Voltaire - Saggio Sui Costumi e Lo Spirito Delle Nazioni Vol. 2

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E LO SPIRITO DELLE NAZIONI
(ESSAI SUR LES MCEURS ET UESPRIT    DES NATIONS ET SUR LES  
PRINCIPAUX FAITS DE UHISTOIRE    DEPUIS CHARLEMAGNE JUSQU’A LOUIS XIII)
CAPITOLI DA XXXII A XCIII
 
Edizioni per il Club del Libro; 1966
Questa pubblicazione è stata curata dalla sezione  letteraria del Club del Libro.
Traduzione, sul testo menzionato nella Prefazione, di
Ma r c o   Mi n e r e i
Prefazione di Ma s s im i l i a n o   Pa v a n
PROPRIETÀ. LETTERARIA RISERVATA
 
CONDIZIONE DELL’IMPERO D’OCCIDENTE ALLA FINE  DEL IX SECOLO
L impero d’Occidente continuò a esistere soltanto di nome. (888) Arnaldo, Arnolfo o Arnoldo, bastardo di Carlomanno, si rese padrone della Germania; ma l’Italia era divisa tra due signori, ambedue del sangue di Carlomagno in linea femminile; l’uno era un duca di Spoleto, di nome Guido; l’altro Berengario, duca di Friuli, entrambi investiti di que sti ducati da Carlo il Calvo, entrambi pretendenti tanto al l’impero quanto al regno di Francia. Arnaldo, come impera tore, stimava che anche la Francia gli appartenesse di dirit to, mentre la Francia, staccata dall’impero, era divisa tra Carlo il Semplice, che la rovinava, e U re Bude, prozio di Ugo Capeto, che l’usurpava.
Anche un tal Bozone, re di Arles, contendeva per l’impero. Il papa Formoso, vescovo di scarso credito dell’infelice Ro ma, altro non poteva fare se non dare la sacra unzione al più forte. Incoronò quel Guido di Spoleto. (894) L’anno se guente, incoronò Berengario vincitore; e alla fine fu costret to a consacrare quell’Arnaldo-, che andò ad assediare Roma e la prese d’assalto. L’ambiguo giuramento che Arnaldo ri cevette dai Romani prova che i papi avanzavano già pretese alla sovranità di Roma. Così sonava quel giuramento; ”Giu- ro per i santi misteri che, salvo il mio onore, la mia legge e la mia fedeltà a monsignore Formoso, papa, sarò fedele all’imperatore Arnaldo”.
I papi erano allora in certo qual modo simili ai califfi di Bagdad i quali, riveriti in tutti gH Stati musulmani come
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capi della religione, possedevano ormai l’unico diritto di conferire le investiture dei regni a coloro che le domanda vano armi alla mano; ma tra i califfi e i papi correva la dif ferenza che i califiB, erano caduti dal primo trono della terra e che i papi s’innalzavano impercettibilmente.
In realtà l’impero non esisteva più, né di diritto né di fatto. I Romani, che si erano dati a Carlomagno per accla mazione, non volevano più riconoscere dei bastardi, degli stranieri, appena padroni di una parte della Germania.
Il popolo romano, pur nel suo svilirsi, nel suo mesco^ larsi a tanti stranieri, conservava ancora, come oggi, il se greto orgoglio che la grandezza passata conferisce. Giudicava insopportabile che dei Brutteri, dei Catti, dei Marcomanni si dicessero i successori dei Cesari, e che le rive del Meno e la selva Ercinia fossero il centro dell’impero di Tito e di Traiano.
A Roma si fremeva d’indignazione e al tempo stesso si rideva di conmiiserazione, quando si veniva a sapere che dopo la morte di Arnaldo, suo figlio Hiludovic, che noi chiamiamo Ludovico, era stato designato imperatore dei Ro^ mani all’età di tre o quattro anni, in un villaggio barbaro chiamato Forcheim, da qualche leude*  e qualche vescovo tedesco. Questo fanciullo non fu mai annoverato tra gli im peratori; ma in Germania si guardava a lui come a chi do veva succedere a Carlomagno e ai Cesari. Era davvero uno strano irnpero romano quel governo che non possedeva al lora né i paesi tra il Reno e la Mosa, né la Francia, né la Borgogna, né la Spagna, nulla neanche in ItaUa, e nemme no una casa a Roma di cui si fosse potuto dire che appar teneva all’imperatore.
Al tempo di quel Ludovico, ultimo principe tedesco del sangue di Carlomagno in linea bastarda, morto nel 912, la Germania fu ciò che era la Francia, una regione devastata dalle guerre civili e straniere, sotto un principe tumultuo samente eletto e malamente ubbidito.
Nei governi tutto è rivoluzione: ne è ima notevole quel-
* Vedi, nel I volume, la nota a pag. 348.
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la di vedere una parte di quei Sassoni selvaggi, trattati da Carlomagno come gli iloti dai Lacedemoni, dare o prendere, in capo a centododici anni quella stessa dignità che non esi steva più nella casata del loro vincitore. (912) Ottone, duca di Sassonia, dopo la morte di Ludovico, pone, si dice, grazie al proprio credito-, la corona di Germania sulla testa di Cor rado, duca di Franconia; e dopo la morte di Corrado, viene eletto il figlio del duca Ottone di Sassonia, Enrico l’Uccella- tore (919). Tutti coloro che si erano resi principi ereditari in Germania, uniti ai vescovi, facevano queste elezioni e vi convocavano allora i principali cittadini delle borgate.
CAPITOLO TRENTADUESIMO 5
DEI FEUDI E DELL’IMPERO
L a forza, che ha fatto* tutto a questo mondo, aveva dato ritalia e le Gallie ai Romani; i barbari usurparono le loro conquiste; il padre di Carlomagno usurpò le Gallie ai re franchi; sotto la stirpe di Carlomagno, i governatori usurpa rono tutto quello che poterono. I re longobardi avevano^ già instaurato dei feudi in Italia; su quel modello si regolarono i duchi e i conti sin dal tempo di Carlo il Calvo. A poco a poco le loro amministrazioni si trasformarono^ in patrimoni*. I vescovi di parecchie grandi sedi, già potenti per la loro dignità, dovevano fare soltanto un passo per essere principi; e quel passo fu ben presto fatto. Di qui deriva il potere se colare dei vescovi di Magonza, di Colonia, di Treviri, di Wiirtzburg e di tanti altri in Germania e in Francia. Gli ar civescovi di Reims, di Lione, di Beauvais, di Langres, di Laon si arrogarono i diritti sovrani**. Questo potere degli ecclesiastici non durò in Francia; ma in Germania si è con solidato per lungo tempo. Alla fine, i monaci stessi diven nero principi: gli abati di Fulda, di San Gallo, di Kempten, di Corbia, ecc., erano piccoli re nei paesi in cui, ottant’anni prima, dissodavano con le proprie mani quel tanto di terra che  alcuni proprietari caritatevoli avevano donato loro. Tut-
* Nel testo: "leurs gouvernements devìnrent des patrìmoìnes”._ ”Gou-   vernement”   in questo caso ha l’accezione di governatorato o di reggimento;   "diventarono patrimoni” significa che tanto il territorio affidato ai singoli   govermanti quanto la carica di governatore diventano ereditari.
 
ti quei signori, duchi, conti, marchesi, vescovi, abati rende vano omaggio al sovrano. Si è a lungo ricercata l’origine di questo regime feudale. È da credere che altra non ve ne sia se non l’antica usanza di tutte le nazioni d’imporre un omag gio e un tributo al più debole. Si sa che successivamente gli imperatori romani diedero terre a perpetuità, a determinate condizioni: se ne trovano* esempi nelle vite di Alessandro Severo e di Probo. I Longobardi furono i primi a erigere du cati che dipendevano come feudi dal loro regno. Sotto i re longobardi, Spoleto e Benevento furono ducati ereditari.
Prima di Carlomagno, Tassilione possedeva il ducato di Baviera, a condizione di prestare omaggio; e questo ducato sa rebbe appartenuto ai suoi discendenti se Carlomagno, vinto quel principe, non avesse spossessato il padre e i figli.
Ben presto, niente città libere in Germania, perciò nien te commercio, niente grandi ricchezze; le città di là dal Reno non avevano neanche mura. Questo Stato, che poteva essere tanto potente, era diventato così debole per via del numero e della discordia dei suoi padroni, che l’imperatore Corrado fu costretto a promettere un tributo annuo agli Ungati, Unni o Pannoni, così ben tenuti a bada da Carlo magno e più tardi sottomessi dagli imperatori della casa d’Austria. Ma allora sembrava che fossero ciò che erano stati sotto Attila: devastavano la Germania, le frontiere del la Francia; calavano in Italia attraverso il Tirolo, dopo aver saccheggiato la Baviera, e se ne tornavano poi con le spoglie di tante nazioni.
Il caos della Germania si sbrogliò un po’ sotto il regno di Enrico l’Uccellatore. I suoi confini erano allora il fiume Oder, la Boemia, la Moravia, l’Ungheria, le rive del Reno, della Schelda, della MoseUa, della Mosa; e verso settentrio ne, la Pomerania e l’Holstein erano le sue barriere.
Enrico rUccellatore deve essere stato davvero uno dei re più degni di regnare. Sotto di lui i signori della Germa nia, tanto divisi, sono riuniti. (920) Il primo frutto di questa riunione è l’affrancamento dal tributo che veniva pa gato agli Ungati e ima grande vittoria riportata su questa
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nazione terribile. Fece circondare di mura la maggior parte delle città di Germania; istituì delle milizie: gli £u anche attribuita l’invenzione di alcuni giuochi militari che ricor davano in certo modo i tornei. Finalmente la Germania re spirava; ma non pare che pretendesse d’essere l’impero ro mano. L’arcivescovo di Magonza aveva consacrato Enrico rUcceUatore; nessun legato del papa, nessun inviato dei Romani vi era stato presente. Durante tutto quel regno, la Germania sembrò dimenticare l’Italia.
Non avvenne così sotto Ottone il Grande, che i principi tedeschi, i vescovi e gli abati elessero unanimemente dopo la morte di Enrico, suo padre. L’erede riconosciuto di un principe potente, che ha fondato o festaurato uno Stato, è sempre più potente del padre, se non manca di coraggio; perché entra in una carriera già aperta, comincia là dove il suo predecessore ha finito. Così Alessandro era andato più lontano di suo padre Filippo, Carlomagno più lontano di Pipino, e Ottone il Grande sorpassò di molto Enrico l’UcceUatore.
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DI OTTONE IL GRANDE NEL X SECOLO
O tto n e , che restaurò una parte dell’impero di Carloma- gno, come lui estese la religione cristiana in Germania con delle vittorie. (948) Armi alla mano costrinse i Danesi a pa gare im tributo, e a ricevere il battesimo che era stato pre dicato loro un secolo prima e che era quasi completamente soppresso.
Questi Danesi, o Normanni, che avevano conquistato la Neustria e l’Inghilterra, devastato la Francia e la Germania, ricevettero leggi da Ottone. Egli insediò dei vescovi in Da nimarca, che furono allora soggetti all’arcivescovo di Am burgo, metropolita delle chiese barbare, fondate da poco nello Holstein, in Svezia, in Danimarca. Tutto questo cri stianesimo consisteva nel farsi U segno della croce. Egli sotto- mise la Boemia dopo una guerra ostinata. Da lui in poi, la Boemia, e anche la Danimarca, furono reputate prò- vince dell’impero; ma i Danesi scossero ben presto il giogo.
Ottone perciò si era reso l’uomo più considerevole del- l’Occidente e l’arbitro dei principi. La sua autorità era tal mente grande, e la condizione della Francia allora talmente miseranda, che Luigi d’Oltremare, figlio di Carlo il Sem plice, discendente di Carlomagno, era andato nel 948 a un concilio di vescovi che Ottone teneva presso Magonza; quel re di Francia disse queste precise parole redatte negli at ti: ”Sono stato riconosciuto re, e consacrato dai suffragi di tutti i signori e di tutta la nobiltà di Francia. Ugo tuttavia mi ha scacciato, mi ha preso con la frode, e mi ha tenuto
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prigioniero un anno intero; ho potuto ottenere la libertà solo cedendogli la città di Laon, l’unica che restasse alla regina Gerberga per tenervi la sua corte con i miei servitori. Se si sostiene che io abbia commesso qualche delitto che meriti un tale trattamento, sono pronto a discolparmene, a giudizio d’un concilio, e secondo Torditie del re Ottone, o a singoiar tenzone.”
Questo discorso importante prova molte cose insieme: le pretese degli imperatori di giudicare i re, la potenza di Otto ne, la debolezza della Francia, la costumanza dei combatti menti singolari, e infine l’usanza che andava aflEermandosi di conferire le corone, non per diritto di sangue, ma per i suffragi dei signori, usanza ben presto abolita in Francia.
Tale era il potere di Ottone il Grande, quando fu invi tato a passare le Alpi dagli Italiani stessi,' i quali, sempre faziosi e deboli, non potevano* né ubbidire ai loro compa- triotti, né essere liberi, né difendersi contemporaneamente contro i Saraceni e gli Ungari, le cui incursioni infestavano ancora il loro paese.
L’Italia, che tra le sue rovine continuava a essere la più ricca e la più fiorente regione dell’Occidente, era di con tinuo dilaniata da tiranni. Ma Roma, in quelle discordie, dava ancora l’impulso alle altre città d’Italia. Se si pensa a ciò che era Parigi al tempo della Fronda e più ancora sotto Carlo l’insensato, ed a ciò che era Londra sotto lo sventura to Carlo I o durante le guerre civili degli York e dei Lan- caster, si avrà un’idea della condizione di Roma nel X se colo. La cattedra pontificia era oppressa, disonorata e in sanguinata. L’elezione dei papi avveniva in un modo che non trova esempi né prima, né dopo.
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DEL PAPATO NEL X SECOLO, PRIMA CHE OTTONE IL  GRANDE SI RENDESSE PADRONE DI ROMA
G l i scandali e i torbidi intestini che afflissero Roma e la sua Chiesa nel X secolo, e che continuarono per molto tem po dopo, non erano accaduti né sotto gli imperatori greci e latini, né sotto i re goti, né sotto i re longobardi, né sotto Carlomagno; sono evidentemente la conseguenza dell’anar chia; e questa anarchia scaturì da ciò che i papi avevano fatto per impedirla, dalla politica che avevano^ seguito chiamando i Franchi in Italia. Se avessero realmente posseduto tutte le terre che si vuole che Carlomagno abbia donato loro, sa rebbero stati sovrani più grandi di quanto lo sono oggi. L’or dine e la regola avrebbero regnato nelle elezioni e nel gover no, così come le vediamo oggi. Ma £u loro conteso tutto ciò che vollero avere; l’Italia fu sempre l ’oggetto dell’ambizio ne degli stranieri; la sorte di Roma fu sempre incerta. Non bisogna mai perdere di vista il fatto che il grande scopo dei Romani era la restaurazione dell’antica repubblica, che alcuni tiranni andavano sorgendo in Italia e a Roma, che le elezioni dei vescovi non furono quasi mai libere, e che tutto era in preda alle fazioni.
Formoso, figlio del prete Leone, mentre era vescovo di Porto, aveva capeggiato una fazione contro Giovanni V ili ed era stato scomunicato due volte da questo papa; ma que ste scomuniche, che subito dopo furono tanto terribili per le teste coronate, loi furono tanto poco per Formoso che egli si fece eleggere papa neU’890.
Stefano VI o VII, anch’egli figHo di un prete, successore di Formoso, uomo che unì lo spirito di fanatismo a quello di fazione, essendo sempre stato nemico di Formoso, ne fece esumare il corpo che era imbalsamato e, rivestitolo degli
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abiti pontificali, lo fece comparire davanti a un concilio riu nito per giudicare la sua memoria. Al morto fu assegnato un avvocato; gli fu fatto un processo formale, il cadavere fu dichiarato colpevole di avere cambiato vescovato e d’avere abbandonato quello di Porto per quello di Roma; e a ripa razione di questo delitto gli fu mozzata la testa per mano del boia, gli furono tarate tre dita e fu gettato nel Tevere.
Il papa Stefano VI si rese cosf odioso con questa farsa tanto orribile quanto foUe, che gli amici di Formoso, inci tati alla rivolta i cittadini, lo caricarono di catene e lo stran golarono in prigione.
La fazione nemica di questo Stefano fece ripescare il corpo  di Formoso e lo fece seppellire una seconda volta con onori pontificali.
Questa contesa accendeva gli animi. Sergio III, che riempiva Roma delle sue mene per farsi papa, (907) fu esi liato dal suo rivale Giovanni IX, amico di Formoso; ma, riconosciuto papa dopo la morte di Giovanni IX, condannò di nuovo Formoso. In mezzo a questi torbidi, Teodora, ma dre di Marozia, ch’eUa più tardi maritò al marchese di To scana, e di un’altra Teodora, tutte e tre celebri per la loro vita galante, godeva della principale autorità a Roma. Sergio era stato eletto soltanto grazie agli intrighi di Teodora madre. Mentre era papa, ebbe da Marozia un figlio che allevò pub blicamente nel suo palazzo. Non sembra che fosse odiato dai Romani, i quali, voluttuosi per natura, più che biasimarlo ne seguivano gli esempi.
Dopo la sua morte, le due sorelle Marozia e Teodora procurarono il soglio di Roma a un loro favorito di nome Landone (912); ma, essendo morto questo Landone, la gio vane Teodora fece eleggere papa il suo amante Giovanni X, vescovo di Bologna, poi à Ravenna e infine di Roma. Non gli fu rimproverato affatto, come a Formoso, di avere cambiato vescovato. Questi papi, condannati dalla posterità come vescovi poco religiosi, non erano principi indegni, tut- t’altro. Quel Giovanni X, che l’amore fece papa, era un uomo geniale e coraggioso; fece ciò che tutti i papi suoi pre-
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decessod non erano riusciti a fare: scacciò i Saraceni da quella parte dell’Italia chiamata Garigliano.
Per riuscire in quella spedizione, egli ebbe l’abilità di ottenere truppe dall’imperatore di Costantinopoli, benché quest’imperatore avesse da lamentarsi tanto dei Romani ri belli quanto dei Saraceni. Fece armare il conte di Capua; ot tenne milizie dalla Toscana, e marciò egli stesso alla testa di quell’esercito, conducendo con sé un giovane figlio di Ma- rozia e del marchese Adelberto. Cacciati i maomettani dalle vicinanze di Roma, voleva anche liberare l’Italia dai Tedeschi e. dagli altri stranieri.
L’Italia era invasa quasi allo stesso tempo dai Beren- gari, da un re di Borgogna, da un re di Arles. Impedì a tutti loro di dominare a Roma. Ma dopo alcuni anni, poiché Gui do, fratello uterino di Ugo, re di Arles, tiranno dell’Italia, aveva sposato Marozia onnipotente a Roma'j. questa stessa Marozia cospirò contro il papa, per tanto tempo amante di
; sua sorella. Questi fu colto di sorpresa, incatenato e soffo cato tra due materassi.
(929) Padrona di Roma, Marozia fece eleggere papa un cèrto Leone, che dopo qualche mese fece morire in pri gione. Dopo aver dato la sede di Roma a un uomo oscu ro, che visse poi soltanto due anni, pose alla fine sulla cat tedra pontificia U proprio figlio Giovanni XI, che le era nato daU’adidterio con Sergio III.
Giovanni XI aveva appena ventiquattro' anni quando sua madre lo fece papa; ella gli conferì questa dignità solo a condizione che si sarebbe unicamente attenuto alle funzio ni di vescovo e che sarebbe stato soltanto il cappellano di sua madre.
Si sostiene che Marozia abbia avvelenato allora suo mari to Guido, marchese di Toscana. Si sa di certo ch’eUa sposò H fratello di suo marito, Ugo, re di Lombardia, e che lo mise in possesso di Roma, lusingandosi d’essere imperatrice con lui; ma un figlio di primo letto di Marozia si mise allora alla testa dei Romani contro sua madre, scacciò Ugo da Roma, rinchiuse Marozia e il papa suo figlio nella Mole Adriana,
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che oggi si chiama Castel Sant’Angelo. Si aflEerma che Gio vanni XI vi morì avvelenato.
Uno Stefano V ili, tedesco di nascita, eletto nel 939, uni camente per questa nascita fu tanto inviso ai Romani che, in una sedizione, il popolo gli sfregiò il volto in maniera tale che non potè mai più comparire in pubblico.
(956) Qualche tempo dopo, un nipote di Marozia, di no me Ottaviano Sporco, fu eletto papa all’età di diciotto anni grazie al credito della famiglia. Assunse il  nome di Giovanni XII, in memoria di Giovanni XI, suo zio. È H primo papa che abbia cambiato nome ascendendo al pontificato. Non ap parteneva agli ordini quando la sua famiglia lo fece pon tefice. Questo…