SHIRO'_ZNKR_Dic_Gen_2012_di Tiziano Santambrogio

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Dicembre 2011 Gennaio 2012

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SHIRO' Giornalino della Scuola di Arti Marziali ZNKR di Tiziano Santambrogio

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Dicembre 2011 – Gennaio 2012

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Stai bene ? Ti incazzi quasi mai ? Raramente ti senti stanco e

stressato ? Trascorri delle belle giornate ? Hai delle

interessanti relazioni sociali ? Godi di buona salute ? Sei

contento ? Sei felice ? Prendi delle decisioni bello convinto ?

Sei tu che decidi della tua vita ? Sai affrontare crisi, litigi e

conflitti con forza e serenità ?

Tutto OK, tutto al meglio ?

Allora noi non ti serviamo.

Z.N.K.R.

Scuola di Arti Marziali Orientali

e Formazione Guerriera

Milano.

Corsi collettivi. Incontri individuali. Seminari del Sabato.

Tiziano Santambrogio

Esperto di Arti Asiatiche del confliggere e del buon vivere;

counselor Gestalt; socio AISCON (Associazione Italo Svizzera di Counseling)

La Scuola:

http://www.znkr.it/

http://www.facebook.com/group.php?gid=116344158401343&v=wall

Tiziano:

http://www.tizianosantambrogio.it/

http://tiziano-cinquepassineldestino.blogspot.com/

tel. 339.41 5.13.69;

mail: [email protected]

Chi incontra il demone muore.

Chi non muore diventa schiavo.

Chi non diventa schiavo, diffonderà il demone.

(Kai Zen)

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Scuola di Arti Marziali Orientali e Formazione Guerriera

A.I.C.S. - C.O.N.I.

stage invernale

25 e 26 Febbraio 2012

Agriturismo “Il Palazzino”

Maserno – Montese (Mo)

Conduce Tiziano Santambrogio, esperto di Arti Asiatiche del confliggere e del buon vivere; counselor Gestalt. Coadiuvato dai componenti la Comm. Tecnica Z.N.K.R.

“… ed ecco che cosa sogniamo: sogniamo l’archetipo dell’anima selvaggia, sogniamo la riunione con la nostra sposa, il nostro sposo sotterraneo. E ogni giorno nasciamo e rinasciamo da questo sogno e per tutta la giornata creiamo grazie alla sua energia. Notte dopo notte rinasciamo da questo stesso sogno selvaggio e torniamo alla luce del giorno serrando nella mano un pelo ruvido, con le piante dei piedi nere di terra bagnata, la pelle che profuma di oceano e i capelli che odorano di foresta, o di fuoco, o di legna.”

http://www.znkr.it/

informazioni e contatti - su metodi e contenuti [email protected] - su costi e logistica [email protected]

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Giovani e meno giovani, borsa di quella o di quell’altra palestra a tracolla, mi schizzano ai lati, mente per-

corro corso Lodi: Wellness, GetFit ….

Individui che, assoggettati ad una cultura impersonale, del corpo macchina, andranno in palestra a ripetere

esercizi con le “macchine”, ad imitare gesti copiandoli dall’insegnante. Corpi oggetto, corpi merce, in una

società dominata dalla ricerca di oggetti, di merce sempre nuova, dal fantasma di impersonali “mercati”.

Corpi soli e solitari che si agitano più o meno freneticamente tra altri corpi soli e solitari, privi di relazioni

tra di loro, in ambienti asettici, impersonali a loro volta.

Corpi morti, in cui la parte pulsionale, emotiva, desiderante, non trova né posto né espressione. Eppure so-

no proprio questi tratti che, come pongono domande sulla propria consapevolezza, sulla propria autentici-

tà: chi sono io ? come sto io ? con chi e dove sto andando io ?, così investono nelle relazioni, negli scambi

emotivi, nell’altro da sé.

Corpi docili, corpi stretti e costretti nelle stereotipie dominanti, ( il magro, il muscoloso, l’eternamente

giovane) di contro a corpi alla ricerca di una propria autenticità, di un proprio personale agire nello spazio

quanto di relazioni aperte al confronto, allo scambio, quand’anche fosse conflittuale.

Da un lato merci, oggetti che casualmente si trovano nello stesso posto a fare più o meno le stesse cose,

dall’altro corpi “fisicoemotivi”, che, attraverso l’agire, esprimono emozioni , si trasformano nell’agire che

emoziona, che scambiano soggettività, tratti culturali, che fanno gruppo, collettività.

Qualsiasi gesto influenza il proprio registro emotivo tanto quanto ne è l’espressione, così trasfor-

mandosi e trasformando. Che ne siamo consapevoli o meno.

Sarà per questo che i “palestrati” sono funzionanti e funzionali ad una società “plastificata”, omofona, nei

soggetti come nelle relazioni, nei luoghi di ritrovo come nei consumi, nelle nevrosi come nell’abbigliamento,

nelle trasgressioni stesse, tutte banalmente uguali ?

Sarà per questo che io pratico ed offro Arti Marziali come luogo di libera ricerca, in cui dolore e sorriso

coesistano, in cui praticare sia ricerca delle proprie autentiche radici, trasformarsi, sanamente e re-

sponsabilmente configgere ?

Luogo, lo Z.N.K.R., in cui, lungi dall’anestetizzare o sedare i sintomi, di essi facciamo segnale di qualcosa

che ci investe, ascoltiamo il sintomo rapportandolo alle emozioni ed agiamo creativamente per trovare la

nostra autentica “rotta di navigazione” e diventare agenti auto diretti nelle relazioni che, a loro volta,

trasformano il mondo, il nostro ambiente.

Individui che scelgono di riandare alle radici, di riallacciare il legame con il pre – conscio, che non temono

l’inconscio considerandolo, anzi, una loro forza profonda, che scoprono legami tra il percorso adulto e

quello che fu il percorso della gestazione nel grembo materno e dell’uscita dallo stesso per andare incon-

tro al mondo, che trovano analogie, forme e funzioni, tra gli organi e le parti del proprio corpo scoprendo-

ne l’intelligenza.

Tameshigiri Domande, provocazioni ed incontri

lungo la Via del guerriero

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Guerrieri, artisti del configgere, che si affidano all’inconscio nel praticare Arti Marziali, nel combattere, a

mani nude o armati di acciaio luccicante ed affilato, che fanno esperienza viva delle loro paure per ac-

cettare il vivere, godendone appieno ed aprendosi al cambiamento. Maschi e femmine coraggiosi che, se lo

vorranno, potranno comunicare questa loro rinnovata e potente energia per contagiare chi sta loro vicino e

chissà che questi non si sveglino dal sonno imbelle ….

Autentica forza trasformativa. Questo penso, mentre, attraverso uno schermo, vedo mio figlio Lupo di-

menarsi alla lezione di Hip hop, nel solito “circo di animali ammaestrati”, tra bimbe in tutù che corrono alla

lezione, mentre un’altra telecamera inquadra il solito energumeno che impartisce ordini a raffica ad un

gruppetto di giovani incerti kick boxers.

Insegnanti che dettano tecniche, allievi che imitano. La segretaria che snocciola quote ed orari.

Spero solo che Lupo, comunque, si diverta e presto, molto presto, capisca la differenza tra formazione

ed ammaestramento / addomesticamento. Anche se so che, nella società di “Amici”, “C’è posta per te” o

“X Factor”; del lavoro subordinato che, quando c’è (!?), ormai raramente è fonte di

soddisfazione e crescita personale ( quanti, tra chi mi sta leggendo ora, cresce

anche grazie al proprio lavoro ?); delle lacrime delinquenti della ministra Fornero e

delle puttane dirottate in parlamento o nei consigli regionali da un padrone tronfio

e sprezzante; della trasgressione a comando; di uomini e donne viepiù annichiliti

sotto il peso dell’imbecillità culturale e dell’anestesia affettiva / emotiva; sarà dif-

ficile per lui trovare guide autorevoli e capaci, fare esperienze diverse, umanamen-

te ricche e trasformative, costruirsi un vissuto equilibrato: crescere adulto.

E’ dura.

OSS!!

Tiziano

“Sto mettendo a letto i figli , la nuova arrivata ciuccia il suo biberon beata tra le braccia della zia- mam-

ma . Sono stanco , giornata intensa di lavoro e di coccole , di parole e gesti che portano avanti queste vite

bambine e gli danno futuro . Domani sera partita di basket decisiva . La squadra under 14 del Manerbio

Basket , la squadra di mio figlio , si gioca l’accesso al girone d’elite che assegna il primato provinciale . I

ragazzi sono in pochi , qualcuno è febbricitante , qualcuno alla settimana bianca . Mi raggiunge la telefona-

ta di uno dei giocatori più forti dell’under 13 , contattati dall’allenatore dell’under 14 per completare la

squadra per la partita di domani . Il Prof… all’anagrafe Giacomo , 77 anni , già mio docente di educazione

fisica alle medie , grande appassionato ed esperto di basket . Ha contattato alcuni dei ragazzi della cate-

goria inferiore . Questi hanno accettato entusiasti , non gli è parso vero di giocare con i compagni più

grandi per raggiungere un traguardo prestigioso . Coraggio , del Prof. e dei ragazzi . Ma il particolare più

interessante sul piano educativo e della trasmissione dei valori maschili più autentici è che il Prof. ha chie-

sto ai ragazzi dell’under 13 convocati di contattare loro i genitori dei ragazzi dell’under 14 per procurarsi

un passaggio in auto per recarsi nel palazzetto dove si giocherà… Grande , li chiama a crescere e a cercare

da soli gli strumenti per farlo . Matteo mi chiama , mi chiede se ho un posto per lui in auto . Cazzo , certo

che ce l’ho , a costo di mettere qualcuno nel bagagliaio !”

(Paolo Mombelli)

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Kenpo

Raduno a Cesano Boscone, Sabato 10

Dicembre.

Ruvida danza di contatto ed

improvvisazioni, tra il

compagno che preme, il

compagno che alle spalle ti

ostacola, i pugni che stentano

a fiondare nell’aria.

Spostamenti repentini, in un

gioco d’anche che libera il

corpo a muoversi agile nello

spazio.

Praticare Kenpo, per noi, è

ben più di una tecnica o

disciplina di “gesti”.

E' un’arena in cui scoprire chi

siamo sotto la nostra pelle,

sotto le nostre apparenze.

E' un’Arte in cui porre in

discussione il concetto che

abbiamo di noi stessi.

Chi sono io? Che sembianze

prende la mia paura davanti

all’avversario ?

Quali emozioni solcano il mio

corpo fisicoemotivo ?

Sono qui, e lo ammetto “nudo”

nell’atto del confliggere, e

non posso negare di essere

visibile nel mio respirare, nel

mio agire e nel mio

emozionarmi.

“Quando ci domandiamo che

cosa è compreso nella nostra

realtà, stiamo per spingere ed

allargare i confini della nostra

consapevolezza”. (K. Martini)

Acciaio brillante, letale, per

katana che si sfiorano e si

sfidano.

Corpi avvinghiati per lottatori

esausti, impazienti di

sopraffarsi.

Il saluto finale, la cena tutti

insieme. Gruppo, clan, di

amici sulla via del confliggere.

OSS!! Tiziano

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Kenpo – il Raduno

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La Via dello

spirito della

Spada

by Yuhime

Yuhime

“Nella fervida speranza

che possiate risorgere

come uomini e come

guerrieri” (Yukio Mishima nell'atto di

uccidersi, il 25 novembre

1970)

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La pratica del katana, estrapolata dalla sua cultura d’origine ( i samurai del medioevo giapponese) e dalla

necessità quotidiana ( uccidere per non essere uccisi), è diventata pratica di pochi; allenata nelle palestre;

oggetto di competizioni sportive ( ci sono addirittura le gare di “forme” di iaido, per non parlare di quelle a

chi ce l’ha, ehm, scusate, a chi lo taglia “più grosso” ); sfoggio di destrezza e bravura giocoliera; maniacale

ed ossessiva ripetizione ed imitazione di gesti e modelli

codificati.

E’ possibile, in Italia nel terzo millennio, recuperare il

significato del praticare con un Katana ?

Perché praticare con un katana non è un insieme di gesti

meccanici inventati per essere guardati, ma ogni gesto,

all’origine, aveva un significato, letale ed essenziale, e il corpo

non era un oggetto da usare e mostrare, ma il corpo, il

praticantecorpo, era il soggetto vivente di questo praticare .

Ogni movimento non era casuale, formale, ma nasceva da una precisa necessità di sopravvivenza e

rispondeva ad un preciso registro di emozioni.

Oggi, nel terzo millennio dove non usiamo più l’acciaio per uccidere e non essere uccisi, praticare con un

katana, praticare Kenshindo, è, nella nostra Scuola, scuola di “Arti Marziali Orientali e Formazione

Guerriera”, richiamare e vivere simbolicamente e intensamente un’energia e un sentire presente in quel

preciso momento, unico nella sua necessità di vita contro morte, congiungendosi in questo modo ad

un’energia più potente di noi, un’energia vitale, che ci possa contenere.

“La precisione tecnica nel Kesagiri, il taglio diagonale dalla base del collo al fianco opposto, non è mai speculazione stilistica, non è pignoleria scolastica. E’ realismo puro. E’, con il raffinarsi dell’immagine di sé che si ha quando si lavora consapevolmente e non per imitazione, soprattutto disposizione spaziale di un gesto che uccide”.

Praticare con un katana, praticare Kenshindo, è dunque sinestesia corporea (1). E’ muovere le mie

sensazioni ed emozioni, i miei istinti e le mie pulsioni, le mie immagini.

Oggi attraverso Kenshindo, la Via dello spirito della spada, possiamo

affrontare le tematiche della nostra esistenza per conoscerci nel

profondo: capire ed affrontare il doloroso divario tra la nostra originaria

ed originale natura ed i valori, le credenze, che abbiamo introiettato per

imitazione e identificazione da altri, genitori o società che sia; capire chi e

come siamo e cosa possiamo fare per realizzare i nostri desideri e

realizzare la nostra personalità.

Kenshindo, la Via dello spirito della spada, offre all’uomo

la possibilità di combattere, simulandolo concretamente

attraverso l’acciaio affilato e tagliente,: il movimento è

vigoroso, forte, insieme sensuale e tenero, mostrando la

semplicità nuda ed emozionante che sta in ogni conflitto.

“Cosa è Kenshindo ?

Kesnshindo non è “cosa”, realtà reificata. Kenshindo è arte

della spada. Essa, come ogni espressione artistica, non

mostra alcun prodotto oggettivo, è modo espressivo distante dal fatto e prossimo all’evento. Kenshindo

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abita il corpo del praticante ed è (esiste) solo nel continuo divenire del

movimento. E’, come per la nostra pratica a mani nude , “emozioni in

movimento”. E’ ridare all’individuo il senso del corpo come luogo delle

nostre dipendenze e luogo della nostra potenza, come casa del

mondo reale attraverso i sensi, come immagine di un mondo possibile

attraverso l’agire.”

OSS!!

Tiziano

(1) Sinestesia è “la capacità innata, involontaria e inestinguibile

in tuti gli essere umani, di vivere simultaneamente diverse

sensazioni alla stimolazione di una qualunque di esse. Ed è

anche il dispositivo psicofisiologico in virtù del quale una

qualunque rappresentazione sensoriale può rinviare a una

data emozione attraverso altre rappresentazioni sensoriali”.

(S. Guerra Lisi – G. Stefani)

I prossimi

Seminari Sabato

ore 16.00 – 19.00

Gennaio 28

Febbraio 11

Marzo 24

Aprile 28

Maggio 26

Giugno 23

Luglio 7 (Residenziale)

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SULLA VIA DELLA SPADA

Ritorno su un caldo IC e presumibilmente in orario. L’andata è stata travagliata, onde anomale

come spesso accade, mi han fermato 3 ore alla stazione di Bologna; il vagone su cui ero aveva

anche il riscaldamento rotto. Chiederò il rimborso.

La mia Spada, colei che è stata trattata come un attrezzo da taglio, non ricevendo il dovuto

riconoscimento e considerazione. Colei che, quando la conobbi e danzammo insieme, aveva una

profonda sete omicida, rancore e follia vendicativa.

Rabbia, tanta rabbia.

Lei, quasi distrutta, a tal punto da non poter poi fare molto se non togliere altro acciaio con abile

maestria e paziente cura, e così riaffilarla. Un artigiano con una vera passione per le Spade,

dapprima ha imprecato verso il macellaio che l’aveva, poi verso me che l’ho tenuta e infine col

Valerio che gliela portò. Ma lui la prese, e piano piano con pietre d’acqua la fece rinascere. Grazie.

Lei, Randagia, oggi al suo primo taglio su stuoia e bambù, dopo essere rinata dalla pietra, essere

tornata alla Terra per rinascere. Leggera, non più con quel suo cuore pesante, addolcita dall’amore

ricevuto ora sorride al conflitto, pronta.

Ancora rabbiosa ma meno, molto meno di prima.

Similitudini dell’esistenza.

Il Matsuri riempie le viscere ancor prima di iniziare il Seminario.

Valerio alla mia destra a un mio cenno accarezza la tsuba con la dolcezza delle sue mani forti,

estensione del suo cuore.

Simona, chiamata alla mia sinistra si pone avanti, china il capo in segno di profondo rispetto.

Francesca, novizia guerriera in Dao ( ma con un bagaglio di esperienze e battaglie nel suo vissuto),

Eleonora, Stefano. Samurai, qui e ora!

Randagia, un Katana Chenesse

Menuki ornati con Ragni e un mekugi in ottone.

.

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Battezzata dove è avvenuto il mio primo rito di passaggio, quando mi è stata consegnata in

cerimonia la cintura bianca.

Mi accompagnerà assieme a Kalashi, un Katana Hanwei practical XL, ornata da menuki di fiori di

ciliegio, nel mio percorso Kenshindo.

Oss!!

Giovanni

“c’è pure chi educa, senza nascondere l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni sviluppo ma

cercando d’essere franco all’altro come a sé, sognando gli altri come ora non sono: ciascuno

cresce solo se sognato”

D.Dolci

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Davide, che, in compagnia della “dolce metà”, per cinque mesi girerai

l’India.

Silvia che tornerai in Equador, tua terra natia, a condurre un progetto di

prevenzione medicosanitaria per i bambini e di intervento aggregativo per

gli adolescenti. Due anni di lavoro e poi

… si vedrà.

Che la vostra avventura sia forte ed intensa.

“Il paesaggio è come il volto di una persona cara, se ti concentri senti di poter entrare nelle rughe,

nelle pieghe, nelle espressioni ed allora quel viso ti racconta di sé e del suo passato”

(C. Magris)

Ciao !

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La pagina di Renato

Sto seduto al computer, da solo, in casa. La luce, dentro, è tiepida. La stufa è calore. I

vetri si colorano di buio e viene, da fuori, il verso dei piccioni che hanno il nido sotto il tetto. La sera mi trasmette una comoda sensazione di compiutezza. Ho l’impressione che non ci sia nulla da scoprire o da raggiungere, che tutto ciò che mi basta e definisce sia già

qui, intorno e dentro me, dove è sempre stato. Va soltanto liberato. “I sogni son desideri…” cantava la Biancaneve disneyana. Non sempre, dico io, e magari non ai nostri giorni, soprattutto quando ci aggiriamo imbambolati, come storditi dal nostro stesso baccano. Ci addestriamo a identificare il sogno con miraggi, fantasie e illusioni, meglio se preconfezionati. Eppure, oltre che una piacevole evasione, il sogno è spesso il segnale di un desiderio inespresso, altrimenti la meta che ci prefiggiamo nella piena coscienza dei nostri limiti e potenzialità. Resta comunque un’avventura vitale, concreta, lungo un percorso che ci condurrà senz’altro a una trasformazione. L’importante è fermarlo, osservarlo, riconoscerlo e farsene carico. Delegarne la realizzazione al denaro, a un dio, al destino, al caso, alla fortuna, o altrimenti svilirlo a mancata opportunità, è un modo di alienarsi impegno e responsabilità. Sia esso favola o incubo, da adulti, come da bambini, il sogno ci coinvolge sempre per intero: testa, cuore, pancia. Oggi è divenuto costume relegarlo in una dimensione mercenaria. Ma bandirlo dalla personale competenza per affidarlo ad altri, sarebbe rinunciare a una funzione vitale, al pari di quelle che ci consentono di cibarci e respirare. Sarà cominciando a restituire al sogno la dignità di desiderio più intimo e reale che troveremo il coraggio di realizzarlo. Quando un amico mi ha detto di avere uno zio convinto che sia sempre l’uomo a innamorarsi, mai la donna, con supponenza gli ho buttato lì: “Ma cosa dici, dai…” Poi ci ho pensato su e ho aggiunto che, forse forse, lo zio ci aveva preso. Mi sono lanciato in una dotta disquisizione e ho concluso che l’uomo, o meglio il maschile, è l’incipit, l’intenzione, la spinta. La donna, o meglio il femminile, è la meta, l’attesa, l’accoglienza. Normale allora che, dato l’innamoramento per pulsione dinamica, risulti alquanto più calzante al maschietto. Bravo io e bravo lo zio! Tornato a casa, magari perché la tv non passava niente di buono, ci ho ripensato. Mi sono ricordato di quanta letteratura e di quanta cronaca si sia sprecata su donne palesemente innamorate. Qualcuna lo era stata persino nei riguardi del sottoscritto. “E allora? Come la metti?” mi sono chiesto. Ho lasciato cadere la tentazione di telefonare all’amico, per aggiornarlo sulle mie ultime ponderazioni, e mi sono ficcato a letto. Questo succedeva ieri. Adesso, mentre sto scrivendo, mi domando che importanza abbia chi sia a innamorarsi. Cosa comporti sapere da chi o da dove parta un’emozione. L’essenziale è viverla. Bravi lo stesso io e lo zio? Perché no? Quando persino la dialettica è un’occasione per crescere. Abbiamo promosso la fretta a sistema. Se un tempo scaturiva da una esigenza individuale, oggi è un atteggiamento generale, dove la regola ha sostituito la scelta. Da temporaneo tentativo di evitare un danno, di mantenere un impegno, di recuperare un ritardo, è divenuta il sistematico approccio agli obiettivi che saturano il sociale. Costruiamo mezzi di locomozione sempre più veloci, ci agitiamo per adempiere simultaneamente a compiti differenti, attentiamo alla spensieratezza dei bambini rinchiudendoli sempre più precocemente in una gabbia di doveri. Tutto questo perché ci siamo convinti che non c’è tempo, che ci sia “tutto” da fare, possedere, conquistare, se non subito, almeno il più in fretta possibile. Così facendo abbiamo inquinato la velocità, facoltà che contribuiva ad arricchire la nostra dotazione genetica, con l’affanno, inquietudine che rende instabile e confusa la direzione della nostra corsa. Ci catapultiamo instabili nel futuro a rischio di perdere il presente. Personalmente, io scelgo di mantenere vivo il detto: “la calma è la virtù dei forti”, dato che è soltanto eludendo la fretta che imparo ad aprirmi, a darmi disponibile, a sentirmi partecipe. Prima era soltanto una punta di fastidio, ma adesso, accanto all’indiscussa approvazione, mi coglie una botta di noia nei confronti degli autori di coraggiosi libri di denuncia, dei conduttori di programmi televisivi politicamente utili, dei troppo loquaci dispensatori di altruismo. Sia ben inteso che, ammesso questo, non intendo certo discutere l’onestà e l’efficacia dell’impegno di tali figure. Temerei di negare il rilevante, positivo, storico apporto sociale, che esse hanno sempre rappresentato e tuttora rappresentano. Mi diverte però considerare curiosa, almeno a livello dialettico, questa mia mutata, alterna disposizione d’animo nei loro riguardi. Cosa cela? Mi domando. Invidia? Intolleranza? Che dipenda dalla loro ossessiva presenza sulle più disparate frequenze televisive? Dalla frenata idiosincrasia nei confronti di chi, a suo modo e nel suo campo, rappresenta ai miei occhi l’autorità? Dall’eventualità che si arricchiscano grazie agli stessi meccanismi che, con tanto esibito accanimento, condannano? Un po’ di tutto questo ma, se osservo meglio, più che noia è…

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Voglia d’altro. Di quaresima dopo il carnevale. Di cielo, stelle e luna dopo i fuochi artificiali. Di balsamico silenzio dopo la subita indigestione di chiasso. L’altra sera un amico mi parlava dell’avversione che prova nei riguardi degli scrittori che, con i loro libri, non perdono occasione per auto-incensarsi, vuoi ponendosi come agenti rivelatori di verità, vuoi come inappellabili promulgatori culturali. Proseguiva dicendo che, dopo averne letto un libro, gli era rimasto appiccicato ben poco della loro ostentata profusione di sapere ma, piuttosto, una repulsione tale da impedirgli di leggerne altri. Una presa di posizione comprensibile, dico io, dato che ognuno gode del pieno diritto e dell’assoluta libertà di leggere cosa e chi gli pare. Ma non mi esimo però dall’osservare che, volenti o no, tutti tratteniamo qualcosa di quello che leggiamo, e che il rifiuto assoluto ci precluda purtroppo delle possibilità. È da quando ho iniziato a riconoscere, e quindi a tollerare la mia, che mi sforzo di non puntare il dito sulla vanità altrui, altrimenti ( per dirlo con una colorita metafora regalatami da un amico, un altro) sarebbe come passeggiare in un parco stupendo e, anziché gioire, sprecare il tempo a lamentasi della merda involontariamente calpestata. Dice il saggio: fosse anche la vanità a spingere il pavone a fare la ruota, perché non godere dello spettacolo che ci regala? Esco di corsa dalla scuola, decollo dai tre gradini all’ingresso, lancio la cartella in aria e urlo “sciopero”, una parola che al volo catalogo come magica, al pari di “febbre”, “domenica” e “vacanze”. La bidella ci ha appena comunicato che stamattina la maestra non sarebbe venuta, che aderiva allo sciopero, e quello che doveva essere un giorno di forzata routine si è di colpo trasformato in una fantastica opportunità. Un’emozione tanto forte, epidermica, esplosiva, in seguito io non l’ho più provata e credo che in futuro non la proverò più, ma… Quanto mi piace rivedermi correre lungo il corridoio, incontro alla luce, fuori, dare corpo alla mia gioia, spiccare il salto e urlare, come in un perpetuo fermo immagine. Non provo nostalgia, come neppure rimpianti, perché sono convinto di non aver perse la spensieratezza e la spontaneità di allora. Ne ho solamente ceduta una parte, la quantità sufficiente, in cambio dei sentimenti che formano e nutrono il cuore di un uomo. Ho avuto cura di conservarne abbastanza per mantenere gli occhi mobili, vigili, pronti a spalancarsi alla meraviglia. Non vedo quale vantaggio possa derivare dal raddrizzare banane. Magari i funamboli di un’economia votata al maggior profitto col minor dispendio potrebbero obiettare che, diritte, le banane occuperebbero un volume più razionale, a tutto vantaggio di imballaggio e trasporto. È un’opinione che merita a pieno diritto una logica, se non altro quella di un certo ambito commerciale, ma io continuo a considerare più rassicurante la forma naturale della banana: amicale, curva e accondiscendente come un manico d’ombrello. Scrivo questo perché ho letto, o altrimenti sentito dire non ricordo dove, che è molto più facile raddrizzare banane che eliminare un’abitudine. Niente di più vero, mi viene spontaneo affermare, anche se io non vedo quale vantaggio possa derivare dall’eliminare un’abitudine. L’eliminazione, al pari di ogni drastico intervento, è una soluzione da adottare soltanto in casi estremi, di serio pericolo per la sopravvivenza mia o altrui. “Tutto ciò che esiste merita” dice una scritta sul muro, e io la sottoscrivo, dato che ho appreso che anche l’abitudine più “cattiva” ci aiuta a sopportare, compensare, superare, momenti e situazioni che, al loro manifestarsi, ci hanno colti impreparati. Se l’età e il cambiamento, ambientale o interiore, con la nostra personale crescita, hanno ormai dissolto la causa di un’abitudine, non sarà un taglio netto ad assicurarci il risultato migliore. Anzi, capita che un eccessivo accanimento, frutto di un faticoso sforzo di volontà, provochi una reazione esattamente uguale e contraria, dando così maggior forza a ciò che invece intendiamo eliminare. E quand’anche riuscissimo nell’intento, c’è il rischio di innescare una maldestra ricerca di un nuovo, ma precario equilibrio: la plausibile, quanto salvifica, formula compensativa. “Che fare allora?” domando. La risposta che al momento mi viene facile è:”Mettiti comodo e osserva, osserva, osserva…” finché l’osservazione, costante, spassionata, onesta e partecipe, non sciolga l’abitudine, la privi del carattere ossessivo fino a ricondurla ad azione consapevole. La raccomandazione però è di tenerci ben strette, ciascuno le proprie, le abitudini catalogate come “buone”: brevi fughe con il sapore di una vacanza.

La pagina di Renato

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VOCI DAL DAO SAN BENEDETTO DEL TRONTO

VOCI DAL DAO SAN BENEDETTO DEL TRONTO

Il silenzio è ascolto.

Il silenzio, un viaggio per comunicare con se stessi.

Il silenzio; il tempo che si ferma e siamo soli.

La solitudine: una tempesta silenziosa;

e in questa solitudine una domanda:… ho un pieno da svuotare o un vuoto da riempire? Tristezza, con Lei mi sveglio alle 5.30 del mattino. Ieri pomeriggio un viaggio nelle mie profondità e questi seminari di

Tai Chi e Qi Gong, ormai lo so, hanno il rilascio lento, come un diesel.

Qua dinanzi ai miei occhi un grande quadro raffigura un amore perduto, strappato via troppo presto.

Devo lasciarmi andare, così mi ha detto Franci, e quanto è vero, lo so bene, tanto quanto sia difficoltoso, anche se non

ne capisco i perché.

Lasciarmi andare a questa tristezza per non essere divorato, e il meridiano del polmone ieri me lo ha sussurrato col suo

dolore.

Fuoco dentro, che poi porto fuori, dal cuore alla lingua e illumina ciò che ho attorno, proiezione del mio interno: “sulla

sinistra ombre, nella boscaglia, riconosco le loup garou dietro quell’ albero che mi osserva. Vedo che ci sta a destra ma

non appare nulla, lancio il fuoco dalla lingua a sopra la testa, là sospeso a mo’ di esploratore. Uno stormo di pipistrelli

vola alto tra le cime folte degli alberi. Niente, decido di tornare a sinistra e vedere dove mi vuole portare il lupo.

Prendo un katana dalla postazione scelta.

Vado, lui mi tiene a distanza ma vuole che lo segua fino ad entrare in una radura e illuminati dalla Luna lì, uno di fronte

all’altro.

“chi sei?cosa vuoi da me? Io ti conosco.”

Le loup garou sogghigna tra le zanne:

“io sono tuo Padre, sono tua Madre, sono tuo Fratello.

Io sono te”.

Tutto si dissolve richiamato nel dojo.

Questa irrequietezza, quest’ansia continua, scatti notturni svegliandomi di continuo. Di cosa ho tanta paura ancora? E

questa rabbia che cerco di tenere a bada sarebbe forse meglio farla venire fuori come dal vaso di Pandora? Ansia,

smania, forse paura che tutto finisca prima che possa realizzare qualcosa? Iniezioni di autostima, fiducia.

Scegliere per cosa combattere, se davvero ne ho le forze,io posso? Quanto voglio ciò? A cosa sono disposto a rinunciare

e quale drago, invece, sono disposto ad affrontare per liberare la principessa rinchiusa nelle torri alte del castello?

E respirando dalle narici, una palla giallo sporca all’orizzonte viene verso me, e un raggio di luce dorata entra fluido nel

mio cervello, irrigandolo e purificando il nero incrostato. Scende a spirale per la colonna e risale in spirale opposta

seguendo il respiro fino a sistemarsi nel Dantian. E da lì espandersi.

C’è molto nero ancora in me, molta oscurità, forse cambierà l’angolazione ora che un furgone variopinto, in stile

hippye, è entrato nella mia vita. Un furgone messo di traverso su di un molo londinese, sotto un cielo nero che mi

ricorda che proprio dal mio passato, con esso, posso ricominciare a viaggiare.. e le note di Battisti si mescolano a respiri

d’amore.

Giovanni Laurito

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VOCI DAL DAO SAN BENEDETTO DEL TRONTO

VOCI DAL DAO SAN BENEDETTO DEL TRONTO

Raduno Kenpo... riflessioni Fluidità, elasticità, ma anche presenza, ben ancorata al terreno per sostenere comunque il mio compagno che con tutto il suo peso si lasciava andare su di me... ma al tempo stesso quanto sono capace di non irrigidirmi e, restando nella consapevolezza del mio e del suo peso e di come sono distribuiti, a lavorare di ascolto, di onda, di vibrazioni... e di esplosioni.

Visione periferica, prontezza di riflessi e controllo di più variabili nel lavoro in tris con gli attacchi del "terzo disturbatore" che tendeva a minare la mia stabilità mentre il mio compagno era appoggiato su di me. "Subito, uscire subito, altrimenti è troppo tardi!!". Parole che mi sono risuonate nella testa e che continuano a risuonare. Uscire appena percepisco che il mio compagno sta partendo con l'attacco... è lì,non una frazione di secondo dopo, che devo uscire, se non voglio farmi trovare... Sotto, lavorare sotto...anche, bacino, che innescano il movimento... rapidità ed efficacia nell'uscita, nel controllo ed immediata offesa dell'avversario... E' sempre stimolante mettersi alla prova... Grazie a tutti! Oss Simona

BUONA VITA A TUTTI!!!!

Ultimi giorni dell'anno....tempo di bilanci...forse per molti ed anche per me.... E' stato un anno un po' strano, pieno di cambiamenti...di decisioni che hanno avuto il loro peso ed i loro strascichi ma che mi hanno cambiata, spero in meglio...

E' stato un anno pieno di nuove conoscenze, di consolidamenti e riscoperte di vecchie amicizie che credevo perdute.... Mi piace pensare che dietro una fine c'è sempre un nuovo inizio e non mi spaventa il fatto di dover ricominciare tutto da capo....c'è sempre uno scoprirsi in tutte le nuove esperienze che ci si presentano ed alla soglia dei 33 anni quante cose stanno venendo fuori di me....me ne rendo conto giorno per giorno nella mia quotidianità e cerco sempre meno di dare per scontato tutto quello che fino ad oggi aveva caratterizzato la mia vita! E' un piccolo passo avanti e ne sono felice...lascio alle spalle il 2011 ed apro le braccia col sorriso in volto per accogliere il 2012 ed il bagaglio che porta con sé e che ho voglia di riempire!!!! BUONA VITA A TUTTI!!!! OSS!!! Vanessa

L’Ascolto

Da ragazzi non ci si ferma mai. Come tanti miei amici, volevo andare veloce, bruciare le tappe. Questo era un atteggiamento che mi seguiva sempre, nella vita di tutti i giorni, nelle relazioni, negli allenamenti settimanali (running) o quando ero alla guida dell’auto o della mia moto. Mi sono abituato così tanto al “correre” che poi con la maturità portata da qualche anno in più sulle spalle, non ne ho più avuto coscienza. E poi “boom”. Oggi scopro di come alcune relazioni, per via di quel effetto “corsa”, siano state portate avanti tagliando dei passaggi, accorciando dei processi; uno fra tutti, in questi mesi, è saltato alla mia attenzione: l’Ascolto, il vero Ascolto, il chiedermi cosa l’altro/a voglia intendere, voglia comunicare. Mi trovo oggi, forse per la prima volta con coscienza, a voler Ascoltare; voler capire “in profondità” cosa le persone intorno a me comunicano o non comunicano. Con le difficoltà di chi si affaccia su qualcosa di nuovo, ancora misterioso e a volte complicato, nella misura in cui ascoltare significa equilibrare la forza del proprio io. Il primo passo verso un relazionarsi più profondo. Un abbraccio a tutti. Stefano

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“Movimenti morbidi e circolari si susseguono tranquillamente in una dimensione in cui il flusso del tempo sembra rallentato.

Ma nei principianti ,all'inizio della loro pratica, non è esattamente così: il corpo simile a una marionetta si muove a scatti, incerto, con un equilibrio precario.

Che cosa cambia, dunque, andando avanti con la pratica?

I movimenti del Tai-chi derivano dalle arti marziali e consistono in tecniche molto concrete dal significato combattivo, leve articolari, pugni, calci; possiamo dire che un pugno consta, come nella boxe occidentale, di una fase preparatoria o di caricamento e di una in cui si sviluppa l'azione vera e propria.

Normalmente noi non diamo significato alla preparazione di una cosa ma al risultato; nel gioco del calcio ad esempio non è importante lo stile con cui viene calciata la palla quanto, invece, se si è fatto goal.

Allo stesso modo nella vita quotidiana noi valutiamo la qualità del nostro agire dall'azione conclusiva che porta al risultato. Gli studi sugli emisferi cerebrali ci dicono che il pensiero derivato dall'emisfero sx è schematico, sequenziale, veloce e che punta dritto all'obiettivo, al cuore dei problemi; il pensiero dell'emisfero dx, invece, è lento, concentrato sul momento presente e affronta i problemi partendo dalla periferia, prendendoli, per così dire, alla larga.

Ora, se applichiamo la logica dell'emisfero sx, il movimento finalizzato a ottenere un risultato consisterà di una fase preparatoria la più veloce possibile, un po' come se, dovendo andare con l'automobile ad un appuntamento importante, noi, col pensiero fisso a tale evento, premessimo sul pedale dell'acceleratore per arrivarci il prima possibile.

Allo stesso modo, continuando con l'analogia, dovendo andare ad un appuntamento di scarso interesse, avremmo l'occasione, andando piano, di goderci la guida e il paesaggio circostante.

Potremmo anche immaginare la preparazione come uno spazio negativo o vuoto, la "non azione" in contrapposizione all'"azione vera".

Ora , la capacità di individuare e apprezzare gli spazi vuoti, o negativi, è una capacità dell'emisfero dx (Betty Edwards: Disegnare con la parte destra del cervello).

E 'intuitivo, quindi, che un movimento a partenza dall'emisfero sx sarà in due tempi e quindi a scatti mentre uno a partenza dall' emisfero dx avrà una velocità uniforme, perché si è tenuto conto anche della fase meno appariscente.

Nella mia pratica del Tai-chi la velocità uniforme ha la capacità di farmi entrare in un diverso stato di coscienza; c'è più calma, i movimenti sono più delicati e rotondi, il tempo è dilatato;

ci si sente di poter guardare le cose da un altro punto di vista: quello dell'emisfero dx.

‘Niente e' più importante di niente’ dicono i maestri Zen; ed ecco, allora, che il Tai-chi può diventare esercizio concreto, anche corporeo, di un modo più obiettivo e imparziale, senza valori predefiniti, di guardare la realtà”.

(G. Casola)

Da noi, allo Z.N.K.R. ogni Lunedì e Giovedì, ore 18,30 – 19,30.

Tai Chi Chuan

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Da trent’anni lo Z.N.K.R. opera sul terreno della formazione

guerriera, della formazione al saper stare nei conflitti.

Utilizzando principi e strategie di alcune delle più letali arti

del combattimento, l’adepto intraprende un percorso di cre-

scita e trasformazione che potrà essere radicale.

La capacità di neutralizzare uno o più aggressori diverrà,

nella vita privata e nelle relazioni sociali, capacità di cono-

scere se stesso e le leggi del mondo; capacità di affrontare il

mutare delle cose integrandole nel suo personale evolversi;

capacità di proporsi come agente entusiasta, coraggioso, ot-

timista e socievole.

La formazione nel Dojo e negli allenamenti all’aperto, a

stretto contatto con la natura, si avvale di giochi individuali,

di coppia e di gruppo, in cui solo la comunione delle reci-

proche risorse e scarsità porterà a risultati eccellenti. Così il

praticante sceglierà sempre la via della collaborazione.

L’energia più profonda, l’istinto essenziale, la magicità come

potenza su se stessi e sul mondo, sono le caratteristiche di un

Guerriero formatosi allo Z.N.K.R.

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