Istituto Di Cultura - Rio de Janeiro

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Istituto Italiano di Cultura di Rio de Janeiro Av. Presidente Antonio Carlos, 40 / 4º andar - Centro - 20020.010 - Rio de Janeiro (RJ) Tel: (+55 21) 3534.4300 - Fax: (+55 21) 3534.4303 e-mail: iicrio@esteri.it - www.iicrio.esteri.it

Testo A - Traduzione dall’italiano al portoghese

Tra segno e disegno. La scrittura dell’italiano e i suoi designer

È mai esistita una caratterizzazione grafica dell’italiano scritto? La domanda può suonare peregrina alle orecchie di chiunque abbia un po’ di familiarità con la secolare ‘questione della lingua’ e sa, dunque, che il problema del ‘come si scrive?’ angustia gli italofoni se non proprio da Bembo (soprattutto nelle Prose, 1525), certamente da Dolce (1550) in avanti e tuttora è presente. Né, a dissolvere i dubbi, basterà spiegare che non all’orto-grafia è volto il quesito, ma alla grafia in senso tecnico e immanente: ovvero la rappresentazione grafica dei suoni, il disegno specifico delle lettere (dei grafemi) in cui si manifestò, nel concreto, la lingua del sì. Alla forma, dunque, e non alla norma dell’italiano scritto. Così intesa, infatti, la domanda suscita non tenui sospetti nello storico della cultura scritta (è la paleo-grafia ad occuparsi per statuto della forma). Egli sa bene, grazie agli studi di Armando Petrucci, che è esistito un serio problema di esposizione scritta dei volgari della Penisola, la cui conquista di spazi di scrittura idonei fu un processo lento e graduale, avviatosi con l’alto Medioevo da posizioni marginali e avventizie (le cosiddette ‘tracce’) e risolto solo quando, tra la fine del Duecento e gli inizi del secolo successivo, la più antica tradizione poetica volgare si sedimentò in tre manoscritti, i ben noti Canzonieri della lirica italiana delle origini. Ma il paleografo sa pure che la scrittura dell’italiano è, in senso stretto, un falso problema: questa lingua, come quasi la totalità di quelle sorte nei territori del fu Impero romano d’Occidente, adottò, del tutto inevitabilmente verrebbe da dire, l’alfabeto latino. E dunque, se un problema grafico si pone, è nella storia della scrittura latina che esso deve trovare soluzione. [...]

Di Dante, com’è risaputo, non possediamo autografi e anzi, a voler essere precisi, nessuno tra gli oltre ottocento testimoni che costituiscono l’enorme tradizione della sola Commedia è a lui neppure coevo: il più antico codice datato conservato, il Landiano 190 di Piacenza, fu trascritto a Genova, da un copista quasi sicuramente marchigiano (Antonio da Fermo), undici anni dopo la morte del poeta, nel 1336. Ma come scrivesse Dante è noto, se vogliamo prestar fede a una testimonianza di Leonardo Bruni (1370-1444) che, componendone la vita, racconta come egli «fu ancora scrittore perfetto, et era la lettera sua [cioè la scrittura] magra et lunga et molto corretta, secondo io ho veduto in alcune epistole di sua mano propria scritte»: «una rigida, dritta e formale corsiva di tipo notarile», dunque, secondo la suggestiva interpretazione di Petrucci (1998: 1223). Il che, tradotto nella terminologia paleografica corrente, significa che Dante scriveva la propria corrispondenza (la precisazione non è superflua), molto probabilmente, nella corsiva cancelleresca: un tipo grafico così denominato per l’uso che se ne fece nelle cancellerie (in primo luogo quella pontificia e quelle sovrane) dagli anni Venti del Duecento in avanti. Si tratta di una scrittura spesso contraddistinta da ampi occhielli di b, d, h, l e da complementi ornamentali al termine del corpo di h, ancora, di m e di n, nonché dall’enfasi posta nell’eseguire alcuni elementi del tessuto paragrafematico quali sono, per esempio, i segni abbreviativi. Ben presto nel corso di quel secolo la cancelleresca divenne la scrittura del ceto professionale notarile e, vista la centralità dei notai nella formazione e nella trasmissione della letteratura delle origini (bastino i nomi di Giacomo da Lentini, Pier delle Vigne, Bonagiunta Orbicciani,

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Cino da Pistoia o, per altro verso, le poesie trascritte nelle pagine dei libri Memoriali bolognesi), essa svolse un ruolo determinante anche per la forma scritta di una parte importante di quella tradizione, tra cui un posto di primo piano occupa certamente il poema dantesco. Proprio nel secondo quarto del Trecento, infatti, prendevano corpo alcuni modelli di libro «comuni a tutto il territorio della penisola e perciò divenuti propriamente ‘nazionali’; e cioè, per dirla chiaramente, anche se in termini grossolani, quello del libro-registrò in scritture corsive, quello del ‘libro-zibaldone’ privato in corsive usuali di tipo mercantesco, e infine quello tradizionale in gotiche testuali più o meno formalizzato». Fu alla forma del ‘libro-registro’, dunque, che la cancelleresca si adattò a meraviglia.

In quel medesimo periodo lavorava in Firenze Francesco di ser Nardo da Barberino, copista dalle indubbie capacità e in possesso di elevate competenze di grafiche. Di suo pugno ci sono pervenuti alcuni manoscritti, parte vergati in cancelleresca, parte in gotica, la scrittura della cultura tradizionale latina. Rivestono particolare importanza, in tale attività di copia, proprio i manoscritti della Commedia, tra i più antichi ad essere pervenuti, sia per il valore testuale che fra essi ha almeno il primo, sia per l’indubbia qualità formale dei manufatti. Non è chiaro se Francesco di ser Nardo abbia lavorato all’interno di un’officina libraria o ne sia stato egli stesso «il responsabile ultimo» Quel che è certo è che, vuoi per la qualità dei materiali e la regolare architettura della pagina, vuoi per la collaborazione con i migliori artisti e miniatori della Toscana del tempo, vuoi, infine, per il nitore e l’eleganza della scrittura, il suo modello di Commedia finì con l’imporsi nella produzione fiorentina coeva dando sostanza a «un’interessante forma di libro genuinamente e originariamente borghese : un codice ‘di lusso’ sebbene scritto in minuscola cancelleresca, piuttosto grande di formato, però ben differenziato tipo logicamente dal codice cortese e da quello scolastico, capace di dissetare la capacità di ostensione e di emancipazione culturale dei nuovi ricchi o delle loro corporazioni».

(tratto da: Antonio Ciaralli, Tra segno e disegno. La scrittura dell’italiano e i suoi designer)

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Testo B - Traduzione dall’italiano al portoghese

Made in Italy (?)

È al settore della moda, insieme al gastronomico e all’automobilistico, che più immediatamente si associa il celebrato Made in Italy, ovvero quella miscela di gusto estetico, competenza artigianale e qualità delle materie prime per cui il nostro Paese è noto e apprezzato in tutto il mondo. E non da un giorno. Per limitarci a un paio di curiosità, si può ricordare che verso il 1760 la voce macaroni - con cui storicamente, in modo non proprio lusinghiero, gli italiani vengono spesso chiamati all’estero – in inglese prese ad indicare un giovane alla moda dai gusti raffinati ed esterofili; oppure che negli anni Settanta del secolo scorso il giovanilismo rumeno italienist veniva usato nel significato peggiorativo di “giovane vestito all’ultima moda [...] che passa il tempo per strada, non lavorando e non studiando”.

Nella moda, con gli ultimi decenni del Novecento, il Made in Italy è però diventato un concetto tutt’altro che pacifico, spostandosi dal piano geografico e denotativo (quello dei beni ideati e prodotti da italiani su suolo italiano) a uno più ideale e connotativo. Scomparsi molti degli stilisti che hanno fatto grande la moda italiana nel mondo, per lo più sostituiti da squadre transnazionali di anonimi fashion designers, ed esternalizzata la filiera produttiva in Paesi in via di sviluppo o dalla scarsa rappresentanza sindacale, l’italianità del prodotto di moda si è ridotta – ma non è poco! – a un nucleo di valori associati a ciò che l’Italia ha rappresentato e ancora rappresenta. Proprio perché fondamentalmente astratto, il Made in Italy è concetto dalla semantica complessa, continuamente rinegoziata e variabile in base al tempo e alle culture di arrivo. Così, per esempio, mentre gli americani hanno potuto sagomare la loro idea di moda italiana su film come Vacanze romane (1953) o La dolce vita (1960), o, ben prima, sui Grand Tours e sull’iconografia artistica, per i mercati nuovi, in particolare mediorientali e asiatici, che solo di recente sono entrati nel circuito del fashion, il Made in Italy viene pressocché unicamente circoscritto nell’Eldorado del lusso della milanesissima e centralissima via Montenapoleone [....]

Le parole italiane della moda in viaggio per il mondo

L’ampiezza del campo d’indagine, la disomogeneità degli studi sugli italianismi e, fra questi, l’assenza di spogli mirati alle parole della moda permettono di delineare un quadro solo indiziario sull’argomento, tentando alcune considerazioni complessive sulla portata, sugli aspetti formali e semantici e, per alcune delle lingue più indagate, sull’andamento storico degli italianismi della moda. Quest’ultimo approccio è senz’altro perseguibile per le lingue indagate nel Dizionario di italianismi in francese, inglese, tedesco (DIFIT) curato da Harro Stammerjohann. La selettività del DIFIT nell’accogliere i soli italianismi impiantatisi con una certa fortuna, almeno in alcuni periodi storici, lo porta ad escludere occasionalismi – particolarmente frequenti nella moda, regno dell’effimero (anche linguistico) – e voci italiane utilizzate per dare colore locale, come possono trovarsene nelle relazioni di viaggio o nelle corrispondenze dall’Italia.

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Se l’apporto dell’italianismo espressivo appare scarsamente incidente sugli usi linguistici degli stranieri, risulta per altro verso significativo sul piano della memoria documentale. Nei Ricordi d’italiano di inglesi che hanno viaggiato nel Belpaese fra i primi del Cinquecento e i primi dell’Ottocento si incontrano così alcune parole italiane della moda, per lo più unicismi, per molte delle quali non rimane traccia nella lessicografia inglese : batavia ‘tipo di tessitura’, berrettino, cappello, castorino, ormesino ‘tipo di seta leggerà, pastrano, tabarro, taffettà, stola, zendado ‘drappo sottile’ (Cartago, 1990), tutte voci relative a tessuti e indumenti che al tempo dei loro soggiorni erano evidentemente su di moda, così come i curiosi cioppini, spagnolismo italianizzato che designava un tipo di calzatura “in voga a Venezia, dalla suola così vertiginosamente alta” (ivi: 72) da impressionare numerosi viaggiatori e sollevare polemiche in patria.

Dal più solido osservatorio del DIFIT l’incidenza settoriale della moda risulta bassa. I lemmi relativi che hanno dato italianismi sono solo 159 sugli oltre 4.400 totali e appaiono piuttosto equamente ripartiti nelle tre lingue considerate: 93 in tedesco, 81 in inglese e 76 in francese. Questi 159 lemmi di partenza hanno sviluppato 250 lasciti nelle lingue d’arrivo, in quanto una stessa parola italiana può impiantarsi in più lingue, come avviene per l’it. ermisino ‘tipo di seta leggera preziosa’ che dà il fr. armoisin, il ted. Ermesin e, tramite il francese, l’ingl. armozeen.

[...] L’italianismo indiretto, che fa “tappe” intermedie in una o più ingue, più spesso del diretto appare formalmente distante dalla base di partenza. Statisticamente gli italianismi di moda si presentano per lo più come adattamenti, anche perché in genere entrati nelle lingue riceventi in epoche remote. Solo a partire dal Novecento si nota una generale acquisizione dell’italianismo in forma integrale, di cui sono esempi gli autarchici lanital e terital, che, arrivando fino in America, testimoniano del successo internazionale dei loro referenti, o anche l’eponimo borsalino (da Giuseppe Borsalino, che commercializzò il famoso cappello in feltro fin da metà Ottocento), definitivamente consacrato grazie al cinema : lo calzava Humprey Bogart in Casablanca (1942) e nel 1970 ha dato il titolo ad un film con Jean-Paul Belmondo e Alain Delon, che interpretavano due malavitosi nella Marsiglia degli anni Trenta sempre accessoriati dell’inconfondibile copricapo. [...]

(tratto da: Giuseppe Sergio, Italianismi di moda nelle lingue del mondo)

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Testo C - Traduzione dall’italiano al portoghese

Dallo scavo al museo e ritorno

Il titolo stesso dato a questo convegno – “Archeologia del museo. I caratteri originali del museo e la sua documentazione storica fra conservazione e comunicazione” – suggerisce qualche considerazione. Noi siamo quelli che in passato hanno riflettuto sulla storia del museo – così strettamente connessa alla storia della tutela del patrimonio culturale –, quelli che hanno esaminato il ruolo ch’esso ha in vario modo sostenuto nei secoli, che ne hanno immaginato il futuro. Siamo giunti ora a una svolta: avvertiamo urgentemente la necessità di esplorarne le radici, di ritrovarne il senso primario. Non intendiamo risalire per l’ennesima volta nel tempo per interrogarci sulle differenti circostanze, gli appetiti di varia natura che nel corso dei millenni hanno radunato le più disparate ricchezze, strappate al loro contesto, sottratte alla funzione originaria, per comprimerle entro scenari fantastici in una dimensione irreale. Semplicemente proviamo a soffermarci su un’istituzione divenuta essa stessa, per il suo straordinario passato, per le connotazioni che di quel passato reca impresse – e sono spesso oggi a rischio – oggetto di tutela, per chiederci quali aspetti di tale istituzione vorremmo difendere, quali andranno col tempo probabilmente perduti, quale in definitiva sarà il nuovo museo che uscirà dalla crisi della nostra cultura, dalla crisi del nostro mondo. Non è lontano il tempo in cui uno storico convegno, facendo il punto della situazione, s’interrogava sulla funzione dei musei, sul ruolo che questi erano ancora chiamati a sostenere nella società contemporanea. E ne rivendicava con forza la vocazione didattica, le cui premesse, dopotutto, erano già nella cultura positivistica ottocentesca. Eppure anche quel dibattito e il suo apprezzabile seguito appaiono già superati, remoti.

Tra le possibili definizioni di ciò che intendiamo oggi per museo, più aderente alla realtà attuale ci sembra semmai quella adottata dall’ICOM nell’Assemblea generale di Buenos Aires, che riconosce finalità primarie dell’istituzione la conservazione e la ricerca, di cui l’attività educativa è dopo tutto il corollario. Questi aspetti li troviamo oggi più intensamente vissuti nel museo archeologico, che da gran tempo, da quando si è progressivamente sottratto al collezionismo principesco o erudito, ha riconosciuto la sua ragion d’essere nel territorio, nel rapporto che con questo si è instaurato. Il territorio ne ha incrementato le raccolte in forza di quei provvedimenti saviamente coercitivi che sono all’origine del museo comprensoriale ed è stato il naturale destinatario del suo messaggio. In seguito l’affluenza dei materiali, aumentata in modo esponenziale per effetto delle distruzioni o dei recuperi imposti dal frenetico avvicendarsi dei programmi edilizi e delle trasformazioni agricole e urbane, è diventata irruzione. Riflettendo ancora una volta le vicende, in questo caso le patologie, del territorio, il museo archeologico appare oggi in sofferenza, la carica dirompente degli scavi d’emergenza non accennando ad esaurirsi, anche se si è tentato di arginarla in qualche caso con nuovi allestimenti e con una razionalizzazione degli spazi disponibili.

Il grande museo non ha per questo rinunciato a rappresentare, come in passato, un punto di riferimento per un più o meno ampio entroterra, non in termini parassitari, se non in qualche angusto ambito municipale, bensì in una logica di servizio. Proprio dalla qualità della ricerca ivi avviata traggono origine

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l’esercizio della tutela, un corretto servizio educativo, la valorizzazione stessa dell’istituto, attività indissolubilmente collegate. Ma con maggior evidenza questo rapporto appare, per lo meno in Emilia-Romagna, nell’attività dei piccoli musei, espressione generalmente dell’iniziativa locale, la cui proliferazione qualcuno giudica persino inutile e dispersiva, strumenti insostituibili in realtà di una tutela attiva esercitata capillarmente. In queste strutture un volontariato già specializzato – giovani studiosi ancora non inseriti in un ruolo professionale – ma anche semplici cittadini amanti della storia della propria comunità, debitamente organizzati, sotto la guida di un tecnico, questo sì investito di compiti istituzionali, provvede alle operazioni necessarie alla conservazione e allo studio dei materiali; in accordo con l’organo di tutela opera sul campo, partecipa a ricerche o a ricognizioni di superficie. Determinati ambiti territoriali, defilati rispetto alle terre tradizionali dell’esplorazione archeologica, sono in realtà noti oggi proprio grazie alla sommessa opera di osservazione e controllo esercitata da questi nuclei operativi, che sono d’altra parte cenacoli per dibattiti scientifici, vere e proprie fucine di vocazioni professionali. Il rapporto col territorio si avverte qui vivo, attento, produttivo. Il proposito di distinguerne gli esiti riservando quelli inerenti alla tutela allo Stato, affidando quelli considerati gestionali alle Regioni, frutto dell’errata convinzione che la gestione di un sito archeologico o di un museo sia un atto puramente burocratico, indipendente dalle competenze acquisite tramite un’attività scientifica, non può non suscitare allarme.

(Tratto da: Mirella Marini Calvani, “Dallo scavo al museo e ritorno”)