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Cronacheil Giornale � Domenica 24 febbraio 2008 17

Nell’azienda del tubocheha«fabbricato»LadyConfindustria

CosìparlòpapàSteno, l’uomochevolevafarsipapa,reoduce:«Uso ilnasometro»Il sequestro inAspromonte, lezanzare

domateegliaffari«conl’amicoFranco»

MAR

CEG

AGLIA

DYN

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La solenne investitura s’av-vicina: 13 marzo. «Spera-vo di arrivare alla succes-

sione senza liti e invece c’èuna contrapposizione fortissi-ma. Tra Emma e... Marcega-glia. Vinca il migliore», hascherzato Luca Cordero diMontezemolo. L’articolo deter-minativo al maschile ben si ad-dice a Emma Marcegaglia, pri-ma donna in 98 anni di storiadestinataa guidare gli impren-ditori italiani. Per capire diche pasta - meglio: di che lega- sia fatta la candidata unicaalla presidenza della Confin-dustria, bisogna aver cono-sciuto il padre Steno, «indu-striale del tubo», come amadefinirsi, e visitato Gazoldo de-gli Ippoliti, nel Mantovano, do-ve tutto, a cominciare dalla se-gnaletica, ruota attorno al ma-gnate della siderurgia: indica-zione Marcegaglia grande co-me quella di Milano al casellodi Melegnano dell’Autosole,14 corsie sulla strada che con-duce allo stabilimento, dispor-si su due file, zincato lucido(tre frecce), zincato nero (duefrecce), materiale decapato,autovetturea sinistra, autotre-ni a destra...

La prima volta che ci arri-vai, 15 anni fa, era una tren-tenne rampante fresca di lau-rea alla Bocconi, master in bu-siness administration allaNew York University e tiroci-nio d’umiltà come camerieraa Londra. Amministrava già laMarcegaglia Spa insieme alfratello Antonio e alla madrePalmira Bazzani, proclamatadi lì a poco seconda donna piùricca d’Italia con 12 miliardidi lire di reddito. Emma la voli-tiva (i Giovani di Confindu-stria, dei quali è stata la presi-dente, l’avevano soprannomi-nata Black & Decker) non eraancora apparsa nella gratifi-canteclassifica stilata da Cesa-re Lanza nel libro Pillole di Ve-nere: le seste gambe più belled’Italia, dopo quelle di SimonaVentura, Alessia Marcuzzi, Pa-ola Barale, Martina Colomba-ri e Marta Flavi.

Sull’impero regnava, alloracome oggi, lui, papà Steno,che nella hall della palazzinauffici esibiva un motorino Guz-zi rosso fuoco, tirato a lucido,col sellino logorato dai propriglutei in anni lontani. «Le pre-sento mia figlia». Emma vive-va ancora in casa con i suoi,indossava un tailleur con gon-na fino al ginocchio e non ave-va bisogno degli occhiali sen-za montatura che ingentilisco-no il volto degli intellettuali.«Intendiamoci, meglio unapersona istruita che una igno-rante», dichiarò subito unacordiale avversione per i pro-fessorini Steno Marcegaglia.«Ma la cultura è soltanto unmoltiplicatore. Se nasci asinoe studi tanto, tutt’al più diven-ti un asino colto. Zero per tredà sempre zero. Io nelle assun-zioni non bado al curriculum:mi regolo col nasometro. Chesiano portinai, commessi, ope-rai, impiegati o dirigenti, vo-glio prima vederli in faccia. Eascolto il parere del capo delpersonale, che non è andatooltre la quinta elementare maha un nasometro infallibilequanto il mio».

ConquestometodoMarcega-glia ha costruito il gruppo dicui è proprietario al 100% uni-tamenteai familiari, leader eu-ropeo nella trasformazione

dell’acciaio in tubi, profilati,trafilati, pannelli, coils, nastrie lamiere: 6.500 dipendenti, 4miliardi di euro di fatturato,47 stabilimenti, 5 milioni ditonnellate d’acciaio lavorateogni anno, 5.000 chilometri ditubi da 4,76 millimetri fino adue metri di diametro prodottiogni giorno, quanto basta percoprire in una settimana la cir-conferenza della Terra. «Ilmondo è un unico, immensotubo. Si guardi attorno: oleo-dotti, condotte d’acqua, pon-teggi, tralicci, pali, guar-drail... Tubi di scappamento,tubi catodici, tubi digerenti.Tubi ovunque. Tutti tubi». Unimpero del quale sono entratevia via a far parte aziende im-piantistiche, elettroniche, ter-motecniche, tessili, biotecnolo-giche, estrattive, agricole, ad-dirittura due fabbriche di sco-pe («un articolo evocativo, al-la mia età», sorrise malandri-no) e che con Marcegaglia tou-rism ha allargato i suoi confinialle mete vacanziere più esclu-sive: l’isola di Albarella nelparco naturale del Delta delPo, capitale mondiale dellezanzare bonificata e trasfor-mata in una paradisiaca oasidi 528 ettari dalla figlia Em-ma; Pugnochiuso nel Garga-no; il lussuoso Forte Village co-struito dal ciociaro lord Char-les Forte a Santa Margheritadi Pula, in Sardegna; il resortLe Tonnarea Stintino, la locali-tà di vacanza prediletta di En-rico Berlinguer, che vi avevapromosso all’età di 8 anni lasua prima manifestazione diprotesta, guadagnandosi l’iro-nico riconoscimento di IndroMontanelli: «Un Mozart dellarivolta sociale».

L’impressione che ebbi quel-la mattina del 1993 fu che iMarcegaglia si dedicassero,più che a far soldi con i tubi, afar soldi con i soldi. Impressio-ne confermata da una confi-denza che la candidata allapresidenza della Confindu-stria fece a Denise Pardo, in-viata dell’Espresso, cinque an-ni dopo: «Quando siamo tuttia Gazoldo, la mattina alle 8,bevendo caffè e sgranocchian-

do fette biscottate, discutiamodavantia uno yogurt se investi-re a Ravenna 100 miliardi e inBrasile altri 150». Erano le 9,non vidi in giro vasetti di Yo-mo, però la giovane Emma e ilfratello Antonio saltabeccava-no da un terminale all’altro diun ufficio dove si contavanopiù computer che in una reda-zione di giornale, uno per ogniBorsa del pianeta. I due fratel-li compravano e vendevano,vendevano e compravano. Dasoli. A sorvegliarli, appeso al-la parete, un Cristo con le sem-bianze del Gesù di Zeffirelli.

Le buone azioni. La speciali-tà di Steno Marcegaglia. «Ho ilvizio di rischiare», ammise. Aquell’epoca già determinava,

da solo, il 3% dei movimentiquotidiani alla Borsa di Mila-no. Per non parlare delle epi-che scorribande «col mio ami-co Franco» nei momenti di cri-si internazionale. Come allacaduta di Gorbaciov, quandoil franco svizzero, che quotava850 lire, schizzò a 875. Quel19agosto del 1991 vendetteal-le banche moneta elvetica perun controvalore di 200 miliar-di di lire, seduto sui gradinidelle terme di Montepulciano,col cellulare incollato all’orec-chio. Passate 72 ore il golpe inUrss era fallito e il franco sviz-zero ridisceso. Ricompròquanto aveva venduto, guada-gnandoci 5 miliardi di lire.Operazioni che chiunque pote-

va fare, a sentir lui. «La diffe-renza fra me e gli altri è che ionon ho paura e gli altri sì».

Un coraggio da leone. Il suoanimale preferito. Nello stu-dio ne esponeva 98, di leoni: inottone, in peltro, in marmo, ingiada, in ceramica, in pelu-che, in legno, in cristallo, gran-di, medi, piccoli, schierati die-tro la scrivania, in agguato frai libri, accovacciati sulla mo-quette. Del re della forestaMarcegaglia ha la criniera ri-belle e il segno zodiacale. È na-to nel 1930, il 9 agosto - comeRomano Prodi, teste dure - inprovincia di Verona, a San Gio-vanni Ilarione, toponimo cheha avuto riflessi sul carattere,amabilmente estroverso.Quando al piccolo Steno chie-devano che cosa desiderassefare da grande, rispondeva si-curo: «Il papa, il re o il duce».

Nel1936 il padreAntonio, fa-legname, andò a cercar fortu-na in Eritrea. Il ragazzo fu am-messo a frequentare il colle-gio della Gioventù italiana delLittorio a Torino. «Seleziona-va gli studenti più meritevoli».Al paesello lo avevano ribat-tezzato «il matematico», per-ché già a 6 anni s’era costruitoun abaco mentale. «Lei michieda 15 per 18. Io associo il18 a 20 meno il 10%. Quindi:15 per 20 fa 300, meno il 10%uguale 270. Semplice. Ancoraadesso faccio i conti a mano».La sua preferenza per i nume-ri sconfina nella superstizio-ne. Adora il tre e i multipli ditre e le sue auto devono sem-pre avere la targa divisibileper tre, altrimenti rinuncia afarle immatricolare.

Facendo ricorso a un avver-bio rivelatore, L’Espresso hascritto nel primo numero del2008 che Emma Marcegagliaintrattiene rapporti «addirittu-ra ottimi con Massimo D’Ale-ma», per il quale «ha da sem-pre un debole». Anche quic’entra la genetica: il primo po-sto di lavoro del padre, nel do-poguerra, fu all’Alleanza con-tadini della Cgil del comunistaGiuseppe Di Vittorio. Difende-va i mezzadri nelle vertenzecon i proprietari terrieri da-

vanti alle sezioni agrarie deltribunale. Trenta cause la set-timana, quasi tutte vinte.

Nel 1959 smise i panni delsindacalista per provare comesi stava dall’altra parte dellabarricata. Rilevò una piccolafabbrica di guide per tapparel-le. Tre apprendisti in un bugi-gattolo di quattro metri per12. Più che uno stabilimento,un corridoio. I concorrenti diLecco lo definivano sprezzan-temente «lo zappaterra». Lo-ro s’indebitavano per farsi labarca, lui si dissanguava peracquistare il suo primo lami-natoio. «Dopo cena andavo arimirarmelo. All’osteria dice-vano che avevo tre figli: Anto-nio, Emma e Mino, il laminato-io. I lecchesi, con la loro boria,producevano 100 tonnellateal mese, io4.000. Li ho annien-tati». Così ebbe inizio l’era tu-bolare.

Quel giorno, per venirmi in-contro, sbucò da una doppiaporta blindata che subito si ri-chiuse alle sue spalle. «Acci-denti, e adesso come facciamoa entrare nel mio ufficio?». Lasegretaria accorse con le chia-vi di scorta. Viveva dentro unacassaforte, come Paperone.Precauzione minima dopoquello che gli era capitato. «Il15 ottobre 1982 uscivo dalmio stabilimento di Napoli. Mihannopreso, legato, incappuc-ciato. Il primo pensiero è sta-to: non devo rompermi unagamba. Gli ostaggi che noncamminano sono già morti.Per 52 giorni nelle mani della’ndrangheta, al buio. Mi sem-brava sconveniente chiederea Dio di salvarmi la vita. Peròlo pregavo di guidare la miamente: Signore, fammi escogi-tare un buon sistema di fuga.Forse nemmeno Lui si ricorda-va che dall’Aspromonte non sipuò scappare. Due minuti do-po che avevo tagliato la corda,c’erano fuochi accesi su tuttala montagna. Quelli sono co-me gli indiani, usano i segnalidi fumo. Mi hanno riacciuffatosubito. A liberarmi è stato uncommissario di polizia conl’hobby della caccia. È scesocon l’elicottero vicino a un la-ghetto per cercare le anatre.Ha trovato me. Nella bandac’erano due miei dipendenti, liavevo riconosciuti dalla voce.Assolti al processo. Non sonopiù tornato a Napoli».

Un anno e mezzo prima chelo conoscessi, l’imprenditoreabitava ancora nella casettache s’era costruito con i rispar-mi iniziali. «Avevamo un ba-gno solo. Per non perdere tem-po, la mattina eravamo co-stretti a usarlo in accoppiata:io con Antonio, mia mogliecon Emma». Poi si sono presila rivincita acquistando e ri-strutturando il Palazzo Preto-rio degli Ippoliti, i signori diGazoldo, un edificio del 1500con 76 stanze. Lì di bagni nehanno addirittura 20. Quellopadronale è dotato di moni-tor: il capofamiglia tiene l’oc-chio sui listini di Borsa anchementre si rade all’alba.

Ci vogliono nervi d’acciaio -la lega con le migliori caratte-ristiche di resistenza, elastici-tà e durezza - per fare un me-stiere così. Il padre li ha. Lafiglia li ha ereditati. Del restoThe Economist aveva vaticina-to fin dal 1996, scrivendo diEmma Marcegaglia: «Dipen-de dalla genetica il futuro del-l’industria italiana». Anchedella [email protected]

Leader in Europanella lavorazionedell’acciaio, primadonna candidata

a guidaregli imprenditori

Una casa con 76stanze e 20 bagni«Ma in passato

al mattinofacevamo i turni

per lavarci»

STEFANO LORENZETTO

EmmaMarcegagliaparla duranteun’assembleadi Confindustria.Ha presiedutodal 1996 al 2000i Giovaniindustriali, chel’avevanosoprannominataBlack & Deckerper la suadeterminazione

StenoMarcegaglia, 77anni, fondatoredel gruppo che

conta 47stabilimenti,

fattura 4 miliardidi euro l’anno

e controllaanche l’isoladi Albarella,

il Forte Village,Pugnochiusoe Le Tonnare

IL DOPO MONTEZEMOLO