[Varia] Fleur Jaeggy - i Beati Anni Del Castigo

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    12-Jan-2016
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  • A quattordici anni ero educanda in un collegio dell'Appenzell. Luoghi dove Robert Walser aveva fatto molte passeggiate quando stava in manicomio, a Herisau, non lontano dal nostro istituto. E" morto nella neve. Fotografie mostrano le sue orme e la positura del corpo nella neve. Noi non conoscevamo lo scrittore. E non lo conosceva neppure la nostra insegnante di letteratura. A volte penso sia bello morire cos, dopo una passeggiata, lasciarsi cadere in un sepolcro naturale, nella neve dell'Appenzell, dopo quasi trent'anni di manicomio, a Herisau. E" un vero peccato che non sapessimo dell'esistenza di Walser, avremmo colto un fiore per lui. Anche Kant, prima di morire, si commosse quando una sconosciuta gli offr una rosa. Nell'Appenzell non si pu fare a meno di passeggiare. Se si guardano le piccole finestre listate di bianco e gli operosi e incandescenti fiori ai davanzali, si avverte un ristagno tropicale, un lussureggiare tenuto alla briglia, si ha l'impressione che dentro succeda qualcosa di serenamente fosco e un poco malato. Un'Arcadia della malattia. L dentro sembra che vi sia pace e idillio di morte, nel nitore. Un tripudio di calce e fiori. Fuori dalle finestre il paesaggio chiama, non un miraggio, uno Zwang, si diceva in collegio, un'imposizione. Studiavo il francese e il tedesco e cultura generale. Non studiavo affatto. Della letteratura francese ricordo soltanto Baudelaire. Ogni mattina mi alzavo alle cinque per andare a passeggiare, salivo in alto e vedevo uno spicchio d'acqua dall'altra parte, gi in fondo. Era il lago di Costanza. Guardavo l'orizzonte, e il lago, ancora non sapevo che anche su quel lago ci sarebbe stato un collegio per me. Mangiavo una mela e camminavo. Cercavo la solitudine e forse l'assoluto. Ma invidiavo il mondo. Fu un giorno durante il pranzo. Eravamo tutte sedute. Arriv una ragazza, una nuova. Aveva quindici anni, i capelli diritti come lame, lucenti, gli occhi severi e fissi, ombrati. Il naso aquilino, i denti, quando rideva, e rideva poco, erano aguzzi. Una bella fronte alta, dove i pensieri si potevano toccare, dove generazioni passate le avevano tramandato talento, intelligenza, fascino. Non parlava con nessuno. Le sembianze erano di un idolo, sprezzante. Forse per questo desiderai conquistarla. Non aveva umanit. Sembrava anche disgustata. La prima cosa che pensai: era andata pi in l di me. Quando ci alzammo, mi avvicinai e le dissi: Bonjour. Il suo Bonjour fu rapido. Mi presentai, nome e cognome, come una recluta, e dopo aver sentito il suo sembrava che la conversazione fosse finita. Mi lasci l nella sala da pranzo, in mezzo alle altre ragazze che chiacchieravano. Una spagnola mi raccont qualcosa con timbro vivace,

  • ma non le badai. Udivo un brusio di varie lingue. Per tutto il giorno la nuova non si fece vedere, ma la sera era puntuale in piedi dietro la sua sedia. Immobile, sembrava velata. A un cenno della direttrice tutte siamo sedute e, dopo qualche attimo di silenzio, riprende il brusio. Il giorno dopo lei che mi saluta per prima. Nelle vite di collegio ciascuna di noi, se ha un po'"di vanit, si costruisce la propria immagine, una specie di doppia vita, si inventa un modo di parlare, di camminare, di guardare. Quando vidi la sua calligrafia, rimasi senza parola. Quasi tutte le nostre calligrafie erano simili, vaghe, infantili, le o rotonde, larghe. La sua era completamente costruita. (Vent'anni dopo vidi qualcosa di simile in una dedica di Pierre Jean Jouve su un esemplare di Kyrie). Naturalmente finsi di non stupirmi, non la guardai quasi. Ma di nascosto mi esercitai. E ancora oggi scrivo come Frdrique, e mi dicono che ho una bella e interessante calligrafia. Non sanno quanto l'ho studiata. A quel tempo non studiavo, e non ho studiato mai, perch non ne avevo voglia, ritagliavo riproduzioni degli espressionisti tedeschi e cronache di delitti. E le incollavo in un quaderno. Le feci capire che mi interessava l'arte. Cos Frdrique mi concesse l'onore di lasciarsi accompagnare nei corridoi e nelle sue passeggiate. A scuola era - mi sembra inutile dirlo - la pi brava. Sapeva gi tutto, credo dalle generazioni che l'avevano preceduta. Aveva qualcosa che le altre non avevano, non mi restava che giustificare il suo talento come un dono dei morti. Bastava sentirla in aula leggere i poeti francesi, erano scesi in lei, lei li ospitava. Noi eravamo forse ancora innocenti. E l'innocenza ha in s forse una certa rudezza, pedanteria e affettazione, come se tutte noi fossimo vestite alla zuava. Venivamo da tutto il mondo, molte le americane e le olandesi. Una ragazza era di colore, oggi si dice, era una negretta, riccia, una bambola che ammiravamo nell'Appenzell. Un giorno il padre l'aveva portata. Era il Presidente di uno Stato africano. Una ragazza di ciascuna nazione venne scelta a fare da ventaglio davanti all'ingresso del Bausler Institut. C'era una rossa, belga, una bionda svedese, l'italiana, la ragazza di Boston, ognuna applaudiva il Presidente, erano schierate con le loro bandiere in mano, e davvero formavamo il mondo. Io ero in terza fila, l'ultima, vicino a Frdrique. Il cappuccio del duffle coat in testa. Davanti - se il Presidente avesse avuto un arco, la freccia l'avrebbe colpita al cuore - la direttrice del collegio, la signora Hofstetter, alta, massiccia, piena di dignit, il sorriso infossato nel grasso. Accanto a lei il marito, il signor Hofstetter, magro, piccolo e timido. Issarono la bandiera svizzera. Nella gerarchia, la piccola negra diventava la pi importante. Era freddo, indossava un cappottino a

  • campana azzurro, il colletto di velluto blu. Devo confessare che al Bausler Institut il Presidente nero fece la sua impressione. Il capo di Stato africano ebbe fiducia nella famiglia Hofstetter. Ci fu qualche ragazza svizzera che non apprezz la pompa con cui il Presidente venne ricevuto. Dicevano che ogni padre deve essere uguale all'altro. Qualche educanda sovversiva si trova sempre, nascosta in un collegio. Sono le prime avvisaglie dei suoi pensieri politici, o di ci che si potrebbe chiamare un'idea generale del tutto. Frdrique aveva in mano una bandiera svizzera, sembrava tenesse un palo. La bambina pi giovane fece una riverenza e offr un mazzo di fiori campestri. Non ricordo se la negretta trov mai un'amica. La vedemmo spesso tenuta per mano dalla direttrice, che la portava a spasso, lei personalmente, la signora Hofstetter, forse aveva paura che la mangiassimo. O che non si mantenesse pura. Non gioc mai a tennis. Frdrique di giorno in giorno si faceva pi lontana. Qualche volta andavo a trovarla nella sua stanza. Io dormivo in un'altra casa, lei stava con le grandi. Per una differenza di pochi mesi, fui costretta a stare con le piccole. Nella mia stanza c'era una tedesca, ho dimenticato il nome, tanto era senza interesse, mi regal un libro sugli espressionisti tedeschi. L'armadio di Frdrique era ordinatissimo, io non sapevo come piegare i pullover in maniera che non un centimetro fosse fuori posto, e avevo un cattivo voto per l'ordine. Imparai da lei. Dormendo in due case diverse, sembrava che fossimo separate da una generazione. Un giorno trovai nella mia casella un biglietto amoroso, era una bambina di dieci anni che mi pregava di diventare la mia protetta, voleva fare coppia con me. D'impulso risposi di no, malamente, e ancora oggi mi dispiace. Mi dispiacque anche allora, sul momento, dopo aver risposto che non volevo una sorella, che non mi interessava proteggere una piccola. Avevo cominciato a essere sgarbata perch Frdrique mi sfuggiva e dovevo conquistarla, perch sarebbe stato troppo umiliante perdere. Guardai troppo tardi la piccola, dopo averla offesa. Era veramente carina, attraente, avevo perduto una schiava, senza gustarne qualche piacere. Da quel giorno la piccola non mi rivolse pi la parola, n mi salut. Come si vede, non avevo ancora imparato l'arte di mediare, pensavo ancora che per ottenere qualcosa bisognasse andare diritti allo scopo, mentre sono soltanto le distrazioni, la vaghezza, la distanza che ci avvicinano al bersaglio, il bersaglio che ci colpisce. Eppure con Frdrique usavo una tattica. Avevo una certa esperienza della vita di collegio. Fin dall'et di otto anni ero interna. Ed nei dormitori che si conoscono le proprie compagne, davanti ai lavabi, nelle ore di ricreazione. Il mio primo letto di

  • collegio era circondato da tende bianche, una coperta di piqu bianco lo copriva. Anche il comodino era bianco. Una finta stanza, seguita da altre dodici. Una specie di casta promiscuit. Si sentono i respiri. La mia compagna di stanza del Bausler era una tedesca, brava e cattiva, come possono essere le ragazze stupide. Il suo corpo, nella biancheria candida, era piuttosto bello. Era gi quasi formosa, ma sentivo una certa ripugnanza se inavvertitamente la toccavo. Forse per questo mi alzavo prestissimo la mattina per fare una passeggiata. Verso le undici, durante le lezioni, venivo presa dal sonno. Guardavo una finestra, e la finestra mi rendeva lo sguardo, facendomi assopire. Con Frdrique eravamo non solo in case diverse durante la notte, ma anche, durante il giorno, in aule diverse. A tavola non eravamo vicine, ma la potevo vedere. E lei finalmente mi guardava. Forse ero anch'io interessante. Mi attraevano gli espressionisti tedeschi e la vita, i delitti, che non avevo ancora vissuto. Le raccontai che a dieci anni avevo insultato una madre superiora dicendole vacca. Che parola semplice, mi vergognai della mia semplicit quando glielo raccontai. Fui espulsa dal collegio. Chieda perdono dissero. Io non mi scusai. Frdrique rise. Ebbe la cortesia di chiedermi perch lo avevo fatto. E piano piano cominciai a parlarle di me quando avevo otto anni. Allora giocavo con i ragazzi al pallone e mi fecero entrare in un lugubre collegio. In fondo a un lug