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1 1. La prima raccolta montaliana, Ossi di Seppia, esce nel 1925 e raccoglie poesie che testimoniano un retroterra, psicologico più che squisitamente culturale e letterario, (famosa e forse troppo prononcée la formula continiana di un "primum esistenziale" 1 ) diverso e isolato, diviso tra adesione panica alla natura e necessità della scelta, fra attesa del prodigio che salvi dall'inerzia e dalla mancanza di senso e fallimento incombente. Gli Ossi sono dominati da una volontà di negazione e di confronto con ciò che Montale definisce "necessità"; è un atteggiamento affine, come vedremo, (ma con alcune significative differenze), alle posizioni contingentistiche di Boutroux, ma anche latamente leopardiano: "sono un albero bruciato dallo scirocco anzi tempo", scrive all'amico Sergio Solmi; nel personaggio autobiografico della poesia Arsenio [...] e se un gesto ti sfiora, una parola ti cade accanto, quello è forse, Arsenio, nell'ora che si scioglie, il cenno d'una 1 G. CONTINI, Montale e "La bufera", in Altri esercizi, Torino, Einaudi, 1972, p. 147.

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1. La prima raccolta montaliana, Ossi di Seppia, esce nel 1925 e raccoglie poesie

che testimoniano un retroterra, psicologico più che squisitamente culturale e letterario, (famosa e forse troppo prononcée la formula continiana di un "primum esistenziale"1) diverso e isolato, diviso tra adesione panica alla natura e necessità della scelta, fra attesa del prodigio che salvi dall'inerzia e dalla mancanza di senso e fallimento incombente. Gli Ossi sono dominati da una volontà di negazione e di confronto con ciò che Montale definisce "necessità"; è un atteggiamento affine, come vedremo, (ma con alcune significative differenze), alle posizioni contingentistiche di Boutroux, ma anche latamente leopardiano: "sono un albero bruciato dallo scirocco anzi tempo", scrive all'amico Sergio Solmi; nel personaggio autobiografico della poesia Arsenio

[...] e se un gesto ti sfiora, una parola ti cade accanto, quello è forse, Arsenio, nell'ora che si scioglie, il cenno d'una

1 G. CONTINI, Montale e "La bufera", in Altri esercizi, Torino, Einaudi, 1972, p. 147.

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vita strozzata per te sorta, e il vento la porta con la cenere degli astri. l'espressione "vita strozzata" è la stessa impiegata da Croce per Leopardi nel

saggio contenuto in Poesia e non poesia del vicino 1923. 1.1. Il titolo allude ai residui che il mare getta a riva, detriti insignificanti che sono

la figura di esistenze mancate (Rottami era uno dei titoli progettati per la raccolta); gli Ossi sono “il relitto di un’appercezione futile, vana, fallita, di un esame sterile del mondo”2. Il mare del resto è percepito in modo contraddittorio "perché dal mare l'io si sente quasi risucchiato, potentemente, come dall'elemento mitico per eccellenza vitale, ma insieme ne è rifiutato, espulso, confinato a terra; il mare è dunque la pienezza, l'integrità impossibile, quella della Vita stessa, contemporaneamente cantata a piena voce e negata al soggetto che la canta"3. Per Contini, secondo me con un maggiore avvicinamento al bersaglio, la lirica Mediterraneo rappresenta il risultato di uno sforzo inane di rappresentazione simbolica: per Montale la vista del mare “è sterile, la descrizione che egli ne cava inutile e non gli conferisce una soddisfazione ontologica”4.

1.2. Montale ha detto in una importante autointervista del 1946: "mi pareva di vivere sotto a una campana di vetro, eppure sentivo di essere vicino a qualcosa di essenziale. Un velo sottile, un filo appena mi separava dal quid definitivo. L'espressione assoluta sarebbe stata la rottura di quel velo, di quel filo: una esplosione, la fine dell'inganno del mondo come rappresentazione"5.

2.1. Il lessico è schopenhaueriano, anche se in questa autointervista Montale, con il suo solito understatement, riduceva la possibile incidenza di letture filosofiche nella genesi degli Ossi: "Direttamente io conosco pochi testi dell'esistenzialismo, ma lessi molti anni fa qualche scrittore come Scestov, un kierkegaardiano molto vicino alle posizioni di questa filosofia [...] forse negli anni in cui composi gli Ossi di seppia [...] agì in me la filosofia dei contingentisti francesi, del Boutroux soprattutto [...]. Il miracolo era per me evidente come la necessità. Immanenza e trascendenza non sono separabili"6.

2.2. Sappiamo in realtà grazie al Quaderno genovese, un taccuino di appunti del

2 G. CONTINI, La personalità e l’arte di Montale [1975], in Postremi esercizî ed elzeviri, Torino, Einaudi, 1998, p. 135. 3 P. V. MENGALDO, L'opera in versi di Eugenio Montale, in Letteratura italiana, diretta da A. Asor Rosa. Le opere, IV, Il Novecento, t. I, L'età della crisi, Torino, Einaudi, 1995. 4 G. CONTINI, La personalità e l’arte di Montale, cit., p. 136. 5 Intenzioni. Intervista immaginaria, in Sulla poesia [=SP], Milano, Mondadori, 1976, p. 562. 6 Intenzioni, cit. p. 564.

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19177, che il giovane Montale leggeva molto e disordinatamente, magari i libri della sorella Marianna, che studiava filosofia e stava lavorando a una tesi sul filosofo idealista Lachelier8.

2.2.1. Solo per dare un'idea, vediamo la lista dei quaranta libri da portare con sé in un romitorio che Montale stilò un po' per gioco nel Quaderno: "una scelta da Descartes, Spinoza, Schopenhauer, Bergson. I Vangeli, Epitteto” e poi alla rinfusa Tolstoi, Flaubert, Baretti, Dante, Leopardi, Tasso, ecc.9

2.3. In più occasioni Montale cercò di attenuare il peso delle letture filosofiche nella sua opera: "la mia cultura filosofica è modesta e non è neppure di prima mano" (Auto da fè); "mia sorella studiava filosofia. Qualcosa più del nome di Boutroux e di Bergson mi sarà passato tra le mani. Ma aggiungerei Lachelier"10; "agli inizi ero scettico, influenzato da Schopenhauer"11; ecc.

2.4. Anche se Montale si difende come può, comincia dunque a delinearsi una mappa di letture: un po' di Platone (nella traduzione di Francesco Acri), Cestov, Schopenhauer, Lachelier, Boutroux, Bergson. Il poeta degli Ossi sente delle affinità con pensatori, diciamolo all'ingrosso, che tendono alla svalutazione della realtà esterna alla coscienza e alla riduzione della scienza a conoscenza falsa o propedeutica; non condivide però il finalismo religioso. Il nome di Lachelier si può riportare all'interno di una concezione antipositivistica che rimarrà costante in Montale: "ogni manifestazione è estrinsecazione di ciò che nella sua radice è libertà spirituale"12. L'influenza di Bergson nelle arti è stata enorme (il concetto di durée interiore, ecc.) e neppure Montale sarà stato esente dal contagio, anche se in Auto da fè semina dubbi sull'élan vital: "privilegiare l'energia anziché la ragione idealistica o Dio sconosciuto non sana alcun dissidio", producendo semmai un semplice "mutamento di etichetta".

Il contatto con Boutroux risiede nella critica montaliana alla concezione secondo la quale la realtà sarebbe soggetta al principio della necessità; la libertà lampeggia come "un miracolo improbabile dell'individuazione, come un salto [...] al di là delle sorti biologiche"13. Secondo Boutroux il fondo dell'essere è dominato da una spontaneità creatrice e la natura appare una gerarchia di forme ordinata secondo un principio finalistico: al di sopra del mondo della quantità, che è pura necessità, ci 7 Quaderno genovese, a cura di L. Barile, Milano, Mondadori, 1983, ora in Il secondo mestiere. Arte musica società, a c. di G. Zampa, Milano, Mondadori, 1996 [=AMS]. 8 Jules Lachelier (Fontainebleau 1832-1918). 9 AMS, pp. 1296-7. 10 Ho scritto un solo libro [1975], AMS, p. 1720. 11 "Gazette Littéraire de Lausanne", 2, 1965. 12 P. MONTINI, Montale poeta metafisico, "Aquinas", XXII, 2, maggio-agosto 1979, p. 203. 13 P. BONFIGLIOLI, Pascoli, Gozzano e Montale, "Il Verri", 4, 1958, p. 4.

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sono il mondo della vita e dello spirito, area della libertà. Il concetto di contingenza, cioè di ciò che può anche non essere, è connesso con casualità e libertà: la stessa scienza costruisce i propri modelli partendo dalla necessità ma spingendosi, come l'anguilla montaliana, nelle più concrete determinazioni, "di ramo in ramo e poi / di capello in capello [...] sempre più addentro, sempre più nel cuore / del macigno", si allontana dalla necessità e dalla evidenza logica e costruisce ora modelli meno rigidi in cui la concretezza procede in ragione inversa del rigore: la necessità si rompe sotto l'azione della libertà nella contingenza.

2.3. La grandezza e il timbro della poesia degli Ossi derivano dal richiamo a una dimensione chiusa e tradizionale del metro (in questo senso il modello principale era Camillo Sbarbaro), e dall'incontro di tendenze diverse tra loro, quali l'espressionismo e il simbolismo-crepuscolarismo: è uno scontro voluto con forza, che attualizza la lezione di Gozzano (il primo, come dice una fortunata formula dello stesso Montale, che seppe dare "scintille facendo cozzare l'aulico col prosaico") e che dà la possibilità di calare le tematiche dell'uomo fallito, indeciso, esiliato, sul limite del favoloso mondo infantile e del disingannato mondo adulto, in una poesia perentoria, epigrafica, ribattuta. È "uno stile nient'affatto disgregato e smozzicato, anzi quanto mai compatto, assertivo, deciso, insomma eloquente", in cui convivono "uno spirito che nega" e "una pronuncia fortemente asseverativa e rotonda, che già si era data in altri modi in padri fondatori quali Leopardi e Baudelaire"14.

3. Vediamo un celebre esempio di questo stile: Meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro d'orto, ascoltare tra i pruni e gli sterpi schiocchi di merli, frusci di serpi.

14 P. V. MENGALDO, L'opera in versi, cit. Berardinelli ha accennato all’attraversamento montaliano di un D’Annunzio non più temibile (come era per Gozzano, costretto al falsetto e alla stilizzazione) e quindi ridotto a “calco neutro, repertorio di forme lessicali e metriche: straniate non per ironia, ma per sottrazione disforica. Fra Montale e D’Annunzio non c’è Gozzano, c’è piuttosto Camillo Sbarbaro. Negli Ossi c’è un’ironia atonale che tuttavia, nonostante le dichiarazioni montaliane in contrario, non rifiuta certi pesanti addobbi stilistici e un certo sfarzo sinistro [...]. Quasi un D’Annunzio senza desideri, e cioè impensabile. Un D’Annunzio smorto, incolore, afono [...]: gotico, più che greco” (Quando nascono i poeti moderni in Italia, in La poesia verso la prosa, Torino, Bollati Boringhieri, 1994, pp. 98-9). D’Annunzio afono; buona, ma non è farina del sacco di Berardinelli. La boutade è dello stesso Montale: alcune liriche di Cardarelli - scriveva sul “Corriere della sera” del 16 giugno 1959 - «come la famosa Adolescente, fanno pensare a un D’Annunzio colto da una improvvisa e fortunata afonia» (Una voce isolata, in Il secondo mestiere. Prose 1920-1979, a cura di G. Zampa, 2 voll., Milano, Mondadori, 1996 [=SM], II, p. 2193)

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Nelle crepe del suolo o su la veccia spiar le file di rosse formiche ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano a sommo di minuscole biche. Osservare tra frondi il palpitare lontano di scaglie di mare mentre si levano tremuli scricchi di cicale dai calvi picchi. E andando nel sole che abbaglia sentire con triste meraviglia com'è tutta la vita e il suo travaglio in questo seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia. Ecco un altro esempio meno famoso: una strofa di Crisalide: Ah crisalide, com'è amara questa tortura senza nome che ci volve e ci porta lontani - e poi non restano neppure le nostre orme sulla polvere; e noi andremo avanti senza smuovere un sasso solo della gran muraglia; e forse tutto è fisso, tutto è scritto, e non vedremo sorgere per via la libertà, il miracolo, il fatto che non era necessario! 3.1. Vige qui una delle tante incarnazioni dell’opposizione fondamentale degli

Ossi: muro, muraglia (il muro dell'evidenza e della stretta causalità) / libertà, miracolo. Da una parte c'è il muro della realtà-necessità, dall'altra il varco della libertà, del miracolo.

Muro e miracolo provengono dalla prosa di alcuni russi, per esempio da Dostoevskij (Montale dirà nel 1960 che esistono "poeti più filosofi dei filosofi: per esempio Dostoevskij"15) e da un'ammiratore di Dostoevskij, il citato Cestov, il quale 15 Dialogo con Montale sulla poesia, AMS, p. 1606.

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nelle Révelations de la mort, libro del 1921, dichiarava di diffidare della scienza creata dalla coscienza comune e in generale della scienza (che trasforma il contingente in necessario), e criticava la legge kantiana della ragione stabilizzante e lo stesso principio aristotelico di non contraddizione.

3.2. Secondo Cestov Dostoevskji nell'Idiota voleva far penetrare, in una storia retta dal principio della causalità, degli eventi che non vi potevano entrare, con la segreta speranza che le leggi della logica, non potendo resistere a quella formidabile pressione, cedessero di colpo e si spezzassero, facendo apparire la seconda dimensione del tempo. Gilberto Lonardi ha ricordato quanto questa filosofia - che chiama "orientale" - persista fino nelle pieghe dell'ultimo Montale, sempre più fuori dello storicismo occidentale16: nel 1972 diceva appunto: "questa base storicistica è stata per molti anni accettata non da tutti ma da molti, ed è un prodotto tipicamente europeo [...] in questo senso non mi sento affatto storicista [...] è esistito un certo europeismo culturale che non ha però coperto tutta l'area del pensiero occidentale, perché basta risalire da Kierkegaard su fino ad Heidegger, ed anche a Cechov e a molti altri; è insomma esistito tutto un vigoroso e notevole antistoricismo di cui in Italia si sono avuti pochi riflessi. Ci sono stati dei critici, Tilgher e altri, il mio caro vecchio amico Giuseppe Rensi che propugnava lo scetticismo integrale"17.

3.3. Montale disse più tardi di non aver capito da giovane Dostoevskij perché ne parlava come ne avevano parlato i rondisti18; in realtà all'altezza di Crisalide (1924) Montale ha imparato a opporre al classicismo del rondismo, diffidente di ogni spessore ideologico-filosofico della scrittura, un anticlassicismo molto attento alla "filosofia": dunque Cestov che media Dostoevskij e Tolstoj, Schopenhauer, Boutroux, Lachelier, ecc., tramite anche, come si è accennato, la sorella studiosa di filosofia.

4. Leggiamo un'altra poesia degli Ossi: Forse un mattino andando in un'aria di vetro, arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore di ubriaco. Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto alberi case colli per l'inganno consueto. Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto

16 G. LONARDI, Il Vecchio e il Giovane e altri studi su Montale, Bologna, Zanichelli, 1980, p. 44. 17 La letteratura europea degli anni Settanta, AMS, p. 1581. 18 Cfr. Intenzioni, cit. p. 566.

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tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto. 4.1. Si tratta di una esperienza non rarissima, che può trovare riscontri filosofici e

letterari, perché questa forma di allucinazione psichica ha luogo in un'antropologia dell'immaginazione e in varie formulazioni concettuali della "rappresentazione" (anche nell'accezione schopenhaueriana). Ma anche qui, come è stato ben argomentato da Sanguineti19, agisce una lettura russa, quella dei Racconti autobiografici di Tolstoj: "immaginavo che fuori di me nessuno e nulla esistesse in tutto il mondo, che gli oggetti non fossero oggetti, ma immagini, le quali mi apparivano solo quando vi fissavo l'attenzione, e che appena cessavo di pensarci quelle immagini subito svanissero. In una parola mi trovavo d'accordo con Schelling nel ritenere che esistono non gli oggetti, ma il nostro rapporto con essi [...] rapidamente mi voltavo dalla parte opposta, sperando di sorprendere il nulla, là dove io non ero"20. E d'altronde ancora Cestov poteva informare Montale della terribile "seconda vista" che l'Angelo della morte consegna ad alcuni uomini, un paio d'occhi che contraddicono la vista antica e naturale, che permettono di vedere delle cose nuove e strane e di capire che tali cose per loro esistono non necessariamente, ma "librement"21.

5. Dicevamo della decisione dello stile, una volizione in felice disarmonia con la febbrile negatività delle tematiche. Non si deve dimenticare che ben presto gli spettri del fallimento esistenziale devono convivere, dopo una primissima fase antiborghese e avanguardistica (Montale ricorda nell'autointervista citata che le prime cose che scrisse erano testi di tipo "fantaisiste o se si vuole, grottesco-crepuscolare"22), con l'elogio della concretezza e della chiarezza: sta sorgendo all'orizzonte Benedetto Croce. È una placcatura etica molto forte, che emerge sotto forma di un neokantismo rafforzato dalla lettura della rivista "Coenobium", dalla frequentazione di amici gobettiani e dall'insegnamento genovese del citato Giuseppe Rensi. La stessa lettura di Boutroux (che era stato allievo del neokantiano Renouvier) lo spingeva nella medesima direzione: nella polemica antipositivista e nella proposta contingentista del filosofo francese, che contrappone alla "necessità" delle leggi naturali una libertà interiore che può vittoriosamente sfidarle, uno spazio particolare ha certo il volontarismo etico.

19 Cfr. E. SANGUINETI, Forse un mattino andando, in Letture montaliane, Genova, Marietti,1977; anche ID., Forse un mattino andando, "Paese sera", 30 dicembre 1976, poi in Giornalino secondo 1976-1977, Torino, Einaudi, pp. 148-50. 20 Montale lesse questo Tolstoj probabilmente nell'edizione Treves del 1921. 21 Cfr. G. LONARDI, Il Vecchio e il Giovane, cit. 22 Intenzioni, cit. p. 562.

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6. In un'altra intervista Montale ricorda che tra le sue prime letture ci fu La réligion di Loisy, autore di moda in una Genova «piena di “modernisti”»23; probabilmente attraverso il modernismo si è avvicinato ai citati Boutroux e Bergson. Di Boutroux Montale conobbe forse La natura e lo spirito e altri saggi, tradotto da Papini nel 1909, e La contingenza delle leggi di natura. La lettura di Montale attua, come si è detto, una correzione del contingentismo, che appare privato degli elementi di finalismo religioso (l'universo come una serie di mondi irriducibili l’uno all’altro e costituenti una gerarchia che come fine ha Dio). Ancora in un’intervista il poeta precisava che la poesia degli Ossi "in sede, diciamo così, 'filosofica' era anche il rifiuto di una spiegazione razionale, oppure fideistica, del mondo"24. La gnoseologia montaliana è aliena da ogni forma di idealismo ottimistico e di storicismo assoluto; c'è piuttosto un fondo leopardiano che nega ogni apparenza di bontà, di bellezza, di positività per scorgere, come si è già detto, un inganno, un trucco della rappresentazione. A queste conclusioni scettiche Montale arriva attraversando il continente leopardiano-schopenhaueriano, cogliendone la lezione negativa, l'ateleologia della natura e della storia, l'ascesi dell'Entsagung.

6.1. Nella sua celebre Presentazione di Svevo del 1926 Montale scrive tra l'altro che la Coscienza di Zeno è "l'epica della grigia causalità della nostra vita di tutti i giorni, rotta dal balenare improvviso di una contingenza non meno cieca e misteriosa25"; nel passo è evidente l'uso di un lessico mutuato da Boutroux e maneggiato per rispondere in modo non semplicemente oppositivo al positivismo. Che non si nega semplicisticamente, in una fuga magari ingenuamente irrazionalistica, opzione sempre rigettata sia nella prosa che nella pratica poetica (Montale inserisce se stesso in una tradizione che "non elimina, cioè, il controllo della ragione ma cerca di superarlo sconfinando su un altro piano, che è appunto quello dell'intuizione alogica della lirica"26), ma che cerca di trasformare in qualcosa di più complesso il totale determinismo, "di quel tanto che almeno basti a salvare dalla totale asfissia la persona. Che vuol dire [...] l'attesa di cieche e misteriose eccezioni dalla stessa crudele signoria della necessità-causalità"27.

7. Libertà, necessità, caso, miracolo. La posizione di Montale di fronte alla grande domanda metafisica sul senso della realtà e alla risposta bipartita di immanenza o trascendenza28 è particolare; Montale denuncia questa pretesa perché, come abbiamo

23 Ho scritto un solo libro, cit., p. 1720. 24 A vent'anni sapevo soltanto ciò che non volevo, AMS, p. 1680. 25 Presentazione di Italo Svevo, SM, I, p. 97. 26 Confessioni di scrittori (Interviste con se stessi), AMS, p. 1594. 27 G. LONARDI, Il Vecchio e il Giovane, cit. p. 29. 28 Alla buona: immanente è ciò che, facendo parte della sostanza di una cosa, non sussiste fuori

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visto, ritiene che immanenza e trascendenza non siano separabili. Accetta del positivismo la quantità sufficiente che serve a curare "le sbornie della facile filosofia della natura" e a garantire "l'autonomia delle scienze esatte"29, ma non un grammo di più. Si chiede quale sia il destino della Filosofia dello Spirito, "che è monistica e non ammette nulla che stia fuori, o al di sopra della Ragione", soggiungendo: il guaio è "che dal monismo non si esce o quando se ne esce [...] si ricade in una realtà storica dalla quale è arbitrario risalire a un concetto unico che comprende tutto e abbraccia tutto [...] La verità è che dai sistemi chiusi si discende, non vi si risale. Analoghe difficoltà presenta un'altra filosofia chiusa: il cosiddetto materialismo storico o dialettico, in cui lo Spirito si fa materia conservando le stesse caratteristiche di universale e ipotetico coperchio"30. Il suo antistoricismo31 lo induce a scrivere di non essersi mai rassegnato al tempo cronologico, "ed è questa congenita diffidenza che mi ha sempre tenuto lontano da ogni integrale storicismo, materialista o dialettico che sia"32: si veda La storia (Satura):

La storia non si snoda come una catena di anelli ininterrotta. In ogni caso molti anelli non tengono. La storia non contiene il prima e il dopo, nulla che borbotti a lento fuoco [...] La storia non è poi la devastante ruspa che si dice. Lascia sottopassaggi, cripte, buche e nascondigli [...] La storia gratta il fondo come una rete a strascico con qualche strappo e più di un pesce sfugge [...]

della cosa stessa; trascendente ciò che è al di là di un certo limite, assunto come misura o come punto di riferimento (cfr. N. ABBAGNANO, Dizionario di filosofia, Torino, UTET, 1971, ad. v.) 29 L'estetica e la critica (1962), in SP, p. 137. 30 Difficile distinguere l'arte della poesia, SP, pp. 150-1. 31 Lo storicismo nell'accezione hegeliana e poi crociana ritiene che la realtà sia storia (cioè svolgimento razionalità e necessità) e che ogni conoscenza sia conoscenza storica. 32 Nel nostro tempo, p. 8. Antistoricismo in cui Montale è forse un po' debitore della concezione rensiana della storia come caso (cfr. Filosofia dell’assurdo, 1937).

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Se per Montale, come si è visto, immanenza e trascendenza non sono separabili,

"farsi uno stato d'animo della perenne mediazione dei due termini, come propone il moderno storicismo, non risolve il problema o lo risolve con un ottimismo di parata"33.

8. Facciamo un ulteriore salto, alla quinta raccolta montaliana, il Diario del '71 e del '72 e leggiamo la poesia intitolata Presto o tardi:

Ho creduto da bimbo che non l'uomo si muove, ma il fondale, il paesaggio. Fu quando io, fermo, vidi srotolarsi il lago di Lugano nel vaudeville di un Dall'Argine che probabilmente in omaggio a se stesso, nomen omen, non lasciò mai la proda. Poi mi accorsi del mio puerile inganno e ora so che volante o pedestre, stasi o moto in nulla differiscono. C'è chi ama bere la vita a gocce o a garganella; ma la bottiglia è quella, non si può riempirla quando è vuota. 8.1. L'inganno puerile che separa il regno delle ali da quello dei piedi, del

muoversi da quello dello stare si riproduce lungo tutta la poesia di Montale: basti solo accennare alle figure del volo negli Ossi, per esempio in Esterina, la ragazza contemplata nel tuffo:

[...] esiti a sommo del tremulo asse, poi ridi, e come spiccata da un vento, t'abbatti tra le braccia del tuo divino amico che t'afferra. Ti guardiamo noi, della razza di chi rimane a terra. e soprattuto nelle Occasioni e nella Bufera, in particolare nell’only begetter Clizia,

la donna trasformata presto nella trasmigratrice Artemide:

33 Intenzioni, cit., p. 565.

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Ti libero la fronte dai ghiaccioli che raccogliesti traversando l'alte nebulose; hai le penne lacerate dai cicloni, ti desti a soprassalti. Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo l'ombra nera, s'ostina in cielo un sole freddoloso; e l'altre ombre che scantonano nel vicolo non sanno che se qui. 8.2. Montale ha assegnato un ruolo importantissmo alla donna chiamata Clizia,

grazie alla quale vicariamente ha consumato (e bruciato) nella forma l'esperienza della salvezza, prima individuale (Occasioni) e poi collettiva (Bufera), e quella dell'orgoglioso stacco dalla necessità e della erosione del tempo profano. È una sfinge che nella poesia Iride a un certo punto abbandona l'oriente per illuminare i ghiacci e le brume del Nord e “torna a noi come continuatrice e simbolo dell'eterno sacrificio cristiano. Paga lei, sconta per tutti. E chi la riconosce è il Nestoriano, l'uomo che meglio conosce le affinità che legano Dio alle creature incarnate, non già lo sciocco spiritualista o il rigido e astratto monofisita”34.

8.3. È una "donna, molto più che angelica, numinosa": caratterizzata da "luminosità, pulsione celestiale a salvare, estraneità al mondo", ma anche da "assenza, freddezza, durezza, tratti demoniaci". "In questo personaggio Montale sviluppa potentemente il motivo, già accennato negli Ossi, della donna salvifica, ma senza alcun retrogusto neo-stilnovista o prerafaelita: sensibilità a parte, il fatto è che Clizia non dispensa salvezza, è salvezza oltremondana che i mondani possono solo intravedere e inseguire; la distanza dal mondo e dallo stesso deuteragonista, l'intermittenza - che può essere, letteralmente, fulminante - delle apparizioni e degli incontri, la chiusura in sé, ecc. che la caratterizzano, significano anche questo"35.

Il nosto eroe invece è continuamente alle prese con i testimoni grevi, spesso materici, della sua appartenenza al solido e al non attraversabile, anche quando, come nel Gallo cedrone (Bufera), il poeta eccezionalmente indossa delle ali. Ma quali ali?

34 Ibid., p. 568. Cfr. Iride (Bufera), v. 14. Montale si dichiara seguace del patriarca di Costantinopoli Nestorio (381-451 ca), promotore di una concezione ereticale secondo cui in Cristo vi erano due nature e due persone, la divina e l’umana, in opposizione all’arianesimo (natura solo divina di Cristo) e al monofisismo. 35 P.V. MENGALDO, L'opera in versi, cit.

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Dove t'abbatti, dopo il breve sparo (la tua voce ribolle, rossonero salmì di cielo e terra a lento fuoco) anch'io riparo, brucio anch'io nel fosso. Chiede aiuto il singulto. Era più dolce vivere che affondare in questo magma, più facile disfarsi al vento che qui nel limo, incrostati sulla fiamma. Sento nel petto la tua piaga, sotto un grumo d'ala; il mio pesante volo tenta un muro e di noi solo rimane qualche piuma sull'ilice brinata [...] 8.3. Ancora un muro, un ostacolo di terra contro libertà e miracolo che il goffo

volo dell'animale e dell'io non vincono (si pensi per un attimo alle Notizie dall'Amiata nelle Occasioni e al mondo oppresso del poeta in cui tra breve dovrebbe rompere l'icona luminosa di Clizia, mondo di cui fa parte "il volo infagottato degli uccelli/notturni"). Quando accade che il poeta tenti di sottrarsi al grave, al pesante, alla goffaggine che guida i gesti dell'albatro di Baudelaire sulla tolda della nave, provoca una parodia del volo. Al poeta appiedato sono ostili il mare, la tempesta, la luce e la folgore, non gli è possibile accedervi ma solo assistere, con la mediazione magica della donna alata, nelle sue varie incarnazioni mitologiche (Artemide, Arianna, Circe, ecc.).

8.4. Ricordo però che, a partire almeno dalla poesia Il ventaglio della Bufera (chiusa dal verso "Muore chi ti riconosce?"), si infittiscono le connotazioni demoniache della figura angelicata, con le quali Montale sottolinea la durezza dell'incontro con l'opposto e i risvolti minacciosi, frustranti di queste occasioni soteriche. Appare ormai in piena luce una tematica compensatoria che tende a rivalutare i valori vitalistici e umilmente terrestri dell'esistenza.

La moglie, vero alter-ego paritetico del poeta, diventa ora protagonista post mortem, in particolare della prima sezione della quarta raccolta, Satura. Mosca è davvero diversa, è un vitale quasi-niente, un insetto, un animale umile (humus), ma in possesso di un diverso sapere, al quale Montale si avvicina progressivamente fino ad introiettarlo nelle ultime poesie. Mosca sa, in modo parodico, ipobolico, "esperienziale", in un prolungamento della giovanile accettazione del paradosso

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cestoviano e dostoevskiano (due più due non fa necessariamente quattro). Peschiamo da Xenia, I, 14:

[...] negano che la testuggine sia più veloce del fulmine. Tu sola sapevi che il moto non è diverso dalla stasi, che il vuoto è il pieno e il sereno la più diffusa delle nubi. Le numerose dichiarazioni di insipienza dell'ultimo Montale sono in realtà

maschere di una docta ignorantia che ora chiede conferme alla Mosca, colei che ha cancellato l'opposizione tra alto e basso, mondo celeste e mondo infero: ancora Satura, Gli ultimi spari:

Moscerino, moschina erano nomi non sempre pertinenti al tuo carattere dolcemente tenace. Soccorrendoci l’arte di Stanislaus poi decidemmo per hellish fly [...] hellish fly, come spiega Montale a Silvio Guarnieri, significa "mosca infernale"36,

un ossimoro sospeso tra volo e cunicoli sotterranei, i "sottopassaggi", le "cripte", le "buche" e i "nascondigli" della poesia La storia.

9. Torniamo dunque a Presto o tardi: qui è il poeta in prima persona che afferma di sapere ("e ora so / che volante o pedestre, stasi o moto / in nulla differiscono"), chiudendo il romanzo mitologico aperto dagli Ossi: questa Gaia Scienza del vecchio37 - ha scritto Lonardi - si nutre della tranquilla quanto paradossale scienza dei morti, precedentemente presenze enormi ed inquietanti, ora invece protagonisti di una eticità larica che ha espunto i voli intermittenti delle dure divinità adulte, circondate da preziosi oggetti «sottratti» alla volgarità della «manifattura»38. Montale evoca sempre più spesso l'infanzia e l'adolescenza, con le loro figure protettive e indulgenti, a cominciare dai familiari: già in Voce giunta con le folaghe (Bufera) a

36 Commento a se stesso, AMS, p. 1524. Stanislaus è il fratello dell’autore di Ulisse. 37 È lo stesso Montale a parlare di "gaia scienza della tarda età" (Una costellazione di armoniche, "Uomini e libri", 1971). 38 F. FORTINI, Montale, in Ventiquattro voci per un dizionario di lettere, Milano, il Saggiatore, 1968, p. 232.

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minacciare l'ombra del padre è proprio quella di Clizia, colei che chiede al figlio di abbandonare i lari e le memorie dell'infanzia per seguire il suo esigente compito di messaggera salvifica:

L'ombra che mi accompagna alla tua tomba, vigile, e posa sopra un'erma ed ha uno scarto altero della fronte che le schiara gli occhi ardenti ed i duri sopraccigli da un suo biocco infantile, l'ombra non ha più peso della tua da tanto seppellita [...] Ma ora spunta la serva barbuta e analfabeta che vegliava il sonno del bambino

Eugenio: Quel che resta (se resta) (Quaderno di quattro anni): la vecchia serva analfabeta e barbuta chissà dov'è sepolta poteva leggere il mio nome e il suo come ideogrammi forse non poteva riconoscersi neppure allo specchio ma non mi perdeva d'occhio della vita non sapendone nulla ne sapeva più di noi [...] torna a saltellare il cane Galiffa, si rifà viva Annetta-Arletta, già presente negli

Ossi, fanciulla ben diversa da Clizia, non alterità ma duplicato del poeta, sua immagine riflessa: Annetta (Quaderni di quattro anni)39, raccolta del 1977:

Perdona Annetta se dove tu sei (non certo tra di noi, i sedicenti vivi) poco ti giunge il mio ricordo. Le tue apparizioni furono per molti anni

39 Poesia che ha permesso di ricostruire un ciclo di Annetta-Arletta negli Ossi e nelle Occasioni: Arsenio, Incontro, La casa dei doganieri, Il balcone. Dietro Arletta c'è Anna degli Uberti (1905-1959), una ragazza che passava le estati a Monterosso, che Montale immagina morta giovane, come la Nerina leopardiana.

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rare e impreviste, non certo da te volute. Anche i luoghi (la rupe dei doganieri, la foce del Bisagno dove ti trasformasti in Dafne) non avevano senso senza di te [...] [...] ero pazzo e non di te, pazzo di gioventù, pazzo della stagione più ridicola della vita. Ora sto a chiedermi che posto hai avuto in quella mia stagione. Certo un senso allora inesprimibile [...] Oggi penso che tu sei stata un genio di pura inesistenza, un'agnizione reale perché assurda [...] Annetta è piccolo lare di consolazione al quale è ricondotto per mano anche dalla

moglie-Mosca. 10. Nell'Intervista immaginaria più volte citata Montale ha segnalato la propria

distanza dalle varie correnti poetiche egemoniche in Italia, a iniziare dall'ermetismo e dalla poesia pura per finire con le avanguardie dinamitarde, persuase della necessità di ascendenza formalistica e ideologica di disautomatizzare il linguaggio standard attraverso la poesia. È stato osservato che le basi della teoria erano deboli perché il linguaggio comune non è affatto "automatico": è anzi probabile che la "poesia" sia piuttosto non ciò che si oppone agli automatismi della lingua di consumo, quanto qualcosa che prosegue e sviluppa il comune linguaggio lungo linee interne e lo specializza in un aspetto che già gli è proprio magari fino alla rottura. La letterarietà, come è stato più volte notato40, tradirà sempre le proprie origini fattuali o teorico-fattuali e quindi una concezione istituzionale, contingente o classificatoria41. Montale ricorda le benemenerenze del formalismo russo e praghese, se non altro quelle di aver fatto "invecchiare di colpo quel pedantesco spulciamento di poesia e non poesia al quale i tardi epigoni di Croce ci avevano abituato, e che il Croce stesso aveva tardivamente sconsigliato, sebbene ne fosse il primo responsabile"42, ma appare ironicamente convinto che la scoperta italiana sia stata un episodio di provincialismo, dal momento che l'attenzione per la tecnica artistica era stata sempre

40 Cfr. C. DI GIROLAMO, Critica della letterarietà, Milano, Il Saggiatore, 1978. 41 Cfr. E. GARRONI, Estetica e critica letteraria, in Letteratura italiana, diretta da A. Asor Rosa. VI, Le Questioni, Torino, Einaudi, 1986. 42 Dove, come e quando è nato il formalismo, SM, II, p. 2774.

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presente in un antico lettore di Eliot e Pound. 11. Montale rammenta che nel passaggio dagli Ossi alle Occasioni la campana di

vetro era rimasta intatta; rimanendo stabile il sentimento di estraneità, temeva che persistesse "il dualismo fra lirica e commento, fra poesia e preparazione alla poesia", contrasto che da ragazzo aveva avvertito anche in Leopardi. Per evitare questo pericolo pensò non a una "lirica pura, cioè a un gioco di suggestioni sonore”, "le quattro parole isolate [...] nel vuoto pneumatico"43, ma "piuttosto a un frutto che dovesse contenere i suoi motivi senza rivelarli, o meglio senza spiattellarli. Ammesso che in arte esista una bilancia tra il di fuori e il di dentro, tra l'occasione e l'opera-oggetto bisognava esprimere l'oggetto e tacere l'occasione-spinta. Un modo nuovo non parnassiano, di immergere il lettore in medias res, un totale assorbimento delle intenzioni nei risultati oggettivi"44.

Qui e in altre occasioni Montale, da buon critico di se stesso, ci ha dato alcune lucide definizioni della sua poesia; 1. polarizzazione del proprio temperamento nel senso della lirica e della critica letteraria; 2. volontà di partire sempre dal vero, di non inventare nulla (Montale si divertiva talvolta a spiazzare i propri interlocutori affermando che alcune poesie erano state sognate, ma in realtà a un critico che stimava molto - Contini - confessava di scrivere normalmente in uno stato di “cinico autocontrollo”); 3. la concezione della poesia, propria e altrui, quando eccellente, come un oggetto fisico, in questo del tutto simile agli altri prodotti delle arti figurative, una pittura o una scultura45, idea che ha stupito un po' Renè Wellek per il connubio di una poesia "intensa e oscura" e di una concezione della lirica maneggiata quasi come un inquietante idoletto azteco46; 4. l'aspirazione a una poesia che sia anche prosa senza essere prosa (ricordiamo la convinzione, di ascendenza leopardiana47, che il "grande semenzaio di ogni trovata poetica è nel campo della prosa"48); 5. la persuasione che la poesia moderna sia "un mezzo di conoscenza" e non di rappresentazione 6. la volontà di avvicinarsi a un filone europeo di poesia

43 La poesia si vende, SP, p. 121. 44 Intenzioni, cit., pp. 566-7. 45 "Credo [...] in alcuni aggregati della parola e del sentimento che sembrano avere una esistenza anche autonoma" (Della poesia d'oggi [1931], in SP, p. 557). 46 R. WELLEK, Storia della critica moderna. VIII, Francia, Italia e Spagna 1900-1950, Bologna, Il Mulino, 1996, p. 414. Andrebbero accluse queste righe di Luciano Anceschi: "Il poeta semplicemente fa. E a questo punto chiarita, alla fine, la coscienza del fare, pare opportuno proporre l'ipotesi [...] che la vera intima teoreticità di un testo poetico sta nel suo corpo tecnico, e che la vera intima filosofia di un poeta (e dobbiamo usare questa espressione) il suo modo di ordinare, di ricomporre il mondo, si colloca, ecco, nella ragione del suo stile". (Letteratura e filosofia, 1947). 47 Cfr. per esempio Zibaldone, 29. 48 Intenzioni, cit. p. 564.

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"non realistica, non romantica e nemmeno strettamente decadente che molto all'ingrosso si può definire metafisica", partita dalla confluenza Baudelaire-Browning, caratterizzata dal "cozzo della ragione con qualcosa che non è ragione".

11.1. In questo senso sono numerose le testimonianze della freddezza montaliana per l'ermetismo propriamente inteso, eccessivamente avviluppato nell'analogismo sfrenato, nella preziosità bellettristica e svincolato dalla necessaria dose di impurità che la poesia deve contenere. L'ermetismo, nella sua equazione poesia=lirica pecca secondo Montale di astrazione, una menda in cui incorre tutta la lirica, per dir così, isolata, "che può diventar concreta solo in determinati casi; la poesia, entrata da poco nel novero delle Belle Arti, tende e tenderà sempre ad uscirne [...] l'impurità, cacciata dalla porta, rientra dalla finestra. Per fortuna!"49. D'altronde l'incomprensione tra Montale e gli ermetici si fonda su differenze non piccole: il versoliberismo degli ermetici contro il tradizionalismo e classicismo in particolare degli Ossi; inoltre un certo spiritualismo e la tendenza all'elegia consolatoria cozzavano contro la negatività forte e il materialismo del primo Montale50.

L'antipatia montaliana per la poesia intesa, lo si è già notato, come un gioco di suggestioni sonore, detta poi al poeta una critica di un passo di Théodore de Banville, secondo il quale la poesia (qui di Ronsard) è una "magia che consiste nel destare delle sensazioni a mezzo di una combinazione di suoni", una "stregoneria grazie alla quale delle idee ci vengono comunicate [...] attraverso parole che non le esprimono", parole sottoscritte da Gide, il quale chiariva che le idee consistevano in "qualunque fosforescenza, imprecisa che sia, dell'intelletto"; l'equilibrio tra ragione e charme, che secondo Montale sta alla base di ogni poesia, si sbilancia a favore dello charme, della fosforescenza dell'intelletto (di fosforescente nella poesia di Montale, aggiungo, ci sono semmai le concretissime lancette di una sveglia "che spande un tenue lucore" sul dormiveglia della moglie gravemente malata; Ballata scritta in una clinica, La bufera). Gide dimentica che l'accordo o compromesso non consente soluzioni parziali a favore dei due termini e in questo senso è più sicura la definizione di poesia di Tommaso Ceva, sogno fatto in presenza della ragione; l'aver dimenticato questa verità ha secondo Montale isterilito la poesia francese dopo Baudelaire, che ha dato "esemplari meravigliosi di una poesia che è spesso un'altra cosa e che sfugge ad ogni valutazione critica perché ha tagliato tutti i ponti con l'intelletto"51.

11.2. Ma meglio di tanti articoli può valere un passo di una lettera all'amico Bobi

49 Parliamo dell'ermetismo [1940], SP, p. 561. 50 Cfr. P. V. MENGALDO, Il linguaggio della poesia ermetica, in La tradizione del Novecento. Terza serie, Torino, Einaudi, 1991, p. 135. 51 Variazioni, in SP, pp. 105-6.

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Bazlen, in cui Montale discute currenti calamo con l'amico di alcune correzioni alla lirica Nuove stanze (Occasioni): "tenterò di mutare il bizzarri, ma lascerò molto probabilmente il pensavo ecc. che per me è una di quelle parti grigie di cui ha parlato Valéry, in poesia quasi più importanti delle parti piene, attive. Chi ha voluto evitarle, coûte que coûte, per es. Ungaretti, è caduto in scogli molto peggiori"52.

12. La poesia per Montale deve tendere alla semplicità e alla chiarezza, due attributi assenti nei poeti laureati che non hanno inteso che dopo Leopardi la ricerca del "peregrino" non è più costretta a servirsi del linguaggio aulico53. Ma si precisa subito che la "semplicità" deve essere "ricca e vasta", "satura d'esperienze umane ed artistiche"54, concentrate in formule essenziali spoglie di ogni residuo edonistico, prolisso e decorativo. Gli oggetti, con la loro fisicità immediata, si devono caricare nello spazio rarefatto della poesia di significati metafisici, sino a racchiudere nella banalità crepuscolare delle cose minime e degli avvenimenti meno vistosi un'araldica del reale in cui nel "particolarissimo" si capti un valore "universale"55. Montale, approvando il giudizio di un recensore56 per il quale le immagini delle sue poesie sono profondamente incorporate nella testura verbale come i nodi nel legno, vuole che la propria monodia sia in realtà un dialogo con le cose, convertite in emblemi correlativi di uno stato d'animo la cui carica emozionale resta però implicita, priva di alcun commento di tipo psicologico57.

12.1. Pertinente, ed è un dato unanimemente acquisito, è il rilievo di una consonanza, peraltro poligenetica, con il correlativo oggettivo di Eliot, che Montale ha fatto propria rivendicando energicamente il carattere autonomo del suo percorso: l'ideale di una poesia come forma compiuta, passione diventata cosa58; "il supposto poeta oscuro - scrive Montale nel 1940 - è, nell'ipotesi a lui più favorevole, colui che lavora il proprio poema come un oggetto, accumulandovi d'istinto sensi e soprasensi, conciliandovi dentro gl'inconciliabili, fino a farne il più fermo, il più irripetibile, il più definito correlativo della propria esperienza interiore"59.

52 Citata in E. MONTALE, Le occasioni, a cura di D. Isella, Torino, Einaudi, 1996, p. 206. 53 Storia dell'araba fenice, SP, p. 173. 54 Stile e tradizione, cit., pp. 18-9. 55 La poesia come arte, in SP, p. 104. Per le idee montaliane cfr. R. ASSUNTO, Per una teoria della poesia di Montale, "Letteratura", XXX, 79-81, 1966, pp. 6-20. 56 Era André Pieyre de Mandiargues, nella "Nouvelle Revue Française", janvier 1960: cfr. Poesie di E. M., premessa alla edizione svedese delle poesie, a c. di G. Andersson, Stockholm-Roma 1960, poi in SP, ora in ASM, p. 1496. 57 Sulla poesia, cit., pp. 89-90. 58 Cfr. F. ZAMBON, L'iride nel fango. L'anguilla di Eugenio Montale, Parma, Pratiche, 1994, p. 128. 59 Parliamo dell'ermetismo, cit. p. 560.

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Per Eliot, più dell'effusione del "proprio sentimento", conta il modo di "lavorarlo", conta la tecnica con cui l'emozione si reifica, si cristallizza in "segno", in "indizio": appare chiaro che Montale apprezzava la eliotiana "sensous apprehension of thought" e la riassociazione della sensibilità che unisce sentire e pensare, visto che per sua stessa ammissione la sua era una poesia che, approssimandosi alla poesia metafisica, intende esprimere, attraverso "oggetti che sprigionano il sentimento senza dichiararlo", non le idee "ma il fondo emotivo delle idee"60. Se esprimesse idee tout court, naturalmente, non sarebbe poesia.

60 Invito a T. S. Eliot, SP, p. 462. Sulla eliotiana "dissociation of sensibility" cfr. F. KERMODE, Romantic image, Glasgow, Collins, 19762.