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Genitorialità Questo articolo prende spunto da un recente fatto di cronaca, apparso in televisione qualche settimana fa in uno dei programmi-cronaca pomeridiani: si tratta di un “non riconoscimento di paternità” che, se non fosse per i suoi risvolti particolari e trattandosi di una legge approvata da tempo, non avrebbe dovuto suscitare alcun commento né sollevare curiosità (sono infatti decine i neonati che ogni hanno nascono e restano mesi, in attesa di una famiglia, all’interno dei reparti maternità dei nostri ospedali). Ciò che ha fatto la differenza, portando il caso nei nostri salotti, è che al piccolino in questione hanno diagnosticato alla nascita la Sindrome di Down, motivo per il quale, a detta della giornalista del servizio, il padre biologico si è sentito in diritto di non “fare il proprio dovere”. La stessa giornalista, sottolineando verbalmente di non voler enfatizzare né stigmatizzare la già “sconcertante decisione”, decide però di sferrare una furbesca e velata, ma non per questo meno crudele e superficiale critica al padre in questione, intervistando un altro padre con il proprio figlio Down ventenne, a passeggio in un verde parco cittadino: una coppia apparsa davvero straordinariamente affiatata, legata da profondo affetto reciproco e da una grande consapevolezza. Il padre, un sessantenne distinto, sottolineava la fatica ma anche e soprattutto le immense soddisfazioni tratte dalla relazione con il proprio figlio il quale, a sua volta, confermava tutto il suo rispetto e la sua ammirazione per il genitore. Le parole, tornate alla giornalista, hanno poi per l’ennesima volta sottolineato le qualità caratteriali delle persone Down, definite “dolci, sensibili, gioviali”, dimenticandosi che ogni persona è diversa, ha le proprie caratteristiche, la propria indole e temperamento, anche se è Down, e che questa sindrome presenta grandi differenze individuali di gravità dal punto di vista clinico e nosografico. In mezzo a tanto “buonismo e cattiveria” ho pensato di spegnere la TV, prendendo invece carta e penna. E arrabbiandomi, con tutta la consapevolezza e l’esperienza che mi derivano da un lavoro di più di dieci anni con ragazzi disabili, Down e non, ho scritto queste poche righe per esprimere e condividere i miei pensieri con voi. Come sempre, in tutti questi casi, si è centrata l’attenzione su un solo aspetto della questione (quello sbagliato) sia per ignoranza che per opportunismo giornalistico. Ci si è dimenticati che cosa significhi divenire genitori. E soprattutto divenire genitori di un figlio che manifesta fin dalla nascita una patologia che mette una seria ipoteca sul progetto di vita che un genitore vuole, o almeno immagina per lui. Il divenire genitori non inizia né si conclude con il parto, è un percorso che sboccia in noi quando “diventiamo donna e diventiamo uomo”, proprio alla fine di quella fase definita da Freud “edipica” , che ci vede attori e autori della nostra stessa differenziazione sessuale: nei giochi dei bambini, che “fanno la mamma e il papà”, si intravede infatti molto precocemente l’embrione di quel desiderio di maternità e paternità che genererà in seguito quello che Silvia Vegetti Finzi chiama il “bambino della notte”, cioè il bambino immaginario e

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Genitorialità

Questo articolo prende spunto da un recente fatto di cronaca, apparso in televisione qualche settimana fa in uno dei programmi-cronaca pomeridiani: si tratta di un “non riconoscimento di paternità” che, se non fosse per i suoi risvolti particolari e trattandosi di una legge approvata da tempo, non avrebbe dovuto suscitare alcun commento né sollevare curiosità (sono infatti decine i neonati che ogni hanno nascono e restano mesi, in attesa di una famiglia, all’interno dei reparti maternità dei nostri ospedali).

Ciò che ha fatto la differenza, portando il caso nei nostri salotti, è che al piccolino in questione hanno diagnosticato alla nascita la Sindrome di Down, motivo per il quale, a detta della giornalista del servizio, il padre biologico si è sentito in diritto di non “fare il proprio dovere”.La stessa giornalista, sottolineando verbalmente di non voler enfatizzare né stigmatizzare la già “sconcertante decisione”, decide però di sferrare una furbesca e velata, ma non per questo meno crudele e superficiale critica al padre in questione, intervistando un altro padre con il proprio figlio Down ventenne, a passeggio in un verde parco cittadino: una coppia apparsa davvero straordinariamente affiatata, legata da profondo affetto reciproco e da una grande consapevolezza. Il padre, un sessantenne distinto, sottolineava la fatica ma anche e soprattutto le immense soddisfazioni tratte dalla relazione con il proprio figlio il quale, a sua volta, confermava tutto il suo rispetto e la sua ammirazione per il genitore.

Le parole, tornate alla giornalista, hanno poi per l’ennesima volta sottolineato le qualità caratteriali delle persone Down, definite “dolci, sensibili, gioviali”, dimenticandosi che ogni persona è diversa, ha le proprie caratteristiche, la propria indole e temperamento, anche se è Down, e che questa sindrome presenta grandi differenze individuali di gravità dal punto di vista clinico e nosografico.

In mezzo a tanto “buonismo e cattiveria” ho pensato di spegnere la TV, prendendo invece carta e penna. E arrabbiandomi, con tutta la consapevolezza e l’esperienza che mi derivano da un lavoro di  più di dieci anni con ragazzi disabili, Down e non, ho scritto queste poche righe per esprimere e condividere i miei pensieri con voi.

Come sempre, in tutti questi casi, si è centrata l’attenzione su un solo aspetto della questione (quello sbagliato) sia per ignoranza che per opportunismo giornalistico. Ci si è dimenticati che cosa significhi divenire genitori. E soprattutto divenire genitori di un figlio che manifesta fin dalla nascita una patologia che mette una seria ipoteca sul progetto di vita che un genitore vuole, o almeno immagina per lui.

Il divenire genitori non inizia né si conclude con il parto, è un percorso che sboccia in noi quando “diventiamo donna e diventiamo uomo”, proprio alla fine di  quella fase definita da Freud “edipica” , che ci vede attori e autori della nostra stessa differenziazione sessuale: nei giochi dei bambini, che “fanno la mamma e il papà”, si intravede infatti molto precocemente l’embrione di quel desiderio di maternità e paternità che genererà in seguito quello che Silvia Vegetti Finzi chiama il “bambino della notte”, cioè il bambino immaginario e immaginato che accompagnerà i futuri genitori prima e durante tutta la gravidanza, e che li predisporrà a ricevere ed accettare la (piccola) disillusione di tenere tra le braccia un bambino reale, vero, e diverso da quello fantasticato.

E così il percorso della genitorialità, fatto di desiderio, di attesa, di speranza, a volte anche di riscatto personale, vede la luce molto prima della nascita reale del bambino. E non si conclude mai, accompagnato e accompagnando la crescita di una persona nuova, che con il suo venire al mondo conferma i propri genitori nella propria identità di uomo e donna e nella propria capacità generativa, ma che nello stesso tempo impone un cambiamento irreversibile nel loro assetto psichico e nella loro progettualità.Non è quindi tanto difficile comprendere la delusione e il vero e proprio lutto di tutti quei genitori che si trovano ad affrontare la dura e straziante realtà di un neonato ammalato, a rischio, con lesioni alla nascita.E vale anche la pena ricordare che immancabilmente il lutto porta con sé sentimenti di ambivalenza e impotenza che, partendo dallo shock e attraverso la negazione e la depressione, conducono ad una possibile elaborazione costruttiva dell’evento, consentendo

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alla persona di introiettare la parte buona di ciò che le è venuto a mancare facendola divenire una componente del proprio Sé.

Parlare dunque superficialmente di scelta giusta o sbagliata rispetto alla decisione di riconoscere o meno un figlio biologico, al pari dell’acquisto di una casa al mare o in montagna, è solo ignoranza e presunzione; e richiama la parzialità di visione e l’ingenuità di paragonare tra loro storie che, se non per la diagnosi in comune (e quindi per il faticoso e snervante percorso terapeutico e pedagogico che per anni vedrà coinvolti giorno dopo giorno genitori e figli), per niente altro sono simili, se è vero che divenire genitori ha radici profonde nella storia passata di una persona che non può essere uguale né simile a quella di un’altra.

E’ soltanto raggiungendo un’identità sicura, ancorata a buone e complete identificazioni e libera da paure insormontabili di abbandono e rifiuto, che un uomo e una donna possono accettare il figlio come Altro da sé, un individuo separato e diverso, che non mette in discussione (con il proprio essere-quello-che-è) il loro valore e non porta il carico pesantissimo del loro riscatto, in termini di successo, desideri e ambizioni.

Difficile. Possibile. Arduo quando fin da subito vi sono difficoltà che appaiono insormontabili, come la malattia del neonato, oppure la povertà e l’emarginazione della famiglia.Non si tratta quindi di mettere in dubbio la potenza dell’amore tra quel padre e quel figlio Down, né riconoscere l’unicità del loro percorso di vita, un monumento di tenacia, umanità e forza. Ma nemmeno di ridurre la genitorialità e il suo “scontro e accettazione del reale” al momento in cui il genitore riconosce o rifiuta il figlio come proprio: così facendo la si considera un mero evento da registrare all’anagrafe e da ribadire con un fiocco rosa o azzurro appeso al portone del palazzo.E così facendo diventano “persone da ammirare” (e poi subito dimenticate) coloro che portano a casa il loro fagottino-Down, “amorali ed egoisti” coloro che lo lasciano al loro destino e non si sentono in grado di occuparsene.

Perché allora di fronte alle decine di bambini non riconosciuti (spesso del tutto sani ma nati nel momento sbagliato) che ogni anno vengono affidati al tribunale, non chiedersi invece se c’è stato almeno qualcuno che ha avviato e accompagnato i loro padri e le loro madri alla genitorialità, guidandoli a scoprire e coltivare quel bambino della notte che dorme in ognuno di loro e che si nutre dell’amore che loro stessi hanno ricevuto e che devono imparare a donare?Perché non chiedersi il motivo per cui i neo-genitori, abbandonati a se stessi, vivono molto spesso la vita del proprio figlio come semplice estensione della propria, mostrando alla base una profonda indifferenziazione tra sé e l’altro, a cui non riconoscono l’essere-separato-da-sè?Ed infine perché non chiedersi che ruolo potrebbe avere il nostro Servizio Sanitario Pubblico, “potenziando invece di smantellare” i consultori, istituendo servizi di accompagnamento alla genitorialità con psicologi e pediatri competenti, nel rendere del tutto superflua e finalmente superata la domanda “se riconoscere o meno il proprio figlio”?

BIBLIOGRAFIA:

- Mannoni M., Il bambino ritardato e la madre, Boringhieri, Torino, 1971.- Fornari F., I sogni delle madri in gravidanza, Unicopli, Milano, 1979.- Lebovici S., Il neonato, la madre e lo psicoanalista, Borla,Roma, 1988.- Missildine W.H., Il bambino che sei stato, Erickson.-  Oliverio Ferraris A., Crescere. Genitori e figli di fronte al cambiamento, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1992-1993.- Romito P., La depressione dopo il parto, Il Mulino, Bologna, 1992.- Vegetti Finzi S., Il bambino della notte, Mondadori, Milano, 1990.