Polis n° 2 aprile 2009

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pol . is Giorgio Napolitano Giuliano Cazzola . Pietro Ichino . Vincenzo Visco Comandini Stefano Gori . Alberto Benzoni . Franco Sircana Luigi Covatta . Vincenzo Susca . Ornella Kira Pistilli NUOVA SERIE - anno 2 - n° 2 - aprile 2009 Direttore Enrico Manca Spedizione di stampe in abbonamento postale di cui alla lettera C) del comma 2 dell’art. 2 della legge 23 dicembre 1996, n. 862 per la riforma della politica e delle istituzioni
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rivista riformista politica e istituzioni

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  • pol.ispol.isper la riform

    a della politica e delle istituzioni

    Giorgio NapolitanoGiuliano Cazzola . Pietro Ichino . Vincenzo Visco Comandini

    Stefano Gori . Alberto Benzoni . Franco Sircana Luigi Covatta . Vincenzo Susca . Ornella Kira Pistilli

    NUOVA SERIE - anno 2 - n 2 - aprile 2009

    www.bevivinoeditore.it - www.pickwick.it - www.pol-is.it

    ALBERTO ABRUZZESE Universit IULM di Milano

    ROBERTO ALIBONI Vice Presidente Istituto Affari Internazionali

    SEBASTIANO BAGNARA Universit degli Studi di Sassari-Alghero

    LUCIANO BENADUSI Universit degli Studi di Roma La Sapienza

    SARA BENTIVEGNA Universit degli Studi di Roma La Sapienza

    ALBERTO BENZONI Politologo

    ROBERT CASTRUCCI Assegnista di Ricerca, Universit degli Studi Roma Tre

    GIULIANO CAZZOLA Deputato al Parlamento

    DANIELE CIRIOLI Fondazione Marco Biagi

    VINCENZO VISCO COMANDINI Universit degli Studi di Roma Tor Vergata

    LUIGI COVATTA Vice Direttore Pol.is

    MASSIMO DE ANGELIS Politologo

    MOISS DE LEMOS MARTINS Universit do Minho di Braga (Portogallo)

    GIANNI DE MICHELIS Presidente Ipalmo

    STEFANO GORI Bristol Business School

    PIETRO ICHINO Senatore della Repubblica

    ORNELLA KYRA PISTILLI Antropologa

    ANTONIO LANDOLFI Presidente della Fondazione Giacomo Mancini

    FABIO LA ROCCA CeaQ, Universit di Parigi La Sorbonne

    ANDREA MALAGAMBA Dottore di Ricerca Universit degli Studi di Roma La Sapienza

    CLAUDIA MANCINA Universit degli Studi di Roma La Sapienza

    PAOLO MANCINI Universit degli Studi di Perugia

    MAURO MAR Universit degli Studi della Tuscia

    MARIO PIREDDU Universit degli Studi Roma Tre

    ANTONIO RAFELE Universit di Torino

    FRANCO SIRCANA Vice Direttore Pol.is

    VINCENZO SUSCA CeaQ, Universit di Parigi La Sorbonne

    FEDERICO TARQUINI Dottorando di Ricerca Universit IULM di Milano

    TITO VAGNI Dottorando di Ricerca Universit IULM di Milano

    ALBERTO ZULIANI Universit degli Studi di Roma La Sapienza

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  • pol.isnuova serie - anno 2- n 2 - aprile 2009

    Direttore Enrico Manca

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  • 2 pol.is - aprile 2009

    pol.isper la riforma della politica e delle istituzioni

    DirettoreEnrico Manca

    VicedirettoriLuigi Covatta, Franco Sircana

    Comitato EditorialeAlberto Abruzzese Universit IULM di MilanoRoberto Aliboni Vice Presidente Istituto Affari InternazionaliSebastiano Bagnara -Universit di Sassari-AlgheroLuciano Benadusi Universit degli Studi di Roma La SapienzaAlberto Benzoni PolitologoEnzo Cheli Universit degli Studi di FirenzeDerrick de Kerckhove Direttore dell'Istituto McLuhan di Cultura e Tecnologia dell'Universit di TorontoAlberto Gaston Universit degli Studi di Roma La SapienzaAntonio Golini Universit di Roma La SapienzaAntonio Landolfi Presidente della Fondazione Giacomo ManciniMichel Maffesoli La Sorbonne, ParigiClaudia Mancina Universit degli Studi di Roma La SapienzaPaolo Mancini Universit di PerugiaMaria Luisa Maniscalco Universit di Roma TreMauro Mar Universit de La TusciaStefano Rolando Universit IULM di MilanoAlberto Zuliani Universit degli Studi di Roma La Sapienza

    Coordinamento EditorialePiero Pocci

    Capo RedattoreMaurizio Persiani

    In RedazioneLorenza BonaccorsiRobert CastrucciVincenzo Visco ComandiniVincenzo Susca

    Segretaria di RedazioneAnnalisa Simbari

    Pol.isrivista di cultura politica edita dallAssociazione Pol.is Centro di iniziativa politico-culturale

    via del Boschetto, 68 00184 Romatel. 346 00 40 287p.iva 09319481009www.pol-is.it

    Autorizzazione del tribunale di Milano n. 94/2007 del 20/02/07

    Costo dellabbonamento annuale: ordinario: euro 60,00 sostenitore: euro 100,00

    Labbonamento alla rivista pu essere richiesto telefonicamente al seguente recapito:+39 346 00 40 257

    Consulenza e realizzazione editorialeFrancesco Bevivino Editorewww.bevivinoeditore.it

    Progetto graficoAlessio Scordamaglia

    Concessionaria di pubblicit

    Via Monfalcone, 4120092 Cinisello Balsamo (MI)Tel. +39 02 618002www.rosaticommunication.commail: [email protected]

    StampaFinito di stampare nel mese di aprile 2009 presso Digital Print Milano

    Distribuzione nelle librerieJOO Distribuzione Milano

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  • SOMMARIO

    3pol.is - aprile 2009

    Enrico MancaLa debolezza dellopposizione un rischio per una dialettica democratica forte e vitale 5

    Giorgio NapolitanoQuestione meridionale e politiche euromediterranee 9

    Primo piano

    Franco SircanaEuropa 12

    Vincenzo Visco Comandini e Stefano GoriIl conto che potrebbe spaccare lEuropa 19

    Alberto BenzoniAfghanistan: vincere ma per potersene andare 29

    Focus

    Luigi CovattaUno spazio impervio per la sinistra 35

    Giuliano Cazzola e Daniele Cirioli Il modello italiano di protezione del lavoro 39

    Pietro Ichino Lombardia e Calabria 2013: la valutazione dellefficienza dei servizi 67

    Dibattito sulluniversit

    Luciano BenadusiUnuniversit da (ben) riformare ma non da buttar via 73

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  • SOMMARIO

    4 pol.is - aprile 2009

    Immaginario Il mondo di Facebooka cura di Vincenzo Susca

    Vincenzo SuscaLa ricreazione della vita elettronica 89

    Ornella Kyra PistilliCodici di attrazione 97

    Mario PiredduFakebook: essere insieme, umanamente 103

    Fabio La RoccaDialogo con Moiss Martins: lesposizione in rete della vita quotidiana 109

    Federico TarquiniLa distrazione comunitaria 115

    Tito VagniDalla bacheca di partito alla bacheca di Facebook 121

    Andrea Malagamba e Antonio RafeleUna stanza tutta di specchi. Facecode e libert 127

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  • Enrico Manca

    5pol.is - aprile 2009

    un rischio democratico, in Italia? Penso di no. Ma unademocrazia vitale se realizza una forte dialettica tra unamaggioranza che governa ed una opposizione che control-

    la. Quel che preoccupa, in questa fase, da un lato una certa in-determinatezza valoriale di una maggioranza forte ma anche com-posita; problema questo di particolare importanza in una fase incui si prospetta un significativo mutamento nellarticolazione enei meccanismi del Governo del Paese; e dallaltra linsufficien-za ( di questa, in particolare, che vogliamo occuparci in questoarticolo) di una opposizione politica, programmatica, progettua-le in grado di essere allaltezza delle sfide di questo tempo e tale,quindi, da rendere viva, costruttiva e positiva la dialettica demo-cratica. Non che sulla carta non vi sia una opposizione. Anzi cen pi di una: il Partito Democratico; lItalia dei Valori; il cantie-re in ri-costruzione della Sinistra antagonista; lUnione di cen-tro. E, poi, c lopposizione sindacal-politica: la CGIL; e anco-ra La Repubblica, riconosciuto king maker del PD. (Interes-sante ed indicativa al riguardo la lettera al Direttore del giornaledi uno stimato e stimabile esponente di lungo corso del PC-PDS-DS e ora del PD, Alfredo Raichlin, nel numero di sabato 4 apri-le u.s.). Ma si tratta di unopposizione che non si ancora inter-rogata a sufficienza sul significato profondo dei suoi insuccessi,legati certo al fallimento del Governo di coalizione guidato daRomano Prodi, ma non solo. Ne un esempio lampante lusci-

    La debolezzadellopposizione un

    rischio per una dialetticademocratica forte e vitale

    C

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  • La debolezza dellopposizione un rischio per una dialettica democratica forte e vitale

    6 pol.is - aprile 2009

    ta di scena della segreteria virtual-mediatica di Walter Veltroni.Le sue dimissioni seguite alla sconfitta sarda non sono state pre-cedute n seguite da una discussione politica aperta e trasparen-te, e da un forte confronto tra posizioni diverse. Si , invece, pre-ferito mettere la testa sotto la sabbia. Lesame di coscienza anco-ra una volta rinviato in attesa delle elezioni europee, che il PDaffronter, per, privo di un forte contrassegno identitario. Lin-sufficiente riflessione sul passato, lassenza di una risposta con-vincente agli interrogativi del presente, rischia di fare emergereunopposizione che rivendica ma non riesce ad indicare, in pa-ritempo, i cambiamenti possibili in grado di misurarsi realistica-mente con la devastante macro-crisi di questa fase mutante delcapitalismo. Questo tipo di opposizione ottiene, non di rado, lef-fetto paradosso di ingigantire il FARE del Presidente del Con-siglio e del Governo; di fare emergere le azioni anticrisi del Mini-stro del Tesoro come le uniche credibilmente in campo. E que-sto vale anche per la costante sottolineatura polemica del dinami-smo internazionale di Silvio Berlusconi, spesso praticato fuoridagli schemi del politically correct diplomatico. Questa conti-nua uscita fuori dalle righe in parte frutto del carattere estro-verso del Presidente del Consiglio, ma non di rado si tratta discelte fatte consapevolmente per il timore di mummificarsi neimusei delle cere delle foto ricordo dei grandi del mondo e pernon allentare neanche per un attimo il suo ricercato rapportodiretto e personale con il popolo. A sinistra si continua spes-so a considerare ancora la presenza di Silvio Berlusconi come unepi-fenomeno passeggero. Ci nasce dal fatto che non sono sta-ti fatti ancora, fino in fondo, i conti con ci che significa questopassaggio epocale. Ripensare il passato per vivere adeguatamen-te il presente e progettare credibilmente il futuro: questo il trian-golo della storia attorno a cui potrebbe ri-costruirsi una sinistrariformista in grado di inverare oggi in Italia una democrazia vi-tale fondata su una dialettica reale per costruire una alternativapossibile che faccia perno su alcuni temi e, in alcune circostanze,su possibili incontri tra maggioranza e opposizione su questionidecisive che attengono alla vita dei cittadini e allinteresse na-zionale. Nellultimo numero di Pol.is abbiamo ripercorso la viacrucis delle occasioni mancate; delle delusioni sofferte. Abbiamoricordato come nel tempo vi sia stata una frettolosa ed inadegua-

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  • E D I T O R I A L E

    7pol.is - aprile 2009

    ta riflessione sulla passata esperienza comunista; e come una sif-fatta riflessione sia stata, peraltro, contraddetta con la cancellazio-ne (uno di quegli ossimori cari a DAlema) della storia e dellacreativit programmatica, ideale e politica del socialismo rifor-mista italiano, preferendogli, in qualche caso, persino il dipietri-smo sfascista. Aver voluto dar vita ad un grande partito in gra-do di superare e unificare le culture riformiste del Paese metten-do allangolo proprio quella parte del riformismo liberal-demo-cratico e liberal-socialista uscito vincente dalla storia, ma per-dente, per le ragioni ben note, nella vicenda della quotidianitdella politica degli anni Novanta, stato un errore gravido diconseguenze pratiche. Il risultato stato di aver regalato politica-mente, culturalmente ed elettoralmente al PDL unarea liberalde-mocratica e liberalsocialista che, grosso modo, ha sempre rappre-sentato il 20-25% del corpo elettorale italiano. E non un casoche oggi lunico luogo in cui, pur con non poche contraddizio-ni, uomini della cultura liberal socialista e riformista hanno tro-vato collocazione sia il Governo espresso dal PDL. Ma c un se-condo errore: quello di aver pensato di mettere insieme in un so-lo partito laici e cattolici in quanto tali. Non si pu conside-rare esaurita lesperienza del partito dei cattolici e, in paritem-po, pensare di dare carattere fondativo di un partito al gruppocattolico in quanto tale. La contraddizione risulta evidente con-siderando il fatto che, mentre le differenza fra la cultura riformi-sta laica e quella cattolica sul terreno economico e sociale e delwelfare sono andate sempre pi assottigliandosi fino quasi a scom-parire, hanno invece assunto una forte dimensione identitaria letematiche relative ai diritti eticamente sensibili che coinvolgonoquestioni essenziali attinenti alla vita e alla morte. Una differen-ziazione su questa tematica tra laici e cattolici destinata nonad attenuarsi ma con lavanzamento della scienza e delle tecnolo-gie presumibilmente a crescere. Non un caso che la Chiesa cat-tolica viva oggi una stagione in cui il suo ruolo appare acquisiresempre maggiore rilievo anche grazie allemergere di tematicheche coinvolgono sempre pi credenti e non. Sono questi a cuiho fatto riferimento alcuni dei germi di crisi del Partito Demo-cratico senza la cui risoluzione difficile pensare ad un suo nuo-vo inizio. Ed bene anche che non ci si consoli nella facile illu-sione che la grande forza del PDL sia solo legata alla presenza di

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  • La debolezza dellopposizione un rischio per una dialettica democratica forte e vitale

    8 pol.is - aprile 2009

    Silvio Berlusconi. Non sono pochi, infatti, a sinistra quelli cheaffidano al dopo Berlusconi una speranza di cambiamento e dirivalsa. Un atteggiamento di debolezza che si fonda su ipotesi in-certe, non programmabili e legate a vicende che possono averesbocchi anche radicalmente diversi tra loro. vero che l amalga-ma del nuovo PDL tutto da verificare. Ma va tenuto presente ilfatto che le componenti che ad esso hanno dato vita convivonoinsieme, in un modo o nellaltro, da oltre quindici anni e costitui-scono ormai un blocco sociale e di interessi non facilmente di-saggregabile. Va posta attenzione anche a quelle che possono ap-parire le contraddizioni interne al blocco moderato: esse possonoavere una doppia valenza, di debolezza ma anche di forza, ciodi capacit di aggregare altri settori. Penso al caso Fini; lela-borazione del Presidente della Camera, innovativa rispetto allasua storia politica, va guardata con attenzione e rispetto. Ma po-trebbe essere una pericolosa illusione considerare latteggiamen-to del Presidente della Camera come un possibile bastone fra leruote nellingranaggio del PDL. pi probabile che questa posi-zione, permeata di laicit e sorretta dallidea dellinclusione inuna societ destinata ad essere sempre pi multiculturale e mul-tireligiosa, oltre ad essere interessante in s, pu avere la funzio-ne di calamitare consensi che altrimenti non andrebbero al PDL. quindi consigliabile una maggiore prudenza in quegli esponen-ti dellopposizione che vivono come realt un loro evidente desi-derio: quello cio che il Presidente della Camera sia il picconato-re del Polo di centro-destra. Sia che nel futuro diventi stabile lascelta bipolare o bipartitica; sia che il bipolarismo vada in crisi, cbisogno di unopposizione che sia in grado di assolvere ad un ruo-lo decisivo per la vita democratica ed a costituire unalternativaidentitaria credibile. In mancanza di ci, le strade che si prospet-tano sono due: il consolidamento per lungo tempo del centro-destra, o una crisi del sistema politico con sbocchi imprevedibi-li. Quanto prima la sinistra riformista prender coscienza di que-ste problematiche meglio sar per la democrazia italiana. Soloun dibattito ed un confronto chiaro, forte e trasparente che diavita ad una fase di riconosciuta lotta politica potr far s che al-linterno del Partito Democratico possa emergere un nuovo grup-po dirigente allaltezza delle grandi sfide del nostro tempo.

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  • di Giorgio Napolitano

    9pol.is - aprile 2009

    a questione meridionale oggi, alla luce degli sviluppi dellepolitiche europee ed euro mediterranee, pu essere decli-nata al punto di incrocio tra due problematiche: quella de-

    gli squilibri tra il Nord e il Sud in Italia, cio allinterno di unpaese europeo tra i fondatori della Comunit e dellUnione e trai pi impegnati da sempre, nel processo di integrazione; e quel-la degli squilibri tra la sponda Nord e la sponda Sud del Medi-terraneo. Problematiche, che vanno viste nella prospettiva di su-perare entrambi quegli squilibri in una visione di sviluppo uni-tario nazionale italiano ed euro mediterraneo.

    Partendo comunque dalla distinzione tra i due versanti di que-sta riflessione, e dal richiamo al primo di essi, riprender innan-zitutto quel che ho gi avuto modo di dire recentemente pi vol-te. C stata, non si pu nasconderlo, una drammatica caduta delgrado di attenzione da parte di tutte le forze rappresentative delpaese verso la realt del Mezzogiorno e verso il tema del rappor-to tra Mezzogiorno e sviluppo nazionale. Ci ha voluto anchedire, in concreto, da diversi anni a questa parte, una caduta degliinvestimenti ordinari dello Stato nelle regioni meridionali; men-tre chiaro che altre risorse e forme di intervento per il Mezzo-giorno, in modo particolare i Fondi europei, dovrebbero avereun carattere addizionale e non sostitutivo.

    Si pone in pari tempo la questione dellimpiego oculato e pro-duttivo delle risorse pubbliche disponibili nelle regioni del Mez-

    Questione meridionale e politiche

    euromediterranee

    L

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  • Questione meridionale e politiche euromediterraneedi Giorgio Napolitano

    10 pol.is - aprile 2009

    zogiorno, a cominciare dalle regioni dellObiettivo Uno verso cuisi sono indirizzati i fondi della politica di coesione della UE. E que-sto chiama in causa anche la responsabilit delle istituzioni rap-presentative dello stesso Mezzogiorno, perch la forza del meridio-nalismo storico sempre consistita nel non ridursi alla sola denun-cia delle responsabilit delle classi dirigenti nazionali ma nel sa-per guardare criticamente anche allinterno del Mezzogiorno, del-la sua stratificazione sociale e della sua classe politica.I fondi europei rimandano a un grande significato, non abbastan-za riconosciuto di quella politica di coesione che ha rappresentato,come ci ricorda il suo ideatore Jacques Delors, uno sviluppo fon-damentale del processo di costruzione europea. Debbono per con-siderarsi insufficienti i risultati raggiunti, nel senso della riduzionedel divario tra Nord e Sud sul piano della dotazione di infrastruttu-re, della qualit dei servizi pubblici, dellinvestimento in capitaleumano, del rendimento delle amministrazioni pubbliche.

    Un bilancio critico che fa tuttuno con quello della strategiadi nuova programmazione portata avanti in Italia nei confrontidel Mezzogiorno tra gli anni 1998 e 2008. Allo stato attuale non nemmeno dato sapere se il Quadro strategico nazionale appro-vato per il 2007-2013 resta tuttora valido e impegnativo, o se adesso sia destinato a seguire un puro e semplice vuoto di strategiaverso il Mezzogiorno.

    Si tratta di nodi che richiamano quanto pi volte ho sottoli-neato: da un lato cio il dovere di solidariet tra Nord e Sud, che garanzia costituzionale dellunit nazionale, e dallaltro quel-limpegno allautocorrezione e allinnovazione che deve essereportato avanti nel Mezzogiorno. Un impegno, innanzitutto manon solo, sul piano del contrasto della criminalit organizzata,problema che rimane tuttora di enorme e grave importanza ai fi-ni generali dello sviluppo delle nostre regioni, e segnatamentedella Calabria come della Campania.

    Si tratta di nodi da sciogliere pi che mai in presenza di unacrisi come quella che sta investendo leconomia mondiale, euro-pea ed italiana: una crisi che sotto diversi aspetti trova particolar-mente vulnerabile il nostro Sud.

    C egualmente da chiedersi quanto la crisi trovi particolar-mente vulnerabile il Sud del Mediterraneo, o come, allopposto,una rinnovata cooperazione per lo sviluppo euromediterraneo

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  • P R I M O P I A N O

    11pol.is - aprile 2009

    possa rappresentare una leva importante per il superamento del-la crisi, vista anche come occasione di rinnovamento e non sol-tanto come un approccio difensivo e ripetitivo.

    Come sappiamo, la politica di cooperazione euromediterra-nea ha gi alle spalle i tredici anni trascorsi dallavvio del pro-cesso di Barcellona. Penso, altres, e ne siamo tutti coscienti, cheil futuro dellUnione per il Mediterraneo legato allaffermazio-ne nei fatti di una forte volont politica orientata in questa di-rezione, senza ambiguamente bilanciarla con lesigenza, pur im-portante, di rafforzare la politica orientale della UE.

    Ma il futuro dellUnione per il Mediterraneo innanzituttolegato allo sviluppo di un processo di pace nel Medio Oriente e intutta la regione che lo circonda.

    ormai imperativo assillante per la comunit internazionaleriaprire la strada del dialogo e del negoziato che non deve esserecompromessa e bloccata dal durissimo scontro degli ultimi mesi.

    Dal discorso del Presidente della Repubblica al convegno Mezzogiorno Euromediterraneo

    Universit Mediterranea di Reggio Calabria

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  • Franco Sircana

    12 pol.is - aprile 2009

    l rinnovo del Parlamento euro-peo coincide con il trentennaledelle sue elezioni a suffragio uni-

    versale diretto. Per merito dei trat-tati di Maastricht (1992) e di Am-sterdam (1997), il Parlamento ha ac-cresciuto il suo peso passando da unsemplice ruolo di tribuna e consul-tivo a quello di codecisore con ilConsiglio dei Ministri e di interlo-cutore della Commissione su mate-rie via via pi rilevanti. Resta perbasato su sistemi elettorali nazionalidiversi luno dallaltro e, menoma-zione seria per un parlamento, nonha potere di iniziativa sulle leggi, ri-servato invece alla Commissione eu-ropea, composta da persone cuimanca il crisma dellelezione.

    Marginalit italianaDa un punto di vista italiano saltaallocchio la rarefazione della nostrapresenza di vertice: nel precedente

    Parlamento formato per designazio-ne dei Parlamenti nazionali (1962-79) si incontrano ben tre presidentiitaliani su nove (Gaetano Martino,Mario Scelba, Emilio Colombo)mentre non v traccia di italiani trai dodici presidenti dal 1979 ad oggi:tre francesi, tre tedeschi, due spagno-li, un britannico, un irlandese, unolandese. Nel quadro istituzionaleeuropeo, lItalia stata compensata,a cavallo del secolo, da una robustapresenza a livello della Commissio-ne (prima i commissari Monti e Bo-nino, poi il presidente Prodi e ilcommissario Monti). Ma negli ulti-

    Europa

    Il PDL, scontando un successo del PPE, rivendica la presidenza del Parlamento europeo per un proprio eletto

    Cosa c di meglio, per i governi degli Stati membri, di un sistema che consenteloro di continuare a prendere le decisioni che contano in seno al Consiglio deiMinistri dellUnione, scaricandone i costi su unorganizzazione rappresentatacome tecnocratica, lontana, rarefatta, e nello stesso tempo caratterizzata daprocedure complesse, defatiganti e tuttaltro che trasparenti? E chi ha voluto chele procedure fossero tali, se non i Capi di Stato e di governo riuniti inConferenza intergovernativa?Cesare Pinelli, Pol.is dicembre 2008

    I

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  • P R I M O P I A N O

    13pol.is - aprile 2009

    mi anni la presenza italiana si no-tevolmente ridotta (e nel frattempo,sintomo non trascurabile, si accen-tuata la tendenza a marginalizzare lalingua italiana negli usi ufficiali ri-spetto a inglese, francese, tedesco espagnolo).

    Il Popolo delle Libert, scontan-do un successo del Partito PopolareEuropeo e facendo valere il propriopeso di probabile prima formazionenellambito del PPE stesso, rivendicala presidenza del Parlamento euro-peo per un proprio eletto. Non evi-dentemente una questione di puroprestigio: sar un test importante perverificare il peso e la considerazionedel PdL e del nostro paese.

    Successo conservatoreAlcune cause della marginalit ita-liana sono squisitamente politiche,attinenti al modo stesso di configu-rarsi dei soggetti politici italiani e al-la qualit e ai contenuti della loroproposta.

    La sinistra, in particolare, non hasaputo creare le condizioni per mo-netizzare la pi che decorosa presi-denza di Prodi, messa comunque inprogressivo risalto dalla qualit del-

    lazione del successore. La coinciden-za della leadership dellUlivo con lapresidenza della Commissione del-lUnione europea significava unaforte proiezione della sinistra rifor-mista italiana sulla scena continen-tale, e comportava lobbligo di unalinea e una proposta politica di rilie-vo europeo in grado di risolvere po-sitivamente la difforme configurazio-ne del soggetto politico italiano ri-spetto alle famiglie politiche in cuitradizionalmente i partiti degli altripaesi europei si riconoscono; fami-glie logore quanto si vuole, ma chela storia della costruzione europeadota pur sempre di fortissime creden-ziali, non certo scalfibili dalle va-ghezze di un Ulivo transatlantico. Ecomportava altres lobbligo di mo-tivare, in Europa, il mancato espli-cito riconoscimento dellimmaginee della storia di tutta larea di sicuropedigree europeista (anzi, federali-sta) riconducibile sotto il nome di li-beralsocialismo, il 22% delleletto-rato italiano nel 1992. E oggi il PDsi ritrova ad essere assai pi parteche non soluzione dei problemi cheattanagliano la sinistra riformista eu-ropea.

    Diversa e positiva, sotto questoprofilo, la vicenda del PdL o megliodi Forza Italia, che ha risolto congrande chiarezza e tempestivit poli-tica il nodo della sua appartenenzaeuropea scegliendo sin dal 1998 ilPPE con conseguente emarginazionedei popolari dellUlivo e trascinan-

    Il PD si ritrova ad essere pi parte

    che soluzione dei problemi della sinistra

    riformista europea

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  • Europadi Franco Sircana

    dovi infine anche AN, concorrendocos notevolmente a sdemocristia-nizzare il PPE stesso e a tradurlo nelgrande contenitore europeo dellaconservazione moderata. Qui, sem-mai, altri fattori rischiano di pesarenegativamente nel confronto euro-peo. Per un verso radici e antichestorie: Gianfranco Fini ha compiutocon rigore un percorso di conversio-ne guadagnandosi una ormai pienacredibilit di liberale e di attentoguardiano dei valori della Costituzio-ne; la manifesta non condivisione aquesta nuova linea da parte di folteschiere di aennini non mancher disuscitare reazioni in Europa, soprat-tutto da parte di quei paesi, Germa-nia in testa, ove i conti con il passa-to si stati costretti a farli fino infondo e si quindi divenuti punti-gliosamente vigili contro ogni formadi nascondimento e di mimetismo (eci sfiora, in qualche misura, ancheparte della sinistra). Per altro verso,pesa una sostanza partito-leaderisti-co plebiscitaria, contrastante con for-me e sostanze europee caratterizzateda pi articolati processi decisionali,e perci destinata a suscitare pruden-ze, distinguo e anche sospetti. Infine,pesa sul PdL il condizionamento de-rivante dallalleanza con una forzacos virulentemente particolaristicacome la Lega.

    Ma la marginalit del nostropaese dipende anche, in larga misu-ra, da cause attinenti alla sua strut-tura economica e sociale: un debito

    pubblico superiore al 105% del PIL,uneconomia da lungo tempo pros-sima al ristagno e larretratezza ita-liana su una numerosa serie di indi-catori dalle spese per R&S alloc-cupazione femminile, dal dramma-tico divario delle regioni meridio-nali alla paralisi della giustizia, ecc. non sono buone credenziali peressere nominati al vertice di istitu-zioni politiche europee e internazio-nali e comunque per guadagnareuna posizione centrale nella tramapolitica europea.

    La crisi europeaTrama, peraltro, sfilacciata: la crisiplanetaria in corso ha colto lEuro-pa in un passaggio particolarmentecritico della sua vicenda. Lintrodu-zione delleuro a fine anni 90 e lal-largamento dellEuropa a 27 sonostati, ad un tempo, pietre miliari diuno straordinario processo politicoiniziato negli anni 40 e innesco diuna crisi di identit, come segnalaanche il tasso di partecipazione alleelezioni al Parlamento europeo, pas-sato, in media europea, dal 63% del1979 al 45% del 2004.

    Il NO francese del 2005 alla co-

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    La marginalit del nostropaese dipende anche da cause attinenti alla sua struttura economica e sociale

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    15pol.is - aprile 2009

    stituzione europea stato un deva-stante la al riflusso, anche se di fat-to fu assai pi un no di malesserenei confronti di una classe dirigenteinterna che un ragionato no allEu-ropa. Anzi, proprio la crisi ha resodi senso comune la valutazione chegli stati nazionali sono piattaformedel tutto insufficienti per fronteg-giarla e che la dimensione minimanecessaria da cui partire quella eu-ropea. Dimensione peraltro ricerca-ta attraverso fitte serie di incontriintergovernativi a multilateralit va-riabile finalizzati al coordinamentodelle iniziative nazionali, mettendoinvece in sordina politiche comuniche abbiano in Bruxelles la sedeprincipale di elaborazione e condu-zione. Precariet dellarchitetturaistituzionale europea in attesa del-lentrata in vigore di un rivedutotrattato di Lisbona, intensificazio-ne politica delle questioni attinen-ti alleconomia europea da quellaenergetica a quella dei paesi dellEst,a quella turca, al medio-oriente econservatorismo delle classi dirigen-ti nazionali hanno declassato il ruo-lo di una Commissione concepita ecresciuta in un quadro di relativa

    omogeneit socioeconomica e distabilit politica garantita dallaGuerra Fredda.

    Il ritorno a unazione pi diretta,non mediata dei singoli stati accre-sce per i rischi di tensioni, lacera-zioni e fuoriuscite, come ci dice peresempio la pericolosa linea di frattu-ra tra est e ovest europei. E rilanciadi conseguenza gli stati pi forti,Germania e Francia, nel ruolo di ag-gregatori.

    Germania e FranciaDue stati che, attraverso il lungoprocesso di costruzione europea,hanno accumulato un solido patri-monio comune come mostra oggi laconcordanza di iniziative e di propo-ste di nuova governance con cuiaffrontare la crisi economico finan-ziaria mondiale e anche lunit di in-tenti in merito alla NATO, manife-stata nelloccasione dellannunciodel reingresso francese nel comandodella NATO e maturata nei lunghianni di comune opposizione alla po-litica di Bush in Irak.

    E per due stati che, in mancan-za di un forte punto di gravit politicoistituzionale europeo, sono sollecitatia farsi carico di un progetto di porta-ta europea in modo pi parallelo cheintegrato, accentuando in questa fa-se il ricorso a stilemi della politica eu-ropea dantan col ritorno alle zone diinfluenza, per la Germania soprattut-to a nord e a est, per la Francia so-prattutto verso il Mediterraneo.

    Per fronteggiare la crisi planetaria gli stati

    nazionali sono insufficienti,occorre partire dalla dimensione europea

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  • Europadi Franco Sircana

    I segni recenti non mancano. Dirilievo, un paio danni fa, il tentativofrancese di prendere la guida delconsorzio Airbus superando la pari-teticit con i tedeschi. Di rilievo, nel2008, la vicenda della nuova Unio-ne del Mediterraneo, iniziativa dispicco della politica francese. Con-cepita da Sarkozy fuori da una di-mensione comunitaria e limitata aisoli paesi rivieraschi o in prossimitdel Mediterraneo, ha suscitato unaforte reazione della Germania cheha infine ottenuto il reinserimentodelliniziativa nel Processo di Barcel-lona sotto legida dellUnione euro-pea. Di rilievo, agli inizi del 2009,luscita della Siemens AG dalla Are-va, consorzio paritetico franco tede-sco per le costruzioni nucleari e ladecisione, di forte significato anchepolitico, della societ tedesca distringere accordi con i russi e di pun-tare sul loro mercato.

    un serio confronto tra unaGermania dominante per popolazio-ne, dimensione dellapparato indu-striale e complessiva competitivitdi sistema a livello mondiale comedimostra la sua bilancia commercia-le, e una Francia che dal dopoguer-ra ad oggi ha ossessivamente colti-vato lobiettivo di conservare tuttele stigmate della grande potenza an-che senza esserlo, compresa la per-durante capacit di attenzione allal-trui cultura e di coinvolgimento del-le altrui competenze (di cui molteitaliane, in tempi recenti Mario

    Monti e Franco Bassanini). Come ilRegno Unito, si dir. Ma i britanni-ci hanno deindustrializzato il paesein nome di una finanza oggi in gra-vissima crisi e affidata in buona par-te alle cure dello Stato e sono statisurclassati dai francesi su tutta lafrontiera dellalta tecnologia di rile-vanza strategica.

    I francesi hanno curato in modospasmodico, con continuit nel tem-po e con il concorso di unampia tra-sversalit politica, il dimensiona-mento competitivo dei loro grandigruppi, nella piena consapevolezzadella fragilit di un sistema che affi-di il proprio futuro soprattutto alpiccolo bello.

    Lobiettivo francese, tuttaltroche difensivo, di puntare a grandigruppi con quartieri generali salda-mente insediati in Francia e ben in-terrelati con lalta amministrazione,ma con forte proiezione multinazio-nale. E, come noto, il complessoamministrativo-finanziario-industria-le francese ha trovato, negli ultimiquindici anni, un terreno particolar-mente adatto per esprimersi proprioin Italia, quarto PIL e terza manifat-tura dEuropa e quindi decisiva in

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    La Francia ha guadagnatonel nostro paese una posizione dominante in settori chiave del sistema produttivo

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    una contesa che si misura su aree diinfluenza economica.

    Rapporto asimmetricoLa Francia ha guadagnato nel nostropaese, attraverso acquisizioni e noninvestimenti diretti in nuove inizia-tive, una posizione dominante oquantomeno condizionante in setto-ri chiave del sistema produttivo(energia elettrica, nucleare, traspor-to aereo, industria della moda, gran-de distribuzione, ma anche apparatidi telecomunicazioni, materiale fer-roviario, acqua) e soprattutto unafortissima presenza nellarea strate-gica della finanza, tale da consenti-re il diretto accesso ad analitici dos-sier riguardanti primari attori italia-ni e quindi una straordinaria visibili-t sulla nostra industria, con la con-seguente possibilit di esercitare, sedel caso, un potere di interdizione.

    un rapporto asimmetrico. Sen-za riandare al no di De Gaulle a unAgnelli che voleva rilevare la Ci-tron (oggi si parla semmai del con-trario), merita ricordare che pi re-centemente (2005), di fronte a untentativo dellIstituto San Paolo discalare la Dexia, controllante diCrediop in Italia, il governo france-

    se fece sapere che non avrebbe ap-provato la fusione con gli italianiperch contrario ad operazioni tran-sfrontaliere nel settore creditizio; co-s come il tentativo di ENEL, in ac-cordo con la francese Volia, di ri-levare Suez fu bloccato con partico-lare asprezza: Un takeover di ENELsu Suez considerato un attaccocontro la Francia, cos al telefonode Villepin con Berlusconi, vediCorriere della Sera del 24 febbraio2006. (Mentre da notare che Uni-credit ha potuto guadagnare grandidimensioni europee rilevando unabanca tedesca).

    Ragionare di Francia, di un co-s essenziale, impegnativo e coin-volgente vicino, aiuta a porre in ri-salto il momento critico, per la po-litica italiana in cui cadono le ele-zioni per il Parlamento europeo. Ungoverno, lattuale, che allinternopoggia su un consenso senza prece-denti nella cosiddetta seconda re-pubblica, ma che allestero apparepi debole rispetto a quello prece-dente di Berlusconi: manca oggi unpari forte rapporto con lammini-strazione americana, quanto menosul piano dei riferimenti valoriali edel feeling personale, e il nuovocontesto di relazioni USA-Europariduce i gradi di libert nei rapporticon la Russia di Putin; nel RegnoUnito non c pi Blair e con laGermania della Merkel era buonoil rapporto del governo Prodi, assaimeno quello di questo governo. Lo

    Lattuale governo Berlusconi pi

    forte allinterno ma pi debole allestero

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  • stesso speciale rapporto col Vatica-no, cos utile sul piano interno, ri-schia di essere una remora sulleste-ro a causa delloltranzismo conser-vatore di Benedetto XVI.

    In un quadro politico europeo in-cardinato sui rapporti intergoverna-tivi, che mortifica strumentazioni epoteri di una politica comune, laFrancia di Sarkozy si presenta, perlItalia di oggi, con le caratteristichedellindispensabilit e della impre-scindibilit e la costringe a un rap-porto di leadership su nulla e di su-bordinazione su molto.

    Difficile dire quale sia il diversoe pi appagante indirizzo di politicaeuropea di questa maggioranza. Lar-gomento non sembra sufficiente-mente glamour per Berlusconi,aspetto che rileva nel caso di unaconduzione politica iperpersonaliz-zata, dove conta essere lultimo deigrandi per evitare le impegnative re-

    sponsabilit derivanti dallessere ilprimo dei piccoli. Per funzione e sta-tura intellettuale lattenzione va al-lora rivolta a Tremonti: e sul vilup-po delle sue contraddizioni anche inmateria europea dobbligo il rinvioal citato saggio di Cesare Pinelli.

    Lopposizione ha certamente col-tivato di pi lEuropa: ha un patri-monio di competenze, una predispo-sizione al progetto dellEuropa unitae democratica e una capacit di mo-bilitazione popolare su questo temache manca alle forze di maggioranza.Le oggi difficile correlare il voto peril Parlamento europeo alla gestionedella crisi, al recupero di una simpa-tia tra i popoli e del senso della cit-tadinanza europea, alla volont diprogetto comune, alla riproposizionedi una prospettiva federalista. Ma le necessario, altrimenti continuer asubire lEuropa e a consumarsi di po-litica nazionale.

    Europadi Franco Sircana

    18 pol.is - aprile 2009

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  • Vincenzo Visco Comandini / Stefano Gori

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    n recente numero dellEco-nomist, presentando in co-pertina il titolo Il conto

    che potrebbe spaccare lEuropa, pa-venta il rischio di una crisi insana-bile fra vecchi nuovi e stati membridellUnione Europea. Pi o meno incontemporanea, la Banca Mondia-le lancia lallarme sul fatto che, se ipaesi europei pi sviluppati non fan-no di pi per aiutare i loro vicini,difficilmente si potr evitare lespan-dersi della crisi finanziaria. Un cracfinanziario nellEuropa dellEstavrebbe infatti effetti molto negati-vi sulle banche in Italia, Austria,Svizzera, Svezia che per anni hannofornito credito alle istituzioni finan-ziarie e alle imprese dei paesi ex-co-munisti e che oggi spesso detengo-no il controllo delle maggiori ban-che dellarea.

    Questinvito non stato accoltodal vertice dei capi di Stato e di go-verno dellUnione Europea delloscorso 1 Marzo, e anzi il cancellie-re tedesco Angela Merkel ha giusti-ficato questa scelta affermando chenon si possono confrontare le situa-zioni di paesi come la Polonia o i Balti-ci o lUngheria. Il rifiuto ad un nuo-vo Piano Marshall per lEst europeo(un pacchetto da 180 miliardi di eu-ro) insieme allinvito ad analizzareogni situazione caso per caso sta-to invece sostenuto dalla stampa, inparticolare quella politica, quale cat-tivo presagio per le sorti del nostrocontinente.

    Molti osservatori politici si sonochiesti se avesse ragione il premierungherese Ferenc Gyurcsany quan-do ha sostenuto che c il rischio cheuna nuova cortina di ferro divida lEu-ropa. Coloro che si dicono pratican-ti della scienza triste, leconomia,hanno invece assunto una posizionepi riflessiva, forse meno ossessiona-ta dai ricorsi storici.

    Riteniamo che per gli stati mem-bri occidentali, la priorit non siatanto temere possibili rischi di frat-

    Il conto che potrebbespaccare lEuropa

    U

    Un crac finanzari nellEuropa dellEst

    avrebbe effetti negativi sulle banche

    in Italia

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  • Il conto che potrebbe spaccare lEuropadi Vincenzo Visco Comandini e Stefano Gori

    20 pol.is - aprile 2009

    tura con i paesi dellEst, quanto piut-tosto individuare con precisione lespecifiche cause di crisi in quellarea,mettendo a punto un cocktail di in-terventi selettivi coerenti con la si-tuazione economica di ciascun pae-se. Il tutto tenendo a mente che granparte della popolazione e le istituzio-ni di quei paesi si trovano per la pri-ma volta a dover affrontare le conse-guenze di una crisi economica seriacome quella attuale. Dal crollo delmuro la convinzione della maggio-ranza dei cittadini dellest era infattiche il capitalismo avrebbe generatotassi di crescita continui, ma la real-t di questi giorni ha mostrato chespesso non cos. In questo scenarioil vero rischio non solo non capireche la crisi, globale, prettamenteeconomica e finanziaria, ma anchesottovalutare il potenziale esplosivoche si genera se la recessione econo-mica venisse accompagnata dal-lacuirsi di questioni politiche che daanni caratterizzano larea.

    Perch leconomia di quei paesi cosi importante per noi?Il Fondo Monetario Internazionale(FMI) negli ultimi mesi ha gi pre-stato miliardi di dollari a Ungheria,Ucraina, Lettonia, Serbia, Bielorus-sia, mentre la crisi economica ha in-nescato manifestazioni, proteste e avolte scontri con la polizia nelle Re-pubbliche baltiche e in Bulgaria. Re-centemente il governo di centro de-stra della Lettonia, terzo esecutivo

    in Europa a dare le dimissioni sotto icolpi della crisi economica dopoquelli islandese e ungherese, crolla-to dopo che il prodotto interno delpaese di 2,2 milioni di abitanti erasceso nel mese di gennaio del 10,5%.Le tre Repubbliche baltiche, Letto-nia, Lituania ed Estonia, che dopo illoro ingresso nellUnione europeanel 2004 potevano vantare una cre-scita economica fra le pi alte del-lUnione tanto da essere sopranno-minate le Tigri del Baltico, han-no visto nei primi mesi di questan-no livelli di protesta mai riscontratidallepoca sovietica.

    Lattenzione della Vecchia Eu-ropa alla crisi dovuta al fatto chei capitali investiti in questi paesiprovengono per la maggior parte daistituti di credito occidentali. Alcu-ne banche italiane sono tra quelleinteressate e il rischio di insolvibi-lit di quei paesi si ripercuoterebbesui loro conti, con un ulteriore ef-fetto domino sullintero sistemabancario continentale, che peraltroabbiamo gi conosciuto nei mesiscorsi. Pi di una fonte stima, adesempio, che il Gruppo Unicredit esposto verso questarea per quasi

    I capitali investiti nei paesidellEst provengono per la maggior parte da istituti di creditooccidentali

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    100 milioni di euro, e che la sfavo-revole congiuntura economicaavrebbe molto verosimilmente unimpatto negativo sia sui ricavi (nel2007 il 12% dei ricavi venivano ge-nerati dai paesi dellest Europa, dal-la Turchia e dal Kazakistan) che sul-lutile operativo del gruppo (40%prodotto nellarea interessata allacrisi). Il problema esacerbato dal-le recenti acquisizioni del gruppo,come la Bank Austria Creditanstalt,che nel 2005 era stata portata in do-te dalla tedesca HVB e che oggi ri-sulta pesantemente esposta versoquesti paesi.

    Le difficolt sono simili per lebanche svedesi, che nel Balticohanno investito un ammontare parial 25% del PIL svedese, valore chespiega bene perch queste stessebanche, aiutate dalle loro banchecentrali, continuino a pompare de-naro in questi paesi. Ma anche altriistituti di credito europei risultanofortemente esposti verso queste re-gioni: laustriaca Raiffeisen ha 55%dei suoi asset a rischio, la sua con-nazionale Erste Bank il 38%, la sve-dese SwedBank il 27%, la belga Kbcil 22% e la francese Socite genera-

    le il 12%. Ma come e perch si giunti a questo punto? Nellultimodecennio i paesi dellEst hanno im-boccato una strada diversa rispettoa quelli occidentali europei: sul pia-no politico internazionale hanno de-ciso di appoggiare gli Stati Uniti ac-cettando sul loro territorio infrastrut-ture per lo scudo di difesa antimissi-listico (postazioni radar nella Repub-blica Ceca e batterie di missili Pa-triot in Polonia); su quello economi-co hanno presentato tassi di cresci-ta e livello dinflazione pi simili al-la Cina che alla Germania.

    I fattori di debolezza strutturale quindi importante individuare eanalizzare nello specifico i fattori chehanno contribuito ad una forte cre-scita di questi paesi, che oggi appa-iono essere i maggiori responsabilidella debacle economica degli ultimisei mesi.

    1) Nellultimo decennio ci sonostati investimenti rilevanti dovuti al-lattivit di outsourcing delle grandiimprese dellEuropa occidentale inPolonia, Repubblica Ceca e Slovac-chia in particolare nel settore auto-mobilistico.

    2) Sono cresciuti di molto i flus-si di rimesse degli immigrati, in par-ticolare Polonia (dal Regno Unito,Irlanda e Germania), Romania (daItalia e Francia), Lettonia (dal Re-gno Unito), Bulgaria (dalla Francia)e al di fuori dellUE verso lUcrainae la Moldavia, che hanno contribui-

    I prestiti in valuta estera sono stati

    un potente stimolo per leconomia dellest Europa

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  • 22 pol.is - aprile 2009

    to alla crescita dei consumi internidi questi paesi.

    3) aumentato lexport verso lazona Euro, in particolare dellEsto-nia, della Repubblica Ceca, dellaSlovacchia e dellUngheria; linci-denza dellexport sul PIL nei paesidellarea est europea elevatissima, eoscilla fra il 34% della Romania e il90% della Slovacchia.

    4) I prestiti in valuta estera sonostati un potente stimolo per lecono-mia, in particolare in Ungheria do-ve hanno raggiunto un volume equi-valente al 33% del PIL. A causa del-la mancanza di risparmio nazionalead indebitarsi non sono state solo leaziende, ma anche le famiglie, tal-volta anche solo per coprire i nor-mali consumi. Accendere un mutuoin Fiorini risultava una scelta trop-po costosa a causa dei tassi troppo al-ti, per questo gli ungheresi hannofatto ricorso ai prestiti in Franchisvizzeri o in Euro.

    5) Le banche europee hanno in-vestito nel settore finanziario del-lest Europa, acquisendo operatorilocali ed introducendo prodotti in-novativi per quei mercati. La per-centuale del capitale in mano ad in-ventori esteri pari al 98% in Esto-nia, al 97% in Slovacchia, al 90%nella Repubblica Ceca, all85% inLituania, all80% in Ungheria eBulgaria, al 78% in Lettonia e al75% in Polonia.

    6) I consistenti investimenti ininfrastrutture finanziati da fondi eu-

    ropei hanno contribuito ad accelle-rare lo sviluppo.

    Questi fattori hanno tutti, anchese in diversa misura, creato il terre-no per la crisi di oggi. Infatti:

    1) Gli investimenti nel settoreautomobilistico e in generale tuttala rete di subfornitori in outsourcingdellindustria tedesca hanno risenti-to della crisi dellauto, con unadrammatica riduzione degli ordina-tivi: il flusso degli investimenti ver-so larea dei paesi dellest si oggipraticamente azzerato.

    2) Lammontare delle rimesse de-gli immigrati ha subito contraccolpidovuti alla crisi economica dei paesiospitanti, tanto che si stanno regi-strando anche flussi di immigrazio-ne di ritorno.

    3) In tutti questi paesi fortemen-te esportatori limpatto della reces-sione nellEuropa occidentale e ne-gli USA si subito rivelata moltodolorosa.

    4) Con il crollo delle valute na-zionali i prestiti in valuta sono di-ventati proibitivi. Questo fenomeno simile, ma molto pi drammatico,a quello che sperimentarono gli ita-liani che avevano contratto debitiin ECU durante la svalutazione dei

    I flussi di rimesse degli immigrati hannocontribuito alla crescita dei paesi dellEst

    Il conto che potrebbe spaccare lEuropadi Vincenzo Visco Comandini e Stefano Gori

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    primi anni Novanta. Lazzeramentodi questa fonte di finanziamento staprecipitando verso lo stallo le eco-nomie di alcuni dei paesi europei api rapida crescita. La chiave scate-nante della crisi asiatica e del de-fault argentino del 2002 era lusodi finanziamenti in valuta estera co-me leva per svilupparsi. Lunica buo-na notizia per questi paesi la recen-te svalutazione del Franco svizzero,che sta in particolare alleviandolonere del debito ungherese in que-sta valuta.

    5) I prodotti innovativi introdot-ti in un mercato dove la popolazio-ne non ne ha consuetudine ha ali-mentato la speculazione finanziaria,ha gonfiato in modo non razionaleil mercato immobiliare e ha espostole famiglie e le imprese a rischi pri-ma sconosciuti. Leffetto negativo stato esacerbato dai problemi dellebanche europee che avevano fattoforti investimenti nellEst Europa,che sono state costrette dalla crisiinternazionale a tagliare il credito inquesti paesi per ridurre la propriaesposizione, alimentando quindi an-cor di pi le difficolt dei debitoriche non riescono a rifinanziarsi;

    6) La fase post-allargamento dei

    forti investimenti europei in infra-strutture si esaurita.

    Com evidente, questi fattorisommati insieme hanno contribuitoad attivare un circolo vizioso e adaumentare il rischio di default finan-ziario dei paesi dellEst, misurato daun aumento drammatico dello spreadfra rendimenti dei loro titoli di sta-to e quelli dei titoli pubblici tede-schi: leffetto stato di impedir loro,in una situazione di bassissimo ri-sparmio nazionale, lapprovvigiona-mento sui mercati internazionali ne-cessario per reperire risorse da desti-nare a politiche pubbliche di contra-sto della crisi, come invece avve-nuto negli altri stati membri.

    Lerrore di molti commentatori di fare di tutta lerba un fascio. Suquesto punto il cancelliere Merkelha ragione a chiedere un distinguofra i diversi paesi. Possiamo infattidividere i paesi dellEst in tre grup-pi. Il primo composto da Sloveniae Slovacchia che hanno adottatolEuro, in cui ad rallentamento deltasso di crescita delleconomia non seguita una crisi finanziaria; il se-condo dai paesi che hanno risentitodello stallo delle economie dellavecchia Europa e che, pur non tro-vandosi in condizioni drammatiche,rischiano di soffrire dellatteggia-mento punitivo dei mercati solo per-ch parte di quella regione: Polonia,Repubblica Ceca, Estonia, Bulgariae Romania; nel terzo infine i malatigravi: Ungheria, Lettonia e Lituania.

    In Slovenia e in Slovacchia

    il sistema bancario stabile e sicuro

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    In Slovenia e Slovacchia il siste-ma bancario sicuro e stabile, e noncasualmente i due paesi non hannoattuato politiche di liberismo incon-dizionato, senza regole spesso osser-vate negli altri. Nel secondo gruppo,lEstonia ha sofferto particolarmenteil settore immobiliare, le esportazio-ni sono in picchiata e il paese sembrapagare il prezzo di una crescita trop-po rapida. Contrariamente allopinio-ne di alcuni analisti che includonolEstonia nel terzo gruppo in quantoappartenente alla regione baltica, varicordato che questo paese ha uneco-nomia reale piuttosto solida con unasituazione politica stabile.

    Ancora meno problematica lasituazione della Polonia, dove laBanca Centrale ha recentemente ta-gliato il tasso di sconto, riducendo-lo al 4%, minimo storico postcomu-nista. La crescita del PIL nel 2009rallenter dai ritmi quasi cinesi a un1,7-2%, ma probabilmente non sitrasformer in recessione. Lo Zlotyha da poco fermato la propria svalu-tazione (da 3,2 a 4,6 Zloty per un eu-ro) tornando cos ai livelli del 2004.Il rapporto debito-PIL fermo al47% e il disavanzo sotto controllo,ben al di sotto della soglia di Maa-stricht del 3% del PIL. Se si escludelisterismo alimentato dai gemellinazional-populisti Kaczynski nonsembrano esserci allorizzonte ten-sioni politiche o sociali particolar-mente acute. Per questo molti eco-nomisti ritengono realistica la pro-

    spettiva della Polonia di entrare nel-lEuro nel 2012 con conti pubbliciin ordine.

    Nella Repubblica Ceca gli ordi-nativi esteri allindustria per pro-dotti finiti e di alta tecnologia so-no crollati oltre il 30%, ma non cun equivalente abbassamento delPIL (meno 0,9% nel 2009 rispettoallanno precedente) come invecein Ungheria. Il rischio per questogruppo di paesi che pregiudizi in-differenziati verso il Centro-Est Eu-ropa nel suo insieme abbassino ilrating sul loro debito e a cascatasulle loro banche.

    La Lettonia, la Lituania e lUn-gheria sono i veri malati su cui in-tervenire per evitare il contagio. Afine febbraio Standard and Poors hadeclassato il rating dei titoli pubbli-ci lettoni a livelli di junk bond (tito-li spazzatura) a causa del pessimoquadro congiunturale, caratterizzatoda stagflazione, che vede congiunta-mente una riduzione del PIL di qua-si il 10%, un tasso dinflazione diuguale importo, la disoccupazione aoltre il 12% e il crollo di pi del20% dei prezzi sul mercato immobi-liare; per ridurre la spesa pubblica ilgoverno ha tagliato del 15% gli sti-

    La Lettonia, la Lituania e lUngheria sono i verimalati su cui intervenire per evitare il contagio

    Il conto che potrebbe spaccare lEuropadi Vincenzo Visco Comandini e Stefano Gori

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    pendi dei dipendenti pubblici conun reddito superiore ai 480 euro almese. In Lituania il PIL sceso me-no (del 5% circa) ma linflazione ancora molto alta. LUngheria, infi-ne, il paese che desta le maggioripreoccupazioni, sia perch il pigrande del gruppo sia perch pas-sato in poco tempo da nazione al-lavanguardia nelle riforme econo-miche a grande malato della nuovaEuropa. La Borsa ungherese crol-lata in pochi mesi del 50%, il tassodi sconto volato all11,5%. La gen-te si fortemente indebitata per mu-tui e credito al consumo, contrattiquasi esclusivamente in valuta este-ra. I prestiti in valuta rappresentanoil 90% del totale dei debiti degli un-gheresi, e sono oggi pari al 33% delPIL, rispetto all11% in Polonia e al4% in Repubblica Ceca. Il paese ma-giaro sta cos pagando doppiamenteil crollo del fiorino (negli ultimi duemesi e mezzo il fiorino si svalutatorispetto alleuro del 11%, rispetto al-linizio del 2007 del 16% e nellostesso periodo rispetto al Dollaro del20%). LEconomist ha stimato cheper il 2009 il debito a breve in Un-

    gheria pari al 79% delle riserve, ri-spetto al solo 38% della Polonia.Infine la diffusa percezione che glialtri stati membri dellUnione Euro-pea non sono interessati pi di tantoalla situazione ungherese ha fatto sa-lire la tensione sociale e politica, chevede lestrema destra di Jobbik au-mentare i propri consensi.

    Non si pu poi non considerareci che sta succedendo ai paesi del-lEuropa orientale che non sono par-te dellUnione Europea, in partico-lare lUcraina. Secondo il FinancialTimes, i maggiori istituti del paesenon permettono pi ai loro clienti diritirare anticipatamente i depositi.Cos davanti alle banche si formanolunghe file di piccoli risparmiatori.Gi da ottobre i bancomat avevanofissato un tetto massimo ai prelievidi 1000 hryvnia (pari a 150 euro) algiorno nel timore di uno svuotamen-to delle casse e dallo scorso settem-bre i depositi bancari sono scesi del20%, gli investimenti del 10%, il PILdi circa il 6%, mentre la valuta haperso il 40% del proprio valore. Loscontro interno sta mettendo a ri-schio anche gli aiuti stranieri, anchequelli messi a disposizione dal FMIalla fine dellanno scorso ma via viacongelati. Lindustria siderurgica co-s come quella estrattiva dellUcrai-na orientale scesa ai minimi stori-ci, mentre il comparto industriale haregistrato nel mese di gennaio unacontrazione del 34%, con conseguen-ti licenziamenti in massa.

    File di piccoli risparmiatori davanti alle banche di alcuni

    paesi dellEuropa orientale non UE

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  • 26 pol.is - aprile 2009

    Possibili strategie duscita dalla crisiDi fronte a problemi cos complessi ediversificati sarebbe ingenuo ritene-re possibile una terapia unica per ipaesi dellEst che oggi stanno affron-tando la prima seria crisi economicadellera post-comunista. Si possonoper delineare alcune linee di poli-tica che, poste in essere in modo pio meno coordinato, potrebbero ab-breviare di molto luscita di questipaesi dalla crisi che rischia di inter-rompere, se non di invertire, il loroprocesso dintegrazione nella comu-nit economica europea.

    1) Lo Stress Test per ciascun pae-se. Per non sprecare risorse ed indi-viduare le cure appropriate neces-sario che lUnione Europea procedaad unanalisi paese per paese, indi-viduando le questioni pi criticheper la stabilit dellintero sistema (adesempio prestiti in valuta dei privati,solidit delle maggiori banche, pro-duzione industriale da riavviare) perprovvedere ad iniezioni di capitalemirate e a condizioni ben precise.Questi paesi, esattamente come staavvenendo per le istituzioni finan-ziarie americane, dovrebbero sotto-porsi a una sorta di stress test per ve-rificare le condizioni di utilizzo ap-propriato delle risorse.

    2) Un quadro regolatorio euro-peo pi definito. Le conclusioni delgruppo di esperti guidato dallex Go-vernatore della Banca di Francia,Jacques de Larosire, premono per

    una riforma a breve sulla supervisio-ne bancaria a livello europeo, anti-cipando al 2010 la vigilanza sugliistituti di credito rispetto allipotesiiniziale del 2012. La proposta dicreare un Sistema europeo di Super-visione Finanziaria e un Consiglioeuropeo sui Rischi Sistemici sottola guida del presidente della BancaCentrale Europea. Come stato sot-tolineato dal gruppo socialista al Par-lamento europeo, tale proposta puoffrire effetti positivi solamente setali organismi saranno investiti dipoteri effettivi e non svolgeranno ilmero ruolo di osservatori. Finch lasupervisione dei mercati rester nel-le mani delle singole autorit nazio-nali, nonostante gli sforzi ed i buonipropositi di coordinare il loro opera-to a livello europeo, non si potr re-almente affermare che la stabilit deimercati garantita allo stesso modoin tutti i paesi europei.

    3) Accordo fra governi pi ricchie banche maggiormente esposte ver-so lest europeo. Per affrontare la cri-si i debiti in scadenza devono esserenecessariamente rifinanziati. Le ban-che europee potrebbero rinnovare iprestiti a breve termine concessi alle

    Non serve una terapia unica per i paesi dellEst che affrontano la prima crisi economica dallerapost-comunista

    Il conto che potrebbe spaccare lEuropadi Vincenzo Visco Comandini e Stefano Gori

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  • P R I M O P I A N O

    27pol.is - aprile 2009

    loro controllate ma, come sottolineaMoodys, potrebbero non essere ingrado di farlo. Sintomo di ci statoil nervosismo sui mercati finanziariosservato ai primi di marzo quandoil Commissario Europeo agli AffariEconomici Almunia ha dichiaratoche nel caso in cui banche dellEstEuropa controllate da gruppi esteriavessero avuto necessit di mezzi fre-schi sarebbero state le case madri adover intervenire, ricapitalizzando leloro sussidiarie.

    4) Far entrare nellEuro solo pae-si con i conti in ordine, ma aiutan-doli ad evitare la scorciatoia dellasvalutazione competitiva. Una poli-tica monetaria espansiva nella zonaeuro potrebbe consentire ai tassi diinteresse dellEst Europa di rimanerebassi. Ma questo potrebbe non esse-re sufficiente. Infatti le nuove eco-nomie dellEst, pressate dalla crisi,chiedono procedure pi snelle perlingresso nellarea delleu-ro. Richiesta respinta dal presiden-te dellEurogruppo, il lussemburghe-se Jean-Claude Juncker, che ha lororisposto in modo categorico: noncredo che possiamo cambiare i criteri diaccesso alleuro in una notte, non fat-tibile. Un atteggiamento rigoroso sui

    parametri di Maastricht certamen-te necessario, ma la BCE dovrebbecercare di evitare drammatiche sva-lutazioni nei paesi candidati.

    5) Una politica di allargamentodellUnione pi cauta. Lallargamen-to dovrebbe essere consentito soloa paesi preparati come Croazia e Is-landa, al fine di evitare ripercussio-ni negative e crolli di consenso perla politica europea negli stati mem-bri come Germania, Francia o Re-gno Unito che stanno gi pagandola crisi economica, unitamente adaiuti mirati anche a paesi extra UEcome lUcraina o la Bielorussia, de-cisi assieme alla Russia di giocare unruolo strategico nellarea. Qui ri-chiesto lintervento della BERS edella BEI per gli investimenti nel-leconomia reale.

    6)Il Fondo Monetario Interna-zionale deve assumere maggiori re-sponsabilit nel finanziamento diprestiti allEst europeo. In ambitoG20, gli europei dovranno convin-cere sauditi e cinesi a seguire il buonesempio dei giapponesi nel rifinan-ziamento del Fondo Monetario, inmodo che questo possa concedereprestiti vitali a tutto lEst europeo. Iprestiti dovrebbero essere girati allebanche, che li concederanno alleimprese. Una parte dei fondi servira stabilizzare i cambi, fatto apprezza-bile in paesi in cui banche, imprese efamiglie sono indebitate in valuta.Tuttavia, se non affatto certo chetale strategia di convincimento rie-

    Far entrare nellEuro solo paesi con i conti

    in ordine

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  • 28 pol.is - aprile 2009

    sca ad andare in porto dal momen-to che gli stessi stati europei lesinanogli aiuti, non per da escludere unsuo successo perch cinesi e sauditisono sempre ansiosi di apparire buo-ni cittadini del mondo.

    7) Disinnescare i problemi geo-politici con la Russia. Il Cancellieretedesco sta utilizzando strumental-mente la crisi dei paesi dellEst Eu-ropa per ribadire il peso economico,politico e culturale della Germanianellarea, cercando di riguadagnareuna propria egemonia rispetto agliUSA. Dopo l11 settembre e graziealla guerra allasse del male la Ger-mania era stata infatti sostituita dagliStati Uniti come principale paese diriferimento. I tedeschi sono oggi ri-sentiti perch, nonostante abbianodi fatto pagato i costi legati alla rea-lizzazione delle infrastrutture finan-ziate dallEuropa dopo lallargamen-to, il loro sistema industriale abbiafortemente investito nellarea, laGermania sia il pi grande importa-tore di beni e anche la principale de-stinazione del flusso migratorio pro-veniente dai paesi dellEst, hannodovuto lasciare legemonia agli Sta-ti Uniti in questarea. Lo spiegamen-to delle basi missilistiche e dei radaramericani che dovrebbero essere in-

    stallate sia in Polonia che nella Re-pubblica Ceca entro il 2011, nonrappresentano altro che un tentati-vo da parte di Washington di in-fluenzare i processi attualmente incorso in Europa. Tale contesto geo-politico ha avuto un impatto nega-tivo nei rapporti con la Russia (ve-di le crisi dei gasdotti susseguitosinegli inverni scorsi e laumento delprezzo del gas naturale), e da pi par-ti si ritiene che per uscire da questacrisi economica sar necessario rista-bilire un rapporto con la Russia chein questi anni si perso.

    Il primo ministro slovacco Ro-bert Fico in una recente intervistasu La Repubblica ha affermato molto importante la partnership strate-gica tedesco-russa perch a lungo ter-mine la UE non pu avere stabilitsenza la Russia. Tale conciliazionepotrebbe realizzarsi proprio in que-sti giorni, dal momento che il pre-sidente Obama non ha mai apprez-zato la politica di George Bush ver-so lEst Europa.

    Disinnescare i problemi geopolitici con la Russia

    Il conto che potrebbe spaccare lEuropadi Vincenzo Visco Comandini e Stefano Gori

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  • Alberto Benzoni

    29pol.is - aprile 2009

    ccorre inviare altri 17.000uomini solo per stabiliz-zare la situazione (in al-

    tre parole, per evitare che si deterio-ri ulteriormente); una situazioneche, per altro, non ha mai avutolattenzione strategica che merita-va. Cos il portavoce della CasaBianca, il 17 febbraio scorso.

    Pesa qui, naturalmente, la pole-mica con la precedente amministra-zione. Polemica fondata. PerchlIraq ha certamente contribuito acancellare dagli schermi lAfgha-nistan: in termini di uomini (sino adoggi la presenza militare a Kabul forze afghane comprese pari a cir-ca un terzo di quella a Baghdad; e inun territorio quasi due volte maggio-re), di mezzi finanziari (almeno intermini pro capite, lAfghanistan ha

    avuto molto meno dellIraq e, se per questo, della Bosnia o del Koso-vo) e, appunto, di attenzione stra-tegica (lIraq ha avuto il surge diPetraeus, una maggiore presenza mi-litare ma al servizio di un nuovo ap-proccio politico; nulla di tutto que-sto in Afghanistan e in un conflittoche dura oramai da pi di otto anni).

    Le due guerreDue guerre partite sotto auspici deltutto diversi. Da una parte, la guer-ra scema come lha definita Oba-ma perch basata su ragioni false ecaratterizzata da obiettivi del tuttoirrealistici (la presenza di armi di di-struzione di massa; lIraq come luo-go dello scontro decisivo con il ter-rorismo islamico; il cambio di regi-me a Baghdad come premessa per lademocratizzazione dei regimi medio-rientali); e per di pi la guerra pre-ventiva ed unilaterale, priva di qual-siasi copertura da parte della colletti-vit internazionale. Dallaltra, un in-tervento chiaro e convincente nel-le sue motivazioni (legami evidentitra il regime talebano e Al Qaeda) enei suoi obiettivi (ricostruzione di

    Afghanistan: vincerema per potersene andare

    Da una parte una guerrabasata su ragioni false e obiettivi irrealistici,

    dallaltra un intervento chiaro e convincente

    O

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  • Afghanistan: vincere ma per potersene andaredi Alberto Benzoni

    30 pol.is - aprile 2009

    un paese distrutto da ventanni diguerre); e che, come tale, ha potutofruire del concorso dellEuropa, del-la Nato e soprattutto dellOnu, contutti i suoi molteplici apparati; pertacere di tutte le varie organizzazioninon governative.

    Come mai allora, gli Stati Uni-ti stanno oggi uscendo dal pantanoiracheno, sia pur dopo aver pagatoe fatto pagare costi immani in ter-mini finanziari e soprattutto umani,lasciando dietro di s una situazio-ne irta di pericoli ma, tutto somma-to, accettabile; mentre questa stes-sa situazione sta sfuggendo di manoa Kabul?

    Attenzione strategica mancata, appunto, in questultimocaso la necessaria attenzione strategi-ca; lo abbiamo sentito dallo stessoportavoce della nuova Amministra-zione. Nel caso americano, la cosa comprensibile: qualunque cosa sipensi sulla super potenza militaree le guerre di Bush, Washington in grado di affrontare, allo stessotempo, non pi di un conflitto diqualche importanza; e cos larrivodellIraq nel marzo 2003 ha ridottofatalmente le risorse e linteresse de-dicati allAfghanistan. Con le con-seguenze note.

    Altrettanto comprensibile an-che se forse meno giustificabile ladisattenzione europea.

    Per la verit, lUE aveva propo-sto una risposta collettiva NATO al-

    lattacco alle Torri Gemelle, rispostaprevista nel testo del Trattato; malamministrazione Bush aveva lascia-to cadere la cosa sostanzialmente perassicurarsi mano libera nella gestionedellintervento. Di qui una crescen-te divaricazione nei rispettivi livellidi responsabilit: agli anglosassonila guerra guerreggiata; ad altri il, teo-ricamente, successivo impegno perla ricostruzione. Livelli gestiti, am-bedue, in modo inadeguato.

    Oggi, si chiede un maggiore im-pegno sulluno e sullaltro fronte.Una richiesta che incontrer presu-mibilmente forti resistenze e che sa-r soddisfatta solo in minima parte.

    La renitenza, europea ma ancheitaliana, dovuta a due fondamen-tali ragioni: il generale scetticismodi color che sanno, militari, esper-ti, politici; e la crescente ostilit del-la pubblica opinione alle cosiddetteguerre umanitarie (unilaterali obenedette dallONU non fa moltadifferenza).

    Da una parte gli esperti sul cam-po sono convinti che la guerra siapersa; o, pi esattamente, che nonpossa essere vinta. Stiamo parlando,

    Washington in grado di affrontare nello stesso tempo non pi di un conflitto di qualche importanza

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  • P R I M O P I A N O

    31pol.is - aprile 2009

    naturalmente, di una guerra asimme-trica: in cui lo scopo dei talebani (ol-tre tutto molto poco amati dagli af-ghani) non di entrare da trionfa-tori a Kabul, ma piuttosto di crearenel paese una situazione di caos e diinsicurezza tale da porre agli occi-dentali lalternativa tra un logora-mento senza fine ed un ritiro pi omeno disonorevole. Si converr, al-lora, che la richiesta di pi uominie mezzi, soltanto per evitare che lasituazione si degradi ulteriormente,non proprio il massimo della vita.

    Certo, governi e parlamenti eu-ropei confermeranno limpegno aKabul. Ma senza un vero consensoda parte dei loro elettori.

    Nel corso degli anni Novanta,lintervento umanitario nei Balcani prima in Bosnia, poi in Kosovo apparve alle coscienze democraticheeuropee, rappresentate da leader disinistra come Blair e Jospin, Fischere DAlema, lunica risposta possibi-le contro possibili nuovi genocidi: iCaschi Blu avevano assistito passi-vamente ai massacri di Srebrenica eal martirio di Sarajevo; occorrevaimpedire, anche ricorrendo alluso

    della forza, che vicende del generesi ripetessero. Ma poi, nel primo de-cennio del nuovo secolo, la ruota hagirato in senso opposto: di guerre e/ointerventi umanitari dopo lIraq elAfghanistan nessuno vuol pisentir parlare; e politici realisti co-me no-global incalliti contestano lastessa esistenza di questa categoria.Non a caso, allora, ad ogni passag-gio parlamentare per il rifinanzia-mento della missione, i sostenitoridella medesima mettono avantilONU e si riempiono la bocca dellaparola pace. I nostri soldati sono lper erigere scuole e scavare pozzi;sparano anche, certo, ma solo se di-sturbati nella bisogna.

    Afghanizzazione del conflittoDi qui la necessit di una revisionestrategica. In sintesi, impensabileche gli alleati europei e, al limite, glistessi Stati Uniti reggano a lungo unimpegno open ended e senza alcu-na soluzione in vista; ma questa so-luzione (un Afghanistan viabile elibero di crescere senza interferenzeesterne e in un assetto che non dan-neggi i paesi vicini), che tra laltroconsentirebbe il disimpegno gradua-le della presenza militare occidenta-le, pu appunto esser resa possibilesolo dopo un generale ripensamen-to delle strategie di intervento a li-vello locale e soprattutto regionale.

    E allora, in primo luogo, afgha-nizzazione del conflitto. Sul pianomilitare e soprattutto politico.

    Governi e parlamenti europei confermano

    limpegno a Kabul. Ma senza un vero

    consenso da parte dei loro elettori

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  • Afghanistan: vincere ma per potersene andaredi Alberto Benzoni

    32 pol.is - aprile 2009

    Agli americani pu non piacereKarzai. La sua corruzione (ma il vi-zio nel paese , diciamo cos, strut-turale e generalizzato); la sua aper-tura indiscriminata ai talebani; e,last but not least, il suo tentativodi rifarsi una verginit nazionalistacavalcando lantiamericanismo. Ma,per carit, che non comincino a cer-care e/o patrocinare leader pi di lo-ro gusto. Per questo ci sono le ele-zioni; dove ai marines non conces-so il diritto di voto. Allo stesso Kar-zai e a chiunque altro il diritto do-vere di lavorare per un consenso na-zionale il pi ampio possibile, tale-bani compresi.

    Il retroterraIl quadro regionale si presenta nel-linsieme pi promettente. N al-lIran n alla Cina n soprattutto al-la Russia interessa un paese predadellanarchia e sede di questa o quel-la base terrorista. Teheran aveva sa-lutato con grande soddisfazione lacaduta dei talebani; rammaricando-si successivamente del mancato ac-coglimento della sua offerta di col-laborazione a partire dalla lotta con-tro il traffico di droga. I cinesi faran-no quanto necessario, e anche dipi, per evitare il diffondersi del con-tagio islamista in Asia centrale. Pu-tin, infine, appare chiaramente di-sposto, in Afghanistan come altro-ve, ad avviare un dialogo con Wa-shington consono al ruolo interna-zionale della Russia.

    Ma, in tutto questo, c un gran-de buco nero: il Pakistan. Senza ilretroterra pakistano, la guerriglia sa-rebbe condannata alla sconfitta, co-me avvenuto in Iraq.

    Il retroterra; anzi i retroterra. Ilprimo, visibile e immediato, rap-presentato da unarea di frontieraimpervia e immensa, con popolazio-ni sostanzialmente fuori controllo,dove agli antichi legami e regole tri-bali si sovrappongono sempre piquelli dellIslam militante. Il secon-do e decisivo, quello del comples-so militare islamista operante alcentro del sistema di potere pakista-no. Nella sua ottica, la destabilizza-zione permanente a Kabul una spe-cie di necessit nazionale. Non sitratta soltanto di deviare altrove unradicalismo islamista potenzialmen-te pericoloso per il proprio paese(oppure di rendere pan per focacciaallastuto afghano che gi avevautilizzato in passato la carta del-lirredentismo pashtun). Lobietti-vo strategico: si tratta di utilizzarein tutti i sensi, il retroterra, questavolta afghano, in vista dello scontroprossimo venturo con il nemico sto-rico: lIndia.

    Senza il retroterra pakistano, la guerriglia sarrebbe condannata alla sconfitta, com avvenuto in Iraq

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  • P R I M O P I A N O

    33pol.is - aprile 2009

    Una linea consolidata nel corsodi decenni. Che era espressa dai go-verni; con la garanzia del consensodella pubblica opinione e, cosa assaipi importante, dellappoggio degliStati Uniti. Il Pakistan era, infatti, illoro alleato storico e fidato nella re-gione: perch era unalternativa al-lIndia equivocamente terza forzi-sta, in realt amica dellURSS e so-prattutto perch era disposto a farela sua parte sino in fondo nella lottacontro lespansionismo sovietico.

    Dopo l11 settembre, per, cambiato tutto. Islamabad non pilunico amico fidato; rimane soltan-to un concorso indispensabile, manella misura in cui sapr combatte-re efficacemente, sino ad eliminar-la, quella galassia jhadista conside-rata sino ad un recente passato (e, inalcuni circoli, anche ora) come unarisorsa preziosa per il paese.

    Si richiede, dunque, una svoltadi 180 gradi rispetto alle pratiche delpassato. Per attuarla occorrerebbe unpotere forte o quantomeno credibi-le e un popolo unito. E non certoil caso del Pakistan di oggi.

    Pure, le circostanze oggettive pos-sono spingere nella direzione giusta.

    A partire dal quadro internazionale:uneconomia dipendente dal concor-so FMI; rapporti di distensione fred-da con lIndia, miracolosamente(ma non poi tanto...) sopravvissutiagli attacchi di Mumbai; il timoredellisolamento (tanto maggiore nelcontesto di una exit strategy dal-lAfghanistan che possa contare sulconcorso di tutte le altre grandi po-tenze dellarea); lesistenza di un go-verno e, anche di una pubblica opi-nione, profondamente ostile al fana-tismo islamista; e, infine, per dirlatutta, la necessit vitale del sostegnoamericano.

    Exit strategyE, allora, ci vorr tempo e pazienza.Anche perch gli strumenti puniti-vi (interventi militari USA nel terri-torio pakistano) sono controprodu-centi, mentre le possibili incentiva-zioni (reale autonomia per il Ka-shmir, presenza e aiuti internaziona-li nelle aree di confine) sono di l davenire. Lessenziale che il paesetenga, nellimmediato, una linea ac-cettabile.

    In definitiva, anche tenendoconto del fattore Pakistan, il quadroregionale complessivamente pro-mettente.

    Attenzione, per: riferirsi, pun-tare ad un quadro regionale ha sensosolo se c una exit strategy. Af-frontiamola, dunque, questa parola:maltrattata e distorta dalluso politi-co cui stata sottoposta. In tale con-

    Uscita forzata o predisposta,

    oppure suggello di un successo militare

    o anche solo politico

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  • Afghanistan: vincere ma per potersene andaredi Alberto Benzoni

    34 pol.is - aprile 2009

    testo exit uguale uscita; vale adire abbandono, fuga, sconfitta, nonimporta se dovuta e meritata o ca-suale o legata a proprie debolezze.Luscita pu essere forzata o predi-sposta; frutto di un disastro incon-trollato oppure suggello di un suc-cesso militare o magari anche solopolitico. E tra i due colori estremidel nero (scappare da Saigon aggrap-pati ad un elicottero) o del bianco(lasciare lEuropa dopo la secondaguerra mondiale) ci son molte tona-lit di grigio.

    Nel caso di specie, formulareunipotesi di uscita poi assoluta-

    mente necessario; e non perch si siaalla vigilia di una sconfitta, ma per-ch la coalizione (Usa, Nato, Onu)non in grado di reggere a lungo glisforzi che gli vengono richiesti senzaaver chiari gli obiettivi da raggiun-gere e, conseguentemente, gli oriz-zonti temporali del suo impegno.

    Dopo tutto il surge iracheno del2007 ha consentito agli americani diorganizzare il loro ritiro per il 2010,lasciando dietro di s un paese ragio-nevolmente organizzato e ragione-volmente protetto da minacce ester-ne: perch non dovrebbe accadere lostesso anche in Afghanistan?

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  • Luigi Covatta

    35pol.is - aprile 2009

    ncora negli ultimi mesi del-lanno scorso Maurizio Sac-coni minacciava di tagliare

    le unghie alle Regioni, annunciava lafine della festa dei formatori, lascia-va intendere di voler approfittare del-la crisi per regolare definitivamenteconti che, nel governo del mercatodel lavoro, restavano aperti dai tem-pi del Libro bianco di Marco Biagi.A sua volta Renato Brunetta sfidavail potente sindacato del pubblico im-piego, metteva alla gogna i fannullo-ni, minacciava tornelli anche a pa-lazzo Chigi. Con lanno nuovo, inve-ce, si respira unaria diversa. Sacconinega lopportunit di rinnovare il si-stema degli ammortizzatori sociali, sioppone a qualunque ipotesi di rifor-ma delle pensioni, si accorda con leRegioni su una sorta di prelievo for-zoso dal Fondo sociale europeo. E Bru-

    netta, per teorizzare che il nostro mer-cato del lavoro il migliore del mon-do imbastisce addirittura una polemi-ca postuma con Biagi (Corriere dellaSera del 7 marzo).

    La strada della prudenzaSacconi e Brunetta hanno molte buo-ne ragioni per avere imboccato la stra-da della prudenza. La crisi grave ma,almeno finora, non catastrofica. Lipo-tesi di cavalcarla per introdurre rifor-me, quindi, non sostenuta dallo sta-to di necessit, ma potrebbe reggeresolo con un vasto consenso politico esociale di cui non si vedono tracce. Edel resto cambiare la locomotiva conil treno in corsa, come hanno impara-to a proprie spese i vecchi lombardia-ni, impresa improba e di incerto suc-cesso. Al di l del merito, per, ci so-no altre buone ragioni che giustifica-no la svolta dei due ministri (e pi ingenerale del governo). Sono ragionipi squisitamente politiche (che perchi scrive sono sempre ottime ragioni)e che quindi vanno comprese ancorpi approfonditamente delle ragioni dimerito. Senza quella svolta, infatti, dif-ficilmente il Popolo della Libert fon-

    A

    Uno spazio impervioper la sinistra

    La crisi grave e lipotesi di cavalcarla introducendo

    riforme necessita di un vasto consenso

    politico e sociale

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  • Uno spazio impervio per la sinistradi Luigi Covatta

    36 pol.is - aprile 2009

    dato alla fine di marzo avrebbe potutodefinirsi il partito degli italiani. Sa-rebbe stato solo un partito, e nonavrebbe risolto, come invece il partitodegli italiani ambisce a risolvere, lacrisi di sistema aperta da ventanni.

    La path dependenceIn Italia, infatti, le crisi di sistema nonsono mai state risolte in termini di ra-dicale discontinuit, perfino quandosi sono manifestate nella forma dellaguerra civile. Per Luciano Cafagna,anzi, fu innanzitutto sul lascito fasci-sta (un lascito di mezzi e strutture, unlascito di funzioni e attese pubbliche,un lascito di know how, insomma)che si fondarono le fortune successi-ve, nella nuova Italia repubblicana,della Democrazia cristiana e del Par-tito comunista (La grande slavina,1993). E per Michele Salvati fu la pathdependence il principale elemento dilegittimazione dellItalia repubblica-na (Il Mulino, aprile 2003).

    Anche Berlusconi, con buona pa-ce di quanti ne esaltano o ne depreca-no il carattere di radicale innovatore,sta puntando sulla path dependence perfondare il nuovo sistema politico. Per-ci non disturba sindacati e Confin-dustria nel consueto mercimonio dicasse integrazione e mobilit lunghe,offre agli ex capitani coraggiosi il bu-siness di Alitalia depurata dai debiti,non si nega al negoziato con le Regio-ni bench governate pro tempore dalcentrosinistra, assume addirittura ilruolo di Lord protettore nei confron-

    ti di quanti (per esempio Bassolino) ri-sultano in disgrazia presso il loro schie-ramento, e come Lord protettore sipropone anche alla Chiesa, sia nellasua dimensione gerarchica che in quel-la, pi impalpabile, che ne traduce insenso comune i precetti. La crisi mon-diale, inoltre, invece di tagliargli le ali,come avvenne dopo l11 settembre,consente a lui di tagliare le unghie aibanchieri, primo contropotere fra i pisignificativi; mentre linsipienza del-lopposizione, incapace di esprimeresia un presidente della commissione divigilanza che un presidente della RAI,gli mette in mano una scala reale al ta-volo delle nomine ai vertici di emit-tenti e giornali. Paradossalmente Ber-lusconi sta percorrendo la stessa stra-da che, fallendo, tentarono di percor-rere i postcomunisti negli anni passati.Tale infatti doveva essere il ruolo diProdi nel tenere insieme poteri e in-teressi su cui si reggeva una costituzio-ne materiale passata indenne attraver-so molteplici riforme dei sistemi eletto-rali, scioglimento di diversi partiti,epurazione di unintera classe politica.

    Ora che quel disegno arrivatonon al capolinea, come ancora dueanni fa scriveva Emanuele Macaluso,

    Berlusconi sta percorrendola stessa strada che, fallendo, percorsero i postcomunisti negli anni passati

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  • F O C U S

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    ma al deposito delle vecchie vetture, il caso di interrogarsi sui motivi diun cos clamoroso fallimento. C sta-ta, sicuramente, carenza di leadership,da imputare non solo e non tanto aProdi, ma soprattutto a chi Prodi loaveva scelto e incoronato: ai compa-gni di scuola che ritenevano di poterereditare senza beneficio dinventarioun patrimonio fatto di radicamento so-ciale e di rigorosa selezione dei gruppidirigenti, e che non solo hanno esibi-to la loro modesta cultura di governo,ma hanno dimenticato che la Graeciacapta aveva bens acculturato i feri vic-tores, ma non aveva mai preteso diesprimerne il duce; ma anche ai restidi quella che fu la sinistra democristia-na, del tutto inadeguata a garantire lacontinuit di una cultura di governotuttaltro che disprezzabile ed a farsicarico del deficit di riformismo di cuisoffrivano i loro compagni di strada.

    La tigre referendariaLe cause di questa dfaillance, peraltro,vanno indagate a partire dal concepi-mento della lunga gestazione da cui sa-rebbe nato il Partito democratico. Apartire cio dal momento in cui, neglianni 90, postcomunisti e democristia-ni di sinistra cavalcarono la tigre refe-rendaria senza rendersi conto che sta-

    vano segando il ramo su cui anche lo-ro (soprattutto loro, anzi) erano sedu-ti. Allora fu Ernesto Galli della Log-gia a segnalare sul Corriere, molto pri-ma che Berlusconi scendesse in cam-po, che sarebbe stata la riforma del si-stema elettorale a sdoganare la destra,correggendo un sistema affatto sbi-lenco, senza destra o centrodestra, sen-za cio una rappresentanza propria ediretta della parte moderata e conser-vatrice del paese, un sistema dove ilcentro faceva la parte anche della de-stra ma che poi la deriva naturale, in-sita nel suo codice genetico risalenteal CLN, ha progressivamente spintonella vasta palude del consociativismoe dunque ancor pi sotto un segnoegemonico se non altro emotivo elessicale della sinistra.

    Ora ancora Galli della Loggia asegnalare, sul Corriere del 29 marzo,che il paradigma antifascista su cui siera formato il sistema politico dellaprima Repubblica (che esaltava luti-lit marginale della sinistra democri-stiana e preservava linsediamento delPCI) stato definitivamente sostitui-to dal paradigma anticomunista. Percui, fra laltro, il Popolo della Libertnon deve fare nessuna fatica culturaleper svolgere il ruolo di partito degliitaliani, dal momento che il mainstre-am ha gi da tempo radicalmentecambiato direzione.

    Law & orderIn altra sede sar interessante discu-tere su quanto la sinistra degli anni

    Il paradigma antifascistadella prima Repubblica

    stato sostituito dal paradigma anticomunista

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  • Uno spazio impervio per la sinistradi Luigi Covatta

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    90 abbia contribuito a questo cam-biamento non solo oggettivamente(con la riforma elettorale), ma anchesoggettivamente. Qualche anno fauno storico comunista, Salvatore Lu-po, osserv che allora persino i co-munisti guidati da Achille Occhettosi mostrarono pronti a far propri con-cetti che sino a qualche anno primasarebbero a loro stessi apparsi eversi-vi nonch degni del peggiore degli in-sulti: qualunquista (Partito e antiparti-to, 2004). E certo la sinistra di fine se-colo non si fece mancare niente nelriabilitare concetti di destra come law& order ed antiparlamentarismo, ap-pena mascherati dal populismo giusti-zialista ed antipolitico.

    In questa sede, per, convieneprendere atto della chiusura di un ci-clo e chiedersi quale ruolo possa svol-gere la sinistra nel ciclo che si apre.Se continuer, come sta facendo ilPartito democratico, da un lato nellapolitica del pi uno (sugli ammor-tizzatori sociali, sugli aiuti alle impre-se, sul sostegno ai poveri), e dallaltrosu quella del no (al piano casa, alnucleare, al maestro unico, alla rifor-ma universitaria) facile immagina-re che il bipartitismo che si profila tor-ner ad essere quello imperfetto evo-cato da Giorgio Galli negli anni 60.

    Lo spazio che si apre, invece, unaltro, ed molto pi impervio di quel-lo che la sinistra aveva occupato conorgogliosa sicurezza negli ultimi quin-dici anni. Ma lunico in cui si pudisvelare la magia berlusconiana, che

    navigando verso il nuovo approdatoal vecchio blocco storico, costruitocome sempre sulla consociazione deipoteri costituiti ai vertici e sul duali-smo alla base. Solo contraddicendoquesto dualismo, infatti, si pu darluogo a un bipartitismo perfetto. So-lo dando voce, cio, innanzitutto aglioutsiders, visto che gli insiders stannoormai felicemente al caldo sotto la co-perta del partito degli itali