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Studi e ricerche

La guerra fredda nella recente storiografia americanaDefinizioni e interpretazioni

Federico Rom ero

Il saggio illustra e discute le più recenti acquisi­zioni della storiografia diplomatica statunitense sulla guerra fredda. La conclusione del conflitto bipolare ha aperto una nuova stagione di rein­terpretazione storiografica che vede riemergere ipotesi consolidate e financo tradizionali ma, al tempo stesso, ne rimescola molti degli approcci e dei caratteri distintivi. Se paiono lontanissime le battaglie tra ortodossi e revisionisti, molti dei loro argomenti tuttavia ritornano a definire il variegato dibattito della storiografia postrevi­sionista. Ed è difficile ipotizzare che la discussio­ne attuale si stia avviando verso una sintesi inter­pretativa consensuale. Sembra invece più proba­bile una ulteriore diversificazione, probabilmen­te favorita dalla moltiplicazione dei terreni d’indagine (dall’Europa all’Asia ed altri teatri; dal periodo originario della guerra fredda ai de­cenni successivi della sua ancor inesplorata evo­luzione ecc.) e da una maggior flessibilità nell’in- trecciare temi e filoni che una volta definitvano rigidamente degli approcci politico-ideali con­trapposti. Anche la palese preminenza del para­digma geopolitico, che negli ultimi anni ha do­minato buona parte della letteratura, è tempera­ta da una ricca, pluralistica attenzione ad altre metodologie e schemi concettuali. A titolo di esempio, il saggio discute estensivamente l’opera di Melvyn Leffler, che per molti aspetti racchiu­de alcune delle principali acquisizioni della sto­riografia degli ultimi quindici anni, e che quindi serve a evidenziare tanto le linee guida del dibat­tito attuale quanto alcuni dei suoi possibili svi­luppi futuri.

In examining the most recent achievements of the American diplomatic historiography on the Cold War, this essay points out how the end of the bi­polar conflict has opened a season of reconsidera­tion that mingles consolidated and even traditional assumptions with new approaches and different appraisals. While the long-running controversy between orthodoxes and revisionists looks largely outdated, quite a few arguments of theirs turn up to redefine the manifold debate of post-revisionist historiography. The present disputes are hardly bound to result in something of a shared interpre­tation. Rather, a futher diversification is to be ex­pected, as a consequence of both the multiplication of research fields (from Europe to Asia and other strategic theaters; from the origins of the Cold War to the subsequent decades of its so far unin­vestigated evolution, etc.) and an increased flexi­bility in interlocking themes and trends once strictly connected with contrasting ideological outlooks. Even the clear predominance of the geo-political paradigm characterizing most historical literature in recent years is now being tempered with a rich, pluralistic attention to other methodologies and insights. As an example, the A. discusses extensively the work of Melvyn Leffler, which in many a sense embodies some of the most important achievements of today’s historiography and, therefore, helps highlight both the guidelines of the current debate and several predictable de­velopments of tomorrow.

Italia contemporanea”, settembre 1995, n. 200

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Il dibattito odierno

La guerra fredda è finita. Dopo il folgorante biennio 1989-1991, racchiuso tra la caduta del muro di Berlino e il crollo dell’Urss, nes­suno contesta questa affermazione. Tuttavia essa è forse l’unica — tra le molte, infinite concezioni e valutazioni relative ai molteplici aspetti della guerra fredda — a registrare unanimità di giudizio. E si tratta comunque di un’unanimità imperfetta, perché non man­ca, tra gli storici, chi ritiene il termine “guerra fredda” appropriato solo per definire un pe­riodo iniziale, ed assai più breve, dell’antago­nismo bipolare. Da vent’anni a questa parte, la storiografia americana non ha più genera­to una contrapposizione virulenta e adaman­tina come quella a cui diedero vita le inter­pretazioni — moralmente inconciliabili, ideologicamente agguerrite e storiografica­mente incommensurabili — dei “tradiziona­listi” e dei “revisionisti” di una generazione fa1. Ma non per questo si può dire che esista una concordia di fondo. Il dibattito è certo meno aspro e polarizzato. Gli schieramenti esclusivi ed impermeabili di un tempo sono stati rimpiazzati, nell’informe galassia dell’o­dierno “postrevisionismo”, da alcuni terreni di convergenza, da frequenti incroci o so­vrapposizioni di approccio e metodologie, e comunque da un dialogo in cui i vari filoni si distinguono e caratterizzano più per i loro diversi campi e metodi di indagine storiogra­fica che non per la bellicosa contrapposizione

di visioni unilaterali sulle “colpe” della guer­ra fredda1 2.

E tuttavia le definizioni e le interpretazioni del fenomeno restano molteplici. Lo stesso fondamentale dibattito sulle origini del con­flitto bipolare, ed in particolare sulle motiva­zioni dell’attivismo e del globalismo postbel­lico degli Stati uniti, resta segnato da diversi­tà profonde di accenti e interpretazioni. E ve­ro, come vedremo, che negli anni ottanta tra gli addetti ai lavori ha progressivamente pre­so corpo una certa concentrazione sui temi e gli indirizzi interpretativi, di impianto neo­realista, che si imperniano sulla centralità de­gli imperativi della national security. Ma i ri­petuti appelli a trasformare questa relativa preminenza di un tipo di approccio interpre­tativo (peraltro abbondantemente eteroge­neo al suo interno) nella vera e propria codi­ficazione di una nuova “sintesi” interpretati­va dominante hanno suscitato più che altro diversificazioni, distinguo e dissensi.3 Siamo cioè lontani dall’emergere di una ortodossia riconosciuta e imperante, e questo settore di studi sembra continuare a caratterizzarsi per una fluida pluralità.

È tuttavia ragionevole prevedere che nei prossimi anni si assisterà ad un tentativo — o, più probabilmente, a diversi tentativi pa­ralleli e separati — di rielaborazione concet­tuale dell’intero periodo e dell’intera temati­ca della guerra fredda. Per quanto lenta e non sistemaica, l’apertura degli archivi del- l’ex-Urss, infatti, sta procurando dati e ri-

1 Una buona ricognizione di quelle interpretazioni è ancora quella a cura di Elena Aga Rossi, Gli Stati uniti e le origini della guerra fredda (Bologna, Il Mulino, 1985). Per una discussione più aggiornata cfr. Anders Stephanson, The United States, in David Reynolds (a cura di) The Origins o f the Cold War in Europe, New Haven, Yale University Press, 1994, pp. 23-52.2 In proposito, una analisi utilmente informativa, anche se ottimisticamente ecumenica sulla “meravigliosa diversità” e complementarietà dei vari filoni di studi, è quella di Michael Hunt, The Long Crisis in U.S. Diplomatic History: Coming to Closure, “Diplomatic History”, 16, 1, 1992, pp. 115-140.3 Cfr. John L. Gaddis, The Emerging Post-Revisionist Synthesis o f the Origins o f the Cold War, “Diplomatic History”, 7, 3, 1983, pp. 171-204 e, più recentemente, Howard Jones, Randall B. Woods, Origins o f the Cold War in Europe and the Near East: Recent Historiography and the National Security Imperative, “Diplomatic History”, 17, 2, 1993, pp. 251-276, con i relativi commenti di Emily Rosenberg, Anders Stephanson e Barton Bernstein, pp. 277-310. Inoltre cfr. Michael Hogan e Thomas Paterson (a cura di), Explaining the History o f American Foreign Relations, Cambridge, Cambridge University Press, 1991.

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scontri nuovi su cui sicuramente la storiogra­fia americana si soffermerà per veder di volta in volta confermate, falsificate o parzialmen­te modificate le sue interpretazioni fino ad ora fondate su materiali relativi ai paesi occi­dentali e, in particolare, agli Stati uniti stessi.

In secondo luogo, la disciplina ha recente­mente conosciuto un parziale ma incorag­giante processo di internazionalizzazione, con lo sviluppo di ricerche basate sul con­fronto tra archivi americani e stranieri, il dia­logo con alcune storiografie straniere (bri­tannica e tedesca in particolare, ma non so­lo), e la crescente integrazione con analisi so­cioculturali oltre che storiche relative ad altre aree del mondo. Ciò ha introdotto una plura­lità di angolazioni ed un ampliamento siste­mico dell’analisi che, in una storiografia tra­dizionalmente criticata per la sua “provincia­le” autolimitazione agli aspetti nazionali del­la politica estera americana4 5, non potrà che portare a modificazioni significative e forse anche profonde.

Infine, è assai probabile che anche per la guerra fredda la storiografia americana passi per quelle fasi di riconsiderazione e revisione che, in passato, ne hanno caratterizzato il rapporto con i grandi conflitti in cui era sta­to impegnato il proprio paese. Ogni genera­zione di storici ha sostanzialmente riscritto la storia sia della prima che della seconda guerra mondiale (ma anche del Vietnam e di altre importanti congiunture passate) in stretta relazione con l’evoluzione politica e culturale del dibattito retrospettivo pubblico del paese3. Proprio alla luce della complessa e controversa ridefinizione del proprio ruolo internazionale in cui l’America è oggi impe­gnata, c’è da aspettarsi che la storiografia sta­

tunitense ripercorra nuovamente nei prossimi anni una analoga riscrittura del recente passa­to, probabilmente stimolata anche dagli in­centivi alla rilettura di lungo periodo che van­no sorgendo con ravvicinarsi della fine del se­colo.

Sia lo stato della disciplina che il suo forte legame con la contemporaneità inducono quindi a prevedere che stia per aprirsi una nuova stagione di rinnovamento interpretati­vo, metodologico e, probabilmente, episte­mologico. Sarebbe futile lanciarsi in previsio­ni, soprattutto perché molti dei fattori di mu­tamento appena accennati hanno una intrin­seca imprevedibità. Ma d’altro canto è pro­babile che le innovazioni che verrano rappre­sentino un’evoluzione di tendenze presenti, si concentrino su alcuni dei maggiori nodi che già oggi appaiono problematicamente irrisol­ti e — anche nel caso per ora imperscrutabile di maggiori rotture interpretative — si con­frontino comunque prioritariamente con le acquisizioni consolidatesi negli ultimi anni.

Che cosa è una “guerra fredda”?

Se fino a tutti gli anni settanta il lavoro sto­riografico aveva orbitato quasi totalmente, e talora ossessivamente, intorno alle questio­ni delle origini e delle responsabilità della guerra fredda, nell’ultimo decennio la gam­ma degli interrogativi a cui si è cercato di ri­spondere si è decisamente ampliata. Il pro­blema delle origini e, al suo interno, del ruolo e dell’influenza delle scelte americane, resta un nodo interpretativo precipuo, su cui molti autori a tutt’oggi finalizzano le loro indagini. Ma è una discussione sempre più diversifica-

4 La questione è stata ricorrentemente dibattuta sulla rivista “Diplomatie History” . Si vedano in particolare i seguenti interventi: Sally Marks, The World According to Washington, 11, 3, 1987, pp. 265-282; Geir Lundestad, Moralism, Pre- sentism, Exceptionalism, Provincialism and Other Extravagancies in American Writings on the Early Cold War Era, 13, 4, 1989, pp. 527-545; Michael H. Hunt, Internationalizing U.S. Diplomatic History: a Practical Agenda, 15, 1, 1991, pp. 1- 11.

5 Si veda in proposito l’illuminante lavoro di Jerald A. Combs, American Diplomatic History. Two Centuries o f Chan­ging Interpretations, Berkeley, University o f California Press, 1983.

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ta e attivamente inserita in un contesto con­cettuale più vasto.

In particolare, inizia a emergere anche tra gli storici il tentativo — Finora praticato so­prattutto dagli studiosi di relazioni interna­zionali — di arrivare a una definizione della natura della guerra fredda, dei suoi caratteri distintivi e quindi anche delle sue principali mutazioni e scansioni cronologiche nell’arco di quattro decenni. La cosa può sembrare ba­nale, eppure fino all’altro ieri la storiografia aveva sostanzialmente evitato di misurarsi con i dilemmi definitorii di una vicenda stori­ca la cui complessa ambivalenza è ben esem­plificata dall’ossimoro che tutti spensierata­mente usiamo per denominarlo.

Si è trattato della contrapposizione tra due modelli di organizzazione politico-sociale, dell’antagonismo tra sistemi ideologici incon­ciliabili o della rivalità geostrategica tra due potenze globali? E stata un’epoca di conflit­tualità a malapena controllata (e largamente esportata nella “periferia” del mondo) o di stabilità internazionale in un ordine bipolare (e nucleare)? In che misura queste diverse di­mensioni hanno interagito, si sono mescolate e sovrapposte (e in quali momenti, in quali aree, con che influenza e peso specifico)? A questo tipo di domande gli storici, americani e non, hanno generalmente preferito rispon­dere con i linguaggi più propriamente storio­grafici della periodizzazione, della tematizza- zione e, ovviamente, della specificazione degli impulsi, delle cause e delle motivazioni.

La periodizzazione, almeno fino ad oggi, è stata scarsamente controversa. Sono rimaste sostanzialmente inascoltate le suggestioni di chi proponeva di estendere onnicomprensi­

vamente il concetto di guerra fredda all’inte­ra contrapposizione tra comunismo e capita­lismo, tra rivoluzione sovietica e potenze oc­cidentali, e quindi di datare il sorgere della guerra fredda al 1917.6 È una datazione che ha il pregio di sottolineare la percezione osti­le della rivoluzione bolscevica, in America non meno che in Europa, quale elemento di rottura del sistema internazionale; e di evi­denziare l’eredità di quella radicata rivalità ideologica che costituirà poi un ottimo terre­no di coltura, nel secondo dopoguerra, per l’antisovietismo statunitense7. Ma ha l’evi­dente, gigantesco difetto di minimizzare il crollo del sistema internazionale negli anni trenta, il conflitto tra fascismi e democrazie, le trasformazioni geopolitiche risultanti dalla seconda guerra mondiale e, più specificamen­te, la divisione postbellica dell’Europa, il sor­gere dei blocchi e la loro rivalità armata dei decenni successivi.

Anche per gli storici di impianto revisioni­sta che, come Walter LaFeber, hanno eviden­ziato le motivazioni antirivoluzionarie della politica estera americana8, la guerra fredda propriamente intesa riguarda solo i decenni postbellici. Quasi tutta la storiografia accoglie quindi la più assodata periodizzazione 1947- 1989 (o, a seconda delle varianti, 1945-1991). In particolare le interpretazioni di carattere geopolitico, ora prevalenti nella storiografia postrevisionista, possono essere riassunte dal­la recente formulazione di Melvyn Leffler: per l’America “l’ostilità ideologica si tradusse in una sensazione di pericolo mortale solo quan­do le armate sovietiche contribuirono a scon­figgere la Germania nazista e occuparono gran parte dell’Europa orientale. La guerra

6 Deanna Fleming, The Cold War and Its Origins 1917-1960, London, Allen & Unwin, 1961.Sul primo punto si veda il recente studio di David W. McFadden, Alternale Paths: Soviet-American Relations, 1917-

1920, New York, Oxford University Press, 1993; inoltre Gordon N. Levin, Woodrow Wilson and World Politics: Ame­rica’s Response to War and Revolution, New York, Oxford University Press, 1968, e Arthur S. Link, Woodrow Wilson: Revolution, War and Peace, Arlington Heights, Harlan Davidson, 1979. Sul secondo argomento M.J. Heale, American Anticommunism: Combating the Enemy Within, ¡830-1970, Baltimore, The Johns Hopkins University Press, 1990.8 Cfr. Walter LaFeber, America, Russia and the Cold War, 1945-1990, New York, McGraw Hill, 1991 (ed. or. 1967).

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fredda prese forma quando la sensazione di una rivalità ideologica si fuse con la paura del­la potenza sovietica”9.

E semmai di maggiore interesse il tentati­vo, recente ma sicuramente suscettibile di sviluppi ulteriori, di ridefinire il lungo perio­do della guerra fredda in base alle sue diver­se fasi. Anders Stephanson ritiene che il con­cetto di guerra fredda sia applicabile con precisione solo al periodo 1947-1962, così da sottolineare un sistema di relazioni im­prontate a un ostilità di tipo bellico, che ne­ga legittimità al regime avversario e riduce la diplomazia a strumento di guerra psicologi­ca. I fattori conflittuali tipici di ogni sistema interstatale avrebbero in quel periodo assun­to la “natura antagonistica” tradizionalmen­te propria del tempo di guerra. Invece, dopo la crisi di Cuba — con il tacito riconoscimen­to della reciproca legittimità e delle relative sfere di influenza, il depotenziamento della inconciliabilità ideologica, il primo trattato sugli esperimenti nucleari e l’implicito accor­do per il non uso delle armi atomiche — le relazioni tra le superpotenze sarebbero mu­tate in modi tali da esigere un’altra concet­tualizzazione. Non è neppure necessario condividere pienamente la caratterizzazione che Stephanson suggerisce per il periodo suc­cessivo (“detto brutalmente, un sistema di reciproca convenienza per il controllo ege­monico sulle due metà dell’Europa, con la sfera della competizione ridotta alla corsa agli armamenti ed alle manovre nel Terzo mondo”) per accogliere l’utilità di un simile sforzo di precisazione, quanto meno come stimolo a una riflessione sui fattori costituti­vi della guerra fredda10 11.

Un mondo diviso tra “two differing ways of life”?

La formula usata dal presidente Truman11, nel marzo 1947, per illustrare il contesto sto­rico in cui doveva applicarsi la sua dottrina di responsabilizzazione internazionale degli Usa in senso antisovietico e anticomunista, riassume l’interpretazione più diffusa della guerra fredda come conflitto insopprimibile tra sistemi economici, politici e sociali non solo diversi ma sostanzialmente incompatibi­li. E l’interpretazione che tutti i governi, i re­gimi e gli attori della guerra fredda — dalla Gran Bretagna laburista all’Urss staliniana, dai partiti comunisti a quelli democristiani — usarono pubblicamente per giustificare la propria mobilitazione ed organizzare il ne­cessario consenso. Nel contesto statunitense questa sorta di vulgata dominante sul caratte­re e le origini dell’antagonismo bipolare tro­vava radici particolarmente robuste nella tra­dizionale cultura della missione democratica del paese, nell’universalismo della sua dottri­na socioeconomica e, in particolare, nel lasci­to dell’idealismo wilsoniano. Fino alla metà degli anni sessanta, inoltre, essa fu continua- mente rinfocolata anche dalla dialettica del confronto politico e culturale interno12.

E ovvio che, per la gran parte, questa ac­centuazione idealizzata dell’antagonismo tra due “modi di vita” era una giustificazione più che una spiegazione del fenomeno. Era la razionalizzazione avanzata da ciascuno dei due campi, ed in particolare dalle opinio­ni più ortodosse al loro interno, che denun­ciavano instancabilmente l’intrinseca, ag­gressiva pericolosità delfavversario (rappre-

9 Melvyn P. Leffler, The Specter o f Communism: the United States and the Origins o f the Cold War, 1917-1953, New York, Hill & Wang, 1994, p. VII.10 A. Stephanson, The United States, cit., pp. 24-25.11 Harry S. Truman, Public Papers o f the President: Harry. S. Truman, Washington DC, Usgpo, 1961-1966, voi. V ili, p. 178.12 Cfr. Robert Dallek, The American Style o f Foreign Policy: Cultural Politics and Foreign Affairs, New York, Knopf, 1983; Michael Hunt, Ideology and U.S. Foreign Policy, New Haven, Yale University Press, 1987, e la più recente discus­sione in Tony Smith, America’s Mission, Princeton, Princeton University Press, 1994.

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sentata come minaccia sovietica di imporre il comuniSmo in Europa e in Asia o, viceversa, come propensione imperiale del capitalismo americano ad una egemonia mondiale). E an­che evidente che queste elaborate demonolo­gie, così fortemente speculari, alimentavano Finfluenza degli intransigenti, dei cold war­riors di entrambi i blocchi, e perpetuavano la psicologia deH’alterità, della paura e quin­di della mobilitazione collettiva a tempo in­determinato. Una volta trascorsa la fase co­stituente e più calda della guerra fredda, quella del primo decennio postbellico, esse erano ormai divenute il codice linguistico e concettuale dei rispettivi sistemi politici, si erano indurite in immagini standardizzate che plasmavano in mille modi la coscienza collettiva di un conflitto percepito e vissuto sempre meno come una guerra (con degli sco­pi definibili, una gamma di ipotizzabili con­clusioni e quindi una durata, ancorché non esattamente prevedibile) e sempre più come una condizione permanente e apparentemen­te immodificabile13.

Al di là della loro strumentalità, ad ogni modo, sotto il profilo storiografico queste visioni della guerra fredda quale portato dell’antagonismo ideologico e sistemico so­no a dir poco insufficienti. E non solo per il cruciale problema della periodizzazione, e quindi delle origini dell’antagonismo. Esse spiegano la profondità del conflitto, la radi­calità ideologica e la sua penetrante pervasi- vità in ogni fibra delle società coinvolte. Chiariscono anche, in parte, i motivi della sua durata. E forniscono il contesto indi­

spensabile per affrontare la questione cru­ciale delle percezioni reciproche, ovvero di quelle letture dell’avversario e delle sue in­tenzioni che tanta parte hanno avuto nel de­finire e precipitare i caratteri del bipolari­smo armato. Ma non sono ovviamente in grado di illuminare, e men che meno spiega­re, gli aspetti strategici e geopolitici dell’an­tagonismo, quelli più tradizionalmente per­tinenti alla sfera della sicurezza delle nazio­ni, dell’equilibrio di potenza, delle relazioni diplomatiche. Perché le alleanze militari, la corsa al riarmo inframmezzata da tentativi di distensione, le crisi per Berlino e Cuba ma non per l’Iran, l’Ungheria, o l’Afghani­stan? E in quelle aree, come il Medio Orien­te, dove il problema non era palesemente il confronto tra comuniSmo e capitalismo, l’antagonismo bipolare cos’era?

Nella storiografia americana, anche il pe­riodo dominato dalla ortodossia più aperta­mente apologetica delle motivazioni e dei va­lori della politica statunitense vide la compre­senza di interpretazioni fondate sulla minac­cia del totalitarismo staliniano insieme ad al­tre imperniate su considerazioni di carattere geopolitico. Nel secondo dopoguerra gli Usa avevano intrapreso il contenimento non solo, e non tanto, del comuniSmo quanto della po­tenza dello stato sovietico insediatasi nel cen­tro dell’Europa. L’antagonismo ideologico rendeva più acuto e intrattabile quello che era, in tutto o in parte, un conflitto interstata­le per l’equilibrio di potenza14. Ed è proprio questa accentuazione realista delle problema­tiche del balance of power, e quindi della que-

13 Su queste dinamiche si trovano delle interessanti analisi, per la parte americana, in H.W. Brands, The Devii We Knew: Americans and the Cold War, New York, Oxford University Press, 1993; Tom Engelhardt, The End o f Victory Culture. Cold War America and the Disillusioning o f a Generation, New York, Basic Books, 1995; Matthew S. Hirshberg, Perpetuating Patriotic Perceptions. The Cognitive Function o f the Cold War, Westport, Praeger, 1993; Stephen J. Whit­field, The Culture o f the Cold War, Baltimore, The Johns Hopkins University Press, 1991. Inoltre si vedano gli interventi di Alexei Filitov, Ronald Steel e Ernest R. May nel volume di discussione curato da Michael Hogan, The End o f the Cold War: Its Meaning and Implications, Cambridge, Cambridge University Press, 1992.14 Per il primo tipo di concezioni cfr. Herbert Feis, From Trust to Terror: The Onset o f the Cold War, London, Blond, 1971, e Arthur M. Schlesinger Jr., Origins o f the Cold War, “Foreign Affairs”, 46, October 1967. Per il secondo è em­blematica l’opera di Louis J. Halle, The Cold War as History, New York, Harper & Row, 1967.

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stione delle sfere di influenza e, soprattutto, dell’interesse primario alla definizione e alla difesa della sicurezza nazionale, che ora ritro­viamo come caratterizzante di buona parte della storiografia postrevisionista.

La critica revisionista, infatti, aveva fatto piazza pulita della presunzione americana di innocenza e disinteresse nell’avvio della guerra fredda. A partire dal cruciale lavoro di William A. Williams essa aveva evidenzia­to la continuità storica di una cultura dell’e­spansione economica come risposta ai dilem­mi sociopolitici interni dell’America, ed ave­va focalizzato la polemica interpretativa in­torno alle origini della guerra fredda non più sul ruolo dell’Urss ma su quello degli Sta­ti uniti. Questi, con risorse economiche e strategiche nettamente superiori, dal 1944- 1945 in poi avevano intrapreso la costruzione di un ordine mondiale capitalistico aperto — con una propria marcata centralità di im­pronta potenzialmente imperiale soprattutto sul terreno commerciale e finanziario — che non poteva che scontrarsi con la difesa sovie­tica della propria sfera di influenza15. Ma la storiografia revisionista aveva sostanzial­mente tralasciato la dimensione geostrategi­ca delle problematiche postbelliche, e della stessa politica statunitense, e largamente ignorato le questioni relative alla sicurezza nazionale, americana come europea: questa si è presto rivelata la sua maggiore vulnerabi­lità. Nelle sue versioni più radicali il revisio­nismo aveva analizzato la transizione dalla seconda guerra mondiale al dopoguerra solo alla luce del processo di espansione di un ca-

•pitalismo americano aggressivo e controrivo­luzionario: in quel contesto, l’emergente riva­lità con l’Urss e le tematiche della sicurezza in

Europa non trovavano quasi posto, né spie­gazione16.

L’eterogenea amalgama degli storici post­revisionisti non ha forti caratteristiche unifi­canti se non quella di tentare di valutare cri­ticamente le ipotesi interpretative sia tradi- zionaliste che revisioniste sulla base di un mi­nor impegno politico-ideologico e di un mag­giore empirismo fondato sulla consistente moltiplicazione del materiale archivistico di­sponibile. Non a caso i postrevisionisti si so­no inizialmente tenuti lontani dalla discussio­ne sulle “colpe” della guerra fredda. E per molti aspetti essi hanno fatto proprie alcune fondamentali acquisizioni del revisionismo: che gli Usa fossero ben consapevoli delle loro risorse di potenza e che le usassero, anche in modi indigesti per l’Urss, fin dalla fase finale della guerra; che sul terreno della riorganiz­zazione dell’economia internazionale, in par­ticolare, gli Usa esercitassero una leadership che emanava da una chiara percezione dei propri interessi nazionali; e che le dinamiche economiche, politiche e culturali della società americana muovessero in direzioni che ren­devano difficile, se non impossibile, un acco­modamento con gli interessi difensivi primari dell’Urss staliniana. Non a caso nel linguag­gio del postrevisionismo sono divenuti piena­mente legittimi e ampiamente usati termini come “egemonia americana”, e in taluni casi financo “impero americano”, che in epoca prerevisionista erano semplicemente inconce­pibili. La discussione semmai si incentra sulla valutazione, talora comparativa, delle carat­teristiche peculiari, dei punti di forza e dei li­miti dell’egemonia o, più raramente, del ca­rattere imperiale della presenza postbellica degli Usa nell’arena internazionale17.

15 Oltre a William A. Williams, The Tragedy o f American Diplomacy (Cleveland, World Publishers, 1959), il libro più influente ed emblematico fu probabilmente quello di Lloyd C. Gardner, Architects o f Illusions: Men and Ideas in Ame­rican Foreign Policy, ¡941-1949, Chicago, Quadrangle Books, 1970.16 Cfr. Gabriel e Joyce Kolko, I limiti della potenza americana, Torino, Einaudi, 1975 (ed. orig. 1972).17 A questo proposito è di particolare importanza e interesse il lavoro di Geir Lundestad, The American “Empire" and Other Studies o f US Foreign Policy in a Comparative Perspective, New York, Oxford University Press, 1990.

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Nei confronti del revisionismo c’è però un marcato distanziamento — più o meno netto o polemico a seconda dei singoli casi, ma co­munque sempre abbastanza evidente — sulla centralità di un paradigma di espansionismo economico. Nessuno, tra i postrevisionisti, nega che le élite economiche e politiche statu­nitensi fossero mosse anche dal proprio inte­resse a un sistema di mercati aperti e inter­connessi. Ma si rigetta l’idea che ciò possa costituire un fattore esplicativo primario per il sorgere della guerra fredda: gli Usa era­no meno dipendenti di chiunque altro dal commercio estero; il timore di una depressio­ne interna svanì già nei primi mesi della ri- conversione postbellica; i progetti per un or­dine liberista multilaterale non contenevano, di per sé, una valenza inequivocabilmente e universalmente aggressiva; la richiesta di ca­pitali e merci americane accomunava governi europei dalla più diversa conformazione po­litica; le mosse di Stalin per il controllo unila­terale dell’Europa dell’est precedono il sorge­re di una aggressiva diplomazia economica americana. Più di tutto, i postrevisionisti ve­dono invertito il rapporto di causa-effetto tra considerazioni economiche e motivazioni di carattere strategico: con il Lend Lease, e poi soprattutto con il Piano Marshall, gli Usa usarono leve economiche per raggiunge­re obiettivi strategici, finalizzando le proprie risorse produttive e finanziarie all’attuazione della politica del contenimento18.

E quindi anche dalla ricorrente, cruciale e inconclusa discussione sulle origini dell’anta­gonismo bipolare — oltre che dalla analisi della sua evoluzione, delle sue svolte e delle sue tappe — che emerge un diverso approccio alle problematiche della guerra fredda: quel-

10 imperniato sulle considerazioni geostrate­giche di sicurezza.

11 paradigma geopolitico...

L’ormai lunga stagione del postrevisionismo ha visto un grande ritorno del filone realista della cultura diplomatica e storiografica americana19, in particolare negli studi che ri­guardano il periodo postbellico, con una pre­minente focalizzazione sui concetti di equili­brio di potenza e di sicurezza nazionale. L’antagonismo della guerra fredda viene pre­valentemente interpretato come la risposta di due potenze intrinsecamente concorrenziali al lascito della seconda guerra mondiale: il vuoto di potere al centro dell’Europa in con­dizioni di sostanziale (relativa) bipolarità strategica. Stimolate dagli studi di relazioni internazionali e dalla forte accentuazione con cui le fonti documentarie indicano come le preoccupazioni geopolitiche avessero do­minato la visione dei policy-makers di Wa­shington (per non parlare di quelli di Londra o Parigi), molte analisi tornano a sottolineare l’incompatibilità delle posizioni sovietiche con quelle americane. E lo fanno spesso in un modo che, sia pure in chiave neorealista, riprende l’enfasi degli studi tradizionalisti.

Alla guerra fredda si è giunti non perché il comuniSmo fosse ideologicamente aggressi­vo, o perché il regime sovietico fosse, in quanto totalitario, intrinsecamente espansi­vo, ma perché la politica staliniana di sicurez­za era fondamentalmente unilaterale, incapa­ce di compromesso, imperiosa e fomentatrice di insicurezza tra tutti i suoi possibili interlo­cutori. Il contenimento viene visto non più

18 Questo tipo di argomentazione antirevisionista, che attraversa implicitamente buona parte della letteratura postre­visionista, è sostenuta nella sua forma più netta e decisa da Robert A. Pollard, Economie Security and the Origins o f the Cold War, 1945-1950, New York, Columbia University Press, 1985.19 I riferimenti fondamentali sono George F. Kennan, American Diplomacy 1900-1950, Chicago, University of Chicago Press, 1951 e Hans J. Morgenthau, In Defense o f the National Interest, New York, Knopf, 1951. Nella storiografia, cfr. Robert Osgood, Ideals and Self-Interest in America’s Foreign Relations, Chicago, University of Chicago Press, 1953.

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come una disinteressata difesa della demo­crazia e della civilizzazione occidentale — l’attuazione di un’egemonia americana e fi- nanco di una sfera di influenza in Europa oc­cidentale è apertamente riconosciuta — ma comunque sempre come risposta ad una in­trinseca “minaccia” sovietica. Per ciò che concerne il rapporto con l’Urss la politica americana viene interpretata come fonda­mentalmente reattiva, e mirata a realizzaree difendere un equilibrio di potenza nel con-

• 20 finente europeo .Il postrevisionismo, tuttavia, non si esau­

risce in questa più sofisticata riproposizione neorealista di un indirizzo interpretativo in fondo tradizionale. In primo luogo perché in esso confluiscono indirizzi di ricerca assai diversificati, che contribuiscono a una lettu­ra più sfaccettata e complessa del fenomeno della guerra fredda. C’è innanzitutto un nuovo crescente patrimonio di studi che, in­trecciandosi con quelli sulla ricostruzione dell’Europa postbellica, ha modificato e raf­finato la conoscenza storica dei rapporti tra potenza egemone americana e suoi alleati, estendendola dal campo diplomatico a quel­lo della società, della cultura, dell’economia e delle vicende politiche interne. Ne emerge un quadro più variegato degli interessi in gioco e delle molteplici tensioni che contri­buiscono a dar forma alla realtà della guer­

ra fredda, facendo risaltare il ruolo dei go­verni e delle élite europee nel sollecitare l’impegno strategico americano e nel guida­re la ricostruzione negli schemi di coopera­zione euroamericana. Sotto il profilo inter­pretativo ne consegue una enfasi nuova — simboleggiata dai concetti di “egemonia consensuale” (Charles S. Maier) o di “impe­ro su invito” (Geir Lundestad) — sugli aspetti di negoziazione e integrazione flessi­bile di interessi diversi che furono alla radi­ce della politica americana e della sua capa­cità egemonica20 21.

A questo hanno dato un particolare contri­buto gli studiosi che si richiamano alla matrice “corporatista”, i quali, analizzando la proie­zione intemazionale dei meccanismi istituzio­nali, economici e di negoziazione sociale speri­mentati in America, hanno grandemente mi­gliorato la nostra comprensione delle radici socioculturali dell’egemonia statunitense. Essi hanno così proficuamente esplorato un terre­no d’indagine suggerito dalle concezioni revi­sioniste, aggiungendovi però una profondità cmciale: lo sguardo si è infatti allargato dalla cultura delle élite alle dinamiche del consenso e della contrattazione sociale, e quindi dei principali gruppi d’interesse, svelando una convergenza ampia della società americana su alcuni dei paradigmi, non solo ideologici, dell’azione internazionale statunitense22.

20 I lavori fondamentali in questo senso sono quelli di John L. Gaddis, The United States and the Origins o f the Cold War, 1941-1947, New York, Columbia University Press, 1972, e Strategies o f Containment: A Critical Appraisal o f Postwar Ame­rican National Security Policy, New York, Oxford University Press, 1982. Inoltre si veda Vojtech Mastny, Russia’s Road to Cold War: Diplomacy, Warfare and the Politics o f Communism 1941-1945, New York, Columbia University Press, 1979.21 Vi è ormai un vastissimo numero di ricerche in questo campo. Un buon punto di partenza è David Reynolds, (a cura di), The Origins o f the Cold War in Europe, New Haven, Yale University Press, 1994. Inoltre cfr. Terry H. Anderson, The United States, Great Britain, and the Cold War, 1944-1947, Columbia, University of Missouri Press, 1981; Frank Costigliola, France and the United States: The Cold Alliance since World War 11, New York, Twayne, 1992; Jeffrey M. Diefendorf, American Policy and the Reconstruction o f Germany, New York, Cambridge University Press, 1992; Ho­ward Jones, “A New Kind o f W ar”: America’s Global Strategy and the Truman Doctrine in Greece, New York, Oxford University Press, 1989; Bennett Kovrig, O f Walls and Bridges: the US and Eastern Europe, New York, New York Uni­versity Press, 1991; Richard Kuisel, Seducing the French: The Dilemma o f Americanization, Berkeley: University o f Ca­lifornia Press, 1992; Charles S. Maier (a cura di), The Marshall Plan and Germany, New York Oxford: Berg, 1991; Ti­mothy E. Smith, The United States, Italy and Nato, 1947-52, New York, St. Martin’s Press, 1991; Irwin M. Wall, The United States and the Making o f Postwar France, 1945-1954, New York, Cambridge University Press, 1991.22 L’opera fondamentale è quella di Michael Hogan, The Marshall Pian. America, Britain and the Reconstruction o f We­stern Europe, 1947-1952, Cambridge, Cambridge University Press, 1987. Inoltre cfr. Charles S. Maier, The Politics o f

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E poi sono cresciute a dismisura le ricerche su periodi successivi ed aree geografiche di­verse da quella europea degli anni quaranta. Il Medio Oriente, l’Estremo Oriente e, ovvia­mente, il Vietnam sono ormai non solo argo­menti di studi numerosissimi, ma soprattutto fonti per una riflessione articolata sulle mol­teplici dimensioni della guerra fredda. Quin­di sulle diverse implicazioni e applicazioni del contenimento, sulla non scontata e diversifi­cata estensione globale della rivalità bipola­re, sull’effettivo intreccio di considerazioni geopolitiche ed interessi economici in scenari ben diversi da quello del “vuoto” europeo del 1945, e tuttavia ad esso legati nelle analisi in­tegrate di Washington come del Cremlino23.

In secondo luogo perché dal postrevisioni­smo emergono anche filoni interpretativi che, pur con un taglio sempre eminentemente geo­politico, giungono a risultati di maggior equilibrio e complessità analitica, soprattut­to quando riescono a incorporare molte delle acquisizioni appena rammentate. E questo in particolare il caso di Melvyn Leffler, la cui recente, monumentale monografia sull’am­

ministrazione Truman spicca come il libro più importante degli ultimi anni24. Leffler af­fronta il cruciale quesito che ha tradizional­mente dato vigore e interesse alla critica revi­sionista: quello cioè della plausibilità di una attribuzione unilaterale di responsabilità per le origini della guerra fredda all’Urss quando il divario di potenza era, secondo ogni fondamentale parametro, così marcata- mente a vantaggio degli Stati uniti. E le sue risposte, non a caso, non dispiacciono ai revi­sionisti. Perché egli individua ed esplora una concezione americana della sicurezza nazio­nale che, già negli ultimi anni della seconda guerra mondiale, postulava un sistema difen­sivo globalista ed una stabilizzazione del ca­pitalismo internazionale che estendevano gli interessi vitali americani al di là di un perime­tro geografico delimitato: sfera d’influenza nell’emisfero occidentale, controllo degli oceani e sistema di basi aeree per il dominio di una frontiera strategica avanzata, accesso alle risorse e ai mercati dell’Europa e dell’A­sia, mantenimento della superiorità nucleare.

In quel quadro l’Urss avrebbe quindi po-

Productivity: Foundations o f American International Economie Policy after World War II, “International Organization”, 31, n. 4, 1977; David S. Painter, Oil and the American Century. The Political Economy o fU .S . Foreign Policy, Baltimore, The Johns Hopkins University Press, 1986. Tra i fautori dell’approccio corporatista va ricordato anche Thomas J. McCormick, la cui sintesi America’s H alf Century: US Foreign Policy in the Cold War, Baltimore, The Johns Hopkins University Press, 1989, si allontana tuttavia da quella impostazione per inquadrare il ruolo intemazionale degli Usa in una prospettiva di “world-system economy” vicina alle concezioni di Immanuel Wallerstein.23 Anche qui mi limiterò solo a pochi tra i lavori più significativi: Gordon H. Chang, Friends and Enemies: the United States, China, and the Soviet Union, 1948-1972, Stanford, Stanford University Press, 1990; Bruce Cumings, The Origins o f the Korean War, 2 volt, Princeton, Princeton University Press, 1981-1989; S. Freiberger, Dawn over Suez: The Rise o f American Power in the Middle East 1953-1957, Chicago, Dee, 1992; Mark J. Gasiorowski, US Foreign policy and the Shah: Building a Client State in Iran, Ithaca, Cornell University Press, 1991; Sergei N. Goncharov, John W. Lewis, Xue Litai, Uncertain Partners: Stalin, Mao and the Korean War, Stanford, Stanford University Press, 1993; George Her­ring, America’s Longest War. The US and Vietnam 1950-1975, New York, Random House, 1986; Gary R. Hess, The United Sta tes’ Emergence as a Southeast Asian Power, 1940-1950, New York, Columbia University Press, 1987; Jon Ko- fas, Intervention and Underdevelopment, Philadelphia, Pennsylvania State University Press, 1989; Bruce Kuniholm, The Origins o f the Cold War in the Near East, Princeton, Princeton University Press, 1982; Diane B. Kunz, The Economic Diplomacy o f the Suez Crisis, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 1991; Waiter LaFeber, Inevitable Revo­lutions: The US in Central America, New York, Norton, 1984; Michael Schaller, The American Occupation o f Japan: the Origins o f the Cold War in Asia, New York, Oxford University Press, 1985; Howard Schonberger, Aftermath o f War: Americans and the Remaking o f Japan 1945-1952, Kent, Kent State University Press, 1989; Marilyn B. Young, The Viet­nam Wars 1945-1990, New York, Harper Collins, 1991; Shu Guang Zhang, Deterrence and Strategic Culture: Chinese American Confrontations, 1949-1958, Ithaca, Cornell University Press, 1992.24 Melvyn P. Leffler, A Preponderance o f Power: National Security, the Truman Administration and the Cold War, Stan­ford, Stanford University Press, 1992.

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tuto trovare una collocazione, proseguendo così la cooperazione tra i grandi, solo in ter­mini fortemente favorevoli a Washington, o per lo meno drasticamente diversi da quelli che Stalin, per quel che ne sappiamo a tut- t’oggi, riteneva indispensabili per la sicurezza sovietica. Nel 1945-1946, quando emersero le prime serie frizioni in relazione all’Europa dell’est e al Mediterraneo orientale, la formu­lazione sovietica delle proprie priorità di si­curezza (che Leffler non giudica né irragione­voli sotto il profilo geostrategico né intrinse­camente aggressive) fu percepita a Washing­ton come espansiva e destabilizzante. Poiché sfidava una visione americana le cui motiva­zioni l’amministrazione Truman riteneva pa­cifiche e difensive, essa fu letta a Washington come deliberatamente ostile. L’esperienza di Monaco e de\Y appeasement verso il totalitari­smo, così come il forte pregiudizio ideologico anticomunista, davano forma a una percezio­ne sinistra delle intenzioni sovietiche. Su en­trambi i fronti iniziava a operare quel “di­lemma della sicurezza”25 al cui schema teori­co Leffler si rifà piuttosto apertamente: le mosse difensive di uno degli attori incarnano una minaccia agli occhi dell’altro, e le conse­guenti reazioni innescano un circolo vizioso di ostilità, sfiducia e insicurezza.

Gli Usa non temevano una diretta aggres­sività sovietica, e men che meno un attacco militare, bensì il potenziale rafforzamento geostrategico che Mosca poteva trarre dalle condizioni di instabilità, queste sì immediata­mente preoccupanti, che prevalevano nel continente europeo ed in Asia. Poiché l’idea guida del pensiero strategico americano era la necessità di impedire che una potenza, so­prattutto se ideologicamente avversa, potesse

ottenere il controllo delle risorse dell’Eura- sia, ciò che spaventava era il vuoto di potere nell’Europa centrale, la prostrazione econo­mica e l’insicurezza politica in Germania e in Giappone, l’instabilità in Francia, in Italia e nel Mediterraneo, i rivolgimenti nazionali­sti nel Terzo mondo. I pericoli erano quindi futuri, e richiedevano complesse concatena­zioni di eventi per materializzarsi, ma erano troppo grandi per correre il rischio — poten­zialmente assai maggiore — dell’inazione.

Per Leffler — che definisce gli statisti ame­ricani in primo luogo come “cauti” ed “av­vertiti”26 — le varie componenti del conteni­mento configurano la scelta americana di usare la propria preminenza economica e strategica per impedire che le “co-relazioni di potenza” si invertissero e finissero per sci­volare, come su di un piano inclinato, in una direzione favorevole a Mosca. Stabilizzare e integrare l’Europa occidentale, la Germania, il Giappone e la “periferia” del Terzo mondo in un sistema aperto di scambi multilaterali equivaleva a costruire un ambiente favorevo­le agli interessi e ai valori americani: erigendo stabilità e forza laddove vi erano vuoti di po­tenza, arginando l’influenza dell’Urss intor­no alla sua periferia, e sviluppando quindi il potenziale strategico per superare eventuali sfide politiche e, nel caso peggiore, militari. “La guerra fredda e la divisione dell’Europa erano prospettive deplorevoli, ma ben meno sinistre dei pericoli inerenti ad una contrazio­ne economica, a tendenze autarchiche, ad avanzate del comuniSmo e all’eventuale ero­sione dell’influenza statunitense nel cuore in­dustriale dell’Eurasia occidentale”27. Il man­tenimento di una potenza preponderante di­venne il criterio guida per una politica che ac-

25 Si veda Robert Jervis, Richard Ned Lebow, Janice Gross Stein, Psychology and Deterrence, Baltimore, Johns Hop­kins University Press, 1985.26 Negli ultimi anni si sono moltiplicati anche gli studi sui principali ideatori della politica americana, ed in particolare sulle premesse culturali delle loro interpretazioni dei problemi dell’Europa postbellica. Un’analisi ricca e suggestiva è quella di John L. Harper, American Visions of Europe: Franklin D. Roosevelt, George F. Kennan, and Dean G. Acheson, New York, Cambridge University Press, 1994.27 M. Leffler, A Preponderance of Power, cit., p. 504.

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cettava di correre dei rischi, dal punto di vista del deterioramento antagonistico delle rela­zioni con rUrss e dell’impegno di ingenti ri­sorse economiche, politiche e militari, per po­ter condurre una diplomazia attiva, talora aggressiva, al fine di prevenire l’aprirsi di vuoti di cui l’iniziativa avversaria avrebbe potuto trarre vantaggio.

Il tipo di analisi condotto da Leffler — ol­tre ad avere il pregio di offrire un’interpreta­zione più complessa e bilanciata, lontana dai manicheismi così frequenti in questo campo — offre due importanti vantaggi. In primo luogo spezza la contrapposizione concettuale tra cooperazione e antagonismo per suggeri­re, invece, un’esplorazione dettagliata dell’in­terazione tra i due approcci, evidenziando i trade-off tra le due possibilità, i prezzi che di volta si è accettato di pagare nell’uno o nell’altro senso. E con ciò fornisce una mi­glior chiave storiografica per esplorare la di­namica convulsa delle molteplici scelte ope­rate, su vari teatri e con mille interconnessio­ni, sia a Washington che a Mosca. In secondo luogo rende più comprensibili i legami tra la prima fase della guerra fredda, quella costi­tuente incentrata sull’Europa del 1946-1948, e i momenti successivi che vedono l’antagoni­smo bipolare estendersi ad altre parti del glo­bo. In particolare rivela il legame tra la visio­ne strategica iniziale americana e la successi­va teoria del domino che sarà al centro del ra­gionamento geopolitico di Washington in Asia e altrove28.

Il problema della credibilità della potenza americana e della sua risolutezza, che sarà os­sessivamente al centro delle preoccupazioni di tutte le amministrazioni, fino a culminare nella vicenda vietnamita, non derivava tanto dalle ipotesi previsionali sulle presunte inten­zioni sovietiche (o cinesi), e neppure soltanto dalla logica peculiare della deterrenza in epo­

ca nucleare, ma era per così dire intrinseca al tipo di strategia americana delineata da Lef­fler. Se il problema era infatti quello di rime­diare a situazioni di instabilità e precarietà, di prevenire le possibilità di scivolamenti neu­tralisti e nazionalisti che avrebbero offerto possibilità di influenza a Mosca (ad esempio nella Germania nel 1947-1949, o nel Medio Oriente e nell’Indocina nei decenni successi­vi), e viceversa di riuscire sempre a esercitare una maggiore capacità di attrazione e inte­grazione, allora la dimostrazione non solo di potenza e disponibilità all’intervento (an­che militare), ma in primo luogo della volon­tà e capacità di assumersi responsabilità ege­moniche in una determinata circostanza di­venivano elementi cruciali della politica ame­ricana. A questo era in primo luogo finalizza­ta la preponderanza di potenza: consentire agli Usa un margine di vantaggio tale — ad ogni gradino della escalation diplomatica o militare — da rendere possibile l’assunzione di rischi, mantenendo costantemente la di­sponibilità di più opzioni, così da costringere sempre l’avversario a un serio calcolo dei co­sti e dei benefici e, soprattutto, da rassicurare alleati ed amici.

Questa interpretazione sembra ampiamen­te convincente in relazione alle questioni del­la Germania e dell’Europa postbellica, quan­do probabilmente vi erano scarsi margini — quand’anche gli Usa avessero articolato la propria strategia con maggior duttilità e fidu­cia — per un tentativo di rassicurazione e conciliazione degli interessi sovietici. Ma quel “prudente” ricorso alla preponderanza di potenza secondo Leffler trascende poi in insensatezza quando viene rigidamente este­so alla periferia del Terzo mondo. Postulan­do una diretta interconnessione tra il control­lo della periferia e la stabilizzazione delle aree industrializzate, e soprattutto scambiando

28 Cfr. Robert J. McMahon, Credibility and World Power: Exploring the Psychological Dimension in Postwar American Diplomacy, “Diplomatic History”, 15, 4, 1991, pp. 455-472, e Frank Ninkovich, Modernity and Power: A History of the Domino Theory in the Twentieth Century, Chicago, University of Chicago Press, 1994.

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troppo spesso i movimenti nazionalistici per insorgenze comuniste, i dirigenti americani finirono per credere ad un progetto sovietico di “dominio mondiale” che nascondeva le so­stanziali debolezze deH’avversario e che por­tò a esasperare l’escalation di potenza. Con la globalizzazione del contenimento i due anta­gonisti si inchiodavano nella spirale del riar­mo e nella logica del “dilemma della sicurez­za”, che avrebbe perpetuato la guerra fredda in una struttura dalla rigidità apparentemen­te immutabile.

...ed i suoi limiti

L’interpretazione di Leffler spicca per la sua complessa ed equilibrata architettura, che in­tegra vari approcci e riesce probabilmente a soddisfare storici altrimenti polemicamente distanti29. I revisionisti vi trovano la confer­ma di una propensione espansivamente glo- balista degli Usa; i corporatisti possono enfa­tizzare la lettura trumaniana dell’ordine mondiale alla luce degli schemi dell’econo­mia politica americana; i postrevisionisti più tradizionalisti, come John Gaddis, posso­no concordare sulla dominanza di una visio­ne geopolitica che giustifica il contenimento antisovietico in Europa in nome dell’equili­brio di potenza. Se proprio si vuole andare a ricercare i tratti di una qualche sintesi della storiografia americana non si può che partire da questo libro, che ricongiunge sapiente- mente filoni molto diversi.

Tuttavia non è difficile additare anche le aporie di questa presunta sintesi. Gli attori non governativi finiscono per sparire dietro le quinte, soverchiati da una centralità dello Stato e della sua primaria sfera d’azione, quella della grande strategia geopolitica. E lo stesso accade anche alle dinamiche interne del sistema politico americano, tanto è vero

che una delle critiche più diffuse a Leffler è quella di aver esagerato la continuità e l’uni­formità dell’elaborazione strategica dell’am- ministrazione Truman, tralasciando le incer­tezze, i momenti di conflitto interno e la dia­lettica tra scelte internazionali e condiziona­menti politico-elettorali contingenti.

Soprattutto, la preminenza del paradigma geopolitico richiede qualificazioni e specifi­cazioni. Appare ormai difficilmente contesta­bile che il momento formativo del conflitto bipolare, il confronto del primo dopoguerra tra le due potenze che si trovarono a occupa­re lo spazio europeo e a doverne rimodellare il sistema di sicurezza, si sia innescato innan­zitutto sul terreno geopolitico. Ma questa ca­tegoria, di per sé, riesce difficilmente a spie­gare le forme che l’antagonismo ha poi as­sunto, la sua durata ed estensione, e soprat­tuto la sua natura di conflitto implacabile, assoluto e non negoziabile. Persino gli stu­diosi d’impronta più rigidamente realista fi­niscono prima o poi per ricorrere alle diffe­renze e contrapposizioni ideologico-cultura- li: per spiegare, innanzitutto, le reciproche distorte percezioni — entrambe dominate dal timore di un espansionismo visto come potenzialmente illimitato perché connatura­to al sistema economico e politico dell’av­versario.

Né può essere sminuita la centralità inter­pretativa della contrapposizione tra sistemi socioeconomici. Perché essa forniva l’alimen­to forse primario alla feroce concorrenzialità ideologica; perché costituì il terreno fonda- mentale di organizzazione e consolidamento dei reciprochi blocchi, ovvero di attuazione della strategia del confronto geopolitico; e perché era alla visione e alla proposta socioe­conomica che si rifaceva quell’universalismo di entrambi i contendenti che rendeva sostan­zialmente non negoziabili le pur cruciali fri­zioni di carattere geopolitico relative all’as­

29 In questo senso vanno anche molte delle recensioni, si veda ad esempio Robert Jervis, The End of the Cold War on the Cold War?, “Diplomatic History”, 17, 4, 1993, pp. 651-660.

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setto dell’Europa prima e di altre aree poi. Con la “rigida territorializzazione dell’ideo­logia e dell’economia” si trascendevano le possibilità, già di per sé assai limitate, di un normale dialogo diplomatico, e si avviava in­vece la “simultanea declamazione di due mo­nologhi” che avrebbe reso la guerra fredda un “conflitto per il totale annichilimento sim­bolico” (e, in aree extraeuropee, anche mate­riale)30.

Dalla fine all’inizio della guerra fredda

È del resto sintomatico che queste divergenze ed ambivalenze si ripropongano quasi intat­te, senza venir risolte, quando si provi a ri­considerarle alla luce del modo e dei motivi per cui la guerra fredda è terminata. Non ha ovviamente un valore solo simbolico il fat­to che essa sia finita là dove era cominciata, in Germania ed in particolare a Berlino, con l’abbattimento del muro e la riunificazio- ne tedesca che chiudevano l’epoca della divi­sione postbellica dell’Europa. Il dato geopo­litico sale ancora una volta in primo piano: l’egemonia al centro dell’Europa aveva costi­tuito la principale posta in gioco nell’antago­nismo bipolare, e la divisione della Germania ne incarnava l’irrisolta perpetuazione. So­prattutto, a ciò si è arrivati in seguito a un mutamento di strategia dell’Urss, che con Gorbacév ha abbandonato l’idea di una sicu­rezza sovietica garantita dall’occupazione militare dell’Europa orientale. Lo sciogli­mento dell’impero sovietico in Europa e il ri­

tiro dell’Armata rossa entro i confini del- l’Urss ponevano termine a quel lascito strate­gico della seconda guerra mondiale intorno al quale era sorto l’antagonismo bipolare31.

Le tesi realiste sulle origini, soprattutto quelle imperniate sulle responsabilità di Sta­lin nel definire le esigenze di sicurezza sovie­tiche in chiave inaccettabile agli altri paesi europei ed agli Usa, ne risultano facilmente corroborate. Non è un caso che storici come John Gaddis abbiano tratto dagli eventi con­clusivi della guerra fredda un forte stimolo non solo a riconfermare le proprie tesi come ormai storicamente assodate, ma addirittura ad avvicinarsi ulteriormente alla percezione tradizionalista (soprattutto per ciò che ri­guarda la tragica specificità criminale del re­gime staliniano, e quindi l’imperativa neces­sità occidentale di contrastarlo con ogni mez­zo, ad esclusione dello scontro bellico diret­to)32. Anche tra gli storici la risonanza del consenso pubblico sulla fine della guerra fredda come trionfo dell’Occidente, e del suo impegno quarantennale al contenimento, è piuttosto forte. In particolare, dall’analisi delle fasi e dei fattori conclusivi del conflitto viene tratto un forte incoraggiamento a riaf­fermare le interpretazioni, fortemente euro- centriche, dei decenni di antagonismo bipola­re come un periodo di “lunga pace” tra le grandi potenze, garantito dal meccanismo della deterrenza atomica bipolare33.

La svolta sovietica degli anni ottanta, la “resa” dell’Urss, viene conseguentemente ri­condotta alla incessante pressione esercitata dagli Usa, ed in particolare alla scelta reaga-

30 Anders Stephanson, The United States, cit., pp. 50-51. La critica al realismo geopolitico continua anche ad essere serrata dal punto di vista, sia pure assai aggiornato, del revisionismo. Si veda ad esempio Bruce Cumings, "Revising Postrevisionism" or the Poverty of Theory in Diplomatic History, “Diplomatic History”, 17, 4, 1993, pp. 539-69.31 Vale la pena rammentare la centralità di queste stesse, precise questioni nel dibattito forse più lucido sulla razionalità del contenimento, al momento del suo concepimento: quello che impegnò Walter Lippmann, The Cold War, New York, Harper, 1947, e George F. Kennan (“X”), The Sources of Soviet Conduct, “Foreign Affairs”, n. 25, 1947, pp. 566-582.32 Cfr. John L. Gaddis, The US and the End of the Cold War, New York, Oxford University Press, 1992.33 La formulazione più sistematica è quella di John L. Gaddis, The Long Peace: Inquiries into the History of the Cold War, New York, Oxford University Press, 1987, discussa in Charles W. Kegley (a cura di), The Long Postwar Peace: Contending Explanations and Projections, New York, Harper Collins, 1990. Su ruolo e influenza delle armi nucleari

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niana di prospettare un ulteriore, cospicuo aggravamento finanziario e tecnologico di una corsa agli armamenti in cui l’Urss già fa­ticava a tenere il passo. Una volta acquisite posizioni di cospicuo vantaggio l’ammini­strazione Reagan si ritrovò singolarmente ben posizionata, e inaspettatamente pronta, per intraprendere quei negoziati da posizio­ne di forza che per tutto l’arco del quaran­tennio erano stati l’incubo e la chimera degli statisti americani ma che ora, di fronte a un Gorbacèv intimidito dalla prospettiva dello “scudo spaziale” , potevano finalmente com-

•34ptersi .Ma il trionfalismo delle interpretazioni

realiste — che pure indubbiamente conten­gono elementi fattuali di validità — non può soddisfare in chiave di analisi storica. L’obiettivo originario del contenimento — quel “crollo od ammorbidimento del potere sovietico” auspicato da George Kennan nel 194735 — si è raggiunto, sia pure con ritardo di decenni, ma è lo stesso Kennan a rigettare, in numerosi interventi giornalistici recenti, ogni semplicistico collegamento tra la validi­tà del contenimento e le trasformazioni pro­dottesi nell’Urss. Il problema è infatti di indi­viduare i fattori che hanno indotto il gruppo dirigente riunito intorno a Gorbacèv alla scelta epocale di chiudere un’era nel potere sovietico, smantellare il proprio impero e ab­bandonare la competizione antagonistica con l’Occidente. E qui, inevitabilmente, la sfera della competizione tra due sistemi economici

e sociali torna ad essere cruciale. Perché la prospettiva di ulteriormente intensificare la rincorsa militar-tecnologica ha, al massimo, accelerato la constatazione di un ben maggior fallimento del sistema sovietico. Quello deri­vante dall’incapacità ormai decennale di far transitare l’economia pianificata alla fase po­stindustriale, di rispondere efficacemente alle tensioni sociali interne, di riaffermare un sen­so di dinamica vitalità del sistema36. Ovvero di tenere in qualche modo il passo con le tra­sformazioni dell’economia internazionale e di riuscire quindi a proiettarne all’estero un’im­magine credibile e attraente, oltre che forte.

Prima ancora che Reagan intensificasse la pressione militare e diplomatica, l’Urss aveva perso ogni sostanziale capacità di influenza politicoculturale, aveva visto svanire ogni suo ruolo quale modello di sviluppo e di or­ganizzazione sociale. Nella complessa e an­cora inesplorata vicenda degli anni ottanta l’Urss non ha solo esaurito il ruolo di super- potenza faticosamente inseguito dal 1945 in poi, essa ha anche perduto e archiviato la sfi­da storica al capitalismo mondiale lanciata con la rivoluzione del 1917. Tutte le comples­se tematiche che si intrecciano nella definizio­ne delle origini e della natura della guerra fredda risultano quindi inseparabili anche nel processo del suo esaurimento.

Per questo in sede storiografica le afferma­zioni tradizionaliste (momentaneamente trionfanti nella loro consonanza con il di­scorso politico pubblico) continuano ad esse-

cfr. McGeorge Bundy, Danger and Survival: Choices about the Bomb in the First Fifty Years, New York, Random Hou­se, 1988; Charles S. Morris, Iron Destinies, Lost Opportunities: the Arms Race Between the Usa and the Ussr, 1945-1987, New York, Harper & Row, 1988; John Mueller, Retreat from Doomsday: the Obsolescence of Major War, New York, Basic Books, 1989. Inoltre si veda il recentissimo David Holloway, Stalin and the Bomb, New Haven, Yale University Press, 1994.34 Cfr. Samuel F. Wells Jr., Nuclear Weapons and European Security during the Cold War, in M. Hogan (a cura di), The End of the Cold War, cit., pp. 63-76 e David E. Kyvig (a cura di), Reagan and the World, New York, Greenwood Press, 1990. Una interessante analisi della politica estera della presidenza Reagan è quella di Coral Bell, The Reagan Paradox: American Foreign Policy in the 1980s, New Brunswick, Rutgers University Press, 1989.35 George F. Kennan (“X”), The Sources of Soviet Conduct, “Foreign Affairs”, 25 (1947), pp. 566-582.36 Una discussione di questi temi è in Charles S. Maier, I fondamenti politici del dopoguerra, in Storia d'Europa, voi. 1, L’Europa oggi, Torino, Einaudi, 1993, pp. 313-372.

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re robustamente contrastate da interpreta­zioni ben diverse. Da quelle sempre di stam­po realista e geopolitico, ma attente al com­plesso delle dinamiche intemazionali, che mi­nimizzano l’effetto delle scelte americane sul­l’evoluzione dell’Urss, e che anzi criticano l’eccessiva dipendenza della politica statuni­tense dal suo rigido, onnivoro paradigma an­ticomunista37. A quelle che enfatizzano i co­sti, sia economici e sociali che politici e mora­li, pagati dalla società statunitense per un im­pegno che appare retrospettivamente assai meno inattaccabile vista la sostanziale, in­trinseca debolezza deH’Urss38. Fino alle rivi­sitazioni esplicitamente revisioniste della guerra fredda come un periodo dominato, ol­tre e forse più che dalla rivalità bipolare, dal­le complesse relazioni tra centro e periferia, ed in particolare da un progetto di egemonia statunitense sulle principali risorse mondiali

e, quindi, di controllo delle dinamiche politi­che del Terzo mondo39.

È indicativo che il più recente, significativo sforzo di narrazione unitaria della storia del­le relazioni internazionali degli Stati uniti (la Cambridge History of American Foreign Re­lations) comprenda al suo interno autori am­piamente divergenti in fatto di linee interpre­tative fondamentali. E che sulla guerra fred­da, pur sostanzialmente esplorata sotto il profilo statocentrico del conflitto di potenza e del “dilemma della sicurezza”, essa incor­pori pienamente anche il grande tema della decolonizzazione40. Lontana ormai dalle guerre di religione, e pur tuttavia sempre plu­ralmente divisa, la storiografia americana re­sta attraversata da giudizi e approcci variega­ti, divergenti ma anche, spesso, complessa­mente intrecciati.

Federico Romero

37 Cfr. Raymond Garthoff, The Great Transition. American Soviet Relations and the End of the Cold War, Washington D.C., The Brookings Institute, 1994: questa è al momento la più ampia e accurata ricostruzione del decennio finale della guerra fredda.38 Cfr., ad esempio, gli interventi di Ronald Steel, Richard J. Barnett in M. Hogan (a cura di), The End of the Cold War, cit., rispettivamente pp. 103-112 e 113-126.39 Cfr. i contributi di Walter LaFeber, Bruce Cumings, Nikki R. Keddie in M. Hogan (a cura di), The End of the Cold War, cit., rispettivamente pp. 13-20, 87-102 e 151-160.40 Warren I. Cohen, America in the Age of Soviet Power, 1945-1991, in Id. (a cura di), Cambridge History of American Foreign Relations, voi. IV, New York, Cambridge University Press, 1993. Gli autori degli altri tre volumi sono Bradford Perkins (The Creation of a Republican Empire, 1776-1865), Walter LaFeber (The American Search for Opportunity, 1865- 1913) e Akira Iriye (The Globalizing of America, 1913-1945).

Federico Romero (1953) ha studiato aU’Università di Torino. Ha lavorato all’Istituto universitario eu­ropeo e alla London School of Economics, ed è ora professore associato di Storia americana all’Univer­sità di Bologna. Le sue ricerche hanno riguardato la politica americana nei confronti della ricostruzione postbellica dell’Europa e dellTtalia.