Robert Bloch - L'Ira Di Cthulhu

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Robert Bloch - L'Ira Di Cthulhu

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  • ROBERT BLOCH L'IRA DI CTHULHU (Strange Eons, 1979)

    Questo libro dedicato a

    HPL che si dedicato ad altri outsider ed ha

    dato loro una chiave argentea.

    I

    ORA Albert Keith non credeva all'amore a prima vista, finch non vide il ri-

    tratto. Non era uno dei soliti faccini graziosi. Per la verit i tratti erano piutto-

    sto canini; occhi rossastri e sfolgoranti, una protuberanza ben poco spor-gente che voleva essere un naso, labbra cascanti e bavose, e orecchie a punta. E il corpo rannicchiato, incrostato di fango, aveva un'aria solo va-gamente umanoide, con gli arti superiori che terminavano con degli artigli ossei ricoperti di scaglie, e i piedi che nella parte di sotto conservavano an-cora qualcosa degli zoccoli.

    La creatura del dipinto era gigantesca, e la figura dell'uomo stretto tra i suoi artigli sembrava piccola al suo confronto. Malgrado lo strato di polve-re che ricopriva il quadro, Keith not immediatamente che la testa del-l'uomo era stata mordicchiata.

    Fermo nella semioscurit del tetro retrobottega del negozietto in South Alvarado Street, Keith cominci a tremare.

    Per un momento tent di analizzare la causa di quella sua reazione. Non era paura... anche se il soggetto della sconfinata tela che stava addossata al muro era, certamente, davvero spaventevole. Era stato colto dalla tipica sindrome del collezionista, tremava dall'impazienza e per la pregustazione del piacere, dal momento che aveva capito che quel quadro sarebbe diven-tato suo, qualsiasi fosse stato il prezzo.

    Keith si gir e lanci un'occhiata al proprietario del negozio che stava in piedi a fianco a lui.

    Quanto costa?, mormor.

  • Il tozzo omino tarchiato si strinse nelle spalle. Facciamo cinquecento. Cinquecento dollari? La faccia del mercante rimase impassibile. Guardi solo quanto grande. Se lo ripulissi un po' e ci mettessi una bel-

    la cornice allettante, non ne ricaverei meno di un bigliettone da mille. Per una cosa di questo genere? Keith aggrott le ciglia ma il mercante non si mosse dalle sue posizioni;

    la sua era la tipica faccia impassibile, professionale, dell'uomo che aveva interpretato quella parte con i clienti per anni e anni.

    S, certo un po' selvaggio, ma lei dovrebbe vedere qualcuno dei biz-zarri individui che circolano da queste parti. L'unica cosa che dovrei fare ficcare questo quadro qui, nella vetrina principale, e se lo arrafferebbero immediatamente... cos, in un battibaleno. Quei finocchi delle gallerie di arte fantastica, l alla "La Cinega" vanno sempre in giro in cerca di cose strambe. Basterebbe uno sguardo a questo quadro e gli sembrerebbe di toccare il cielo con un dito.

    Keith continuava a fissare il quadro. S, era proprio come toccare il cielo con un dito, su questo non c'era alcun dubbio. Quell'opera aveva un potere tutto suo, un'autorit di esecuzione che andava oltre il suo pur sensazionale soggetto.

    Chi l'autore?, chiese. L'omino scosse la testa. Non ne ho la pi pallida idea. Non c' firma. Lanci a Keith uno

    sguardo furtivo. Ho la sensazione che possa trattarsi di qualche artista famoso che non ha voluto firmare un lavoro cos particolare come questo.

    Da dove viene? Non ne so quasi niente. L'ho preso ad un'asta di un grande emporio gi

    nell'Est. Stavano tirando gi il magazzino e volevano fare piazza pulita di tutta la merce invenduta che c'era in deposito. Una parte della roba era ab-bandonata l da forse quaranta o cinquant'anni. Ho preso anche delle casse di libri e lettere che ancora non ho finito di mettere a posto.

    Non ci sono altri quadri? No, questo l'unico. Il mercante spost il suo sguardo verso la tela e

    annu. Vede: provi a pensarci un po', forse farei davvero meglio a fare come avevo detto. Pulirlo, trovare una bella cornice ed esporlo in vetri-na...

    Keith continuava a guardare fisso il quadro: l'immensa figura dall'aspet-

  • to canino accucciata davanti a lui e, per un attimo, prov la folle sensazio-ne che stesse ascoltando e stesse aspettando che lui parlasse. Gli occhi ros-si della figura sembravano interrogarlo, poi si imposero alla sua volont.

    Le dar i cinquecento dollari, disse Keith. Il mercante si gir, cercando di nascondere il suo sorriso di soddisfazio-

    ne, mentre Keith tirava fuori il suo libretto degli assegni e si frugava nelle tasche alla ricerca di una penna.

    A chi lo devo intestare? Santiago. Felipe Santiago. Keith fece un cenno d'assenso e scrisse, strapp l'assegno dal libretto e

    lo porse all'altro. Ecco fatto. Ha bisogno di un documento di riconoscimento? No, va bene cos. L'omino sollev la tela. Dove ha parcheggiato? Proprio qui di fronte. Fuori, nel posto dov'era parcheggiata la vecchia Volvo di Keith, ci furo-

    no dei problemi logistici. Il quadro era troppo grande per entrare nel baga-gliaio. Furono necessari gli sforzi congiunti dei due uomini per far passare la tela attraverso la porta e poi spingerla sul pianale, dove rimase appog-giata contro il sedile posteriore. L incombeva minacciosa e lanciava oc-chiate lascive.

    Mentre Keith guidava verso casa tra le ombre del crepuscolo che si ad-densava, riusciva a vedere gli occhi rossi che lo guardavano dallo spec-chietto retrovisore.

    Quella notte gli occhi di quella creatura canina guardarono Keith attra-

    verso i riflessi delle fiamme del caminetto. Aveva appoggiato la tela sul grande tavolo del suo rifugio, e, in quell'ambiente, il quadro si adattava stranamente a perfezione. L'ondeggiante luce del fuoco che passava da una parte all'altra della gigantesca figura, giocava sulle maschere tribali degli Ibo che stavano appese alle pareti, e danzava lungo le file di statuette d'a-vorio e di giada allineate sulle mensole di un mobiletto cinese. Spostata verso l'alto, al di sopra del camino, la testa avvizzita stava sospesa ad una cordicella che dondolava sulla mensola del caminetto e faceva rapidi in-chini. Keith non era ancora certo che la testa fosse originale, ma quello strano signore che veniva dall'Ecuador aveva giurato che si trattava di un pezzo Jibaro autentico, e lui aveva pagato per quell'oggetto una piccola fortuna.

    Ad ogni modo, il quadro era sufficientemente autentico e il mercante

  • non aveva mentito sulla sua epoca. Gli strati di sporcizia e di polvere che ricoprivano tutta la sua superficie dovevano effettivamente essersi accu-mulati nel corso di numerosi decenni. E quindi, prima di prendere in con-siderazione i problemi dell'incorniciatura e quelli dell'effettivo valore del quadro, Keith si accinse al duro compito di ridurlo.

    Aveva a disposizione vari fluidi e composti chimici che facevano al caso suo, ma Keith aveva imparato a sue spese che il miglior metodo era quello di usare acqua e volgare sapone.

    Lentamente cominci ad asportare lo sporco servendosi di un panno di flanella, facendo al contempo attenzione a non strofinare con troppa forza.

    A poco a poco la superficie madreperlacea si schiar e si illumin, in modo che la creatura accovacciata risalt prepotentemente sulle scure om-bre del fondo del quadro. I toni delle carni divennero delle livide mesco-lanze di un color ocra simile a quello delle pustole con un verde tipico dei mixomiceti, mentre gli occhi rossi brillavano con rinnovata intensit. Det-tagli fino allora celati vennero messi in evidenza: i minuscoli acari neri che stavano avvinghiati agli orribili avambracci, i pezzi di usnea humana sulla superficie del cranio della vittima, e i minuscoli pezzetti di carne conficcati tra le zanne banchettanti.

    Buon Dio! Keith si gir spaventato dal suono di quella voce stridula. Waverly, disse. Come hai fatto ad entrare? L'uomo che era entrato nella stanza, alto, con la barba, si mosse verso di

    lui sorridendo. Almeno Keith pens che stesse sorridendo, anche se la combinazione degli occhiali con le lenti sfumate nascondeva quasi del tut-to l'espressione del suo volto.

    Come al solito. Simon Waverly scosse la testa. Dico sul serio, dovre-sti prendere l'abitudine di chiudere a chiave la porta principale. E dovresti far riparare il campanello. Sono stato l a bussare per buoni cinque minu-ti.

    Mi dispiace, non ti ho sentito. Keith indic la bacinella con l'acqua e sapone che stava sul tavolo. Come ti avevo accennato al telefono, sto pu-lendo un demonio che divora cadaveri. Gesticol in direzione del quadro. proprio un demonio che divora cadaveri, non ti pare?

    Il suo amico scrut la tela attraverso le lenti scure, poi dalle sue labbra usc un fischio lento e sommesso che indicava tutto il suo stupore.

    Non esatto dire che un demonio che divora cadaveri, disse. Que-sto il demonio che divora cadaveri. Sai cosa hai qui? Il Modello di Pi-

  • ckman. Che cosa? Simon Waverly annu. Ti ricordi di Pickman, quell'eccentrico artista che dipingeva tutti quadri

    misteriosi che avevano come soggetto demoni che scoperchiavano le tom-be nei cimiteri di Boston e saltavano fuori dalle fosse per attaccare la gente nei tunnel della metropolitana? Infine lui scomparve e il suo amico trov una tela nella sua cantina, un immenso ritratto di una cosa molto simile a questa. Attaccato alla tela con dei chiodi c'era un quadro che raffigurava la stessa creatura. Ma non era un disegno... era una foto dal vero.

    Dove hai trovato un'idea cos pazzesca? In Lovecraft. Chi? Gli occhiali scuri di Waverly mascherarono la sua sorpresa. Non mi dirai che tu non sai chi H.P. Lovecraft? Non l'ho mai sentito nominare. Che io sia dannato! Waverly tir un lungo sospiro. Continuo a di-

    menticare che tu non sei un gran lettore di fantasy. La cosa mi ha sempre sconcertato, soprattutto considerati i tuoi gusti piuttosto morbosi.

    Io sono un collezionista, non un bibliofilo. Disse Keith. Il che vuol dire che hai i soldi per comprare le cose che noi poveri ba-

    stardi possia