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LA STAMPADOMENICA 11 SETTEMBRE 2016 .27

A Taormina dibattito sul futurodel libro al festival Taobuk 2016Fino al 17 settembre Taormina ospita Taobuk, il Taormina International Book Festival, che pone al centro la letteratura, in dialogo con le altre espressioni della cultura, dal cinema alla musica, dal teatro alle arti visive, dal grande giornalismo all’enogastronomia. La rassegna, quest’anno giunta alla sesta edizione e dedicata al tema Gli Altri, prevede più di cinquanta appuntamenti e più di cento ospiti

tra scrittori, giornalisti, filosofi, artisti ed esponenti della società civile e politica, sia italiani sia internazionali. Oggi è prevista la tavola rotonda Le tante vite del libro. Sinergie e strategie per la promozione della lettura, un dibattito dedicato a sfide e previsioni su scenari futuri dell’editoria che mette a confronto Stefano Mauri, presidente e amministratore delegato del Gruppo Editoriale Mauri Spagnol, Romano Montroni, direttore del Centro per il libro e la lettura, Maurizio Molinari, direttore de La Stampa e Mario Resca, presidente di Mondadori Retail. L’incontro è moderato da Franco Di Mare, direttore artistico del festival.

MARIO BAUDINOVENEZIA

AGF

Simona Vinci46 anni

milaneseÈ diventata

celebrenel 2000

con il romanzodi esordio

Dei bambininon si sa

niente

Catena di montaggio, la religioneche univa capitalisti e comunistiBruno Settis racconta la storia plurale del fordismoil cui declino coincise con la crisi dei sindacati e della sinistra

EMANUELE FELICE

Marx è Dio, Ford il suoprofeta. Così recita iltitolo di una conferen-

za svolta negli Anni Cinquanta da Alexandre Kojève, filosofo francese di origini russe, uno dei più importanti studiosi di Hegel. A prima vista l’afferma-zione sembra provocatoria: Henry Ford (1863-1947), l’im-prenditore che con le sue Ford ha dato il via alla produzione di massa, più di ogni altro rappre-senta l’incarnazione del mito americano; e fu liberista con-vinto, ostile ai sindacati contro iquali utilizzò anche metodi poli-zieschi. Ma il sistema da lui fon-dato va ben oltre la sua figura, ole vicende di una grande impre-sa. Nel corso del Novecento il fordismo - quella catena di montaggio così ben satireggia-ta da Chaplin in Tempi moderni -si è diffuso ovunque nel mondo, in Occidente come nel blocco orientale, allargando la sua in-fluenza fino a trascendere in di-segno istituzionale, un’idea di società, visione del mondo per-sino. Noi lo conosciamo bene: ha segnato la storia economica, sociale, politica anche dell’Ita-lia, ha dato origine al miracolo economico sulle ruote delle Sei-cento sfornate dallo stabilimen-to Mirafiori, la prima fabbrica fordista nel nostro Paese.

Non era facile scrivere unastoria del fordismo. Occorreva ricostruire il filo di una narra-zione che sapesse tenere insie-me questi diversi piani analitici:il mondo dell’impresa e quello del lavoro e poi, ancora, l’ambitoistituzionale e la dimensione so-

semplici, univoche. Settis ha ben chiaro che il fenomeno è comples-so, lo spiega. Non a caso sin dal ti-tolo parla di fordismi, al plurale. Ilfordismo americano era liberista,rifiutava tanto la regolazione del-lo Stato (non invece le commesse pubbliche) quanto le ingerenze dei sindacati. Quello europeo - in Francia, in Italia, in Germania - ricercò invece l’aiuto pubblico, sindagli Anni Venti e Trenta ad esempio in forma di protezione tariffaria. Resta da aggiungere che proprio su tale relazione sim-biotica qui da noi avrebbero tro-vato migliore fondamento, nel se-condo dopoguerra, le politiche keynesiane e i moderni stati so-ciali; ma questo assetto istituzio-nale e questa visione sarebbero poi stati messi in crisi dalla globa-lizzazione, partita non a caso dal-la sponda americana.

E il modello sovietico? Furo-no in realtà i dirigenti bolscevi-chi tra i più ferventi discepolitanto del taylorismo (l’organiz-zazione «scientifica» del lavoro)quanto soprattutto del fordismo(che incardina tale concezionenel capitale fisico, ovvero nella catena di montaggio), anche alcosto di ingaggiare un’aspra bat-taglia contro i sindacati. E ancheal costo di trascurare la sfera deiconsumi, ovvero paradossal-mente (proprio loro!) gli aspettidistributivi. Di questo schema -che inevitabilmente privilegia laquantità, più facilmente misura-bile, sulla qualità e l’industriapesante su quella leggera - le economie pianificate non riusci-ranno mai a liberarsi. Moriràl’Unione Sovietica di fordismo, proprio mentre l’Occidente se lolasciava alle spalle.

c BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

tito comunista italiano. Finoagli Anni Settanta, allorquan-do, con la fine di Bretton Woodse la crisi petrolifera, l’economiaitaliana assieme alle altre è en-trata nell’epoca chiamata post-fordismo - ma la definizione innegativo suggerisce la perdu-rante pregnanza del concettoche si vorrebbe superato. Ed èproprio nel post-fordismo che

ANSA

CharlieChaplin

in una fotodi scenadel filmTempi

Modernidel 1936

ciale e culturale. E ci voleva il co-raggio di intraprendere un viag-gio comparativo che dal Nuovo Mondo fa tappa in tutti i principa-li Paesi europei, tocca l’Unione Sovietica e le economie pianifica-te, fino all’estremo Oriente. Nel farlo bisognava rimettere in di-scussione sistemi tanto diversicome il nazismo e le democrazie liberali, il fascismo e il comuni-smo sovietico, le socialdemocra-zie: sezionando uno dei loro gan-gli più cruciali e delicati, il nesso fra tecnologia, consumi e società.

Una tale impresa, di grandestoria comparativa e multidi-sciplinare, è riuscita a un giova-ne studioso italiano, Bruno Set-tis. Il suo Fordismi. Storia politi-ca della produzione di massa (IlMulino, pp. 317, € 29) restituisceil piacere di una scrittura preci-sa e colta, ma soprattutto è ric-co di spunti per rileggere il di-battito politico e culturale delNovecento - da Wilson a Lenin,da Gobetti a Gramsci fino aipost-operaisti - e forse anche iproblemi del presente.

Prendiamo il nostro Paese.Mano a mano che, con il mira-colo economico, si espandeva eramificava il fordismo, così cre-scevano le forze della sinistratradizionale, i sindacati e il Par-

l’ascesa si trasforma in declino,che la sinistra perde progressi-vamente la sua forza politica,sociale e culturale (perde persi-no l’identità) e si dissolve l’al-ternativa socialista. Messa così,la provocazione di Kojève par-rebbe addirittura una profezia:liquidato Ford, non ci sarebbestato più neanche Marx.

Attenti però alle conclusioni

In un Campiello a tinte fortila vittoria a sorpresa di Simona Vinci Il più votato è il romanzo einaudiano La prima verità: una storia di fragilità umana

È il Campiello dei corpistraziati, in cinque ro-manzi finalisti che de-

clinano in vari modi il tema diun paesaggio di violenze e fe-rite cui si risponde con l’amo-re, non necessariamente pla-tonico, anzi carnalissimo maanche malato fino all’osses-sione sessuale. E il verdettodella vasta giuria dei lettori(trecento votanti) ha premia-to Simona Vinci (La primaverità, Einaudi, con 79 voti)dove lo scenario principale -ma non il solo, c’è una partedi autobiografia e di confron-to con la follia - è un manico-mio-inferno su un’isola gre-ca, e tra i volontari accorsi datutta Europa si intreccianostorie, ivi compreso un purfugace episodio lesbico.

E’ un libro di grandissimoimpegno che ha chiesto ottoanni per essere scritto, e saintrecciare, per dirla con T.S. Eliot, «melanconia e desi-derio». Simona Vinci, quan-

do ne parla, lo vede come untesto, nella sua complessità eanche nella sua ferocia, «abba-stanza dolce». Perché riguar-da «la fragilità umana» e dun-que può arrivare a tutti. Chi dinoi, si chiede, non è fragile? Enon parla solo, ovviamente, dimanicomi, ma di una sorta didestino umano.

Fragili ma determinatissi-me sono anche le due croce-rossine di Elisabetta Rasy,partite per la Grande Guerracon l’ambizione di essere fi-nalmente libere, pur in unmondo che va a pezzi. Le rego-le del fuoco (Rizzoli, secondocon 64 voti), ne racconta lastoria anche sentimentale,che sfocia in un rapporto ero-tico fermo e dolcissimo.

L’opposto esatto, potrem-mo dire, di quanto avvienenella spaventosa follia di An-drej Cikatilo, il più efferato se-rial killer della storia sovieticae forse del mondo intero, chein dodici anni, dal ’78 al ’90,uccise almeno cinquantaseipersone, provando da un latouna sorta di godimento politi-

co, ma dall’altro soprattuttouna sua contorta estasi ses-suale. A lui ha dedicato il suo Ilgiardino delle mosche (Pontealle Grazie, terzo con 62 voti)Andrea Tarabbia.

Tra quattro romanzi dove lafinzione si aggancia a una sto-ria vera, uno solo è pura fic-tion: quello di Luca Doninelli(Le cose semplici, Bompiani,quarto con 41 voti), dove si im-magina la vita di ogni giorno inuna Milano post-atomica, il di-sgregarsi dei vincoli sociali e iltestardo tentativo di farli inqualche modo risorgere. Masoprattutto, anche qui, unamore che ricorda «l’amor delonh» provenzale, non versouna dama idolatrata e vaga,ma per la moglie lontanissima,bloccata dal disastro planeta-rio in America. C’è ancoraamore, ma è quasi un gesto dicatarsi, forse di ribellione, inAlessandro Bertante (Gli ulti-mi ragazzi del secolo, Giunti, quinto con 34 voti): un viaggionella Bosnia dove ancora sottole ceneri è caldissimo il fuocodella guerra.

Durante la serata al Teatrodella Fenice, presentata daGeppi Cucciari e Neri Mar-coré, non sono mancate le bat-tute, nonostante lo spessoredelle tematiche. La migliore èperò quella di Ferdinando Ca-mon premio alla carriera. Haposto una domanda semiseriae specifica: «Ma perché in tan-ti anni non mi avete mai datoun singolo Campiello?»