La via del tabacco

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Comune di Neviano Scuola Elementare Neviano Neviano Un paese da raccontare La via del tabacco Da un progetto realizzato nell'anno scolastico 1999/2000 Istituto Scolastico Comprensivo

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Neviano Un paese da raccontare Da un progetto realizzato nell'anno scolastico 1999/2000

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Comune di Neviano

Scuola ElementareNeviano

NevianoUn paese da raccontare

La via del tabacco

Da un progetto realizzatonell'anno scolastico 1999/2000

Istituto Scolastico Comprensivo

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Presentazione

"La via del Tabacco" è frutto di un minuzioso lavoro di ricerca dei ragazzi del 2° ciclo della Scuola Elementare di Neviano svolto nell'a.s. 1999/2000. Il testo mette insieme preziose notizie, per la maggior parte inedite, con lo scopo di riportare alla luce molti aspetti sulla nostra Neviano, che altrimenti rischierebbero di rimanere confinati nell'oblio. Ne viene fuori davvero un viaggio affascinante su "La via del Tabacco".

Attorno al tabacco era un fermento di attività che ruotavano prevalentemente attorno alla figura femminile: donne nei campi che staccavano le foglie, donne che scaricavano le ceste piene zeppe nei cortili, donne che con lunghi aghi infilavano le foglie.

Un tempo non c'era un angolo del nostro paese in cui non si vedevano i lunghi tiraletti con il tabacco steso a seccare.

L'estate, quando si lavorava il tabacco, il sole salentino ardeva le campagne e le pelle dei nostri padri. Ben poco si poteva pensare alla frescura del mare, c'era il lavoro dei campi: pomodori, spigolatura, mietitura ... e in questa stagione così intensa, era persino impensabile sposarsi e forse anche morire. L'unico momento di riposo utile a far sbollire la calura della giornata era la sera.

Le famiglie sedevano all'aperto per strada sperando nel soffio del venticello serale di tramontana che a discapito dello scirocco, rendeva le vesti e le carni asciutte e fresche. L'aria aperta e la scarsa illuminazione delle serate rendevano ancora più bello il cielo che, d'estate, è più ricco di stelle. Con gli occhi all'insù ad osservare l'immenso, di generazione in generazione, i nostri contadini impararono a leggere il cielo, a scandire il procedere delle stagioni, intuire il tempo della semina, della raccolta.

Poi i pensieri del lavoro: si facevano i calcoli della giornata, ci si lamentava di qualche dolore reumatico e tra un tam tam di pensieri e di parole si finiva la serata con un semplice "ma calatu lu sonnu, va me corcu ".

Al fianco dell'uomo, quindi, la donna: moglie e madre, impegnata nei lavori domestici, mai esonerata dal lavoro nei campi. Da semplice moglie, che coadiuvava il marito a sciurnaliera al comando dei grandi proprietari terrieri, lei d'estate e alla buon ora, percorreva lunghe distanze per giungere nei campi di tabacco. Le donne erano impegnate soprattutto nelle fabbriche di tabacco: erano dette le tabacchine, emblema oggi della donna lavoratrice e della ribellione proletaria femminile del '900. Le donne forti e dal sangue rosso come

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quella terra alla quale strappavano il proprio diritto alla vita, la sera, ritornavano nelle loro case e intonavano in coro bellissime canzoni d'amore, di sdegno e di gelosia. In questi canti che, una nuova coscienza sociale ha rivalutato di molto negli ultimi anni, c'è tutto il dramma della donna alla quale, sino alla prima metà del '900, non è stata mai riservata alcuna considerazione.

Un plauso quindi agli autori e per il contenuto dell'opera e per l'impegno con cui hanno affrontato il lavoro che finalmente giunge alla pubblicazione. Come Sindaco del Comune di Neviano, esprimo vivo apprezzamento ai ragazzi, agli insegnanti che li hanno accompagnati in questo lavoro, alla docente referente del progetto Sig.ra Chiara Chirivì ed al Dirigente dell'a.s. 1999/2000 Dott. Antonio Imperiale, per la realizzazione e pubblicazione del volume e al Dirigente Scolastico, Dott. D'Agostino, per la presentazione del lavoro.

E' certamente un contributo per una migliore conoscenza del nostro territorio, ed anche e soprattutto una testimonianza di amore per i nostri paesi e per la nostra gente.

L'Assessore alla Pubblica Istruzione Il Sindaco Dott. Cosimo Pellegrino Dott. Giorgio Cuppone

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Un sogno a lungo accarezzato

Quando Chiara Chirivì è venuta a comunicarmi che “La via del tabacco” stava per andare in tipografia e diventare finalmente un libro, grazie alla sensibilità ed alla disponibilità dell'Amministrazione Comunale di Neviano, aveva gli occhi che le brillavano e che raccontavano un'emozione profonda, come accade a chi ha la fortuna di vedere realizzato un sogno accarezzato a lungo.

Un'emozione che mi ha trasmesso, riaccendendo in una sorta di flash back, in fantastica sequenza, i fotogrammi di un'esperienza scolastica che mi ha lasciato un segno indelebile nell'animo, con una ricchezza straordinaria sul piano umano e professionale: l'esperienza vissuta alla guida della Direzione Didattica di Neviano negli anni 90 e, agli albori del 2000, alla guida dell'Istituto Comprensivo che ho tenuto a battesimo. E' stato come rivedere quella folla di un paese generoso in fila, entusiasta e commossa, nella marcia della pace sotto le insegne dell'Unicef. E per rivivere l'avvento dell'euro, il cui evento consegnammo alla memoria in un calendario. E attraverso le stagioni del giornalismo scolastico che portò una scuola ed un paese alla ribalta nazionale grazie anche alla collaborazione degli amministratori dell'epoca che condividevano e incoraggiavano l'orgoglio di una istituzione scolastica capace di legarsi al territorio, di diventare qualificato punto di riferimento, opportunità di crescita culturale per la comunità, e che, muovendosi con intelligenza e passione lungo le nuove frontiere dell'autonomia, metabolizzava l'importanza di insegnare ai propri allievi a scavare nel solco del passato, coglierne le pieghe nei molteplici aspetti, umani, culturali, economici, non solo per recuperare l'identità, il “chi siamo”, “da dove veniamo”, ma per interpretarne il cambiamento, del quale saranno a loro volta protagonisti. Un'educazione alla interpretazione della realtà che è il modo più autentico di educare alla libertà.

In questo solco nacquero, nell'anno di transizione fra i due secoli, nella scuola elementare, i progetti paralleli, “La via dell'olio”, nella scuola elementare di Tuglie e la “La via del tabacco”, nella scuola elementare di Neviano. E fu come attivare un laboratorio di idee, di riflessioni, con un gruppo di docenti motivati "dentro", che vivevano l'entusiasmo grandissimo di guidare gli alunni alla scoperta, alla ricostruzione, interrogandosi e interrogando il territorio, il paese, i testimoni di quelle esperienze che appartengono alla sua storia profonda. E il paese stesso si fece aula didattica, laboratorio, campo di coinvolgimento di famiglie, operatori culturali ed

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economici, istituzioni. Si accarezzò a lungo, tutti insieme, il sogno di dare dignità di libro da

consegnare alla gente, a quel corposo volume di fotocopie dei lavori messo insieme negli anni seguenti. Ci si arenò sullo scoglio delle difficoltà economiche, anche perché Chiara per prima rifiutava l'idea di un libro in bianco e nero, che cercavo di raccomandare come soluzione possibile e realistica. Giocava un brutto scherzo l'orgoglio per il pregevole lavoro al quale si era dedicata tanta passione. Ora, a distanza di dieci anni, quel lavoro vede la luce, diventa pubblico, grazie alla intuizione di Amministratori sensibili e che regalano al paese, a Neviano, un'opportunità di riflessione individuale e collettiva.

La sinergia Scuola-Ente Locale che fa parte della cultura politica di questo paese, in maniera trasversale, a prescindere dai colori di parte, come credo di poter affermare sulla base degli anni fecondi vissuti alla guida delle istituzioni scolastiche nevianesi, sarà ancora garanzia di una costante, ulteriore, qualificata azione di una scuola capace di cogliere e coniugare i fermenti e la complessità della “società liquida” con la professionalità dei suoi operatori, dalla dirigenza, ai docenti, a tutti coloro che si spendono ogni giorno per la crescita dei ragazzi nei tre ordini di scuola vivendo il presente guardando al domani.

Dott. Giuseppe Antonio Imperiale

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Piccoli storici

Tra la produzione editoriale diventata abnorme perché, rispondendo il più delle volte solo a logiche di mercato, è scevra da contenuti che invitino alla riflessione, ogni qualvolta che si dà alle stampe un lavoro di diversa natura dovremo tutti esserne grati; nella fattispecie costituisce ulteriore motivo di soddisfazione il fatto che autori siano i nostri alunni nevianesi.

Sapientemente guidati dalle loro insegnanti ed appropriandosi degli strumenti che abitualmente utilizzano lo storico, il geografo, il sociologo, essi sono pervenuti ad un'indagine storico-sociologica recuperando con «La Via del Tabacco» un aspetto del nostro recente passato economico-culturale che, seppure ha rappresentato il cespite primario per il sostentamento dei nostri nonni, ai nostri ragazzi sono persino sconosciuti il nome dei lavori, degli attrezzi e le operazioni, tutte manuali, che con essi si compivano.

Doppiamente meritorio, questo lavoro, perché da un lato ha permesso ai ragazzi d'impadronirsi dei processi di apprendimento, di “apprendere facendo”: fuori dalle mura scolastiche hanno intervistato i testimoni, somministrato questionari, riprodotto l a forma degli attrezzi, richiamandone il lessico, prodotto grafici, tabulazioni, recuperato vecchie fotografie. Dall'altro ha consentito di indurli a riflettere sul fatto che, mentre oggi si assiste, pressoché impotenti, all'omologazione delle culture e dei comportamenti indotti da tv e ancor più dall'uso massivo della Rete, solo pochi decenni addietro la nostra cultura contadina aveva una sua peculiarità che la differenziava da un'altra in quanto basava usi, costumi, linguaggio e tradizioni, spesso secolari, sull'economia prevalente.

Il ringraziamento va, pertanto, ai nostri “piccoli storici”, alle loro insegnanti ed all'Amministrazione Comunale che ha consentito la presente pubblicazione.

Il Dirigente ScolasticoProf. Angelo D'Agostino

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IL PERCHE' DI UN PROGETTO

Il progetto integrato “Il verde è/e benessere” ha avuto lo scopo di ripercorrere la via di alcuni prodotti agricoli del luogo “per ritrovare l'identità culturale-sociale-economica di un tempo che si va perdendo; per cogliere i cambiamenti intervenuti nella società contemporanea; per recuperare il rapporto interattivo SCUOLA-TERRITORIO come fonte di apprendimento attivo; per realizzare percorsi trasversali di educazione ambientale ed educazione alla salute” (dal P.O.F.).

Il progetto ha avuto come argomento “LA VIA DEL TABACCO” perché agli inizi del secolo il tabacco fu considerato un elemento che poteva apportare quella desiderata e necessaria ventata modernizzatrice dell'agricoltura salentina. In realtà la coltivazione del tabacco è stata dagli anni '40 agli anni '70 un mezzo per attenuare le sofferenze dei proprietari e dei contadini nella zona dell'ulivo che in quegli anni attraversava un grave periodo di crisi. Il tabacco ha avuto un ruolo di autentico protagonista per le sorti economiche del Salento. Un ruolo però quasi dimenticato e sminuito in un momento in cui la pianta è messa “sotto accusa”.

Scriveva Marasco su “Voce del sud” del 19 marzo 1992: “Partirono in tanti dall'estremo Salento verso il vicino Oriente, in Montenegro, per apprendere la coltivazione del “tabacco levantino”. Tornarono dopo tanti anni, ricchi di esperienza e capacità, offrendo alla nostra buona terra la possibilità di produrre le foglie migliori”.

Nel ripercorrere “La via del tabacco” abbiamo conosciuto e intervistato contadini, agronomi, operaie, tabaccari, tabacchine, concessionari…coinvolti in un vissuto storico particolarmente significativo per il Salento e per Neviano. Abbiamo voluto far vivere questa esperienza ai nostri alunni per riannodare il filo della memoria, per rendere più credibile la storia e la vita, per confermare il principio secondo il quale chi non conosce la propria storia è costretto a riviverla.

Ringraziamo tutti coloro che, in diversa misura, ci hanno aiutato nel nostro lavoro fornendo testimonianze, informazioni, consigli, foto, materiale bibliografico, documenti.

Gli insegnantiBianco Antonietta, Barone Luigi, Stefanelli Cosima, Dell'Atti Anna Maria,

Giurgola Antonietta Maria, Mastria Wally, Chirivì Chiara, Pellegrino Gianfranco, Sansò Mafalda, Minisgallo Daniela, Cuppone Maria Francesca, Iasi Anna Rita,

Renna Maria, Provenzano Giuseppina, Buia A. Rita, Aramin Ivana, Negro Palma Michela, Guido Flora, Conte Antonella

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Il progetto: La Via del Tabacco

“La Via del Tabacco” nasce da un progetto scolastico di ed alla Salute/ambiente che aveva come titolo “Il verde è/e Benessere”, che ripercorreva la via di alcuni prodotti agricoli del luogo.

Si è focalizzata la nostra attenzione sul Tabacco che agli inizi del secolo ebbe un ruolo di autentico protagonista per le sorti del Salento e del nostro paese, che deve molto a quella coltivazione.

Questo lavoro ha visto coinvolte tutte le classi del II° ciclo della Scuola Elementare dei due plessi nell'a.s. 99/00.

I nostri scolari nel ripercorrere la “Via del Tabacco” hanno conosciuto ed intervistato contadini, agronomi, operai, tabaccari, tabacchine, concessionari, protagonisti di quello spaccato storico particolarmente significativo per Neviano. Si è voluto far rivivere questa esperienza ai nostri alunni per riannodare il filo della memoria, nel tentativo di far nascere nelle nuove generazioni il senso di appartenenza a questa nostra comunità attraverso quel periodo storico che molto ha significato e che ha visto un intero paese protagonista in un cammino sofferto e faticoso.

Con sistematicità, per tutto l'anno scolastico, gli alunni hanno chiesto, ascoltato, osservato, consultato libri e documenti, tabulato dati, conosciuto la lavorazione del tabacco e le relative problematiche, seguiti con pazienza e professionalità dagli insegnanti.

L'indagine degli alunni era rivolta proprio a conoscere la lavorazione del tabacco e la migrazione verso le masserie delle altre zone della nostra Regione e della Basilicata. Ci siamo recati sui luoghi di questa migrazione, come Matera, ascoltato le testimonianze di chi presso questi luoghi ha lavorato. Abbiamo così scoperto cosa significava per quei tempi la coltivazione del tabacco e la sua lavorazione presso la fabbrica dove operavano le tabacchine, operaie addette alla lavorazione industriale del tabacco e che hanno costituito una categoria assai significativa per la produzione industriale e per il reddito familiare, molto basso all'epoca.

Una categoria spesso sfruttata e a rischio che lavorava in ambienti poco aerati, con l'aria carica di pulviscolo nocivo alla salute che le esponeva al rischio di tubercolosi.

Le operaie del tabacco erano altamente combattive e partecipavano sempre alle manifestazioni di protesta anche perché spesso sfruttate.

Le tabacchine hanno contribuito notevolmente ad imprimere un senso di

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modernità e di progresso alle donne di quell'epoca, che hanno lasciato il nostro paese, la loro casa, per andare in altre zone, dove diventavano “maestre di Tabacco”.

Questi ragazzi, accompagnati dagli insegnanti e dall'arch. Resta e cortesemente ricevuti dalla Sig.ra Rina Resta, hanno visitato il Villaggio Resta (Li Cursari) costruito nel 1936 dai fratelli Resta e dove si trasferirono molti nevianesi per lavorare i tabacchi orientali.

Dall'intervista al Rag. Cuppone, che con tanta disponibilità è venuto in classe, hanno potuto sapere che a Neviano negli anni '25/'30 e fino agli anni '68/'69 c'erano quattro concessionari dei tabacchi (doc n° 1).

Gli alunni hanno scoperto come attorno alla coltivazione del tabacco si svilupparono parallelamente le attività artigianali che fornivano gli strumenti del tabacco, si è allargato il campo di indagine all'alimentazione, al modo di vestire, alle canzoni che si cantavano nei campi.

Ragazzi ed insegnanti sono stati emotivamente coinvolti dalle testimonianze di Antonella, Addolorata, Annunziata che, bambine, verso la primavera, lasciavano la loro casa, la scuola, per andare al “tabacco”, dove le condizioni di lavoro erano durissime e dove si andava a stare in case di fortuna a volte anche senza camino, dove bisognava alzarsi all'una del mattino e percorrere qualche km a piedi per raggiungere i campi e tornare a casa per continuare il lavoro nel magazzino infilando il tabacco raccolto.

Testimonianze di Ginosa, Bernalda, Altamura, Matera, Pisticci-Montalbano Jonico.

“Le coltivazioni del tabacco, e questo si evinceva dai racconti e dalle testimonianze, sviluppava nella gente quel senso di solidarietà, di attaccamento al proprio paese, di appartenenza, fra la gente spesso seduta in strada, vicino alla porta di casa per infilare il tabacco”. Si è voluto pubblicare questo nostro lavoro perché tanti nevianesi e tante tabacchine si possano ritrovare in questa ricerca e pensare: “Io c'ero”.

Noi pensiamo che questo pezzo di storia del nostro paese non debba essere dimenticato e forse si potrebbe anche pensare ad un piccolo museo che raccolga la memoria del nostro paese, una memoria a volte trascurata che è invece preziosa, non solo per le nostre generazioni, ma anche per noi adulti, per ricostruire quell'identità, quel senso di appartenenza che si va purtroppo perdendo.

Chiara ChirivìReferente del Progetto

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Capitolo 1

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ORIGINI DI NEVIANO

Neviano, secondo alcuni storiografi, sarebbe di origine romana.Neviano prese il suo nome dalla tenuta (villa) di “Naevius”, forse da un

“Nerva”, nomi di derivazione romana. L'ipotesi sarebbe confermata dal toponimo “Campi Latini” (campulatine), località posta tra Galatone e Neviano, al limite delle serre, ed abitata fin dal Neolitico.

La più antica documentazione di Neviano risale al 1269, ai tempi del Re Carlo d'Angiò.

Nel 1400 Neviano passa ai Balzo Orsini. Agli inizi del 1600 appartiene alla famiglia gallipolina dei Pirelli, che erano baroni, oltre che di Neviano, anche di Torre Paduli (Ugento).

A quell'epoca Neviano contava circa 530 abitanti ad aveva il castello “con diverse stanze, superiori ed inferiori, con cappella, con trappeto, cisterna d'acqua e magazzino per il grano”.

I Pirelli possiedono diversi terreni, case, magazzini, le masserie “Castello”, “Delli Mauri” e “la Ruca”, provviste di “Curti” (ovili), case, capanne, palumbaro, grotte, tagliata…(cave di pietra).

Dopo i Pirelli, Neviano passò a Giovanni Cicinelli, Principe di Cursi e Duca di Grottaglie.

Estintisi i Cicinelli, Neviano andò come dote ai Caracciolo nella seconda metà del 1700. in questo periodo Neviano, pur essendo una piccola comunità rurale, si era organizzata da tempo in “universitas” (antica forma di comune), con a capo il sindaco.

Appartenente alla Diocesi di Nardò, fin dalla sua costituzione (1413), Neviano conservò a lungo costumi, lingua e liturgia greci, insieme con Galatone, Seclì, Aradeo, Taviano, Racale, Felline; usavano infatti il pane azimo (senza sale) e fermentato. Nel 1577 si parlava ancora la lingua greca.

Per generazioni e generazioni i nevianesi, arroccati alle falde della loro collina costruirono le loro vicende in una vita quotidiana fatta di duro lavoro e di stenti, ma illuminata dalla speranza e dalla fede. Loro andavano a pregare nelle chiese innalzate qua e là sul territorio: S. Maria de Nive, Madonna della Croce in contrada “Celona” e, nel 1618, nella nuova Chiesa parrocchiale (che non era come quella attuale) che fu dedicata a san Michele Arcangelo.

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DINAMICHE STORICHE DI UN'AREA DEL SALENTO”(M. Cazzato, A.Costantini, V. Zacchino)

Dai documenti “un'antica delibera”La delibera parla di “demanio macchioso, e pietroso attaccato al paese di

tomolate10 e stop.4”, che viene ripartito in “stoppelli 4,7/8 di spazio più contiguo all'abitato per fondi di casa per comodo di quei Cittadini che avessero bisogno di spazio per fabbricare”, con l'impegno che “per ogni fondo di palmi 20 in quadro si corrispondesse l'annual pagamento al Comune di grana 10”. Inoltre la delibera statuisce che “le rimanenti tomolate 9 e stop. 7 (dedotti stop. 2,1/3 per comodo di strade intermedie) si dovessero dividere in diciannove porzioni uguali da distribuirsi agli individui più indigenti”.

Neviano: lo stemmaLo stemma di Neviano raffigura due colline innevate sulle cui cime svettano

un albero di ulivo ed una fortezza, il tutto sormontato da una stella. La raffigurazione dei soggetti ha avuto numerose varianti nel corso dei

secoli, ma il significato originario dello stemma è rimasto sempre immutato, continuando a simboleggiare le memorie storiche del paese.

Le due colline innevato rimandano ad un paesaggio montano, infatti il primo nucleo abitativo di Neviano si formò su una collinetta, ultima propaggine salentina delle Murge. Solo in un secondo momento gli abitanti estesero il loro paese fino alla piccola vallata sottostante, zona più fertile e ricca di acqua, caratteristiche, queste, che resero il feudo di Neviano molto ambito dai feudatari che via via ne rivendicarono il possesso. La neve che nello stemma ricopre le collinette è un elemento importante: si deve ad essa il nome del paese. Deriva dal latino “nivis”, neve appunto, poiché, soprattutto in passato, basse temperature e precipitazioni nevose erano una costante.

E proprio con questa costante dovette fare i conti una guarnigione di soldati romani all'epoca della battaglia dei Campi Latini: erano stati mandati quassù per creare un avamposto dal quale poter meglio vigilare le mosse dei nemici. Ma dovettero prontamente smobilitare a causa del freddo intenso. Perciò chiamarono questa località Niveanus, nome trasformatosi in Niviano, Niano che è l'attuale forma dialettale, e infine Neviano.

Ma a spiegare l'intima connessione del paese con la neve interviene anche un'altra tradizione, stavolta di origine religiosa, secondo la quale al paese, sarebbe stato assegnato quel nome in virtù di un miracoloso evento che ebbe per protagonista la Madonna della Neve. Si racconta dunque che alcuni

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mercanti gallipolini mentre erano di passaggio nella zona dove in seguito sarebbe sorto il paese, furono colti da una tempesta che li costrinse a cercare riparo tra gli anfratti della collina. Cessato il pericolo, mentre si accingevano a raccogliere le mercanzie, accadde un fatto straordinario: un quadro raffigurante la Madonna della Neve che essi avevano messo al riaparo sotto un masso, rimaneva attaccato al suolo, nonostante gli sforzi compiuti per rimuoverlo. I mercanti capirono che il desiderio della Vergine era quello di rimanere in quel luogo; lì in suo onore eressero una cappella e la località prese nel nome il titolo della Madonna: Neviano.

Anche gli altri due elementi dello stemma, la fortezza e l'ulivo, fanno riferimento a due realtà importanti nella storia del paese. La rocca ricorda un fatto avvenuto, all'epoca delle lotte tra il principe di Taranto Giovanni Antonio del Balzo Orsini e il capitano di ventura Ottorino De Caris, detto il Malacarne. Costui aveva portato via alla Mensa Arcivescovile di Taranto alcuni possedimenti in Terra d'Otranto, sicchè l'arcivescovo di Taranto Giovanni Delli Ponti chiese l'intervento di Giovanni Antonio Del Balzo Orsini per riavere le terre perdute.

Le lotte tra i due furono cruente, ma alla fine uscì vittorioso il Principe di Taranto il quale ebbe, come ricompensa, alcune terre tra cui il casale di Fulcignano della cui orbita gravitava Neviano. Probabilmente la rocca che compare su una delle due colline fa riferimento a questo episodio bellico, se è vero che il Del Balzo Orsini, distrutto il castello di Fulcignano, per meglio vigilare la sottostante vallata fece costruire una fortezza nel punto più alto della collina di Neviano.

L'ulivo invece simboleggia la coltura predominate nella campagna, mentre la stella è il classico simbolo portafortuna che spesso campeggia negli stemmi.

Posizione geografica di NevianoNeviano si trova nella penisola salentina, a sud-est dell'Italia. Il suo

capoluogo di provincia è Lecce, che dista circa 35 km. a nord di Neviano.Neviano confina con i seguenti Comuni: Aradeo a nord-est; Seclì a nord;

Tuglie a sud-ovest; Collepasso ad est; Sannicola ad ovest.Il centro abitato è situato 108 mt. sul livello del mare.Neviano si sviluppa da nord-est dove c'è la zona più antica del paese, verso

sud-ovest con costruzioni sempre più nuove e villette.Le strade sono quasi tutte pianeggianti, dritte e abbastanza larghe, che si

incrociano a scacchiera. A proposito della posizione geografica di Neviano c'è un vecchio detto nevianese che dice:

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“Taraddèu a nterraNiano sulla serra

Caddhipuli all'anchianataSannicola alla ruculata”

TraduzioneAradeo in basso, a valle,

Neviano in alto, in collina,Gallipoli in salita,

Sannicola in discesa.

Poco più di cinquant'anni fa, un nevianese, il poeta Arturo Tafuri aveva ritratto Neviano aggrappata alla nuda collina che la tradizione e lo stemma civico riferiscono alla neve e alla devozione per la Madonna della Neve.

“Candido e mite in cima alla collina,che guarda la soggetta calma pianura,tu sorgi, o mio villaggio, nella pura,soavità del ciel, che a te s'inchina”

Oggi Neviano è un piccolo centro agricolo, a circa 12 km. dal mare. Ha aria salubre e acque artesiane potabili, di ottime qualità. La sua economia si regge sull'agricoltura (vino, olio e tabacco) e sull'artigianato (fabbri, falegnami, muratori, intonacatori, marmisti, pavimentisti).È in continuo sviluppo anche il terziario (commercio, edilizia, ufficio, scuola e servizi vari).

Classi III - Giovanni XXIII

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DALL'OSSERVAZIONE DIRETTA: NATURA E COLORINovembre 1999

Siamo alla periferia di Neviano, in via D. Alighieri e osserviamo incantati la pianura mentre ci sentiamo carezzati dal tiepido sole.

Le foglie marroni e verdastre del fico sono accartocciate dal remoto sole estivo; i cespugli selvatici sempre-verdi e le lucide foglioline delle querce spinose brillano al pallido sole autunnale.

Fra l'erba verde e sottile, bagnate dalla rugiada, si nascondono i piccoli ciclamini selvatici.

Il sempre-verde brillante del fogliame degli agrumeti contrasta con i campi da poco fresati e preparati per la semina.

C'è ancora la vigna: piccoli grappoli di uva appassita si nascondono tra i suoi pampini rossicci.

IL TABACCO A NEVIANO E NEL SALENTO

Nel Salento la produzione e raccolta del tabacco ha significato, fino ad oltre la metà del XX secolo, ricchezza in tutti i paesi prevalentemente agricoli in special modo al sud.

La coltivazione di questo prodotto ha consentito un cambiamento nelle condizioni di vita nei paesi scarsamente sviluppati, con attività lavorative di dominio maschile; grazie al tabacco le donne si sono impegnate nel lavoro in fabbrica ed hanno cominciato ad avere un reddito autonomo contribuendo al mantenimento della famiglia.

Spesso il marito lavorava al nord o all'estero.Dopo la metà del XX secolo la coltura del tabacco è andata in crisi sia per le

maggiori esigenze della società, sia per le regole del mercato che imponevano l'importazione in Italia di tabacchi aromatici esteri e meno pregiati di quelli italiani.

Dal 1980 in poi l'agricoltura è entrata in piena crisi soprattutto al sud ed in Puglia; nelle altre regioni del nord Italia, invece, l'agricoltura si è industrializzata usando tecniche avanzate e macchine agricole che hanno migliorato il sistema lavorativo e la trasformazione dei prodotti.

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Nel nostro paese si è sviluppato il fenomeno dell'emigrazione, giovani, capo famiglia, intere famiglie si sono allontanate per trovare lavoro.

L'agricoltura quindi ha subito un arresto; praticata solo dagli anziani ed in modo arretrato non ha permesso buoni guadagni; è scaturito un disamore per i campi e per la loro coltivazione.

Classi IV e Giovanni XXIII

DALL'OSSERVAZIONE DIRETTA: LE CAMPAGNE DI NEVIANO

Il nostro paese, Neviano, si trova in pianura.Fuori dal centro abitato ci sono molte campagne con diversi tipi di

coltivazioni, a secondo della loro posizione geografica.I campi sono irrigati con i pozzi, nelle zone più a valle, con le cisterne nelle

zone più in collina.Nelle campagne denominate “TUMUGNI” e “ABATE” situate a sud, il

terreno è arido e roccioso quindi adatto alle piante non bisognose di tanta acqua; olivo, e fichi d'india sono le piante predominanti.

Nelle campagne a nord di Nneviano “DONNA LAURA”, “MONETA”, “CONGEDO”, “LA RUCA” ecc. abbiamo un terreno fertile, perché è ricco di sostanze organiche: humus, limo e argilla, adatto ad una varietà di coltivazioni come tabacco, alberi da frutto, grano, vite e ortaggi.

Abbiamo capito attraverso l'osservazione diretta, le interviste all'agronomo e ai nonni contadini, non solo la diversità dei terreni, ma soprattutto la ricchezza che le coltivazioni del nostro paese hanno avuto nel tempo.

Classi III B - Giovanni XXIII

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L'AGRICOLUTA IERI E OGGI

La provincia di Lecce è protesa tra i due mari, lo Jonio e l'Adriatico per una superficie complessiva di ettari 275.000 dislocati in 93 comuni e 45 frazioni con una popolazione di circa 600.000 abitanti.

I terreni sono quasi sempre pianeggianti con lievi dislivelli che costituiscono le “Serre Salentine” la maggiore altura è di metri 201 sul livello del mare ed è la serra dei “Cianci” nel comune di Alessano.

Sul litorale Jonico troviamo i terreni del periodo Pliocenico, sul litorale Adriatico i terreni sono del periodo Miocenico. Da qui si estrae la “pietra leccese”.

Nelle valli i terreni sono di medio impasto e non sono molto fertili.Il clima è mite durante l'inverno, la temperatura non scende mai sotto lo 0

rare sono le nevicate, nel periodo autunnale abbondano le nebbie e non mancano brinate tardiva che compromettono i raccolti. Durante l'estate la temperatura raggiunge i 40 ° e non mancano i venti provenienti dall'Africa. Le piogge sono mal distribuite: piove a novembre e dicembre e poi c'è siccità per molti mesi, fatta eccezione per qualche temporale, spesso accompagnato da grandine. I venti provengono da Sud e da Sud Ovest.

Predominano le culture legnose su quelle erbacee.In passato si coltivavano: cereali, frumento, orzo e avena e soprattutto

tabacco levantino.Fra le culture legnose troviamo l'olivo, la vite ecc.I sistemi di conduzione dei terreni variano con le culture stesse:in economia

diretta o in mezzadria, per pochi casi.Notevoli sono stati i miglioramenti fondiario-agricolo avuti in provincia di

Lecce.Attraverso leggi specifiche ci sono state bonifiche rilevanti per il

risanamento dei terreni, costruzioni di strade, assegnazione dei poderi ai contadini

In passato quindi nel nostro Salento sono stati fatti diversi interventi per migliorare le condizioni economiche degli abitanti, ma non sono bastate.

A cura delle classi IV - Giovanni XXIII - Neviano

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“Italie agricole”Varie circostanze determinarono, nel secolo XVIII, dei progressi

nell'utilizzazione delle risorse agricole.E' dal Settecento che si accentuano le caratteristiche delle diverse “Italie

agricole”, elemento distintivo della varietà e dei modi di vita delle nostre collettività rurali.

Le zone prealpine e montane del Nord, coltivate da numerosi piccoli coltivatori: le pingui pianure lombarde si riempiono di campi divisi da ben ordinati canali di irrigazione: sull'Appennino centrale prosperano la vigna e l'uliveto; a Mezzogiorno si notano “isole” di agricoltura intensiva e, attorno a queste, terre dalle quali le popolazioni traggono a stento mezzi di sussistenza. (F. Valsecchi, ibid., id. e adatt.)

L'agricoltura nell'800Nell'ultima parte dell'800 un ulteriore stimolo venne all'agricoltura dallo

sviluppo industriale. Questo ebbe conseguenze positive in due sensi. Sottrasse mano d'opera alle campagne, facendo aumentare i salari agricoli e inducendo quindi i proprietari a cercare di accrescere la produttività del suolo impiegando macchine e concimi chimici.

Tra il 1870-1880 vi fu però un periodo di crisi, provocata soprattutto dall'arrivo, in quantità sempre più cospicue e a prezzi di imbattibile concorrenza, dei prodotti agrari americani.(O.Barié, L'Italia nell'ottocento, UTET, rid. Adatt.)

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UN TEMPO A NEVIANODal racconto dei nonni

I nostri nonni lavoravano in campagna tutto il giorno, verso mezzogiorno facevano una pausa e mangiavano un po' di pane col pomodoro o con quello che era possibile avere.

Finivano il lavoro verso sera e tornavano a casa a piedi o in groppa ad un asinello o seduti su un traino.

Quando iniziava il lavoro più intenso chi poteva si trasferiva in campagna, altri rincasavano più tardi del solito.

Lungo le strade, verso sera, si vedevano gruppi di contadini che tornavano a casa stanchi e colloquiavano tra loro, qualcuno più anziano era curvo.

Trasportavano sulle spalle gli attrezzi di lavoro, alcuni li infilavano nella bisaccia appesa sulla spalla o sulla groppa dell'asinello.

Chi poteva li lasciava nella casa di campagna ma dovevano essere sicuri di non perderli.

Perdere la vanga, la zappa o altro significava problemi per il giorno successivo.

La sera si sedevano vicino al focolare aspettando la cena; si faceva il bilancio della giornata lavorativa, di quella famigliare, dei problemi emersi in assenza del capo famiglia.

Dopo cena se le giornate di lavoro erano finite andavano in piazza dove un altro padrone poteva dare altre giornate lavorative.

Se la giornata non era finita si riunivano con i vicini e i parenti e si raccontavano storie ed esperienze, li “cunti”, che molti bambini di allora hanno saputo conservare nella loro memoria.

QUANDO SMETTEVANO DI LAVORARE…Appoggiavano l'attrezzo a terra e osservavano il cielo e se in quel periodo

c'era bisogno di acqua speravano che piovesse e nel cielo erano deposte buone speranze di lavoro e di raccolto.

Se erano in gruppo sparsi si davano voce per riunirsi e tornare a casa.Gli attrezzi, soprattutto quelli antichi che erano manuali, o li chiudevano

nella casa di campagna o li portavano con sé.

PENSIERI ED EMOZIONIMentre i nonni, in passato tornavano dal lavoro, forse pensavano: “Spero

che in famiglia sia tutto tranquillo, che non sia accaduto niente in mia assenza,

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che i piccolini stiano bene, che mia moglie abbia gestito bene la situazione”.Lungo la strada guardavano il cielo e speravano in un buon raccolto perché

da quello dipendeva il bilancio familiare.Pregavano in cuor loro di riuscire a dare almeno il necessario. Erano felici di

tornare a casa e vedere i loro cari e di trascorrere la fine della giornata, insieme alla moglie e ai figli.

Portavano a casa un po' di verdura raccolta in campagna coltivata senza concimi chimici, quindi genuina.

Classi IV A-B - “Giovanni XXIII"

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L'INTERVISTAChi? Dove? Quando? Come? Perché?

I nonni raccontanoAbbiamo voluto saperne di più dalla viva voce dei nonni contadini

intervistando nonno Pippi e nonna Gina. Dal loro racconto si è scoperto quanto fosse duro e faticoso il lavoro del contadino e abbiamo conosciuto anche alcuni aspetti della vita familiare e sociale di 50-60 anni fa.

Nonno Pippi (classe 1927, il primo di nove figli) è stato costretto a fare il contadino, poiché non c'erano altre risorse.

A nonna Gina, invece, (classe 1928, la più piccola di nove figli) piaceva fare la sarta e la ricamatrice ma dovette andare a lavorare nei campi.

Il lavoro era molto duro. Ci si alzava presto; d'estate con il buio; si lavorava fino a mezzogiorno e poi anche di pomeriggio; facevano così “lu panesporio” cioè lo straordinario; in pratica 10 ore al giorno, ma in realtà ne venivano pagate solo sette. Perché i padroni sfruttavano i contadini che allora non erano protetti dalle leggi.

Allora non c'erano i mezzi di trasporto come oggi ed in campagna si recavano a piedi, zappa in spalla, a volte facendo chilometri di strada. Qualcuno si potè comprare la bicicletta dopo la guerra del '43; la sua prima bicicletta usata gli costò la bellezza di 160 lire!

Nei campi ci andavano tutti: uomini, donne e bambini. Gli uomini facevano i lavori più pesanti come zappare, “sprucare” (raccogliere le olive arrampicati sugli alberi); “carisciare” (trasportare) uva e tabacco, in spalla, dentro “le canisce” (grandi ceste intrecciate). Le donne svolgevano lavori più leggeri, come raccogliere le olive da terra con il “panaru” (piccolo cesto cilindrico), “sprasciaddhare” (pulire la vigna), piantare, raccogliere ed infilare il tabacco, a mano, con l'“acuceddha” (lungo ago schiacciato), che si seccava poi tendendo le “corde” (collana di foglie) ai “tiraletti” (telai di legno) messi al sole. Oggi ci sono le macchine che sostituiscono gran parte del lavoro manuale dell'uomo.

I bambini, usciti da scuola, a piedi raggiungevano i genitori in campagna, mangiavano un pezzo di pane e poi aiutavano nel lavoro togliendo l'erba. La sera, tornati a casa, facevano i compiti.

Tutti i lavori venivano fatti manualmente, con pochi attrezzi, a differenza di oggi, quando la campagna risuona, non più dei canti allegri dei contadini, ma dello scoppiettio della motozappa.

Per non sentire la fatica, diceva Nonna Gina, (classe 1928, la più piccola di nove figli), si cantavano stornelli e strofette, che a volte erano dei messaggi di

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protesta verso qualche padrone prepotente (vedi “lu sule calau”); molto spesso erano messaggi amorosi che gli “ziti” (i fidanzati) si lanciavano da un campo all'altro.

Tanto lavoro, tanta fatica per una paga di 8-10 lire al giorno, quando un chilo di pane costava 2-3 lire al chilo. In seguito si poteva guadagnare anche 200-250 lire a giornata, molto lontane però dalle 50.000 lire di oggi!Eppure il contadino riusciva a mandare avanti la famiglia dignitosamente, perché la terra, allora, rendeva sia a lui, sia il padrone.

Le mamme preferivano che le figlie sposassero “nu furese” (un contadino) piuttosto che “nu artieri” (un artigiano) poiché il pezzo di pane era comunque assicurato.

Un vecchio detto popolare, infatti dice:“Furese fruttu d'ogni mese” (Il contadino ha un frutto per ogni mese)

Stralci di vita familiareNonno Pippi e nonna Gina ci hanno poi parlato di come scorreva la vita

familiare e sociale di tanti anni fa. In casa le donne si occupavano di tutte le faccende, facevano “lu cofanu” (il bucato) a mano, in grandi recipienti di terracotta con acqua calda e cenere, che rendeva i panni bianchi e puliti. Non c'erano la lavatrice e tutti gli elettrodomestici moderni.

Gli uomini in casa aiutavano poco o niente.Quando pioveva il contadino riparava alcuni attrezzi, oppure andava su al

“Canalone” (la campagna più alta di Neviano) a raccogliere “pampasciuni” (lampascioni: piccole cipolle selvatiche) che venivano mangiati lessi e conditi con olio e aceto (oggi costituiscono un piatto tipico della gastronomia salentina!)

I bambini si divertivano giocando in strada, a “scundarieddhi” (nascondino), a “nferra e fuci” (acchiapparello); ai “quattro cantuni” (quattro angoli) a “campanaru” (la campana) a moscacieca ecc.

I più grandicelli giocavano a “buttuni” (bottoni) in piazza quando c'erano le “chianche” (lastre di pietra leccese) e qualche albero, I divertimenti per gli adulti erano pochi. Gli uomini trascorrevano la maggior parte del tempo libero in piazza, a discutere, o nei bar, a giocare a carte, donne e bambini a casa. C'era qualche campo di pallone, ma non attrezzato come quelle di oggi. Qualche volta veniva la compagnia del “teatro delle marionette”, che si esibiva in alcuni crocicchi del paese, ed era uno spasso per tutti. Le sere d'estate poi, seduti vicino a casa, ci si radunava e si raccontavano “i cunti” (storie, leggende, fiabe) e a volte si cantava e si ballava la “pizzica pizzica” (tarantella) accompagnati dal tamburello.

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Immagini di un paeseNel tempo anche l'aspetto di Neviano è cambiato, i vecchi edifici ed i vecchi

palazzi sono stati abbattuti, come ad esempio il vecchio Municipio che sorgeva dove ora c'è piazza Vittorio Emanuele col monumento ai caduti; non ci sono più le tante abitazioni private dove si faceva scuola, perché non c'erano ancora gli edifici scolastici; un tempo in piazza concordia, dove ora sorge il bar di fronte alla fontana, c'era una grande fossa per curare le calci: proprio lì si sparava la “batteria” a mezzogiorno, quando era la festa del patrono. Il paese era tutto lì, tutti si conoscevano e si sentivano vicini, uniti. Altri tempi Tempi ormai lontani! Ma nonno Pippi e nonna Gina erano lieti nel ricordarli e nel raccontarli, perché è vero che quelli sono stati anni di duro lavoro, di fatiche continue, ma restano pur sempre gli anni felici e spensierati della loro fanciullezza.

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Capitolo 2

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LA COLTIVAZIONE DEL TABACCO

Il tabacco: "Perché?"

Il tabacco coltura tradizionale nelle campagne leccesi, è esteso su un territorio molto vasto (circa 11.000 ettari), ed è un patrimonio inalienabile, che, in fase agricola ed industriale, impegna tutta la mano d'opera femminile disponibile.

La sola ragione sociale sarebbe sufficiente per sostenere e conservare la coltura, già di per se redditizia.

A cura delle Class IV - “Giovanni XXIII”- Neviano

“TOBACCO STORY”

- 1942: Colombo scopre che i nativi di Arawak fumano foglie. Nelle civiltà precolombiane il tabacco viene usato nei cerimoniali di iniziazione dei giovani maschi o degli stregoni e nelle guarigioni.

- 1493: Rodrigo de Jerez torna in Europa e fuma. Per l'inquisizione è preda del diavolo e finisce in prigione. Quando esce i suoi concittadini fumano senza restrizioni. Si usa il tabacco anche come medicinale; viene chiamato “erba santa”.

- 1518: Juan de Grijalva scopre in Messico l'uso di una cannuccia ripiena di tabacco. Il tabacco viene introdotto in tutta l'Europa da un missionario spagnolo, che donò alcuni semi al futuro imperatore Carlo V. In Italia il primo ad introdurlo è il Cardinale Tornabuoni.

- 1560: Caterina dei Medici lo usa contro le sue emicranie.- 1604: La prima voce autorevole antitabagista è quella del Re

d'Inghilterra Giacomo I che smentisce le proprietà curative della sostanza.

- 1623: Il Papa Urbano VII scomunica i fumatori ed il re francese Luigi XIII vieta la vendita del tabacco.

- 1635: In Inghilterra viene messa in mostra la prima scimmia fumatrice.- 1645: In Russia si taglia il labbro superiore a chi fuma.- 1650: Papa Innocenzo X proibisce ai fedeli di fumare dopo che a San

Pietro un fumatore incauto aveva dato fuoco alla veste papale.- 1663: Nell'Impero Ottomano viene prevista la pena di morte per chi

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fuma.- 1674: Nasce in Francia il primo monopolio.- 1856: Comincia la produzione europea di sigarette.- 1895: Anche in Italia nasce il Monopolio.- 1912: Roosewelt si salva dall'attentato perché il proiettile colpisce il

portatabacco di metallo posto nel taschino.- 1934: In Italia un Regio Decreto proibisce la vendita di sigarette ai

minori di 16 anni.- 1969: Aldrin è il primo fumatore sulla Luna.- 1975: L'OMS chiede l'introduzione nelle legislazioni locali di misure

antifumo.- 1987: Esplode una rana costretta a fumare per dimostrare la pericolosità

del fumo.- 1990: In Italia la legge impone sui pacchetti di sigarette la dicitura

“nuoce gravemente alla salute”.- 2000: Per spontanea iniziativa dei produttori di sigarette sui pacchetti

compare la scritta “I minori non devono fumare”.

A cura delle Classi V - “Giovanni XXIII”- Neviano

IL TABACCO, NEI TEMPI E NEI COSTUMI: DALL'AMERICA…

La prima notizia dell'uso della pianta di tabacco si trova nel “giornale” redatto da Cristoforo Colombo in occasione del suo primo viaggio alla scoperta dell'America quando sbarcò sull'isola di San Salvador. Sul giornale, alla data del 6 novembre 1492, si trova l'indicazione secondo la quale due uomini mandati ad esplorare il villaggio raccontarono di aver incontrato sul loro cammino uomini e donne che rientravano alle capanne con una specie di tizzone in mano costituito da foglie secche arrotolate insieme somiglianti ad un piccolo tubo che gli indiani accendevano ad una estremità e dall'altra ne aspiravano il fumo che penetrava in gola. Queste foglie arrotolate venivano chiamate dagli indiani “tabacos”, nome che, in seguito, fu esteso alla pianta della quale si fumavano quelle foglie.

…IL TABACCO SBARCA IN EUROPA

Il tabacco invase l'Europa verso la fine del XVI secolo, ma venne usato come tabacco da fiuto.

L'uso di inalare il tabacco si diffuse soprattutto alla corte del Re di Francia

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Luigi XIV ad opera di Jean Nicot il quale, notando le applicazioni medicamentose delle foglie in vari casi di malattia, si prodigò a diffonderle, tanto che, nel 1560, inviò alla Regina Caterina de' Medici polvere di foglie secche per guarire dall'emicrania di cui soffriva.

Françisco Hernandez da Toledo, medico di Filippo II, fu da questi incaricato di redigere un resoconto sulle piante del Messico. Portò lui stesso i primi semi di tabacco in Spagna che coltivò egli stesso ammirato più dalla bellezza dei suoi stupendi fiori, tanto che la pianta fu subito coltivata a scopo decorativo in molti giardini spagnoli.

A cura delle classi V - “Giovanni XXIII” - Neviano

IL TABACCO SI DIFFONDE IN ITALIA

L'opinione dei più è che una delle prime regioni italiane in cui fu introdotto il seme del tabacco fu il Lazio, intorno all'anno 1561, quando il Cardinale Prospero Pubblico di Santa Croce, nunzio apostolico presso la corte del Portogallo, portò da quel paese, precisamente da Lisbona, alcuni semi di tabacco al Papa facendoli coltivare nei giardini del Vaticano o, racconta un'altra versione, li avrebbe affidati ad alcuni monaci i quali sembra che ne iniziassero la coltivazione negli orti annessi ai loro conventi, da qui la pianta si sarebbe estesa in tutta la provincia di Roma. Sembra che si trattasse di una varietà nota con il nome di NICOTIANA RUSTICA, denominata più comunemente “Erba Santacroce” o “erba di Santa Croce”, probabilmente in omaggio al Cardinale omonimo.

Non mancano però studiosi che, basandosi sulle cronache di quei tempi, rivendicano la priorità della coltivazione alla Toscana, precisamente alla provincia di Arezzo per mano di un altro Prelato, Monsignor Niccolò Tornabuoni, nunzio del Papa a Parigi. Il Tornabuoni, grande amatore di piante, intorno al 1574, dalla capitale francese, dove si usava il tabacco come pianta medicinale, avrebbe inviato i semi ad un suo parente, Alfonso Tornabuoni, vescovo di San Sepolcro (Arezzo).

La coltivazione sarebbe avvenuta dapprima timidamente nel giardino del suddetto vescovo e successivamente con crescente successo per interesse di Cosimo I Granduca di Toscana, che avrebbe favorito la coltivazione della pianta in tutto il territorio toscano, dove ebbe la denominazione locale di “erba Tornabuoni” o soltanto “Tornabuona”. Si trattava, secondo le cronache, di NICOTIANA TABACUM, varietà BRASILIENSIS, origiaria delle Indie Occidentali.

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…E NEL SALENTO

Nella provincia di Lecce la coltivazione del tabacco era molto avanzata ed inizialmente libera ed esente da tributi. Nel 1627 la coltivazione fu soggetta ad una tassa minima e nel 1650 fu data in appalto dietro corresponsione di un canone annuo.

Per l'importanza economica che assunse il tabacco a Napoli il 23 ottobre 1683, si nominava un “credenziere del fondaco del tabacco della città di Lecce”, istituendo nel contempo nella città un apposito tribunale per regolarne il commercio.

Nelle provincie di Lecce, Brindisi e Taranto si coltivavano le varietà CATTARO LECCESE, importato dai veneziani, il CATTARO FORESTIERO, proveniente dall'Alsazia, il CATTARO RICCIO PAESANO e il BRASILE LECCESE importato dalla Spagna o da Napoli per opera dei navigatori. Le coltivazioni di queste varietà diedero luogo alle prime industrie manufatturiere private, per la produzione delle polveri da fiuto. I numerosi conventi nella provincia di Lecce contribuirono alla diffusione delle polveri, soprattutto del “leccese da scatola” prodotto dai frati Cappuccini.

Nel 1752, per volere di Carlo III di Borbone veniva impiantata a Lecce un'importante manifattura di tabacchi da fiuto in un ex convento di Domenicani che impiegando 20 molini mossi a mano, produceva polvere di gran lusso.

CURIOSITÀ

Il tabacco leccese da fiuto fu sempre ovunque ricercatissimo.Ne furono deliziate le narici di molti illustri personaggi tra cui la Marchesa

di Pompadour, Alfonso Maria De Liguori, Napoleone, Ugo Foscolo, il Principe di Canosa di Puglia.

Il prezioso prodotto veniva polverizzato e impacchettato in grossi barattoli di legno colorati.

Collegate col tabacco erano anche le tabacchiere di paglia e di legno che si facevano a Galatina ed Otranto, quindi nel Salento.

Classi IV - “Giovanni XXIII” – Neviano

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LA PIANTA DEL TABACCO

Il tabacco, pianta erbacea a ciclo annuale, appartiene al grande gruppo delle DICOTILEDONI (il seme con due cotiledoni), alla famiglia delle SOLANACEE (famiglia di piante erbacee o a frutice, il cui frutto è una bacca o una capsula).

- La radice è a fittone; è costituita da un frutto eretto, peloso talvolta ramificato, che può raggiungere l'altezza di 2 metri.

- Le foglie crescono alterne l'una all'altra e possono raggiungere altezze di 10/11 cm. e hanno forma ovale o lanceolata; sono leggermente pelose come il fusto ed untuose al tatto, piuttosto maleodoranti.

- Il suo colore è di un verde intenso.- I fiori sono di una rosa più o meno intenso, disposti in pannocchie nella

varietà NICOTIANA TABACUM; in racemi nella specie NICOTIANA RUSTICA.

- Il frutto è una capsula di forma ovale o globosa.- I semi, estremamente piccoli, impalpabili, oleosi, a superficie rugosa, di

colore bruno-rossiccio, sono ricchi di un olio semiessiccativo che viene impiegato nella preparazione delle vernici.

A cura delle IV - "D. Alighieri"

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TABACCHI LEVANTINI(tra passato e presente)

Le varietà di tabacco orientale coltivate nel Salento presero il nome dei luoghi da cui furono importati i primi semi.

I tabacchi del tipo XANTHI JACA (GRECIA) furono introdotti in Italia nel 1885 e furono coltivati per la prima volta a Tricase, successivamente a Neviano; l'ERZEGOVINA (JUGOSLAVIA) venne introdotta nel leccese nel 1893 e precisamente, nei comuni di Andrano, Calimera, Cursi, Maglie, Neviano, Novoli, Ortelle, Sternatia, Surano, Vernole e Lecce; PERUSTITZA (BULGARIA) introdotta nel 1922 nei dintorni di Lucugnano, successivamente a Neviano.

Dal 1900 in poi oltre a queste varietà, se ne coltivarono altre, ma in misura limitata, quali: LUBUSKY, BAFFRA, SAMSUM, PORSUTCIAN, AYA SOLUK.

Intorno agli anni '20, si coltivò essenzialmente PERUSTITZA. Oggi oltre all' l'ERZEGOVINA, al PERUSTITZA, allo XANTHI JACA, all' AYA SOLUK, vengono coltivati tabacchi ibridi dovuti a degli incroci, tra cui lo SPADONE.

ESIGENZE CULTURALI

I tabacchi orientali richiedono un clima asciutto ma non secco. Non la pioggia che danneggerebbe il prodotto ma le rugiade estive. L'acqua è necessaria nella fase di semenzaio, subito dopo il trapianto perché favorisce la penetrazione delle radici nel terreno.

L'eccesso di acqua agevola lo sviluppo dei parassiti che assalgono le foglie più vicine al suolo, danneggiandole.Le piogge quando cadono in piena raccolta, sono nocive, perché fanno ottenere un prodotto scadente. Tuttavia è da tenere presente che una siccità prolungata, accompagnata da un caldo estivo, diminuisce la qualità.

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ELEMENTI FAVOREVOLI ALLA COLTIVAZIONE DEL TABACCO NEL SALENTO

ELEMENTI NATURALI:- CLIMA ASCIUTTO ma non secco con alto grado di luminosità

ELEMENTI FUNZIONALI- CONDIZIONE FAVOREVOLE ALL'INSEDIAMENTO, CIOÈ ALLA CRESCITA DELLA PIANTA- CONDIZIONI FAVOREVOLI ALLE COLTIVAZIONI

NATURA DEL SUOLO:- SILICEO-CALCAREO- RICCO DI SALI FERROSI (Minerali)- PERMEABILI- PROFONDO E FRESCO ma non umido

ADATTAMENTO AMBIENTALI

I Levantini preferiscono terreni siliceo-calcarei, ricchi di sali ferrosi, permeabili, profondi e freschi ma non umidi.

La coltivazione del tabacco impoverisce il terreno dei principi azotati perciò è importantissima la somministrazione del concime che, oltre ad avere un'influenza determinante sugli aspetti qualitativi del tabacco, serve a restituire al suolo le sostanze asportate dalle piante durante il ciclo vegetativo.

La preparazione del terreno su cui vegeteranno le piante di tabacco deve avvenire con estrema cura, iniziando dall'aratura, da effettuarsi nel periodo autunno-inverno, che deve rendere il terreno permeabile, per quanto più è possibile, all'aria ed all'acqua e continuando nelle operazioni successive di spianamento del terreno quando è tempo di spargere i concimi ed i disinfestanti utili alla lotta contro gli insetti ed i parassiti animali.

Particolarmente usati sono il Perfosfato Minerale ed il Solfato di potassio; quest'ultimo è il principale elemento esaltatore della combustibilità.

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I FERTILIZZANTI

I FERTILIZZANTI NATURALI, possono essere: ANIMALI, VEGETALI E MINERALI.

ANIMALISono composti dal letame di stalla (escrementi ovini), dalla POLLINA (escrementi di polli), da avanzi di carni di animali o di pesci…

VEGETALIComposti da foglie e da residui di piante e di frutta, da resti di vinacce…

MINERALIComposti da prodotti naturali rinvenuti in giacimenti minerali

Uno dei FERTILIZZANTI naturali più comuni è la CENERE che si ottiene bruciando le stoppie rimaste sui campi dopo la mietitura.

I FERTILIZZANTI SINTETICI possono essere ottenuti in laboratorio attraverso trasformazioni chimiche e, in questo caso, hanno dato luogo, in tutto il mondo ad importanti complessi industriali.

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ANTICA ACCLIMATAZIONE E RELATIVI SISTEMI DI COLTIVAZIONE NEL SALENTO

I NONNI RACCONTANOGeneralmente insieme al tabacco non si coltivava niente altro perché il

Regolamento lo vietava: ma qualche contadino si arrischiava a coltivare qualche ortaggio, come ad esempio lattughe.

Queste non nocevano alla pianta del tabacco, anzi si riteneva che gli eventuali parassiti presenti nella terra (lumache e limacce) avrebbero infestato prima le lattughe risparmiando le piante di tabacco alle quali il contadino teneva di più.

Le classi IV - "Giovanni XXIII"

IL PALO O CAVICCHIOIl cavicchio serviva per piantare il tabacco. È fatto in legno di ulivo, ha la

forma di una pistola.Si utilizza facendo un buco con la punta, poi si infila la pianta di tabacco e

dopo si sovrappone la terra.Il piolo era un mezzo di lavorazione agricola fatto in legno. Questo serviva a

misurare la distanza fra la piantagione di una piantina e l'altra. La sua larghezza era di un metro e quindi la distanza tra una piantina e l'altra è di un metro.

Il suo utilizzoSi utilizzava ponendolo sulla terra e lì, in mezzo, si piantava il tabacco, poi si ribaltava, si lasciava quello spazio, si ribaltava un'altra volte, si piantava il tabacco e così via.

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FASI DI LAVORO

Preparazione del terrenoTra la fine dell'autunno e l'inizio dell'inverno si preparava il terreno per la

piantagione del tabacco. Si arava la terra per renderla permeabile all'acqua e all'aria.

Si erpicava il terreno per sminuzzare le zolle. Si concimava con azoto-fosforo-calcio-potassio-elementi, che avrebbero dato forza alla futura pianta. Si disinfestava contro parassiti ed insetti.

La seminaNel mese di gennaio-febbraio si preparavano i semenzai-“LE RUDDE”,

larghe un metro e lunghi 5/6 metri. Dopo circa 40 giorni spuntavano le prime foglioline.

Il trapiantoIl trapianto del semenzaio al “campo aperto” avveniva nel mese di aprile nei

solchi tracciati dagli uomini, le donne, aiutandosi col cavicchio, “LU PALU” piantavano il tabacco. Alla distanza 12 cm. Circa. Subito dopo si innaffiavano le piantine con la “NDACQUALORA” l'annaffiatoio.

La sarchiaturaDurante la prima crescita bisognava curare e liberare le piantine dalle erbe

infestanti che nascevano intorno. Ci si serviva di una zappa piccola “la sarchiarula” per non recidere le radici delle giovani piante di tabacco.

La raccolta Cominciava alle prime ore del mattino, verso le due le tre quando c'era il

fresco della notte. Le mani esperte di grandi e piccini staccavano le prime foglie basali “LU FRUNZONE” e poi le apicali “LA PUNTALORA”.

Ogni tre quattro giorni si raccoglievano le foglie gialle e mature. Alle nove si smetteva, perché il sole appassiva le foglie che non si staccavano facilmente; la peluria diventava con il caldo più vischiosa.

Le foglie ben disposte faccia/dorso venivano sistemate in grandi ceste “LE CANISCE”.

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L'infilzamentoCon la partecipazione di tutta la famiglia avveniva l'operazione di

infilzamento. Ad ognuno veniva affidato un mucchio “NU MUNTONE” di tabacco da infilzare con “L'ACUCEDDA”, un ago di acciaio a Lamina di 35 cm circa alla cui punta era infilato uno spago fino a riempirlo: si otteneva una corona “NA CORDA”. A volte si gareggiava stabilendo il tempo di un' AVE MARIA o una posta di rosario; molto spesso le nonne raccontavano una favola o un aneddoto “NU FATTU”; le mamme intonavano canti campagnoli e tradizionali per vincere il sonno.

L'essiccamentoLe filze venivano stese “MPISE” sui tiraletti alla distanza di 10 cm ed

esposte al sole. Nella fase di essiccamento vi era il terrore di piogge improvvise che potevano rovinare il lavoro di mesi e la paura degli “SCARCAGNIZZI”, folate di vento con direzione cangiante che potevano spezzare e sbriciolare le corde. Alle prime gocce d'acqua bisognava “NCANNIZZARE” , cioè accatastare i tiraletti al coperto. Le foglie dovevano essiccare gradualmente senza prendere vento, né umidità, sino a raggiungere una colorazione giallo/oro.

Stagionatura e consegnaLe filze, ormai secche, venivano sistemate a festoni “CHIUPPI”. Per ogni

festone occorrevano dieci/dodici corde e talvolta venti quando si “NCHIUPPAVA” la puntalora. Nel mese di novembre la ditta consegnava al produttore le casse a gabbia o a crociera per il trasporto del tabacco al centro di raccolta. Fino a quel giorno i chiuppi erano stati appesi a dei fili in locali asciutti e ben arieggiati per completare l'essiccamento.

Il giorno della consegna, per il coltivatore era una delusione, perché la ditta era sempre pronta a deprezzare il prodotto. Per il pagamento bisognava aspettare alcuni mesi.

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LA PAROLA AI DOCUMENTI

Analisi di una bolletta di consegna.IERINel 1939 un quintale di tabacco veniva pagato 570 lire.Sul pagamento di ogni quintale gravava considerevolmente la percentuale

relativa al CALO e al FUORICLASSE.- il calo considerato al 14% ;- il fuoriclasse all'11% nella prima pesata;- al 3 % nella seconda pesata. Totale 28%

Tabacco consegnato kg 101 - Calo e fuoriclasse 28% - Tabacco pagato kg 87

Su 101 kg di tabacco consegnato, al produttore furono pagati solo 87 kg.Da considerare poi le ritenute.- Tassa di vigilanza a lire 0.60 per ara- Su 24 are: tot. Lire 14,40- Una trattenuta “pro casa fascio” di lire 1- Lire 4 per marche

Somme al netto da pagarsi al coltivatore: lire 364,69. Una vera miseria!

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GIORNATA LAVORATIVA TIPICA AL TEMPO DELLA RACCOLTA DEL TABACCO

Luglio. Iniziava prima dell'alba, nelle notti di luna piena si raccoglieva tabacco fino

alle ore 9,00 circa, poi si lasciavano i campi ed il lavoro continuava a casa infilando il tabacco raccolto.

Prima si faceva colazione a base di “friseddre” pane, pomodoro, peperoncino…

Nello stanzone, adibito all'infilaggio del tabacco, ognuno prendeva il proprio posto, quasi sempre lo stesso, per terra un telo di sacco o qualche indumento per stare seduti piu' comodi; le spalle poggiate al muro.

La seconda parte della giornata era più tranquilla : mentre si infilavano le “nserte” di tabacco si cantava, si raccontavano storie, si parlava di tutto e si intrecciavano sguardi amorosi tra i più giovani.

Era questo un tempo-lavoro più rilassante e bello; si respirava quasi aria di complicità, tutti uniti dallo stesso stile di vita, quasi sempre motivati da obiettivi uguali: un buon raccolto, un buon guadagno

La pausa pranzo era breve: una fetta di pane, un po' di acqua fresca e poi bagno per i bisogni fisiologici

Il bagno, una costruzione poco lontana dall'abitazione aveva come porta una tenda di sacco perciò si andava sempre in due così uno poteva fare da guardia.

Seguiva la terza parte della giornata, donne, anziani, bambini ultimavano il tabacco da infilare, uomini e donne giovani ritornavano sui campi, al calar del sole, per continuare la raccolta.

Poi con le canisce, “ceste” traboccanti di tabacco, si ritornava a casa. Gli uomini camminando davanti e le donne dietro. camminavano lentamente, con le mani sporche di grasso di tabacco, con i capelli raccolti in un fazzoletto, con il vestito appena sollevato da terra, ai piedi calze e scarpe, sebbene facesse caldo.

La sera si cenava insieme, prima di andare a letto, quattro chiacchere e poi a dormire.

Il tempo della raccolta durava da luglio fino alla fine di agosto inizi di settembre. Durante questi mesi il tabacco seccava al sole appeso ai telai.

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Tempo-lavoro dell'imballaggio e della consegna: dicembre.Ai primi di dicembre il tabacco seccato si imballava e dopo si consegnava

alle ditte.In questa fase il lavoro si doveva fare al mattino, nelle giornate umide per

evitare lo sbriciolamento del tabacco. Dopo la consegna il lavoro dell'annata era finito.

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Capitolo 3

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IL TABACCO UN TEMPO RISORSA ECONOMICA

“TABACCARI E TABACCHINE NEL SALENTO”Di R. Barletta

All'inizi del nuovo secolo (1903-1904) il tabacco fu considerato l'elemento che poteva apportare quella desiderata e necessaria ventata modernizzatrice dell'agricoltura salentina perché era una tangibile integrazione allo scarsissimo reddito contadino.

Da un'inchiesta parlamentare condotta nel 1908 risulta che “nella provincia di Lecce vi sono vari apostoli della coltivazione del tabacco, i quali però si illudono sull'avvenire che questa coltivazione può avere nella provincia (…). In realtà la coltivazione del tabacco non è stata che un mezzo per attenuare le sofferenze dei proprietari e dei contadini nella zona dell'ulivo”.

(…) Vi è gia stata una crisi di sovrapproduzione dei tabacchi orientali i soli per la cui coltivazione la provincia di Lecce sia veramente adatta (…)”

(Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle province meridionali (Sicilia a Puglia).

Classi V - "Giovanni XXIII" - Neviano

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COMMERCIO-CONCESSIONI-MONOPOLIO

La lavorazione e la commercializzazione del tabacco, attraverso contadini, tabacchine, industrie di trasformazione, hanno costituito una delle “risorse primarie”, per alcuni aspetti più redditizie, per l'intero Salento e per gran parte della Puglia. Il tabacco levantino-leccese è stato per quasi un intero secolo il più importante punto di riferimento nella tabacchicoltura internazionale con i suoi centinaia e centinaia di opifici e magazzini e centri di raccolta nei quali lavoravano migliaia e migliaia di persone, soprattutto donne.

Alla fine dell'ottocento tra le province pugliesi solo in quella di Lecce esisteva l'unica grossa “industria manifatturiera” di tabacchi con 98 operai: la “Regia Manifattura di tabacchi Orientali”.

Delle diverse varietà di tabacco orientale, quella SANTI JACA, proveniente dalla Macedonia fu coltivata per prima e si diffuse maggiormente.

La coltivazione del tabacco levantino nell'intero Salento salì in modo rapidissimo durante gli anni della Prima Guerra Mondiale e raggiunse il suo maggiore impulso negli anni successivi, già nel biennio1922/23 attorno al tabacco levantino risultarono ruoatare circa 30.000 contadini con le loro famiglie, cioè la metà della forza agricola salentina; cioè 40.000 tabacchine (un freno potente all'emigrazione) distribuite in 48 grossi magazzini. Nel 1924 si ottennero 162.537 quintali di prodotto che portarono i concessionari a ben 531, l'anno seguente.

Dagli anni 20 agli anni 40 nel Salento proliferarono centinaia di centri di raccolta e opifici con un “affollato” e “dinamico” numero di ditte concessionarie: Alessano ne ebbe sedici, Campi dieci, Francavilla otto, Galatone diciannove, Poggiardo diciannove, Tricase trenta, Lecce settanta, Neviano quattro…

La produzione rimase invariata per tutti gli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale.

Negli anni 60 si registrò un drastico rallentamento nella produzione dei Levantini. Dal censimento del 1980-81 emerse che la superficie coltivata a tabacco si era ridotta a soli 5.030 ettari. Nel 1990/91 le ditte concessionarie, tutte operanti nella sola città di Lecce, erano solo dieci e di esse solo due riferite a Tabacchi Orientali: la Società Lavorazione Ind-Tabacchi Orientali e la Oriental Lear Tabacco.

Classi V - "Dante Alighieri"

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Dall'intervista al rag. S. CupponeLE CONCESSIONARIE DEL TABACCO A NEVIANO

La concessione governativa era un'importante istituto senza il quale non poteva effettuarsi la coltivazione del tabacco; essa rappresentava la licenza che trasferiva al privato un diritto esclusivo attribuito allo Stato.La concessione sottoponeva a duri obblighi e responsabilità gli operatori del settore. A Neviano negli anni '25/'30 fino agli '68/'69 ci sono stati 4 concessionari dei tabacchi:

- Ditta Giuseppe e Marcello Resta con 80-100 ha di terreno coltivato a tabacco ed un tabacchificio in via Dante Alighieri (ora Mobilificio Antonaci). Nel 1943 fu trasferito nella zona “Indraccolo” nel comune di Seclì dove tuttora è in attività con la ditta Cazzato di Aradeo (CTA).

- Ditta di Renato Greco con 43 ha. di terreno coltivato e un tabacchificio in via Celinelle (ora magazzini Galante)

- Ditta Carallo & C. con 20 ha. di terreno coltivato e un tabacchificio in via Umberto I (ora civile abitazione). Nel 1960 il tabacchificio fu trasferito in via R. Graziani (ora adibito ad attività commerciale).

- Ditta Francesco Napoli con 12 ha. di terreno e un tabacchificio in via Roma.

I 185 ha. di tabacco affidati ai Concessionari di Neviano venivano coltivati per il 60% in feudo di Neviano e il 40% in altri feudi vicini.

La coltivazione del tabacco veniva controllata rigorosamente dai funzionari del Monopolio di Stato; le piante in più venivano svelte e a settembre veniva fatto il controllo anche sull'estirpazione delle piante (tabaccare). Tutto questo è durato fino agli '60. La produzione media era di 12 quintali ad ha. Negli anni '64-'65 c'è stato un forte calo della produzione dovuto alla grandine. Dopo il 1969 con l'introduzione della Comunità Europea fu istituita una “Commissione per il tabacco”.

Dal 1970 c'è stata la liberalizzazione della coltivazione del tabacco; al Monopolio è rimasta Privativa sulla Manifattura delle sigarette e sulla vendita delle stesse; il coltivatore è libero di coltivare il tabacco rispettando le leggi della Comunità Europea; i concessionari diventano trasformatori controllati dell'AIMA (Azienda Interventi Mercati Agricoli). Fino al 1969 i tabacchifici lavoravano per pochi mesi all'anno (Gen-Feb) e impiegavano circa 700 operaie così distribuite:

280 operaie la ditta Resta

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200 operaie la ditta Greco120 operaie la ditta Carallo65 operaie la ditta NapoliIl salario delle operaie-tabacchine era di circa 1300 Lire al giorno (secondo

il CNL). Era una piccola risorsa per le famiglie; le tabacchine beneficiavano anche dei contributi INPS.

Ogni ditta aveva due registri:- il Registro Matricola con l'elenco delle operaie ed il periodo di lavoro;- il Registro Paga Quindicinale con l'elenco delle operaie, orario di lavoro

e la paga giornaliera.

Le tabacchine lavoravano sette ore al giorno per sei giorni settimanali. Negli anni '60 si ridusse a 5 ore il sabato. Le tabacchine venivano assunte dalle liste dell'Ufficio di Collocamento e con la qualifica di tabacchina o di apprendista-tabacchina. L'apprendistato durava tre settimane e per quel periodo l'apprendista percepiva un salario più basso. Dal 1970 i trasformatori hanno potuto coltivare di più, il tabacco poteva essere innaffiato e concimato. La produzione per ha è passata da 12 quintali a 40 quintali ma per ora la qualità è meno pregiata.

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LE OPERAIE TABACCHINE

Le operaie addette alla lavorazione industriale del tabacco (le tabacchine) hanno costituito una categoria assai significativa nella produzione industriale, ma anche per il reddito familiare.

Il loro lavoro si svolgeva all'interno di magazzini non troppo confortevoli, poco areati, anzi con l'aria carica di pulviscolo nocivo per la salute. Queste donne con facilità si ammalavano di tubercolosi.

Si lavorava nel massimo silenzio, l'operaia sorpresa a parlare veniva subito rimproverata o sospesa dal lavoro per qualche giorno. Se le operaie continuavano comunque a parlare o a mangiucchiare qualcosa potevano essere anche licenziate. Il licenziamento era espresso con pesanti motivazioni che venivano riportate sul libretto di lavoro, per cui quell'operaia incontrava serie difficoltà a trovare di nuovo lavoro.

Le operaie del tabacco rappresentarono per lunghissimo tempo una categoria altamente combattiva: partecipavano sempre alle manifestazioni di protesta, manifestando anche uno spiccato senso di solidarietà all'interno del movimento operaio.

Queste donne rimangono nel tempo delle figure singolari se pensiamo che esse dovevano essere contemporaneamente più madri che donne, lavoratrici e casalinghe, in un'epoca in cui i lavori domestici erano assai pesanti e non esistevano nelle case tutte le comodità di oggi, per esempio l'acqua corrente.

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Le operaie tabacchine ricevevano una retribuzione alquanto bassa, soprattutto quelle che lavoravano presso le manifatture di Stato; inoltre l'orario di lavoro si protraeva oltre il dovuto.

Soltanto pochi concessionari corrispondevano la retribuzione per lo straordinario.

I concessionari escogitavano sotterfugi per prolungare gli orari di lavoro. Il più diffuso era la recita del Rosario anche due volte al giorno, simultaneamente al suonare della sirena che annunciava la chiusura della fabbrica, oppure la recita dell'Angelus. Il concessionario in persona recitava la preghiera sbagliando volutamente l'ordine o l'inizio delle orazioni cosicché ricominciava sempre daccapo che concludeva oltre al normale orario intanto le operaie erano costrette a non interrompere i propri compiti. Anche la lettura di circolari ministeriali o di comunicazioni varie avveniva sempre alla conclusione pesante di una giornata di lavoro.

LA “MAESTRA” DEL TABACCO

Il lavoro delle tabacchine presso le manifatture era controllato e coordinato dalla dirigente della fabbrica, la cosiddetta “Maestra”, preposta a seguire le fasi lavorative attraverso una stretta sorveglianza, a mantenere la disciplina con autorità spesso eccessiva e dalla quale dipendeva, inoltre, la quantità di lavoro che giornalmente ciascuna operaia doveva compiere.

La “Maestra”, molto vicina al concessionario perché scelta da quest'ultimo ne curava così gli interessi, mettendo in atto un'azione di sfruttamento generalmente senza mai abbandonarsi a benevolenze verso le operaie, ma anzi imponendosi duramente.

LA LEGISLAZIONE

Nel clima generale di sfruttamento si devono ricordare le profonde carenza contrattuali e la mancanza di legislazione previdenziale per cui, alla soglia della pensione di vecchiaia, le tabacchine si sono viste rifiutare il trattamento pensionistico perché i concessionari non avevano versato i contributi e di conseguenza non avevano potuto beneficiare delle liquidazioni.

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IL DURO E PESANTE LAVORO NEL TABACCHIFICIOUna ex operaia tabacchina racconta

Vincenza Manco è una signora di circa 65 anni e ha lavorato in una delle quattro “fabbriche di tabacco” di Neviano dal 1963-64 al 1971-72.

Dei quattro tabacchifici uno, della ditta Marcello Resta, era ubicato alla fine di Via Roma, un altro a metà di Via Roma, il terzo, di proprietà di Greco Renato, in Via Celinelle e l'ultimo in una strada del centro del paese, di proprietà Resta.

In quello di Greco Renato, diventato poi di proprietà Cuppone, ha lavorato la signora Vincenza; quei locali, oggi sono utilizzati come negozio di abbigliamento.

La signora Vincenza abitava proprio vicino al posto di lavoro e in alcuni periodi dell'anno il numero delle operaie tabacchine arrivava a 200-300.

Il lavoro nella fabbrica consisteva nel separare le foglie di tabacco, portate dai contadini, in diverse categorie secondo la qualità. Le varie categorie venivano chiamate classi.

Il tabacco che veniva selezionato per la prima classe era il migliore. Le varie classi prendevano il nome dalla qualità e dal colore: verde chiaro il migliore, poi verde scuro, varie tonalità di marrone, fino al marrone scuro.

Le classi erano molte: dalle più pregiate alle più scarse. Tutte le classi venivano però comprate per la produzione di sigarette: le migliori per le sigarette più pregiate, le scarse per le sigarette più comuni. Per essere pregiate il tabacco doveva essere ben secco.

Il periodo di maggior lavoro e con il maggior numero di operaie in fabbrica durava 4 o 5 mesi, da dicembre ad aprile.

Nel tabacchificio lavoravano quasi tutte donne e solo pochissimi uomini perché quel lavoro non richiedeva la forza maschile e anche perché le donne erano più sensibili a riconoscere le varie sfumature di colore.

Si lavorava otto ore al giorno: si entrava alle sette del mattino e se ne usciva intorno alle tre del pomeriggio; c'era solo una pausa di mezz'ora per consumare il pranzo che quasi sempre era costituito da due fette di pane con il pomodoro oppure della verdura cotta.

Era vietato portare a casa anche una sola foglia di tabacco e la signora Vincenza dice di aver saputo che qualche proprietario perquisiva le tabacchine all'uscita.

Nonostante ciò però le donne di Neviano cercavano di essere assunte come tabacchine perché non si trovava altro lavoro (soprattutto d'inverno) e anche perché si guadagnavano 5-6 mila lire al giorno e si accumulavano i contributi per la pensione e la malattia.

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Il lavoro nel tabacchificio, anche se non particolarmente pesante, era abbastanza duro.

Si lavorava intorno a banchi di 100 persone con una coordinatrice ogni 10 tabacchine, una caposquadra ogni 10 coordinatrici e una maestra per tutte le caposquadra.

La maestra era scelta dal proprietario e questa sceglieva le caposquadra e le coordinatrici.

Se le tabacchine sbagliavano la selezione delle foglie del tabacco o semplicemente si distraevano chiacchierando tra loro venivano severamente rimproverate. Il lavoro doveva essere svolto in silenzio.

La signora non ricorda di avere sentire mai parlare di sciopero ne di sindacati.

Si doveva lavorare bene, in silenzio e non erano ammesse lamentele.Il lavoro secondo la signora Vincenza era particolarmente pesante perché al mattino presto bisognava pulire la casa, fare il bucato, sistemare i bambini, ed essere puntuali al lavoro.

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Capitolo 4

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LA TENUTA AGRICOLA “LI CURSARI”: UN ESEMPIO DI COLONIZZAZIONE AGRARIA PER LA COLTIVAZIONE DEL

TABACCO NEL SALENTO DEL DOPOGUERRA

STORIA DEL VILLAGGIO RESTA

Marcello Resto tra il 1935 ed il 1940, con suo fratello Giuseppe, fondò, tra Nardò e Copertino il Villaggio Resta.

Nel 1936 egli organizzò tecnicamente la propria azienda agraria della quale era entrata a far parte la masseria “Corsari”. Marcello Resta costruì case comode ed accoglienti assegnate gratuitamente a 50 famiglie coloniche. Così circa 500 coloni si trasferirono nell'azienda. Ad ogni capo famiglia fu assegnato un podere di 6 ettari. Furono costruiti imponenti magazzini, un frantoio oleario, la stalla per il bestiame, silos per i foraggi, uno stabilimento vinicolo dotato di ogni più moderno macchinario ed un magazzino di 3000 mq. per il deposito e la lavorazione dei tabacchi orientali prodotti dall'azienda. Questa terra era priva di acqua potabile perciò fu costruito un acquedotto. L'azienda intersecata da strade poderali, aveva la sua scuola e la sua chiesetta e per seguire gli sviluppi dell'azienda agraria Marcello Resta sin dal '38 si trasferì

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nel villaggio con la sua famiglia. Stipulò fin dal 1937 con i suoi coloni un contratto venticinquennale di mezzadria dal quale risulta che il 60% dei prodotti va ai coloni ed il 40% al proprietario. L'azienda si è in seguito ancor più sviluppata sia nelle unità lavorative che per i nuovi terreni messi a coltura. Marcello Resta aveva costruito nuove case coloniche affidando ai contadini nuovi terreni per la cui irrigazione si è provveduto con un pozzo artesiano. Quest'opera di trasformazione fondiaria ha avuto il suo più alto riconoscimento in un provvedimento del Ministero dell'Agricoltura. All'azienda agrari “Corsari” si è aggiunta poi l'opera di bonifica di “Torre Colimena” che ha trasformato le paludi in piantagione di ortaggi, leguminose, cotone, barbabietole da zucchero, vigneti. Nel 1945 l'azienda agricola fu colpita da sequestro cautelativo che venne poi revocato. L'onorevole Gronchi ha premiato questa dinamica attività nominando Marcello Resta Cavaliere del Lavoro.

DESCRIZIONE DEL VILLAGGIO RESTA

Il Villaggio Resta è stato costruito nel 1936. Aveva due padroni. Marcello e Giuseppe Resta.

Nel Villaggio c'è una villa padronale dove si entra attraversando un viale con all'ingresso due belle colonne. Le 12 case coloniche, sono costituite da quattro appartamenti e ognuna ha una gemella. Al piano terra di ogni casa ci sono dei portici per la vita all'aperto, durante l'estate. Queste case sono sparse attorno alla villa.

Il Villaggio si estende per 7 km2 cioè 700 ettari di terra ed è diviso da una strada. Oltre alla villa padronale e alle 12 case, nel Villaggio c'è un deposito aziendale e una fabbrica dove si infilava il tabacco. Sotto i portici delle case coloniche si appendevano “le pendule” di pomodori che infilavano le donne la sera, sempre sotto i portici, con ago e spago, poi le appendevano e le conservavano per l'inverno. Alcune case hanno la scala che porta agli appartamenti del primo piano.

Dal contratto di mezzadria risulta che le case coloniche erano igienicamente perfette e capaci di ospitare decorosamente famiglie numerose. Erano anche linde e sobrie nell'architettura ed in piena efficienza pronte ad accogliere i coloni con le rispettive famiglie. Marcello e Giuseppe Resta concedevano ai coloni un podere costituito da sei ettari di terreno. Finito il contratto di mezzadria, che durava 25 anni, il colono doveva lasciare la casa colonica. Il terreno da coltivare era, nei primi quattro anni della mezzadria, sfruttato dal colono il cui ricavato era a suo esclusivo beneficio.

A cura delle classi V - “Giovanni XXIII” – Neviano

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DOCUMENTOARCHIVIO NOTARILE DISTRETTUALE-LECCE

Contratto di mezzadria con appoderamentoV.E. III per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d'Italia. L'anno

1937, il giorno 4 del mese di febbraio in Neviano in casa del Signor…… innanzi a me… notaio… in presenza dei Sigg… i fratelli… hanno acquistato un territorio di Nardò e più precisamente in agro della Bonifica di Arneo, una vasta tenuta, estesa circa 400 ettari denominata “Masseria Corsari”.

... per attuare un vasto piano di bonifica agraria valorizzando così terreni improduttivi perché incolti restituendo all'agricoltura nazionale una vasta plaga di terra magnifica e feconda.

... la costituzione di case coloniche igienicamente perfette, capaci di ospitare decorosamente famiglie numerose e tali da rendere ancora più forte l'attaccamento di questi coloni alla terra stessa... Ed è con questi coloni che si stipula il presente contratto di mezzadria…

Si concede a mezzadria a ciascun colono un podere costituito da sei ettari di terreno. Di tale estensione fa parte un ettaro di terreno macchioso che verrà bonificato mentre i restanti cinque ettari verranno per due ettari piantati ad arbusti legnosi (olivi, fichi, mandorli) ed i restanti a tabacco, grano, leguminose, patate e cotone, seguendo le rotazioni agrarie che più rispondono alla natura del terreno e all'andamento del mercato. Il prodotto del terreno a tabacco, grano, leguminose, patate e cotone verrà ripartito a perfetta metà tra le parti.

A termine della mezzadria spetterà ai mezzadri il terzo delle migliorie solo per la parte di terreno piantato ad alberi. La valutazione sarà fatta da due periti, una per ciascuna delle parti.

Lecce, 22 dicembre 1938A cura delle classi V - “Giovanni XXIII” - Neviano

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INTERVISTA AD UNA SIGNORA CHE ABITAVA AL VILLAGGIO RESTA

A scuola è venuta a trovarci la signora Assuntina che è venuta molto tempo al Villaggio Resta che presto andremo a visitare.

Questa signora si è trasferita al Villaggio Resta all'età di ventidue anni dove ha lavorato per dieci anni. La signora ci ha raccontato brevemente la giornata che si svolgeva in quel Villaggio. La mattina si alzavano verso le quattro e andavano a lavorare in campagna dove si coltivava di tutto: fiori (garofani, rose, anemoni e tulipani), verdura, frutta, tabacco (Perustizia, Xantiyaca) e cereali. La signora che abbiamo intervistato lavorava nella fabbrica di tabacco dove si faceva tutto il procedimento dalla semina alle ballette; ma non tutte le famiglie lavoravano il tabacco. Dopo qualche ora di lavoro era loro concessa la pausa per mangiare; mangiavano di tutto: pasta, legumi e verdura. La domenica si mangiava pasta con la carne. Impiegavano quasi tutta la giornata per lavorare il tabacco e mentre lo facevano cantavano e raccontavano storie antiche. I bambini andavano a scuola fino alla quinta elementare e già a dieci anni cominciavano a lavorare ad aiutare in casa.

La coltivazione dei fiori era molto redditizia perché la terra era molto buona perciò molti fiorai arrivavano da Lecce per i fiori del bellissimo Villaggio.Il Villaggio Resta si chiama anche “Li Cursari” perché intorno al 400 sono arrivati in quella zona proprio i corsari. “Li Cursari” è nato nel 1935.C'erano più o meno cento case ed ogni famiglia aveva una casa. Le case erano abbastanza accoglienti e con stanze grandi. Per le feste il padrone regalava olio e vino ai coloni. Le persone avevano vestiti per lavorare e vestiti per le feste.Quando pioveva le persone erano felici perché si stava tranquilli in casa.Alla signora piacerebbe andare a vivere ancora lì.

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IN VISITA AL VILLAGGIO RESTA

Siamo andati a visitare il Villaggio Resta la cui costruzione risale agli anni 1936-37 e si trova tra Nardò e Copertino.

La visita guidata aveva lo scopo di approfondire e visitare le zone dove un tempo si coltivava il tabacco. Il posto dove sorge il Villaggio Resta si chiama “Li Cursari” perché, essendo vicino al mare, pare che alcuni corsari, tanto tempo fa, con le loro navi siano sbarcati nella zona occupandola.

E questo spiega la presenza di alcune torri di avvistamento lungo tutta la costa.

Avevamo come guida l'Architetto Elio Resta, parente dei proprietari del Villaggio ela sig.ra R. Resta, figlia di uno dei proprietari che ha ereditato la casa padronale che ci ha fatto visitare.

E' una casa molto bella, sul muro della scala che porta al 2° piano c'è un bellissimo dipinto che rappresenta le quattro stagioni con scene di vita quotidiana del Villaggio.

L'architetto ci ha illustrato l'intera struttura del Villaggio con la Chiesa, con le case coloniche, il tabacchificio, l'oleificio in grave stato di abbandono.

Dal villaggio ci siamo recati in pulman alla masseria perché si trova un po' distante e poi abbiamo fatto ritorno a scuola.

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LA MASSERIA DEL VILLAGGIO RESTA

La masseria si trova molto distante dal Villaggio Resta. Nasce attorno ad una torre del 400 e la ingloba. Si accede alla masseria grazie ad un ampio viale alberato con alti alberi di carrubo.

Si entra nel portico della Masseria attraverso un lastricato in pietra il quale porta ad un cortile dove si svolgeva la vita all'aperto dei coloni. Camminando per il cortile si accede all'ovile e alle case dei coloni. Nella Masseria c'era anche la scuola per i figli dei coloni con solo due aule.

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LE MIGRAZIONI DEI SALENTINI NELLE “TERRE DEL TABACCO”

I contadini salentini nel periodo successivo alla prima guerra mondiale, per risolvere la grave crisi che attraversava l'olivicoltura e la viticoltura, ripiegarono sulla tabacchicoltura che, oltre ad offrire buoni margini di guadagno, occupava un'alta percentuale di manodopera che acquisì una tale esperienza e competenza nello specifico trattamento del tabacco levantino da essere largamente apprezzati e richiesti in altre regioni, soprattutto in Basilicata.

Prima della seconda guerra mondiale la paga giornaliera era di otto lire per un ragazzo o un vecchio, dodici lire per un uomo; dopo la guerra la paga andò rispettivamente a 200, 330 e 500 lire.

Ci vollero accanite lotte contadine per portare la paga a 700 lire.Scrive A. Marasco su “Voce del Sud” del 19 marzo 1992: “Partirono in tanti

dall'estremo Salento verso il vicino Oriente, in Montenegro, per apprendere come si coltiva “il tabacco levantino”. Tornano dopo tanti anni ricchi di esperienza e capacità, offrendo alla nostra buona terra la possibilità di produrre le foglie migliori”.

La coltura dei levantini contribuì a risolvere il grave problema della disoccupazione agricola favorendo il fenomeno delle migrazioni temporanee nella propria e nelle altre regioni.

Una volta conquistata la provincia di Lecce, i concessionari furono spinti ad estendere la coltura dei levantini nelle altre zone della Regione, nelle province di Brindisi e Taranto consentendo alla Puglia di balzare al primo posto tra le regioni tabacchicole sia per superficie occupata che per produzione.

In Basilicata, dove l'introduzione della tabacchicoltura avvenne qualche anno prima del secondo conflitto mondiale, il fenomeno migratorio fu veramente importante. Ebbe però carattere temporaneo fino al suo esaurimento verificatosi negli anni 70. In testa si colloca il comune di Ginosa, seguono Pisticci, Montalbano Jonico, Matera, Montescaglioso…

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UNA GIORNATA TIPO IN UNA MASSERIA DEL TARANTINO

Scena familiare consueta. La mamma era la prima a saltare giù dal letto, verso 2,00-21,15 del mattino o meglio della notte per i comuni mortali. Nella masseria qualche lumino traluceva dalle finestre.

Anche i galli cantavano prima. Forse sentivano l'alba dai rumori degli abitanti che con movimenti sicuri avviano una lunga giornata di lavoro.

“Svegliatevi piccine dài che tra poco passa il fattore altrimenti ci tocca andare tutti a piedi”.

Alla mamma stringeva il cuore svegliare le ragazze che dormivano beate stringendosi al morbido cuscino.

Ma dovevano alzarsi tutti, la raccolta del tabacco era nella fase centrale: le piante erano più alte delle persone e le foglie belle, grasse e di un bel colore verde lucente che già dava un riflesso giallino.

Sì, perché se erano verde-scuro, non si potevano raccogliere, erano ancora “usce”, cioè acerbe.

Sui fornelli una vecchia pentola scura con caffé d'orzo bollente. La mamma sperava di svegliare prima le figlie, voleva far bere qualcosa di caldo “alli piccinni” prima di portarli nei campi.

Loro no, non la pensavano così! Preferivano dormire dieci minuti di più!Così la mamma era costretta ad alzare la voce, a mettere in piedi con la forza

la più piccola che piagnucolava.Pochi movimenti frettolosi. Si cercava il foulard sotto il letto…la scarpa è

scomparsa.Neanche lei vuole ricominciare a muoversi.In pochi minuti la famiglia era pronta ad uscire.

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TESTIMONIANZE

Annunziata

Mi chiamo Annunziata, ho 40 anni e sono sposata.Ricordo che la mia famiglia ha sempre coltivato il tabacco. Quando

chiedevo un paio di scarpe o un vestito nuovo, la mamma mi diceva: “quando ci paghiamo il tabacco, li compriamo!” il tabacco era la nostra ricchezza, ma io lo odiavo.

Ricordo che nel mese di maggio la mamma veniva a scuola per parlare con la maestra e col Direttore per portarmi via, al tabacco.

Poi cominciavano i preparativi: quattro o cinque scatole di cartone piene di vestiti, scarpe e altre cose strettamente necessarie.

Si partiva la mattina molto presto e si arrivava dopo 4 o 5 ore.Il viaggio mi stancava molto: avevo pacchi dappertutto, mio fratello più

piccolo appiccicato a me e poi….mi sentivo triste perché lasciavo i compagni, la scuola, la mia casa, i miei parenti.

La casa dove andavo era composta da una sola grande stanza.In un angolo vi era la cucina con un tavolo di legno e una grande tenda che

separava in due il restante spazio: da una parte dormivano i miei genitori, dall'altra noi figli.

La mattina mi svegliavo alle 2,30. Non avevo voglia di aprire gli occhi ma dovevo alzarmi senza troppe storie. Mi recavo in campagna sul trattore del fattore insieme ai canestri vuoti che servivano per il tabacco. Raccoglievo le foglie staccandole dalla pianta e cercando di tenerle bene ordinate “a mazzo” perché così era più facile infilarle perché rimanevano attaccate a causa del grasso. Poi, sudata e stanca, tornavo a casa, mi lavavo un po', mangiavo qualcosa in fretta e poi mi recavo nel “cambarone”. Questo era un grande magazzino dove ogni famiglia aveva assegnato un posto per infilare il tabacco.

Mi sedevo a terra sui sacchi che pungevano e dovevo finire, insieme a mio fratello, una “caniscia” di tabacco.

Poteva anche essere un “tiraletto” o anche più.Così andavo avanti fino alle 2,00-2,30. ricordo che sentivo sempre i grandi

che cantavano e mi piaceva molto.Solo quello mi piaceva e mi piaceva anche quando passava “quello dei

gelati”: una volta la settimana. Allora era una festa per tutti i bambini. Verso le 2,30 si pranzava.

Quando non c'era molto tabacco da infilare ci riposavamo un'ora o due e poi alle cinque del pomeriggio si tornava in campagna. Si riempivano 5 o 6 “canisce” di tabacco.

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Si tornava quando era buio: ero molto stanca. Ricordo che quando andavo a dormire, mamma e papà tornavano ancora nel “cambarone” e infilavano tabacco fino a quando resistevano: le 22-22,30.

La cosa che ricordo più chiaramente, è che avevo sempre sonno e quando, nel periodo della festa della Madonna delle Nevi tornavo a casa, avevo solo voglia di dormire e giocare con le amiche.

A cura delle classi V - “Giovanni XXIII” – Neviano

LA ZIA DELLA MAMMA RACCONTA

Io ho intervistato una zia di mia madre la quale migrava presso una masseria di Altamura (Ba) per lavorare il tabacco. Ricorda che ritirava i figli dalla scuola il mese di marzo perché dovevano partire.

La mattina presto arrivava un camion che li portava alla masseria.Le sue figlie se ne andavano tristi perché sapevano il duro lavoro che le

aspettava. Si riempivano scatole di cartone e valigie di abiti quasi tutti vecchi sapendo che dovevano stare in campagna.

L'abito nuovo lo conservavano per qualche occasione e per quando dovevano tornare a Neviano, il 5 agosto, per la festa della Madonna delle Nevi.

Arrivati alla masseria, dopo qualche giorno si incominciava a piantare il tabacco ad Altamura e ad innaffiarlo.

Finita la piantumazione, si incominciava a “sarchiare” il tabacco, cioè a pulirlo dalle erbacce. Verso la metà di giugno incominciava la raccolta che era un lavoro lungo e durissimo.

Si alzavano la mattina alle due e andavano in campagna con le lanterne accese che appendevano a dei bastoni di canna e si avviavano per la raccolta del tabacco. In campagna ci si recava con un trattore che apparteneva al fattore della masseria, che ripassava verso le ore 10,30 per caricare tutte le “canisce” (recipienti fatti di canna) piene di tabacco, mentre loro aspettavano sotto il sole cocente. Quando finalmente il trattore tornava a prendere i lavoratori, si tornava a casa, si mangiava un po' di pane o una frisella con il pomodoro e si correva ad “infilare il tabacco”.

Si entrava in un “cambarone” che era un immenso magazzino dove ognuno aveva il posto e la “cuceddha” per infilare il tabacco.

I figli potevano riposare solo quando avevano finito di infilare le “canisce” di tabacco che ognuno aveva assegnate.

Il marito con qualcuno dei figli, appendeva “le corde” sui tiraletti.

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Questo lavoro durava per tutta l'estate e quando si aveva un po' di tempo per riposare si dovevano fare le provviste di salsa per tutto l'inverno.

Se il ritmo della raccolta lo consentiva, si poteva tornare a Neviano per la festa patronale il 5 agosto.

Verso la metà di settembre si tornava a Neviano stanchi, ma contenti di aver guadagnato i soldi per andare avanti tutto l'inverno.

A cura delle classi V - “Giovanni XXIII” – Neviano

TESTIMONIANZE

Addolorata

Mi chiamo Addolorata. Vivo a Neviano. Ho 45 anni. Sono sposata, ho 6 figli. Attività lavorativa: contadina.

Dall'età di 1 anno sono andata con la mia famiglia in Basilicata.Molto piccola ho conosciuto il tabacco e ho iniziato a lavorare in campagna.Quando mi alzavo, verso l'una del mattino, quindi a notte fonda, mia madre

mi prendeva per mano, per non farmi cadere mentre si andava nei campi.Io dormivo in piedi!Ricordo che se non c'era la luna si illuminava la terra dove si raccoglieva il

tabacco con la lanterna.I miei 18 anni li ho festeggiati a Bernalda.Mio marito l'ho conosciuto lì.Da sposata ho continuato a lavorare il tabacco insieme ai miei figli.Siamo stati a Caprarica, a Miggiano, paesi del Salento, ma per più di

vent'anni siamo stati nei paesi della Basilicata, soprattutto a Bernalda.Mio marito e il figlio maggiore partivano da Neviano verso i primi di

febbraio per preparare i semenzai.Ai primi di aprile, comunque subito dopo Pasqua, ci trasferivamo tutti e

rimanevamo sino a settembre nel territorio del basentano. Per più di 10 anni siamo stati nella masseria di Don Angelo Gallotta di Bernalda.

La masseria era bella, quasi un villaggio, vivevano circa 40 famiglie provenienti da paesi leccesi; ad ognuna delle famiglie venivano assegnate due stanze.

Nelle stanze si dormiva su materassi di paglia (saccone), si separavano i letti dei maschi da quelli delle femmine con delle lenzuola appese ad una corda o filo metallico.

In una di queste stanza c'era la cucina, un fornello a gas, e il tavolo rustico per pranzare.

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Come armadio c'era un filo metallico dove si appendevano i pochi vestiti che tutti insieme avevamo.

Con me c'era anche mia madre che, oltre a dare una mano nei campi, preparava la cena, che poi era il pranzo per tutti e sbrigava alcune faccende casalinghe come lavare e stendere.

Le piantagioni del tabacco non erano vicine alla masseria, perciò bisognava fare più di un chilometro a piedi per andare e tornare.

Il tabacco raccolto invece si trasportava con il trattore e con i carri.La masseria veniva fornita di acqua con la “carrattizza” trasportata dai buoi.La nostra alimentazione era molto semplice: a colazione grosse fette di pane

di grano con pomodoro, salsetta di peperoni, peperoni fritti. La sera mangiavamo un piatto caldo: minestrone, legumi, pasta e patate, verdura, di tanto in tanto, se era possibile, mangiavamo un po' di carne. Un fornitore passava una volta la settimana per distribuire detersivi, carne ed altre cose utili.

Noi donne e i bambini rimanevamo sempre in masseria; gli uomini qualche volta si recavano a piedi o in bicicletta in paese per comprare sigarette e altro.

Quando si ammalava qualcuno ci rivolgevamo “al padrone” che si interessava a far venire il medico oppure cercava di portare l'ammalato dal medico.

Nella masseria si organizzava una festa in onore della Madonna: si facevano giochi, si ballava il Tango, il Valzer, si ascoltava la messa (veniva il prete per celebrare).

Il 5 agosto non sono mai venuta a Neviano, solo una volta per i miei diciotto anni. Però a Bernalda onoravamo la Madonna con la preghiera e mangiando bene. Ho lavorato sempre, anche incinta di nove mesi, subito dopo il parto ritornavo al lavoro.

Ricordo le giornate trascorse al tabacco dove ho conosciuto tanti amici, con i quali ci frequentiamo ancora.

Ricordo le belle canzoni: “Amore dammi quel fazzolettino”, “Andiamo a mietere il grano”…che accompagnavano i nostri momenti di lavoro.

Con i guadagni del tabacco abbiamo vissuto bene: comprato tutto il necessario, pagati i debiti, potevamo permetterci qualcosa che desideravamo.

Ora lavoro a giornata a Neviano: vendemmio, raccolgo olive, pianto e raccolgo tabacco…

Sono serena e contenta del mio lavoro e della bella famiglia che ho.

La testimonianza della signora Addolorata ci ha commossi per la semplicità del linguaggio, per la ricchezza del contenuto, per il messaggio che ci ha dato: l'amore per la terra.

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Ricordi d'infanzia

Mi chiamo Iva ed ho 50 anni.I ricordi che ho da bambina del tabacco sono questi: tutti i miei vicini di casa

coltivavano il tabacco e ricordo che le strade su un lato e sull'altro, erano piene zeppe di "tiraletti", telai di legno che sostenevano le foglie di tabacco per farle seccare.

Ricordo anche il fuggi-fuggi generale quando scoppiava un temporale.Tutti correvano per cercare di riparare il più possibile i "tiraletti" affinché il

tabacco non si bagnasse.La mia casa aveva un garage abbastanza grande; la mia mamma apriva il

portone ed in un baleno i vicini riempivano il locale di "tiraletti", accatastati uno sull'altro.

Ricordo che per noi bambini, infilare il tabacco era un gioco, mentre per i contadini era un lavoro duro e snervante. Per noi invece, quando la mamma ci permetteva di andare dai vicini ad infilare le foglie di tabacco, era una festa.

I vicini, tra l'altro, ci davano poche lire per ogni "corda" infilata, per premio e non per compenso. Con quei soldi noi compravamo il gelato da un signore che passava con un carrettino per le strade, nei pomeriggi assolati.

Quel gelato aveva un sapore speciale perché lo avevamo guadagnato lavorando.

Una volta andai a trovare una mia zia che era andata in una masseria per lavorare il tabacco. Mia zia e la sua famiglia passavano lì alcuni mesi e tornavano solo quando il lavoro era finito. Io invidiavo quelle mie cugine che vivevano in campagna e che la sera si riunivano insieme per infilare tabacco e chiacchierare.

Classi V° "Giovanni XXIII" - Neviano

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Capitolo 5

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IL TABACCO OGGI

ANTICHE MASSERIE

Fin dal 1753° Neviano erano attive ben 16 masserie. Tra queste ricordiamo: “DONNA LAURA”, LA TORRE”, LE MACCHIE”, “LU CUCUZZA”, “LU MANTA”, “TORRE NUOVA”, “LO SALOMO”, “LO CELONA”, “LA CORTE”, “LA RUCA”.

Negli anni '60 in molte di queste masserie si coltivava il tabacco e in alcune si coltiva ancora.

Fra questa “LU CUCUZZA” che si trova sulla strada neviano-Collepasso.

IN VISITA A “LU CUCUZZA”

Siamo andati a visitare la tenuta agricola chiamata “Lu Cucuzza” che è situata sulla strada provinciale per Collepasso.

Appena arrivati, la sig.ra Anna Maria, ci ha accompagnati nella serra e ci ha spiegato le fasi della lavorazione del tabaco.

Ha iniziato col dirci che a febbraio viene preparato il semenzaio dove si semina col sistema antico, cioè mescolando i semi del tabacco con la cenere per spargere facilmente il seme e distribuirlo in modo più rado.

Ci ha spiegato che, quando le piante ragiungono 20-30 cm. sono pronte per essere trapiantate. Del trapianto se ne occupano di solito le donne che innaffiano le piantine quasi ogni giorno.

Dopo varie altre operazioni, verso il mese di agosto, le foglie mature vengono raccolte messe nelle “canisce”, appositi contenitori e in seguito vengono infilate. Anticamente le foglie di tabacco venivano infilate una ad una per mezzo di un ago lungo circa 15 cm. chiamato “cuceddha”, ora con una macchina. Le collane di foglie vengono poi appese ai “tiraletti” per essere seccate.

Dopo questo procedimento le “filze” (lunghe collane), raggruppate nei “chiuppi” (massi), vengono appese in grandi stanzoni arieggiati fino al momento della consegna ai magazzini delle concessionarie per la lavorazione delle foglie secche.

A cura delle classi V - “Giovanni XXIII” – Neviano

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DAL CAMPO AL MAGAZZINO

Terminata la fase agricola, inizia il trattamento del tabacco nei magazzini delle concessioni, dove il lavoro è di carattere industriale.

In ottobre i tabacchi arrivano confezionati nelle casse, le partite di tabacco vengono stimate e si stabilisce il prezzo in base alle tariffe del Monopolio.

Finita la consegna iniziano le operazioni successive: selezione, cernita, lavaggio, seconda cernita, pressatrice, silos, stivatura delle ballette, rivestimento, cucitura, spedizione alla Manifattura.

Dopo che si ottengono le ballette, bisogna intervenire contro il tarlo che rode in particolare le foglie di Xanti Yaka; le casse di tabacco vengono chiuse ermeticamente in un locale isolato e trattate con il solfuro di carbonio che uccide il tarlo, ma anche eventuali uova.

L'essiccazione del tabacco avviene in modo naturale se l'umidità non è superiore alla norma, altrimenti si deve ricorrere al calore artificiale.

Sono stati i Concessionari del Salento che hanno introdotto le stufatura delle ballette che vengono fatte sostare nei locali appositi riscaldati da caloriferi; in questo modo si protegge il prodotto dall'insorgere delle muffe.

A cura delle classi V - “Giovanni XXIII” - Neviano

VISITA ALLA C.T.A.(COOPERATIVA – TABACCHI – ARADEO)

TIPI DI TABACCHI LEVANTINI COLTIVATI NEL SALENTO

ERZEGOJNAPERUSTJZIAXANTI YAKA

Il dottore agrario dell'AIMA (Azienda Interventi Mercato Agricolo) ci ha spiegato che oggi non si piantano le varietà levantine. Quasi sempre il tabacco coltivato è ibrido (incrocio tra diverse qualità) perché è più facile coltivarlo e la produzione è più redditizia in quanto la corona fogliare produce un maggior numero di foglie e le foglie stesse sono molto più ampie (vedi il tipo spadone)

A cura delle classi V - “Dante Alighieri”

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LA “CERNITA” FOGLIARE

PER SELEZIONARE LE DIVERSE QUALITÀ DELLE FOGLIE

Operaie specializzate scelgono le cinque classi di foglie in ordine a:

- CONSISTENZA- COLORE- GRADO DI UMIDITÀ (macchie di muffa)- TIPO DI ESSICCAZIONE (concardatu)- PRESENZA DI EVENTUALI BUCHI (farfaratu)

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COLORE A: COLORE B:COLORE C:COLORE C1:COLORE C2:COLORE C3:

Il perito agrario ha precisato che le qualità migliori del tabacco sono le prime due:

Il tipo A e il tipo B.Il tipo C1 è di livello inferiore e così C2 ancora più basso.Il tipo C3 è molto scadente, non viene inviato alle manifatture, ma va al

macero.

Il dottore agrario dell' A.I.M.A.Il ragioniere capo della C.T.A. ci accolgono…con eccezionale disponibilità

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LA PAROLA AI DOCUMENTIAnalisi di una bolletta di consegna

OGGIAnno di raccolta: 1999Magazzino: AZIENDA AGRICOLA MEDITERRANEA – ARADEOVarietà: Erzegovina Gruppo:”Sun Cured”Socio Produttore: Chirivì MariellaSuperficie coltivata: mq. 2000Quota di produzione stabilita dall'A.I.M.A. Kg. 281Imballaggi: casse 6

DATI CONSEGNAPeso al lordo involucri: kg. 409Tara imballaggio: kg. 89Peso al lordo al netto di involucri: kg. 320Tara per fuori grado qualità C3: 4,0000% kg. 13Peso residuo: kg. 307Tara per sostanze estranee: 1,0000% kg. 3Peso residuo: kg. 304

PESO NETTO a pagamento kg. 304PESO NETTO a premio kg. 281

A cura delle classi V “Dante Alighieri”

PRECISIAMO

La CEE stabilisce delle quote di produzione in rapporto alla superficie coltivata, in questo caso 281 kg.

La qualità del tabacco raccolto e consegnato è stato di 304 kg.; un'eccedenza di 23 kg. Che risultano fuori quota.

L'A.I.M.A. non dovrà corrispondere al coltivatore l'integrazione su quei 23 kg.

L'integrazione corrisponde a circa 1000.000 L. per quintale.Recentemente, il prezzo del tabacco si è attestato alle 450.000 L. per

quintale e quindi pochi sono gli interessi per la sua lavorazione.

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CONSEGUENZALa produzione negli ultimi è calata notevolmente in Italia.La CEE ha interesse a ritirare il tabacco su mercati più competitivi:

SPAGNA, GRECIA, JUGOSLAVIA, TURCHIA, paesi in cui la manodopera è abbondante e il lavoro costa poco.

CONCLUSIONEPer il tabacchicoltore è poco redditizia la coltivazione del tabacco, perché

essa richiede un lungo periodo di lavoro (da aprile fino a novembre) e scarsamente remunerato. Il coltivatore è obbligato a rispettare le quote di produzione stabilite in ogni ettaro. Si sta perciò orientando verso colture alternative quali girasoli, barbabietole, fiori, ortaggi…che richiedono tempi di lavoro meno lunghi, offrono un maggiore quantitativo di prodotto per ogni ettaro di terreno coltivato e redditi più proficui.

A cura delle classi V “Dante Alighieri”

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LA MANIFATTURA TABACCHI

- LECCE CAPITALE DEL TABACCO (DAI GIORNALI)- ALLA MANIFATTURA TABACCHI DI LECCE- DAL TABACCO ALLA SIGARETTA- UN EX DIPENDENTE RACCONTA

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DAL NUMERO UNICO DELLE FESTE INAUGURATO NEL GIUGNO 1898

“In Lecce si è impiantato il primo laboratorio di tabacchi orientali. Vi sono addette circa 300 operarie e 60 operai.

Queste ragazze lavorano sedute per terra in circolo in vari gruppi. Hanno il capo ricoperto da un gran cupolone di tela bianca e indossano un grembiulone bianco… queste ragazze hanno il compito di spianare le piccole foglie di tabacco orientale, che vengono poi mandate a Roma per la confezione delle sigarette.

Le “Spianatrici” vengono reclutate tra le contadine dei paesi rurali vicini, perché a differenza delle ragazze cittadine, si adattano al lavoro duro della fabbrica. A queste ragazze non pare vero assicurarsi la paga tra i 40 e i 60 centesimi… esse subiscono un lavoro monotono e silenzioso e una posizione scomoda. Quando arrivano, tutte insieme, dal rispettivo paese cantano con voci limpide, fresche, squillanti con mirabile accordo, rompendo il silenzio abituale e signorile delle nostre vie, portano nella città un profumo gentile dei campi… a furia di stare in mezzo al tabacco, gli abiti e la persona si saturano in tal guisa di quel profumo, che la spianatrice si indovina a dieci passi di distanza e più ci si avvicina, più il profumo diventa acuto e pizzicante.”

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Il grandioso magazzino concentramento tabacchi

Sorto a cura dell'Amministrazione dei Monopoli di Stato e su progetto elaborato dall'Ufficio Centrale Costruzione delle RR. Manifatture Tabacchi il grandioso Magazzino di Concentramento di via Novoli ebbe, nell'indimenticabile pomeriggio del 22 novembre 1931, l'onore di essere inaugurato all'Augusta Presenza di S. M. il Re Vittorio Emanuele III.

Con la sua costruzione, che ha pesato sull'Erario per un'ammontare circa 12 milioni di Lire, si è mirato a completare l'organizzazione della tabacchicoltura salentina assicurandole la possibilità di conservare razionalmente il prodotto e rendendone più economico il rifornimento alle diverse manifatture del Regno.

L'istituzione di un centro di distribuzione nella zona di maggiore produzione, non ha, del resto, rappresentato che la conseguenza logica dell'imponente sviluppo raggiunto dalla tabacchicoltura italiana, alla quale la nostra provincia contribuisce con un quantitativo ragguagliato a circa la metà dell'intero fabbisogno nazionale.

L'imponente edificio risulta costituito da quattro corpi di fabbrica di cui uno frontale della lunghezza di 115 mt. e tre laterali lunghi 105 mt. e larghi 20 mt. ciascuno. Si compone inoltre di sette piani e precisamente: di uno scantinato, di un piano rialzato alto 5 mt. ed infine, di altri quattro piani alti 3,50 mt. ciascuno. L'ultimo piano del corpo frontale, si sviluppa per un'altezza di 5 mt. con copertura a capriata e senza pilastri intermedi.

Ai piani superiori si accede mediate sei scale servita da appositi ascensori.Il magazzino è posto in diretta comunicazione con la linea ferroviaria a

mezzo di un raccordo, che si sviluppa per circa 1.200 mt. di binario.Ogni corpo secondario ha il suo piano caricatore sormontato dalla relativa

pensilina.La costruzione è stata effettuata mediante muratura in pietra leccese e tufo,

tranne nel basamento che è stato eseguito in carparo, mentre l'ossature ed i solai, sorretti da appositi pilastri, sono stati eseguiti in cemento armato. Il magazzino, con la cui costruzione il capoluogo del Salento si è arricchito di un nuovo ed importantissimo edificio, degno di figurare in uno dei più sviluppati centri industriale, è stato allestito secondo i più rigorosi dettami dell'organizzazione scientifica del lavoro.

Nell'ultimo piano del corpo frontale è stato, successivamente, istituito un laboratorio per la miscela della foglia; laboratorio, la cui istituzione ha influito ad eliminare, quasi totalmente, l'inconveniente che le foglie di tabacco pervenissero agli opifici cui sono destinate, senza avere prima subito il voluto processo di miscela.

Inutile dire quanto il nuovo magazzino abbia contribuito a lenire ogni

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eventuale sintomo di disoccupazione operaia, specialmente femminile.Dal lato tecnico, notevole sono i benefici ai quali il magazzino abbia dato

luogo, in rapporto al miglioramento del prodotto da manifatturare, e ciò a tutto vantaggio del consumatore.

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ALLA MANIFATTURA DEI TABACCHI DI LECCE

Il 4 maggio, a conclusione del lavoro di indagine, ricerca, studio, “la via del tabacco”, siamo andati a visitare la grande MANIFATTURA DEI TABACCHI DI LECCE (A.M.S. – AZIENDA MONOPOLIO DI STATO).Nella fabbrica di Lecce si confezionano le sigarette DIANA – MS – MS Blu.Un agronomo specializzato in tabacchi e tabacchicoltura ci ha guidati nella visita.Prima di tutto abbiamo visitato l'officina concia e l'officina profumo, dove ci sono gli ingredienti che vengono aggiunti al tabacco per dare gusto e profumo alle sigarette.La concia viene effettuata con cacao, zucchero e altri ingredienti che fanno parte del segreto industriale e che quindi non si possono conoscere, mentre la profumazione si fa con alcool e liquirizia.Ogni sigaretta ha la sua ricetta che si deve seguire rigorosamente.La fabbrica si divide in magazzini e laboratori.I MAGAZZINI DEL GREGGIO situati in Via Novoli ricevono il tabacco dai tabacchifici e lo tengono in deposito fino a quando non ne fa richiesta la MANIFATTURA.I MAGAZZINI DEGLI ARTICOLI, situati nella MANIFATTURA, forniscono il cartone per l'imballaggio, la carta per le sigarette, i filtri.I MAGAZZINI DEGLI INGREDIENTI forniscono alcool, cacao, liquirizia ecc…I MAGAZZINI PERFETTI ricevono le sigarette confezionati in stecche che vanno messe negli scatoloni, pronte per essere distribuite ai MAGAZZINI DEPOSITO e quindi ai TABACCAI.Il tabacco oltre che in Italia viene comprato anche in Grecia, Turchia, Albania, Zimbawe, Usa, Brasile. Del tabacco viene utilizzato tutto: foglie, costole, polveri.La catena di lavorazione delle costole, costa 15 miliardi delle vecchie lire ed è completamente automatizzata.In Italia ne esistono solo due: a Lecce e a Rovereto.Il tabacco subisce una lunga lavorazione prima di essere trasformato in sigarette o sigari.Il primo locale di lavorazione si chiama APPRESTAMENTO dove vengono preparate le foglie di tabacco per la successiva lavorazione.Il tabacco passa poi nella camera di UMIDIFICAZIONE e nel RIBALTATORE che separa le foglie ammassate. Viene ancora umidificato e attraverso un nastro trasformatore viene portato in altri contenitori dove

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subisce un ulteriore processo di umidificazione.Il tabacco, quindi, ammorbidito e conciato, viene trinciato e dosato lungo tutto il percorso.Il trinciato viene poi torrefatto e dopo questa operazione passa nella SALA PROFUMAZIONE e da qui nei SILOS DEPOSITO.Qui la temperatura è al di sotto dei 18° per evitare il propagarsi del tarlo (oggi come lotta al tarlo al posto degli insetticidi viene usato un metodo naturale: ormoni femminili per attirare il maschio su una striscia di carta adesiva).Finita la prima lunga fase di lavorazione, mediante aspirazione il trinciato arriva nei laboratori dove computer programmati dosano il tabacco (1 grammo per sigaretta).In questi laboratori avviene il confezionamento in sigarette, pacchetti e stecche.La moderna macchina di cui è dotata la manifattura produce 9000 sigarette al minuto.Le sigarette imperfette vengono disfatte e il tabacco recuperato viene nuovamente lavorato, dopo il controllo chimico-fisico in un apposito laboratorio, per mezzo di un nastro trasportatore, le sigarette finiscono in un grande cilindro-raccoglitore di vetro e da qui nella impacchettatrice e nella steccatrice.Le stecche di sigarette scendono al piano inferiore della fabbrica dove un ROBOT mette le stecche negli scatoloni. Qui finisce la lavorazione e comincia “la minaccia alla salute”.Nella Manifattura lavorano circa 800 dipendenti in due turni di lavoro. Ci sono due impianti paralleli per non interrompere la lavorazione in caso di guasto o altro; esiste anche l'infermieria e la mensa per i dipendenti.

A cura delle Classi V - Giovanni XXIII

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UN EX DIPENDENTE DELLA MANIFATTURA RACCONTA

Nel 1962 seppi che i Monopoli di Stato avevano bandito un concorso per diverse categorie e varie specializzazioni. Superai il concorso e venni assunto l'8 maggio del 1963. Ero contento perché avevo trovato un lavoro che poteva garantire a me e alla mia famiglia una vita tranquilla. Fui mandato alla manifattura tabacchi di Lecce in Via Libertini n. 1.

Lo stabile era un vecchio convento, che perciò si presentava angusto e poco arieggiato. Ci trasferimmo alla nuovo sede manifatturiera costruita con criteri aziendali il 16 luglio del 1963. Dal punto di vista ambientale ci fu un notevole miglioramento: i locali erano luminosi e ampi adatti ad accogliere le settecento operaie già in servizio presso la manifattura di Via Libertini.

A queste se ne aggiunsero altre seicento provenienti dalle agenzie (sedi di lavorazione delle foglie) di Maglie, Tricase, Lucugnano, Galatina e Squinzano. La produzione aumentò e migliorò rapidamente perché le nuove macchine di confezionamento delle sigarette erano dotate di sistemi di controllo automatico.

La manifattura fu dotata anche di un laboratorio chimico per il controllo della qualità delle sigarette e di un'infermieria.

Gino Simone(ex capo laboratorio)

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Capitolo 6

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PER NON DIMENTICARE NEVIANO

L'INTERVISTAMara una nostra compagna di classe ha intervistato una delle persone più

anziane del paese, la sua bisnonna.Le ha rivolto le seguenti domande:Come ti chiami? Maruccio Lucia. Quando sei nata?Nel 1899.Quanti anni hai?101 anni.Quale attività lavorativa hai svolto quando eri giovane?Facevo la contadina.Cosa ricordi della tua giovinezza?Si andava sempre in campagna, insieme ai genitori, qualche volta ci

riunivamo con le amiche e lavoravamo ai ferri; era questo un momento di riposo e svago.

Quali sono stati gli avvenimenti più importanti e che ricordi di più?Quando è morto mio marito, ancora giovane, lasciandomi tre figli piccoli da

mantenere.Cosa è cambiato oggi rispetto a prima?È cambiato tutto! Prima non c'erano strade asfaltate, non erano illuminate,

non c'era l'acquedotto, l'acqua si prendeva ai pozzi, non c'erano i bagni in casa, non c'erano mezzi di trasporto veloci, solo cavalli e carroze per i più ricchi.

Nella vita di oggi qual è la cosa che ti piace di più e cosa ti piace di meno?Quello che mi piace di più è l'alimentazione, ricca, gustosa e varia…e quello

che mi piace di meno sono tutti i divertimenti: i giovani pensano molto a divertirsi, rincasano molto tardi e in quest'ultimo periodo anche i genitori si dedicano ai divertimenti.

Ai tuoi tempi, cioè quando eri giovane, quali erano i valori più importanti?La famiglia, figli e marito venivano prima di tutto, ad essi si dedicava la

propria vita cioè si assumevano gli impegni necessari perché tutti insieme si potesse vivere serenamente.

A cura delle classi IVe “Giovanni XXIII” – Neviano

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LAVORO, VITA, INDUMENTI DEI CONTADINI

Nelle campagne, nonostante la tecnologia avanzata, si usano ancora degli attrezzi agricoli manuali, perché alcuni lavori lo richiedono, specialmente se a lavorare sono i contadini di una certa età. I più giovani preferiscono lavorare con le macchine agricole perché sono più veloci perché riescono così ad aumentare la produzione. Gli attrezzi che si usano maggiormente sono le “sarchiarule” cioè zappe che servono a fare solchi, “lu fundaturu” cioè uno strumento appuntito che si usa per fare i buchi nel terreno, dove saranno piantate le piantine di tabacco, “la ndacquarola” cioè l'innaffiatoio. Si usano ancora: la zappa, la pala, il rastrello, il palo o cavicchio, le forbici di potatura, la serra “lu sarracchiu”, “lo zappone”, la mazza.

L'aratro e le zappe sono stati sostituiti dalla fresa. Al posto delle forbici ci sono i potatori meccanici. Prima si raccoglievano le olive a mano o si scopavano. Ora, in alcuni posti, si usano delle macchine che scuotono l'albero e, con un certo procedimento, vengono messe direttamente sul camion. Per i lavori agricoli e per usare tutti questi mezzi il contadino doveva alzarsi presto al mattino. Con le nuove macchine agricole può alzarsi un pò più tardi.

GLI INDUMENTI DA LAVORO

La nonna di Stefano Giaracuni, racconta che, quando andavano a raccogliere il tabacco vestivano con stivali, pantaloni vecchi, camicie a maniche lunghe anche se faceva caldo e guanti, per non spaccare la pelle con il grasso del tabacco. Le donne indossavano anche un fazzoletto in testa e i maschi un cappello di paglia come racconta la nonna di Leonora. Il nonno di Vanessa Diso e di Mattia Cuppone raccontano che quelli che andavano a zappare mettevano gli “spaturzi”, fatti di stoffa abbastanza forte: erano fasce larghe che si avvolgevano come degli stivali, dal piede fino al ginocchio per coprire i pantaloni e le scarpe. Questo per evitare che entrasse terra e si sporcassero di più. Erano indumenti che si riponevano al ritorno dal lavoro insieme agli attrezzi, per indossarli all'alba del giorno dopo, quando gli occhi si aprivano ai bagliori della luce.

GLI INDUMENTI DOMENICALI

La domenica era molto attesa da tutti. Si curava di più la persona, a partire dalla sera del sabato, dai più piccoli. Nella casa, più degli altri giorni, si respirava odor di pulito. Nell'armadio e nei cassettoni gli indumenti erano in

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attesa , puliti e profumati di bucato, di essere presi. Le donne indossavano una gonna arricciata in vita, lunga, un grembiule anch'esso lungo, una camicia e sulle spalle uno scialle; poteva essere di varia grandezza, di vari colori, ma sempre a triangolo, con la punta che scendeva dietro la schiena.

D'inverno questi indumenti erano più pesanti. Gli uomini usavano i pantaloni, camicia, berretto e, d'inverno, giacca e mantello. Il berretto più diffuso era la “coppula” prevalentemente scura; ognuno aveva il proprio modo di portarla e ne era orgoglioso. Le scarpe femminili avevano tacchi più bassi di quelli moderni e più larghi; gli uomini invece usavano gli stivaletti. Siccome le famiglie dei contadini erano numerose, spesso la mamma cuciva i vestiti dei figli più piccoli.

Quando diventavano più grandi, la sarta si recava a casa delle persone per cucire.

I vestiti dei figli più grandi non si buttavano, neanche quelli dei più piccoli; crescendo li usavano tutti.

Spesso gli indumenti usati si facevano rivoltare dalla sarta, cioè cucire al rovescio della stoffa. Venivano come nuovi e nessuno si vergognava perché ciò che si notava in queste persone era l'ordine, la pulizia e la correttezza del comportamento.

IL TEMPO LIBERO DELLA DOMENICA

Il giorno festivo non era per tutti uguale, per alcuni era diverso. C'erano i contadini che lavoravano anche di domenica.

Di solito si alzavano, mettevano i vestiti della festa e andavano in chiesa ad ascoltare la Messa tutti i componenti della famiglia insieme.

Per le strade, di domenica, si vedevano spesso nuclei familiari che si fermavano a scambiare un saluto o lo accennavano soltanto perché il tempo per la strada non si sprecava mai. I contadini spesso, alla vista dei “signori”, usavano sollevare la “coppula” per evidenziare il senso di rispetto per il datore di lavoro. Il pomeriggio si trascorreva in casa oppure si andava dai nonni, dagli zii e dagli amici. Spesso si ricevevano in casa, scambiandosi così le visite, si giocava a carte, si ballava, si beveva un po' di vino e si chiaccherava.

I piccoli giocavano. Alcuni uomini si recavano all'osteria per incontrarsi con gli amici; qui mangiavano qualche “pezzetto dicarne” e bevevano un “quarto” di vino e l'allegria non mancava.

Questa era la vita semplice dei contadini di una volta. Oggi la vita è molto cambiata”

Classe V A-B “Giovanni XXIII”

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IL CANTO DEI ”TABACCARI”(…espressione di una giornata di duro lavoro, per grandi e piccini)

Azzate mamma e bota le caddhineViti ca manca lu meju capone.

Quiddhu ca tene le pinne turchinelu capitanu te lu battaglione.

Femmane, femmane ca sciati allu tabaccunde sciati toi e nde turnati quattru.

Ci ve la tittu cu faciti lu tabaccula titta nu be tae li tiraletti.

Azzate Ntoni mia nu me mpannareppendi le corde ca io aggiu nfilare.

Citta muiere mia nu me critareca pe lu sonnu me sentu bbabbare.

Vattende Ntoni mia, vatte a curcareca stu muntone me l'aggiu spicciare.

Azzate Ntoni mia nu te stizzareca sta se gira nu forte tempurale.

Fuciti fij mia fuciti spertica imu trasire muti tiraletti.

LU SOLE CALAU, CALAU…Canto di lavoro e di protesta nel quale con sottile ironia si inveisce al

padrone sollecitandolo a saldare il misero salario.

SolistaE lu sole calau, calau

Mena patrunu ca me nde vauE lu sole calau le tende

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ca allu patrunu lu muccu ne ppendeE ma cci nne ppende a fare pe le to femmane ca ppacare.

CoroE lu sole calau, calau

Mena patrunu ca me nde vauE ci nume nde porti

me settu an terra e fazzu carottiE li fazzu larghi e fundi

quandu passi cu te scuffundiE lu sole calau alli munti

caru patrunu facimu li cuntiE ci cunti ca imu ffare

pe ddo sordi ca t'aggiu ddare.

FIMMINE FIMMINE

Fimmine, fimmine, ca sciati allu tabaccu,nde sciati toie nde turnati quattru!E nde turnati quattru!

Ci te la tittu cu faci lu tabaccu,la titta nu te taeli tiralettila titta nu te taeli tiralettiCa poi li sordi,cu te ccatti luci pè Natalecu te ccatti luci pè Natale

E Santu Paulu meu te le tarante,pizzichi le caruse a mmienzu l'anche,pizzichi le caruse a mmienzu l'anche,

E Santu Paulu meu te Galatinafammela cuntenta sta signorina,fammela cuntenta sta signorina!!

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IL COSTRUTTORE DI TELAI

Abbiamo inviato il signor Salvatore per farci spiegare le caratteristiche del telaio e come si costruiva.

Il telaio, ci ha raccontato, si costruiva con legno di abete austriaco e doveva essere povero di nodi. Si preparavano degli assi: ogni telaio doveva essere lungo 2 metri, largo 1 metro e alto 50 cm. da terra. Prima di tutto si preparavano tutti i pezzi, tutti della stessa misura: gli assi montati e quelli di sostegno e in più dovevano avere uno spessore di 5 cm. per 2,5; dovevano essere resistenti al peso del tabacco che, quando era verde, pesava parecchio.

Ci ha raccontato che per spostarne uno già pieno ci volevano più di due persone e, se ci riuscivano, due soli facevano fatica.

Quando tutti i pesi erano pronti tagliati e preparati dallo stesso falegname, si sistemavano gli assi montanti su un tavolo e si fermavano con qualche chiodo perché non si muovessero (poi si toglievano). Dopo aver preso le misure precise si mettevano quattro “piedi” di sostegno fermati da un bullone ciascuno: dovevano essere pieghevoli.

Questi venivano sostenuti e agganciati agli assi montanti da quattro pezzi messi obliqui per tenere ferma l'apertura.

Il signor Antonaci ci ha spiegato che sugli assi verticali si mettevano i chiodi per le corde del tabacco. Ogni 10 cm. c'era un chiodo; si mettevano 20 chiodi per ogni asse.

Se le foglie erano larghe e un po' più lunghe del solito perché la pianta era cresciuta bene e il tipo di tabacco dava quelle foglie, le corde venivano legate un chiodo si e uno no; se le foglie erano piccole si mettevano a tutti i chiodi.

Noi abbiam voluto sapere dal signor Antonaci il costo di un telaio e ci ha detto che nel 1961 il costo unitario era di L. 700, ogni 10 telai ordinati il prezzo scendeva a L. 50.

Classi IV a-b “Giovanni XXIII”

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SI RINGRAZIANO I SIGNORI…

Salvatore ANTONACIRag. Salvatore CUPPONEAntonella DONADEIGiuseppe GRECOAssuntina LIGUORIMario LIGUORIVincenza MANCOMichele MARIANOLucia MaruccioLuigia MINISGALLODott. Gabriele PASCAAnna Maria PELLEGRINOIng. Antonio RAFASCHIERIProf. Antonio RESTAArch. Elio RESTARina RESTADott. Giuseppe SERRAVEZZAAntonio SIMONEPres. Giuseppe TAFURO

Si ringrazia inoltre:

- Cooperativa Tabacchi – Aradeo- Manifattura Tabacchi – Lecce- Museo Civiltà Contadina

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Indice dei capitoli

Presentazione pag. 3Un sogno a lungo accarezzato 5Piccoli storici 7Il perché di un progetto 9Il progetto: La Via del Tabacco 11

Capitolo 1 13Capitolo 2 31Capitolo 3 53Capitolo 4 65Capitolo 5 79Capitolo 6 95

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BIBLIOGRAFIA

AA.VV., Almanacco Salentino 1969 – Ed. Nuova ApuliaA. Reali, Aneddoti di Storia Tricasina – Ed. CongedoAA.VV., Annuario della Terra d'Otranto – Ed. PaianoLongi-Trapanese, Dall'Olimpo al campidoglioCazzato-Costantini-Zacchino, Dinamiche storiche di un'area del SalentoAA.VV., Enciclopedia Europea – Ed. GarzantiBarbieri-Roncoroni, Fatti e ideeS. Imperiale, Il mondo perdutoCaocci-Cremonese, Il paesaggio per l'uomo – Ed. MursiaAA.VV., Il Tallone d'Italia 1923H. Misson, La coltivazione del tabacco – Ed. AtlasC. D'Amone, La coltura del tabaccoValsecchi, L'italia nel '600 e nel '700O. Barie, L'Italia nell'800V. De Pascalis, Nardò e il suo territorioAA.VV., Peasi e figure del vecchio Salento – Ed. CongedoG. Prampolini, Storia della letteraturaV. Castronuovo, Storia d'Italia: dall'unità ad oggiR. Barletta, Tabacco, Tabaccari e Tabacchine nel Salento

PUBBLICAZIONI PERIODICHE CONSULTATE

- FESTA- GENTE- GIRAMONDO- IL MESSAGGERO- ITALIA OGGI- LA REPUBBLICA- LA VOCE DEL TABACCAIO- LEGA ITALIA LOTTA AI TUMORI- QUOTIDIANO DI LECCE- SVEGLIATEVI- SITI (INTERNET) ITALIANO SUL TABACCO

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Finito di stampare nel mese di febbraio 2010dalla Tipografia 5 EMME - Tuglie (Le)