Paganini il pi rock di tutti e Jim Morrison scappato...Hendrix e Amy Winehouse, il dramma di Luigi...

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38 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA DOMENICA 18 GIUGNO 2017 Maschere Musica Saggi Franco Fabbri State attenti quando toccate le manopole dei generi di CLAUDIO SESSA U na raccolta di scrit- ti di Franco Fabbri è sempre un iride- scente, esilarante zampil- lare di intelligenza, musi- cale e non solo. Fabbri, che molti ricordano co- me chitarrista degli Stor- my Six (il gruppo che accompagnò il post Ses- santotto milanese), da decenni è impegnato a descrivere i confini e i valori della cosiddetta popular music, genere che lui stesso ha contri- buito a definire. Ora il Saggiatore ristampa, in versione sensibilmente aggiornata, un suo im- portante testo del 2005, L’ascolto tabù: lavoro che fin dal titolo accenna ai complessi rapporti fra il fluire della musica nel mondo contemporaneo e i suoi intrecci con l’ege- monia culturale presente in questo stesso mondo, in vasta parte rappresen- tata dal mondo anglosas- sone. Ma in quest’ampia sil- loge di saggi che descri- vono i nostri anni Duemi- la incontriamo anche molte altre riflessioni. Lo stesso autore individua nel volume tre sezioni principali: i testi più teo- rici sulle distinzioni fra i vari generi musicali ma anche sugli atteggiamen- ti mentali degli «addetti ai lavori» interessati a questi diversi generi (me- morabili, e mortificanti, le pagine di NON TOC- CARE LE MANOPOLE, scritto a tutte maiuscole); i «casi di studio», dai Beatles a De André, che non sono solo accurate analisi di brani musicali ma esplorazioni di intere epoche storiche; e gli scritti sull’uso della ra- dio, con molti riferimenti concreti alla Rai (che, non è male ricordarlo ogni tanto, non si occupa soltanto di televisione…). Una gran dote di Fab- bri è la sua inesausta cu- riosità, che lo porta a esplorare discipline d’ogni genere, dalla se- miotica all’astronomia alla neurologia; un’altra è la fantasia, che gli per- mette di connetterle in modi sempre inventivi con l’argomento che più gli sta a cuore. Certo, il profluvio di citazioni, riferimenti e allusioni alle volte gli prende la mano, così come quel- l’«ossessione per le clas- sificazioni e le categorie» che ammette di aver nu- trito fin da bambino; ma il risultato è un compen- dio di approfondimenti che merita di essere co- nosciuto dall’amante di Bach come da quello di Bob Dylan. © RIPRODUZIONE RISERVATA Leggende Non solo Jimi Hendrix e Amy Winehouse, il dramma di Luigi Tenco e l’omicidio di Graziella Franchini. Anche nell’Ottocento gli artisti potevano essere circonfusi da un’aura di mistero Paganini il più rock di tutti e Jim Morrison è scappato di FRANCESCO CEVASCO N iccolò Paganini è rock. Molto rock. Diabolicamente rock. «La prima rockstar satanica della storia». Se non avessimo già detto chi è, a leggere la se- guente descrizione penseremmo a qual- cun altro, uno dei tempi nostri: «Alto e magrissimo. Perennemente vestito di ne- ro, gli occhi nascosti da un paio di occhia- li dalle lenti azzurre. I capelli scuri e lun- ghissimi, la pelle smunta, le dita affusola- te. I suoi concerti in giro per il mondo so- no sempre sold out . Il pubblico che impazzisce, urla, strepita e fa di tutto per toccarlo. Le donne si gettano tra le sue braccia, gli uomini gli offrono bicchieri d’assenzio e oppio da fumare, e lui non dice mai di no. Si porta dentro una malat- tia arcana che nessuno riesce mai a dia- gnosticare. Tutta la sua vita è avvolta da un alone di mistero. Le sue composizioni ed esecuzioni sono talmente belle e sini- stre che c’è chi dice che abbia una linea diretta con Satana». Così raccontano F. T. Sandman (sarebbe Federico Traversa) e Epìsch Porzioni (pare che si chiami addi- rittura così), due ex sbiellati che di musi- ca se ne capiscono, nel libro Rock is dead (Chinaski edizioni). Il titolo allude — se- condo gli autori — a una jam session dei Doors. Ma è anche un verso di una canzo- ne dei Marilyn Manson. In ogni caso il ri- ferimento è a un «Dio è morto» (e anche il rock?) di nietzschiana memoria. Ed è an- che il riferimento a tanti morti-male che il rock lo hanno fatto. Ciò detto, torniamo a Paganini e alla sua consacrazione come rockstar. Tutto comincia il 27 ottobre 1782 quando uno spedizioniere marittimo di Genova (allo- ra chi fosse la madre contava poco) lo mette al mondo. A 7 anni il piccolo ha già in mano un violino. A 18 lo usa come nes- suno ha mai osato. Suona solo con due dita mentre con altre tre pizzica un ac- compagnamento, spesso rompe le corde ma continua a suonare ancora più cattivo. (Avete presente gli assolo di Jimi Hen- drix? Uguale). Poi una vita da rockstar. Oppio in dosi generose. Donne in quanti- tà (ma anche di qualità). Nobili, popolane e anche almeno una minorenne messa incinta che gli costerà la galera. Galera dove riesce a portarsi il violino. Ma lì mica ti cambiano le corde se si rompono per- ché le usi in continuazione e le stressi co- me una rockstar stressa quelle della sua chitarra. E come Sid Vicious nel suo My way uccide la regina d’Inghilterra, Paga- nini, uscito di prigione e tra un trionfo e l’altro, metaforicamente ucciderà re Carlo di Savoia che gli chiederà un bis con un rockissimo insulto autocelebrante: «Pa- ganini non replica». Come tutte le vere rockstar Paganini muore giovane (ai tem- pi neanche troppo, 58 anni): pieno di op- pio e di mercurio che quei deficienti di medici di cui era succubo gli appioppava- no in dosi industriali. Insomma una vita (assai incasinata), una morte (un poco misteriosa) e miracoli (diabolici come la sua arte). Tutti gli ingredienti di una rock- star con la scimmia di Satana aggrappata su una spalla. Ed eccoli gli altri come lui, come Paga- nini, che dell’autodistruzione hanno fatto una compagna di vita — quelli che com- paiono in Rock is dead — ma elencarli tutti sarebbe impossibile: i due autori hanno scritto una enciclopedia senza fi- ne. Assaggiamo qua e là il dolce veleno che dà sapore al loro racconto. David Bowie che non l’ha ammazzato nessuno (né la droga né il successo) ma la morte ILLUSTRAZIONI DI FABIO DELVÒ La formula di Dj Rupture Sarà un alchimista a captare i suoni dei tempi J ace Clayton sostiene che la musica rappresenti «Il battito cardiaco dello Zeitgeist», dello Spirito del tempo. Da questa definizione si dischiude il suo libro Remixing. Viaggi nella musica del XXI secolo appena uscito per Edt. In arte Dj Rupture, Clayton è molto più di un dj, categoria che appare riduttiva per lui come per diversi altri «dj» (uno per tutti Laurent Garnier). Originario di Boston, ma poi cittadino nel mondo grazie alle sue peregrinazioni, Clayton è uno scienziato del suono e un artista. In una parola: un compositore. Nel 2001, il suo mix di 60 minuti Gold Teeth Thief («volutamente senza né capo né coda»), ottenne recensioni entusiaste e centinaia di migliaia di download. Dj Rupture, all’alba del nuovo millennio, aveva inventato una possibile musica del futuro: un flusso ipnotico, armonico e disarmonico nel quale si intrecciano, contorcono e distendono melodie e suoni da tanti luoghi del Pianeta, con basi e rielaborazioni elettroniche. Qui le musiche di tutte le culture e i popoli entrano in relazione diretta, abbattendo la distanza, lo spazio, mentre il passato abbraccia il futuro nella percezione del presente, demolendo il tempo. Il libro di Clayton non è soltanto il racconto del suo percorso, ma è anche uno sguardo colto sulla musica e un manuale introduttivo alla tecnica dell’alchimista dei suoni. Una lettura illuminante per capire lungo quali strade il rock potrebbe essere superato e storicizzato. © RIPRODUZIONE RISERVATA di MATTEO SPERONI
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  • 38 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA DOMENICA 18 GIUGNO 2017

    Maschere Musica

    Saggi Franco Fabbri

    State attentiquando toccatele manopoledei generidi CLAUDIO SESSA

    U na raccolta di scrit-ti di Franco Fabbriè sempre un iride-scente, esilarante zampil-lare di intelligenza, musi-cale e non solo. Fabbri, che molti ricordano co-me chitarrista degli Stor-my Six (il gruppo che accompagnò il post Ses-santotto milanese), da decenni è impegnato a descrivere i confini e i valori della cosiddetta popular music, genere che lui stesso ha contri-buito a definire. Ora il Saggiatore ristampa, in versione sensibilmente aggiornata, un suo im-portante testo del 2005, L’ascolto tabù: lavoro che fin dal titolo accenna ai complessi rapporti fra il fluire della musica nel mondo contemporaneo e i suoi intrecci con l’ege-monia culturale presente in questo stesso mondo, in vasta parte rappresen-tata dal mondo anglosas-sone.

    Ma in quest’ampia sil-loge di saggi che descri-vono i nostri anni Duemi-la incontriamo anche molte altre riflessioni. Lo stesso autore individua nel volume tre sezioni principali: i testi più teo-rici sulle distinzioni fra i vari generi musicali ma anche sugli atteggiamen-ti mentali degli «addetti ai lavori» interessati a questi diversi generi (me-morabili, e mortificanti, le pagine di NON TOC-CARE LE MANOPOLE, scritto a tutte maiuscole); i «casi di studio», dai Beatles a De André, che non sono solo accurate analisi di brani musicali ma esplorazioni di intere epoche storiche; e gli scritti sull’uso della ra-dio, con molti riferimenti concreti alla Rai (che, non è male ricordarlo ogni tanto, non si occupa soltanto di televisione…).

    Una gran dote di Fab-bri è la sua inesausta cu-riosità, che lo porta a esplorare discipline d’ogni genere, dalla se-miotica all’astronomia alla neurologia; un’altra è la fantasia, che gli per-mette di connetterle in modi sempre inventivi con l’argomento che più gli sta a cuore. Certo, il profluvio di citazioni, riferimenti e allusioni alle volte gli prende la mano, così come quel-l’«ossessione per le clas-sificazioni e le categorie» che ammette di aver nu-trito fin da bambino; ma il risultato è un compen-dio di approfondimenti che merita di essere co-nosciuto dall’amante di Bach come da quello di Bob Dylan.

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

    LeggendeNon solo Jimi Hendrix e Amy Winehouse,il drammadi Luigi Tencoe l’omicidiodi Graziella Franchini. Anche nell’Ottocento gli artisti potevano essere circonfusida un’auradi mistero

    Paganini il più rock di tuttie Jim Morrison è scappatodi FRANCESCO CEVASCO N iccolò Paganini è rock. Moltorock. Diabolicamente rock.«La prima rockstar satanicadella storia». Se non avessimogià detto chi è, a leggere la se-

    guente descrizione penseremmo a qual-cun altro, uno dei tempi nostri: «Alto emagrissimo. Perennemente vestito di ne-ro, gli occhi nascosti da un paio di occhia-li dalle lenti azzurre. I capelli scuri e lun-ghissimi, la pelle smunta, le dita affusola-te. I suoi concerti in giro per il mondo so-no sempre sold out. Il pubblico cheimpazzisce, urla, strepita e fa di tutto pertoccarlo. Le donne si gettano tra le sue braccia, gli uomini gli offrono bicchierid’assenzio e oppio da fumare, e lui nondice mai di no. Si porta dentro una malat-tia arcana che nessuno riesce mai a dia-gnosticare. Tutta la sua vita è avvolta daun alone di mistero. Le sue composizionied esecuzioni sono talmente belle e sini-stre che c’è chi dice che abbia una lineadiretta con Satana». Così raccontano F. T.Sandman (sarebbe Federico Traversa) e Epìsch Porzioni (pare che si chiami addi-rittura così), due ex sbiellati che di musi-ca se ne capiscono, nel libro Rock is dead(Chinaski edizioni). Il titolo allude — se-condo gli autori — a una jam session deiDoors. Ma è anche un verso di una canzo-ne dei Marilyn Manson. In ogni caso il ri-ferimento è a un «Dio è morto» (e anche ilrock?) di nietzschiana memoria. Ed è an-che il riferimento a tanti morti-male cheil rock lo hanno fatto.

    Ciò detto, torniamo a Paganini e allasua consacrazione come rockstar. Tuttocomincia il 27 ottobre 1782 quando unospedizioniere marittimo di Genova (allo-ra chi fosse la madre contava poco) lomette al mondo. A 7 anni il piccolo ha già

    in mano un violino. A 18 lo usa come nes-suno ha mai osato. Suona solo con duedita mentre con altre tre pizzica un ac-compagnamento, spesso rompe le cordema continua a suonare ancora più cattivo.(Avete presente gli assolo di Jimi Hen-drix? Uguale). Poi una vita da rockstar.Oppio in dosi generose. Donne in quanti-tà (ma anche di qualità). Nobili, popolanee anche almeno una minorenne messaincinta che gli costerà la galera. Galeradove riesce a portarsi il violino. Ma lì micati cambiano le corde se si rompono per-ché le usi in continuazione e le stressi co-me una rockstar stressa quelle della sua chitarra. E come Sid Vicious nel suo Myway uccide la regina d’Inghilterra, Paga-nini, uscito di prigione e tra un trionfo el’altro, metaforicamente ucciderà re Carlodi Savoia che gli chiederà un bis con unrockissimo insulto autocelebrante: «Pa-ganini non replica». Come tutte le vererockstar Paganini muore giovane (ai tem-pi neanche troppo, 58 anni): pieno di op-pio e di mercurio che quei deficienti dimedici di cui era succubo gli appioppava-no in dosi industriali. Insomma una vita(assai incasinata), una morte (un pocomisteriosa) e miracoli (diabolici come lasua arte). Tutti gli ingredienti di una rock-star con la scimmia di Satana aggrappatasu una spalla.

    Ed eccoli gli altri come lui, come Paga-nini, che dell’autodistruzione hanno fattouna compagna di vita — quelli che com-paiono in Rock is dead — ma elencarlitutti sarebbe impossibile: i due autorihanno scritto una enciclopedia senza fi-ne. Assaggiamo qua e là il dolce velenoche dà sapore al loro racconto. DavidBowie che non l’ha ammazzato nessuno(né la droga né il successo) ma la morte

    ILLUSTRAZIONIDI FABIO DELVÒ

    La formula di Dj Rupture

    Sarà un alchimistaa captare i suoni dei tempi

    Jace Clayton sostiene che la musica rappresenti «Ilbattito cardiaco dello Zeitgeist», dello Spirito deltempo. Da questa definizione si dischiude il suolibro Remixing. Viaggi nella musica del XXI secolo

    appena uscito per Edt. In arte Dj Rupture, Clayton è molto più di un dj, categoria che appare riduttiva per lui come per diversi altri «dj» (uno per tutti Laurent Garnier). Originario di Boston, ma poi cittadino nel mondo grazie alle sue peregrinazioni, Clayton è uno scienziato del suono e un artista. In una parola: un compositore. Nel 2001, il suo mix di 60 minuti Gold Teeth Thief («volutamente senza né capo né coda»), ottenne recensioni entusiaste e centinaia di migliaia di download. Dj Rupture, all’alba del nuovo millennio, aveva inventato una possibile musica del futuro: un flusso ipnotico, armonico e disarmonico nel quale si intrecciano, contorcono e distendono melodie e suoni da tanti luoghi del Pianeta, con basi e rielaborazioni elettroniche. Qui le musiche di tutte le culture e i popoli entrano in relazione diretta, abbattendo la distanza, lo spazio, mentre il passato abbraccia il futuro nella percezione del presente, demolendo il tempo. Il libro di Clayton non è soltanto il racconto del suo percorso, ma è anche uno sguardo colto sulla musica e un manuale introduttivo alla tecnica dell’alchimista dei suoni. Una lettura illuminante per capire lungo quali strade il rock potrebbe essere superato e storicizzato.

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    di MATTEO SPERONI

  • DOMENICA 18 GIUGNO 2017 CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 39

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    Paul Nougé (1895-1967), biochimico di professione e il maggior poeta e teorico del surrealismo belga, ha più volte affermato di non voler lasciare tracce e ha pubblicato i suoi testi soprattutto su opuscoli. Il volume

    Au palais des images les spectres sont rois ne raccoglie finalmente tutti gli scritti usciti su riviste tra il 1922 e il 1967 (edizione a cura di Geneviève Michel e Gérard Berréby, Allia, pp. 800, e 35).

    {Stanzedi Angela UrbanoGli spettri del biochimico

    Indagini L’intreccio fra musica popolare e religiosità

    Note senza chieseSembra ribellionema è devozionedi MARCO VENTURA

    S cala per il paradiso, come in Stai-rway to Heaven dei Led Zeppelin;oppure strada verso l’inferno,come in Highway to Hell degliAC/DC. La musica contempora-nea è in costante tensione con il religioso; soprattutto quando è musica popolare di protesta. L’esperienza americana è fonda-mentale. La nomina di Antonín Dvorák al National Conservatory nel 1892 è l’inizio di una nuova storia. Molte orchestre e com-pagnie operistiche dell’epoca sono ancora proibite ai musicisti neri. Per Dvorák inve-ce c’è una «grande e nobile scuola musica-le» nelle melodie dei «negri d’America». Si sprigiona allora la forza del blues e si ripropone il dilemma che aveva angoscia-to il fondatore del metodismo John We-sley, morto un secolo prima dell’arrivo di Dvorák a New York: fa bene alla fede, la musica popolare, oppure minaccia il cre-dente? Per lo studioso di cultura america-na Ian Peddie, la risposta va cercata nel percorso che ha portato la musica di pro-testa negli Stati Uniti ad allontanarsi dalla religione tradizionale, a mescolare sacro e profano, a inventare una spiritualità alter-nativa a quella delle chiese e persino a farsi essa stessa religione.

    Il professore della texana Sul Ross StateUniversity condensa questo percorso in uncapitolo su Music, Religion and Protest del Bloomsbury Handbook of Religion and Popular Music dove confluiscono i mate-riali contenuti nei volumi da lui curati su Music and Protest 1900-2000 e Popular Music and Human Rights. I British and American Music e II World Music (tutti usciti da Ashgate nel 2011 e 2012). Il blues, racconta Ian Peddie, fu all’inizio condan-nato come la musica del diavolo. Si diceva di Robert Johnson, soprannominato «lo sceriffo dell’inferno», che avesse ceduto l’anima al diavolo in cambio delle sue doti di chitarrista. Non era del resto il violino lo strumento di Satana? In realtà, ha nota-to il teologo James Cone, il blues minac-ciava le chiese non perché rifiutasse Dio, ma perché lo ignorava e si concentrava sul quotidiano, sulle gioie e i dolori della vita. Il blues, scrive Peddie, «contestava l’onni-potenza di Dio»; nei suoi testi la deferenza dei neri verso le loro chiese cedeva il posto al racconto di preti avidi di denaro e di sesso, alla denuncia dell’ipocrisia, alle domande sull’efficacia della preghiera e la funzione della Bibbia. Il blues, come poi il

    rock ’n’ roll odiato da Frank Sinatra, era musica potente perché popolare, cioè democratica, ostile all’autoritarismo e alla gerarchia di governi e chiese.

    Certo, l’America è stata anche la patriadi una religione fluida, che ha tentato in molti modi di impadronirsi della musica popolare. Ci provarono la Jesus Music californiana degli anni Sessanta o la Chri-stian Music degli evangelici, ma le con-dannò all’insuccesso il peso del dubbio se esse servissero, nelle parole di Peddie, «a salvare anime o a vendere canzoni». Per-ché la religione potesse farsi davvero mu-sica popolare, essa doveva venire da lonta-no, dagli spiritual e dai canti dei campi di cotone da cui si sviluppò il gospel, e dove-va altresì compromettersi con le tecniche commerciali, come fece Thomas Dorsey. Oppure doveva inventare forme ibride come soul, hip hop, trance e reggae.

    La redenzione di Bob Marley, la libera-zione, l’autodeterminazione sgorgavano dalla protesta musicale afro-americana, facevano il giro del mondo post-coloniale e tornavano negli Stati Uniti. Come scrisse un critico dopo aver ascoltato Kulu Sé Mama di John Coltrane, «suona come un uomo legato che grida libertà». La prote-sta musicale esprimeva ormai una nuova spiritualità: Marvin Gaye e Stevie Wonder, scrive Ian Peddie, «ripudiarono la gerar-chia sociale e spirituale che aveva garanti-to alle chiese il loro primato di autorità». Nel brano Jesus Children of America dal-l’album Innervisions del 1973, l’ex cantore di chiesa Stevie Wonder contrapponeva la sua ricerca spirituale ai dubbi per ciò che la religione può ormai offrire al suo popo-lo. Viene da lì la spiritualità del rap e del-l’heavy metal globale, dagli iraniani Arthi-motH repressi dagli ayatollah agli Iron Maiden che, con la loro performance a Dubai nel 2007, trasformano il Desert Rock Festival nella «Mecca del Metal».

    Nella cultura rave si materializza una spiritualità musicale che non ha più biso-gno della chiesa. «Dio è un dj», proclama nel 1998 la band elettronica britannica Faithless, letteralmente i «senza fede»; ripete un loro ritornello: «Il rave club è la mia chiesa». Se il rave, ipotizza infine Peddie, è il genere che forse più di ogni altro prima si è pensato come un’alternati-va alla religione, tutto resta possibile, e intrecciato, nella musica di protesta. Paio-no opposte ma sono tremendamente vici-ne la strada verso l’inferno e la scala per il paradiso.

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    l’ha vista prima di morire, descritta e can-tata in attesa che venisse a prenderselo.Un veggente caduto dal cielo. E serena-mente tornato. Ma è una eccezione. Ov-viamente Kurt Cobain che si sarà ancheucciso con un colpo di fucile in faccia a 27anni mentre aveva in corpo 1,52 milli-grammi di eroina per litro di sangue: maquella era una dose pari a tre volte quantobasta a stecchire anche un gorilla e che inogni caso ti impedirebbe anche di solle-vare una piuma tanto sei rimbambito.Niente mistero nella morte di Victor Jara,il cantautore cileno che non piace al regi-me di Pinochet: prima gli spezzano le ma-ni perché non possa più suonare le suecanzoni dalla parte degli sfruttati, poi lofanno giocare alla roulette russa (comeunico partecipante), poi lo massacrano dibotte, poi gli sparano alla nuca e poi peressere sicuri di non sentire mai più la suavoce lo zittiscono con 44 colpi di fucile.

    Ma c’è anche chi ha lasciato poche trac-ce nella storia della musica ma l’hannotrovata in fondo a una lunga traccia disangue come quella che ti provoca unabottiglia rotta a metà se te la conficcano nella pancia. È la storia di Lolita, nome d’arte di Graziella Franchini, oggi avrebbe67 anni; la sua sfortuna è stata che a 15 an-ni in una parrocchia del Veronese l’hannosentita cantare. Poi le cuciranno addossoil brano La mia vita non ha domani. Ma sisa com’è il mondo della musica: conoscipersone sbagliate, t’innamori, ti fanno in-namorare, pesti i sentimenti di qualcuno(che magari con la musica non c’entraniente) e compare quell’altro qualcunoche ti pianta una bottiglia rotta nella pan-cia. E chi ti sopravviverà non saprà mai chi è stato.

    Come non sapremo mai come e perchéè morto (se poi è morto davvero quel 3 lu-glio 1971 a Parigi, a 27 anni) James Dou-glas Morrison, per tutti Jim, nato a Mel-bourne, Florida. Sappiamo che il ventiset-tesimo anno è una maledizione: vedi JimiHendrix, Brian Jones, Janis Joplin, AmyWinehouse. Ma forse ancora più male-detti sono certi cocktail di sostanze. Mac’è anche oggi chi sostiene che il Re Lu-certola non sia morto di eroina (lui eracontrario all’eroina che piaceva invece al-la sua compagna) sniffata per sbagliopensando che fosse cocaina. Né di un«banale» arresto cardiaco nel caldo diuna vasca da bagno parigina. Ma che siatutta una messinscena — di Jim – peruscire da quel mondo del rock, del siste-ma capitalista (lui poeta che voleva «sca-

    lare il flusso del mare», come scrivevaquand’era appena più che bambino). Nonne poteva più di quelle «Doors», di quelle«Porte» che gli chiudevano la vita e gli to-glievano il respiro. Con un medico com-piacente riempito di franchi e con deibecchini altrettanto compiacenti che sot-terrano una bara vuota si può sparire…Mah? Ma, come scrivono gli autori di que-sto libro, la non-soluzione del misterogiova a tutti, anche al mito del Re Lucerto-la e dei Doors che, in silenzio, continuanoa vendere dischi, raccolte, live, dvd, gad-get e greatest hits.

    Girovagando tra le pagine di questo«non-solo-rock» ci si imbatte in altri in-contri sorprendenti. Da Johnny Ace,l’«usignolo del rhythm and blues» mortogiocando alla roulette russa, a Jeff Hanne-man, il chitarrista degli Slayer, una bestiasatanica fatta fuori da un crudele ragno. Da Michael Hutchence leader degli Inxs(roba da 45 milioni di dischi venduti), vit-tima di un maldestro tentativo di soffoca-mento auto-erotico, a Robert Johnson, unre del blues, anche lui morto a 27 anni,che per fare scena faceva credere di avervenduto l’anima al diavolo (ma l’avevavenduta solo al blues) e invece gliel’haportata via il proprietario di un locale conla cui moglie Robert faceva troppo lo stu-pido. Fino ad Amjad Farid Sabri, il musi-cista pachistano, amato anche dal nostroFranco Battiato, che ha tentato di segnarela difficile via del sufi (anche il sufi è rock)in un mondo sbagliato: lo hanno ucciso(in questo caso senza misteri) i fanaticitalebani.

    Ovviamente tra le morti misteriose deigrandi musicisti c’è anche il nostro adora-to Luigi Tenco. Non ci siamo ancora ras-segnati all’idea che si sia tolto la vita per-ché a quel Festival di Sanremo del 1967 vain finale una scemenza di canzone comeIo, tu e le rose e non la sua. Era troppo in-telligente. Correttamente gli autori di Rock is dead elencano tutte le ipotesi (dalcomplotto della mafia francese al delittopassionale, al crimine maturato nell’am-biente del business della canzone eccete-ra) ma non danno sentenze e gli dedicanoun «Ciao Luigi ciao» che evoca la terribilecanzone di quella sera: Ciao amore ciao.

    P.S. A proposito di Tenco: siccomequesto libro avrà, come merita, svariateristampe, segnalo di correggere subito l’indice dov’è scritto: a pagina 306 LuigiTengo, in a pagina 306 Luigi Tenco, gra-zie.

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    FRANCO FABBRIL’ascolto tabù.

    Le musichenello scontro globale

    IL SAGGIATOREPagine 490, e 23

    F. T. SANDMANEPISCH PORZIONI

    Rock is dead.Il libro nero

    sui misteri della musicaCHINASKI EDIZIONI

    Pagine 352, e 19

    JACE CLAYTON(DJ RUPTURE)

    Remixing.Viaggio nella musica

    del XXI secoloTraduzione di Marco Bertoli

    EDTPagine 212, e 18

    CHRISTOPHER PARTRIDGEMARCUS MOBERG

    (a cura di)The Bloomsbury Handbook

    of Religionand Popular Music

    BLOOMSBURYPagine 440, £ 129.99