Pappalardo Tesis Yasuni

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  • 1. IndiceIntroduzione 31 Conservazione della natura, biodiversit, conflitti ambientali 51.1 La biodiversit tra impatti antropici e paradigmi scientifici51.2 Modelli di conservazione della biodiversit: strategie,centri di biodiversit ed aree protette151.3 Foreste umide tropicali241.4 Biodiversit: un approccio ecosistemico291.5 Territorio, conflitti ambientali ed aree protette362 Inquadramento geografico, ecosistemico e territoriale462.1 Ecuador: geografia, biodiversit ed ecosistemi 462.2 Ecuador: societ, comunit indigene, territorio532.2.1 Aree Protette e territori indigeni 592.3 Area di studio 602.3.1 Regione Amazzonica Ecuadoriana: ecosistemi 602.3.2 La Riserva della Biosfera Yasun:biodiversit e gestione dellarea protetta 662.3.3 La produzione petrolifera: impatti socio-ambientali722.3.5 Vie di comunicazione terrestri allinterno dellarea di studio 792.3.6 Uso del territorio 822.3.7 Attori e poste in gioco852.3.8 Definizione area di studio tramite analisi G.I.S.933 Materiali e metodi 973.1 Indagine bibliografica e workshops sul campo 973.2 Attivit di campo983.2.1 Raccolta punti GPS 993.2.2 Interviste e raccolta dati da informatori privilegiati 1003.2.3 Problematiche di lavoro103 1

2. 3.3 Sistemi Informativi Territoriali 1053.3.1 Cartografia tematica 1083.3.1 Immagini satellitari 1114 Risultati1174.1 Introduzione 1174.2 Area di studio 1184.3 Input cartografici 1214.4 Carta tematica degli ecosistemi della RAE: input cartografico1214.5 Sistemi idrografici della regione amazzonica ecuadoriana 1244.6 Comunit indigene, colonos e centri urbani: input cartografico 1284.7 Studio dei sistemi forestali amazzonici ed impatto antropico 1314.8 Ground truth, punti GPS e grafo stradale 1444.9 Via di comunicazione stradale Occidental Petroleum:analisi quantitativa 1454.10Via Auca e bacino idrografico Curaray:analisi quantitativa e pattern di territorializzazione 1504.11Riserva della Biosfera Yasun (RBY) e produzione petrolifera:analisi geografica con approccio transcalare 1604.12Installazioni per lestrazione petrolifera e Riservadella Biosfera Yasun: carta di densit1654.13Analisi comparativa ed overlay tra carta di densitdelle installazioni petrolifere e Zona intervenida 1684.14 Risultati delle interviste ad informatori privilegiati1715 Discussione e conclusioni173Bibliografia 184Allegati 194Ringraziamenti 1982 3. Sic alid ex alio numquam desistet oririVitaque mancipio nulli datur, omnibus usu. (Lucrezio, De rerum natura)IntroduzioneIl lavoro di questa tesi nasce dallesigenza personale di affrontare il tema dellaconservazione della natura nella sua complessit cercando di superare le barriere cheseparano luomo dallambiente per entrare nel vivo del problema.La ricerca stata condotta in una delle venticinque regioni definite da Myers (2000)centri di biodiversit situata nella parte occidentale della foresta tropicaleamazzonica in unarea caratterizzata da unelevata diversit biologica e dallapresenza di popolazioni indigene: La Riserva della Biosfera Yasun.La scelta di tale area legata sia alla volont di consolidare le conoscenzenaturalistiche in una delle regioni pi biologicamente sensibili del pianeta, sia aldesiderio di entrare in contatto con le comunit indigene che vi abitano percomprendere le problematiche che attraversano questa porzione di forestaamazzonica.Larea di studio, oltre ad essere stata istituita come Parco Nazionale IUCN (cat. II,IUCN, 1982), inserita come area protetta allinterno dei programmi per laconservazione e lo sviluppo sostenibile dellUNESCO (MAB, 1989, Man andBiosphere Program), costituendo per la comunit internazionale uno dei modelli piuavanzati di compatibilit tra la tutela della biodiversit ad ogni livello organizzativo eattivit umane sostenibili.Tuttavia, negli ultimi decenni, allinterno dellarea si sono sviluppate attivitantropiche a carattere industriale legate prevalentemente alla produzione petroliferaed allestrazione di legname per lesportazione, influenzando sia i programminazionali ed internazionali per la conservazione della biodiversit, che le attivittradizionali e la vita stessa delle popolazioni indigene (Narvaez, 2004).Le attivit per lestrazione e la produzione petrolifera sono divise in aree lottizzateche si sovrappongono geograficamente alla Riserva della Biosfera ed ai territoriindigeni, producendo impatti sugli ecosistemi e sulle comunit locali che simanifestano nel cosiddetto conflitto ambientale (De Marchi, 2004).Cercando di mantenere un approccio ecosistemico sono state sviluppate sia attivit dicampo che analisi quantitave di natura geografica, per approfondire le problematiche3 4. socio-ambientali e verificare la compatibilit tra gli attuali modelli di conservazione ele attivit industriali presenti nellarea.Lo scopo della tesi stato quello di quantificare i cambiamenti della foresta umidatropicale per ciascuna formazione vegetale sostituita da attivit antropiche,approfondire le dinamiche di interazione uomo-ambiente nellarea di studio everificare la sostenibilit socio-ambientale tra i modelli di gestione delle aree protettee la produzione petrolifera.Dopo aver sviluppato attivit di campo volte ad acquisire dati geografici, rilievi GPSed informazioni raccolte tramite interviste non strutturate, sono state condotte, tramiteluso di sistemi G.I.S. (Geographical Information Systems), analisi quantitative equalitative sulle relazioni spaziali tra le attivit antropiche, gli ecosistemi, la Riservadella Biosfera Yasun ed i territori indigeni. In particolare le analisi quantitativehanno preso in esame limpatto antropico sulla copertura vegetale, lo stato diavanzamento delle vie di comunicazione terrestri allinterno della foresta primaria, ladensit delle installazioni petrolifere ed i pattern territoriali sviluppati dalle attivitproduttive per lestrazione petrolifera lungo unasse stradale e dalle comunitindigene Wuaorani e Quichua nellarea di influenza della Riserva della BiosferaYasun.Lesperienza sul campo e le analisi quantitative prodotte hanno permesso dicomprendere come i diversi modi di percepire la natura e di tradurla in risorse dasfruttare possano portare a dimensioni di conflittualit ambientale tra i diversi attoriin gioco nel territorio.4 5. 1Conservazionedellanatura, biodiversit, conflittiambientali1.1 La biodiversit tra impatti antropici e paradigmi scientificiAffrontare oggi il tema della conservazione della natura e delle sue risorse, nella suacomplessit, si rivela quasi sempre impresa ardua e spinosa, soprattutto se le analisivengono spinte in profondit e se si tratta largomento insieme alle moltepliciimplicazioni che esso comporta.Quando si parla di conservazione, specialmente nellambito delle scienze naturali,spesso ci si riferisce allidea ampia di preservare la natura, nel senso di recuperarespecie botaniche o zoologiche dai processi di estinzione, oppure di proteggere unareadinteresse naturalistico per riportarla al suo stato originario. Ci che principalmentepreoccupa gli addetti ai lavori della conservazione sono la frammentazione deglihabitat ed il cosiddetto effetto margine che, per le conseguenti minacce per le specieed le biocenosi, sono fenomeni sempre pi studiati e rappresentati dai modelli dellabiogeografia delle isole e vengono ricondotti, direttamente o indirettamente, adinterventi antropici in termini di riduzione areale (Primack, 2004, pp. 132-139).Laumento dei tassi di riduzione della biodiversit e la degradazione degli habitatsono indiscutibilmente riconosciuti come problemi attuali, legati prevalentemente alleattivit antropiche su scala locale e globale. Sovente per il dibattito interno allescienze naturali si torce intorno alla cosiddetta conservazione in situ o ex situ,affrontando le problematiche allinterno del paradigma meramente conservazionistalegato alla perdita di una specie o alla perdita di un habitat. Anche se sono passatioramai trentanni dalluscita del celebre libro di Myers (1979) dove limmaginedellarca che affonda poneva per la prima volta al centro del dibattito i numeri e lestime dei tassi destinzione, a volte sembra che lapproccio alla questione ambientalein termini di riduzione di biodiversit debba essere confinato ai soli specialisti delsettore, preoccupati della potenziale estinzione di una specie per la perditadelloggetto di ricerca o del valore naturalistico della stessa. Qui si annida inoltre ilproblema sulle strategie della conservazione naturalistica intorno alla salvaguardia 5 6. delle specie; deve essa attuarsi in situ o ex situ? Nonostante limportanza cherivestono i musei e gli orti botanici, specialmente in termini di didattica e di ricercaspecifica ex situ, le scienze naturali, da qualche decennio a questa parte, si sonotrovate un po in difficolt rispetto alla conservazione della natura in termini organicie complessivi. Questo accade non solo per la galoppante importanza e quotazioneche lapproccio genetico-biochimico della biologia molecolare sta avendo allinternodelle scienze naturali, ma anche perch questultima, da un po di tempo a questaparte, passata nello spettroscopio della Scienza Contemporanea, frantumandosi inmolte discipline specifiche, relative alla natura sensu lato, molecolarizzandosi eprivandosi di una visione olistica che forse oggi dovrebbe avere la conservazionedella natura allinterno della cosiddetta questione ambientale (Cini, 1994).Anche dalle lontane Galapagos, studiando i meccanismi di speciazione dei celebrifringuelli che hanno aperto la strada alla teoria di Darwin, Peter Grant, biologoevoluzionista, si pone il quesito: What does it mean to be naturalist at the end of theXX Century? (Cosa significa essere naturalista alla fine del XX secolo?) (1999).Forse lo stesso Grant, citando Gentry (1989, p. 127), si accorge, dalla prospettivadella biologia evoluzionistica, che lo straordinario tasso di speciazione delle piantenel bosco umido tropicale delEcuador, accompagnato da un altrettantostraordinario ed elevato tasso di estinzione di locali endemismi dovuto alladeforestazione. Non solo leredit biologica dellumanit che si impoverisce, maanche la nostra stessa eredit intellettuale che viene erosa quando questi unici e attivilaboratori di speciazione scompaiono dalla faccia della terra. Inoltre quelli di noi chesono interessati ai processi evolutivi hanno un incentivo aggiunto per preservare ilnostro pianeta dalla distruzione delle restanti foreste tropicali. Abbiamo bisogno delleforeste tropicali se vogliamo veramente capire i processi di speciazione ed evoluzioneche hanno fatto incrementare la diversit della vita sulla terra. (Grant, 1999). Inquesto caso, sicuramente sentita nel profondo da parte di chi studia i processievolutivi e la biologia delle popolazioni, la perdita di biodiversit rappresenta un serioproblema da affrontare e da far emergere dalla specificit delle discipline scientifichedelle scienze naturali. A volte per la generica perdita di diversit biologica legataallimpatto delle attivit antropiche sullambiente si infrange su due immagini6 7. speculari ma asimmetriche: strumento per coloro che riconoscono il suo valore intermini economici da un lato o giocattolo nel modo urbano e occidentale di guardarealla complessit dei viventi dallaltro (De Marchi, 2002). Talora sono gli stessinaturalisti e scienziati che proiettano sulla diversit biologica, in manierainconsapevolmente semplicistica e semplificata, questa seconda immagine.Questultimo approccio alla biodiversit ed alla sua degradazione pu in qualchemodo ricollegarsi al paradigma che ha condizionato la scienza moderna, diderivazione galileiana-newtoniana, che applica largamente il metodo riduzionistico,isolando i singoli fenomeni ed interpretandoli come catene lineari causa-effetto(Pignatti, Trezza, 2000 pp. 20-31). Si tratta dello stesso paradigma scientifico che hamantenuto separato luomo dallambiente e che ha considerato questultimo come uncontenitore da cui comodo sottrarre risorse e in cui scaricare rifiuti. Un paradigma(o approccio) sistemico considera invece lambiente come un ecosistema: un sistemaauto-organizzante che accumula ordine sotto forma di materia organica (bio-massa) edi specie viventi (biodiversit) (Pignatti, Trezza, 2000).E infatti nella tipologia di relazioni che intercorrono tra comunit umane edecosistemi che si traducono nelle varie forme duso delle risorse naturali che vannoricercati e riscoperti gli approcci per sviluppare modalit di conservazione dellanatura organiche e complessive. Le relazioni tra comunit umane ed ecosistemi, cheinsieme costituiscono un sistema bimodulare, sono di tipo verticale e senza dubbiodanno luogo a compromissioni di natura ambientale e diventano morfogenesi dellereti trofiche (Vallega, 1995, pp. 71-77).La biodiversit invece da considerarsi quindi come diversit multiscalaredellorganizzazione biologica (geni, popolazioni, specie ed ecosistemi) e pu essereconsiderata ad ogni scala geografica (locale, regionale e globale) e la suaconservazione dovrebbe avere un approccio ecosistemico che si orienti allinterno diquesta concezione.E dalla Convenzione sulla biodiversit di Rio de Janeiro allinterno dellEarthSummit (1992), che si delineano misure a carattere internazionale per la protezionedella diversit biologica ad ogni livello ed il suo uso sostenibile. E ormai acquisitoche le attivit antropiche stanno fondamentalmente, e spesso in modo irreversibile,7 8. mutando la diversit della vita sul pianeta, e la maggior parte di questi cambiamenti sitraduce in perdita di biodiversit (M.A., 2005), che da allora diventa sempre pi respublica, anche se con differenti interpretazioni ed approcci spesso discordanti.Semplicemente usando una chiave di lettura ecologica si ritiene che qualsiasiintervento umano su un elemento del sistema vivente ai diversi livelli diorganizzazione, data la struttura interattiva di questo, destinato ad influenzare glielementi connessi dello stesso sistema, in modo tanto pi incisivo quanto pi forte lintervento e quanto pi numerose e strette sono le connessioni al livello diorganizzazione gerarchica pertinente e, eventualmente con altri, con esso collegati(Buiatti, 2000).Rifacendosi ai lavori commissionati dallOrganizzazione delle Nazioni Unite (ONU)ad oltre 1300 scienziati per lo stato globale degli ecosistemi, (Global EcosystemAssessments, 2005), comunque utile rilevare, solamente in riferimento alla perditadi biodiversit in termini di estinzioni biologiche, che i dati e le proiezioni future nonsono tra i pi rassicuranti.Tra il 10% ed il 50% dei taxa studiati (mammiferi, uccelli, anfibi, conifere e cicadi)sonoattualmente sotto minaccia di estinzione,basandosisuicriteriadellInternational Union for Conservation of Nature (IUCN, 2001, in M.A., 2005).8 9. Fig. 1.1 Tassi di estinzione delle specie in tre intervalli temporali: passato lontano(documentazione fossile), passato recente (estinzioni registrate), futuro (basato su piumodelli). Fonte: Millennium Ecosystem Assessment, 2005Premesso che la biodiversit ad ogni livello segue su scala planetaria un gradientelatitudinale aumentando verso le fasce tropicali (Primack, 2004, pp. 38-40) e che diconseguenza gli ambienti pi ricchi si ritrovano nelle foreste pluviali, (WCMC,1992) il cui bioma rappresenta pi della met delle specie esistenti al mondo con ilsolo il 7% della superficie terrestre (Whitemore, 1990) costituendo la pi granderiserva della storia evolutiva del pianeta (M.A., p. 87), urge sottolineare comeattraverso lo studio di un ampio range di gruppi tassonomici la grandezza dipopolazione e la diversit biologica sono in declino (M.A., 2005).Anche i centri di endemismo sono concentrati ai tropici; centri di endemismo relativiai taxa di uccelli, mammiferi ed anfibi tendono qui a sovrapporsi (IUCN 2004, Redlist od threatened Species. A Global Species Assments. IUCN, Gland, Switzerland). 9 10. Anche in termini di produttivit, la quantit netta di carbonio fissata dalle piante(KgC/m2) con la fotosintesi, principale fonte di energia della biosfera (M.A., Forestand Woodland Systems, 2005), e di biomassa le foreste tropicali esprimono elevatilivelli comparati con le foreste di conifere in zone temperate e boreali.Fig. 1.2 Comparazione della diversit tra gli otto regni biogeografici:A) Ricchezza specifica; B) Endemismi (fonte: M.A., 2005)Mentre nel passato le forti spinte di cambiamento e di modulazione della diversitallinterno della biosfera sono state guidate da processi estrinseci alla vita stessa,come i cambiamenti climatici, i movimenti tettonici, ed eventi extraterrestri nel casodel Terziario, gli attuali trend di cambiamento sia sulla biodiversit che sui ciclibiogeochimici ed idrologici naturali (Primack, 2004) risultano da processi intrinsecialla vita sulla Terra, e quasi esclusivamente legati alle attivit antropiche: rapidi10 11. cambiamenti climatici, cambio duso dei suoli, sovrasfruttamento delle risorse,introduzione di specie alloctone invasive, agenti patogeni e inquinanti. Tali processi,che si legano tra loro in relazioni complesse e che spesso agiscono in manierasinergica, sono considerati come fattori antropogenici che danno impulso e guidano icambiamenti sopraccitati; tali processi sono conosciuti come anthropogenic directdrivers (M..A., 2005 cap. 4. Biodiversity, p. 96). Tra i pi importanti impatti diretti epervasivi sulla biodiversit ricordiamo: la distruzione degli habitat (M.A., cap. 4), ilsovrasfruttamento delle risorse naturali, (M.A., 2005 cap. 4), lintroduzione di speciealloctone invasive (alien species) Primack, 2004), agenti patogeni (M.A., cap. 4Biodiversity, 2005) ed inquinanti ed infine, ma non irrilevante, i cambiamenticlimatici (M.A., cap. 9, 2005 ).Levoluzione di nuove specie e lestinzione di altre sono in s un processo naturale.La diversit biologica, in termini di specie, che attualmente presente rappresentaappena il 2% di quelle che sono vissute sulla terra (Primack, 2004). Attraverso itempi biologici di evoluzione, il cui ordine di grandezza di milioni di anni, csempre stato un netto eccesso di speciazione nei confronti dellestinzione che haportato alla enorme diversit biologica sperimentata oggi sulla terra. Ci che importante rilevare che i processi di cambiamento che determinano ladegradazione/perdita di habitat, la riduzione della biodiversit ad ogni livello, ed icambiamenti climatici, condizionati direttamente dai sopraccitati anthropogenicdirect drivers, si svolgono su una scala temporale differente.E infatti allinterno della scala dei tempi storici, quella che racchiude levoluzioneculturale, tecnologica e socio-economica dellHomo sapiens, che i processi ditrasformazione della biosfera, dellidrosfera e della atmosfera (e inevitabilmente dellageosfera) acquistano un ritmo ed una velocit assai rilevante; sono state le grandiinnovazioni tecnologiche ed il loro uso dettato ed imposto dai sistemi politico-economici a diventare determinanti spartiacque allinterno della scala dei tempistorici (Rifkin, 2000).I tempi storici delluomo hanno attraversato le prime rivoluzioni tecnologiche delneolitico, in cui si sono sviluppate le prime attivit agricole stazionarie, lallevamentoe laccumulo di propriet, fino alla grande rivoluzione tecnologica-produttiva della 11 12. dellera industriale. I ritmi dei tempi storici e dei tempi biologici sono stati traspostisu scale enormemente differenti: lordine di grandezza di centinaia danni nel primocaso, di milioni o miliardi nel secondo. Con i modelli di sviluppo e di produzionedominanti e con lattuale livello tecnologico impiegato, le capacit di modificareecosistemi, paesaggi e cicli biogeochimici sono notevolmente aumentate in funzionedel tempo e dello spazio. Il tempo sta quindi cambiando unit di misura nel rapportouomo-natura. La scala sottesa ai tempi storici delluomo di tipo logaritmico,aumenta in serie geometrica, con crescita esponenziale. La scala dellevoluzionebiologica invece la misura dei processi evolutivi ed dellordine di grandezza dimilioni/miliardi di anni (Tiezzi, 2001). Quando si affrontano le problematiche relativealla biodiversit, oltre alla sua dimensione multiscalare, il valore ecologico puramenteintrinseco si esprime anche attraverso la sua stessa storia, prodotto di una complessited unevoluzione incredibili di tre miliardi e mezzo di sperimentazioni di forme divita (Shiva, 2001).Per meglio comprendere per da unaltra prospettiva, non escludente ma includente,la questione della biodiversit opportuno approcciarsi ad essa con gli strumentianalitici propri della geografia della complessit (Turco, 1988).Se da un lato anche il rapporto del Millenium Ecosystem Assessments ha preso inesame e sviluppato numerose analisi quantitative degli impatti antropici sullabiodiversit prevalentemente a livello di specie e/o habitat, linsieme dei fattori chedeterminano landamento dei processi causali sui sistemi ambientali di pi difficilevalutazione, specialmente se la scala a livello di ecosistema o di meta-ecosistema.(De Marchi, 2000).Ecosistemi e societ si evolvono nel tempo in relazioni reciproche che, interagendoportano alla costruzione dei sistemi complessi territoriali. Linterazione nel tempo enello spazio tra societ ed ambiente da luogo ad un sistema bi-modulare i cuisottosistemi sono caratterizzati da una propria auto-organizzazione ed autonomia purmantenendo le capacit di interazione tra loro (Vallega, 1995).I sistemi territoriali sono quindi prodotti dalle interazioni continue e reciproche trasociet umane ed ambiente e sono dipendenti da processi continui di produzione edistruzione di biodiversit ad ogni livello organizzativo. Lecosistema originario deve12 13. ridurre i livelli di complessit naturale per poter consentire alla societ di erogareservizi e beni utili (M.A, Ecosystem Services, 2005) in maniera costante e per poterriprodurre le azioni nel tempo. Tali operazioni si traducono in semplificazionidellecosistema: modificazioni delle caratteristiche fisiche del paesaggio perconsentire spostamenti, conversione in allevamenti o attivit pastorizia, coltivazionidi solo alcune piante selezionate (monocolture), attivit produttive, insediamenti (DeMarchi, 2000). Queste attivit sono sempre state sviluppate nel corso della storiadelluomo, ma con modulazioni notevoli in intensit ed estensione, specialmente apartire dal secolo scorso. E proprio allinterno di questi interventi antropici chevanno cercati i meccanismi ed i processi delle interfacce societ-natura, cheinfluiscono sulla biodiversit e che direttamente o indirettamente costituisconoimpatti sui sistemi ambientali.I processi che esercitano in qualche modo influenza sulla biodiversit possono essereindividuati in meccanismi diretti ed indiretti che, per la loro genericit estandardizzazione possono essere utilizzati in diversi contesti territoriali. (De Marchi,2000).Sono state individuate sei famiglie di meccanismi diretti che agiscono sullabiodiversit e sei famiglie di meccanismi indiretti;Meccanismi diretti Meccanismi indiretti Organizzazione sociale Sfruttamento delle popolazioni naturaliCrescita della popolazione Cambiamenti dellagricoltura, della Modelli di consumo selvicoltura, della pesca Commercio globale Introduzione di organismi e patologie alloctone Sistemi economici e politiche incapaci di valutare il reale valore Inquinamento del suolo, dellacquadellambiente e delle risorse naturali e dellatmosfera Modelli iniqui di propriet e gestione dei flussi di benefici provenienti Cambiamenti climatici globali dalluso e dalla conservazione delle risorse naturaliTab. 1.1 De Marchi (2000)13 14. Come si evidenzia dalla tabella i meccanismi indiretti descrivono le attivit socio-economiche, frutto delle strategie utilizzate dalle societ nel relazionarsi conlambiente; i meccanismi indiretti agiscono sui meccanismi indiretti.E implicito che i meccanismi utilizzati sono stati generalizzati e che le dinamicheuomo-ambiente dipendono dal tipo di relazione tra societ ed ambiente. Anche semolto spesso viene enfatizzata la crescita demografica come problema principale neiprocessi di perdita di biodiversit, opportuno evidenziare che nellinsieme dellecausei meccanismilegatial mercatoglobale, ai sistemi economici,allorganizzazione sociale, alla ineguale distribuzione dei benefici delle risorse, aimodelli di consumo, sono fortemente responsabili nel determinare lintensit elestensione dei processi che influiscono sulla perdita di biodiversit (De Marchi,2000).I meccanismi indiretti sono strettamente collegati con le dinamiche di cambio dellacopertura ed uso del suolo (land cover/ land use). Questi due dinamiche appartengo adue modi distinti di percepire e descrivere le dinamiche di cambiamento dellamorfologia del suolo: land cover spesso usato per lo stato fisico del suolo, spesso intermini di copertura vegetale o in analisi geomorfologiche (solitamente impiegatanellambito delle scienze naturali); land use invece rappresenta luso del suolo anchein termini qualitativi (impiegata in geografia, antropologia, pianificazione territoriale,economia). Lintreccio analitico dei due approcci, contemporaneamente consente unarappresentazionepi completadelle dinamiche cheinterfacciano sistemasociale/sistema ambientale (De Marchi, 2000).Quando si affrontano le problematiche relative alla biodiversit quindi utileeffettuare le analisi allinterno di un modello concettuale ecosistemico che collega illivelli della diversit dei viventi, le funzioni degli ecosistemi e le dinamiche landuse/land cover (De Marchi, 2000).14 15. 1.2 Modelli di conservazione della biodiversit:strategie, centri di biodiversit ed aree protette.La biologia della conservazione ha mantenuto per molto tempo un approccio di tipoclassico per salvaguardare la biodiversit, soprattutto a livello di specie e dipopolazione, esprimendo una prospettiva romantica e forse un po naive nelpreservare il maggior numero di specie nella maggior area possibile. Tale pensieroper poco si concilia con luso delle risorse naturali, le popolazioni locali e con isistemi economici e produttivi odierni locali e globali.A causa di tali evidenze gli stessi biologi della popolazione hanno convalidato ilconcetto di Shaffer (1981) di minima popolazione vitale (MPV) definito come la lapi piccola popolazione isolata avente il 99% di probabilit di persistere per 1000anni nonostante gli effetti prevedibili di eventi demografici, ambientali e geneticicasuali e le catastrofi naturali. Dopo aver definito il MPV, allinterno del qualevengono condotte stime quantitative sul numero di specie indispensabile per nonevolvere in processi di estinzione (dimensione della popolazione, tipo di habitat,cambiamenti ambientali), stata introdotta la minima area dinamica (MAD), ossialunit areale minima per garantire la minima popolazione vitale (Menges, 1991, inPrimack 2000). In questa definizione, oltre allorientamento alla conservazioneimpostato unicamente a livello di specie, traspare anche limpronta concettuale di tipodeterministico-riduzionista, che considera lambiente da proteggere come un sistemaisolato e descrive i fattori demografici ed ambientali determinabili in un meccanismolineare di probabilit (Cini, 1999).Tali concetti e studi per preservare la biodiversit a livello di specie si esprimono instrategie di conservazione del tipo in situ che permettono cio di tutelare le specie e lepopolazioni allinterno del loro stesso habitat. Indubbiamente per gli obiettivi propri ecircoscritti della biologia della conservazione a livello di specie/popolazioni, stata lastrategia pi accolta, in quanto le specie sarebbero in grado in continuare i processievolutivi di adattamento allinterno del loro habitat selvatico.Laltra strategia di conservazione contemplata e praticata dai biologi la cosiddettaconservazione ex situ, ossia portare le specie fuori dallecosistema nel quale vivevano15 16. e si erano evolute per coltivarle/allevarle in condizioni artificiali: zoo, acquari, ortibotanici, banche del seme sono gli esempi pi noti. (inserire la validit comestrumenti didattici )Se da un lato, ai fini limitati della biologia della conservazione e,nei casi estremi in cui le specie sono seriamente minacciate e versano in processiirreversibili di estinzione, la conservazione ex situ una strategia forse comprensibile,dallaltro questa modalit sovente al centro di critiche e dibattiti per le numeroseimplicazioni di carattere socio-economico che essa comporta.Risvolti delicati e complessi dal punto di vista socio-economico sono le banche delgermoplasma, dove vengono conservati e gestiti i patrimoni genetici di piante (nonsolo minacciate), provenienti dalla biodiversit locale selvatica di ogni regione delpianeta (specialmente dai PVS tropicali dove si concentra la maggior diversitbiologica) e dai cultivar selezionati dalle popolazioni rurali. Tale argomento cheimplica doverose riflessioni sui diritti di propriet, sullaccesso e sulla gestione dellerisorse fitogenetiche allinterno delle banche del germoplasma verr approfondito nelparagrafo successivo.Rispetto alla conservazione ex situ lo stesso Primack (1998) che, dalla suaprospettiva di biologo della conservazione, riconosce seri limiti biologici, genetici edetologici intrinseci alla strategia appena menzionata: per non incorrere in derivegenetiche e fenomeni di inbreeding le specie ex situ dovrebbero essere assainumerose (alcune centinaia); le specie conservate al di fuori dal loro ecosistemapossono costituire solo una parte del pool genico della popolazione poich prelevatesolo in una certa area geografica; le popolazioni conservate negli zoo per moltegenerazioni possono adattarsi geneticamente alle condizioni artificiali; le speciezoologiche in cattivit possono modificare la loro etologia e, qualora rilasciate innatura, avere difficolt nel procacciarsi cibo, poich in cattivit non stato maiappreso (Primack, 2004, pp. 246-260).Su scala globale la World Conservation Monitoring Center (WCMC), BirdlifeInternational e la Conservation International hanno individuato le aree prioritarie perconservazione della biodiversit a livello di specie e le maggiormente compromessesotto il profilo della degradazione degli habitat. Tali zone sono state chiamate centricaldi per la biodiversit, ossia biodiversity hotspot (Myers et al., 2000).16 17. I principi fondamentali per stabilire i biodiversity hotspot sono legati a due criteri: iltasso di endemismo e la perdita di habitat. Non avendo disponibilit di dati su unampio range tassonomico, per quanto riguarda il tasso di endemismo, sono state presein considerazione le piante vascolari, che devono rappresentare almeno lo 0,5% dellespecie finora note; per quanto concerne la perdita di habitat gli hotspots devono averperso almeno il 70% delle formazioni vegetali originarie (Myers et al., 2000).Su scala globale quindi sono stati al momento rilevati venticinque hotspots chesoddisfano questi requisiti e che coprono l1,4% della superficie delle terre emerse.Linsieme dei venticinque hotspots costituisce il 44% delle piante vascolari sul totaledi quelle conosciute, il 28% delle specie di uccelli, il 30% delle specie di mammiferi,il 38% delle specie di rettili il 54% delle specie di anfibi (Myers et al., 2000).E importante segnalare come su venticinque hotspots 12 siano situati negli ambientidi foresta umida tropicale, tra cui larea del mediterraneo e le Ande tropicali perlelevato tasso di piante endemiche (13.000 specie pari al 4,3% e 20.000 specie, parial 6,7% della flora mondiale) sono state classificati come hyper-hotspots, ossiahotspots speciali (Primack, 2004 p. 311).Allinterno della tassonomia conservazionista sono state classificate inoltre tre zonedi foresta umida tropicale che non avendo perso il 70% della vegetazione originalenon possono rientrare nella categoria biodiversity hotspots, pur contenendo oltre il15% delle specie vegetali mondiali; tali zone vengono denominate major wildernessareas, ossia grandi aree selvatiche incontaminate (Myers et al., 2000).Unaltra interessante classificazione che le organizzazioni conservazioniste hannoadottato quella relativa ai Paesi dove concentrata la maggior biodiversit a livellodi specie: i Paesi Megadiversi (Megadiversity Countries). Sono stati definiti 17 PaesiMegadiversi di cui cinque allinterno della foresta pluviale del bacino amazzonico(Primack, 2004, p. 313).Le discriminanti per la definizione di questi centri di biodiversit sono rispetto allabiodiversit a livello di specie e non di ecosistema. (Myers et al., 2000). 17 18. Fig. 1.3 Distribuizione dei Centri di Biodiversit (Biodiversity Hotspots) su scala globale.Fonte: Conservation International (2004)Per valutare lo stato di conservazione lIUCN, attraverso metodi quantitativi, haelaborato un sistema di classificazione in base allo stato di rischio a cui le specie sonoesposte e generando le note categorie in cui racchiuderle. Sulla base di questedivisioni, attraverso il censimento delle specie minacciate, il WCMC hasuccessivamente redatto a livello mondiale le note liste rosse e le liste blu, ripartiteper aree geografico-politiche e suddivise per gruppi tassonomici.La minaccia di estinzione delle specie sollevata dallIUCN e altre societ scientifichenonch lemergere dei problemi ambientali legati alla riduzione di biodiversitspecifica hanno dato impulso, nella seconda met del secolo scorso, alla proposta ditrattati ed accordi che sono stati sottoscritti a livello nazionale ed internazionale. Alivello internazionale la prima ad essere approvata la Convenzione di Washington,compilata nel 1973 dallUnited Nation Environment Programme (UNEP), conosciutacome CITES (Convention on International Trade in Endangered Species of WildFauna and Flora), che regolamenta esclusivamente il commercio transnazionale dispecie animali e vegetali sotto minaccia destinzione, e la convenzione di Bonn(1979), riguardante le specie migratrici appartenenti alla fauna selvatica.18 19. A livello comunitario, per citare qualche esempio rilevante, stata sottoscritta laDirettiva Uccelli 79/409/CEE e la Direttiva habitat 92/43/CEE.Questo tipo di approccio alla conservazione, oltre che ad essere riduttivo e pocoefficace, rivela i suoi limiti e le sue contraddizioni proprio per la difficolt nelseparare concettualmente le specie dagli ecosistemi (Pignatti, Trezza, 2000). Perquesto parte delle organizzazioni conservazioniste hanno ritenuto necessario spostarelattenzione sulla biodiversit nella sua dimensione multiscalare ed attuare strategieper la conservazione a livello di comunit/ecosistemi (Reid, 1992 in Primack, 2000).E attraverso un diverso approccio alla tutela della biodiversit che emergono nuoviaccordi internazionali per la conservazione, innalzando la protezione da livello dispecie ad habitat.Il primo accordo sulla protezione degli habitat la Convenzione di RAMSAR (1971)che tutela le zone umide (wetlands), aree di notevole importanza ecologica per gliuccelli migratori; nel 2002 la Convenzione di Ramsar veniva sottoscritta da 133 paesisu 194.Nel 1979 viene stipulata la Convenzione di Berna per la conservazione della VitaSelvatica e dellAmbiente Naturale in Europa, ratificata nel 2002 da 45 Paesi europeied africani, nonch dalla Comunit europea.Nello stesso periodo UNESCO, IUCN e Consiglio Internazionale per i Monumenti e iSiti, promuovono la Convenzione sulla Protezione del Patrimonio Culturale eNaturale mondiale, mettendo in relazione il patrimonio biologico ed ecologico aquello culturale. Esempi nostrani di siti dichiarati Patrimonio dellUmanit sonolOrto Botanico di Padova o larcipelago delle isole Eolie.Gli strumenti impiegati per mettere in campo la conservazione, sia essa a livello dispecie o di habitat, si sono tradotte frequentemente nella delimitazione di parchi,riserve ed aree naturali protette. Cos dalla realizzazione delle prime riserve in Africaagli inizi del XX secolo, create dai coloni inglesi per garantirsi la selvaggina nellebattute di caccia, al boom nella seconda met del secolo scorso, dei parchi nazionali,pur con differenti propositi ed utilizzi, le aree naturali protette si sono rapidamentediffuse su scala mondiale (Adams, Hutton, 2007, pp. 152-156).19 20. Il modello senzaltro pi rappresentativo nellambito della conservazione, per tutto ilsecolo scorso, stato il primo parco nazionale ufficialmente istituito negli Stati Unitinel 1872: the Yellowstone National Park. Il modello di tale parco si muoveconcettualmente intorno allidea di delimitare unarea naturale selvaggia eoriginaria (the pristine nature) che deve essere distinta e fisicamente separatadallambiente esterno, comprese le attivit umane. Da questo modello diconservazione traspare il paradigma del pensiero scientifico illuminista, dalla cuilenfatizzazione della separazione tra uomo ed ambiente si sono sviluppati i concettidi riserve, parchi ed aree protette. In questo modello concettuale lidea suprema edestrema di parco naturale quella della protezione integrale, evitando qualunqueinterferenza o rumore di fondo di carattere antropico (Adams and Hutton, 2007).A partire dallistituzione ufficiale del primo parco nazionale si sono rapidamentediffusi numerosi parchi nazionali su scala globale, facendo diventare il YellowstoneNational Park un typus ed un modello dominante per la creazione di aree naturaliprotette ispirate alla pristine nature.Proprio in seguito alla rapida ed enorme diffusione di parchi nazionali, riserve ed areeprotette worldwide ed al loro diverso utilizzo e finalit lIUCN, tramite laCommissione Internazionale sui Parchi Nazionali ed Aree Protette (CNPPA), haritenuto opportuno riorganizzare e ridefinire il sistema di classificazione, pubblicandonel 1978 il primo rapporto su Categorie, Obiettivi e Criteri.Dopo una serie di revisioni ed aggiornamenti (Perth, 1990; Caracas 1992) lIUCN haritenuto opportuno far chiarezza ridefinendo ed aggiornando (standardizzando) lecategorie relative alle aree protette pubblicando le linee guida come orientamento perle politiche internazionali e nazionali sullistituzione di aree protette (IUCN, 1994).Le categorie contenute nel sistema di classificazione corrente dellIUCN sisviluppano su una serie progressiva di aree protette (dalla categoria I alla VI) in baseal grado di protezione e di inclusivit delle attivit antropiche (IUCN, 1994). Mentrele categorie I e II rispecchiano il classico modello di parco nazionale, (da strictprotected reserve/wilderness area a national park) le suddivisioni di ordine superioremodulano progressivamente il flusso di prodotti e servizi di ecosistema, fino alluso20 21. sostenibile degli ecosistemi naturali (dalla categoria III, monumenti naturali, allacategoria VI, aree protette con gestione sostenibile delle risorse) (IUCN, 1994).Le indicazioni contenute nelle linee guida dellIUCN sullistituzione e lacategorizzazione delle aree protette rimangono, tuttavia, dei semplici suggerimenti econsigli rispetto alle politiche ambientali che vengono sviluppate da ciascun Paese inbase anche a questioni squisitamente politiche e socio-economiche. Basti pensare che,secondo uno studio condotto dallIUCN (1994), in Sudamerica l84% delle areeprotette non corrisponde alle categorie sopraccitate.E allinterno della categoria VI definita dal CNPPA dellIUCN che sono stateinserite le Riserve del Programma per lUomo e la Biosfera dellUNESCO (Man andBiosphere Program, MAB). Tale programma stato lanciato in via sperimentale agliinizi del 1970 e si rivelato, almeno sulla carta, uno dei pi avanzati tra i modelli diaree protette, delineando cos un nuovo approccio alla conservazione della natura. Ilprogramma MAB infatti finalizzato ad integrare le attivit umane, la protezionedellambiente naturale, la ricerca scientifica e lecoturismo nella stessa area (Batisse,1997 in Primack, 2004), enfatizzando le relazioni reciproche tra uomo ed ambiente.In questo modo i protocolli di ricerca MAB concettualizzano e traducononellistituzione delle Riserve della Biosfera modelli di compatibilit tra protezionedegli ecosistemi minacciati e lo sviluppo sostenibile a beneficio delle popolazionilocali, riconoscendo da un lato il ruolo delluomo nel modellare il paesaggio,dallaltro lesigenza di trovare le modalit con cui luomo possa usare le risorsenaturali in modo sostenibile senza degradare lambiente (Primack, 2004, pp. 397-406).Anche per quanto riguarda il modello concettuale di area protetta i piani MABesprimono elementi decisamente innovativi. La riserva non concepita come unacampana di vetro che protegge gli ecosistemi isolandoli dallambiente circostante,bens come un sistema che interagisce con il mondo circostante integrando nellagestione e nella pianificazione le esigenze e le culture delle popolazioni locali(Campagna UNESCO, Parigi, 1981). Larea protetta passa quindi da sistema isolato asistema aperto, permettendo scambi di materia ed energia con lambiente esterno,purch siano garantiti i meccanismi di sostenibilit ambientale e sociale. 21 22. Per strutturare questo modello di area protetta lUNESCO ha stabilito dei criteri alfine di effettuare zonazioni (zoning) a diversi gradi di influenza antropica (vedi fig.5): un nucleo centrale (core area) a protezione integrale a causa dellelevato grado disensibilit e di minaccia dellecosistema; una zona di rispetto (buffer zone) allinternodella quale sono consentite attivit tradizionali (orti tradizionali, raccolta di prodottiforestali come frutti o piante medicinali) e attivit di ricerca; unarea pi esterna,(transition area) allinterno della quale sono concesse alcune forme di svilupposostenibile come progetti di agroecologia a piccola scala, uso di risorse a bassoimpatto ambientale ed attivit di ricerca sperimentale. Questa zonazione consente daun lato di preservare alcuni paesaggi modellati dalluomo e lintegrit degliecosistemi, dallaltro le zone cuscinetto possono aiutare ed facilitare la dispersionedegli animali ed il flusso genico tra il nucleo centrale e sistemi pi esterni (Primack,2004, p. 345).Fig. 1.4 Modello di zonazione delle Riserve della Biosfera (da MAB France, modificato.)Cos come le categorie delle aree protette (IUCN, 1994) le Riserve della Biosferasottostanno a giurisdizione e sovranit nazionale e sono state inserite allinterno dellaRete Mondiale delle Riserve della Biosfera (World Network of Biosphere Reserve);22 23. da quando stato lanciato il Programma MAB a livello mondiale sono state istituite531 Riserve della Biosfera in 105 paesi (UNESCO, MAB, 2008).E opportuno inoltre sottolineare come questo modello avanzato di area protetta,nonostante le indicazioni dellUNESCO e le numerose realizzazioni a livellomondiale, rimanga spesso un progetto virtuale che si scontra con le dinamicheterritoriali, con lo stato giuridico e con le condizioni polico-economiche dei Paesi nelquale realizzato. Allinterno della Riserva della Biosfera Yasun (UNESCO, 1989)presa in esame come caso di studio, non si presenta alcuna caratterista dei ProgrammiMAB (David Romo, 2006, comunicazione personale) e non esiste nessuna zonazioneal suo interno. Lunica zonazione presente quella effettuata dal MinisterodellEnergia che ha suddiviso la riserva in 12 aree per le attivit estrattive legateproduzione petrolifera (vedi elaborazione GIS, fig. 2.6, pag 81).Fig. 1.5 Distribuzione delle Riserve della Biosfera su scala planetaria. Fonte: UNESCO MAB1.3 Foreste umide tropicaliCome si accennato nel paragrafo precedente il gradiente di biodiversit latitudinale ed aumenta dai poli alle zone temperate fino ai tropici, per raggiungerelapice nella fascia equatoriale dove si concentra la massima diversit biologica. 23 24. E alle basse latitudini che si sono sviluppate le foreste tropicali (Tropical MoistRainforest) che da un lato sono refugia estremamente importanti per la biodiversitterrestre dallaltro una tra le componenti fondamentali nei sistemi biogeochimici dellaterra. Esse inoltre con le loro risorse naturali (fondamentalmente biodiversit eprodotti forestali), provvedono al sostentamento ed alla riproduzione sociale di moltepopolazioni locali, tra le quali considerevoli quote di popolazioni indigene.LIUCN ha stimato che il 12,5% delle specie vegetali mondiali, il 44% degli uccelli,il 57% degli anfibi, l87% dei rettili ed il 75% dei mammiferi sono seriamenteminacciati dalla crescente degradazione degli ecosistemi forestali tropicali (IUCN1996, 1997).Myers definisce la regione biogeografica della foresta umida tropicale come forestesempreverdi, o parzialmente sempreverdi, in aree che ricevono non meno di 100 mmdi precipitazione mensile con un regime pluviometrico uniforme nel corso dellannoed una temperatura annuale media di 24 Celsius; le formazioni vegetali si estendonosolitamente in aree al di sotto dei 1400 metri di quota ed, in esempi di foresta matura, possibile distinguere diversi livelli di stratificazione (Myers, 1980 in Perry, 1982).Attualmente i processi di deforestazione e la degradazione delle foreste coinvolgonol8.5% dei rimanenti sistemi forestali naturali su scala globale, di cui circa la metsono in Sudamerica (M.A., p. 75).Nel corso dei tempi storici le foreste, globalmente, hanno subito una imponenteriduzione e degradazione: negli ultimi tre secoli si sono ridotte approssimativamentedel 40% di cui 3/4 durante gli ultimi duecento anni (M.A., Drivers of EcosystemChange, 2005 p. 597).Linsieme delle attivit antropiche infatti sta determinando processi di alterazionedella superficie terrestre ad un tasso ed una scala che non hanno precedenti nellastoria delluomo, concorrendo in magnitudo solamente con le transizioni dei periodiglaciali/interglaciali (NAS in Gutman et al., 2004); a tal proposito moltosignificativo il termine coniato da alcuni scienziati per definire lattuale Erageologica: lAntropocene (Crutzen, 2005).E da tenere presente inoltre che i sistemi forestali, globalmente, giocano un ruolofondamentale nel ciclo del carbonio e conseguentemente nellaccelerazione e24 25. decelerazione dei cambiamenti climatici; secondo il terzo rapporto dellInternationalPanel Climate Change (IPCC, in M.A., 2005) le proiezioni rispetto al riscaldamentoglobale (global warming) prevedono un innalzamento della temperatura tra i 1.4-5.8 Celsius 2100, variazione molto pi alta rispetto allintervallo temporale 1990-2001 (IPCC., 2001 in M.A., 2005).Anche se va rilevato che in Europa e negli Stati Uniti il trend di disboscamento stato invertito in parte grazie alla consapevolezza ed alle politiche ambientali diriforestazione, non si pu dire lo stesso per quanto riguarda le foreste naturalitropicali. Il disboscamento di foreste primarie ai tropici continua con un tasso annualedi dieci milioni di ettari: unarea paragonabile alla Grecia, oppure tre volte il Belgio(M.A., 2005, p. 587).E infatti ampiamente confermato che da nessuna parte come ai tropici i processi dideforestazione legati al cambiamento duso del suolo ed alla copertura vegetale hannodirette implicazioni nel bilancio globale del budget di carbonio sulla base di modelli(Houghton et al., 2000 in M.A. 2005) e misure atmosferiche (Ciais et al., 1995, 1995,in M.A. 2005).Le attivit legate al cambio di copertura vegetale ed uso del suolo (land cover e landuse) sono tra i principali processi antropogenici che, degradando e sostituendo leformazioni vegetali originarie, determinano un elevato impatto ambientale nellaforesta amazzonica, la cui conversione in terreni agricoli ed aree urbanizzate crea undisturbo ecologico a scala regionale e sovra regionale, anche a notevole distanza dallearee colpite (Walker, Solecki, 1999, in M.A., 2005).Pertanto la deforestazione tropicale collegata ad attivit antropiche comelespansione della frontiera agricola che, richiedendo il cambio duso del suolo,conduce alla sostituzione della copertura forestale. A questultima sono da aggiungerele attivit estrattive quali lo sfruttamento del legname e lestensione delleinfrastrutture produttive e di comunicazione terrestre (Gomez-Pompa, 1991, in M.A.,2005) che sempre pi stanno coinvolgendo le foreste primarie tropicali. Leinfrastrutture di comunicazione stradali che si propagano allinterno della forestatropicale costituiscono il primo input di deforestazione, contemporaneamente,utilizzando lasse stradale principale si attivano processi disboscamento ortogonale 25 26. dando luogo ad un doppio pettine. Lungo queste strade comincia la praticamodernizzante della foresta tropicale, portandosi dietro, a seconda dei casi, leattivit produttive (De Marchi, 2004). Come verranno prese successivamente inesame allinterno del caso di studio nel cap. 6, queste pratiche di costruzione delterritorio lungo unasse stradale portante rispecchiano le cosiddette logiche di terra(Bertoncin, 2004) e determinano un processo di territorializzazione per sostituzionedella foresta primaria lasciando spazio ad attivit prevalentemente agricole edestrattive. I processi di colonizzazione agricolo-estrattiva lungo via principaleallinterno della foresta determinano lapertura di processi ortogonali allasseportante, dando come risultante un pattern a spina di pesce.Contrariamente al detto ecologico che la diversit promuove stabilit appare ormaiconfermato che i sistemi forestali ad elevata complessit, come le foreste tropicali,sono dinamicamente fragili e che pu essere assai difficile rigenerarsi anche unpiccolo disturbo (May, 1975, in Perry, 1982).Dal punto di vista ecologico e della sostenibilit fondamentale mettere in luce che lespecie arboree tropicali sembrano essere adattate alla riproduzione solamente sotto lecondizioni dello stato primario. Queste caratteristiche e la bassa densit delledifferenti specie per ettaro hanno portato alcuni ricercatori a concludere che le forestetropicali sono essenzialmente risorse non rinnovabili (Gomez-Pompa, 1991).Rispetto anche al caso di studio ed alle analisi sviluppate successivamente in questatesi importante sottolineare come processi di cambiamento land use/land coverpresenti allinterno del bacino amazzonico abbiano un ruolo significante anche suscala globale, andando ad influenzare lidrologia, il clima ed i cicli biogeochimiciglobali (Crutzen et al., in M.A., 2005).Anche se la deforestazione delle foreste tropicali legata genericamente alle attivitdi cambio duso del suolo e di copertura vegetale importante distinguere tra attivitlocali di coltivazione transitorie (shifting cultivation), tra cui la pratica slash-and-burn (taglia e brucia), e attivit legate ai sistemi economici e produttivi globali. Traquesti le attivit con ruolo importante nella deforestazione tropicale, presenti anchenellarea di studio successivamente presa in analisi, sono lestrazione di legname aduso industriale (spesso da esportare a basso costo nei paesi occidentali ), la creazione26 27. di piantagioni industriali e monocolture intensive (piantagioni di palma da cocco,palma africana, cacao, albero della gomma, tek, etc.), grandi aree per gli allevamentibovini ed estrazione mineraria e petrolifera (Primack, 2004, pp. 122-123).Lintensit e lestensione areale delle attivit estrattive ed agro-industriali sopracitatesono direttamente collegate alle dinamiche economiche e produttive su scala localema soprattutto globale.E fondamentale ricordare inoltre che i sistemi forestali, specialmente nei Paesi in Viadi Sviluppo (PVS) delle zone tropicali, garantiscono con le loro risorse lasopravvivenza di molte popolazioni a tal punto che solamente la raccolta di prodottiforestali contribuisce al 50% del consumo alimentare (Cavedish, 2000, in Primack,2004). E quindi opportuno evidenziare come i popoli indigeni che vivono allinternodelle foreste tropicali abbiano ereditato un elevato patrimonio culturale di conoscenzedi natura ambientale e che la loro stessa sopravvivenza si basi sulla gestione dinumerose risorse biologiche utilizzate nellambito alimentare, medico e religioso.Una forte degradazione dellecosistema forestale o una sua riduzione areale laddovesi sovrappongono territori indigeni hanno importanti ricadute sulla loro stessa vita eriproduzione sociale. Tale impatto quindi, oltre ad essere di natura ambientale, hadelle serie implicazioni sulle popolazioni locali che, utilizzando sistemi e conoscenzetradizionali, hanno sviluppato un pacchetto di strategie diversificate, spessosostenibili, per sopravvivere (Shiva, 2001).27 28. Fig. 1.6 Pattern di deforestazione. Nelle due immagini superiori il modello a spina di pesce, nelleinferiori la sua evoluzione. Amazzonia peruviana. Fonte: Google Earth.28 29. Fig. 1.7 Distribuzione dei sistemi forestali originali e rimanenti. (fonte: UNEP, 2004)1.4 Biodiversit: un approccio ecosistemicoIl superamento del modello conservazionista classico e del suo approccio allabiodiversit unicamente livello di specie comincer ad avviarsi nei lavori sullaquestione ambientale allinterno del Summit della Terra di Rio de Janeiro(UNCED, 1992). E qui infatti che, con la stesura della Convenzione sullaBiodiversit (CBD), la diversit biologica comincia ad assumere importanza nella suamultiscalarit (dai geni ai metaecosistemi) e nella sua complessit. Oltre allaprotezione della biodiversit a tutti i livelli, tra gli obiettivi principali dellaConvenzione vengono inseriti anche luso durevole dei suoi componenti e laripartizione giusta ed equa dei benefici derivanti dallutilizzazione delle risorsegenetiche [] (CBD, 1992). Sono proprio questi due obiettivi che, introducendo perla prima volta limportanza del concetto di sostenibilit della gestione della diversitbiologica e dellequa ripartizione dei benefici derivati dalle risorse genetiche dellespecie selvatiche e domestiche, aprono il dibattito sulla complicata questione dei29 30. diritti su tali risorse (De Marchi, 2002). Tale problema entra nel merito delle strategieper la conservazione in situ ed ex situ.La conservazione della diversit biologica ex situ, ad esempio, uno degli aspetti picontroversi e dibattuti non solo in termini di tutela delle specie minacciate, ma anchein termini di diritti di propriet intellettuale. Il materiale genetico delle specievegetali, selvatiche o cultivar, viene conservato e gestito allinterno delle banche delgermoplasma sia per una archiviazione a scopi scientifici sia per incrementare lavariabilit genetica tramite incroci infraspecifici e limpiego di tecnologie del DNAricombinante. Questi procedimenti sono indispensabili e assai preziosi per le industriefarmaceutiche, agro-alimentari e biotecnologiche che operano sulla produzione e sulmercato globale. I geni delle variet locali o delle specie selvatiche fornisconosostanzialmente il materiale genetico e chimico di base per tali industrie. Nel passatole banche del germoplasma, coordinate dallente internazionale per lagricoltura (ilConsultive Group in International Agricolture Research CGIAR) e localizzateprevalentemente nei PVS, raccoglievano gratuitamente semi e tessuti vegetali e liconsegnavano ai centri di ricerca ed alle industrie. I benefici e gli enormi profittioriginati dalla commercializzazione dei prodotti derivati dalle risorse biologiche nonvenivano ripartiti od indirizzati localmente.Non cosa di poco conto rilevare che circa il 96% della variabilit geneticanecessaria a soddisfare la produzione farmaceutica, agricola e biotecnologica su scalaglobale provenga direttamente dai PVS delle fasce tropicali, laddove si concentra lamaggior parte della diversit biologica (Primack, 2004, pp. 246-262).La Convenzione sulla Biodiversit discussa a Rio de Janeiro ha pertanto innescato unacceso dibattito, specialmente tra i Paesi industrializzati ed i PVS che possiedono lerisorse biogenetiche, facendo emergere enormi difficolt sulle misure da prendererispetto alla propriet intellettuale sulle risorse biologiche (De Marchi, 2002 p.3). LaCBD stata attualmente ratificata, non con poche riserve e complicazioni, da 170Paesi; il Congresso degli Stati Uniti ha notevolmente tardato a sottoscriverla a causadei limiti che venivano imposti alla crescente industria biotecnologica allinterno delpaese (Primack, 2004, p. 407).30 31. Nonostante la Convenzione sulla Diversit Biologica possa considerarsi unostrumento per la tutela dei diritti sulle risorse biogenetiche le misure da adottare nonsono facilmente attuabili alle banche del germoplasma istituite perlopi nei PVS.Alcune ricerche infatti hanno dimostrato che circa il 65% del materiale geneticoraccolto nelle banche del seme e del germoplasma privo delle certificazioni di basesui dati e sulle loro caratteristiche (Croucible group, 1995 p. 29).Un altro dei nodi che il CBD tramite lorgano decisionale (Conferenza delle Parti,COP) e lOrgano Sussidiario di Consulenza Scientifica e Tecnologica (SBTT) stacercando di scogliere quello relativo alla perdita di biodiversit intesa comeriduzione qualitativa o quantitativa di componenti, a lungo termine o in manierapermanente, ed il loro potenziale di fornire beni e servizi che possono essere misuratia livello globale, regionale o nazionale (COP VII/30, 2004).E proprio il potenziale della biodiversit di fornire beni e servizi, ben sintetizzatinellinsieme degli ecosystem services (Cap. Ecosystem Services, in MA 2005) che sitraduce nella capacit dellecosistema di soddisfare le esigenze delle societ rurali edelle comunit indigene dei PVS.La stessa perdita di biodiversit, allinterno del rapporto Biodiversity acrossScenarios, viene considerata non solo come riduzione in servizi di ecosistema intermini di misure di abbondanza di specie, ma anche come erosione delle risorsegenetiche da cui dipendono le stesse attivit di sussistenza delle societ rurali (M.A.,2005, p. 403).E stato stimato che la biodiversit locale riesce soddisfare i nove decimi delfabbisogno di base per la sopravvivenza attraverso lerogazione di ecosystemservices, di cui la met non deriva direttamente da forme di agricoltura stabile oitinerante, ma da biodiversit conservata in orti semiselvatici, lungo le zone riparialidei fiumi o allinterno della stessa foresta umida tropicale.La biodiversit riesce quindi, localmente, a soddisfare le necessit basiche in terminidi cibo, medicine, piante aromatiche ed essere associata a valori culturali ed esteticiper le comunit rurali (Mooney, 1997). E con linsieme delle conoscenze locali chele societ rurali e le comunit indigene riescono a gestire le risorse biologiche. 31 32. Linsieme delle forme di gestione della biodiversit tramite modelli tradizionali cheintegrano luso dei saperi locali e tecnologia a basso impatto ambientale garantisconoalle societ rurali di vivere al di sotto della capacit di carico degli ecosistemi locali, esono intrinsecamente ecologici (Shiva, 2001).Questo insieme di strategie diversificate, sviluppate per garantire la produzione eriproduzione sociale del territorio in ecosistemi locali a bassa capacit di carico comequelli della foresta umida tropicale (De Marchi, 2004) configurano quelli cheDasmann (1988) ha chiamato Gente degli Ecosistemi. Tale categoria vienecontrapposta a Gente della Biosfera che vive al di sopra delle capacit di caricodegli ecosistemi locali utilizzando risorse provenienti da tutti gli ecosistemi dellaterra attraverso elevati costi energetici e materiali (De Marchi, 2004). Se da un latonella Gente degli Ecosistemi la produzione e riproduzione sociale del territorio basata su un controllo prevalentemente simbolico sulle risorse naturali, dallaltronella Gente della Biosfera viene usata una strategia complessiva basata sulcontrollo materiale delle risorse, espansione dello spazio di raccolta ed alta possibilitdi sostituzione sia dei prodotti che dei luoghi (De Marchi, 2002, p. 3). E in questomodo, ad esempio, che anche Paesi dichiarati Megadiversi come il Brasileottengono 2/3 delle calorie umane derivate da piante alimentari che provengono daspecie vegetali coltivate in altri continenti (Crucible group, 1995).In questo contesto si inserisce il ruolo delle strategie della conservazione ex situ edelle banche del germoplasma diventa ambiguo, in particolar modo per quellelocalizzate nei PVS.Un caso significativo quello del Centro per il Miglioramento del Mais e delFrumento (International Maize and Wheat Improvement Centre, CIMMYT), situatoin Messico, che svolge attivit di miglioramento della variabilit genetica di questicereali e la mette a disposizione delle industrie agroalimentari su scala globale. E inquesto modo che il 60% della variet genetica del frumento per la produzione dellapasta italiana viene selezionata in Messico. E difficile quantificare globalmente qualesia il contributo economico in germoplasma ed in conoscenze locali provenienti daicontadini del Sud del Mondo per lagricoltura dei Paesi industrializzati, ma alcunistudi eseguiti proprio sul CIMMYT hanno stimato che lammontare complessivo solo32 33. per le industrie agricole di USA, Australia, Nuova Zelanda ed Italia di circa 1,5miliardi di dollari. Lo stesso meccanismo si riproduce nel caso dellIstitutoInternazionale per la Ricerca sul Riso (International Rice Research Institute, IRRI),situato a Manila, dal quale provengono le variet di riso coltivate in Italia (Mooney,1997, p. 53) e i cui benefici non tornano agli agricoltori filippini che hanno effettuatoil lavoro di selezione unendo i saperi locali alla diversit biologica vegetale (DeMarchi, 2002). Anche se i dati provengono da studi condotti in passato e non sonoaggiornati, esprimono comunque valori di tendenza e, su tali tematiche, va preso attoche non facile reperire lavori recenti e pubblici.Lo stesso dispositivo, dalla scala locale a quella globale, coinvolge i processi per laproduzione di farmaci a livello industriale. Almeno 7000 principi attivi appartenentialla farmacopea occidentale (dallaspirina alle pillole contraccettive) sono ottenuti daprocessi di chimica di sintesi da materiale vegetale ed il loro valore complessivo stato stimato tra i 35.000 ed i 47.000 milioni di dollari (Croucible Group, 1995;UNEP 1992).La medicina tradizionale indigena, che coniuga i saperi locali con lutilizzo dellerisorse biologiche nellambito della salute, contribuisce a quasi tre quarti dellaproduzione di farmaci a base vegetale disponibili oggi sul mercato (Rifkin, 1998).Numerosi sono i casi documentati, tra cui si riportano: il caso della pianta chiamatadagli indigeni della regione amazzonica ecuadoriana Sangre de Drago (Croton sp.,Euphorbiaceae), utilizzata nella medicina tradizionale e passata attraverso il canaleThe healing forest (una organizzazione no-profit per la conservazione dellabiodiversit e dei saperi indigeni) alla compagnia statunitense ShamanPharmaceuticals e trasformata in semilavorato industriale per lindustriafarmaceutica (Mooney 1997, p. 152; De Marchi, 2002) che nonostante gli accordi direciprocit ha pagato con poche migliaia di dollari lo scambio; il caso del Barbasco(Clibadium silvestre, Asteraceae), una pianta ben conosciuta dalle popolazioniindigene amazzoniche ed usata nella medicina tradizionale ed in agricoltura, chelimpresa Foundation for Etnobiology ha brevettato e venduto alle compagniefarmaceutiche Zeneca e Glaxo; il caso dellAyahuasca (Banisteriopsis caapi,Malpighiaceae) usata nella medicina tradizionale e nelle ritualit shamanico-indigene33 34. ecuadoriane, brevettata dallInternational Plant Medicine Corporation (IPMC) eutilizzata come farmaco sperimentale nelle terapie psichiatriche; il celeberrimo casodel chinino, un principio attivo usato come farmaco nella prevenzione e nella curadella malaria, derivato da piante arboree ed arbustive tropicali del genere Cinchona(Raven, 1997, p. 574); il caso del curaro (chondrodendron tomentosum ) che, raccoltolungo le sponde del fiume Curaray (Amazzonia ecuadoriana) ed usato dallepopolazioni Wuaorani come veleno per stordire le prede, diventato oggi unimportante anestetico chirurgico e distensivo muscolare.Il ruolo quindi di biologi, antropologi, chimici e farmacisti, diventa talvolta delicatoed esula dalle competenze disciplinari specifiche allorch i finanziamenti per laricerca provengono dalle grandi imprese che sponsorizzano spedizioni in tuttolemisfero meridionale, in cerca di caratteristiche genetiche che potrebbero avere unvalore commerciale. Linsieme delle attivit che derivano da bioprospezionifinalizzate a scopi commerciali quello che Rifkin chiama pirateria biologica(Rifkin, 1998).Fig. 1.8 Preparazione dellestratto di Ayauasca ( Banisteriopsi caapi), a cura di unoshamano Wuaorani, Ecuador.34 35. Il modo in cui i prodotti chimici del metabolismo secondario di molte specie vegetali(un meraviglioso esempio di coevoluzione biochimica delle piante con i loropredatori) si combina con le conoscenze locali delle popolazioni indigene trasforma larisorsa biogenetica in semilavorato industriale (Raven, 1997, p.573; De Marchi,2002).Tuttavia doveroso segnalare che esistono rari esempi di conservazione e gestionepartecipativa delle risorse biogenetiche ex situ, come la banca del seme indianaNadvanja, che sono istituite per il beneficio delle comunit locali e la conservazionedella biodiversit (Shiva, 2001, p. 56).Sar solo successivamente, nel quinto incontro a Montreal del SBTTA della CBD(2000), che si assumer formalmente lapproccio ecosistemico come metodologiagenerale per la realizzazione della Convenzione sulla Diversit Biologicariconoscendo che le societ umane, con la loro diversit culturale sono unacomponente integrale del sistema (SBSTTA, Montreal 2000).Questo stato un cambiamento di paradigma molto importante anche per laconservazione della natura, determinando il passaggio dallapproccio alla biodiversita livello di specie allapproccio ecosistemico.Tra i punti cardine emersi nellincontro del SBTT di Montreal viebe ribadito che lecomunit locali sono responsabili della biodiversit nel loro intorno e devono esseredirettamente coinvolte nei processi decisionali riguardo luso delle risorse naturali edevono prendere parte nella ripartizione dei benefici che ne conseguono.Anche il concetto di sostenibilit stato rivisitato articolandolo su tre livelli:ambientale, economico e socio-culturale. Affinch la gestione di una risorsa naturalesia durevole, la sostenibilit deve essere mantenuta in tutti e tre gli ambiti. Eopportuno segnalare inoltre come, ai fini di una gestione sostenibile dellabiodiversit, vadano tenute in considerazione tutte le informazioni rilevanti,includendo le conoscenze scientifiche, le conoscenze indigene e tradizionali,linnovazione e le pratiche ( SBSTTA, Montreal, 2000, De Marchi, 2002)Il tema della biodiversit e della sua conservazione quindi difficilmente affrontabilecon un approccio a livello di specie o con atteggiamento riduzionistico, ma richiedeuna visione sistemica del ruolo della diversit biologica anche per le sue dinamiche 35 36. multiattoriali (De Marchi, 2002). La biodiversit infatti, oltre che ad inquadrarsi inuna dimensione multiscalare, da collocarsi allinterno delle dinamiche multiattoriali,dove soggetti portatori di interessi, con differenti logiche dagire utilizzano strategiediverse per effettuare un controllo, simbolico o materiale, sulla diversit biologica.(Bertoncin 2004, De Marchi, 2002).1.5 Territorio, conflitti ambientali ed aree protetteCome gi stato accennato nel precedente paragrafo, allinterno del processo aperto aRio de Janeiro della CBD (1992) la visione meccanicistica della natura vienesuperata: da semplice ambiente esterno, distaccato, giunge ad essere considerata unsistema complesso che comprende i processi essenziali, le funzioni e le interazionitra organismi e il loro ambiente e tra ecosistemi, includendo le societ umane comecomponente integrante degli ecosistemi (SBSTTA, 2000). Allinterno di questosistema complesso bimodulare possibile riconoscere un modulo fisico, formatodalle componenti biotiche ed abiotiche, ed un modulo umano, costituito dai sistemisociali e dalla loro organizzazione, che si interfacciano e si influenzanoreciprocamente, creando un sistema bimodulare societ-natura (Vallega 1990; 1995).Tale interfaccia societ-ambiente configura le interazioni e le diverse forme di utilizzodelle risorse, ben rappresentate degli ecosystem services, servizi indispensabili per lariproduzione della vita delle comunit umane. Questo punto di cerniera tra modulofisico e modulo umano diventa lo spazio nel quale si strutturano i sistemi territoriali che,dotati di propria auto-organizzazione ed autonomia, costituiscono un sistema interagente(De Marchi, 2002). Il territorio quindi considerato come sistema complesso cheinterfaccia societ e natura mantenendo le caratteristiche proprie di sistema: multistabilit, resilienza, emergenza, auto-organizzazione ed omeostasi (Turco, 1988; Faggi,1991).E nel quadro della geografia umana, spazio di saldatura tra le discipline delle scienzenaturali e delle scienze sociali, e nellapproccio ecosistemico che si trovano gli strumenti36 37. analitici utili ad affrontare, nella complessit, la diversit biologica, la sua conservazionee la sua gestione.Conservazione e gestione della biodiversit determinano linserimento diquestultima in dinamiche di carattere territoriale facendola diventare posta ingioco per soggetti che hanno interessi e valori diversi e che attuano strategiedifferenti nel rapportarsi alle risorse naturali.Le strategie adottate nel binomio conservazione-gestione della biodiversit, per ledifferenti razionalit sociali connesse, possono comportare dinamiche conflittuali ocooperative tra i vari soggetti chiamati in causa. La biodiversit, per il suo valoremultiscalare, da semplice bene naturalistico da tutelare e proteggere si pu evolverein posta in gioco contesa tra diversi soggetti. Questo reso evidente, ad esempio,quando la si paragonata a semilavorato per lindustria agro-alimentare ebiotecnologica, diventando materia vivente oggetto di controversie, da collocarsi piin unarena di contesa ambientale che in un ambito circoscritto alla conservazione. Ein questo modo che le comunit e le societ rurali indiane, per tutelare i propri dirittisulla biodiversit, organizzando le proprie banche del germoplasma (Nadvanja,Shiva, 2001) tramite processi partecipativi e comunitari, producono una progettualitalternativa a quella di altri soggetti (le industrie farmaceutiche, agroalimentari ebiotecnologiche), che si rende visibile attraverso la conflittualit ambientale. Inquesto caso la posta in gioco non solamente la biodiversit a livello di specie o digeni, ma la sua associazione alle conoscenze locali che derivano da un altro modo dipercepire e usare la diversit biologica. Senza infatti i saperi sviluppati dallepopolazioni indigene nel loro modo di percepire e rappresentare la biodiversit ecostruire il territorio, le risorse genetiche sarebbero un insieme di codici e proteinesintetizzate non facilmente utilizzabili dallindustria farmaceutica, biotecnologica edagroalimentare (De Marchi, 2002).In entrambe le rappresentazioni la biodiversit diventa risorsa da sfruttare soloquando alla materia vivente viene attribuito un significato e le vengono associatepropriet e caratteristiche: se accanto ad una attribuzione di significato conoscitivo siassocia una progettualit si rende palese lo scontro tra due logiche differenti, ossiail sapere tradizionale ed il sapere scientifico. Turco (1988) usa una chiave di lettura 37 38. interessante e esemplificativa definendo competenze quelle del sistema tradizionalee conoscenze quelle del sistema codificato dalla modernit . Le prime si originanonella pratica, attraverso sperimentazioni, riscontri ed errori, le seconde attraversoprocessi verificati tramite il metodo scientifico, che spesso si basano sullacquisizionedelle competenze delle societ rurali e dei saperi locali.Le comunit indigene e le societ rurali infatti mostrano quanto mai come esistanopercezioni diverse della natura e diversi modi di conoscerla e rappresentarla; se perun verso la si pu considerare come una sommatoria di componenti biotiche,abiotiche e relazioni in uno spazio fisico dallaltro diventa una costruzione socialeche luomo costruisce edifica in un processo di esplorazione e conoscenza; luomonon spettatore, ma un attore, non sta fuori dal mondo, ma dentro. [] La naturaresta alla base di tutte le sue realizzazioni successive: questo mondostraordinariamente complesso che egli scruta e che plasma, per farne alfine il luogodel suo abitare, una geografia, la sua dimora (Faggi, Turco, 2001).E quindi dallo status pi o meno consapevole di uomo-abitante che lattore socialediventa il fondamento di ogni processo di costruzione del territorio (Bertoncin, 2004)e che, attraverso un valore che Hewitt chiama peoples geography si determinano ipossibili scenari di conflitto ambientale. Infatti, attraverso tendenze innate diaffettivit delluomo verso il topos e il bios (alcuni autori la chiamano topofilia ebiofilia), la dimensione ambientale va oltre lo spazio geografico fisico-biologico,portando allespressione di una posizione di rifiuto delle trasformazioni delle qualitnaturali di un luogo, causate da un cambio duso delle risorse, dallalterazione delpaesaggio o dalloccupazione di uno spazio (Faggi, Turco, 2001 pp. 12-18; Primack2004, p.16).Tale rifiuto, concretamente, si pu manifestare contro la costruzione diuninfrastruttura di trasporto, di un oleodotto, di un inceneritore o, paradossalmente,nella realizzazione o gestione di unarea naturale protetta. In entrambi i casi vengonosollevati i problemi di chi paga i costi e chi ne trae i benefici contrapponendo due opi attori: un attore che trae i benefici della localizzazione, un altro che paga i costiambientali. In alcuni casi la dimensione pu contrapporre una collettivit pi ampia,38 39. come uno stato, ad una pi circoscritta, come una comunit locale. La localizzazioneporta benefici alla prima mentre fa pagare i costi ambientali alla seconda.Il conflitto ambientale, genericamente, ha come posta in gioco la natura, sensu lato, evede in competizione soggetti (gruppi, stati, imprese, comitati) che con strategie edinteressi diversi, devono soddisfare le proprie esigenze e necessit accedendo allerisorse naturali (Faggi, Turco, 2001 p. 11-75).Persino le strategie impiegate nella conservazione della natura attraverso listituzionedi parchi ed aree protette possono portare a dimensioni di conflittualit ambientale. Ilrifiuto si esplica non tanto per lavversit ai programmi di conservazione, quanto perlesclusione delle comunit locali dai processi decisionali, di pianificazione e gestionedellarea protetta. Listituzione e la realizzazione di unarea protetta, solitamente,passa attraverso lindividuazione del valore ambientale da proteggere (specie, habitato ecosistema), sua perimetrazione fisica, e lattuazione attraverso i processi giuridico-istituzionali del caso.La problematicit spesso consiste nella mancanza di processi preliminari, mafondamentali, di partecipazione e condivisione, che permettano alle richieste tecnico-scientifiche, giuridiche, politiche ed economiche di intrecciarsi con il consenso elappoggio delle comunit locali (Faggi, Turco, pp. 13-14).E utile ricordare come anche sulla base dei concetti di pristine nature o wildernessarea, dominanti del pensiero conservazionista del secolo scorso, sia stato adottato ilYellostone National Park come modello di parco nazionale da esportare, con lunicoobiettivo della conservazione e valorizzazione della natura selvaggia da preservareed escludendo di fatto le societ rurali dalle modalit di gestione dellarea protetta senon persino dallo stesso spazio fisico nel quale vivevano (Holmes, 2007).Le societ rurali, che spesso conoscono e vivono il loro status di uomo abitanteaffermando i valori della peoples geography, vengono quindi escluse dalla gestioneambientale dellarea protetta (talvolta anche manu militari o con dislocamenti forzatidalle aree protette), vedendosi negato laccesso alle indispensabili risorse naturali.Questo processo di netta demarcazione e separazione degli spazi per la conservazionedelle wilderness areas e per le attivit umane, conduce inevitabilmente al fatto che lecomunit non riescono ad accedere a quegli ecosystem services che per molto tempo39 40. hanno permesso loro di produrre e riprodurre loro stesse e il territorio con cuiinteragivano. Le popolazioni indigene, in molti casi dei PVS, venivano attaccatemilitarmente o giuridicamente per essere espulse dallarea come viene riportato neicasi di studio di questo tipo in Africa: il Nechesar National Park e lOmo NationalPark (Etiopia, 2004) la cui realizzazione ha comportato lallontanamento fisico di500 persone e le ha costrette a re-insediarsi al di fuori di esso(Adams, Hutton, 2007).Nello studio di caso preso in esame in questa tesi, listituzione nel 1979 del ParcoNaturale Yasun (IUCN, 1982) e il successivo innalzamento a livello di Riserva dellaBiosfera (1989) nella pianificazione e gestione dei programmi MAB (UNESCO,MAB, 2004), hanno comportato la ridefinizione dei territori indigeni Wuaorani eQuichua e la loro riubicazione delle comunit attraverso luso di elicotteri edislocamenti forzati. Tali dinamiche per la realizzazione della Riserva della BiosferaYasun hanno innescato i primi segnali di rifiuto da parte degli attori locali indigeniverso la perimetrazione dellarea protetta (Vallejo, 2003 p. 40).In questi casi le aree naturali protette pongono importanti questioni da affrontare conun approccio sistemico: quali siano le comunit da escludere, tramite quale autorit,quali siano i benefici e verso chi siano indirizzati, e soprattutto a quali costi (Faggi,Turco, 2001).Le modalit di realizzazione delle aree protette, con le loro logiche territoriali emultiattoriali, diventano percorsi che portano a possibili scenari di conflittoambientale. Tali conflitti, oltre a coinvolgere due o pi attori territoriali ed avere unao pi poste in gioco legate alla natura, possono esprimersi in quelle che sonochiamate arene di contesa ambientale.Le arene di contesa sono degli spazi concettuali dove gli attori si esprimono edifendono i propri interessi, determinando le occasioni del conflitto e le modalitprincipali attraverso cui questo si sviluppa (Faggi, Turco, 2001).La genesi dei conflitti ambientali passa spesso attraverso le arene di contesaambientale che sono in rapporto alle controversie ideologiche, scientifiche,giuridiche, economiche, politiche.Il conflitto ambientale sottende quindi un problema legato alla locazione fisica chetraduce una dinamica sociale generata da una geografia, ossia da una modalit di40 41. agire territoriale che proietta sulla collettivit, locale o pi ampia, effetti pi o menoprofondi o duraturi. (Faggi, Turco, 2001).A volte queste due tipologie di rifiuto alle trasformazioni territoriali, siano esse per lacostruzione di infrastrutture o per la realizzazione di aree protette, si combinanodando luogo ad una vasta gamma di percorsi possibili e scenari di conflittoambientale.I conflitti ambientali presi in esame si contestualizzano nella Regione AmazzonicaEcuadoriana (RAE) e gravitano dentro ed intorno la Riserva della Biosfera Yasunistituita nel 1989 (UNESCO, MAB, 2004). LEcuador, dichiarato Paese Megadiverso(WCMC, UNEP, 2004) e incluso nellarea definita biodiversity hotspot nelle Andetropicali (Primack, 2004), ha attualmente in corso ventidue conflitti ambientalidocumentati (Centro di Documentazione dei Conflitti Ambientali, CDCA, 2009)rivelandosi, per le poste messe in gioco, per gli attori e per il ruolo che ricopre alivello internazionale nella conservazione della biodiversit, un paese ad alta criticitambientale e sociale (Fontaine, 2003). Le poste in gioco allinterno della RAEpossono essere per semplicit differenziate ma esse si intrecciano e si sovrappongononella complessit delle dinamiche territoriali, determinando una genesi del conflittoambientale articolata e complessa, con percorsi plurali e di diplomazia multipla (DeMarchi, p.108). Le poste in gioco dei conflitti ambientali sviluppati allinterno dellaRAE sono messe in relazione alle seguenti risorse naturali: le risorse forestali, lerisorse genetiche, le risorse idriche, le risorse minerarie, e le risorse idrocarburiche(Fontaine, 2004).Lo sviluppo delle attivit petrolifere cominciato agli inizi del 1960 (Varea et al.,1997) con la costruzione della prima via di comunicazione terrestre (la Shell road,1962) che collegava la RAE alle Ande e il contemporaneo sviluppo dellacolonizzazione agricola della RAE (legge di Riforma Agraria e Colonizzazione,1967) promosso dallo stato ecuadoriano, hanno dato inizio a processi diterritorializzazione per sostituzione, basati principalmente su attivit industrialiestrattive quali il legname ed il petrolio (Vallejo, 2003). Lespansione della frontierapetrolifera nellAmazzonia ecuadoriana ed il degrado ambientale da essa provocato,documentato in numerosi studi nei PVS (Turco, 1997; OTCA, 2004; Narvaez 1996;41 42. De Marchi 2004), costituisce, con lavanzamento delle grandi infrastrutture dicomunicazione, uno dei direct drivers nei processi di degradazione degli ecosistemiforestali tropicali e nelle dinamiche di cambiamento in rapporto alle modalit landuse/land cover (Forest and Woodlands System, M.A. 2005, p. 607), alimentandolampliamento e lintensificazione delle attivit agricole e dellestrazione di legnamead uso commerciale su piccola e grande scala (Narvaez, 2000). Gli indirect drivers(Forest and Woodlands Systems, M.A. 2005, p. 609) nei processi di degradazione econversione delle formazioni forestali sono da riferirsi alle dinamiche dei sistemisociali e alle politiche agricole ed economiche che esercitano un elevato grado diinfluenza sui direct drivers (si veda la tab. 1.0 pag. 9).Allinterno dello spazio amazzonico ecuadoriano concorrono quindi, in manierasinergica, diversi processi di territorializzazione condotti dai diversi attorisintagmatici (Faggi, Turco, 2001), legati allistituzione ed alla gestione della Riservadella Biosfera Yasun, allespansione della frontiera agricola ed allinsieme delleattivit industriali per la produzione petrolifera (Narvaez, 1998).La conflittualit ambientale messa in relazione allarea protetta risale all istituzionedel Parco Yasun nel 1979 (IUCN, 1982) la cui delimitazione si sostanzialmentebasata sullindividuazione di ampie wilderness areas (con copertura vegetaleintoccata) tramite voli aerei e fotointerpretazione, utilizzando un approccio alterritorio letteralmente desde arriba.(dallalto) (Moran, 2005).In realt tali ampie wilderness areas di foresta vergine erano utilizzate edattivamente modificate da diverse comunit umane che abitano la pianuraamazzonica, in particolare gli indigeni Wuaorani, Quechua, Shuar, Cofan e contadiniprovenienti da altre aree (i colonos) (Vallejo, 2003).Le pratiche di territorializzazione sviluppate dalle comunit locali amazzoniche sonoper morbide e prevalentemente simboliche, mediate dal corpus di conoscenze ecompetenze sviluppate nel rapporto con lambiente naturale (De Marchi, 2004, p.140). Le attivit delle comunit indigene amazzoniche, consistendo in agricolturaitinerante, caccia, pesca e raccolta, risultavano di poca incidenza sulle dinamiche landuse/ land cover (Brownrigg, 1997), pertanto non facilmente visibili o individuabilitramite immagini satellitari e fotografie aeree (Vallejo, 2003). La perimetrazione del42 43. Parco Nazionale Yasun (1979) e la successiva Riserva della Biosfera, processocontemporaneo alloccupazione dello spazio amazzonico per lo sviluppo delle attivitagricole e petrolifere della RAE (Narvaez, 1996), ha contribuito alla rotturadellassetto territoriale e dellintegrit culturale delle popolazioni indigene portando,nel 1989, alle prime condizioni conflittuali tra gli attori coinvolti nellarea: comunitindigene, militari, compagnie petrolifere, missionari (Vallejo, 2003).A seguito del boom delle attivit petrolifere innescatosi con la scoperta di grandigiacimenti a partire dal 1970 (Fontaine, 2006) e della crisi del modello agro-esportatore ecuadoriano (Vallejo, 2003) si sviluppano sempre pi le infrastrutture dicomunicazione terrestri e comincia a configurarsi il nuovo territorio amazzonico,tramite processi di modernizzazione di quellarea geografica costituita al 96% daforesta umida tropicale (Narvaez, 1996): installazioni ed industrie petrolifere,oleodotti e polidotti, centri per il processamento del greggio (vedi fig. 4.12) ed attivitagricole commerciali e permanenti sviluppate su piccola e grande scala (Narvaez,2000).Il processo costruttivo di tale configurazione territoriale e loccupazione dello spaziogeografico amazzonico, tramite lassegnazione delle licenze duso del suolo per laproduzione petrolifera e la realizzazione del complesso infrastrutturale perlestrazione, trasporto e smaltimento del petrolio, ha avuto notevoli implicazioni sottoil profilo ecologico e sociale che hanno fortemente contribuito allo sviluppo delconflitto che, con periodi di latenza e di visibilit, al giorno doggi ancora inevoluzione (Narvaez 2000; Vallejo, 2003; Fontaine, 2004).Gli impatti ambientali della produzione petrolifera nellAmazzonia ecuadoriana sonoprincipalmente legati alle deforestazione di circa il 30% delle formazioni forestalitropicali ed alla loro frammentazione (Gomez, 1991), allinquinamento della reteidrografica e delle falde acquifere (Narvaez, 1996, p. 12; International WaterTribunal, 1994, in De Marchi, 2004), allerosione del suolo ed alla perdita dibiodiversit (Haller et al., 2007; Narvaez 2000).Inoltre la colonizzazione della regione amazzonica, ed il suo processo unilaterale diintegrazione fisica e territoriale alla modernit ecuadoriana ha comportato ancheimpatti a livello sociale (Santos 1991, in Narvaez, 1996). Lespansione delle attivit43 44. produttive agricole e petrolifere e la costruzione di grandi infrastrutture dicomunicazione hanno dato impulso alla canalizzazione dei flussi migratori allinternodella RAE ed alle conseguenti nuove pratiche di territorializzazione nello spazioamazzonico (Narvaez, 1996).Se da un lato gli stessi impatti ambientali, soprattutto gli effetti sulle risorse idriche ebiologiche, hanno influenzato qualitativamente e quantitativamente gli ecosystemservices disponibili alle comunit locali, dallaltro il processo di territorializzazioneattraverso la rete viaria utilizzata per le attivit produttive ha comportato unasovrapposizione tra le logiche dagire differenti: quella delle popolazioni indigeneinfluenzata dalle logiche dacqua e adattata al denso reticolo idrografico dei bacinifluviali amazzonici, laltra dei nuovi attori che costruiscono il territorio lungo leinfrastrutture di comunicazione terrestri. (Bertocin, 2004). Questultimo agireterritoriale determina lo sviluppo di processi di territorializzazione per sostituzione,nei quali le formazioni forestali originarie vengono sostituite attraverso laparcellizzazione per lagricoltura estensiva (prevalentemente monocolture di palmaafricana), nuove forme di agricoltura stabile e loccupazione dello spazio fisicoimpiegato per le installazioni dellindustria petrolifera (De Marchi, 2004).Per la sua sovrapposizione geografica e territoriale ai processi appena descritti laRiserva della Biosfera Yasun , sia direttamente che indirettamente, coinvolta nelledinamiche del conflitto ambientale, trasformandola da area protetta a livellointernazionale in una delle poste in gioco nella complessit del conflitto.44 45. Fig. 1.9 Dayuma, buffer zone della Riserva della Biosfera Yasun. Importante fuoriuscita dipetrolio causata dalla rottura di un oleodotto situato in prossimit del corpo dacqua. (attivit dicampo del 12/04/2006;-coordinate geografiche 0.646 Sud e 76.855 Ovest; sistema di riferimentoWGS84) 45 46. 2 Inquadramento geografico, ecosistemico e territoriale2.1 Ecuador: geografia, biodiversit ed ecosistemiLEcuador un piccolo stato del Sudamerica che si affaccia sulloceano pacifico e lacui superficie giace esattamente nellintersezione tra lequatore e la catena montuosadelle Ande. I limiti politico-amministrativi sono compresi tra le coordinategeografiche 12106 Nord e 5056 Sud e tra le longitudini 751149 e 81040Est. La superficie attuale di 256.370 Km2 per la regione continentale e di 371 km2per la regione insulare che comprende larcipelago delle isole Galpagos, situatenelloceano pacifico a 965 Km dalla costa ecuadoriana (FAO, 2000; IstitutoGeografico Militar de Ecuador, 2006). A causa delle storiche dispute territoriali conil confinante stato peruviano (dal 1941 al 1998), per il controllo dellarea amazzonicae dei giacimenti petroliferi situati nel sottosuolo della regione, i limiti di stato sulversante orientale sono stati ridefiniti nel 1998 con la cessione di 14.000 Km2 diforesta umida tropicale al Per, portando lEcuador allattuale estensione geografica.(MAE, 2008; Galeano, 1997).Nonostante la sua posizione geografica lo collochi allinterno della fascia equatorialeil clima dellEcuador varia enormemente da una regione allaltra a causa dellapresenza della Cordigliera delle Ande e dellinfluenza delle correnti oceaniche freddedi Humboldt in estate e di quelle calde del Nio in inverno (McCoy, 2003, FAO,2000).I rilievi topografici dominanti sono costituiti dalla doppia catena montuosa delleAnde, la Cordigliera Occidentale e la Cordigliera Orientale, che dividono lEcuadorcontinentale in tre regioni biogeografiche distinte, caratterizzate da sistemi ecologici esociali differenti (MAE, 2008, FAO, 2000):- la regione pacifica, comunemente denominata La Costa- la regione interandina compresa tra la cordigliera occidentale e quella orientale,chiamata Sierra- la regione amazzonica che, estendendosi per tutta larea ad est della Cordiglieradella Ande, viene chiamata el Oriente.46 47. Fig. 2.1 Ecuador: Immagine satellitare. (Fonte: NASA, World Wind) e quadro dinsieme(elaborazione G.I.S.)Fig. 2.2 Ecuador, le tre regioni biogeografiche: la Costa, la Sierra, lAmazzonia. (Fonte: MAE,2008)47 48. La Costa rappresenta la porzione compresa tra lOceano Pacifico e la Cordiglieradelle Ande occidentali fino a 1.300 metri s.l.m., con una superficie relativamentepianeggiante, ad eccezione di piccole catene montuose regione presenta un climacaldo umido con precipitazioni annuali che oscillano tra i 355 mm nella partemeridionale a 6.000 mm nella parte settentrionale. La temperatura media varia tra i23 ed i 25 Celsius (MAE, 2008, F