Stella G.a. - L'Orda (Quando Gli Albanesi Eravamo Noi)

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un racconto lucido e relaistico sulla percezione degli immigrati italiani da parte delle popolazioni autoctone

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  • Gian Antonio StellaL'ORDA

    Quando gli albanesi eravamo noiRizzoli, Milano ottobre 2002

    NOTA DI COPERTINA

    Quando gli 'albanesi' eravamo noi, ci linciavano come ladri di posti di lavoro, ci consideravano 'non visibilmente negri' nelle sentenze in Alabama, ci accusavano di essere tutti criminali rinfacciandoci di rappresentare quasi la met dei detenuti stranieri di New York. Quando gli 'albanesi' eravamo noi, vendevamo i nostri bambini agli sfruttatori assassini delle vetrerie francesi e agli orchi girovaghi, gestivamo la tratta delle bianche riempiendo di ragazze anche dodicenni i bordelli di tutto il mondo, espatriavamo illegalmente a centinaia di migliaia oltre le Alpi e gli oceani, seminavamo il terrore anarchico ammazzando capi di stato e poveri passanti ed eravamo cos sporchi che a Basilea ci era interdetta la sala d'aspetto di terza classe. Quando gli 'albanesi' eravamo noi, ci pesavano addosso secoli di fame, ignoranza, stereotipi infamanti. Quando gli 'albanesi' eravamo noi, era solo ieri. Tanto che in Svizzera pochi anni fa tenevamo ancora trentamila figli nascosti che frequentavano scuole clandestine perch ai pap non era consentito portarsi dietro la famiglia.Nella ricostruzione di Gian Antonio Stella, ricca di fatti, personaggi, avventure, documenti, aneddoti, storie ignote, ridicole o sconvolgenti, c' finalmente l'altra faccia della grande emigrazione italiana. Quella che meglio dovremmo conoscere proprio per capire, rispettare e amare ancora di pi i nostri nonni, padri, madri e sorelle che partirono. Quella che abbiamo rimosso per ricordare solo gli 'zii d'America' arricchiti e vincenti. Una scelta fatta per raccontare noi stessi, in questi anni di confronto con le 'orde' di immigrati in Italia e di montante xenofobia, che quando eravamo noi gli immigrati degli altri, eravamo 'diversi'. Eravamo pi amati. Eravamo 'migliori'. Non esattamente cos.

    Gian Antonio Stella una delle firme pi note e brillanti del 'Corriere della Sera' e ha scritto diversi libri tra i quali i bestseller "Schei", "Dio Po", "Lo spreco", "Chic e Trib".

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  • INDICE

    Introduzione5Bel paese, brutta gente.La rimozione di una storia di luci, ombre, vergogne.

    Capitolo 1....9Corda e sapone: "Dagli al "dago"!"Il linciaggio di Tallulah e i pogrom anti-italiani nel mondo.

    Capitolo 2..15"Allarme: c'invade l'orda oliva!"Incubi, xenofobie e leggi restrittive dall'America all'Australia.

    Capitolo 3..22"Trib di schiavi stupidi e vizzi".La formazione degli stereotipi nella grande letteratura.

    Capitolo 4..29"Defecano per terra come maiali".Miseria e degrado igienico, sanitario, morale.

    Capitolo 5..37Donne perdute nei bordelli del Cairo.La tratta delle bianche e il business prostituzione.

    Capitolo 6..41Troppi orchi nel paese della mamma.Il traffico di bambini, un secolo di lacrime e di orrori.

    Capitolo 7..48Orecchie enormi: tipico assassino.I delitti di Gaetano Godino e i nios di strada in Argentina.

    Capitolo 8..52Dinamitardi biondi e cattivelli.Quando erano i nostri anarchici a terrorizzare il mondo.

    Capitolo 9..59Strage per un pugno di sale.Il massacro di Aigues-Mortes. "Ci rubano il lavoro".

    Capitolo 10.....65Angeli caduti al passo del Diavolo.I nostri clandestini. via in massa oltre le Alpi e gli oceani.

    Capitolo 11.....72Che ritmo, il mitra maccheroni!L'italiano di Hollywood, gangster, gangster, gangster.

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  • Capitolo 12.....76"Non ne trovi uno onesto".L'export di criminali: luoghi comuni e imbarazzanti.

    Capitolo 13.....85Colpevoli o innocenti, tutti impiccati.La carneficina perbene della "brava gente di New Orleans".

    Capitolo 14.....92Cattolici, sozzi, creduloni.Le ostilit razziste contro la religiosit popolare o pagana".

    Capitolo 15.....98Trentamila figli come Anna Frank.Il caso svizzero: cent'anni di disprezzo, referendum, sfruttamento.

    APPENDICE 1.....104Aglio, coltello e peperoncino.I nostri emigrati visti da giornali e libri dei paesi d'accoglienza.

    APPENDICE 2.....115"Wop, vedi alla voce guappo".Piccolo dizionario dei nomignoli pi insultanti.

    BIBLIOGRAFIA..117

    Didascalie vignette giornalistiche.....121

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  • L'ORDA

    "A mio nonno Toni "Cajo"che mangi pane e disprezzo

    in Prussia e in Ungheriae sarebbe schifato dagli smemorati

    che sputano oggi su quelli come lui".

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  • INTRODUZIONE

    BEL PAESE, BRUTTA GENTE.La rimozione di una storia di luci, ombre, vergogne.

    La feccia del pianeta, questo eravamo. Meglio: cos eravamo visti. Non potevamo mandare i figli alle scuole dei bianchi in Louisiana. Ci era vietato l'accesso alle sale d'aspetto di terza classe alla stazione di Basilea. Venivamo martellati da campagne di stampa indecenti contro "questa maledetta razza di assassini". Cercavamo casa schiacciati dalla fama d'essere "sporchi come maiali". Dovevamo tenere nascosti i bambini come Anna Frank perch non ci era permesso portarceli dietro. Eravamo emarginati dai preti dei paesi d'adozione come cattolici primitivi e un po' pagani. Ci appendevano alle forche nei pubblici linciaggi perch facevamo i crumiri o semplicemente perch eravamo "tutti siciliani"."Bel paese, brutta gente." Ce lo siamo tirati dietro per un pezzo, questo modo di dire diffuso in tutta l'Europa e scelto dallo scrittore Claus Gatterer come titolo di un romanzo in cui racconta la diffidenza e l'ostilit dei sud-tirolesi verso gli italiani. Oggi raccontiamo a noi stessi, con patriottica ipocrisia, che eravamo "poveri ma belli", che i nostri nonni erano molto diversi dai curdi o dai cingalesi che sbarcano sulle nostre coste, che ci insediavamo senza creare problemi, che nei paesi di immigrazione eravamo ben accolti o ci guadagnavamo comunque subito la stima, il rispetto, l'affetto delle popolazioni locali. Ma non cos.Certo, la nostra storia collettiva di emigranti - cominciata in tempi lontani se vero che un proverbio del '400 dice che "passeri e fiorentini son per tutto il mondo", che Vasco da Gama incontrava veneziani in quasi tutti i porti dell'India e che Giovanni da Montecorvino trov nel 1333 un medico milanese a Pechino - nel complesso positiva. Molto positiva. Basti pensare, per parlare dei soli Stati Uniti, a Filippo Mazzei, che arriv l nella seconda met del Settecento e fu tra gli ispiratori, con la frase "tutti gli uomini sono per natura liberi e indipendenti", della Dichiarazione d'Indipendenza stesa dal suo amico Thomas Jefferson. A Edoardo Ferraro, che durante la guerra civile fu l'unico generale a comandare una divisione composta totalmente da neri liberati. A padre Carlo Mazzucchelli, che nel 1833 predicava tra i pellerossa e per primo mise per iscritto, con un libro di preghiere, la lingua sioux. A Lorenzo Da Ponte, che dopo aver scritto per Mozart i libretti delle "Nozze di Figaro", del "Don Giovanni" e di "Cos fan tutte" e aver fatto mille altri mestieri, fin a New York dove nel 1819, gi vecchio, fond la cattedra di letteratura italiana al Columbia College, destinato a diventare la Columbia University.In 27 milioni se ne andarono, nel secolo del grande esodo dal 1876 al 1976. E tantissimi fecero davvero fortuna. Come Amedeo Obici, che part da Le Flavre a undici anni e sgobbando come un matto divent il re delle noccioline americane: "Mister Peanuts". O Giovanni Giol, che dopo aver fatto un sacco di soldi col vino in Argentina rientr e compr chilometri di buona terra nel Veneto dando all'immensa azienda agricola il nome di "Mendoza". O Geremia Lunardelli che, come racconta Ulderico Bernardi in "Addio Patria", arriv in Brasile senza una lira e fin per affermarsi in pochi anni come il re dei caff carioca, quindi mondiale. O ancora Fiorello La Guardia, che dopo essersi fatto la scorza dura in Arizona (ricord per tutta la vita l'insulto di un razzista che deridendo gli ambulanti italiani che giravano con l'organetto gli aveva gridato: "Ehi, Fiorello, dov' la scimmia?") divent il pi popolare dei sindaci di New York.Quelli s, li ricordiamo. Quelli che ci hanno dato lustro, che ci hanno inorgoglito, che grazie alla serenit guadagnata col raggiungimento dei benessere non ci hanno fatto pesare l'ottuso e indecente silenzio dal quale sono sempre stati accompagnati. Gli altri no. Quelli che non ce l'hanno fatta e sopravvivono oggi tra mille difficolt nelle periferie di San Paolo, Buenos Aires, New York o Melbourne fatichiamo a ricordarli. Abbiamo perduto 27 milioni di padri e di fratelli eppure quasi non ne trovi traccia nei libri di scuola. Erano partiti, fine. Erano la testimonianza di una storica

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  • sconfitta, fine. Erano una piaga da nascondere, fine. Soprattutto nell'Italia della retorica risorgimentale, savoiarda e fascista.Un esempio per tutti, il titolo del 27 ottobre 1927 del "Corriere della Sera" sull'affondamento a 90 miglia da Rio de Janeiro di quella che era stata la nave ammiraglia della nostra flotta mercantile, colata a picco col suo carico di poveretti diretti in Sud America. Tre colonne (su nove!) di spalla: "Il "Principessa Mafalda" naufragato al largo del Brasile. Sette navi accorse all'appello - 1200 salvati - Poche decine le vittime". Erano 314, i morti. Ma il numero fin tre giorni dopo in un titolino in neretto corpo 7. A una colonna. E il commento del giornale, che invece di pubblicare il nome delle vittime metteva quello rassicurante dei sopravvissuti(!) tra i quali c'era il futuro "pap" del pandoro Ruggero Bauli, era tutto intonato al maschio eroismo del comandante Simone Gul, che si era inabissato con la sua nave: "Onore navale".Se ne fotteva, l'Italia, di quei suoi figli di terza classe. Basta estrarre dai cassetti i rapporti consolari, che avevano come unica preoccupazione la brutta figura c