Periodico mensile Aprile 2020 Anno XCIV - Numero 4 Rivista ... · tolti, tutto è cambiato, tutto...

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    23-Jun-2020
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Transcript of Periodico mensile Aprile 2020 Anno XCIV - Numero 4 Rivista ... · tolti, tutto è cambiato, tutto...

  • Periodico mensileAprile 2020 Anno XCIV -

    Numero 4Rivista dell’Associazione “Amici del Seminario”

    Milano€ 1,50

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    Editoriale

    «Ma è successo veramente?». Oggi ce lochiediamo e lo diciamo nelle nostre telefo-nate o videochiamate.Chi avrebbe immaginato di non poter an-dare a Messa? Come potevamo pensare distare chiusi in casa per tanto tempo e chetutto sarebbe cambiato così?Se a Natale il telegiornale ci avesse detto:«Guardate che i cristiani non celebrerannola Pasqua insieme, nelle chiese, come ognianno», non ci avremmo creduto. Eppure èsuccesso. Inaudito, impensabile, incredibi-le. Siamo veramente stupiti.Con il tempo, però, la nostra mente si sta“abituando” a fare i conti con la realtà. Sem-bra un po’ di aver tolto degli occhiali condelle lenti rosse, che fanno vedere tutto inmaniera diversa. Se ho le lenti di colore ros-so, vedo tutto rosso. Adesso che li abbiamotolti, tutto è cambiato, tutto è nuovo.Ecco, forse questo pensiero, così particola-re ma oggi così vero, ci può aiutare a en-trare, in un modo diverso dagli altri anni,nel mistero della Risurrezione di Gesù.Scrive l’Arcivescovo nella sua lettera di Pa-squa che «la nostra Chiesa dimora nello stu-pore». Lo stupore dei cristiani non è lo stu-pore di chi si trova coinvolto in una situa-zione strana, triste e preoccupante. Lo stu-pore dei cristiani non è neanche quello dichi è contento che la situazione italiana, len-tamente, vada migliorando. Lo stupore deicristiani è, invece, provocato da Gesù cheera morto e adesso è vivo!Nel giorno del Sabato Santo, chi dei disce-poli poteva immaginare che avrebbero vis-

    suto una situazione del genere? Il maestroera stato ucciso, era morto. Basta, tutto fi-nito. Non c’è più niente da fare, si può so-lo avere paura, chiudersi in casa e sbarrarele porte.Invece, il mattino del primo giorno della set-timana, quando la festa è passata e si tor-na al lavoro, ecco un annuncio. Prima ledonne, poi Pietro, poi alcuni discepoli di ri-torno dalla strada di Emmaus, poi Lui inpersona. Vivo, risorto. Inaudito, impensabi-le, incredibile. Era morto, ora vive.«Ma è vero? Lo abbiamo visto veramente?»Chissà quanto tempo ci hanno messo i di-scepoli per “abituarsi” alla novità. Come noiin questa situazione: «Sta succedendo dav-vero? Non stiamo sognando?» Così, per ve-nire incontro alla loro fatica, Gesù si fa ve-dere ancora otto giorni dopo. Poi lo vedo-no sul monte, vicino al lago, a Gerusalem-me. Solo quaranta giorni dopo, raccontanogli Atti degli Apostoli, Gesù ascende al cie-lo.Ci si mette un po’ a capire che tutto è nuo-vo e diverso, ci vogliono quaranta giorni adabituarsi alla novità incredibile (come noicon il virus), ma alla fine si può credere. Èvivo, sta alla destra del Padre, non moriràpiù.Evviva! Alleluia! Adesso possiamo indossa-re degli occhiali nuovi, quelli della luce del-la Risurrezione, che fanno vedere tutto nuo-vo, diverso, luminoso, gioioso ma vero. So-no gli “occhiali della fede” che ci mostranoche Gesù è vivo, è con noi, e sconfiggeràogni morte, anche la nostra.

    Sarà una Pasquadiversa quella di quest’anno,tutti barricati in

    casa per il Coronavirus. Sarà difficile abituarsialla novità e guardare ciò che ci circondain maniera differente,ma gli occhi della fede ci mostrano ancorauna volta che Gesù è vivo, è con noi e sconfiggerà ogni morte,anche la nostra.

    di don Paolo Brambilla,docente di Teologia

    È successo veramente!

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    Direttore Responsabiledon Enrico Castagna

    Sito Internetwww.seminario.milano.it/fiaccola

    1 numero € 1,50 10 numeri € 15,00

    EditoreI.T.L. - Impresa Tecnoeditoriale

    Lombarda s.r.l.Via Antonio da Recanate, 1

    20124 Milano

    StampaTep - Piacenza

    Il materiale pubblicatoè fornito gratuitamente

    dagli autori tramitel’Associazione

    “Amici del Seminario”P.za Fontana, 2

    20122 Milanotel.: 02 8556278fax: 02 8556470

    e-mail:[email protected]

    Assistente spirituale Associazionedon Norberto Valli

    Periodico mensile registratopresso il Tribunale di Milano

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    in Abb. Post. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46)

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    Copertina:l’Arcivescovo

    in preghierasulle terrazze

    del Duomol’11 marzo.

    n. 4 - aprile 2020sommario

    1 EditorialeÈ successo veramente!Don Paolo Brambilla

    4 CoronavirusDon Donato, «vicino agli uomini e a Dio»Don Donato Cariboni

    6 Esercizi spiritualiCon Gesù si è vicini a tutto e a tuttiAutori Vari

    8 Grande è il dono e la responsabilitàA cura di don Enrico Castagna

    9 La reciprocità di un incontroA cura di don Enrico Castagna

    10 Giornata per le vocazioniIl «meglio della vita», dopo l’incontro con GesùA cura di don Enrico Castagna

    12 AnniversariNel nome di Raffaello, i capolavori “ambrosiani”Luca Frigerio

    14 GamisIn Pakistan una Chiesa a servizio del popoloManolo Lusetti

    16 Preghiera«L’annuncio che rispondeall’anelito d’infinito»A cura delle Ausiliarie diocesane

    18 Esortazione postsinodale«Querida Amazoniainterpella anche noi»A cura di Ylenia Spinelli

    20 Notizie dal SeminarioComunità del QuadriennioNon #Solounastaffettama corsa verso il cuore di DioDon Marco Sala

    Comunità del SeminarioLa vita in Seminarioai tempi del CoronavirusMatteo Viscomi

    Comunità del QuadriennioImitando Gesù facendoci obbedienti, liberi e serviRoberto Uboldi

    Comunità del BiennioNell’umiliazione riscopriamola via della semplicitàMatteo Viscomi

    24 Pastorale giovanileProposte estivecon il respiro d’EuropaA cura del Servizio Giovani e Università

    26 DiaconatoRiconoscersi nella missionedi vivere e di servireVilma Bernasconi

    28 Verso la beatificazioneCarlo Acutis: «Eucaristia, autostrada per il Cielo»Alessandro Foti

    31 La Fiaccola ricorda

  • personale sanitario che ho visto invecerimanere, in condizioni spesso disumanedi turni massacranti, vestiti come se do-vessero sbarcare sulla luna, a rischio an-che della propria salute, accanto ai ma-lati; non solo per erogare le prestazionisanitarie, ma con una splendida vicinanzaanzitutto umana. Uno dei problemi di chiè ricoverato in ospedale in questa epi-demia di Covid-19 è infatti la solitudine,il non poter vedere i propri familiari e do-ver affrontare da soli la malattia e anchela morte.

    SANTI, NON EROIAnche io da prete mi sono sentito chia-mato a vivere il “rimanere” di Gesù ac-canto ai sofferenti e a tutto il personalesanitario con un semplice giro in repar-to, un sorriso e una parola amica, unapreghiera e un gesto di benedizione. Cer-to, prendendo tutte le precauzioni ne-cessarie, perché siamo chiamati a esseresanti, non eroi. Ma soprattutto conti-nuando a celebrare la Santa Messa quo-tidianamente per loro, a benedire tuttol’ospedale con la reliquia della Santa Cro-ce, come fece san Carlo ai tempi dellapeste.A vivere cioè una vicinanza umana, ani-mata dalla fede; ad essere vicino agli uo-mini e a Dio, a permettere a Dio di farsivicino agli uomini e agli uomini di senti-re che Dio è sempre con noi; ad esserecostruttore di ponti tra l’umanità soffe-rente e il Padre misericordioso.«Andrà tutto bene» è la frase che sta ac-compagnando questa epidemia, forse co-me tentativo di esorcizzare la paura col-lettiva. «Tutto concorre al bene per colo-ro che amano Dio», dice san Paolo nel-la Lettera ai Romani. Da cappellano prego allora perché, co-me diceva in un’intervista il nostro Arci-vescovo Mario, ciascuno di noi possa ca-pire come questo possa essere vissuto an-che in questa circostanza. E mi ripeto lafrase del cardinale Giuseppe Siri che sem-pre mi è stata cara: «Le cose nel mondofiniscono sempre bene, perché finisconodove vuole Dio».

    Don Donato Cariboni

    Domenica 23 febbraio 2020, ore 9.00.Come tutte le domeniche inizio il mio gi-ro per portare le comunioni alle personericoverate nell’ospedale “Città di SestoSan Giovanni” dove sono cappellano daormai tre anni e mezzo. Prima tappa è,come di consueto, il Pronto soccorso. En-tro immaginando che mi accoglierà la so-lita folla di persone in attesa di un refer-to, di una visita, della agognata possibi-lità di tornare a casa. Invece il deserto.Ad accogliermi trovo la dottoressa di tur-no che, allarmata, mi dice: «Don, venga,si metta i guanti e la mascherina. E pre-ghi per noi, ci benedica, perché non ca-piamo se è perché la gente ha recepitol’indicazione di non affollare inutilmentei Pronto soccorso o se è l’anticamera del-l’apocalisse. Abbiamo un caso sospetto.Siamo in attesa dell’esito del tamponedall’ospedale “Sacco”».Questo è stato il mio primo impatto conl’epidemia di Coronavirus. Da lì in poisono iniziati ricoveri sempre più nume-rosi, la trasformazione di interi repartiospedalieri in luoghi di cura dedicati al-la sola epidemia di Covid-19, la sospen-

    sione della celebrazione pubblica delleSante Messe, le zone rosse, le misure percontenere il più possibile il contagio, com-portamenti responsabili e irresponsabilida parte della gente, cose che tutti benconosciamo dai mezzi di comunicazione.

    LA SOLITUDINEIn questo contributo non vi racconteròallora l’epidemia di Coronavirus, ma co-me ho cercato di viverla da prete chia-mato a essere ogni giorno immerso nel-la realtà dell’ospedale, da cappellano,“collega” di tanti medici, infermieri e per-sonale ospedaliero tutto.La tentazione che tutti abbiamo vissuto,e che probabilmente sta dietro anche al-le corse a svaligiare i supermercati e aprendere il primo treno per fuggire dallazona rossa, mi è balzata evidente agli oc-chi nella Via Crucis del primo venerdì diQuaresima: quando Gesù è ormai ap-peso alla Croce i sommi sacerdoti gli ri-volgono queste parole di scherno: «Sal-va te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scen-di dalla croce! […] È il re d’Israele, scen-da ora dalla croce e gli crederemo» (Mt

    27,40 ss). «Salva te stesso, senza pensa-re agli altri»: è la tentazione che tanti inquesti giorni hanno vissuto. Devo testi-moniare allora tutta la mia stima per il

    Coronavirus

    La cura del corpo e dello spirito. Di questo hannobisogno gli

    ammalati, in particolarequelli che stanno lottandocontro il Coronavirus, che li isola da tutto e da tutti. Don DonatoCariboni è uno dei tanticappellani ospedalieriche si è sentito «chiamato a vivere il “rimanere” di Gesù accanto ai sofferenti e a tuttoil personale sanitario».

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    Don Donato, «vicino agli uomini e a Dio»

    Il sacerdote con i volontari in cappella.

    Don DonatoCariboni.

    Don Fabio si è rimesso il camiceTra i tanti medici che in queste setti-mane sono tornati in prima linea per af-frontare l’emergenza Coronavirus c’è an-che don Fabio Stevenazzi, sacerdote am-brosiano dal 2014, destinato prima aglioratori di Somma Lombardo e Mezzanae ora alla Comunità pastorale “San Cri-stoforo” di Gallarate. Comunità che, inaccordo con l’Arcivescovo, ha decisomomentaneamente di lasciare per «da-re una mano ai medici dell’ospedale diBusto Arsizio durante questa emergen-za sanitaria». Così ha spiegato ai suoiparrocchiani, prima di rimettersi il ca-mice e partecipare all’addestramento inospedale.«Sento di poter dare il mio contributo -ha detto - magari per smuovere altri afare lo stesso, anche se sono compren-sibilmente intimoriti».Don Fabio ha esercitato la professionedal 1997 al 2008 come internista, mail lavoro del medico, che pure ha sem-pre amato, non gli bastava. «Il 18 set-tembre di quell’anno - mi aveva raccon-tato prima dell’ordinazione - quattro gior-ni dopo il mio ultimo turno di guardia alPronto soccorso dell’ospedale “Civile”di Legnano, ove ormai lavoravo a tempopieno da quasi quattro anni, feci il mioingresso nel portone del Seminario di Se-veso e da allora la serenità e la gioiahanno preso completo e stabile posses-so di me, suggello chiaro ed inequivo-cabile che questa era davvero la sceltagiusta da fare».Ma don Fabio si è sempre tenuto ag-giornato in medicina, con tutti i relativicrediti formativi, sempre in accordo coni suoi superiori. Nel 2017 era stato l’Ar-civescovo stesso, quando ancora era Vi-cario generale, a chiedergli di collabo-rare con il “Cuamm - Medici con l’Afri-ca”, così nei mesi estivi del 2018 ha fat-to volontariato in Etiopia e l’anno scor-so in Tanzania.«Una cosa in me è sempre stata chiara- mi diceva in quell’intervista, a pochi

    giorni dell’ordinazione presbiterale - chevolevo fare una professione a favore del-la gente, non m’interessavano prospet-tive di carriera e guadagni. Per questoho scartato tutte le specialità che miavrebbero consentito la libera profes-sione in uno studio privato e ho sceltouna specializzazione ospedaliera».E tra le corsie dell’ospedale don Fabioora è ritornato, non più solo come me-dico, ma anche come sacerdote, due vo-cazioni con un unico comune denomi-natore: il servizio.Chi lo ha conosciuto negli anni di Semi-nario sa che don Fabio saprà unire allacompetenza professionale la vicinanzapaterna e spirituale nei confronti di chisoffre in isolamento e magari se ne an-drà senza aver potuto riabbracciare i pro-pri cari.A quanti in questi giorni lo hanno cer-cato per congratularsi per il gesto di al-truismo, don Fabio ha chiesto il silenzioe la preghiera e ha scritto: «Che il Si-gnore ci conservi tutti nella salute, nel-la determinazione e nel buonumore».

    Ylenia Spinelli

    Don Fabio Stevenazzi.

  • zione. Accade per ciascuno in modo uni-co e personale. Basta una frase, una pa-rola, magari solo un cenno di Gesù nelVangelo per far subito esclamare: «Que-sta parola è per me!». Non si parla, ma si è insieme e lo si ve-de dagli sguardi. E quando, dopo unasettimana, si ritorna a parlare, le parolenon sono più quelle di prima. Questi Esercizi sono capitati in un mo-mento strano e delicato: l’emergenza do-vuta alla diffusione del Coronavirus eraappena iniziata, serpeggiava una certainquietudine in molti di noi, soprattuttopensando alle persone care che all’esternostavano iniziando a vivere un periodocomplesso e faticoso. Potrebbe essere dapazzi in un momento così “rinchiudersi”in silenzio, come se il mondo non esi-stesse. In realtà, vivere gli Esercizi spiri-tuali, mettersi tanto vicini a Gesù in unmomento così delicato, si è rivelata la co-sa più utile, perché quando si è vicini aLui, si è vicini a tutto e a tutti.

    Stefano Pedroli, II teologia

    LA DIMENSIONE BATTESIMALEAnche quest’anno gli Esercizi spirituali sisono rivelati un tempo di grazia, di si-lenzio orante e ascolto della Parola di Dio.È stata un’occasione propizia per porta-re davanti al Signore la delicata situazio-ne che la nostra Chiesa e il nostro Pae-se fuori stavano affrontando; occasioneper riascoltare quella parola benevola cheil Signore, nel cammino della vita, ha vo-luto rivolgere a ciascuno di noi.

    La comunità del Quadriennio è stata gui-data dalla sapiente e attenta predicazio-ne di fratel Luca Fallica, priore del mo-nastero benedettino di Dumenza (Va). Fratel Luca nelle meditazioni quotidianeci ha dato la possibilità di vivere un ve-ro e proprio cammino battesimale all’in-

    terno dell’esperienza della Quaresima.Attraverso alcune pagine del libro del-l’Esodo, paradigma di ogni esperienzaumana e di fede, abbiamo potuto gusta-re la bellezza del passaggio dalla terra dischiavi alla Terra Promessa, vissuto dalpopolo d’Israele. Un cammino di qua-rant’anni nel deserto in cui è data al po-polo la possibilità di sperimentare la dol-cezza del sentirsi figli di Dio. In parallelo fratel Luca ha sottolineato, me-diante alcuni brani evangelici, la dimen-sione battesimale-discepolare alla qualesono chiamati ogni uomo e donna. Ri-flettendo sull’esperienza esodica e co-gliendone il suo compimento in Cristo, ab-biamo avuto la possibilità di rileggere ilnostro cammino di sequela del Signorecome tempo ricco di doni. In particolaremi sembra bello sottolineare la consape-volezza che ogni giorno il Signore Gesù cidona quel pane necessario per il cammi-no quotidiano: sta a noi, nel silenzio delnostro cuore, capire di che cosa si tratta.

    Luca Valenti, III teologia

    «DOBBIAMO STRINGERCI A CORDATA»Preparandomi all’ingresso nella settima-na di Esercizi spirituali che, come di con-sueto, arricchisce il tempo di Quaresimadella comunità seminaristica, il mio pen-siero ha affettuosamente abbracciato tut-te le comunità che stanno vivendo, loromalgrado, un periodo di “digiuno euca-ristico” straordinario, a causa delle misu-re prese dalle autorità civili per il conte-nimento dell’epidemia di Coronavirusche si sta propagando nel nostro Paese.Ho vissuto quindi con ancor più sincerae stupita gratitudine questo momento diapprofondito sguardo su me stesso - iti-nerario rivelatosi invero a tratti assai im-pervio - attraverso cui poter conseguire,alla fonte perenne delle Sacre Scritture,un sempre più libero e responsabile di-scernimento della mia vocazione ad es-sere anzitutto uomo e cristiano al servi-zio della Chiesa in questo tempo.

    Nel silenzio in cui si è svolta la settima-na di Esercizi, in un organico intercalar-si di istruzioni, meditazioni su brani scel-

    ti della Sacra Scrittura e Liturgia delleOre, mi sono sentito costantemente so-stenuto dai miei compagni seminaristi edho avuto modo di considerare la profon-da verità di quanto san Paolo VI, da Ar-civescovo di Milano, disse a conclusionedi un Triduo pasquale in Duomo, durantela missione al clero: «Non possiamo ascen-dere ad uno ad uno. Chi sale da solo li-mita la carità, si espone a chissà qualimali e nega agli altri il sussidio del suoconforto... Dobbiamo stringerci a corda-ta se vogliamo guadagnare la vetta di unanuova conquista».

    Ivan Sanna, I teologia

    UN CAMMINO SEMPLICE E PROFONDODall’1 al 7 marzo, come tutta la comu-nità del Seminario, anche noi del secon-do e del terzo anno di spiritualità del Bien-nio abbiamo vissuto la settimana di Eser-cizi spirituali. Il nostro predicatore è sta-to don Ferruccio Ceragioli, rettore del Se-minario maggiore di Torino, che ha gui-dato il nostro cammino a partire dallalettura del Vangelo secondo Marco.

    Il tempo che abbiamo vissuto ha datospazio ad un cammino interiore insie-me semplice e profondo. Semplice, per-ché il Vangelo di Marco e le meditazio-ni di don Ferruccio ci hanno condottoad un incontro con Gesù molto imme-diato, molto carnale, molto “grezzo”;profondo, perché un incontro così pro-voca tanti rivolgimenti interiori e senti-menti, nel cuore, nella memoria, nell’a-

    Esercizi spirituali

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    Con Gesù si è vicinia tutto e a tutti

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    Anche quest’anno, nella prima settimana di Quaresima, in Seminario si sono tenuti i consuetiEsercizi spirituali per le comunità del Biennio e del Quadriennio teologico.

    Un tempo di grazia, di silenzio orante e ascolto della Paroladi Dio, che si è rivelato ancora più intenso, visto il progressivoaggravarsi in tutto il Paese dell’epidemia di Coronavirus.

    «Alla fonte delle Scritture,un responsabilediscernimento

    della vocazione»

    «Non si parla, ma si è insieme

    e lo si vede dagli sguardi»

    «Abbiamo riletto il cammino di sequela

    come tempo ricco di doni»

    Da sinistra: fratel Luca Fallica, padre Flavio Bottaro e don Ferruccio Ceragioli.

  • Ci racconta qualcosa del suo per-corso di vita e, in particolare, comeè giunto alla scelta di consacrazio-ne monastica?Sono entrato in monastero a 26 anni, do-po essermi posto le prime domande sul-la chiamata di Dio alla vita monastica di-versi anni prima, attorno ai 20 anni. Ve-nivo da un’esperienza ecclesiale forte, eroresponsabile dei giovani di Azione catto-lica della mia diocesi, Ancona. Probabil-mente la mia vita era sbilanciata sul “fa-re”, sugli impegni da realizzare. Ho av-vertito il bisogno di recuperare la dimen-sione dell’ascolto, della preghiera, del-l’incontro personale con Dio e in queglianni ha iniziato a risuonare più forte inme l’invito di Gesù: «Cercate anzitutto ilRegno di Dio». Mi interrogavo su cosapotesse significare concretamente per mee quasi casualmente mi sono imbattutonella Regola di san Benedetto che chie-de, per verificare il desiderio di chi vuoleentrare in monastero, di discernere se cer-ca veramente Dio. Mi è parso che quellaforma di vita potesse sostenermi in que-sta ricerca. Ho poi capito che era Dio chemi stava cercando e io dovevo farmi tro-vare pronto all’appuntamento.

    Quali le peculiarità della comunitàdi Dumenza?È una comunità che accoglie gli aspetti

    tipici della vita monastica. Cerca di vi-vere nel primato dell’ascolto di Dio e del-la preghiera, comunitaria e personale; dimantenersi con il proprio lavoro; di tro-vare un armonico equilibrio tra la rela-zione con Dio nella vita solitaria e quel-la con gli altri nella vita fraterna; di aprir-si alla condivisione attraverso l’ospitalità.Peculiare è la scelta di essere una comu-nità di diritto diocesano, con un legamecon la Chiesa di Milano, pur nell’apertu-ra alla realtà più ampia della Chiesa. Inquesta apertura c’è anche la tensione ecu-menica, che ci pone in dialogo soprat-tutto con la tradizione dell’oriente cri-stiano, alla quale ci accomuna la mede-sima tradizione monastica.

    Che cosa anzitutto ha inteso co-municare ai seminaristi?La consapevolezza che una delle con-versioni fondamentali che dobbiamo vi-vere consiste nel passaggio dall’essereservi al divenire figli di Dio, in Gesù. Cisiamo lasciati illuminare da alcune pagi-ne dell’Esodo e dei Vangeli, che narra-no il passaggio da una terra di schiavi al-la terra dei liberi figli di Dio, che è l’al-leanza e, in Gesù, la relazione filiale conil Padre.

    Cosa la sorprende nelle persone che,di volta in volta, si trova ad ac-

    compagnare nella predicazione e ne-gli incontri personali?La reciprocità che si instaura. Quello cheloro vivono, nella loro ricerca, nella lorofede, con i loro interrogativi, aiuta ancheme ad approfondire la mia fede. Possodavvero aiutare gli altri se rimango inascolto accogliente della loro esperienza,non soltanto per farvi piena attenzione,ma anche per lasciarmi da essa istruire eilluminare. È nella reciprocità di un in-contro che Dio manifesta la sua via. Cer-to, il rapporto non è alla pari, non ven-go meno alla responsabilità del servizioche mi è chiesto, ma c’è comunque unareciprocità che si instaura. Del resto que-sta è la logica dell’alleanza tra Dio e ilsuo popolo su cui abbiamo meditato inquesti giorni.

    A cura di don Enrico Castagna

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    Esercizi spirituali

    Quali sono gli aspetti peculiari del-la Chiesa di Torino nella quale è pre-te da quasi venticinque anni?La Chiesa di Torino ha una grande tradi-zione di santi, i cosiddetti “santi sociali”,dal Cottolengo al Murialdo, da don Boscoall’Allamano e così via. Una tradizione diattenzione ai poveri e a chi fa più fatica,che continua ancora oggi in tante espe-rienze, dal “Gruppo Abele” al “Sermig”,fino a tante altre realtà meno conosciute.Oggi però questa Chiesa è anche affatica-ta in particolare dalla mancanza di voca-zioni e dalla crisi della pastorale ordinaria.

    Quale dono e responsabilità è oggiper lei accompagnare, come Retto-re, il cammino dei seminaristi del-la diocesi di Torino e di altre dio-cesi piemontesi?Sono grandi tanto il dono quanto la re-sponsabilità. La responsabilità è davan-ti a Dio, davanti alla Chiesa, davanti aigiovani stessi: si tratta di aiutarli a capi-re se veramente la strada del presbitera-to è quella a cui sono chiamati, quellache può farli fiorire in tutte le loro po-tenzialità di amore o se, invece, debbo-no cercarne un’altra. Il dono è grande, perché è sempre conriconoscenza che si contempla l’opera delSignore nel cuore delle persone e il lorocammino verso di lui.

    Quali sono, a suo modo di vedere,oggi, le sfide principali, le attenzioni

    da avere in un cammino di accom-pagnamento verso il ministero pre-sbiterale?Ovviamente le sfide e le attenzioni sonomolte, per cui mi limito a segnalarne tre.La prima: aiutare i giovani a vivere per-sonalmente una profonda esperienza di in-contro con la misericordia di Dio. La se-conda: aiutarli a essere uomini modellatisul cuore del Buon Pastore e così capacidi relazioni profondamente evangeliche.La terza: aiutarli a tenersi lontani da quelclericalismo che inquina profondamente ilsenso dell’essere preti, perché fa del clerouna casta separata dal santo popolo di Dio.

    Che cosa anzitutto ha inteso co-municare ai seminaristi del Biennioin questi giorni di Esercizi spirituali?In quale percorso li ha accompa-gnati?Sono stato molto contento di vivere que-sti giorni di Esercizi con i seminaristi delBiennio. Abbiamo fatto insieme un per-corso attraverso il Vangelo di Marco, a cuiho dato come titolo En todo amar y ser-vir, un’espressione che si trova nel libret-to degli Esercizi spirituali di sant’Ignazio,all’interno della cosiddetta “Contempla-zione per raggiungere l’amore”. Questa frase esprime bene anche quelloche ho voluto comunicare ai seminaristi:guardando a Gesù, che in tutto ha ama-to e servito, lasciandoci conquistare dal-la sua persona e dalla sua vita, dalle sueparole e dai suoi gesti, anche noi pos-siamo camminare verso il ministero or-dinato, intendendolo come grazia che ri-ceviamo per potere con Gesù, nella gioia,in tutto amare e servire la Chiesa, gli uo-mini e il mondo.

    A cura di don Enrico Castagna

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    Don Ferruccio Ceragioli, dal 2014 rettore del SeminarioMaggiore di Torino, ha predicato gli Esercizi alBiennio. In questa intervista ci racconta il suo ministero,dedicato in particolare all’accompagnamento

    vocazionale dei futuri preti, una missione pienamente inseritanella grande tradizione dei “santi sociali” piemontesi.

    Fratel Luca Antonio Fallica, priore della comunitàbenedettina di Dumenza, ha guidato i seminaristi del Quadriennio durante gli Esercizi di Quaresima. Qui si sofferma sulla scelta

    della vocazione monastica e sulla reciprocità che si instaura nell’accompagnamento di chi a lui si affida. È così che la ricerca dell’altro diventa uno strumentoimportante per approfondire la sua fede.

    Grande è il donoe la responsabilità

    La reciprocità di un incontro

    Fratel Luca Antonio Fallica.

    Don Ferruccio Ceragioli.

  • Si tratta di imparare a guardare con me-raviglia quello che il Signore già ha se-minato nel cuore dei giovani e accom-pagnare, come di fronte al roveto ar-dente, il sorgere e il riconoscere la pro-pria vocazione. Si tratta di ricostruire nel-la mente di chi accompagna la possibi-lità di tutte le vocazioni.

    A riguardo delle vocazioni sacer-dotali, in Italia quali preoccupa-zioni ha potuto raccogliere?

    Questa non è un’epoca di cambiamen-to ma un cambiamento d’epoca, comeha insegnato papa Francesco alla Chie-sa italiana radunata a Firenze nel 2015.Che significa questo, anche per le voca-zioni sacerdotali, è tutto da scoprire. Dicerto se il cambiamento avviene per ope-ra dello Spirito, avrà certamente a chefare con la vita della Trinità che è co-munione e avrà sapore di vita rinnova-ta. Le preoccupazioni le conosciamo tut-ti: la fatica dei presbiteri e dei presbité-

    ri, l’organizzazione territoriale che faticaa reggere il calo numerico delle voca-zioni, il numero dei nuovi presbiteri chenei prossimi anni sarà decisamente ri-dotto. Si tratta di intuire le vie da percorrere:questo non sempre è facile, ma intuiscograndi segni di speranza che potrebbe-ro essere colti. Il discorso è troppo am-pio per poche righe. Questa mi sembrala chiave per introdurlo.

    Il Papa ha più volte insistito sul-l’importanza di pregare per le vo-cazioni. Cosa si sente di dire a que-sto riguardo?Sì, certo! Prima di lui ha insistito anchenostro Signore ed è l’unica cosa certache siamo sicuri di dover fare. Comesempre, la preghiera non è una magia enon si tratta di pregare perché Dio fac-cia lui soltanto, ma perché la preghieraci introduce nel cuore di Cristo, nella suagrande preghiera di intercessione al Pa-dre, facendoci partecipi dei suoi senti-menti, perché si formino anche in noi.Pregare il padrone della messe è sentireil desiderio di Gesù perché la misericor-dia di Dio sia condivisa sempre più at-traverso i gesti dell’unica carne umana,sia annunciata insieme la sua Parola, al-leviati i dolori del corpo e dello spirito,perdonati i peccati, liberati i prigionieri,sollevati i miseri. Perché venga l’anno digrazia del Signore. Pregare per le vocazioni è chiedere checiascuno intuisca la missione che è (EG273), perché la vita è fatta per esserespesa per amore di qualcuno e insiemea qualcuno. Basta pensare alla “mia” vo-cazione soltanto! Tocca riconoscere chela vocazione è anche “nostra” e “perqualcuno”. La preghiera di Gesù ci por-ta in questa dimensione ecclesiale per lavita del mondo. Perché tutti scoprano epossano darsi «al meglio della vita»!

    A cura di don Enrico Castagna

    Don Michele, ci può spiegare quelDatevi al meglio della vita? Abbiamo scelto questa espressione diChristus vivit perché vorremmo porrel’accento sulla relazione con Gesù, sia-mo infatti convinti che dall’incontro conLui la vita riparte, ricomincia, prendeslancio, entusiasmo, torna a cammina-re, diventa creativa, feconda di bene. L’immagine che abbiamo scelto è semi-nata di segnali che rimandano ad amiciche hanno incontrato il Signore e hannoriconosciuto la loro vocazione: c’è la ca-sa di Zaccheo con il sicomoro, il fuoco dibrace del pranzo con il Risorto, la broc-ca della donna di Samaria e molti altriche vi lasciamo scoprire. Il meglio dellavita seminato nel cuore, dopo l’incontrocon Gesù, è descritto dalla danza delleombre in avanti, verso il futuro, ma giàpresente nell’intuizione del cuore.

    Quali sono i compiti specifici del-l’Ufficio di cui è responsabile?Anzitutto masticare il più possibile la pa-rola “vocazione” perché è piena di gu-sto e molto saporosa, anche per il no-stro tempo! È un’opera d’arte, questa pa-rola, che ha bisogno di essere restaura-ta e ad ogni colpo di descialbo lascia tra-sparire il suo splendore antico e nuovo.Altro compito è aiutare a far emergerequella rete di comunione che già ci le-ga, perché non si può annunciare il Van-

    gelo da soli; occorre tessere legami conle diocesi, i seminari, gli istituti di vitaconsacrata maschile e femminile, il dia-conato permanente, l’ordo virginum, imonasteri.

    In un cammino ordinario di ac-compagnamento dei ragazzi e deigiovani, quali passi “vocazionali”dovrebbero essere favoriti?Lo sguardo vocazionale è quello di Ge-sù che, dopo l’incontro con la Samari-

    tana, davanti a campi di grano che an-cora non germogliato, invita i discepolia vedere la messe abbondante. Perchélo sguardo di Gesù - come lo sguardo dichi ama - vede “un pezzettino più in là”. Secondo me cinque passi sono impor-tanti per accompagnare la vocazione: ac-cendere la voglia di cercare, fare me-moria della propria storia (sempre conDio), cercare i desideri profondi del cuo-re, imparare a capire ciò che vogliamo,sentire con la Chiesa. Un approfondi-mento con qualche possibile sviluppo loabbiamo scritto nel sussidio che abbia-mo curato lo scorso anno: Come potreicapire se nessuno mi guida? Cinque pas-si per l’accompagnamento vocazionale.

    Quali difficoltà ha raccolto, nellediocesi italiane, riguardo la Pasto-rale vocazionale?La difficoltà più grande è quella di cam-minare e lavorare insieme, in sinergia,in modo sinodale. È necessario ricono-scersi tutti legati nella comunione ec-clesiale, non in teoria ma nei fatti. Sitratta di sentire che tutto è connesso. Laprospettiva vocazionale feconda per que-sto millennio è quanto già Giovanni Pao-lo II intuiva come profetico nella NovoMillennio Ineunte al nr. 43. «L’origina-lità della vocazione cristiana è far coin-cidere il compimento della persona conla realizzazione della comunità» (In ver-bo tuo, 18d).

    Quali buone intuizioni?Molte buone prassi in questa direzioneesistono nelle diocesi italiane. Spazi dicondivisione di vita e di accompagna-mento vocazionale, di crescita. Itineraridi annuncio capaci di avviare processida accompagnare personalmente. Luo-ghi di vita (monasteri, comunità, par-rocchie) nei quali vivere la fraternità ec-clesiale, la prossimità che è via di pre-parazione dell’annuncio (EG 169).

    Giornata per le vocazioni

    Il prossimo 3 maggio si celebrerà l’annuale Giornatamondiale di preghiera per le vocazioni, con il motto “Datevi al meglio della vita”. Don Michele Gianola, direttore dell’Ufficio nazionale

    per la Pastorale delle vocazioni della Cei, sottolinea che la vita è fatta per essere spesa per amore di qualcuno e insieme a qualcuno, così la vocazione.

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    Il «meglio della vita»,dopo l’incontro con Gesù

    A sinistra, la locandina della Giornata di preghiera per le vocazioni.Nella pagina precedente, don Michele Gianola.

  • A BRERAAlla Pinacoteca di Brera, invece, è con-servato uno dei capolavori assoluti delSanzio. Stiamo parlando del suo Sposa-lizio della Vergine, giunto a Milano in se-guito alle vicende napoleoniche che pri-varono Città di Castello del suo tesoro.Raffaello stesso era convinto di aver fat-to un’opera di grande valore, tanto dafirmarla e datarla (1504: aveva, cioè, 21anni) sul frontone del tempio, in posizio-ne assai visibile.Si tratta di uno dei più fulgidi esempi del-l’allievo che supera il maestro. A PietroVannucci detto il Perugino, infatti, il Duo-

    mo di Perugia, detentore della presunta re-liquia dell’anello sponsale della Madonna,aveva chiesto di rappresentare la scenadelle nozze tra Maria e Giuseppe: la glo-ria artistica locale, di ritorno dal soggior-no trionfale a Roma, aveva realizzato unapala di pregevole fattura (oggi finita a Caen,sempre per le requisizioni di Napoleone),inserendovi anche elementi di autocita-zione, come ad esempio il tempio che giàcampeggiava nella Consegna delle chiavia san Pietro nella Cappella Sistina.Il fatto è che proprio Raffaello, che se-condo il Vasari fu allievo del Perugino,nei mesi immediatamente successivi, qua-

    si in una sorta di sfida a distanza, ricreòlo stesso soggetto, con la medesima im-postazione, ma in modo ancora più ar-monioso, più elegante, più efficace: inuna parola, più bello. Infondendovi inmaniera sublime la sua idea di bellezza,che nasce dall’equilibrio degli elementicompositivi: un ordine di rapporti geo-metrici e ritmici capace di risvegliare nel-l’osservatore la reminiscenza della strut-tura armonica dell’universo, nella perfe-zione ideata dal Creatore stesso.

    ALL’AMBROSIANADopo aver studiato Leonardo da Vinci eMichelangelo Buonarroti a Firenze, Raf-faello si sentiva pronto per il grande saltoa Roma. Nella Città eterna, infatti, papaGiulio II aveva chiamato i migliori artistiin circolazione, dal Bramantino al Sodo-ma, per affrescare le sue stanze. Ma la pro-va di Raffaello nella Segnatura fu talmenteeclatante che il papa Della Rovere licen-ziò tutti gli altri pittori per affidare al San-zio l’onore e l’onere dell’intera impresa.Di quella straordinaria avventura Milanocustodisce un documento di eccezionaleimportanza per la sua rarità, ovvero il car-tone preparatorio della Scuola di Atene cheRaffaello stesso sottopose all’attenzione eall’approvazione di Giulio II. Consapevo-le del suo inestimabile valore, il cardinalFederico Borromeo, cugino e successore disan Carlo, lo aveva acquistato per una ci-fra esorbitante pur di metterlo nella sua col-lezione, facendone quindi il fondamentodi quella Pinacoteca Ambrosiana dove an-cor oggi si trova. Fragile per la natura delsupporto, il grandioso disegno (lungo oltreotto metri, alto quasi tre) è stato accurata-mente restaurato nei mesi scorsi ed espo-sto in una suggestiva sala che ne permet-te una visione d’insieme, ma anche l’os-servazione dei più minuti dettagli. Proprioda questi, del resto, emerge il genio: il ge-nio straordinario di Raffaello Sanzio.

    Luca Frigerio

    Raffaello, secondo la narrazione del Va-sari, risplendeva di tutte le virtù che pos-sono arricchire l’animo umano. Aveva ta-lento e intelligenza, ma era anche infati-cabile nel lavoro e insaziabile nello stu-dio, modesto e buono di carattere: dotiche si univano anche a una grazia este-riore che sembrava a tutti il naturale ri-flesso della sua bellezza interiore. Per que-sto quando l’Urbinate morì, il 6 aprile1520, il giorno di Venerdì Santo, a soli37 anni, i contemporanei consideraronola sua perdita come terribile e irrepara-

    bile, perché il “principe degli artisti” e il“divin pittore” era riconosciuto da tutticome il più autentico interprete dello spi-rito del Rinascimento.Numerose sono le iniziative in corso, co-me quelle annunciate in tutto il mondo,per celebrare questo quinto centenario.Ma noi, di Raffaello, vogliamo proporresu queste pagine un itinerario “ambro-siano”. Anche se il pittore di Urbino pro-babilmente non fu mai nel territorio del-la nostra Diocesi, Milano conserva infat-ti importanti testimonianze della sua ar-

    te, diverse sue opere, celebri o poco co-nosciute, che oggi possono essere risco-perte e ammirate, forse, con nuovo sguar-do.

    AL POLDI PEZZOLIAl Museo Poldi Pezzoli, ad esempio, èesposta una splendida croce processio-nale che buona parte degli studiosi, pursenza poterlo affermare con certezza, at-tribuisce proprio alla fase più giovaniledi Raffaello, cioè attorno all’anno 1500,quando il pittore ancora adolescente fi-gurava già quale “maestro” (perché ere-de della bottega del padre Giovanni, ot-timo artista e apprezzato teorico), pur nonavendo la maggiore età per firmare i con-tratti delle varie committenze (e dovevaquindi servirsi di un tutore, un pittoreamico di famiglia). Tra le figure dipintesulla croce, incantevoli per fattura ed ele-ganza, ci sono quelle di san Francesco edi santa Chiara d’Assisi, ma anche sanLudovico di Tolosa e sant’Antonio da Pa-dova: trattandosi di quattro santi france-scani, è plausibile che l’opera sia statarealizzata proprio per un convento del-l’ordine dei frati minori.

    Anniversari

    Acinquecento anni dalla morte del “divin pittore”, che più di ogni altro incarnò i valori del Rinascimento,

    un viaggio tra le sue opereconservate a Milano, dallo Sposalizio della Vergine di Brera al cartone per la Scuola di Atene dell’Ambrosiana.

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    Nel nome di Raffaello,i capolavori “ambrosiani”

    A sinistra, Lo sposalizio della Vergine, Raffaello (1504), Pinacoteca di Brera, Milano.Nella pagina precedente, autoritratto di Raffaello e, sotto, il cartone della Scuola di Atene alla Pinacoteca Ambrosiana.

  • no assai strette. Non di rado avvengonoconversioni forzate di ragazze cristiane eindù, rapite ed abusate, per essere poidate in moglie agli stessi aguzzini, oppu-re uccise. Parliamo di circa 800 denun-ce all’anno, il cui esito è spesso falli-mentare; molto maggiore è il numero dichi non denuncia per paura.

    ISTRUZIONE E GIUSTIZIAAll’interno di questo contesto, però, nelquale c’è tanta gente pacifica, nasce lavocazione di don David. «Pregando - af-ferma - e sperimentando come in ognicaso i sacerdoti in Pakistan siano uomi-

    ni rispettati, perché associati a Dio e quin-di questo ci dà l’occasione di costruireponti di fratellanza, nelle nostre continuevisite alle famiglie e ai villaggi. Il dialo-go interreligioso è fondamentale e noicerchiamo di impegnarci per mostrare a

    tutti l’amore di Gesù». E aggiunge: «Nondi rado capita che anche fedeli musul-mani ci chiedano preghiere e benedi-zioni».

    Poi don David tiene a sottolineare l’im-portanza dell’istruzione dei giovani. «Po-vertà e discriminazione li fermano - spie-ga - quindi per noi preti in Pakistan è fon-damentale lavorare per loro». Tanti cri-stiani non possono accedere all’istruzio-ne, perciò restano poveri ed analfabeti.Poi la giustizia: non si può tacere quandoi fedeli sono accusati ingiustamente. «Lamia vocazione ha senso quando lavoroper il mio popolo, specialmente in questidue ambiti - ha detto il sacerdote -. Gra-zie all’associazione “Aiuto alla Chiesa cheSoffre”, divenuta ormai un’opera inter-nazionale straordinaria, posso dedicarmia lavorare proprio per questo».

    Manolo Lusetti,IV teologia

    In un venerdì sera già tinto di fosco perl’emergenza Covid-19, l’ospitalità cheavremmo dovuto riservare a don DavidJohn, sacerdote pakistano impegnato nel-l’associazione “Aiuto alla Chiesa che Sof-fre”, ha preso nuova forma secondo l’ef-ficace modalità della videoconferenza. Differente forma, ma medesima sostan-za: un incontro illuminante e cordiale,che ci ha permesso di ampliare l’orizzontedi conoscenza sulle vicende della Chie-sa nel mondo, ci ha dato l’opportunità distimare i cristiani pakistani e ci ha forni-to preziosi spunti di riflessione spiritualee di preghiera.

    LO SCENARIOIl Pakistan: 210 milioni di abitanti di cuiil 97% musulmani; i cristiani sono l’1,7%della popolazione, accompagnati da 70sacerdoti, la cui prima preoccupazione èlavorare per i giovani fedeli che, all’in-terno di un simile soggetto statale, nonhanno sufficienti prospettive per il futu-ro, vista l’ingombrante presenza di am-pie sacche di fondamentalismo.Per comprendere meglio la situazione,don David descrive tre scenari, sinteticidel contesto generale, anche se tiene aspecificare che, fatte salve le politicizza-zioni religiose, tra cristiani e musulmani

    ci sarebbe discreta collaborazione su tan-ti fronti privati.Primo scenario: la legge anti-blasfemia,che si rivolge contro chi insulta il Cora-no o il profeta Maometto; ma diventatroppo spesso un’arma contro i cristianiper faccende di altra natura, non ultimaquella economica. Con l’aggravante del-le rappresaglie: per l’eventuale colpa diuno ne paga tutta la comunità, fino alladistruzione delle case o delle chiese amezzo incendio. Ricordiamo ancora tut-ti il caso celeberrimo di Asia Bibi e la tri-bolata vicenda giudiziaria durata otto an-ni; in questo momento, in Pakistan, cisono altri 200 casi come quello, nel di-sinteresse generale esterno ed interno alPaese.Secondo scenario: l’identificazione delcristianesimo con l’occidente, con lo stes-so medesimo ancestrale sistema delle rap-presaglie a furor di popolo, nel momen-to in cui si interpreti come contraria al-

    l’Islam qualche esternazione di perso-naggi occidentali noti. Spesso le chiesedevono essere difese da guardie armatea causa di bombe e attentati, anche re-centissimi, che hanno causato la mortedi centinaia di fedeli.

    Terzo scenario: la discriminazione quoti-diana. Ai cristiani è vietato l’accesso a ca-riche pubbliche, nonché sono iscritti aclassi sociali basse. All’interno dei luoghidi lavoro e nelle scuole statali essi rice-vono il continuo “invito” a diventare mu-sulmani, la cui risposta deve essere og-getto di attenzione per non incorrere nel-la legge sulla blasfemia, le cui maglie so-

    Gamis - Gruppo di animazione missionaria

    Una profonda testimonianza della Chiesa che soffre in Pakistan quella di don David John. In videoconferenza il sacerdote ha descritto ai seminaristila realtà del suo Paese, in cui i cristiani soffrono

    discriminazioni e persecuzioni quotidiane. Molti, come Asia Bibi, sono accusati di blasfemia e vengono incarcerati. Ma il dialogo interreligioso non manca e porta frutti.

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    «Nel disinteressegenerale in Pakistan ci

    sono altri 200 casi comequello di Asia Bibi»

    «Le chiese devonoessere difese da guardie

    armate a causa di bombe e attentati»

    «Ai cristiani è vietatol’accesso a cariche

    pubbliche e all’istruzione»

    «Noi sacerdoti ci impegniamo

    per mostrare a tuttil’amore di Gesù»

    In Pakistan una Chiesa a servizio del popoloNella pagina precedente, don David John.

    Dal 1947 accanto ai cristiani perseguitati“Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACS) è una fondazione didiritto pontificio nata nel 1947 per sostenere la Chiesa intutto il mondo, con particolare attenzione laddove è per-seguitata. L’opera è stata fondata nel secondo dopoguerra dall’olan-dese padre Werenfried van Straaten per aiutare i 14 milio-ni di sfollati tedeschi - di cui 6 cattolici - in fuga dall’Euro-pa orientale, dopo la ridefinizione dei confini della Germa-nia. In pochi anni il sostegno di ACS ha raggiunto rapidamenteAmerica Latina, Asia e Africa. Oggi la fondazione pontificia realizza oltre 5.300 progettiumanitari e pastorali l’anno in 148 Paesi nel mondo.

  • G: «Non c’è nulla di più solido, di più profondo,di più sicuro, di più consistente e di più saggiodell’annuncio [della Risurrezione]. Tutta laformazione cristiana è prima di tutto l’ap-profondimento del kerygma che va facendosicarne sempre più e sempre meglio [...]. Èl’annuncio che risponde all’anelito d’infinitoche c’è in ogni cuore umano».

    (Papa Francesco,Evangelii Gaudium, 2013, n. 165)

    Esposizione eucaristica

    Ingresso in preghiera (Salmo 143)

    1L: Benedetto il Signore, mia roccia,che addestra le mie mani alla guerra,le mie dita alla battaglia,mio alleato e mia fortezza,mio rifugio e mio liberatore,mio scudo in cui confido,colui che sottomette i popoli al mio giogo.[…]

    O Dio, ti canterò un canto nuovo,inneggerò a te con l’arpa a dieci corde,

    a te, che dai vittoria ai re,che scampi Davide, tuo servo, dalla spada iniqua. […]

    I nostri figli siano come piantecresciute bene fin dalla loro giovinezza,le nostre figlie come colonne d’angolo,scolpite per adornare un palazzo.

    I nostri granai siano pieni,traboccanti di frutti d’ogni specie.Siano a migliaia le nostre greggi,a miriadi nelle nostre campagne;siano carichi i nostri buoi.

    Nessuna breccia, nessuna fuga,nessun gemito nelle nostre piazze.

    Beato il popolo che possiede questi beni:beato il popolo che ha il Signore come Dio.

    Canto di acclamazione al Vangelo

    2L: Dal Vangelo di Giovanni (20,11-18)Maria invece stava all’esterno, vicino al se-polcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinòverso il sepolcro e vide due angeli in bianchevesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’al-tro dei piedi, dove era stato posto il corpo diGesù. Ed essi le dissero: «Donna, perchépiangi?». Rispose loro: «Hanno portato via ilmio Signore e non so dove l’hanno posto».Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, inpiedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le dis-se Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cer-chi?». Ella, pensando che fosse il custode delgiardino, gli disse: «Signore, se l’hai portatovia tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò aprenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella sivoltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che si-gnifica: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mitrattenere, perché non sono ancora salito alPadre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro:“Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio eDio vostro”». Maria di Màgdala andò ad an-nunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» eciò che le aveva detto.

    1L: «Se Egli vive, questo è una garanzia che il be-ne può farsi strada nella nostra vita e che lenostre fatiche serviranno a qualcosa. Allorapossiamo smettere di lamentarci e guardareavanti, perché con Lui si può sempre guarda-re avanti. Questa è la sicurezza che abbiamo.Gesù è l’eterno vivente. Aggrappati a Lui, vi-vremo e attraverseremo indenni tutte le for-me di morte e di violenza che si nascondonolungo il cammino.Qualsiasi altra soluzione risulterà debole etemporanea. Forse risulterà utile per un po’ ditempo, poi ci troveremo di nuovo indifesi,abbandonati, esposti alle intemperie. ConLui, invece, il cuore è radicato in una sicurez-za di fondo, che permane al di là di tutto. SanPaolo dice di voler essere unito a Cristo per“conoscere lui, la potenza della sua risurre-zione” (Fil 3,10). È il potere che si manife-sterà molte volte anche nella tua esistenza,perché Egli è venuto per darti la vita, “e la vi-ta in abbondanza” (Gv 10,10)».

    (Papa Francesco, Christus vivit, 2019, n. 127-128)

    2L: «La nostra Chiesa dimora nello stupore: laPasqua del Signore non è una vicenda dellastoria passata, ma il fondamento della nostrafede: “Se Cristo non è risorto vana è la nostrafede” (1 Cor 15,17). Viviamo il tempo pa-squale: non cerchiamo tra i morti colui che èrisorto! Non lasciamoci affliggere come colo-ro che non hanno speranza!».

    (M. Delpini, La situazione è occasione.pag. 87-88)

    Preghiera

    Tu sei Risorto e vivi!Donami di ricordarlo spesso,perché corriamo il rischio di prendertisolo come un buon esempio del passato, come un ricordo, come qualcuno che ciha salvato duemila anni fa. Questo non ci servirebbe a nulla, ci la-scerebbe uguali a prima, non ci libere-rebbe.Tu sei Colui che ci colma della sua grazia, Tu sei Colui che ci libera, Tu sei Colui che ci trasforma, Tu sei Colui che ci guarisce e ci conforta.Tu sei vivo, sei il Risorto, pieno di vitalità soprannaturale,rivestito di luce infinita.Tu riempi tuttocon la sua presenza invisibile, e dovunque io vadatu mi starai aspettando. Perché non solo sei venuto, ma vieni e continuerai a venire ogni giorno per invitarci a camminare verso orizzonti sempre nuovi.

    (Liberamente tratta da Christus vivit,n.124-125)

    G: Il Risorto fa compiere anche a noi lo stessomovimento di conversione che chiese aMaria di Magdala la mattina di Pasqua. NelVangelo di Giovanni che abbiamo letto, in-fatti, si dice che Maria prima di riconoscere ilRisorto dovette «voltarsi» due volte. Maria diMagdala sembra suggerirci che per ricono-scere il Risorto occorra tenacia e docilità:con tenacia occorre rimanere presso i sepol-

    cri della nostra esistenza e con docilità la-sciarsi accompagnare nel movimento dellaRisurrezione che alza chi è prostrato, liberachi è schiavo e asciuga le lacrime di chi pian-ge. La Risurrezione è il misterioso incontrotra la nostra libertà che si ostina a domanda-re e la grazia del Signore che ci supera da tut-te le parti, ci risolleva, ci precede e ci condu-ce verso la novità di una Vita sempre più ab-bondante, quando finalmente conosceremola verità di Dio, la verità di noi stessi e la ve-rità dell’umanità e troveremo la pace chesempre cerchiamo.

    Silenzio

    Intercessioni

    1L: Preghiamo insieme e diciamo:

    T: Cristo risorto, ascoltaci.

    1L: Perché la Chiesa sia testimone tenace dellaRisurrezione di Cristo.

    1L: Perché non ci accada di lasciarci affliggere co-me quelli che non hanno speranza.

    1L: Perché impariamo a cercare e trovare ilRisorto in ogni situazione della vita.

    1L: Perché i giovani si aprano al futuro aggrappa-ti alla forza della Risurrezione.

    1L: Perché abbiamo il coraggio di stare di fronteai sepolcri dell’esistenza.

    T: Padre nostro.

    Frutto della preghiera

    G: Mi educo ad uno sguardo nuovo: provo acambiare il mio modo di giudicare le cose.Cercherò la vita, laddove vedo solo morte; labellezza, laddove vedo solo bruttura; un sen-so, laddove vedo solo assurdità.

    Canto finale

    «L’annuncio che risponde all’anelito d’infinito»

    PREGHIERAPreghiera A cura delle Ausiliarie diocesane

  • sibile, in quei contesti, porsi a ser-vizio della gente in modo evangeli-co?Ricordo il Vescovo di una diocesi amaz-zonica che, sinceramente afflitto, mi chie-se un giorno: «Perché i poveri non sonopiù con noi?». Quasi d’istinto risposi: «Per-ché noi non stiamo più con loro». C’è una“carità della presenza” (la carità che è lapresenza) a fondare ogni azione di carità,ogni annuncio del Vangelo, ogni promo-zione della giustizia, sempre.

    I media, a Sinodo in corso, hannosottolineato la proposta di ordinarepresbiteri alcuni diaconi permanen-ti che siano ritenuti idonei. Il Papanon ha ripreso questa proposta. Qua-li vie ha indicato al fine di accom-pagnare anche le comunità più re-mote?Su quella proposta, che al Sinodo ha in-contrato il consenso di molti e ha cono-sciuto l’opposizione di non pochi, il Papascrive due numeri (QA 104-105) che in-dicano come nella Chiesa ci si muove quan-do, appunto, si rischia il “muro contro mu-ro”. Quando due proposte si oppongono,bisogna riprendere con risolutezza il desi-derio dell’unico Vangelo, evitando che l’u-

    na e l’altra proposta si contraggano in os-sessioni ideologiche. Si tratta di cercare «al-tre vie migliori, forse non immaginate». Lavia d’uscita si trova per “traboccamento”,trascendendo l’opposizione senza rinun-ciare all’audacia del Vangelo. Il Papa esor-ta allora le Chiese tutte a pregare per levocazioni al ministero ordinato, a una mag-giore generosità nell’invio di missionari emissionarie, a favorire la crescita di co-munità ricche di ministeri.

    L’Amazzonia è geograficamente e cul-turalmente distante da noi, ma suquali punti l’esortazione apostolicadeve interpellarci e provocarci? Qua-li sogni di Francesco valgono ancheper le nostre comunità? Sono convinto che ciascuno dei suoi so-gni interpella le nostre comunità. Se sia-mo “nel mondo”, se in questa storia sia-mo a nostro agio, con gli occhi aperti e ilcuore sensibile, sarebbe infedeltà grave al

    Vangelo trascurare temi come “poveri epovertà”, “cura della casa comune”, “cul-tura e senso di Dio”, “giustizia e carità”.Se camminiamo nel Vangelo, se vogliamobene al Papa, vediamo il Rio Amazonasscorrere anche nel Lambro e nel Naviglio!

    La Chiesa ambrosiana cosa può ri-cevere o donare alla Chiesa che è inAmazzonia? Già abbiamo ricevuto il frutto di un lavo-ro sinodale (il Documento finale) che, al-la luce di Querida Amazonia, va letto in-tegralmente: è esortazione ferma di papaFrancesco. Le visioni, le profezie, i sogniche stanno maturando devono destarci dacerte indolenze e stanchezze. Cosa possiamo donare? La solidarietà fra-terna, fatta di affetto e preghiera, non puòmancare. Così come quella stima che pren-de corpo nell’interesse sincero per queicammini ecclesiali e che aiuta quelle Chie-se sorelle a sentirsi parte viva della Chie-sa cattolica. Che la Querida Amazonia ispiri in preti,laici e laiche, religiosi e religiose quel guiz-zo della fede che inventa partenze e annidi missione: il dono più bello della fededella Chiesa ambrosiana.

    A cura di Ylenia Spinelli

    Nell’esortazione apostolica papaFrancesco parla di sogni per l’«ama-ta Amazzonia». Il concetto di “so-gno” a cosa illude? Parrebbe infattirimandare a desideri di difficile rea-lizzazione. I sogni che germogliano nel cuore del Pa-pa sono delle “risonanze”. In lui risuonala voce di Dio attraverso le voci del po-polo di Dio e dei suoi pastori che si so-no riuniti in Sinodo e hanno prodotto ilDocumento finale. “Sogno” non signifi-ca improbabilità. “Sogno” è speranza digiorni nuovi nella notte della storia, è con-segna dell’oggi e della sua precarietà al-la forza trasfigurante di ciò che è defini-tivamente bello e giusto: la Pasqua di Ge-sù. Illuminati dal discorso di Pietro a Pen-tecoste, sentiamo che il sogno di Fran-cesco viene dall’ascolto della profezia difigli e figlie della terra amazzonica, dallacondivisione delle visioni di giovani e pa-stori (cfr. At 2,17-18). I sogni avviano pro-cessi, sempre.

    È possibile sintetizzare per ognunodei quattro sogni (ecclesiale, socia-le, culturale ed ecologico) che cosail Papa anzitutto auspica?Nel «sogno sociale», la Chiesa e gli uomi-

    ni di buona volontà si muovono nello sce-nario maestoso dell’Amazzonia, crocifissada «ingiustizia e crimine» (QA 14): colo-nizzazione vorace, devastazione ambien-tale, la dignità umana vilipesa. Nel gridodi dolore della terra sfiancata da econo-mie malate, da politiche fraudolente, dasfruttamenti predatori, echeggia il gridodei poveri. Ad alimentare questa logica dimorte, nel grido indistinto della terra e deipoveri, ecco un’economia malata, politi-che fraudolente, sfruttamenti predatori euna scandalosa corruzione che avvelenale istituzioni e che nemmeno risparmiamembri della Chiesa stessa.

    Il «sogno culturale» ha come scenario lasecolare oppressione delle culture indige-ne. C’è ancora molto disprezzo nei con-fronti di quei popoli, dei loro costumi esimboli, miti e riti, del loro modo di dire“Dio”. Nel sogno di Francesco, quanto vie-ne screditato come superstizione va inve-

    ce ascoltato come voce di “superstiti”, vaonorato come il resistere di un senso delsacro che custodisce il carattere di donodella natura, come un reliquiario di vitache deve mettere in questione i nostri as-setti culturali.

    Il terzo sogno, quello «ecologico», si di-spiega sulle note della Laudato si’. Poiché“tutto è connesso”, poiché col grido di do-lore della terra si intreccia sempre il gridodei poveri, si tratta di abbandonare un ap-proccio consumistico e predatorio alla ca-sa comune, per assumere quell’attitudinecontemplativa, gravida di senso religioso,che genera stupore grato e giusta sazietàper tutti. La terra amazzonica, insieme al-la creazione tutta, attende con trepidazio-ne, come nelle doglie del parto, il rivelar-si della gloria dei figli di Dio e della loroamorevole cura per i piccoli e i poveri, peril loro ambiente.Nel «sogno ecclesiale» il Papa appella acammini di rinnovamento in cui la Chie-sa diventi ancor più missionaria, profeti-ca, samaritana. Missionaria nell’aperto ecordiale annuncio del Vangelo secondo lelingue e per le culture di quella terra. Pro-fetica nella docilità allo Spirito che susci-ta presenze di santità e ministeri della pa-rola e della carità tra i laici e, in specie,nelle donne. Samaritana per una rinno-vata dedizione a favore della vita e dellagioia di popoli e persone schiacciati dallaviolenza di potentati economico-politici.

    Il Pontefice chiede perdono per queimissionari che non sono stati «a fian-co degli oppressi». Anche lei è statofidei donum in Brasile: come è pos-

    Esortazione postsinodale

    Don Mario Antonelli, vicarioepiscopale per l’Educazione e la celebrazione della fede, ha curato l’introduzione dell’edizione

    diocesana dell’esortazione apostolica“Querida Amazonia”. Il testo, scritto dapapa Francesco all’indomani del Sinodo,

    è importante non solo per la denuncia socio-ambientale, ma anche sotto l’aspetto ecclesiale, perché suggerisce nuovicammini per tutta la Chiesa, provocando ciascuna comunità.

    18 19

    «Sogno non significaimprobabilità. I sogni avviano

    processi, sempre»

    «C’è una “carità dellapresenza” a fondareogni azione di carità

    e annuncio evangelico»

    «Il Papa si appella a una Chiesa ancor

    più missionaria,profetica, samaritana»

    «Querida Amazoniainterpella anche noi»

    Papa Francesco con rappresentantiindigeni dell’Amazzonia.

  • Notizie dal Seminario

    Il virus è un “esserino” partico-lare, addirittura interessante. Dicerto sta suscitando molta at-tenzione quello che ha provo-cato il Covid-19, ovvero il Co-ronavirus, che si è diffuso amacchia d’olio quasi in tutto ilglobo terrestre. “Esserino” per-ché i virus sono proprio sulla li-nea di confine, non è possibiledefinirlo un essere vivente. Èsubdolo, è un parassita obbli-gato e per sopravvivere, cioèper moltiplicarsi, sfrutta i ma-teriali e le energie delle celluleche invade.

    Proprio come fa il cuculo che,in maniera furtiva, depone leuova nei nidi di altre specie, co-sì da far covare e nutrire i pro-pri cuccioli ad altri. Massimoguadagno con la minor fatica.Molti risultati con pochissimeresponsabilità in merito.Credo che il periodo vissutopossa essere guardato anche daquesta prospettiva. La questio-ne della responsabilità. Il pa-rassitismo, infatti, non è altroche una mancanza di presa diresponsabilità. La situazione diemergenza ha fatto pensare

    molto a quanto non sia scon-tata e banale la responsabilità,a cui tutti sono chiamati nellasocietà e nel mondo.Ognuno nel nostro Paese è sta-to sensibilizzato alla consape-volezza che ogni azione ha de-gli effetti. Partendo dall’atten-zione all’igiene, non ci vuolemolto infatti ad arrivare a pren-dersi a cuore il prossimo. Sì,perché come il nostro Arcive-scovo ha ricordato, la differen-za tra “il vicino” e “il prossimo”è che, per il secondo, ci sonoriguardi differenti, c’è un affet-

    to che interpella, non è più unosconosciuto.

    LEZIONI ON LINEAnche qui in Seminario, inascolto delle direttive date daisuperiori, ogni seminarista eogni dipendente si è attivato peruna reciproca maggiore cura. Nonostante le avversità, anchein questa situazione ci si è in-gegnati per poter garantire lapossibilità delle lezioni: armatidi pc e buona connessione i do-centi hanno fatto lezione tra-mite videoconferenze (a volteanche ognuno dalla propria ca-mera). Inoltre, i seminaristi hanno vi-sto arrivare decine di stendinida un giorno all’altro, per po-ter asciugare i propri vestiti inlavanderie improvvisate.

    La vita in Seminario, tutto som-mato, è andata avanti senzatroppe interruzioni, certo qual-che modifica qua e là, ma dipoco conto rispetto a ciò cheavveniva fuori. Le preoccupazioni per i propri

    cari, per i conoscenti, per il cor-po sanitario e i pazienti c’era enon è mai venuta meno la pre-ghiera per tutti loro. In questoperiodo di fatiche non è man-cata la colorata compagnia delnostro ciliegio nel quadriporti-

    co che, con la sua fioritura ro-sea, ci ha voluto ricordare che,alla fine, dopo l’inverno arrivasempre la primavera. Dopo laCroce arriva la Pasqua!

    Matteo Viscomi, II teologia

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    La situazione di emergenza

    ha invitato tutti alla responsabilità.

    COMUNITÀ DEL SEMINARIO

    21

    Non eravamo pronti ad una staf-fetta così. Non eravamo nep-pure allenati. Eppure di corsene abbiamo sempre fatte mol-te, fin troppe. «Corro verso lameta» (Fil 3,14): quante voltelo abbiamo ripetuto nelle nostreparrocchie e nei nostri oratori.

    Ma, nonostante l’allenamentoper rendere ogni situazione l’oc-casione migliore di bene, siamogiunti a questa staffetta con ilfiato corto, improvvisandoun’andatura difficile da tenere.Eppure, ci abbiamo provato!Domenica 1 marzo gli educa-

    tori dei gruppi Preadolescentied Adolescenti della Comunitàpastorale “San Fermo” di Ner-viano (Mi) si sono messi in gio-co per rispondere affermativa-mente alla proposta della Fon-dazione Oratori Milanesi intito-lata #Solounastaffetta.

    LA VERA CORSA DELLA VITADurante tutta la giornata, i ra-gazzi delle medie e delle supe-riori dei nostri quattro oratorihanno alternato la loro presenzanelle chiese parrocchiali per vi-vere un momento personale dipreghiera. Questo tempo è sta-to segno anche per le numero-se persone che, digiune di ce-lebrazione eucaristica, sono ac-

    corse nelle chiese lungo la gior-nata. L’iniziativa ha acceso unaluce di speranza all’inizio di unaQuaresima particolare, un inci-pit che ci ha chiesto di porci inascolto della Parola sino in fon-do: «Corro verso la meta perarrivare al premio che Dio cichiama a ricevere lassù, in Cri-sto Gesù» (Fil 3,14). Correre sì,ma con la meta ben chiara: Ge-sù, il suo Amore.

    È per questo motivo che la staf-fetta di preghiera non è stata“solo” una staffetta: è la corsadel cuore dell’uomo verso il suoSignore, è l’affanno buono dichi comincia a sperimentare nel-la carne che il Vangelo è vero. In un tempo povero di tutto, pre-gare sembra forse non cambia-re la situazione, ma sicuramen-te cambierà il nostro cuore: piùlibero, più fraterno, più umano.

    Ecco che, proprio nella poco fa-vorevole situazione di questaepidemia, si realizza l’anticapromessa: «Toglierò da voi il cuo-re di pietra e vi darò un cuoredi carne» (Ez 36,26). Un cuoregiovane e umano, capace di es-sere solidale con i fratelli, per-ché questa situazione difficile siaoccasione per un umanesimodella vera vicinanza. Un uma-nesimo in cui vogliamo che inostri ragazzi crescano.Non eravamo allenati, ma ci sia-mo messi a “correre”. Questastaffetta ci ha ricordato la veracorsa della vita, quella che hacome meta un’intimità promes-sa con Gesù, vicinanza capacedi generare vera solidarietà nelmondo. Così continuiamo a cor-rere verso la meta, anche orache il motto è diventato #Iore-stoacasa, in attesa di poterci dinuovo abbracciare.

    Don Marco Sala,VI teologia

    Non #Solounastaffettama corsa verso il cuore di Dio

    COMUNITÀ DEL QUADRIENNIO

    L’esperienza dellaComunità pastorale

    di Nerviano.

    La vita in Seminario ai tempi del Coronavirus

    A sinistra, il gruppo Adolescentidi Nerviano durante un momento di preghiera.

  • Notizie dal Seminario

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    complicazione manifestatasi do-po gli ha fatto rischiare molto.Ha assaporato l’umiliazione del-la precarietà, intuendo che leprogrammazioni fatte per il fu-turo dovevano essere riviste.

    Ha gustato l’impazienza, per-ché ci si rende conto di quan-to è perfetto il nostro corpoquando è in salute e quantonon sopportiamo quando nonlo è. Perfino indossare i calzini,

    ci ha raccontato, viene risco-perto come un movimentocomplicatissimo. Nella malattia il dolore e la pau-ra sono inevitabili quando le ri-sorse di volontà vengono me-

    no. Si è trovato ad essere di-pendente totalmente da altri, inprimis dai medici e poi da co-loro che lo hanno aiutato a ri-prendere le azioni più elemen-tari come masticare e deam-bulare. Ma da queste esperienze donLuca ha saputo rileggere alcu-ne grazie, una fra tutte quella ditornare bambino. La “semplifi-cazione” della vita, cioè il risco-prire l’importanza di alcune abi-tudini quotidiane date per scon-tate, durante e dopo la malat-tia, gli hanno permesso di ritro-varsi affascinato dal mistero disemplicità profonda di Dio. L’u-miliazione, ha concluso, «si con-cretizza nel ridimensionare la vi-ta, ri-ordinandola nei valori».

    Matteo Viscomi,II teologia

    In questa Quaresima così par-ticolare, la proposta spiritualedel Quadriennio ha previsto, in-sieme ad altre iniziative che sisono dovute evidentemente ri-calibrare, alcuni brevi interventidell’Arcivescovo ogni lunedìmattina durante le Lodi. Si è

    trattato di piccole gemme chesono riuscite ad impreziosire l’i-nizio della settimana e a darespunti di riflessione per la co-munità. Mons. Mario Delpini che, a par-te il primo lunedì, per ovvie ra-gioni, non ha potuto essere pre-

    sente fisicamente in Seminario,ci ha consegnato, anche grazieai mezzi tecnologici, alcune ri-flessioni sulla Lettera ai Filip-pesi, mostrando di voler esse-re vicino con la sua presenzaspirituale paterna alla comunitàdel Seminario.

    UNA CONDIZIONEPRIVILEGIATAL’inno cristologico del capitolosecondo del testo paolino è sta-ta occasione di riflessione su trepiste: nel primo lunedì l’Arci-vescovo ha messo al centro iltema dell’obbedienza, quellaobbedienza fino alla fine del Si-gnore Gesù, che è arrivato al-la morte di croce per la salvez-za degli uomini. Nel secondo intervento mons.Delpini si è soffermato sulla«condizione di servo» e da que-sta espressione ci ha fatto ri-flettere sulla condizione in cuinoi, come seminaristi, viviamoe, se Dio vorrà, in futuro, co-me preti, vivremo. Lui l’ha de-finita una condizione “privile-giata”, perché di maggiore li-bertà, ma questa è portatrice diuna maggiore responsabilità. Ela più grande responsabilità èquella di cercare di vivere sem-pre di più come Gesù, in un

    contesto non sempre facile, inun ambiente in cui il prete è unuomo pubblico e in cui talunisi sentono in diritto di dare giu-dizi e di fare critiche non sem-pre costruttive. L’invito conclusivo credo possaessere esteso a tutti: «Cercatedi vivere la vostra condizione,riconoscendone i privilegi e ac-cettandone le fatiche, che sia-no l’opportunità che vi è offer-ta per amare, per servire, perstare con Gesù».Nel suo terzo intervento, poi,

    l’Arcivescovo ha voluto porreal centro l’esordio del cantico:«Abbiate in voi gli stessi senti-menti di Cristo Gesù». Dalla situazione concreta delladiffusione del contagio da Co-ronavirus siamo stati richiama-ti a porre attenzione ad altri con-tagi, che non conoscono né bar-riere né cancelli. Perché - comeci ha ricordato mons. Delpini -anche i sentimenti si possonoammalare, facendoci diventa-re cattivi, indifferenti nei con-fronti degli altri, oppure la-

    sciandoci guidare da passionioscure e possessive. Ma allostesso tempo i nostri sentimen-ti possono anche guarire,conformandosi a Cristo, imi-tando lui, il Maestro e facen-doci plasmare dalla sua graziache libera e salva. Ringraziando l’Arcivescovo perle sue parole, ci impegniamo arenderle occasioni di discerni-mento, di verifica e di cammi-no.

    Roberto Uboldi, IV teologia

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    In comunione con la Letterapastorale dell’Arcivescovo peril tempo di Quaresima Umiliòsé stesso facendosi obbedientefiano alla morte e a una mortedi croce (Fil 2,8), ogni lunedìl’ospite invitato avrebbe dovu-to testimoniare un’esperienza diumiliazione nella sua vita. Pur-troppo però, per l’incombenzae l’emergenza del Covid-19, lacomunità del Biennio è riusci-ta a svolgere solo il primo in-contro. La testimonianza nasce da donLuca Andreini, attuale padre

    spirituale della comunità delQuadriennio. Con molta since-rità don Luca ha ammesso chenon è semplice parlare dell’u-miliazione, perché è un temache tutti teniamo a debita di-stanza, soprattutto quando bi-sogna parlare della propria. Maperfino Gesù non ha evitato l’u-miliazione, dalla sua santità èarrivato a toccare l’abisso piùoscuro per amore e obbedien-za filiale. Don Luca ha ammessoche ci possono essere diversisentieri di umiliazione nel mi-nistero: la Grazia di Dio che

    umilia ed esalta allo stesso tem-po, gli insuccessi, le incapacitàe il riconoscersi utile ma nonindispensabile.

    NELLA MALATTIAL’esperienza dell’umiliazione, ela preziosità che quest’ultima èstata poi per il suo ministero,don Luca l’ha vissuta nella ma-lattia. Arrivata circa quattordi-ci anni fa, ma rimasta impres-sa nella sua vita. L’interventoper rimuovere l’angioma al cer-vello era andato bene, lo stes-so il decorso clinico. Ma una

    COMUNITÀ PROPEDEUTICA E DEL BIENNIO TEOLOGICO

    Nell’umiliazione riscopriamola via della semplicità

    L’incontro dei lunedì

    di Quaresima.

    Imitando Gesù facendociobbedienti, liberi e servi

    COMUNITÀ DEL QUADRIENNIO

    Gli spunti di riflessione

    dell’Arcivescovo per la Quaresima.

    Da sinistra, don Enrico Castagna, prorettore del Biennio con don Luca Andreini.

    Nella pagina precedente,l’Arcivescovo in preghiera

    sulle terrazze del Duomol’11 marzo scorso.

  • ti che aiutino a stare in piedi e attaccatialla terra» (Christus Vivit n. 179); inoltresi confronteranno sul tema caldo della di-fesa dell’ambiente con lo sguardo ampioe formato, non sprovveduto, che provie-ne dalla enciclica Laudato si’.Durante il campeggio, grazie all’incontrofecondo tra la luce del Vangelo e la cul-tura, i giovani saranno aiutati a prose-guire lungo il loro cammino di fede cheli sta progressivamente conducendo ver-so l’età adulta e la conseguente assun-zione di sempre maggiori responsabilitàin seno alla comunità ecclesiale ed allasocietà civile.

    IL PELLEGRINAGGIO A CRACOVIAA fine estate-inizio autunno è in pro-gramma anche un pellegrinaggio a Cra-covia (sempre a cura del Servizio per iGiovani e l’Università), pensato per quan-ti sono nati nel 2001 e per i loro educa-tori.

    Avere 19 anni significa essere entrati dapoco nella maggiore età, la quale com-porta un rinnovato o ritrovato rapporto

    con Dio, la necessità di una conoscenzapersonale più profonda, l’assunzione diprogressive responsabilità negli studi uni-versitari o nel lavoro, una cura sempremaggiore delle relazioni con gli altri.Una volta divenuti maggiorenni, anchela fede richiede un nuovo slancio e unapratica sempre più convinta, che sia con-traddistinta da impegni sempre più pre-cisi e puntuali di preghiera e di servizioal prossimo. Non a caso ai 19enni viene chiesto dimettere a fuoco la loro identità umana ecristiana attraverso la scrittura di una Re-gola di vita che consegneranno all’Arci-vescovo in occasione della Redditio Sym-boli: essa è il segno di un’appropriazio-ne personale della fede e indica le pro-spettive delle future scelte di vita.Il pellegrinaggio avrà come meta Craco-via in occasione del centenario (1920-2020) della nascita di san Giovanni Pao-lo II (Karol Wojtyla), il Papa che ha tan-to amato i giovani ed ha istituito la Gior-nata Mondiale della Gioventù.Un Papa che così si rivolse ai fedeli du-rante l’omelia della Messa celebrata ilgiorno dell’inizio del suo pontificato (do-menica 22 ottobre 1978): «Non abbiatepaura! Aprite, anzi, spalancate le porte aCristo! Alla sua salvatrice potestà apritei confini degli Stati, i sistemi economicicome quelli politici, i vasti campi di cul-tura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate

    paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”.Solo lui sa!».Durante il pellegrinaggio i partecipanti simetteranno pertanto alla scuola di sanGiovanni Paolo II, spalancheranno le por-te del loro cuore a Gesù e ne trarrannoindicazioni preziose per scrivere la loroRegola di vita.

    Non mancheranno anche momenti con-viviali tra tutti i partecipanti, di amiciziafraterna con i giovani polacchi, nonchéoccasioni per scoprire le bellezze dellacittà di Cracovia, che nel 2016 ha ospi-tato la Giornata Mondiale della Gioventù.Il pellegrinaggio si terrà da martedì 22 avenerdì 25 settembre 2020 (I turno) e davenerdì 25 a lunedì 28 settembre 2020(II turno).I giovani interessati a partecipare al cam-peggio oppure al pellegrinaggio possonotrovare tutte le informazioni dettagliateed accedere alle schede d’iscrizione at-traverso il sito della Pastorale Giovanilediocesana: www.chiesadimilano.it/pgfom.

    A cura del Servizio per i Giovani e l’Università

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    Pastorale giovanile

    I giovani amano viaggiare, fare scambiculturali e conoscere nuove città, impa-rando a sentirsi cittadini del mondo. Vi-vono con slancio contatti ed amicizie glo-bali, spesso si muovono verso altri Sta-ti per realizzare i propri desideri affettivio professionali. Sono disponibili ad usci-re dai propri recinti di relazione ed an-che di nazione, a condividere la loro fe-

    de cristiana allo scopo di costruire unasocietà aperta al dialogo ed alla inte-grazione.Tra tutte le stagioni l’estate è sicuramen-te quella più propizia per fare tutto que-sto: è tempo favorevole per staccare da-gli impegni quotidiani di lavoro e di stu-dio e per concedersi, quando se ne ha lapossibilità, un meritato periodo di riposo

    e di svago. È opportunità per visitare luo-ghi sconosciuti, fare nuove conoscenze,dedicarsi alle proprie passioni, approfon-dire la propria fede, alla ricerca del sen-so ultimo della vita.

    IL CAMPEGGIO A CERESOLE REALEProprio per questo motivo il Servizio peri Giovani e l’Università invita i giovaniambrosiani 20-30enni a partecipare alcampeggio estivo che il prossimo agostosi terrà a Ceresole Reale (To).

    Durante il campeggio si potranno incon-trare giovani cattolici provenienti da dif-ferenti Paesi europei: immersi in uno sce-nario naturale incantevole, i giovani, gui-dati da alcuni educatori e da personecompetenti nelle varie tematiche che ver-ranno trattate, potranno stringere amici-zia tra loro, condividere la fede, porsi do-mande sul significato della propria esi-stenza e sul futuro dell’Europa, che van-ta una storia eccezionale, ma che oggiattende una ventata di freschezza. Due le settimane in programma. In quel-la vocazionale (dal 2 al 9 agosto) i gio-vani partecipanti si soffermeranno sul-l’affermazione per la quale «Io sono unamissione su questa terra e per questo mitrovo in questo mondo» (Evangelii Gau-dium n. 273) e andranno alla ricerca del-la loro vocazione, nella certezza che il Si-gnore chiama ciascuno di loro alla pie-nezza della vita e quindi ad una gioia au-tentica.In quella socio-politica (dal 9 al 16 ago-sto) rifletteranno sul fatto che «è impos-sibile che uno cresca se non ha radici for-

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    L’estate è tempo favorevole per staccare dagli impegniquotidiani e per concedersi un periodo di riposo e svago. È opportunità per visitare luoghi sconosciuti,fare nuove conoscenze, dedicarsi alle proprie passioni

    e approfondire la fede. Le due proposte per i giovaniambrosiani conciliano la luce del Vangelo e la cultura,aprendo a riflessioni sul futuro dell’Europa e dell’ambiente.

    «Due settimane di campeggio:

    una vocazionale e una socio-politica»

    «Da maggiorenni la fede richiede nuovo slancio

    e pratica convinta»

    «A Cracovia i 19enni si metterannoalla scuola di

    san Giovanni Paolo II»

    Proposte estivecon il respiro d’Europa

    Cracovia, meta del pellegrinaggio per i 19enni.

    Ceresole Reale, dove si svolgerà il campeggio per i 20-30enni.

  • accoglie facendo spazio dentro di sé,uno spazio che è la spiritualità. La mondanità chiude, la spiritualità apre;la fragilità viene “accolta” e “custodita”.E quando vivo il dolore profondo, at-tendo qualcuno che “mi custodisca”. Maoggi la fragilità (l’essere anziano, l’esse-re malato…) non viene vista e ricono-sciuta e pertanto neppure accolta.

    CERCARE IL BENE ALTRUINell’immagine di Maria alle Nozze di Ca-na, lei dice: «Non hanno più vino!». Ma-ria si è accorta! Manca qualcosa, i continon tornano! E cosa c’è in questo primomiracolo di Gesù? C’è il vino buono, cioèil mio bene. Maria trasgredisce alle regoleperché c’è un’urgenza, ma dice ai servidi obbedire. Obbedire non è chinare latesta, è fare proprio ciò che abbiamoascoltato, rielaborando, facendo nostrociò che viene chiesto.I servi prendono sei giare vuote (non set-te che è il numero della perfezione) che

    servivano per la purificazione, a signifi-care che occorre partire da ciò che c’è,dall’imperfezione e dall’inadeguatezza.Allora il servizio è la capacità di aprirci a

    ciò che “non torna”; cercare il mio beneè il riconoscimento del bene altrui.Al termine della relazione, lo scambio re-ciproco di riflessioni e domande ci ha re-so maggiormente vicine le une alle altre.Tutte abbiamo apprezzato la profonditàe la ricchezza di contenuti che ci sonostati donati dalla relatrice.

    Questo incontro vuole essere un primopasso di un cammino di conoscenza re-ciproca, di condivisione di vita e di for-mazione per noi mogli di diaconi. Un cammino che ci porti a “coltivare”, adare nutrimento alla nostra vita spiritualee a “custodire, ad avere cura di chi sta alnostro fianco e di coloro che incontriamonel cammino. Per vivere appieno la vo-cazione alla quale Dio ci ha chiamate.

    Vilma Bernasconi

    Sabato pomeriggio, 1° febbraio, a Mila-no, presso le Suore del Beato Angelicoin via S. Gimignano 19, ci siamo ritro-vate con Antonella Marinoni, insegnan-te, inserita nella Comunità missionarielaiche (associazione privata di fedeli na-ta nella diocesi di Milano circa trent’an-ni fa con l’obiettivo di vivere un progettomissionario sia in Italia che all’estero)per un incontro formativo dal titolo Ri-conoscersi reciprocamente nella missio-ne di vivere e di servire.Tale momento ha visto anche la parte-cipazione di alcune mogli di diaconi del-la diocesi di Como che, informate del-l’iniziativa, gioiosamente l’hanno volu-ta condividere.

    È difficile condensare in poche righe unarelazione ampia e ricchissima di spuntidi approfondimento. Sinteticamente proverò ad esporre soloalcuni dei punti toccati e mi scuso se,attingendo dagli appunti, non vi è sem-pre un discorso fluido o se i concettiespressi non sono ben articolati e spie-gati.La relatrice ha inizialmente parlato del-la nostra esperienza di mogli di diaconicome di un’esperienza che abita la di-mensione del servizio, la quale dice aognuno di noi che «l’egoismo non è l’ul-tima parola per l’essere umano». Ci ha

    ricordato inoltre che nella vita si fa l’e-sperienza del «sì, c’è dell’altro!» e chenoi mogli di diaconi abitiamo la perife-ria e non il centro.

    LA VOCAZIONEL’orizzonte di tutto questo è il discorsovocazionale. E quando si parla di voca-zione si parla della volontà di Dio. Que-sta volontà è che si viva bene, perché«Dio vuole il nostro bene».Allora la nostra scelta, il nostro «sì», èl’aver intuito che c’è un bene. Un beneper lui (nostro marito) e un bene per me(moglie). Questa vocazione è un beneper me! E questa domanda sul nostrobene è una domanda buona, che para-dossalmente ci ributta al “centro”. Il be-ne va scelto, va fatto fruttificare; va fat-to nostro, va rielaborato e messo in lu-ce. Il bene va coltivato e custodito.“Coltivare” e “custodire”, cosa signifi-ca? Vuol dire essere “co-creatrici” di ognicosa. Significa dare il nostro contributo,perché il Signore ci vuole adulti, capa-ci di creazione e responsabilità. Essereco-creatrici e non semplici esecutrici ofruitrici, capaci dunque di vivere, di vo-lerci bene, cercando il bene; capaci diinventare, di fare tutte le scelte del quo-tidiano che ci vengono incontro. La Parola di Dio ci aiuta ad orientarci,ma le scelte sono nostre. Quindi unascelta ne contiene altre in movimento:sono le «scelte nella scelta».Allora il “coltivare” è darsi da fare perdare nutrimento alla nostra vita: cosascelgo ogni giorno? Quali le mie amici-zie? Quali i libri che leggo…? Il “custo-dire” è il prendersi cura di qualcuno che

    ho al mio fianco, di un qualcosa che ionon ho fatto, ma che ho lì; è avere unosguardo di “riconoscimento” su qualco-sa che io non ho “coltivato”. Riuscire avedere il bene dell’altro: riconoscere edessere riconosciute.

    NEL DOLOREL’uomo, ci ha detto Antonella, è fatto dibisogni che lo portano al “centro” e lamentalità mondana è quella che perse-vera in questa logica: «portare tutto nelproprio mondo». Ma al sopraggiungeredel dolore tutto si scompagina, la dina-mica mondana non tiene, si sperimen-ta che c’è dell’altro. E quando succede,questo “altro” o lo si distrugge, o lo si

    Diaconato

    Il desiderio di conoscersi, la voglia di approfondireargomenti che toccano la loro vita fin nel profondo, ha portato alcune mogli dei diaconi permanentiambrosiani ad organizzare un momento formativo

    e di condivisione. Al centro della riflessione di AntonellaMarinoni, appartenente alla Comunità missionarie laiche del Pime, i verbi “coltivare” e “custodire”.

    26 27

    «Noi mogli di diaconi

    abitiamo la periferia e non il centro» «La nostra scelta,

    il nostro “sì”, è l’aver intuito

    che c’è un bene»

    «La Parola di Dio ci aiuta ad orientarci,

    ma le scelte sono nostre»

    Riconoscersi nella missione di vivere e di servireA lato, da sinistra: Maura, la relatrice Antonella Marinoni, Vilma, Maria Teresa, Orietta ed Emanuela.Sotto, l’incontro formativo.

  • finché il vivere insieme non sia qualchecosa di artificiale, di costruito, ma sia ve-ramente il luogo in cui ognuno possaesprimere al meglio se stesso. Carlo ci hainsegnato questo!

    Che cosa può imparare oggi dallavicenda di Carlo la Pastorale gio-vanile della nostra Diocesi?Anzitutto colgo l’occasione per esprime-re la mia gratitudine verso tutti coloro chededicano la loro vita o parte del loro tem-po per l’educazione dei giovani: penso,in modo particolare, ai laici, religiosi e re-ligiose impegnati negli oratori, nelle scuo-le, nelle università, nei movimenti. Il giovane Carlo ci ricorda che l’efficaciadi una Pastorale giovanile si basa su tre

    pilastri fondamentali: l’Eucaristia, la con-fessione e la carità verso il prossimo. C’è una frase che Carlo ripeteva spessoe che rivela quanto fosse profonda la suadevozione al Corpo e al Sangue di Cri-sto: «L’Eucaristia è la mia autostrada peril Cielo!».

    Una Pastorale giovanile, se non favoriscemomenti di silenzio davanti al Tabernaco-lo, di Adorazione Eucaristica e di coinvol-gimento alla Santa Messa, rimane sterile. Fedele ai consigli del padre spirituale,Carlo cercava di confessarsi tutte le set-

    Lo scorso 22 febbraio papa Francesco hadato il via libera alla beatificazione di Car-lo Acutis, ragazzo milanese morto nel2006 a 15 anni per una leucemia fulmi-nante, la cui fama di santità è esplosa inquesti anni a livello mondiale.

    Il fulcro di tutta la sua spiritualità era l’Eu-caristia, per cui nutriva un amore tale davoler andare a Messa tutti i giorni. Dice-va spesso: «L’Eucaristia è la mia auto-strada per il Cielo». Aveva un così gran-de desiderio di rendere tutti consapevo-li dell’immenso dono che ci è offerto nel-la Messa che, esperto com’era di infor-matica, ha creato una mostra on line mol-to accurata sui miracoli eucaristici, cheancora oggi si trova su Internet. Inoltre,Carlo pregava tutti i giorni il Rosario, checonsiderava «l’appuntamento più galan-te della giornata». Amava molto Maria,in particolare i santuari di Pompei, diLourdes e di Fatima, che aveva visitato.La sua fede e la sua devozione così sem-plici, come pure la sua carità che lo por-tava a preoccuparsi sempre dei poveri e

    di quanti erano lontani dalla Chiesa, uni-te alla sua vivacità e al suo carattere estro-verso, ci fanno vedere come non ci siabisogno di nulla di troppo complicato perdiventare santi, ma occorre vivere unaprofonda vita di preghiera e confidarenella grazia di Dio. La gioia che traspare da tutta la vita diCarlo si basava sulla speranza del Para-diso, in cui desiderava intensamente an-dare, tanto che in ospedale, posto di fron-te alla morte, nella tenerezza dei suoi 15anni, Carlo disse: «Offro tutte le soffe-renze che dovrò patire al Signore, per ilPapa e per la Chiesa, per non fare il Pur-gatorio e andare dritto in Paradiso».Abbiamo molto da imparare da Carlo epossiamo conoscerlo bene grazie ai tan-ti testimoni che ci raccontano di lui, apartire dai suoi genitori. Qui invece vi proponiamo una breve in-tervista a don Marco Gianola, collabo-ratore dell’Ufficio delle Cause dei Santidella nostra Diocesi, per farci aiutare afamiliarizzare con il futuro beato.

    Don Gianola, quali tratti della spi-ritualità di Carlo Acutis indiche-rebbe a un seminarista, ma non so-lo, come esempi da seguire?Carlo un giorno scrisse questa frase: «Tut-ti nasciamo come degli originali, ma mol-ti muoiono come fotocopie». Il tempo del

    Seminario è certamente un periodo digrazia in cui la preghiera, lo studio teo-logico e la vita comunitaria caratterizza-no la quotidianità. Tuttavia anche i se-minaristi, pur vivendo in un ambientepiuttosto protetto, non sono preservati daquella tentazione della cultura contem-poranea che porta alla omologazione, alragionare secondo un pensiero unico ecomune, limitandosi all’opinione pubbli-ca dei mass media e del mondo dei so-cial network. Il giovane Carlo ci esorta anon perdere la nostra originalità, il no-stro essere unici davanti a Dio, a nonsoffocare quei talenti che il Signore hamesso nel cuore di ognuno. «Essere ori-ginali» non significa compiere azioni fuo-ri dall’ordinario, né pensare a cose par-ticolari, ma essere e rimanere semplice-mente se stessi. La vita comunitaria, co-me quella seminaristica, cresce e matu-ra nella misura in cui si valorizza l’origi-nalità di ciascuno, facendola diventareun dono per gli altri. Questa è la veracondivisione di cui abbiamo bisogno, af-

    Verso la beatificazione

    Parla a tutti la figura del giovane milanese, morto a 15 anni per una leucemia, che sarà prestodichiarato beato. Il decreto pubblicato lo scorsofebbraio, per il riconoscimento del miracolo attribuito

    alla sua intercess