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Pensiero etno- sistemico- narrativo

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ETNO: La necessità di mettere in primo piano la cultura del soggetto

SISTEMICO: La scelta di indirizzare lo sguardo verso ilcontesto relazionale nel quale si manifestano lesofferenze, nel tentativo di comprenderle, superandointerpretazioni lineari causa-effetto

NARRATIVO: La necessità di dare spazio, nellacostruzione delle storie, alle esperienze soggettivedei protagonisti, attraverso il loro modo di narrare,evitando di inscatolare le diverse vite in un mortiferotriangolo in cui i persecutori, vittime e salvatoririschiano di recitare a turno parti invariabili eprestabilite

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1. Il disagio psichico èinterpretabile come unanarrazione negativa di sé, che seda un lato comporta, appunto ildisagio, dall’altro contienenell’espressione stessa deisintomi tutti gli elementi peruna nuova co-narrazione cheporti al superamento del disagiostesso.

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2. Le ipotesi di rinnovamento narrativoalle quali può attingere il terapeuta ei co-terapeuti possono proveniredalle diverse idee di tutti i soggetti inseduta, con una particolareattenzione alla storia del paziente.Un riferimento costante èrappresentato dalla struttura dellefiabe e, in particolare, dagli elementifissi che ne connotano ogninarrazione

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Parafrasando la fiaba, gli sforzi delpaziente (l’eroe)sono retti da quattrocoppie di opposizione tematica:

- Il conflitto tra generazioni- L’incontro fra i sessi- L’opposizione sociale umili/potenti- Il rapporto collaborativo o oppositivo

tra il mondo dei vivi e quello deimorti

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3. Le prescrizioni rappresentano ilmezzo, il filo di sutura, che consentela ricucitura della propria esistenza.Da questo punto di vista sono unritorno dalla fiaba al rito e seguonola stessa struttura del rito dipassaggio: connotazione positiva,definizione della prova,riconoscimento del suo superamento.

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4. Il setting terapeutico: è un luogo dove siconfrontano forze diverse e spessocontrastanti, nel quale agiscono tre principaliattori generalmente così definiti: paziente,terapeuta e (materialmente osimbolicamente) testimoni. Questi“testimoni”, nelle situazioni nelle quali nonesista una disponibilità concreta, possonoessere evocati simbolicamente dal terapeuta.Certo, la sua capacità inventiva dovrà esserepiù raffinata, ma l’aspetto essenziale è chesappia costruire con il paziente unanarrazione.

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ETNO: deriva da etnopsichiatrico, a ragione del fattoche è possibile, ma non indispensabile, utilizzare ilsetting etnopsichiatrico.

SISTEMICO: è tratto dal pensiero sistemico che guidal’ipotesi che le cause dei sintomi/malesseri portatidal paziente, siano parte del sistema di appartenenzadel paziente, delle sue relazioni con gli “altriimportanti”.

NARRATIVO: proviene dalla consapevolezza che siamofatti di storie e che “storie che ammalano”, possonoessere trasformate, nel corso di un’interazionesignificativa, in “storie che curano”

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Quella del rifugiato nonrappresenta in sé una condizionepatologica, lo può diventare se ledifficoltà sul territorio straniero sidimostrano più dure daaffrontare delle possibilità delprofugo di gestirle, come glioperatori dei Servizi ben sanno….. l’idea è che l’assistenza diventiessa stessa terapeutica.

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Una assistenza terapeutica nelle suemolteplici forme: legale, scolastica,medica, di organizzazionecomunitaria, che aumenti leopportunità dei rifugiati di guarire eimparare a convivere con le loroincredibili perdite, ripristinandocontemporaneamente un senso dicoerenza e di significatività della lorovita.

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Se il rifugiato viene patologizzato econsiderato esclusivamente unavittima, è probabile che ilterapeuta assumainvariabilmente il ruolo delsalvatore, rischiando di metterein quello di “abusatore” tutticoloro da cui dobbiamoproteggerlo.

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Discorso Sociale sul Trauma Ulteriore Implicazione

Aggressore

Vittima

Salvatore

Stephen Karpman’s ‘Location Triangle’ in‘Fairy Tales and Script Drama Analysis’

Transactional Analysis Bulletin, 1968, vol. 7, no. 26, pp. 39-43

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Per non rischiare di mettersi o “farsi mettere”nel ruolo di salvatore è importante unaformazione continua e un lavoro di equipesupervisionato.

Il mio stesso lavoro, senza la collaborazione deglioperatori, a volte sarebbe insostenibile eviceversa.

Importante è lavorare in team, “fiduciosi nellecapacità e nella competenze reciproche efacendo assegnamento su di essenell’adempire i nostri rispettivi compiti”.

Equipe terapeutica

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Cosa è il dire il vero? E cosa è il dire ilvero per noi occidentali?

La psicoterapia è una forma evoluta elaica della confessione. Confessarcisignifica diventare soggetto. Ilcolloquio stesso è paragonabile a unacelebrazione, a un rituale.

Nei dispositivi clinici non c’è il vero. Masi racconta ciò che è buono, adattoalla situazione.

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Quale è la verità per i migranti? Solo attraversouna narrazione si può costruire una relazionedi verità, mentre attraverso altri dialoghi siottiene unicamente: “ciò che è buono perme”.

Focault sosteneva che “dire il vero” è dire ciòche mi può essere utile, quindi siamo nellalogica del malinteso.

Noi condividiamo idee di verità che nonpossiamo condividere con gli stranieri

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Non più verità assolute, maprobabilità plausibili. In questaprospettiva dunque, la menzognaè la radice dell’intelligenza. Permentire dobbiamo metterci neipanni dell’altro, interpretando lesue attese, studiando i suoicomportamenti ed evitando direndere troppo chiari i nostri.

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Credo che il terapeuta debbaimparare ad affrontare lacomplessità della sua esperienzafacendo propri due strumentistrategici dell’agire, dell’esserenel mondo, di Ulisse: lamenzogna, l’astuzia.

In questi riferimenti si possonotrovare alcune chiavi dicomprensione della posizione delterapeuta.

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L’astuzia di Ulisse non è sinonimo difurbizia, ma di saggezza, in altritermini della capacità di trovare divolta in volta il punto di equilibriotra forze contrastanti. Corollariodell’astuzia è la prudenza, in quanto,trovandoci a decidere senza veritàprecostituite, dobbiamo anticiparegli eventi senza certezza per produrrerisultati deducibili attraverso principiimmutabili.

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In terapia non abbiamo ache fare con ciò che accadesempre, con risultati certi,come nella matematica, macon ciò che accade “per lopiù”, con ciò che comparedi volta in volta, in modoimprevisto.

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Mentire significa assumersi la responsabilità di“accettare” di riconoscere la distanza cheintercorre tra “apparenza” e “realtà”, uscendodall’ingenuità di quanti credono che le cosesiano ciò che appaiono. Ulisse è il primo autilizzare la doppia coscienza per cui, chimente sapendo di mentire, si posiziona ad ungrado più alto di veridicità, perché abbandonal’ingenuità per abitare la complessità dei duelivelli: la realtà e la sua maschera (Losi,Schellenbaum, 2003).

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Sforzarsi senza tregua di pensare a chi ti sta davanti, prestargli un’attenzione reale, costante, non dimenticarsi un secondo che colui o colei con cui tu parli viene da un altro luogo, che i suoi gusti, le sue idee e i suoi gesti sono stati plasmati da una lunga storia, popolata di molte cose e di altre persone che tu non conoscerai mai.

Ricordarsi in continuazione che colui o colei che guardi non ti deve nulla, non è una parte del tuo mondo, non c’è nessuno nel tuo mondo, neppure tu. Questo esercizio mentale – che mobilità il pensiero e anche l’immaginazione – è un po’ duro, ma ti conduce al più grande godimento che ci sia: amare colui o colei che ti sta davanti, amarlo per quello che è, un enigma – e non per quello che credi, per quello che temi, per quello che speri, per quello che ti aspetti, per quello che cerchi, per quello che vuoi.

Christian Bobin – Autoritratto al radiatore