata torinese, omogenei per stile ai precedenti, la gambetta destra levata del piccolo Gesù attenua la rigidità della postura frontale, ulterior-mente animata dal gesto amorevole della Madre che stringe il piedino del Bimbo nella Madonna del castello di Quart, oggi nel Museo del Tesoro della cattedrale, e in quella dell’Accade-mia di Sant’Anselmo8. Quest’ultima iconografia, riconducibile all’ambito reno-mosano, è già ripresa anche dalla Madonna del santuario di Rado (Gattinara), assegnata al 1220-12309, a te-stimonianza dell’ampia circolazione europea di una pluralità di modelli trasmessi sulla base di manufatti o semplicemente attraverso disegni, trasposti su pietra, legno, avorio o metallo prezioso, e interpretati con sensibilità stilistiche differenti. Il nostro rilievo si inserisce in una serie dal tono meno aulico che riprende l’impianto formale dove il Bambino siede com-posto in posizione frontale, con le gambe parallele scostate e i piedi di piatto. Ne fanno parte la Madonna del castello La Tour de Villa di Gressan e quella trafugata dalla cappella di Vigneroisa a Champorcher, le più simili a quella del Praz, e poi

    La statua rubata dalla cappella di Vigneroisa, Champorcher. (da E. Brunod, Bassa Valle e valli laterali I, Aosta 1985, p. 355, fig. 30)

    7 Madonna da Aymavilles: V. M. Vallet, in Cattedrale di Aosta - Museo del Tesoro - Catalogo, a cura di E. Castelnuovo, F. Crivello, V. M. Vallet, Aosta 2013, scheda n. 17, pp. 164-165 (con bibliografia precedente). Madonna di Challancin: E. Brunod, L. Garino, Alta Valle e valli laterali II, Aosta 1995 (Arte sacra in Valle d’Aosta, IX), p. 188, fig. 78; Vicquéry 1987, p. 152 e fig. 154 a p. 154. Madonna da Cogne: E. Brunod, Diocesi e Comune di Aosta, Aosta 1981 (Arte sacra in Valle d’Aosta, III), p. 469, fig. 413. Per gli esemplari transalpini si vedano: B. Schmed-ding, Romanische Madonnen der Schweiz, Freiburg 1974, pp. 38-40 (Sion), 40-41 (Fribourg-Nierlet), 41-42, 110-123 (Fribourg-Attalens), 62 (Fribourg-Les Giettes), 112, 168 (Abondance); L. Golay, Les sculptures médiévales. La collection du Musée cantonal d’Histoire, Sion, Lausanne 2000, pp. 80-91, 100-105. Per la Madonna da Attalens cfr. anche S. Villiger, scheda del Musée d’Art et d’Histoire di Friburgo, 2002. Si possono aggiungere inoltre due gruppi passati sul mercato antiquario, una Madonna da Sotheby’s nel 2006 e l’altra a Parigi, segnalatemi da Bruno Orlandoni.

    8 Madonna da Valgrisenche: E. Rossetti Brezzi, in La scultura dipinta. Arredi sacri negli antichi Stati di Savoia 1200-1500, catalogo della mo-stra (Aosta, 3 aprile - 31 ottobre 2004), a cura di E. Rossetti Brezzi, Aosta 2004, scheda n. 3, pp. 42-43 (con bibliografia precedente). Madonna di Variney: E. Brunod, L. Garino, Cintura sud orientale della città, valli di Cogne, del Gran San Bernardo e Valpelline, Aosta 1993 (Arte sacra in Valle d’Aosta, VII), p. 514, fig. 78. Madonna di Plau: Bassa Valle e valli laterali III, Aosta 1990 (Arte sacra in Valle d’Aosta, VI), p. 145, fig. 19. Madonna di Nissod: Brunod-Garino 1990, p. 64, fig. 58; Vicquéry 1987, p. 98, fig. 68 p. 99 (la statua, rubata nel 1971, è stata recuperata nel 2011). Madonna in collezione privata: L. Mor, Scultura lignea dal Medioevo al Rinascimento. Aggiunte al catalogo di antichi maestri e nuove proposte, catalogo della mostra Antiquari a Venaria - IV Biennale di Torino (Reggia di Venaria Reale - Scuderie Juvarriane, 23 ottobre - 1° novembre 2010), Biella 2010, fig. p. 15. Madonna da Quart: Vallet 2013, scheda n. 18, pp. 166-167 (con bibliografia precedente). Madonna dell’Accademia di Sant’Anselmo: V. M. Vallet, La collection de l’Académie sur la scène : pièces choisies, in Les 150 ans de l’Académie Saint-Anselme. Patrimoine et identité : l’engagement des sociétés savantes, Actes du Colloque international d’Aoste (28 et 29 mai 2005), réunis par M. Costa, “Bulletin de l’Académie Saint-Anselme”, Nouvelle Série, IX, pp. 133-134.

    9 Madonna di Rado: E. Rossetti Brezzi, La scultura in legno, in V. Natale e A. Quazza (a cura di), Arti figurative a Biella e Vercelli. Il Duecento e il Trecento, Biella 2007, p. 112. Il gesto della Madonna che afferra il piede del Bambino si trova in un avorio mosano del Louvre assegnato al 1220-1230 (D. Gaborit-Chopin, Ivoires médiévaux Ve-XVe siècle, Paris 2003, pp. 274-276).

  • A U G U S T A

    — 8 —

    terzo quarto del Duecento ma ancorate a modelli precedenti, che riforniscono l’intera Valle delle statue mariane la cui pre-senza è prevista sugli altari di tutte le chiese: una ripetitività che sembra per certi versi anticipare la diffusione ottocentesca delle immagini seriali di Notre-Dame-des-Victoire o dell’Im-macolata, ma anche una testimonianza dell’incredibile vitalità della scultura lignea gotica in Valle d’Aosta, idealmente inau-gurata all’inizio del secolo dal raffinato paliotto di Courma-yeur conservato al Museo Civico d’Arte antica di Torino13, in dialogo con esperienze diverse e in grado di soddisfare su vari registri le esigenze di committenza. Va da sé che la cappella di San Valentino, fondata probabil-mente nella prima metà del XVII secolo, non dovesse essere la collocazione primitiva della scultura14. È verosimile piuttosto che quest’ultima provenga dalla chiesa parrocchiale, dove la visita pastorale compiuta nel 1416 dal vescovo Ogier Mori-set attesta la presenza di due statue (ymagines): una si trovava sull’altare maggiore, assieme a quelle del patrono san Giaco-mo e di san Nicola, mentre l’altra, a cui l’estensore del verbale della visita ha aggiunto in un secondo tempo l’aggettivo «bel-lissima» (pulcherrima), figurava sull’altare dedicato alla Beata Vergine e a sant’Antonio15. A seguito della ricostruzione della chiesa nel 1683, che comportò anche il rinnovamento degli al-tari, dovettero essere rimossi gli arredi medievali più antichi, difficilmente integrabili nel nuovo contesto barocco. Come di regola accadeva per icone venerate da secoli e ancora ben con-servate, anche questa Madonna non fu eliminata, ma dovette essere destinata a una sede di culto secondaria, in questo caso la cappella del Praz16. Nella stessa occasione potrebbe essere ar-rivata qui anche la statua di san Giacomo scomparsa nel 1957, verosimilmente proveniente anch’essa dalla parrocchiale.

    gli esemplari delle parrocchiali di Valsavarenche, Morgex (ma proveniente dalla cappella di Blavy a Roisan), delle cappelle di Grand Aury ad Arvier, di Ecours a La Salle e di Closellinaz a Roisan, quella acquistata dall’Amministrazione regionale sul mercato antiquario nel 2010 e infine una documentata tra le foto di Jules Brocherel; fuori Valle una Madonna conservata presso il Museo Bardini di Firenze, racchiusa in un tabernacolo trecentesco, un’altra al Castello del Buonconsiglio di Trento e una terza al Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra10. Nel mede-simo insieme si possono includere anche le Madonne della par-rocchiale di Gignod e del castello Passerin d’Entrèves a Saint-Christophe e quella nella collezione Pozzallo a Sauze d’Oulx, contraddistinte da un diverso sistema di pieghe (più simile a quello della Madonna da Aymavilles e delle sue “sorelle”) e da una postura leggermente asimmetrica del Bambino11. L’ico-nografia è quasi identica in tutti gli esemplari, con l’attributo sferico per ambedue le figure e la mano della Madre che cinge con la presa orizzontale il petto del Bimbo, una sorta di citazio-ne di revival romanico12; caratteristiche comuni sono la sagoma stretta e allungata della Vergine, la resa dei capelli, forse intrec-ciati, a grosse ciocche stilizzate che le incorniciano il viso e si raccolgono sulla nuca, la foggia della veste con lo scollo a pun-ta, di gusto nordico, e il panneggio percorso da sottili pieghe parallele con andamento verticale, mentre il Bambino presenta sempre la medesima acconciatura con i capelli a onde morbide tagliati dritti sotto le orecchie. L’altezza varia dai 30 centimetri della statuetta di Closellinaz, che si presume destinata alla de-vozione privata, ai 75 circa della Madonna del Praz, fra le più grandi assieme a quelle di Gignod, Vigneroisa e del castello Passerin d’Entrèves. Questa produzione di stampo corrente e su larga scala esce da botteghe senz’altro locali, attive verso il

    10 Sulla Madonna del castello di Gressan, inedita, si veda la tesi di G. Bessone, Progetto di restauro della scultura lignea “Madonna in trono col Bambino”. Castello La Tour de Villa di Gressan, Mantova, Scuola Laboratorio di Restauro e Conservazione Beni Culturali Istituti Santa Paola, Corso di dipinti su tela, tavola e sculture lignee, triennio formativo 2009-2012. Madonna di Vigneroisa: Brunod, 1985, p. 355, fig. 30; Vicquéry 1987, p. 95, fig. 59. Madonna di Valsavarenche: E. Brunod, L. Garino, Alta Valle e valli laterali I, Aosta 1995 (Arte sacra in Valle d’Aosta, VIII), p. 209, fig. 21. Madonna di Gignod: Brunod-Garino 1993, p. 472, fig. 26. Madonna di Grand Aury: Brunod-Garino 1995, Alta Valle I, p. 405, fig. 87. Madonna di Ecours: Brunod-Garino 1995, Alta Valle II, p. 172, fig. 61. Madonna di Closellinaz: Brunod-Garino 1993, p. 309, fig. 32. Madonna in collezione regionale: Mor 2010, scheda n. 1, pp. 10-17 (nel testo sono citate e riprodotte quasi tutte le sculture qui ricordate, compresa la stessa Madonna di Issime, a p. 15). Madonna fotografata da Brocherel: Assessorato Istruzione e cultura, Archivio BREL - Fondo Brocherel-Broggi, LZZ 005737000. Madonna Bardini: E. Neri Lusanna, in E. Neri Lusanna, L. Faedo (a cura di), Il Museo Bardini a Firenze, II, Milano 1986, scheda n. 113, pp. 220-221. Madonna di Trento: A. Bacchi, in Imago lignea. Sculture lignee nel Trentino dal XIII al XVI secolo, catalogo della mostra, a cura di E. Castelnuovo, Trento 1989, scheda n. 2, p. 88. Madonna di Ginevra: Schmedding 1974, pp. 46-48.

    11 Madonna di Morgex: Brunod-Garino 1995, Alta Valle II, p. 251, fig. 44. Madonna Passerin d’Entrèves: Brunod-Garino 1990, p. 417, fig. 42. La Madonna della collezione Pozzallo è inedita.

    12 Fa eccezione la Vergine di Ecours, che pare reggesse lo stelo di un fiore (il giglio virginale?) o lo scettro, anziché la mela. Inoltre in questa stessa statua, così come nell’esemplare di Grand Aury, la mano sinistra della Madonna non allaccia frontalmente il petto del Bambino.

    13 F. Cervini, in Tra Gotico e Rinascimento. Scultura in Piemonte, catalogo della mostra (Torino, 2 giugno - 4 novembre 2001), a cura di E. Pa-gella, Torino 2001, scheda n. 1, pp. 24-25 (con bibliografia precedente).

    14 [G. Vesan], Congresso eucaristico interparrocchiale, Issime (Aosta), 18-25 maggio 1941, Aosta 1943, pp. 117-120; J. Domaine, Le cappelle della Diocesi di Aosta, Aosta 1987, p. 172. La cappella, già esistente nel 1653, fu ricostruita più volte, la penultima nel 1772, dopo l’alluvione del 1755, e infine nella sede attuale nel 1898, in forme neogotiche. I primi documenti non sembrano tuttavia anteriori al XVII secolo, epoca della fondazione di gran parte delle cappelle del territorio, successive alla peste descritta nei Promessi sposi.

    15 Aosta, Archivio della Curia vescovile, Visites pastorales, vol. 4, Mons. Ogerius, 1412-1421. 16 Vicquéry 1987, p. 146 e fig. 144 p. 147.

  • A U G U S T A

    — 9 —

    ziata a partire dal Neolitico, ossia circa 6000-7000 a.C. (8000 Before Present). Gli eventi climatici, in particolare le glacia-zioni che si sono ciclicamente succedute ricoprendo la maggior parte della Valle d’Aosta, hanno decimato la flora. Nonostante ciò la densità floristica attuale è assai elevata in quanto la re-gione presenta una notevole diversità ambientale, altitudinale e geologica. Grazie a questa diversità il contingente di specie ammonta a circa 2000 taxa (Bovio, 2014). Questa elevata diversità in una piccola area come la Valle d’Ao sta, rende alcuni ambienti estremamente fragili e sensi-bili anche a piccole modificazioni che possono determinare la rarefazione se non la scomparsa di specie rare per la regione.

    Il paesaggio, così come viene attualmente per-cepito, è un insieme di variabili in continuo movimento ed evoluzione anche se non sempre siamo consapevoli di queste modificazioni. Il paesaggio o fenopaesaggio, ossia quello che vediamo, è la risultante di tanti ambienti visibili (boschi, pa-scoli, laghi, paludi, fiumi, strade, abitazioni, ecc..) e del cripto paesaggio (stratificazione degli organismi nel suolo e fattori chimico-fisici), ossia quello che non vediamo direttamente. Le trasformazioni del paesaggio sono quindi in stretta relazione con gli eventi naturali, in particolare quelli climatici e con le attività antropiche, in particolare con l’espansione umana ini-

    Il Vallone di San Grato ed il suo ruolo per la ricostruzione paleo ambientale con particolare riferimento all’occupazione umana. Importanza biologica e scientifica delle torbiere

    eliSaBetta Brugiapaglia*

    * Dipartimento di Agricoltura, Ambiente e Alimenti, Università degli Studi del Molise - Campobasso.

    Fig. 1. Due specie molto rare per la Valle d’Aosta: Drosera rotundifolia e la Pinguicula vulgaris

  • A U G U S T A

    — 10 —

    chivi naturali che ci possono raccontare la storia naturale ed antropica del territorio. La storia naturale di un territorio, ossia le sue vicende floristi-che e vegetali, sono l’oggetto di studio della paleobotanica e di altre discipline specifiche come l’analisi pollinica e dei ma-croresti, la paleoxilologia (studio dei legni fossili), mentre gli studi sull’andamento demografico nel passato sono il campo di ricerca dell’archeologia. I due approcci, archeologico e paleo-botanico sono in stretta relazione in quanto le attività umane sono state in grado di influenzare la copertura vegetale essendo stata quest’ultima l’unica fonte di sopravvivenza per le popola-zioni antiche. Inoltre l’introduzione di specie vegetali utili alla vita delle popolazioni ha modificato in maniera più o meno im-portante la vegetazione naturale. Ad esempio l’introduzione da oriente del frumento ha comportato anche l’arrivo dei semi del-le specie infestanti come il papavero, il fiordaliso e il gittaione. Le attività umane, in particolare quelle delle popolazioni che occupavano aree particolarmente difficili almeno per una par-te dell’anno, sono state influenzate anche dai fattori climatici, quindi si può ipotizzare che durante i periodi più favorevoli le popolazioni abbiano utilizzato i siti in altitudine, abbandonan-doli o riducendo le attività durante i periodi più freddi e sfavore-voli all’occupazione umana. Le tracce di queste attività possono essere portate alla luce grazie ai macroresti e microresti vegetali e animali che si sono conservati nelle aree umide favorevoli alla conservazione del materiale organico.Tra la seconda metà dell’Ottocento ed i primi del Novecento le torbiere, utilizzate soprattutto per l’estrazione del combu-stibile, vennero studiate da numerosi ricercatori europei per il loro valore scientifico. Purtroppo però l’interesse economico dell’industria estrattiva, gli interventi di bonifica e successiva-mente anche l’inquinamento, portarono alla drastica riduzio-ne di questi fragili ambienti. Le residue zone umide vengono quindi considerate meritevoli di particolare attenzione e pro-tezione in quanto da esse dipende la conservazione di specie idro-igrofile divenute oramai rare o rarissime, quindi dalla loro conservazione dipende una buona parte della diversità sia bio-

    Tra gli ambienti maggiormente a rischio per la sensibilità alle modificazioni esterne, in particolare quelle antropiche, sono le paludi e le torbiere. Tra le specie vegetali che vivono in questi ambienti possiamo ricordare: Ranunculus aquatilis, Polygo-num amphibium, Drosera rotundifolia, Pinguicula vulgaris (fig. 1), Lysimachia vulgaris, Saxifraga stellaris, Saxifraga ai-zoides, Parnassia palustris (fig. 3),, Filipendula ulmaria, Geum rivale, Potentilla palustris, Potentilla erecta, Lythrum salica-ria, Epilobium fleischeri, Epilobium alsinifolium, Menyanthes trifoliata, Mentha longifolia, Pedicularis palustris, Utricularia australis, Aster bellidiastrum, Cirsium palustre, Cirsium hele-nioides, Potamogeton natans, Juncus arcticus, Trichophorum alpinum, Eriophorum angustifolium, Eriophorum scheuchzeri, Carex rostrata, Carex flava, Carex atrofusca, Carex limosa, Carex bicolor, Carex nigra, Carex microglochin, Sparganium angustifolium, Typha minima, Typha latifolia, Tofieldia calycu-lata, Allium schoenoprasum, Iris sibirica, Epipactis palustris, Dactylorhiza incarnata, Dactylorhiza cruenta, Dactylorhiza majalis, Dactylorhiza maculata. Alcune di queste specie sono presenti sulle torbiere e nei pic-coli laghi del Vallone di San Grato in cui hanno trovato le con-dizioni ecologiche idonee alla loro sopravvivenza; sussistono anche le potenzialità per la diffusione di altre specie rare per la regione e che sopravvivono in limitatissime aree, alcune delle quali anche limitrofe al Vallone di San Grato. Le popolazio-ni sono composte di solito da pochi individui estremamente sensibili alle modificazioni ambientali in particolare a quelle idrologiche, ossia alle variazioni del livello delle acque, alla loro composizione chimica ed al loro drenaggio. Si tratta in-fatti di specie con una capacità di adattamento alle modifi-cazioni ecologiche praticamente nulla essendo estremamente specializzate solo per vivere in ambienti particolari: la loro vulnerabilità è legata proprio alla loro estrema specializzazio-ne. Se gli ambienti vengono alterati le piante inevitabilmente scompaiono. I laghi, le torbiere e le paludi, oltre che un serbatoio di biodi-versità per le specie vegetali e animali, sono anche degli ar-

    Fig. 3. Parnassia palustrisFig. 2. Lo sfagno è il muschio tipico delle torbiere

  • A U G U S T A

    — 11 —

    logica che ambientale. Per queste ragioni anche la Comunità Europea, attraverso la direttiva Habitat (92/43/CEE) riconosce il ruolo di queste formazioni (7 – Habitat di torbiera e palude). Le torbiere hanno quindi assunto un ruolo di primaria impor-tanza per le ricerche sia archeologiche che paleobotaniche gra-zie alle loro particolari condizioni ecologiche, ossia al valore del pH acido fondamentale per la conservazione del materiale organico. Grazie a tecniche di laboratorio, si possono riporta-re alle luce i materiali e successivamente ricostruire gli eventi naturali e antropici che hanno interessato i nostri antenati ed il loro territorio. Due torbiere del Vallone di San Grato, situato sulla destra idro-grafica del torrente Lys, nei pressi di Issime, sono state og-getto di ricerche paleobotaniche: la torbiera di Mongiovetta e quella di Réich (figura 5 e 6). Entrambe poste a circa 1900 m s.l.d.m. sono estremamente interessanti perché localizzate ad un’altitudine ottimale per evidenziare le oscillazioni del li-mite altitudinale degli alberi e per registrare le modificazioni della vegetazione determinate dalle attività umane. Purtroppo gli eventi geologici, quali ad esempio le frane, hanno coperto i sedimenti più antichi rendendole, solo apparentemente, più recenti di quanto non lo siano.

    Fig. 4. Sopra, localizzazione dei carotaggi nelle torbiere indagate, e (a sinistra) operazioni di carotaggio

  • A U G U S T A

    — 12 —

    Fig. 5. La torbiera della Mongiovetta

  • A U G U S T A

    — 13 —

    Fig. 6. La torbiera di Réich

  • A U G U S T A

    — 14 —

    molto rari non solo in pianura per via dello sfruttamento a cui sono state sottoposte nei secoli passati per l’estrazione della tor-ba usata come combustibile, ma anche in altitudine. In Valle d’Aosta in particolare, nella maggior parte dei casi sono state interessate da successivi fenomeni franosi che ne hanno rico-perto la superficie. La torbiera è un ambiente conservativo in cui la sostanza organica prodotta dalla vegetazione tende nel tempo ad accumularsi invece di essere degradata come avviene nei normali suoli. I fattori che rallentano la degradazione della materia organica sono essenzialmente due: le condizioni clima-tiche umide che garantiscono una migliore conservazione della sostanza organica morta rallentando l’azione dei microrganismi decompositori, e l’abbondanza di acqua che impregna il suolo e la materia organica depositata che blocca ulteriormente l’atti-vità aerobica dei decompositori. Quindi grazie a questi fattori,

    MEtoDoLoGIAPer ricostruire gli eventi vegetali passati è stata utilizzata l’analisi pollinica, metodologia che studia i granuli pollinici e le spore conservati nei sedimenti. Tutte le piante appartenenti alle Tracheophyta (Angiospermae e Gimnospermae) produco-no un ingente quantitativo di polline che rappresenta il gamete maschile. La conservazione dei granuli pollinici prodotti dalla vegetazione passata, si realizza in particolari ambienti umidi quali i laghi e le torbiere. In particolare in queste zone d’altitu-dine, i laghi sono di origine glaciale, ossia formatisi in seguito al ritiro dei ghiacciai. La vegetazione che in seguito al ritiro del ghiacciaio comincia ad insediarsi sulle sponde del lago, forni-sce la necromassa necessaria per il riempimento naturale del lago che si trasformerà alla fine della sua evoluzione natura-le in torbiera. Le torbiere, come già detto, sono degli ambienti

    Polline estratto dal sedimento: a. Abete rosso (Picea), b. Romice (Rumex), c. Carice (Carex)

    Fig. 7. Sedimento estratto dalla torbiera di Réich

    a. b. c.

  • A U G U S T A

    — 15 —

    chimicamente (Erdtman, 1952) per eliminare tutta la materia inorganica e organica ed estrarre solo il polline e le spore.Il residuo ottenuto dai 62 livelli della torbiera di Mongiovetta e dai 50 per la torbiera di Réich, è stato montato sul vetrino e sono stati contati almeno 200 pollini per ogni livello. I dia-grammi realizzati con il programma GPalwin, sono stati suddi-visi in zone che presentano composizione pollinica omogenea. Inoltre sono stati prelevati i macroresti vegetali (figura 8) che sono stati spediti al laboratorio di datazione 14C dell’Universi-tà del Salento che ha effettuato le datazioni assolute secondo la metodica dell’AMS (Spettrometria di massa).

    RISuLtAtII risultati sono rappresentati graficamente in due diagrammi pollinici in cui sono stati riportati solo i taxa principali dei 73 individuati (figure 6 e 7). I diagrammi sono stati suddivisi in zone in cui la composizione pollinica appare omogenea. Sul lato sinistro dei diagrammi sono riportate la profondità, la stra-tigrafia e le datazioni.

    le torbiere sono degli archivi naturali in cui si conservano resti vegetali come pollini, legni, semi ed altri parti vegetali per mi-gliaia di anni in ottimo stato. Prelevando i sedimenti a partire dal fondo fino alla superficie della torbiera si può ricostruire la vegetazione che circondava il sito nei periodi passati. I sedimenti della torbiera di Mongiovetta e quelli della torbiera di Réich sono stati prelevati nell’estate del 2013 dopo averne sondato diversi settori per individuare le aree con maggiore spessore di sedimento. I sedimenti sono stati estratti utilizzan-do la trivella manuale di tipo russo che preleva carote di 60 cm di lunghezza e 6 cm di diametro. A Mongiovetta sono stati estratti 150 cm di sedimenti continui, mentre a Réich si è rag-giunta la profondità di 300 cm, ma non c’è sempre continuità nei sedimenti in quanto sono stati attraversati livelli che, per la loro composizione sedimentologica troppo ciottolosa, non è stato possibile prelevare. Solo alcune parti meno resistenti sono state prelevate con una trivella pedologica (figura 7). I sedimenti prelevati sono stati riposti in contenitori e guaine di plastica per evitarne la disidratazione; in laboratorio i campioni da analizzare sono stati prelevati ogni 2 cm, sono stati trattati

    Fig. 8. Alcuni macroresti estratti ed inviati al laboratorio di datazione

    t A B E L L A D E L L E D A t A z I o N I

    MONGIOVETTA Materiale datato Età radiocarbonio (BP) Datazione calibrata Codice CEDADM106-110 Scaglie coni di Abies 5039±45 3960-3710 BC LTL 14391AM130-140 Picciolo di pianta acquatica 107.79±0.73 pMC LTL 14390AM144-148 Semi di Carex e frammenti di legno 5037±45 3960-3710 BC LTL 14389A

    RéICH Materiale datato Età radiocarbonio (BP) Datazione calibrata Codice CEDAD

    R40-50 40 semi di Carexsp. 460±45 1390-1520 AD LTL 15970AR70-80 100 semi di Carexsp. 1189±40 760-970 AD LTL 15971AR245-250 Frammenti di legno, scaglie di coni 9578±45 9220-8760 BC LTL 15973A

  • A U G U S T A

    — 16 —

    canapa. Si tratta di percentuali molto basse, ma che stanno ad indicare un utilizzo di queste piante da parte di alcune popo-lazioni che vivevano probabilmente a più bassa altitudine. La presenza continua del polline di canapa differenzia la regione alpina da quella appenninica in cui la coltivazione della canapa inizia nel periodo romano (Mercuri et al., 2002). Percentuali leggermente più elevate si osservano per i pollini delle specie legate al pascolo quali Trollius e Asteroideae. La presenza di frammenti di legno e scaglie di coni di abete testimonia con certezza che l’area 3800 anni fa, che doveva essere un baci-no lacustre come dimostra l’osservazione del polline di Po-tamogeton e di ranunculi acquatici (i taxa acquatici non sono riportati nel diagramma sintetico), vedeva la presenza di alberi in particolare larice, pini e abeti. Successivamente a 3800 BC pare verificarsi un abbandono delle attività di pascolo perché si riduce la percentuale di specie legate a questa attività, mentre

    DIAGRAMMA DI MoNGIoVEttA (Fig. 9) I risultati ottenuti dallo studio dei pollini e delle spore conte-nuti nei sedimenti della torbiera di Mongiovetta sono già stati in parte presentati (Brugiapaglia, 2014). A questi dati si ag-giungono ora quelli delle datazioni assolute. I livelli compresi tra 148 e 144 cm di profondità, ossia la parte più profonda che è stato possibile carotare, avrebbero un’età di circa 3960 BC. I livelli 106-110 cm, sulla base delle date ottenute, avrebbero la stessa età. Ciò appare assai difficile da giustificare se non ammettendo una elevatissima velocità di sedimentazione che tuttavia è da escludere visto che in circa 40 cm si verificano delle modificazioni della vegetazione. Quindi la datazione di 3960 BC è da collocare o sul fondo della torbiera o 40 cm so-pra il fondo stesso. La sedimentazione inizia nell’età del Bron-zo e già durante questo periodo sono evidenti alcuni deboli segnali di antropizzazione quali il polline dei cereali e della

    Fig. 9. Diagramma semplificato di Mongiovetta

  • A U G U S T A

    — 17 —

    dei taxa legati al pascolo degli animali (Asteroideae, Cichorio-ideae, Trollius, Rumex) e all’agricoltura (cereali e canapa). Le biozone 7 e 8 dovrebbero comprendere il periodo medioevale ma non è stato possibile datarle per la scarsità dei macroresti.

    DIAGRAMMA DI RéIch (Fig. 10)Il diagramma ottenuto dall’analisi pollinica dei sedimenti è stato suddiviso in 4 biozone a composizione pollinica omoge-nea. Il fondo della torbiera, come precedentemente descritto, è rappresentato da sedimenti siltosi grossolani contenenti alcuni macroresti che sono stati utilizzati per la datazione. I sedimen-ti prelevati tra 300-280 e tra 250-230 sono risultati sterili in materiale pollinico essendo costituiti principalmente da argille siltose di origine glaciale che mal conservano il polline. Tra 250 e 245 erano presenti frammenti di legno e scaglie di coni (fig. 8) che sono stati datati e che testimoniano la presenza di

    aumenta il polline delle Ericaceae (rododendro in particola-re) che di solito colonizzano le aree abbandonate dalle attivi-tà umane. Durante questa fase ad Ericaceae pare esserci stata una stabilità nella vegetazione che è durata circa 1800 anni. L’incremento delle attività umane si osserva invece in maniera decisa a partire dalla biozona 5 in cui aumenta il polline dei cereali (2%) e compare quello del castagno, che, per questo settore delle Alpi, rappresenta un marcatore biocronologico in quanto la sua introduzione è legata alla presenza dei Romani che occuparono la valle. Per quel che riguarda la vegetazione arborea naturale, è da notare la diffusione tardiva dell’abete rosso (Picea), intorno a 2000 BP, che rappresenta un tratto comune con altri siti del settore orientale della Valle d’Aosta in cui l’abete rosso si è diffuso tardivamente. Le biozone 6 e 7 sono quelle in cui è più evidente l’impatto antropico grazie all’aumento del polline

    Fig. 10. Diagramma semplificato di Réich

  • A U G U S T A

    — 18 —

    a datare il livello 120 almeno a 2000 BP. La biozona 3, datata circa 1390 -1520 BC, vede l’aumento di Alnus e la riduzione dei cereali e della canapa che potrebbe essere la conseguenza della peste che colpì tutta l’Europa e la Valle d’Aosta tra il 1349 ed il 1412 (Remacle, comunicazione persona-le). Si potrebbe anche trattare di una fase fredda che potrebbe aver ridotto l’utilizzo delle aree più elevate. Se quest’ultima ipo-tesi fosse vera, avremmo dovuto trovare delle modifiche nel sedimento che invece è costituito da torba apparentemente omoge-nea. Questo ci fa propendere per la prima ipotesi.Nella biozona 4 si verifica la riduzione di Alnus e l’aumento dei cereali, della canapa e di Rumex. Un più forte impatto antropi-co è anche testimoniato dalla scomparsa dei macroresti di pino e dalla riduzione del suo polline in quanto questa pianta veniva

    sicuramente impiegata per ogni tipo di costruzione e di uten-sili ad uso quotidiano. In questa biozona pare realizzarsi un importante aumento demografico con conseguente riduzione del polline arboreo e l’aumento di quello dei taxa erbacei legati alle attività umane.

    DIScuSSIoNE E coNcLuSIoNILe macrocorrelazioni tra i due diagrammi che hanno registrato la vegetazione in modo simile, necessitano di alcune precisa-zioni: • gli eventi vegetali registrati a Réich sono più dettagliati se

    consideriamo che in 120 cm sono registrati almeno 2000 anni di storia, mentre a Mongiovetta gli ultimi 2000 anni sono registrati in 50 cm.

    • l’insieme delle due sequenze registra la totalità degli eventi a partire almeno da 5000 BP.

    • alcuni “eventi guida” correlano i due diagrammi con quelli già noti per la Valle d’Aosta.

    La sedimentazione nel sito di Réich è iniziata almeno a circa 9200 BC (250-245 cm) ma il ritiro del ghiacciaio era iniziato già da prima, tanto che intorno alla torbiera si era formata una vegetazione di arbusti/alberi, non evidenziabile con l’analisi pollinica, ma grazie ai frammenti di legno e scaglie di cono delle conifere. La mancanza di sedimento utile per le analisi tra 195 e 120 cm (hiatus), ma solo la presenza di materiale in-coerente, potrebbe testimoniare di un’avvenuta frana/valanga che avrebbe eroso buona parte del sedimento torboso. A par-tire da 120 cm la sequenza ottenuta è abbastanza omogenea e sulla base dei dati pollinici e cronologici, si è evidenziato che le attività umane erano dedicate soprattutto alla coltivazione dei cereali ed all’allevamento degli animali. Purtroppo, come già evidenziato nel diagramma di Mongiovetta, non è possibile stabilire la prevalenza di un’attività sull’altra essendo praticate contemporaneamente. La torbiera di Réich rispetto a quella di Mongiovetta ha avuto una sedimentazione più veloce tanto che

    alberi, di cui però non si può stimarne la densità, intorno al lago glaciale. Il risultato della datazione è stato di 9578±65 BP (9220-8760 BC) evidenziando quindi sedimenti molto antichi. A partire da questo periodo è iniziata la sedimentazione che ha portato alla formazione di un lago prima e di una torbiera poi. È assai difficile e raro trovare dei sedimenti così antichi ad al-titudine elevata come nel caso di Réich. La maggior parte delle torbiere analizzate (Brugiapaglia, 1996) a questa altitudine non hanno mai rilevato un’età così antica, quindi vista l’eccezio-nalità dell’area sarebbe necessario approfondire le ricerche mettendo in campo anche altre discipline come l’archeologia, l’antracologia, la paleoentomologia.La biozona 1 è caratterizzata da un sedimento di gjttya frammi-sto a materiale grossolano di tipo siltoso. Tra le specie arboree si nota la presenza delle betulle e delle querce caducifoglie. La specie dominante è il pino, di cui sono stati osservati anche gli stomi ed i campi d’incrocio del legno (Fig, 11). Il polline non arboreo è costituito principalmente da quello di specie di prate-ria come Apiaceae, Poaceae, Rumex e Cyperaceae. Tra 195 e 120 cm di profondità, il sedimento non è stato pre-levato perché costituito da materiale ciottoloso impossibile da prelevare con i mezzi a disposizione e comunque di solito ste-rile per l’analisi pollinica. A partire da 120 cm il sedimento è costituito da torba tranne tra 92 e 88 cm in cui è intercalato un sottile strato di argilla. Dal punto di vista della vegetazione in corrispondenza di questo strato di argilla non si riscontrano modificazioni. Nella biozona 2 la vegetazione locale, come testimoniano i macroresti (stomi, fibrotracheidi e campi d’incrocio), era costi-tuita da pini e probabilmente anche pino cembro. A più bassa altitudine dovevano essere presenti boschi di querce caducifo-glie, nonché boschi di faggio e abete rosso. L’abete bianco con percentuali basse, è stato abbastanza raro in Valle d’Aosta (Brugiapaglia, 1997). Tra le specie erbacee è da rilevare la presenza di taxa legati al pascolo, quali Rumex, Cichorioideae e Asteroideae. Non lontano dovevano essere presenti anche coltivazioni di cereali (15%) e canapa (7%). La presenza continua del polline di castagno e noce ci induce

    Fig. 11. Campi d’incrocio del legno di pino

  • A U G U S T A

    — 19 —

    RINGRAzIAMENtILa ricerca è stata resa possibile grazie al contributo dell’Asso-ciazione Augusta. Si ringrazia l’Area Botanica del Dipartimen-to di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali dell’Università Politecnica delle Marche per avermi permesso l’utilizzo dei laboratori per le analisi polliniche.

    BIBLIoGRAFIA

    - BEHRE K-E., 1981 – The interpretation of anthropogenic indicators in pollen diagrams. Pollen et speres, 23: 225-245.

    - BOVIO M., 2014 – Flora vascolare della Valle d’Aosta. Te-stoline editore.

    - BOVIO M., BROGLIO M., POGGIO L., 2008 – Guida alla flora della Valle d’Aosta. Blu edizioni.

    - BRUGIAPAGLIA E., 2014 – La torbiera di Mongiovetta (Vallone di San Grato): un archivio per ricostruire la storia del territorio degli ultimi millenni. Augusta: 51-55.

    - BRUGIAPAGLIA E., MERCURI A.M., 2012 – Raccolte palinologiche. In “ Herbaria. Il grande libro degli erbari ita-liani”. Nardini editore: 201-207

    - BRUGIAPAGLIA E., 1996 – Dynamique de la végétation-tardiglaciaire et holocenedansles Alpes italiennesnord-oc-cidentales. Thèseès Sciences Un iversité Aix-Marseille III: 148 pp.

    - HOLZHAUSER H., MAGNy M., ZUMBüHL H.J., 2005 – Glacier and lake-level variations in west-central Europe over the last 3500 years. The Holocene, 15 (6): 789-801.

    - MERCURI A.M., ACCORSI C.A., BANDINI MAZZANTI M., 2002 – The long history and its cultivation by the Ro-mans in central Italy, schown by pollen records from Lago Albano and Lago di Nemi. Veget. Hist. Archaeobot., 11: 263-276.

    pare poter riconoscere anche il periodo tra il 1400 ed il 1300 in cui l’Europa e l’Italia furono funestate da una terribile pe-ste, grazie alla riduzione dei taxa legati all’allevamento ed alla agricoltura a vantaggio dell’ontano verde che aumenta in per-centuale e probabilmente riconquista lo spazio non utilizzato da queste attività. Anche la ripresa delle Ericaceae di solito è un segnale di abbandono delle suddette attività. Successiva-mente a questa fase si verificò la ripresa di tutte le attività con l’aumento dei Cereali, del Rumex, dell’Artemisia, delle Urtica-ceae e della Cannabis. Si riducono invece le specie arbustive e arboree che nella fase precedente si erano espanse. Alcuni di questi eventi vegetali sono correlabili con quelli regi-strati in altri diagrammi provenienti da siti limitrofi. Ad esem-pio la biozona 3 di Réich si può correlare con una parte della biozona 16 del Lago di Villa (Brugiapaglia, 2001). Anche al Lago di Champlong (Brugiapaglia, 1997) nelle biozone 4 e 5 si potrebbe tentare una correlazione con quelle 3 e 4 di Réich. Queste correlazioni dimostrano che lo stesso evento, nel caso particolare la peste, avrebbe portato alla riduzione delle spe-cie coltivate a vantaggio delle specie arbustive ed arboree che avrebbero ricolonizzato le aree momentaneamente inutilizzate. In conclusione si può certamente affermare che i due siti di Mongiovetta e Réich nel vallone di San Grato, proprio per l’ec-cezionalità dell’habitat e delle caratteristiche intrinseche dello stesso, sono degli archivi naturali che ci hanno permesso di ritracciare gli eventi naturali ed antropici che si sono succeduti a partire da circa 9000 BC. Sono due siti che meriterebbero di essere inclusi nei SIC della Regione Valle d’Aosta mantenen-done l’attuale livello di antropizzazione perché una maggiore pressione ed in particolare le modificazioni del regime idrico delle torbiere, comporterebbero1 la scomparsa delle attuali specie vegetali altamente specia-

    lizzate che garantiscono un elevato grado di biodiversità alle aree e

    2 la banalizzazione della flora attraverso l’ingresso di specie cosmopolite ed aliene.

  • A U G U S T A

    — 20 —

    La zona delle Cime Bianche è caratterizzata da una morfologia di tipo carsico dovuto ai substrati calcarei del Trias della Zona Piemontese.3Il versante meridionale del Monte Rosa (Alta Valle di Gresso-ney) è di particolare interesse per gli elevati limiti altitudinali raggiunti dalle piante fanerogame: sono state segnalate oltre 60 entità floristiche (tra specie e varietà) che raggiungono qui i massimi limiti altitudinali nelle Alpi. Di queste superano i 4000 metri le seguenti entità: Ranunculus glacialis (fino a 4245 m), Poa laxa (fino a 4245 m), Androsace alpina, Saxifraga opposi-tifolia, Saxifraga moschata. Tra gli arbusti raggiungono quote eccezionali: Juniperus nana (3570 m), Vaccinium uliginosum ( 3550-3630 m), Vaccinium myrtillus ( 3000-3200 m), Vaccinium vitis-idaea (3000-3200 m), Rhododendron ferrugineum (3000 m). Il sito Corine si presenta come una zona transfrontaliera per le linee migratorie dello Stambecco che mettono in contatto popolazioni di Ayas, Gressoney con Alagna e Macugnaga e da qui in Svizzera. La zona delle Cime Bianche è stata segnalata dalla Società Bo-tanica Italiana tra i biotopi italiani di rilevante interesse vegeta-zionale e meritevoli di conservazione.4A questi dati eccezionali per la flora alpina, consultabili sul portale internet della Regione Valle d’Aosta, si aggiungano ul-teriori attuali variazioni dei limiti della vegetazione dovute allo scioglimento del ghiacciaio del Lys e ai cambiamenti climatici connessi.5 Si tenga presente inoltre che negli ultimi anni sono stati effet-tuati studi geomorfologici (riportati sulla rivista Augusta nelle annate 2011-2014) al fine di reperire dati relativi ad eventuali siti di interesse geologico (geositi), nonché studi pedologici/palinologici sulle torbiere di Cortlys, che aggiungono interesse al sito stesso, benché relativi ad aree poste ai limiti esterni del SIC/ZPS. Da queste ricerche emerge la necessità di ampliare i confini dell’area di interesse in modo da poter inserire anche questi ulteriori siti e preservarli da possibili impatti negativi dati dalla forte pressione turistica o dalla costruzione di infra-strutture, come viene evidenziato nel documento della Regione Valle d’Aosta relativamente alle vulnerabilità del SIC.

    I SIC (Siti di Interesse Comunitario), a differenza delle tradizionali aree protette, non rientrano nella legge quadro n. 394/91 sulle aree protette , ma na-scono con la direttiva comunitaria n. 92/43 ( detta “Direttiva Habitat”), recepita dal D.P.R n. 357/97 e successivo n. 120/03, finalizzata alla conservazione degli habitat naturali e delle specie animali e vegetali di interesse comunitario e sono designati per tutelare la biodiversità attra-verso specifici piani di gestione.1I SIC, insieme alle Zone di Protezione Speciale (ZPS) costitu-iscono la Rete Natura 2000 concepita ai fini della tutela della biodiversità europea attraverso la conservazione degli habitat naturali e delle specie animali e vegetali di interesse comu-nitario. Le Zps, in particolare, sono previste e regolamentate dalla direttiva comunitaria 79/409 (detta “Direttiva Uccelli”), recepita in Italia dalla legge sulla caccia n. 157/92, il cui obiet-tivo è la “conservazione di tutte le specie di uccelli viventi allo stato selvatico”, che viene raggiunta non soltanto attraverso la tutela delle popolazioni ma anche proteggendo i loro habitat naturali.La Valle d’Aosta è ricca di Siti Natura 2000; ve ne sono 30, tra SIC e ZPS, istituiti al fine di preservare la biodiversità degli ambienti montani, su un totale di 2314 siti presenti in Italia.2

    IL SIc DEL MoNtE RoSAGli ambienti glaciali del Monte Rosa rientrano in una di que-ste forme di protezione della biodiversità, anzi due: si tratta di un’area individuata nel 2003 sia come SIC, sia come ZPS (codice IT1204220), con un’estensione di 8645 ettari e un’alti-tudine che varia dai 2000 ai 4531 m.Il sito comprende l’intero massiccio del versante valdostano del Monte Rosa con le testate delle valli di Ayas e Gressoney e l’area di crinale tra le conche di Valtournenche, del Breuil e del Vallone delle Cime bianche in Val d’Ayas. In questo sito si ha la presenza di vasti apparati glaciali carat-terizzati da un notevole sviluppo di depositi morenici e litolo-gie dominate dai micascisti albitici retromorfosati dell’insieme pregranitico del massiccio del Monte Rosa.

    Il S.I.c. “Ambienti glaciali del gruppo del Monte Rosa”

    FranceSco Spinello, naturaliSta

    1 https://www.politicheagricole.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/10082 http://www.minambiente.it/pagina/sic-zsc-e-zps-italia3 http://www.regione.vda.it/risorsenaturali/conservazione/natura2000/siti_f.asp4 NATURA 2000 Data Form . Codice sito: IT1204010 5 De Amicis M., Spinello F., Le morene del ghiacciaio del Lys, evidenze delle variazioni climatiche, Augusta 2013

  • A U G U S T A

    — 21 —

    Font

    e ht

    tp://

    ww

    w.re

    gion

    e.vd

    a.it/

    risor

    sena

    tura

    li/co

    nser

    vazi

    one/

    natu

    ra20

    00/si

    ti/IT

    1204

    220/

    defa

    ult_

    i.asp

    x

  • A U G U S T A

    — 22 —

    vallesana, risulta particolarmente interessante per la sovrap-posizione (e inglobamento reciproco) di diverse comunità lin-guistiche, al punto che più che di linea di confine risulterebbe appropriato parlare di una sorta di “modello a matrioska” (vedi la figura 1). In Valle d’Aosta, infatti, le varietà walser costitu-iscono una minoranza all’interno della più ampia minoranza francofona e francoprovenzale, la quale è a sua volta dominata a livello nazionale dall’italiano e a livello macro-regionale dal-la koinè piemontese. Di fatto, però, la questione si complica ulteriormente se prendiamo in considerazione nello specifico la situazione della comunità di Gaby, la quale è a sua volta un’enclave all’interno dell’area dominata (o meglio: antica-mente dominata) dal tedesco walser, al punto che il villaggio di Niel (parte del Comune di Gaby) ha mantenuto a lungo un suo dialetto di tipo walser (ora estinto).

    La microregione dell’alta valle del Lys, nella Valle d’Aosta orientale, costituisce uno dei punti lungo i quali corre il confine linguistico fra area roman-za e area germanica. In particolare per quanto ri-guarda l’area alpina, di pertinenza qui, i contatti fra romanzo e germanico sono plurisecolari, reciproci e forte-mente stratificati; inoltre, entrambi i gruppi linguistici si carat-terizzano per un sostrato prelatino (celtico) e pre-indoeuropeo (cosiddetto mediterraneo). Tutto ciò ha contribuito allo svilup-po di uno strato lessicale relativo alla cultura alpina almeno in parte condiviso che deve aver favorito, nel corso dei secoli, la comunicazione interetnica e un senso di appartenenza comune. Tuttavia, rispetto all’area alpina di confine fra romanzo e ger-manico, il caso dell’alta valle del Lys, interessata, in epoca medievale, da migrazioni alto-alemanniche di provenienza

    Francoprovenzale e walser nell’alta valle del Lys

    Silvia dal negro* - Marco angSter*

    * Università degli Studi di Bolzano e Università degli Studi di Torino.1 La microtoponomastica locale rispecchia molto bene l’esistenza di due gruppi etnico-linguistici sul territorio e il loro sfruttamento dello stesso.

    Un esempio classico di denominazione degli “altri” è quello del Pratum teotonicorum ‘prato dei tedeschi’ (attestato almeno a partire dal XVII secolo, cfr. Musso / Bodo 1994), al quale corrispondono denominazioni di tipo diverso (maggiormente legate alla conformazione del terreno) nel tedesco locale.

    Francoprovenzale e walser nell’alta valle del Lys

    Silvia Dal Negro - Marco Angster

    Università degli Studi di Bolzano

    La microregione dell’alta valle del Lys, nella Valle d’Aosta orientale, costituisce uno dei punti

    lungo i quali corre il confine linguistico fra area romanza e area germanica. In particolare per

    quanto riguarda l’area alpina, di pertinenza qui, i contatti fra romanzo e germanico sono

    plurisecolari, reciproci e fortemente stratificati; inoltre, entrambi i gruppi linguistici si

    caratterizzano per un sostrato prelatino (celtico) e pre-indoeuropeo (cosiddetto mediterraneo). Tutto

    ciò ha contribuito allo sviluppo di uno strato lessicale relativo alla cultura alpina almeno in parte

    condiviso che deve aver favorito, nel corso dei secoli, la comunicazione interetnica e un senso di

    appartenenza comune.

    Tuttavia, rispetto all’area alpina di confine fra romanzo e germanico, il caso dell’alta valle del

    Lys, interessata, in epoca medievale, da migrazioni alto-alemanniche di provenienza vallesana,

    risulta particolarmente interessante per la sovrapposizione (e inglobamento reciproco) di diverse

    comunità linguistiche, al punto che più che di linea di confine risulterebbe appropriato parlare di

    una sorta di “modello a matrioska” (vedi la figura 1). In Valle d’Aosta, infatti, le varietà walser

    costituiscono una minoranza all’interno della più ampia minoranza francofona e francoprovenzale,

    la quale è a sua volta dominata a livello nazionale dall’italiano e a livello macro-regionale dalla

    koinè piemontese. Di fatto, però, la questione si complica ulteriormente se prendiamo in

    considerazione nello specifico la situazione della comunità di Gaby, la quale è a sua volta

    un’enclave all’interno dell’area dominata (o meglio: anticamente dominata) dal tedesco walser, al

    punto che il villaggio di Niel (parte del Comune di Gaby) ha mantenuto a lungo un suo dialetto di

    tipo walser (ora estinto).

    1: Lingue e dialetti nell’alta valle del Lys

    ITALIANO E PIEMONTESE

    FRANCESE E FRANCOPROVENZALE

    DIALETTI WALSER DI ISSIME E GRESSONEy

    PATOIS DI GABy

    DIALETTO WALSER DI NIEL †

    Figura 1: Lingue e dialetti nell’alta valle del Lys

    Come è noto (Giacalone Ramat 1979, Zürrer 2009), il mag-giore insediamento walser nella valle del Lys è quello di Gres-soney (organizzata su due comuni e numerose frazioni), la cui storia (precedente allo sviluppo turistico) di scambi, commer-ci e migrazioni orientata soprattutto verso le regioni germa-nofone a nord delle Alpi, ha favorito il mantenimento di una continuità linguistico-culturale, integra fino almeno alla metà del secolo scorso. L’altra comunità walser della Valle d’Aosta

    è quella di Issime, originariamente insediatasi a macchia di leopardo nell’area di metà valle in stretto contatto e parziale sovrapposizione con la comunità francoprovenzale di Gaby con la quale, fino al 1952, costituiva un unico comune ammi-nistrativo1. Con la creazione delle due entità comunali si avviò un processo di polarizzazione delle comunità walser e fran-coprovenzale, processo completato quando anche il villaggio walser di Niel passò al patois per essere poi definitivamente

  • A U G U S T A

    — 23 —

    Presentiamo in queste pagine uno studio pilota dedicato al les-sico della varietà francoprovenzale di Gaby, svolto a partire dai materiali che ci sono stati messi a disposizione dal gruppo di lavoro “Tsèi de la móda dou Gòbi” (coordinato da Andrea Rolando), per il tramite di Michele Musso2.La nostra ricerca si è articolata in due fasi. In una prima fase abbiamo selezionato casualmente un campione di un centinaio di lessemi tratto da un corpus più ampio di 330 parole in uso nel patois di Gaby, prevalentemente nomi, appartenenti al cam-po semantico agro-pastorale3. Questo campione è stato quindi analizzato sulla base dello strato linguistico di appartenenza (germanico o romanzo). Facendo riferimento ai consueti stru-menti della linguistica storica, specifici per il dominio germa-nico e romanzo4, abbiamo tenuto nella dovuta considerazione le risorse lessicografiche più specifiche per l’area e le varietà di lingue di nostro interesse: i dizionari di titsch e töitschu pubbli-cati dal Walser Kulturzentrum tra il 1988 e il 1998, lo Schwei-zerdeutsches Idiotikon (ID) per i dialetti svizzeri e il dizionario online dei patois della Valle d’Aosta5. Il nostro obiettivo, in questa prima fase, era quello di individuare, all’interno di un campione casuale di lessico di Gaby, la percentuale di termini di origine germanica che potessero derivare direttamente dal contatto con le parlate walser, in contrasto con il lessico ro-manzo ereditato. L’operazione si è rivelata da subito molto più complessa del previsto dal momento che in diversi casi le corrispondenze fra patois di Gaby e dialetti walser sono dovute a fenomeni di so-strato comune o a contatti linguistici precedenti agli insedia-menti walser a sud delle Alpi, sebbene non romanzi in senso stretto. Per fare un esempio, una parola come brèn ‘crusca’, pur appartenendo al lessico ereditato del franco-provenzale, è un antico prestito gallico (REW 1284 *brennos) nelle varietà gallo-romanze, e dunque anche nel francoprovenzale, la cui origine, tuttavia, non può dirsi romanza in senso stretto. Per riassumere, dunque, dei 102 lessemi del patois di Gaby presi in considerazione, la maggior parte (79 = 77,5%) sono risultati di origine romanza o comunque diffusi in area roman-za (come nel caso di brèn), dieci (9,8%) sono di classificazio-ne incerta, mentre il resto (13 = 12,7%) sono da attribuire al contatto con parlate di tipo alto-tedesco (e dunque, presumibil-mente, al contatto con il walser). Più interessante, a questo punto, osservare come si distribui-scano, dal punto di vista dello strato linguistico, quei 27 tipi lessicali, all’interno di questa lista, che Gaby condivide con Issime, con Gressoney, o con entrambe le comunità walser, con lo scopo di individuare eventuali asimmetrie e rapporti di do-minanza sociolinguistica nel contatto linguistico.

    abbandonato come insediamento permanente. Il risultato di queste trasformazioni è, sul piano linguistico, lo statuto del tutto particolare del patois di Gaby, enclave francoprovenzale all’interno del tedesco walser, a sua volta enclave della più ampia area francoprovenzale valdostana. Tali processi di po-larizzazione e separazione delle comunità non hanno comun-que impedito lo sviluppo di un bi- e plurilinguismo tuttora ben presente a livello locale, soprattutto per quanto riguarda la comunità di Issime (cfr. Dal Negro 2002, Zürrer 2009, Dal Negro / Valenti 2008).

    2 Una presentazione del progetto di documentazione linguistica e alcuni primi risultati si possono leggere in Tsei de la móda dou Gòbi (2015). Per averci messo a disposizione questi materiali in anteprima permettendoci di svolgere la presente ricerca, ringraziamo il gruppo di lavoro e Michele Musso.

    3 Il confronto con una ricerca recente di taglio tipologico e comparativo nell’ambito dei prestiti lessicali (Haspelmath / Tadmor 2009) mette in luce come l’ambito dell’agricoltura e delle specie vegetali sia tutt’altro che immune al prestito: su un totale di 22 categorie concettuali si classifica addirittura al sesto posto sulla scala di “prestabilità” ricavata dal progetto. Ciò potrebbe dipendere dal fatto che le tecnologie di agricoltura e allevamento vengono spesso importate da una cultura ad un’altra, e con esse anche il relativo lessico.

    4 E cioè il Romanisches Etymologisches Wörterbuch (REW), il Französisches Etymologisches Wörterbuch (FEW) e il Deutsches Worterbuch (DWB).

    5 Disponibile a questo indirizzo: http://www.patoisvda.org/it/index.cfm/dizionario-francoprovenzale-parole-patois.html.

    Amalia Tousco (Gaby) ved. Ronc e Gotta Lina Busso (Issime) (foto Cavalli)

  • A U G U S T A

    — 24 —

    in quanto formata esclusiva-mente da parole per le quali vi fosse una corrispondenza fra il francoprovenzale (di Gaby o nella varietà di Niel) e al-meno uno dei dialetti walser (per questo motivo la compo-nente germanica risulta molto più consistente di quanto non fosse per la prima lista). Inol-tre, tale elenco non è limitato ai nomi ma comprende anche verbi e aggettivi, e spazia su più campi semantici. A partire dall’analisi dei tipi lessicali, non semplicissima dati i numerosi fenomeni di integrazione fonologica, mor-fologica e semantica che toc-cano i prestiti, soprattutto se ben acclimatati come in questo caso, siamo riusciti ad iden-tificare una serie di schemi di similarità o di corrispondenza all’interno della microregione. Quando un tipo è condiviso da

    tutte e quattro le varietà linguistiche considerate (e dunque in-clusa la varietà di Niel), questo può essere, come si è visto an-che sopra, di origine germanica, di origine romanza, di origine non chiara o comune ad entrambe le tradizioni linguistiche (e dunque dovuto a sostrato). Un esempio di lessotipo germani-co condiviso è gròbou (Gaby), groabo (Niel), groabe (Issime), groabe (Gressoney), tutti con il significato di ‘canale di raccolta del letame’ e collegato al tedesco Graben ‘fossato’. Per il caso opposto (termine di origine romanza condiviso da tutte e quat-tro le varietà) si può citare djèra (Gaby) ‘ghiaia’, djéara (Niel), dscheeru (Issime), dŝchärò (Gressoney). Si noti, in quest’ulti-mo caso, che i dialetti walser mantengono il genere femminile del nome romanzo preso dalla lingua a contatto ma ne adattano la forma per farla rientrare nella classe flessiva corrispondente dei femminili in –u/-ò: un tale processo (attestato anche in di-rezione opposta, con femminili walser riadattati alla classe in –a passando al francoprovenzale) denota la presenza di un alto grado di bilinguismo e di conoscenza dei rispettivi sistemi lin-guistici per rendere possibile stabilire corrispondenze fra generi e classi flessive nelle due lingue.Un altro tipo comprende quei casi in cui il dialetto di Gresso-ney si distingue da tutti gli altri. Un caso interessante è quello della serie zétsi (Gaby), zétsie (Niel), setzi (Issime), tutti da ricondurre al tedesco setzen ‘sedere/sedersi’ ma riferiti ad un seggiolino per bambini; curiosamente, per lo stesso oggetto nel dialetto walser di Gressoney si usa un prestito romanzo, kariélé, diminutivo di kariò ‘sedia’. L’altra tipologia riguarda i casi in cui un lessotipo romanzo non raggiunge Gressoney. Si considerino gli esempi di ‘cantina’ – Gaby crota, Niel crouata, Issime kruatu, ma Gressoney char, e di ‘patata’ – Gaby/Niel trìffoula, Issime trüffulu (oltre che heerdöpfil), ma Gressoney héerfél (a partire dal composto, ora opacizzato, dal significato letterale di ‘mela di terra’).

    Somiglianze leSSicali con gaby Germanico Romanzo

    Issime & Gressoney 10 4Issime 2 10Gressoney 0 1

    Tab. 1: Corrispondenze lessicali fra Gaby e Issime/Gressoney

    Una prima osservazione che si può fare osservando la tabella 1 è che, grosso modo, il lessico condiviso di origine germanica è quantitativamente equivalente a quello di origine romanza, il che fa pensare ad una lunga storia di bilinguismo diffuso a livello di microregione e di contatti e influenze reciproche, almeno per quanto riguarda il campo semantico delle attività agro-pastorali. Andando più nello specifico dei dati, si può os-servare che quando un termine è condiviso da tutti e tre i dia-letti la probabilità che questo termine sia di origine germanica (o meglio: tedesca) è molto alta e che, dunque, il prestito sia passato dal walser al franco-provenzale. Viceversa, quando la corrispondenza lessicale esclude Gressoney la componente ro-manza prevale (e la direzione dei prestiti va dunque dal patois al walser issimese). Questa prima indagine sembra dunque indicare due diverse tendenze nei rapporti di dominanza sociolinguistica (così come si riflettono nella direzionalità dei prestiti lessicali) nell’alta valle del Lys. Per verificare la bontà della nostra ipotesi, tut-tavia, abbiamo dovuto allargare il database lessicale sul qua-le svolgere l’analisi. In una seconda fase del lavoro abbiamo così preso in considerazione un’ulteriore lista di 130 lessemi (sempre estratti dalla preziosa banca dati raccolta dal gruppo di lavoro “Tsei de la móda dou Gòbi”), diversa dalla prima

    Gaby (foto R. Alessandrini)

  • A U G U S T A

    — 25 —

    di Niel), che funziona da punto di riferimento7. L’intero corpus di dati viene così trasformato in una matrice nella quale tutti i casi di corrispondenza vengono indicati con 1 mentre tutti i casi di mancata corrispondenza ricevono il valore 0; i casi di dato mancante, invece, vengono ignorati dall’algoritmo. Un esempio di matrice è rappresentato nella Tab. 2:

    A partire dalla matrice esemplificata nella Tab. 2 è possibi-le calcolare i valori di Hamming distance tra le due varietà di francoprovenzale e i due dialetti walser. Tali distanze sono riportate nella Tab. 3. Qui si può osservare come il walser di Gressoney sia molto distante sia dal patois di Gaby (.434) sia dalla varietà di Niel (.374), che pure presenta un’alta propor-zione di germanismi, ma evidentemente non corrispondenti ai tipi riscontrati a Gressoney. Questi dati allontanano la parlata di Gressoney dall’area più compatta di Gaby, Niel e Issime, entro la quale i rapporti e gli scambi reciproci hanno contribu-ito alla formazione di una base lessicale condivisa e trasver-sale rispetto allo strato linguistico (germanico o romanzo) di appartenenza.

    Issime Gressoney

    Gaby .091 .434Niel .056 .374

    Tab. 3: Calcolo della Hamming distance tra varietà walser e varietà francoprovenzali

    Due sono gli schemi risultati più frequenti per quanto riguarda le corrispondenze lessicali: l’allineamento di tutte e quattro le varietà su uno stesso tipo, romanzo o germanico che sia (60 casi), e l’opposizione di Gressoney alle altre tre varietà (36 casi, ai quali dovremmo aggiungere i 10 casi per i quali non siamo riusciti a trovare un traducente adeguato per Gressoney). Per quanto riguarda la classificazione in base allo strato lingui-stico, 52 lessemi sono di origine germanica e 45 romanza. In ulteriori 10 casi il tipo attestato a Gaby può avere origine sia germanica che romanza (sostrato comune pre-latino, oppure tipo onomatopeico), mentre per 23 casi è stato impossibile at-tribuire con certezza un’appartenenza ad uno strato linguistico. Incrociando i due parametri (corrispondenze lessicali e strato linguistico) si può osservare che nei casi in cui un tipo lessicale è condiviso da tutte le parlate in più di metà dei casi questo risale allo strato germanico, mentre nei casi in cui Gressoney si distacca dal gruppo lo strato germanico rende conto di meno di un caso su quattro.Oltre a questi schemi più frequenti, però, i dati presentano una vasta gamma di altre possibilità, più o meno complete sul pia-no delle corrispondenze orizzontali fra varietà, ma che, singo-larmente, contribuiscono a rafforzare (o viceversa a indebolire) le tendenze più generali. Questo ci ha portati a integrare l’ana-lisi con l’impiego di una metodologia diversa che permetta di misurare la distanza relativa fra varietà linguistiche (Hamming distance6) tenendo conto di tutti i casi in cui la variante lessica-le di Issime o di Gressoney corrispondeva a quella di Gaby (e/o

    Issime, Villaggio di San Grato. Casa delle colonne sec. XVII, al suo interno è inglobato uno stadel del XV sec. (foto R. Alessandrini)

    6 La Hamming distance calcola in generale la distanza reciproca tra due tipi (varietà linguistiche, specie animali o vegetali, corredi genetici ecc.) facendo il rapporto tra il numero di comunanze di 0 o 1 tra i due tipi (vedi Tab. 2) e il numero di tratti considerati. Nel caso ad esempio della distanza tra Gaby e Issime i tratti considerati sono gli oggetti/concetti e le comunanze sono i casi in cui sia Gaby che Issime presentano un 1. I tratti che abbiamo considerato sono 121 (da 130 vanno sottratti un certo numero di casi in cui non abbiamo un lessotipo attestato per Issime o Gaby) e il numero di comunanze è 20. Il risultato corrisponde a 121/20 = .091 (si veda Tab.3). Per altre applicazioni della Hamming distance si veda von Waldenfels (2012); in ambito walser si veda Angster / Dal Negro (in stampa).

    7 In questo senso il modello non può essere utilizzato per misurare le distanze reciproche fra i due dialetti walser di Issime e Gressoney ma solo di ciascuno di essi nei confronti del patois di Gaby o della varietà francoprovenzale di Niel.

    Ga N I Gr

    Ga=N=I=Gr 1 1 1 1Ga≠I=Gr 1 0 - 0Ga=I=Gr≠N 1 0 1 1Ga=I≠N≠Gr 1 0 1 0Ga=N=Gr 1 1 - 1Ga=N=Gr≠I 1 1 0 1Ga≠N=I=Gr 1 0 0 0Ga≠N=I≠Gr 1 0 0 0N=I≠Gr - 1 1 0Ga=N=I≠Gr 1 1 1 0…

    Tab. 2: Matrice degli schemi di somiglianza

  • A U G U S T A

    — 26 —

    considerando la semplice distribuzione geografica dei dialetti. La maggiore somiglianza del lessico issimese, rispetto a quello gressonaro, con i dati raccolti a Gaby avvalora l’ipotesi, già avanzata a partire dagli studi sulla toponomastica (cfr. Bodo / Musso 1994), di un lungo periodo di contatto di tipo sim-metrico delle comunità germanica e romanza nell’area di Ga-by-Issime e del rapporto di adstrato fra le due parlate, con la conseguenza di molte influenze reciproche. Viceversa, i prestiti romanzi nel walser di Gressoney sono più facilmente interpre-tabili sulla base degli effetti del superstrato gallo- e italoroman-zo più ampio, non trovando necessariamente corrispondenze immediate nel patois di Gaby.

    L’analisi proposta, pur circoscritta al lessico, ha confermato la natura composita delle varietà francoprovenzali in uso a Gaby e, al tempo stesso, ha messo in evidenza la complessità delle relazioni sociolinguistiche reciproche nel territorio dell’alta valle del Lys. Innanzitutto, per il fatto di trovarsi circondato da parlate alemanniche, il lessico del patois di Gaby si caratteriz-za, come poteva essere facilmente previsto, per la percentuale consistente di germanismi. Meno prevedibile, sulla base del “modello a matrioska” schematizzato sopra, è invece il fatto che i due dialetti walser di Gressoney e Issime non siano ri-sultati equidistanti dal patois di Gaby sulla base degli schemi di similarità lessicale, come dovrebbe essere in teoria il caso

    raccolti a Gaby avvalora l’ipotesi, già avanzata a partire dagli studi sulla toponomastica (cfr. Bodo /

    Musso 1994), di un lungo periodo di contatto di tipo simmetrico delle comunità germanica e

    romanza nell’area di Gaby-Issime e del rapporto di adstrato fra le due parlate, con la conseguenza di

    molte influenze reciproche. Viceversa, i prestiti romanzi nel walser di Gressoney sono più

    facilmente interpretabili sulla base degli effetti del superstrato gallo- e italoromanzo più ampio, non

    trovando necessariamente corrispondenze immediate nel patois di Gaby.

    Figura 2: Lingue e dialetti nell’alta valle del Lys (revisione)

    Bibliografia

    Angster, Marco & Dal Negro, Silvia. (in stampa). Il PALWaM tra documentazione dialettologica, lavoro sul territorio e ricerca linguistica. Bollettino dell’Atlante Linguistico Italiano. 39(2015).

    Bodo, Mariangela & Musso, Michele. 1994. Comunità alemanne e franco-provenzali nel territorio di Issime e Gaby: note di toponomastica e demografia storica. In Campello Monti ed i Walser. Atti del Convegno di Studi, Campello Monti 7 agosto 1993, Gruppo Walser Campello Monti.

    Dal Negro, Silvia. 2002. Repertori plurilingui in contesto minoritario. In Silvia Dal Negro & Piera Molinelli (eds.). 2002. Comunicare nella torre di Babele. Repertori plurilingui in Italia oggi,23–42. Roma: Carocci.

    Dal Negro, Silvia & Valenti, Monica. 2008. Issime, una comunità plurilingue: l'analisi di un corpus (con la collaborazione di Michele Musso). Aosta: Tipografia Valdostana.

    DWB = Grimm, Jacob & Wilhelm Grimm. 1854–1971. Deutsches Wörterbuch. Leipzig: Hirzel.FEW = von Wartburg, Walther. 1922–2002. Französisches Etymologisches Wörterbuch. Leipzig,

    Bonn, Bâle: Schroeder, Klopp, Teubner, Helbing & Lichtenhahn, Zbinden.Giacalone Ramat, Anna. 1979. Lingua dialetto e comportamento linguistico: la situazione di

    Gressoney. Aosta, Musumeci. Haspelmath, Martin & Tadmor, Uri (eds.). 2009. World Loanword Database. Leipzig: Max Planck

    Institute for Evolutionary Anthropology. (Available online at http://wold.clld.org, Accessed on 2016–07–08.).

    Idiotikon (1881–2012) = Schweizerisches Idiotikon. Wörterbuch der schweizerdeutschen Sprache.Frauenfeld: Huber.

    REW = Meyer Lübke, Wilhelm. 1935. Romanisches Etymologisches Wörterbuch. Heidelberg: Winters.

    Tsei dei la móda dou Gòbi. 2015. Il patois di Gaby. Augusta 49–50.von Waldenfels, Ruprecht. 2012. Aspect in the imperative across Slavic. A corpus driven pilot study.

    Oslo Studies in Language 4/1. 141–154.Walser Kulturzentrum (1988–1998), D'Eischemtöitschu. Vocabolario italiano-töitschu. Aosta:

    Musumeci.

    ITALIANO E PIEMONTESE

    FRANCESE E FRANCOPROVENZALE

    DIALETTI WALSER

    FRANCOPROVENZALEDI GABy

    WALSER DI ISSIME

    BIBLIoGRAFIA

    - ANGSTER, Marco & DAL NEGRO, Silvia. (in stampa). Il PALWaM tra documentazione dialettologica, lavoro sul ter-ritorio e ricerca linguistica. Bollettino dell’Atlante Linguisti-co Italiano. 39 (2015).

    - BODO, Mariangela & MUSSO, Michele. 1994. Comu-nità alemanne e franco-provenzali nel territorio di Issime e Gaby: note di toponomastica e demografia storica. In Campello Monti ed i Walser. Atti del Convegno di Studi, Campello Monti 7 agosto 1993, Gruppo Walser Campello Monti.

    - DAL NEGRO, Silvia. 2002. Repertori plurilingui in con-testo minoritario. In Silvia Dal Negro & Piera Molinelli (eds.).