Primavera, Inverno, Ancora Primavera

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    22-Mar-2016
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questo racconto è come il mare.

Transcript of Primavera, Inverno, Ancora Primavera

  • Primavera

    Inverno

    Ancora Primavera

    Franz Cattaneo

  • 2

    Questo un racconto

    Come il mare.

    Deve essere respirato

    Bevuto

    Assaggiato.

    Forse anche letto

  • 3

    Primavera

    Seduto ad aspettare, sentiva il vento fresco passare nei

    pantaloni. Questo quello che si dice

    primavera,

    a Milano perlomeno. Un sole inaspettato, in un

    pomeriggio in cui il vento sembra fresco, non gelido. La

    primavera non arriva a Milano.

    Succede.

    Come molte altre cose.

    C'erano delle volte in cui gli piaceva sedersi, a guardare la

    gente vivere, correre, ridere, parlare, litigare. Sentirsi, per

    una manciata di minuti, spettatore.

  • 4

    Quando le aveva detto "ti amo", l'aveva guardata negli

    occhi.

    Che sono verdi, piccoli, immobili.

    Come uno scoglio in mezzo al mare, poco lontano dalla

    riva. Un punto fermo. E si era reso conto di quanto fosse

    provvisorio, quel senso di stabilit che un uomo pu

    sentire, aggrappandosi agli occhi di una donna.

    Quando le aveva detto "ti amo" era inverno, era buio, era

    freddo. Erano nudi, profili disegnati dalle ombre di una

    abat jour, in piedi.

    Quando le aveva detto "ti amo" si era sentito libero.

    Finalmente. Erano state tre le donne, in tutta la sua vita,

    alle quali aveva detto "ti amo". Conosceva il peso di quella

    parola, e il senso di vuoto che ti sovrasta appena la dici

    per la prima volta. E la liberazione nel dirlo. Ma non lo

    aveva mai detto credendoci cos tanto. Credendoci cos

    tanto in questi due occhi, in questa pelle, in questo

    profumo.

    Avendo quella certezza che lo possedeva da qualche tempo,

    della reale possibilit che una donna potesse

    cambiare la sua vita,

  • 5

    calmare il suo dolore, domare la sua libert, accarezzare le

    sue debolezze, accompagnare i suoi pensieri, attraversare

    le sue paure.

    Lei era rimasta l, ferma come i suoi occhi, come se fosse

    stata solo una piccola onda, un rimasuglio di una corrente,

    pi schiuma che acqua.

    Impassibile, come gli scogli appena fuori dalla baia.

    Quando le aveva detto "ti amo" si era reso conto di averlo

    gi detto, qualche sera prima.

    Le cose cos, rifletteva, succedevano prevalentemente di

    gioved nella sua vita. I grandi momenti,

    quelli in cui tutto succede in un secondo,

    erano sempre successi di gioved. Che il giorno che

    assomiglia di pi alla resa dei conti. E' l'ultimo prima

    dell'ultimo. Quel gioved erano nudi, a lasciare che la

    stanchezza scivolasse via, in un perfetto incrocio tra

    desiderio, vino bianco e troppe sigarette.

    E, finito il vino, finite le sigarette, non rimaneva che finire

    il desiderio.

    Questo, credeva, era un grande punto di unione. Questo, il

    desiderio, era stato fin da subito la loro lingua sicura. Un

    modo per capirsi al volo, per trovarsi, per sapere quando

    aspettarsi e quando lasciarsi andare.

  • 6

    Ma quella sera, quel gioved sera, era successo

    semplicemente quello che avrebbe dovuto succedere nella

    vita di tutti gli uomini. Per un solo istante.

    Per questo istante solo, dicono, vale la pena vivere una

    vita intera.

    Ricorda i piedi, piccoli, fragili, inarcati. Ricorda le gambe,

    lisce, perfette. Ricorda il respiro. Ricorda gli occhi, verdi,

    piccoli, immobili. Ricorda le mani, che si cercavano.

    Nuotare insieme in questa corrente, dicono, l'unico

    modo per salvarsi. Ricorda di aver sentito, forte, tutta la

    liberazione di averle detto "ti amo", senza averlo detto.

    Avendolo fatto.

    Una cosa di una semplicit enorme. A ben guardare.

    Una cosa che aveva imparato, nella vita, era che quando

    inizia, ci si attacca a un'immagine. A un dettaglio,

    qualcosa di insignificante che diventa terribilmente

    importante. Un difetto, un particolare, un'istante. E, aveva

    imparato, questo piccolo particolare diventa un segreto, la

    memoria segreta di quando tutto iniziato. Te lo porti

    dentro fino a quando tutto finisce. Tutto inizia, tutto

    finisce, con lo stesso, piccolo, insignificante, dettaglio. In

    mezzo ci sono giorni, mesi, anni. Iniziati da un piccolo

    particolare.

    Era stato il suo sorriso,

  • 7

    che era comparso nel mezzo di una discussione, sorgendo

    come un sole inaspettato, a rimanere come quel piccolo

    particolare. Talmente spiazzante, quel sorriso, da essere

    diventato davvero un sole capace di illuminare tutto il

    buio che c'era intorno.

    Aspettava che la sigaretta si spegnesse da sola, mentre

    osservava la gente camminare, quasi correre, sul marmo

    lucido sotto i portici. Da dove era seduto si poteva

    osservare una buona parte del Corso. Quasi sentirsi

    schiacciati dal Duomo, dal suo bianco rovinato, dalle sue

    vetrate.

    Un pomeriggio di qualche tempo prima, era uscito da casa

    sua camminando veloce verso la macchina, per non

    prendere tutto il freddo di questo fottuto inverno,

    per non sentire il freddo che sentiva ogni volta che si

    lasciavano.

    Un freddo atroce, dentro le ossa. Da troppi mesi. Un

    inverno lunghissimo. Camminando aveva pensato a quale

    sarebbe stato il regalo pi bello da farle. Le brillava al dito

    un diamante che, ogni volta, lo riportava al suo passato,

    graffiandolo appena nel cuore e sulla schiena.

    Il tempo.

    Avrebbe voluto regalarle il tempo. Tutto il tempo. Avrebbe

    voluto regalarle un'infinit di mattine insieme, odore di

    caff, luce dalle persiane, l'incertezza del freddo delle

  • 8

    piastrelle. Avrebbe voluto regalarle tutte le sere in cui la

    loro fame si saziava, vicendevolmente. Di parole, di silenzi,

    di ombre, di respiri sempre pi affannati. Avrebbe voluto

    regalarle tutte le notti, quando la citt si ferma, quando si

    sentiva appena il suo respiro, leggero, piccolo, come lei,

    come i suoi piedi, come le sue mani. Il tempo.

    Tutto il tempo che occorre a un'amore. Tutto il tempo che

    fosse servito per

    guarirsi,

    per arrivare,

    per amare fino in fondo.

    Quando le aveva detto "ti amo", avrebbe dovuto dirle:

    voglio essere tutto il tempo che servir ai tuoi occhi per

    essere sazi.

    Invecchieranno, i nostri corpi. E anche la tua perfezione,

    lentamente, si piegher docile al tempo che passa. Ma i

    tuoi occhi sapranno, sempre, dove guardare. Per essere

    sazi.

    Il tempo che occorrer, tutto il tempo che servir, ecco

    sono io.

  • 9

    Suo padre era un uomo buono, di quegli uomini buoni che

    la vita ha piegato come i vecchi pini marittimi. E una volta,

    gli aveva regalato un orologio. Dio, tutti quegli ingranaggi.

    Tutta quella perfezione meccanica, lucida, minima.

    L'incastro perfetto di piccoli ingranaggi. La follia di voler

    misurare il tempo. Per sentirsi puntuali, per sentirsi in

    ritardo.

    Non ti sto regalando il tempo, aveva detto. Ti sto

    regalando il modo in cui puoi misurarlo.

    Nessuno pu regalarti il tempo, se non chi ti ama davvero.

    Cos era andata, pi o meno. Per questo, pi o meno,

    aspettava docilmente che la vecchia gioielleria sotto ai

    portici aprisse. Per comprare un orologio. Piccolo, come i

    suoi polsi. Senza numeri, perch lei potesse solo

    immaginare lo scorrere del tempo. Bianco, come la sua

    pelle.

    Quando le aveva detto "ti amo", avrebbe dovuto dirle,

    senza paura: tu sei uno splendido inizio in cui

    io voglio la mia fine.

  • 10

    Lei camminava veloce, odiando il marmo del Centro e i

    suoi riflessi scivolosi. Aveva imparato a camminare sui

    tacchi molto prima di imparare molte altre cose. Sentiva

    quello strano richiamo. Lui era cos.

    Uno strano richiamo.

    La follia di un mare in tempesta, questo si vedeva nei suoi

    occhi e nei suoi capelli. La rabbia

    domata ma non spenta,

    questo si sentiva nelle sue mani.

    Quando era sopra di lei, ecco in quei momenti, poteva

    sentire il mare calmarsi, la rabbia sedersi, e lui respirare

    sempre pi forte.

    Era un uomo. Come gli altri. Come tutti gli altri uomini

    che si erano fermati prima di lui, davanti a quei tacchi, di

    fronte ai suoi capelli. Toccando la sua pelle. Come tutti gli

    altri, anche lui bruciava lentamente nel sentirla respirare,

    sempre pi forte. Lui era diverso, per. Era un mare

    davvero in tempesta. Nessuno lo avrebbe navigato.

  • 11

    Arrivava, come il mare in tempesta, rompendosi forte su

    di lei, schiacciandola con i suoi pensieri, assordante in

    tutta la sua forza, infinito nella sua rabbia bollente di

    schiuma e correnti.

    Era quel suo calmarsi,

    completamente,

    solo con lei.

    Era quel suo capirlo, saperlo fin dal primo giorno.

    Questo l'aveva fermata, per quell'attimo in pi, nel quale

    lui era diventato tutto. Come nessun altro.

    Gli aveva detto: "ti amo". Perch amava quel mare, amava

    tutto di quel mare cos imperfetto, cos infinito. C'erano

    dei particolari, nel suo modo di sbagliare tutto. Nel suo

    spogliarla di corsa, senza nessuna ragione se non di dover

    fermare la tempesta. Nel suo parlarle di tutto, come onde

    ruggenti che spaccano la terra. Come le sue spalle, grandi,

    forti. Come i suoi pensieri, sempre troppi, sempre

    turbolenti. Correnti pericolose in cui lei, lo aveva capito

    subito, era l'unica a non perdersi. Gli aveva detto "ti amo"

    per tutto questo. Lui era semplicemente diverso. Unico,

    probabilmente.

  • 12

    Camminava veloce anche se non c'era nessuna fretta.

    Strano pomeriggio in cui la primavera sembrava

    affacciarsi timidamente sulla schiena della citt, piegata

    da un inverno davvero troppo lungo. La sua schiena. Che

    ci si poteva appoggiare, aggrappare, allacciare.

    La sua schiena, dove si poteva sentire, appoggiando

    l'orecchio, tutta la tempesta del suo respirare.

    Lei non avrebbe mai lasciato aperto tutto per un uomo.

    Per nessuno.

    Lo aveva fatto per troppo tempo.

    Per uno solo. E rimaneva solo un diamante, a un dito.

    Tutto quel tempo, per un diamante solamente.

    Nessuno avrebbe pagato quel prezzo, per un diamante.

    Lei lo aveva fatto. E adesso aspettava, senza lasciare che

    nessuno potesse davvero avvicinarla, che molti passassero,

    fermandosi appena, confusi dalla sua bellezza, impigliati

    nei suoi capelli, graffiati dalle sue mani. Tutti tranne lui.

    Che era un mare in tempesta che nessuno avrebbe potuto

    calmare. Se non lei. Per questo, forse, sentiva la fretta di

    arrivare, l'urgenza di vederlo, la fame straziante quando lo

    aspettava, e quella malinconia che hanno

  • 13

    le spiagge

    appena

    il mare se ne va con le maree,

    quando lui se ne andava, quasi correndo. Ogni volta.

    Non difficile, quando sai cosa cercare, trovare quello che

    cerchi. Sembra sciocco. Ma non sono in molti ad arrivarci.

    Molti cercano, per troppo tempo,

    senza aver capito cosa dover cercare.

    Ecco, tra le mani, un orologio piccolo, bianco, lucido,

    perfetto.

    Misura il tempo da quando stato costruito. E' stato

    costruito per farlo: non per ridarlo, non per toglierlo.

    Per misurarlo. Poi sono gli uomini, a sentirsi in ritardo, in

    anticipo o semplicemente in tempo.

    Quando le aveva detto "ti amo" avrebbe dovuto dirle:

    ma non ti sei accorta che siamo in tempo, perfetti, per

    guarirci?

    Non in ritardo,

  • 14

    non in anticipo.

    Perfetti, nel mezzo di questo inverno, per essere giusto in

    tempo. Ce ne vorr molto, avrebbe dovuto dirle. Per

    guarire queste ferite.

    Ma forse solo per questo che vale davvero la pena vivere.

    Uscendo dalla vecchia gioielleria, sentiva tutto il peso dii

    un piccolo orologio bianco, lucido e perfetto.

    Il peso del tempo che questo orologio avrebbe dovuto

    misurare. Mesi, anni, stagioni di una vita.

    Di due vite.

    Che appena in tempo si erano salvate vicendevolmente.

    Camminava piano, quasi galleggiando in quel vento fresco,

    in quel sole immaturo, in quella primavera che era

    successa proprio in quel pomeriggio.

    Si ferm ancora. Per pensare. Forse avrebbe dovuto dirle

    che cos

    che due persone

    si amano.

  • 15

    Partendo dalla loro fame, saziandola. Placando la loro sete.

    Anime segnate da anime.

    Corpi che hanno cercato corpi. Per far finta di non capire.

    Che quel momento, in cui ti senti per la prima volta

    perfettamente in tempo, e del quale vorresti ricordare

    tutto, il momento per cui vale la pena vivere.

    Ricordava, in effetti, tutto. Alla perfezione.

    Il sapore, ancora forte, del pesce crudo. L'odore del fumo,

    mischiato al suo profumo.

    La pelle,

    tesa,

    della sua pancia perfetta,

    da bambina.

    Il sapore, dolce, delle sue gambe.

    Il rumore, che la loro fame, stridendo, faceva.

    Due corpi che si incontrano, quando due anime si

    fondono, fanno sempre un gran rumore.

    Di perfezione. Ma rumore.

    Lei non lo interrompeva mai.

  • 16

    Quasi avesse rispetto, del suo parlare, del suo toccarla, del

    suo andarsene.

    Mai. Non lo fermava mai.

    Per questo lui sentiva, sempre pi forte,

    il bisogno di tornare.

    Di fermarsi.

    Per tutto il tempo che sarebbe servito.

    Per la prima volta, da troppo tempo, non lo spaventava la

    sensazione di fermarsi. Anzi, adorava fermarsi su di lei.

    Appoggiarsi sulla sua vita, ovale perfetto. Sembrava che

    lei non sentisse il suo peso, che lui fosse liquido, quasi che

    le scorresse addosso,

    come l'acqua che passa su una roccia.

    Il verde dei suoi occhi.

    Lei aveva rallentato il passo, ascoltando il rumore dei suoi

    tacchi nell'eco esagerato dei portici vuoti. Guardando una

    vetrina, si osservava riflessa insieme a un bagno di luce.

  • 17

    Il bianco e il nero.

    Gli unici colori che non sono colori.

    Tutti i colori insieme, e nessun colore.

    Bianco e nero, i suoi colori preferiti.

    Lui era un disastro.

    Con i colori.

    Avesse dovuto fermarsi a quello, era davvero impossibile

    pensare a qualcuno di pi disordinato.

    Nell'anima e nella vita.

    Nei capelli e nei colori.

    Nei pensieri e in quel suo parlare lento, ridendo di tutto

    per non piangere di niente.

    Uno splendido mare. Di cui non aveva paura. Non ci si

    pu fidare di una tempesta. A meno che non ci sia la

    sicurezza,

    che solo il mare sa dare,

    che prima o poi tutto passer.

  • 18

    Sembrava che lui avesse sempre fretta di scappare da lei,

    da loro. Dal loro respirare insieme. Si era fermato,

    impercettibile, solo una volta, per qualche istante di pi.

    Quando lei aveva sorriso. Per una sua battuta.

    Un sorriso. Ecco, l si era fermato, dando quasi

    l'impressione di voler restare.

    Non per la sua pelle, non per i suoi capelli, ma per il suo

    sorriso. Questo amava di lui.

    Il suo disordine nell'amarla.

    Dove tutti avevano amato, lui passava veloce, come

    un'onda in ritirata.

    Dove nessuno si era fermato, lui amava fino alle viscere,

    rompendosi

    in mille gocce

    ed entrando

    docilmente

    ovunque.

  • 19

    Inverno

    Quando si erano incontrati sembrava l'inverno si fosse

    dimenticato di Milano, lasciando passare un sole quasi

    caldo sugli alberi senza foglie e sul viale. Sembrava non

    finire da nessuna parte, quel viale. Lo perdevi di vista,

    mentre dritto e solenne attraversava lentamente tutta la

    periferia. Sembrava non finire da nessuna parte, quel

    pomeriggio in cui l'inverno si era dimenticato della citt.

    Il rumore dei tacchi l'aveva preceduta di qualche istante,

    attraversando tutto l'imbarazzo di un saluto tra due anime

    cos difficili.

    Era vestita di nero, e bianco. Adorava vestirsi di nero, e di

    bianco. Lasciare che i non colori, il nero e il bianco, le si

    sistemassero addosso.

    Aveva scelto con cura tutto, lo faceva sempre.

    Non lo faceva certo per lui.

  • 20

    Cosa stava facendo, in effetti, non era molto chiaro

    nemmeno a lei. Perdere il controllo, per qualche ora,

    sarebbe stato lecito.

    Aveva lasciato che lui decidesse tutto.

    Aveva smesso, in un pomeriggio di due anni prima, di

    fidarsi degli uomini e del loro modo di scrivere il suo

    destino.

    Cos prevedibile, cos noioso.

    Aveva imparato a usare la sua bellezza, solo quello che si

    vedeva da fuori. Aveva imparato ad accompagnarli per

    qualche momento.

    Niente di pi.

    Sarebbe stato cos anche oggi.

    Era da tanto che non si imbarazzava per qualcun altro.

    Ma il disordine assoluto dei vestiti di lui, il suo modo di

    camminare, parlare e osservare, la imbarazzava.

    Niente di cui preoccuparsi.

    Solo

    qualche

  • 21

    momento.

    Era arrivato prima del previsto. Aveva cercato un caff. E

    aveva pensato a quello strano viale, che sembrava non

    finire da nessuna parte.

    Come la sua vita, ultimamente.

    Era arrivato a pensare di sedersi, per un attimo, su una

    panchina di questo viale, e aspettare che qualcuno,

    qualcosa, passasse.

    Per capire dove andava.

    Per capire come si faceva ad andare.

    Sentiva tutta la stanchezza di questa indecisione.

    Prenderlo nella schiena, nella testa.

    Non era stato facile digerire quel suo camminare perfetto,

    su quei tacchi assurdi. Doveva avere una straordinaria

    passione per il nero. O forse un lutto da rispettare. Odiava

    le donne che coprivano gli occhi. Odiava gli occhiali da

    sole.

    Gli occhi dicono molto di una persona, e in pochissimo

    tempo per di pi.

  • 22

    Aveva quello straordinario senso di consapevolezza della

    sua bellezza.

    Sembrava quasi ci fosse abituata.

    Forse cos. Quando hai una cosa cos straordinaria, nelle

    tue mani, sempre, alla fine ti ci abitui.

    Sembrava impossibile, visto da fuori, abituarsi a tutta

    quella bellezza.

    Il bianco e il nero. Non colori. Tutta la luce possibile, tutta

    l'assenza possibile.

    Non avrebbe mai pensato potessero esistere persone cos.

    Alla domanda che colore ti piace, rispondere nero o

    bianco non dovrebbe essere consentito.

    Come portare grossi occhiali da sole, solo perch l'inverno

    si dimenticato di spalmare il grigio sul cielo, lasciando

    un sole tiepido, provvisorio, a penzoloni sopra tutte

    queste vite.

    Gli sembrava di avere un programma, fino a pochi istanti

    prima che lei arrivasse.

    Ma poi, si era reso conto di non avere

    assolutamente

    niente

  • 23

    in mente.

    Il tempo ha due dimensioni.

    Talmente vicine, da essere spesso confuse.

    Esiste Cronos, il tempo di chi ha fretta, il tempo della

    precisione, il tempo da rispettare. Cronos cattivo, ma

    prevedibile, nel suo scorrere sempre uguale.

    E' il tempo che non si rimpiange mai.

    Ma quello che si accusa.

    Poi esiste Kairos, il tempo del cuore. Che sfugge alle

    logiche dei conti, che non ha orologi, che invisibile agli

    occhi.

    Kairos scorre molto lentamente, quando si soffre.

    Dicono che le lacrime rallentino Kairos fino a fermarlo,

    sospeso per sempre.

    Kairos corre, furioso, senza che il cuore se ne accorga,

    quando vorreste misurarlo come Cronos.

    Kairos sfugge, veloce,

    agli amanti

  • 24

    e agli innamorati.

    Chi vive, maledice Cronos.

    Chi ama, rispetta Kairos.

    Due dimensioni, spesso, dimenticate.

    Sono gli anni, le abitudini, le piccole noie, i fallimenti, a

    lasciare che Kairos affondi sotto il peso di Cronos.

    E le ore tornano ad essere ore, i minuti sono impeccabili, i

    giorni sicuri. Un ritmo straziante. Una marcia definitiva.

    E' solo quando Kairos si sveglia, accarezzato da

    piccolissime sensazioni, che le persone si ricordano della

    sua esistenza e del suo imprevedibile scorrere.

    Questo spiegherebbe, in fondo, la fretta con cui il

    pomeriggio aveva lasciato entrare la sera, il sole aveva

    lasciato la notte sulla citt.

    Parole, erano passate

    spigolose

    dentro l'imbarazzo, lacerandone le pareti.

    Ma c'era qualcosa, in fondo a quelle parole, in fondo a

    quelle due sicurezze, talmente finte e improbabili da

  • 25

    sembrare vere, che lasciava intendere un'incredibile fame.

    Insaziabile. Pensavano.

    Aveva scoperto in lei la serena capacit di fermare il

    tempo in mezzo alle sue mani,

    sulla punta delle labbra,

    dietro ai capelli.

    Aveva scoperto un diamante, piccolo, su un dito, ancora

    pi piccolo.

    Aveva intuito un passato, lasciando che fosse lei a non

    parlarne.

    L'aveva lasciata, lentamente, entrare nel suo disordine.

    Per lui era normale, osservare la curiosit famelica con cui

    tutte volevano buttarsi a capofitto in quel disordine eterno.

    Qualcosa a che fare con il senso materno che ogni donna

    ha.

    Tutte, sempre, tutte.

    Entravano affascinate, quasi incuriosite, in quella

    dannazione di anima e corpo, che si intuiva dai capelli e

    dagli occhi. Poi, tutte, sempre, tutte, scappavano.

    Qualcosa a che fare con il senso di sopravvivenza.

  • 26

    Il sesto senso di ogni donna. Fuggire da un disordine pi

    grande di qualsiasi anima.

    Non si era lasciata andare per due semplici ragioni.

    Intuiva un grandissimo casino,

    dietro quegli occhi.

    E voleva scappare. O forse restarci dentro per sempre.

    E poi, la spaventava da morire.

    Con la sicurezza della sua voce, con la certezza metodica

    delle sue mani, con il suo profumo.

    Sapeva di trovarsi di fronte a un uomo che avrebbe fatto

    di lei quello che voleva.

    Strano.

    Sembrava cos debole,

    cos fragile,

    cos provvisorio.

    Poi muoveva le mani.

    Sapendo cosa dire.

    Leggendo cosa fare.

  • 27

    Lasciava che lei intravedesse tutto questo casino. Mentre

    l'accompagnava, con la voce, con il respiro, con le mani.

    Era da tanto, troppo tempo, che nessuno sapeva farlo cos.

    Con quella sicurezza.

    Senza avere nessuna paura.

    E poi il tempo, stranamente, era volato via.

    Un'altra sera.

    D'inverno.

    Senza dirsi troppo, perch chi vuole raccontare, spesso

    non parla affatto, avevano lasciato cadere i saluti, senza

    che facessero molto rumore, su quel viale strano, che

    sembra non andare da nessuna parte.

    Un'altra sera, d'inverno.

    Sembrava giusto che fosse lui a ricercare lei.

    E cos era stato.

    Senza parlare troppo, si erano raccontati ancora una

    storia che fosse plausibile per tutti e due.

    E che non toccasse il disordine dei capelli di lui, con il

    diamante al dito di lei.

  • 28

    Avere cura che questo non succedesse sembrava interesse

    di entrambi.

    Cos, riscoprendo il tempo docile di Kairos, avevano

    inziato a scambiare

    i giorni con le notti,

    le ore con i minuti.

    Senza che nessuno dei due potesse, o forse volesse,

    avvisare l'altro di quanto fosse pericolosamente definitivo.

    Fermarsi davanti a quei capelli, appoggiarsi a quel

    disordine, respirare quel profumo, guardare la pancia del

    mondo dal basso di un vortice in cui,

    bugiardi,

    fingevano di essere gi stati.

    Lui era diverso.

    Non rispettava il tempo, non aspettava mai che fosse

    giusto parlare, e lasciava libere le mani, senza nessun

    filtro.

    Sembrava non avesse paura di nulla. Perch quel

    disordine assoluto doveva essere, in fondo, la migliore

    delle garanzie.

  • 29

    Forse aveva ragione lui. In mezzo a tutte quelle correnti,

    rischi di rimanere immobile.

    Lei era imprevedibile.

    Sembrava difficile credere che tutta quella forza uscisse da

    un corpo, in fondo, cos piccolo. Poteva tranquillamente

    schiacciarla, con il peso delle sue spalle e dei suoi pensieri.

    Per questo, ecco, non si sarebbe mai permesso di farlo.

    Era di una bellezza

    incontrollabile,

    assoluta,

    sfuggente.

    Quando era troppo difficile parlare, si limitavano a

    lasciare cadere il discorso, appoggiando i

    bicchieri,aspettando che tutto tornasse normale.

    Quando era troppo difficile fermarsi, appoggiavano i

    pensieri, aspettando che tutto sembrasse perfetto.

    Quando era troppo difficile restare, lui scivolava via,

    veloce.

    Quasi volesse scappare.

    Ma poi tornava, sempre. Lui, le sue mani, il suo parlare.

    Lei, le sue mani e il suo ascoltare.

  • 30

    Un pomeriggio lei gli aveva detto:

    fermati, resta.

    Avrebbe voluto dirgli:

    ti amo.

    Avrebbe dovuto dirgli, perfetto il modo in cui la tua

    tempesta si calma solo sui miei occhi, solo tra le mie mani,

    solo sopra di me.

    Lui aveva fermato lo sguardo, per qualche istante in pi.

    Kairos che lascia tornare Cronos.

    E lui che scappa, su quel viale che sembra non finire da

    nessuna parte.

    Una sera lui non era riuscito a dire nulla.

    Aveva osservato, da spettatore, la perfezione di due

    solitudini che diventano

    un corpo solo.

    Molto di pi di questo.

    Era rimasto, per qualche momento perfetto, appoggiato

    sulla sua felicit.

  • 31

    Rompendo il respiro, aveva voluto parlare.

    Senza che niente, a parte le stupide parole di circostanza,

    facesse pensare veramente a quello che voleva dire.

    Avrebbe voluto dirle:

    ti amo, sai.

    Amo questo, esattamente di te. L'essere noi,

    perfettamente. L'essere te,

    perfettamente.

    L'accettare tutto il mio disordine,

    perfettamente.

    Ma era abituato a vedere donne che scappavano dal suo

    disordine e sentire parole che rimanevano dentro il suo

    disordine, senza uscire nemmeno sottovoce.

  • 32

    Ancora Primavera

    C'era profumo di limoni, un profumo strano per una citt

    come Milano.

    La piazza era illuminata a met.

    Met al sole, met in ombra, il bianco e il nero.

    E' una piazza strana di Milano. Tre banche, una per lato,

    una chiesa sull'ultimo. Granito, marrone, marmo lavorato,

    mattoni rossi. Quattro stili architettonici, un disastro

    apparente, per chi non sa trovare il filo conduttore.

    Qualche sindaco ci ha messo delle piante, che fanno una

    fatica pazzesca a sembrare felici di essere state piantate

    dentro a tutto quel cemento. Un altro sindaco ci ha messo

    delle panchine, dimenticando che sono sempre meno i

    milanesi che si siedono, a guardare la vita degli altri.

    Sono belle panchine, di pietra. Larghe. Ci si sta seduti che

    una meraviglia, pensava lui. E tra l'altro, ci sta il giornale,

    il caff preso al bar davanti alla chiesa. Conosceva quella

    piazza solo di domenica mattina. Quando bisogna fuggire

    dalla citt, per il troppo caldo, o per la troppa malinconia,

    e tutti corrono verso il mare. E lui si faceva trovare li in

    mezzo, insieme ai piccioni e a qualche disperato turista.

  • 33

    Profumo di limoni. Un profumo davvero strano per una

    citt come Milano.

    Aveva appoggiato l'orologio, con la sua piccola scatola

    azzurra, sulla panchina, di fronte a lui. Ci sarebbe stato da

    studiare cosa dire, da preparare un discorso per

    accompagnare il suo stupore mentre apriva la scatola.

    Quando l'aveva stupita, per la prima volta, era gi buio da

    un pezzo, in una sera davvero fredda.

    E le aveva portato un regalo.

    L'unico.

    Fino ad oggi.

    Lei aveva aperto la scatola, e le si era illuminato prima il

    sorriso, poi gli occhi. Che lo avevano guardato.

    Disperati.

    Di felicit.

    Ti prego, avrebbe dovuto dire lei,

    non farmi questo.

    Non lasciare che io mi stupisca. Non lasciare che io senta

    tutto il bisogno che ho di stupirmi. Non farlo.

  • 34

    Ti giuro, avrebbe dovuto dire lui, che per questa luce che ti

    ha bagnato gli occhi

    adesso,

    qualcuno potrebbe credere che si possa anche vivere una

    vita intera.

    Ma non le disse nulla. Sorridendo, pensava di non aver

    mai vissuto di

    luce riflessa.

    Forse, un giorno, sarebbe arrivato il momento.

    Quello era stato l'unico regalo. Una scatola di cartone, un

    paio di pantaloncini, e l'essere stati in silenzio a godersi i

    propri pensieri.

    Qualche turista anche oggi, a cercare il sole, osservando le

    banche che accerchiano la chiesa e San Michele, armato,

    che sembra rimasto l'unico a volerla difendere. Un

    silenzio assordante, perch questi muri alti hanno, da

    anni, tenuto le macchine e le persone rumorose lontano.

    Questa piazza, per chi non sa cercare, non ha niente da

    dare. Come la vita.

  • 35

    Lei camminava verso la piazza, distratta dalle vetrine. Era

    in anticipo.

    Non avrebbe avuto senso, stare ad aspettarlo. Lo faceva

    sempre. Lui non era mai in ritardo.

    Era perennemente in un tempo suo.

    Disordinato anche nel misurare il tempo.

    Sembrava impossibile.

    Sembrava strano, quell'appuntamento, in quella piazza,

    per un regalo. Si era abituata a non avere regole con lui.

    Perch qualsiasi regola si imponeva, era lui ad infrangersi

    maestoso,

    distruggendola, inconsapevole.

    Nessuno pu costruire sul pezzo di mare che diventa

    spiaggia.

    Perch non terra, ancora mare. Solo l'uomo troppo

    sicuro di se, crede di poterlo fare.

    Prima che il mare, inconsapevolmente, distrugga tutta

    quella sicurezza.

    Inutile credere di sapere dove finisce il mare. Se il mare

    a decidere, talvolta, dove finire e dove iniziare.

  • 36

    Era assurdamente straordinario, in effetti, osservare come

    fosse stata lei, alla fine, quella a

    doversi

    misurare con lui.

    Per la prima volta nella sua vita, aveva un uomo che

    badava a se stesso.

    Da solo.

    E che non era assolutamente capace di farlo, come tutti gli

    altri. Ma non si poneva assolutamente il problema.

    Che la calmava, con le sue parole, la dissetava, con le sue

    spalle, la riportava in un tempo in cui, tutte, dovrebbero

    essere dondolate perennemente.

    Si era spaventata, qualche tempo fa, poco dopo una delle

    sue fughe.

    Lo osservava dalla finestra, correre leggero verso il viale.

    Sospettando, solo per un instante, che non sarebbe

    tornato pi,

    si era sentita di nuovo

    sola.

  • 37

    Di quella solitudine che le faceva male, bruciando sulle

    ferite che quell'anello le ricordava.

    E si era spaventata, nel sentirsi sola. Nel non poterlo

    raggiungere, adesso, in quella sua fuga, per fermarlo.

    Resta,

    ti prego,

    fermati.

    Ho bisogno di te.

    Non lo aveva mai detto a nessuno. Se non ha se stessa. Si

    era davvero spaventata. E da quel momento aveva capito,

    senza accettarlo,

    che l'amore ha una metrica davvero strana, una lingua

    davvero ostica, un percorso davvero insensato. L'amore.

    Che poi uno solo, come il mare.

    Guardava due piccioni rincorrersi. Forse un maschio e

    una femmina. Odiava i piccioni, senza forse averci mai

    pensato davvero prima.

  • 38

    Aspettava lei, fumando seduto sulla panchina. L'avrebbe

    vista entrare nella piazza. Bianca e nera, nella luce e

    nell'ombra.

    Adoravano stare al buio.

    Perch certe parole arrivano solo al buio.

    Tutti volevano vederla, nella luce.

    Tutti avevano voluto vederla, illuminata dalla luce e dal

    desiderio.

    Lui no.

    Voleva sentirla,

    sussurrarle parole lunghissime,

    in un buio avvolgente e leggero, come un signorile

    abbraccio.

    Tutte volevano essere viste, nella luce. Lei sapeva di loro.

    Del loro desiderio di vederla desiderare. Un gioco di

    sguardi in cui la luce indispensabile.

    Quando lui scelse il buio, aveva capito di quel suo avere

    bisogno di lei. Ma non di lei. Della sua anima.

  • 39

    Questa piazza era bella, perch era luce ed era ombra.

    Questa piazza era bella, in fondo, perch stava arrivando

    lei.

    A questo si era abituato. La sua bellezza era come una

    mano, che accarezzava le cose intorno.

    L'amore per una donna, che poi uno solo,

    perch una sola la mano che

    sfiorando il mondo,

    pu rendere tutto questo bello come gli occhi che lo

    guardano.

    Entrando nella piazza si chiese se fosse normale sentire

    quel desiderio, bruciante, folle, immaturo, egoista. Nel

    vederlo, si era sentita subito riparata, da tutta quella,

    troppa, luce.

    Sorrideva, lui sorrideva raramente. E solo per lei. Restava

    seduto su quella panchina, con l'espressione sospesa di

    chi deve dire molte cose, ma vuole dirne solo una.

  • 40

    Osservandola entrare nella piazza, si era sentito calmato.

    Nel respiro, nel pensiero, nel cuore.

    Camminava talmente bene, da rendere perfetto il gesto di

    camminare. Nonostante quella sua abitudine ai tacchi,

    infiniti. Come se volesse stare lontano da terra.

    Non sorrideva, guardandolo. Rendeva belle anche le

    piante, impaurite dall'inverno e dalla citt.

    Si era seduta vicino a lui, li divideva una strana scatola

    azzurra.

    Sembrava un vasetto. Senza nessuna pianta.

    Lui sentiva, adesso,

    forte,

    il suo profumo.

    Dolce, avvolgente.

    I limoni, strani profumi per una citt come Milano, erano

    scomparsi.

    Adesso era il suo profumo. Era il suo profumo, che lui

    trovava, qualche volta, nei posti pi inaspettati.

  • 41

    In un supermercato, in una farmacia, su un tram. Ed era

    bellissimo constatare come si possa stare bene, di colpo,

    in un supermercato, in una farmacia, su un tram.

    Lei guardava la scatola.

    Lui guardava lei.

    Le disse:

    aprila.

    Sottovoce.

    Lei appoggi, lentamente, un bacio sulle sue labbra.

    Quella cosa per cui, in fondo, bisognerebbe lottare fino

    alla morte.

    Le sue mani piccole, cercavano l'inizio della carta azzurra.

    L'anello con il diamante scivolava, seguendo le mani.

    Sembrava, a stare ai rumori, che la citt si fosse fermata.

    Nel mezzo di un pomeriggio in cui la primavera stava

    succedendo a Milano.

    Prima di guardare dentro, lei lo prese per mano.

  • 42

    C'erano momenti in cui si parlavano il meno possibile,

    consapevoli di quanto una sola parola potesse essere

    ospite

    non gradito,

    al banchetto della perfezione.

    Si guardarono.

    Un'altro bacio, appoggiato ancora sulle labbra.

    Aveva una dolcezza infinita, a volte, nel baciarlo.

    Spiazzante, se dato dalla stessa persona che lo mordeva

    con una forza incredibile nel buio delle notti.

    Lui sent chiaramente il cuore rallentare, il senso

    liberatorio di averle detto "ti amo".

    L'immagine del suo sorriso, che in pieno inverno aveva

    illuminato il viale.

    Facendogli capire che, qualsiasi strada avesse preso,

    avrebbe dovuto tornare da lei. Da quel sorriso. Si sentiva

    respirare calmo.

  • 43

    Era l'effetto che lei faceva.

    Alla sua vita.

    Al suo disordine.

    Non lo cambiava, non lo assecondava, non lo tollerava, lo

    abbracciava, semplicemente.

    Tutto intorno, oggettivamente, la citt sembrava ferma.

    Aprendo la scatola si accorse di quanto bisogno aveva, di

    quei regali disordinati, portati dalla corrente. Come

    conchiglie.

    Di quel suo respirare calmo, adesso di fronte a lei. Lei

    aveva bisogno. Spiazzante.

    Ma vero.

    Mente lei apriva la scatola si accorse di quanto lui avesse

    bisogno di quegli occhi,

    in cui tornare.

    Da cui allontanarsi solo per poterci tornare, ogni volta,

    come le maree.

    Aveva creduto di aver bisogno della sua bellezza, per

    qualche notte.

  • 44

    Per poi capire di aver bisogno della sua anima.

    Non ci si aggrappa a una bellezza effimera, non ci

    dovrebbe mai aggrappare solo

    a una bellezza.

    Ci si aggrappa a un'anima, quando si capisce di averne

    avuto bisogno da sempre.

    Mentre lei apriva la scatola, si sent dire:

    andr via per qualche giorno.

    Quando avrebbe dovuto dirle: torner ancora.

    Torner sempre.

    Lei aveva solo alzato gli occhi, arretrando

    impercettibilmente a quelle sue parole.

    Ancora una volta.

    Via.

    In fondo il mare non si pu fermare.

    Aveva riabbassato gli occhi. Non aveva nulla da

    rispondere.

    Tolse il coperchio.

  • 45

    Ecco cos'era quell'odore di limoni, pensava, in mezzo al

    cuore della citt.

    Ecco cos'era quel vento, finalmente fresco e non gelido.

    Tutto il mare in una

    piccola

    scatola,

    azzurra.

    Forse non era, esattamente, un regalo.

    Era pi una promessa.

    Forse non era un orologio.

    Era un modo, tra i pi semplici, di misurare qualcosa.

    Che, altrimenti, non sarebbe mai entrato in una

    piccola

    scatola

    azzurra

    che assomigliava a un vaso.

  • 46

    Era una promessa.

    Saranno tue tutte le mie tempeste,

    saranno tue tutte le mie maree,

    saranno tue tutte le mie correnti.

    Saranno tue,

    ma nessuno stato mai proprietario del mare.

    Sar il mare,

    in effetti,

    a tornare,

    sempre e comunque.

    Sar il mare,

    a bagnarti,

    sempre e comunque.

    Sar il mare,

    a decidere, dove inizia e dove finisce,

    il tuo costruire silenzioso.

  • 47

    Sar il mare,

    a misurare il tempo.

    Il mare non ha inizio e non ha fine.

    Credono tutti.

    Solo alcuni, scogli verdi come occhi,

    sanno che tutto questo ha un senso

    una ragione

    La ragione per la quale, in fondo, varrebbe la pena vivere.

  • 48

    Marzo 2013

    Milano, inaspettatamente primaverile

    www.ilnuovobradipo.com