Il Club dei mestieri stravaganti

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Giallo di G.K. Chesterton

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© Centro Missionario FrancescanoPiazza Gallo, 10 - Osimo (AN)[email protected] - tel. 333 4165150www.missionifrancescane.itTipografia Casa Editrice Guerrino LeardiniMacerata Feltria (PU)

A cura di fra Roberto Brunelli (Il Patriota Cosmico)e Marco Sermarini (L’Uomo Vivo)Illustrazioni: G.K. ChestertonRevisione linguistica: Laura Rota, Maria RotaDisegno di copertina: Laura RotaRingraziamo: Giovanni Brunelli, Duilio Carletti, GiovannaGiuliodori.

Gilbert Keith Chesterton

Il Club deiMastieri Stravaganti

Editrice Guerrino LeardiniCentro Missionario Francescano &

Società Chestertoniana Italiana2013

LE TERRIBILI AVVENTURE DEL MAGGIORE BROWN

Rabelais, o il suo selvaggio illustratore Gustavo Doré, devono avere qualcosa a che fare con la progettazione

di quelle cose che in Inghilterra e in America vengono chiamate appartamenti. C’è infatti qualcosa di assolutamente gargantuesco nell’idea di economizzare lo spazio accumulando le case una sul tetto dell’altra, con portone e tutto il resto. Nel caos e nella complessità di quelle strade perpendicolari, ogni cosa ci può essere, tutto può accadere, ed è in una di queste, io credo, che, cercandoli, si potranno trovare gli uffici del Club dei Mestieri Stravaganti. Si può pensare a prima vista che questo nome debba attrarre e spaventare il passante, ma in quegli alveari oscuri ed immensi non c’è nulla che attragga e sorprenda il passante. Il passante si preoccupa solo della sua malinconica destinazione, l’Agenzia di Spedizioni del Montenegro o gli uffici londinesi della Rutland Sentinel, e attraversa le strade crepuscolari come attraverserebbe gli

androni crepuscolari di un sogno. Se i Thugs istituissero una Compagnia per l’Assassinio degli Stranieri in uno dei grandi edifici di Norfolk Street, e vi si inviasse un omettino occhialuto a fare un’inchiesta, l’inchiesta non darebbe nessun risultato. E il Club dei Mestieri Stravaganti regna appunto in un grande edificio nascosto come un fossile in una possente rupe di fossili.

La natura di questa società, quale noi l’abbiamo scoperta più tardi, si può esporre facilmente e in poche parole. Si tratta di un Club eccentrico e bohémien, in cui la condizione assoluta di appartenenza sta in questo: il candidato deve avere inventato il suo modo di sbarcare il lunario; deve trattarsi insomma di un mestiere assolutamente nuovo. L’esatta definizione di questo requisito è riportata nei due articoli principali dello statuto.

In primo luogo non si deve trattare di una semplice applicazione o variante di un mestiere già esistente. Così, ad esempio, il Club non potrebbe ammettere un agente di assicurazioni semplicemente perché invece di assicurare la mobilia delle persone dal fuoco, assicura, poniamo, i loro pantaloni dall’essere dilaniati dai denti di un cane idrofobo. Il principio (come Sir Bradcock Burnaby-Bradcock disse saggiamente e acutamente nel suo discorso di straordinaria eloquenza e persuasione tenuto al Club a proposito della questione sorta dalla faccenda Stormby Smith) è lo stesso.

In secondo luogo il mestiere deve essere una vera e propria fonte di guadagno, e deve fornire i mezzi di sussistenza al suo inventore. Perciò il Club non potrebbe ammettere un tale che preferisse passare i suoi giorni raccogliendo scatole di sardine usate, a meno che egli non riuscisse a fare in questo modo affari d’oro. Il professor Chick spiegò questa cosa in modo chiaro. E chi ricorda in che consistesse il mestiere nuovo del professor Chick, non sa se deve ridere o piangere.

La scoperta di questa curiosa società era una cosa stranamente dilettevole: scoprire che vi erano al mondo dieci nuovi mestieri era come guardare la prima nave o il primo aratro. Si provava l’impressione di essere all’infanzia dell’umanità.

Che io mi sia un bel giorno imbattuto in una congrega tanto

singolare, non è poi (e lo dico senza vanità) una cosa tanto strana, perché io ho la mania di appartenere al maggior numero possibile di società: si può anzi dire che io faccia collezione di club, e ne ho accumulato una grande e fantastica varietà di esemplari, da quando, nella mia audace giovinezza, raccoglievo i numeri dell’Athenaeum. Un giorno, forse, potrò raccontare le storie di qualcuna delle altre società a cui ho appartenuto: potrò rintracciare le gesta della Società delle Scarpe del Morto (comunità apparentemente immorale, ma gruppo oscuramente giustificabile); potrò spiegare le curiose origini di Gatto e Cristiano, società il cui nome è stato tanto vergognosamente male interpretato; e il mondo potrà finalmente sapere perché la Lega delle dattilografe si sia unita con la Lega del Tulipano Rosso. Ma delle Dieci tazze di tè, non oso dire una parola. La prima delle mie rivelazioni ad ogni caso riguarderà il Club dei Mestieri Stravaganti, che, come ho detto, era un club del genere, un club nel quale io ero destinato prima o poi ad entrare, per via del mio insolito hobby.

La gioventù scapigliata della metropoli mi chiama scherzosamente «Il Re dei club», e mi chiama anche «Il Cherubino» alludendo al roseo e giovanile aspetto che io presentavo negli anni del mio declino. Spero soltanto che gli spiriti nel mondo migliore possano avere buone cene come ne ho io. Ma la scoperta del Club dei Mestieri Stravaganti va legata ad un fatto veramente curioso. Il fatto più curioso è che il Club non è stato scoperto da me: esso è stato scoperto dal mio amico Basilio Grant, un uomo sempre nelle nuvole, un mistico, e un uomo che non si muoveva quasi mai dalla sua soffitta.

Pochissime persone sapevano qualcosa sul conto di Basilio, non perché fosse asociale, perché anzi se un uomo qualunque fosse entrato nelle sue stanze, l’avrebbe trattenuto a chiacchierare fino all’indomani; ma aveva pochi conoscenti perché, come tutti i poeti, egli poteva fare a meno di loro; egli dava il benvenuto ad un volto umano come avrebbe salutato un improvviso variare di colori in un tramonto, ma non sentiva la necessità di uscire per unirsi ad una festa come non

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sentiva quella di modificare le nubi del tramonto. Egli viveva in una soffitta curiosa ma comoda sui tetti di Lambeth. Era circondato da un caos di cose che contrastavano stranamente con la miseria dei quartieri circostanti: vecchi zibaldoni, spade, armature, tutto insomma il ciarpame del romanticismo. Ma il suo volto appariva, fra tutte quelle reliquie donchisciottesche, singolarmente acuto e moderno, un volto poderoso, un volto da uomo di legge. E soltanto io sapevo chi fosse.Nonostante molto tempo sia trascorso, tutti ricordano la scena terribile e grottesca ad un tempo avvenuta a ..., quando uno dei più acuti e dei più energici giudici inglesi impazzì improvvisamente in tribunale. Io avevo la mia opinione su quell’avvenimento, ma circa i fatti stessi non vi sono affatto dubbi. Per alcuni mesi, anzi per alcuni anni, la gente aveva scoperto qualcosa di curioso nella condotta del giudice. Sembrava che egli avesse perduto interesse per la legge; lui che era stato un giudice oltremodo brillante e terribile, pareva adesso preoccupato di dare consigli personali e morali agli accusati. Parlava più come un sacerdote o come un medico, e in modo esplicito.

Il primo granello di pazzia c’era già probabilmente in lui il giorno in cui disse ad un uomo che aveva tentato un delitto passionale: «Io vi condanno a tre anni di resclusione, nella ferma, solenne e religiosa convinzione che quello che vi occorre sono tre mesi in riva al mare». Dal suo scanno egli accusava i delinquenti, non tanto dei loro evidenti reati legali, ma di cose che non s’erano mai sentite in un tribunale: mostruoso egoismo, mancanza di spirito e morbosità deliberatamente incoraggiata. Le cose giunsero al colmo nel famoso processo del diamante in cui lo stesso Primo Ministro, brillante gentiluomo, dovette farsi avanti con grazia e riluttanza, a testimoniare contro il suo domestico. Dopo aver esposto minuziosamente la sua vita domestica, il giudice chiese al Primo Ministro di fare un altro passo avanti, cosa che quello fece con tranquilla dignità. Allora il giudice disse con tono reciso e sgradevole: «Fatevi un’anima nuova. La vostra non basta neanche per un cane. Richiedete

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un’anima nuova!». Tutte queste cose, per le persone intelligenti, furono i sintomi premonitori del giorno triste e farsesco in cui il lume della ragione l’abbandonò in pubblica udienza. Era un processo per diffamazione che si dibatteva tra due finanzieri illustri e potenti, contro i quali erano state portate accuse di considerevole appropriazione indebita. La faccenda era lunga e complessa: gli avvocati erano stati prolissi ed eloquenti, ma alla fine, dopo settimane di lavoro e di retorica, giunse il momento in cui il grande giudice doveva riassumere e si attendeva con ansia uno dei suoi famosi capolavori di lucidità e di logica polverizzante. Egli aveva parlato poco durante il lungo processo, e alla fine sembrava triste e cupo. Restò per qualche istante in silenzio, poi proruppe in una canzone assordante. I suoi appunti (come riportato) furono i seguenti :

O Rowty-owty tiddly-owty Tiddly-owty tiddly owty Aighty-ighty tiddly-ighty Tiddly-ighty ow.

Egli si ritirò dalla vita pubblica e prese in affitto la soffitta di Lambeth.

Io ero seduto lassù una sera, verso le sei, davanti ad un bicchiere di quel magnifico Borgogna che egli teneva dietro ad una pila di volumi in-folio scritti in lettere gotiche. Egli camminava per la stanza, maneggiando, secondo una sua abitudine, una delle lunghe sciabole della sua collezione. Il rosso bagliore del fuoco baldanzoso colpiva i suoi lineamenti quadrati e la sua fiera chioma grigia; i suoi occhi azzurri erano insolitamente pieni di sogno, e aveva aperto la sua bocca per parlare trasognato, quando la porta si spalancò di colpo, e un uomo pallido e impetuoso, con i capelli rossi e con un enorme pelliccia, si precipitò ansimante nella stanza.

- Ti domando scusa, Basilio! - mormorò.- Io mi sono preso la libertà. Ho dato un appuntamento qui ad

una persona... un cliente. Per cinque minuti. Vi chiedo scusa, signore. - E mi fece una fila di scuse.

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Basilio mi sorrise: - Tu non sapevi - disse - che io avevo un fratello pratico. E’ il signor Ruperto Grant che sa fare e fa tutto quello che c’è da fare. Come io sono un fallimento in una cosa, lui riesce in tutto. Io lo ricordo giornalista, impiegato, naturalista, invertore, editore, maestro di scuola... e adesso, cosa sei, Ruperto?

- Sono da qualche tempo detective privato - rispose con una certa dignità Ruperto - e questo signore è un mio cliente.

Un colpo forte picchiato alla porta l’aveva interrotto bruscamente, e, dato il permesso, la porta s’era aperta all’improvviso. Un uomo forte e arzillo attraversò rapidamente la stanza, gettò energicamente il suo cappello di seta sul tavolo e disse: «Buona sera signori» facendo forza sulla penultima sillaba in modo da far indovinare in lui un uomo assai rigido in fatto di disciplina militare, letteraria e sociale. Egli aveva una grossa testa su cui il nero e il grigio s’alternavano, e dei baffi neri e dritti che gli davano un aspetto di ferocia smentito dalla malinconia dei suoi occhi azzurri.

Basilio mi disse immediatamente: - Andiamo nell’altra stanza, Gully - e si muoveva già nella direzione della porta, quando il nuovo venuto disse: - Nient’affatto. Amici rimangano. Possibili assistenti.

Quando lo sentii parlare, mi ricordai di lui: era un certo Maggiore Brown che avevo qualche anno prima conosciuto tra le amicizie di Basilio. Avevo dimenticato del tutto la sua figura nera da elegantone e la sua grande testa solenne, ma ricordavo il suo speciale modo di parlare, che consisteva nel dire solo un quarto delle parole di ogni frase, e in modo brusco, come il colpo di un fucile. Io non lo so di preciso, ma credo che questo vezzo gli fosse venuto a forza di dare ordini alle truppe.

Il Maggiore Brown era un soldato abile e valoroso, decorato della Croce della Regina Vittoria, ma non era una persona guerriera. Come molti degli uomini d’acciaio che conquistarono l’India britannica, era un uomo dalla mentalità e dai gusti di una vecchia zitella. Era ricercato e tuttavia modesto nel vestire, nelle sue abitudini era preciso e giungeva fino a trovare

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il posto esatto di una tazza da tè. Aveva un entusiasmo che rivestiva il carattere di una religione: la coltivazione delle viole del pensiero. E quando parlava della sua collezione, i suoi occhi azzurri, che erano rimasti impassibili quando i soldati ruggivano «Vittoria» attorno a Roberts a Candahar, brillavano come quelli di un bambino davanti ad un giocattolo nuovo.

- Bene, maggiore - disse Ruperto Grant, con signorile cordialità, sprofondandosi in una sedia - qual è il problema?

- Viola gialle. Carbonaia. P. G. Northover - disse il maggiore con legittima indignazione.

Noi ci guardavamo l’un l’altro con curiosità. Basilio, che sognava con gli occhi chiusi, disse semplicemente:

- Vi chiedo scusa...- Il fatto è. La via, sapete, l’uomo, le viole. Sul muro. Morte a

me. Qualcosa. Assurdo. Scrollammo tranquillamente le nostre teste. Poco a poco e

soprattutto con il soccorso in apparenza trasognato di Basilio Grant, riuscimmo a mettere assieme i brani della narrazione frammentaria ma eccitata del Maggiore Brown. Sarebbe cosa infame costringere il lettore alle fatiche da noi sopportate, e perciò racconterò la storia del Maggiore Brown con parole mie. Ma il lettore deve immaginarsi la scena. Gli occhi di Basilio, chiusi come se egli fosse in trance, secondo la sua abitudine; gli occhi di Ruperto e i miei che si spalancavano sempre più mentre ascoltavamo una delle più incredibili storie del mondo dalle labbra dell’ometto vestito di nero, che stava seduto dritto come un fuso sulla sua sedia e parlava come un telegramma.

Il Maggiore Brown era, come ho detto, un soldato di successo, ma non era niente affatto entusiasta del suo mestiere. Ben lontano dal rimpiangere il suo congedo a mezza paga, era stato felicissimo di comprarsi una villetta ordinata, molto simile a una casa delle bambole, e aveva dedicato il rimanente dei suoi giorni alle viole del pensiero e al tè leggero. La consapevolezza che le battaglie erano finite dal momento in cui egli aveva appeso la sua spada nella piccola anticamera (assieme a una stufa di porcellana brevettata e a un brutto acquarello) spada

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che era anche stata brandita per dissodare il suo giardinetto soleggiato, gli dava l’impressione di essere approdato in paradiso. Egli era meticoloso come un olandese nel suo modo di coltivare i fiori, e, forse, aveva una certa tendenza a tirarli su come tanti soldati. Era uno di quegli uomini che sono capaci di mettere nel portombrelli quattro ombrelli anziché tre, perché così due possono appoggiarsi da una parte, e due dall’altra: egli considerava la vita come un modello di un album di disegno a mano libera. E certamente non solo non avrebbe creduto, ma non avrebbe neanche capito chi gli avesse detto che dopo aver trascorso qualche anno in quel paradiso di mattoni, egli era destinato ad essere preso nel turbine di incredibili avventure, come non ne aveva mai viste o sognate nella giungla orribile o nel fuoco della battaglia.

Un pomeriggio luminoso e ventoso, il Maggiore, vestito come sempre in maniera impeccabile, era uscito per la sua solita passeggiata. Passando da una grande arteria all’altra, gli capitò di attraversare uno di quei vicoli che sembrano senza meta, che stanno lungo i muri posteriori dei giardini di un quadrato di case e che nel loro aspetto vuoto e scolorito danno la strana sensazione di essere dietro le quinte di un teatro. Ma per quanto malinconica possa essere ai nostri occhi la scena, essa non appariva certo tale a quelli del Maggiore, poiché lungo il marciapiede di ghiaia grossolana s’avanzava qualcosa che era per lui quello che è per un devoto una processione religiosa. Un uomo grosso, massiccio, con occhi azzurri di pesce, e una corona di barba rossa aureolante, veniva spingendo una carriola, su cui fiammeggiavano fiori incomparabili. C’erano splendidi esemplari di quasi tutte le specie, ma le viole preferite del Maggiore vi predominavano. Il Maggiore si fermò e cominciò a parlare e poi a contrattare. Egli trattava con quell’uomo come trattano i collezionisti e i pazzi d’altro genere: sceglieva con cura, con angoscia quasi, le radici migliori dalle meno belle; ne lodava alcune, altre ne disprezzava, faceva una minuziosa graduatoria che andava dalla rara bellezza all’insignificanza, e alla fine le acquistò tutte. L’uomo stava ormai spingendo avanti

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il suo carretto, quando si fermò e si avvicinò al maggiore.- Signore - disse egli - se vi interessate di queste cose, dovete

salire su quel muro.- Sul muro! - gridò scandalizzato il Maggiore, la cui anima

schiava delle convenzioni trasecolava al pensiero di una trasgressione tanto fantastica.

- Ci sono le più belle viole gialle d’Inghilterra in quel giardino, signore - sibilò il tentatore. - Io vi posso aiutare a salire, signore.

Come ciò sia accaduto nessuno lo saprà mai, ma l’entusiasmo positivo della vita del Maggiore trionfò di tutte le sue tradizioni negative, e con un salto agile e con uno slancio che mostrava che egli non aveva affatto bisogno di assistenza fisica, il Maggiore giunse sulla cima del muro che chiudeva lo strano giardino. Un secondo dopo, lo sbattere delle code dell’abito sulle ginocchia lo fecero sentire uno sciocco, ma un altro istante dopo, tutte queste insignificanti impressioni venivano divorate dalla più spaventosa scossa di sorpresa che quel vecchio soldato avesse mai provato in tutta la sua valorosa ed errabonda esistenza. I suoi occhi caddero sul giardino dove, in una vasta aiuola nel centro del prato, stava un ricco assortimento di viole; erano fiori splendidi, ma questa volta non era il loro aspetto orticolo che catturava il Maggiore Brown, bensì la loro disposizione: le viole erano messe in modo da formare, a maiuscole gigantesche, la frase: «MORTE AL MAGGIORE BROWN»

Un vecchietto dall’aspetto gentile, con la barbetta bianca, le stava annaffiando. Brown si volse bruscamente a guardare la strada sottostante: l’uomo con il carretto era improvvisamente sparito. Allora guardò di nuovo il prato con la sua incredibile iscrizione. Un altro al posto suo avrebbe pensato di essere impazzito: non così Brown. Quando le signore romantiche versavano lacrime sulla sua Croce della Regina Vittoria e sulle sue imprese militari, egli sentiva di essere una persona penosamente prosaica, ma era sicuro appunto per questo di essere inguaribilmente sano di mente. Un altro al posto suo si sarebbe creduto vittima di uno scherzo, ma Brown non poteva credere a ciò tanto facilmente. Egli capiva con il suo

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fine intelletto che la sistemazione di quel giardino era una cosa elaborata e costosa: e gli pareva troppo improbabile che qualcuno avesse potuto buttar via così il suo denaro, solo per fargli uno scherzo. Non trovando spiegazione di sorta, egli ammetteva il fatto in sé, da uomo con la mente lucida, e attendeva di trovarsi davanti ad un uomo con sei gambe.

In quel momento il vecchietto dalla barbetta bianca guardò in sù, e l’annaffiatoio gli cadde dalle mani, spruzzando d’acqua il sentiero di ghiaia.

- Chi diavolo siete voi? - borbottò tremando violentemente.- Io sono il Maggiore Brown - rispose quel bel tipo che sapeva

sempre mantenersi freddo quando veniva il momento di agire.Il vecchio rimase annichilito, a bocca aperta come un pesce

mostruoso. Alla fine balbettò selvaggiamente:- Scendete... Venite qua!- Ai vostri ordini - disse il Maggiore, e balzò sull’erba che

stava sotto al muro, senza che il suo cappello di seta andasse fuori posto. Il vecchio si voltò e si mise a correre dondolandosi verso la casa seguito a rapidi passi dal maggiore. La sua guida lo condusse attraverso i passaggi posteriori di una casa cupa, ma riccamente arredata, finché giunsero alla porta della stanza di fronte.

Allora il vecchio si voltò con un volto di terrore apopletico vagamente disegnato nella luce crepuscolare.

- Per amor del Cielo - disse - non parlate degli sciacalli.Poi spalancò la porta, facendo balzare dalla sala la luce di una

lampada rossa, e corse con fracasso al piano di sotto.Il Maggiore entrò, tenendo il cappello in mano, in una

sala ricca e luminosa, piena di rami, di penne di pavone e di paramenti viola. Egli aveva le più belle maniere di questo mondo, e anche se disorientato, non tardò a vedere che la sola persona che stava nella sala era una signora che sedeva ad una finestra e guardava di fuori.

- Signora - disse inchinandosi con semplicità - io sono il Maggiore Brown.

- Accomodatevi - rispose la signora, senza voltare la testa.

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Era una figura graziosa, vestita di verde, con i capelli color rosso fuoco e un profumo di Bedford Park.

- Immagino che voi siate venuto - disse in tono lugubre - a rinfacciarmi gli odiosi titoli.

- Io sono venuto, signora - disse Brown - per sapere di che si tratta. Per sapere il motivo per cui il mio nome è scritto nel vostro giardino e non certo in modo amichevole.

Egli parlò fieramente, perché la cosa l’aveva colpito. E’ impossibile descrivere l’effetto prodotto sul suo spirito dallo scenario del giardino tranquillo e soleggiato, fatto apposta per incorniciare una personalità sorprendente e brutale. L’aria della sera taceva, e l’erba era dorata nel luogo in cui i fiori che lo preoccupavano chiedevano al cielo il suo sangue.

- Voi sapete che io non posso voltarmi - disse la donna - tutti i pomeriggi finché non suonano le sei, devo tenere la faccia voltata verso la strada.

Una curiosa ed insolita ispirazione decise il prosaico soldato ad accettare senza sorpresa quegli oltraggiosi enigmi.

- Sono quasi le sei - disse; e non appena ebbe pronunziato queste parole il rozzo orologio di rame sul muro dette il primo tocco dell’ora. Al sesto la signora balzò in piedi e si voltò verso il Maggiore uno dei più strani e più attraenti volti che egli avesse mai veduto in vita sua: franco, e tuttavia allettante, il volto insomma di un elfo.

- Sono tre anni che aspetto - esclamò la donna - questo è l’anniversario. Spesso l’attesa fa sì che le cose più terribili si desiderino, per liberarsene una buona volta.

E proprio in quel momento, un grido improvviso e lacerante ruppe il silenzio. Dalla strada buia (era già il tramonto) una voce gridava con rauca e spietata chiarezza:

- Maggiore Brown, Maggiore Brown, dove dimora lo sciacallo?Di fronte ai fatti Brown era deciso e silenzioso. Con un salto

fu alla porta e guardò fuori. Non c’era alcun segno di vita nell’azzurro crepuscolo della strada, dove due o tre lampade cominciavano a spandere la loro luce color limone. Quando tornò, la signora vestita di verde tremava.

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- E’ la fine - urlava con le labbra tremule - può essere la morte per entrambi. Ogni volta che...

Ma, mentre pronunciava queste parole, il suo discorso fu interrotto da un’altra vociferazione roca e orribilmente articolata che proveniva dalla strada buia:

- Maggiore Brown, Maggiore Brown, in che maniera è morto lo sciacallo?

Brown si precipitò fuori dalla porta e scese di qualche gradino, ma fu nuovamente deluso: non c’era anima viva in vista, e la strada era troppo lunga e troppo deserta perché l’uomo che aveva urlato avesse potuto scappare. Anche il razionale Maggiore era alquanto scosso quando egli dopo un po’ ritornò nel salotto. E c’era appena arrivato che si udì ancora la terrificante voce:

- Maggiore Brown, Maggiore Brown, dov’è...Brown fu sulla strada quasi in un balzo e arrivò in tempo

per vedere una cosa che gli gelò il sangue all’improvviso. Le grida provenivano da una testa decapitata e appoggiata sul marciapiede.

Un attimo solo bastò perché l’allibito Maggiore capisse la verità. Era la testa d’un uomo che sbucava sulla via dal buco della carbonaia. Un secondo dopo essa era di nuovo sparita, e il Maggiore Brown si rivolse alla donna e le disse:

- Dov’e la vostra carbonaia? - E uscì nel corridoio.Essa lo guardò con selvatici occhi grigi e gli gridò: - Non

vorrete mica scendere da solo in quel buco, con quella belva?- Si va di qua? - replicò il Maggiore, e discese le scale della

cucina tre gradini alla volta. Aprì impetuosamente la porta di una nera cavità e fece un passo dentro di essa, cercando nella sua tasca i fiammiferi. Ma mentre la sua mano destra era occupata in quella ricerca, uscirono dal buio due grandi mani viscide, due mani che indubbiamente appartenevano ad un uomo di statura gigantesca, che lo afferrarono per la nuca. Lo spinsero nell’oscurita soffocante, che era come una brutale raffigurazione del destino. Ma la testa del Maggiore, pure così scombussolata, era nel pieno possesso delle sue facoltà intellettuali. Brown si

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mantenne calmo sotto la stretta finché scivolò giù fino quasi a toccare la terra con le mani e con i ginocchi; allora trovando le ginocchia dell’invisibile mostro a poca distanza da lui, non fece altro che allungare una delle sue mani lunghe, ossute ed esperte e, afferrata la gamba per un muscolo, la tirò su da terra e fece rumorosamente cadere il gigante sul pavimento. Egli tentò di rialzarsi, ma Brown gli era sopra come un gatto. Colluttarono così a lungo. Grande com’era, quell’uomo tuttavia non tradiva che un desiderio: quello di fuggire; egli si dibatteva da una parte e dall’altra per raggiungere la porta prima del Maggiore, ma quella tenace persona lo aveva afferrato per il bavero del cappotto e lo aveva appeso con l’altra mano ad una trave. Alla fine, a forza di tenere dietro a quel toro umana, la tensione fu tale che Brown s’aspettava di vedere la sua mano spezzarsi dal braccio. Ma invece si staccò un’altra cosa, e la nera ed enorme figura del gigante sparì dalla cantina lasciando nelle mani del Maggiore il cappotto lacerato, unico frutto dell’impresa, unico indizio per penetrare il mistero. Infatti, quando egli risalì nella sala, la signora, i ricchi addobbi e tutto il mobilio della casa erano spariti. Non c’erano più che tavole nude e pareti imbiancate.

- La signora era a parte del complotto - disse Ruperto inchinandosi. Il Maggiore Brown diventò rosso come un mattone.

- Vi chiedo scusa - disse - ma io penso di no.Ruperto corrugò le sue sopracciglia e lo guardò per un

momento senza dire nulla. Quando riaprì bocca, chiese:- C’era qualche cosa nelle tasche del cappotto?- C’erano quindici soldi di rame e una moneta da tre pences

- disse il Maggiore con precisione - un portasigarette, un pezzo di corda e questa lettera. E la posò sul tavolo. La lettera diceva così: «Signor Plover, sono seccato di sentire che s’è perso del tempo nella faccenda del Maggiore Brown. Vedete di farlo aggredire domani come d’accordo. La carbonaia va bene. Distinti saluti. P. G. Northover».

Ruperto Grant, che era piegato in avanti ascoltando con occhi

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di falco, interruppe:- E’ datata la lettera?- No... Sì! - replicò Brown dando un’occhiata sul foglio -

Tanner’s Court 14, North...Ruperto balzò in piedi e disse battendo le mani:- E allora cosa stiamo a fare qui? Andiamo. Basilio, prestami

il tuo revolver.Basilio stava guardando la brace come un uomo in trance e ci

volle del tempo prima che rispondesse: - Non credo che tu non ne abbia bisogno.

- Forse no - disse Ruperto - indossando il suo cappotto di pelliccia - ma non si sa mai. Quando poi si va al buio in cerca di criminali...

- Pensi proprio che si tratti di delinquenti? - gli chiese il fratello.

Ruperto si mise a ridere rumorosamente: - Quello di dare ordine ad un sicario di strangolare in una carbonaia uno sconosciuto inoffensivo potrà forse sembrarti un esperimento molto innocente, ma...

- E tu pensi che volessero strangolare il Maggiore? - domandò Basilio con la stessa voce assente e monotona.

- Caro mio, devi esserti addormentato! Guarda un po’ questa lettera.

- La vedo - disse il pazzo giudice con calma, quantunque in realtà stesse guardando il fuoco.

- Non mi pare che si tratti di una lettera che un criminale scrive ad un altro delinquente.

- Tu sei meraviglioso, mio caro ragazzo - esclamò Ruperto, girandosi, con il sorriso sui suoi brillanti occhi azzurri - i tuoi metodi mi sorprendono. Qui c’e la lettera. La lettera è scritta e impartisce gli ordini per un delitto. Con lo stesso sistema tu mi potresti venire a dire che uno non potrebbe nemmeno pensare di erigere la Colonna di Nelson in Trafalgar Square.

Basilio Grant si scosse tutto in una specie di risata silenziosa, ma non si mosse affatto.

- Questo è forse giusto - disse - ma, naturalmente, non è

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una cosa logica come questa, quella che si cerca. E’ questione d’atmosfera spirituale. Non si tratta di una lettera di delinquenti.

- Lo è. E’ un fatto - esclamò l’altro con una ragionevolezza angosciata.

- I fatti - mormorò Basilio come se parlasse di strani e lontani animali - i fatti come fatti oscurano la verità. Io posso essere uno sciocco - e in realtà sono un po’ fuori di testa - ma non ho mai creduto a... come si chiama il protagonista di quelle clamorose vicende? - Sherlock Holmes. Ogni dettaglio ci conduce a qualcosa, certo; ma in generale ci conduce alla cosa sbagliata. I fatti ci conducono in tutte le direzioni, mi sembra, come le migliaia di ramoscelli di un albero. E’ solo la vita dell’albero che possiede un’unità e che sale; è soltanto il sangue verde che sgorga, come una fontana, verso le stelle.

- Ma che diavolo altro può essere se non la lettera di un delinquente?

- Noi abbiamo l’eternità per sgranchirci le gambe - rispose il mistico. - Può essere un’infinità di cose. Io non ho visto nessuna di queste cose, ho visto soltanto la lettera. Io la guardo e dico che non è la lettera di un criminale.

- E qual è allora la sua provenienza?- Non ne ho neppure la più vaga idea.- E allora perché non accettate la spiegazione più ovvia?Basilio continuò per un poco a guardare di traverso i carboni,

e sembrava raccogliere i suoi pensieri in modo umile e penoso. Poi disse: - Immagina di essere uscito al chiaro di luna e di essere giunto attraversando strade e piazze silenziose e inargentate, ad una spianata aperta e deserta, in cui sorgono alcune statue. Tu ne vedi una vestita come una ballerina che danza sotto la luce d’argento; ma guardando bene t’accorgi che si tratta di un uomo travestito. Tu guardi di nuovo e t’accorgi che quell’uomo è Lord Kitchener. Che cosa penseresti in questo caso?

Si fermò un istante, e proseguì: - Tu non potresti adottare la spiegazione comune. La spiegazione comune del mettersi addosso vestiti strani, va cercata nel fatto che uno pensa di star bene vestito così: ora tu non vorrai certo pensare che Lord

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Kitchener si sia vestito da ballerina per vanità personale. Ma penserai che più probabilmente abbia ereditato una pazzia danzante da una bisnonna, oppure che è stato ipnotizzato in qualche seduta spiritica, o che è stato costretto a fare ciò da una società segreta, pena la morte in caso di rifiuto. Se fosse Baden-Powell, ad esempio, potrebbe trattarsi di una scommessa, ma con Kitchener non è possibile. Io lo so perché al tempo della mia vita pubblica l’ho conosciuto abbastanza bene. Conosco bene allo stesso modo e questa lettera e i delinquenti. Non è una lettera di criminali. Si tratta di atmosfere.

E chiuse gli occhi passandosi la mano sulle palpebre.Ruperto e il Maggiore lo guardavano con un misto di rispetto

e di pietà. Ruperto disse: - Va bene. Io credo e continuerò a credere finché il tuo mistero spirituale si svelerà che un uomo che manda una lettera per raccomandare un delitto, giacché delitto è quello di cui stiamo parlando, almeno nell’intenzione, sia con ogni probabilità un poco leggero in fatto di principi morali. Puoi darmi quella pistola?

- Certo - disse Basilio alzandosi. - Ma io vengo con voi. - E così dicendo si avvolse in una specie di mantello e prese in un angolo un bastone con lo stocco.

- Tu ! - esclamò Ruperto un poco sorpreso - tu che quasi mai esci dal tuo buco per vedere qualcosa sulla faccia della terra!

Basilio si mise sul capo un vecchio e formidabile cappello bianco.

- Molto raramente - disse, con un’arroganza involontaria e grandiosa - sento parlare di qualunque cosa sulla faccia della terra che non possa subito capire, senza andarlo ad investigare.

E fece strada nella notte rosseggiante.Ci muovemmo tutti e quattro lungo le vie luminose di

Lambeth, attraverso il ponte di Westminster, e seguendo l’argine prendemmo la direzione di quella parte di Fleet Street in cui si trovava Tanner’s Court. La figura nera ed eretta del Maggiore Brown, vista di dietro, formava un curioso contrasto con il procedere curvo e felino e con il mantello svolazzante del giovane Ruperto Grant, che adottava con gioia infantile

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tutte le pose drammatiche dei poliziotti della narrativa. La più bella di tutte le sue qualità era il suo fanciullesco appetito per il colore e la poesia di Londra. Basilio, che camminava dietro, con il suo viso rivolto ciecamente alle stelle, aveva l’aspetto di un sonnambulo.

Ruperto si fermò sull’angolo di Tanner’s Court, con un brivido di gioia del pericolo, e afferrò la rivoltella di Basilio nella tasca del suo soprabito.

- Entriamo? - domandò.- Non avvisiamo la polizia? - chiese il Maggiore Brown,

guardando rapidamente la strada.- Non sono sicuro - rispose Ruperto aggrottando le

sopracciglia. - Certo che la faccenda è abbastanza chiara: si tratta di una faccenda losca, ma siamo in tre e...

- Io non ci vado a chiamare la polizia - disse Basilio con una voce strana. Ruperto volse a lui il suo sguardo e lo guardò fisso.

- Basilio - gridò - tu tremi. Di che cosa hai paura?- Forse, freddo - disse il Maggiore, sbirciandolo. Non c’era

dubbio possibile, Basilio stava tremando.Dopo qualche attimo di riflessione, Ruperto finì con

l’esplodere in una maledizione.- Tu ridi!- gridò. - Io lo conosco questo tuo dannato riso, tutto

fatto di scatti silenziosi. Cosa diavolo ti diverte tanto, Basilio? Noi tre siamo qui in un cortile a pochi passi da un covo di farabutti...

- Ma io non chiamerò la polizia - disse Basilio. Quattro eroi come noi valgono quanto un esercito. E continuò ad agitarsi nella sua allegria misteriosa.

Ruperto si voltò con impazienza ed entrò prontamente nel vicolo, seguito da tutti noi. Quando egli arrivò alla porta del numero 14 si voltò di scatto, facendo scintillare nella sua mano la pistola.

- Fermi! - disse egli in tono di comando. - Il manigoldo potrebbe tentare di scappare in questo momento. Dobbiamo sfondare la porta ed entrare.

Tutti e quattro ci rannicchiammo immediatamente immobili

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sotto l’arco, ad eccezione del vecchio giudice con le sue convulsioni di allegria.

- E adesso - bisbigliò Ruperto Grant volgendo all’improvviso la sua faccia pallida e i suoi occhi ardenti - quando dico «quattro» seguitemi di corsa. Se dico «prendeteli» fermate quei manigoldi, chiunque essi siano. Se vi dico «alt» fermatevi. Ed io lo dirò se loro saranno più di tre. Se ci attaccheranno loro, io scaricherò su di loro il mio revolver. Tu, Basilio, tieni pronto lo stocco del tuo bastone. E adesso... uno, due, tre, quattro!

Al suono di questa parola la porta si spalancò, e noi ci precipitammo dentro la stanza come un’invasione, ma solo per fermarci di botto.

La stanza, che era uno studio normale e ben arredato, sembrava, a prima vista, vuota. Ma dopo uno sguardo più attento scorgemmo, seduto dietro un grande scrivania piena di caselle e di una sconcertante quantità di cassetti, un omettino dai baffi neri impomatati e dall’aria del tipico piccolo impiegato, che stava scrivendo laboriosamente. Quando noi riuscimmo a fermarci, egli alzò lo sguardo:

- Avete bussato? - ci chiese gentilmente. - Mi rincresce proprio ma non ho sentito. Cosa posso fare per voi?

Ci fu un momento di sosta dubbiosa, poi, con il consenso generale, il Maggiore stesso, la vittima dell’affronto, fece un passo avanti. Aveva in mano la lettera e il suo aspetto era insolitamente cupo.

- Voi vi chiamate P. G. Northover? - egli chiese.- Questo è il mio nome - rispose l’altro, sorridendo.- Io credo - disse il Maggiore Brown oscurandosi sempre di

più in volto - che questa lettera sia stata scritta da voi. - E con un gesto energico gettò la lettera sulla scrivania, mettendovi sopra il suo pugno chiuso. L’uomo chiamato Northover la guardò con un interessamento privo d’affettazione e si limitò ad annuire.

- Ebbene, signore - disse il Maggiore respirando a fatica - di che si tratta?

- Si tratta di questo né più né meno - disse l’uomo con i baffi.

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- Io sono il Maggiore Brown - disse il gentiluomo con fermezza.Northover s’inchinò.- Felicissimo di fare la vostra conoscenza. Avete qualcosa da

dirmi?- Da dirvi? - gridò il Maggiore lasciando scatenare

un’improvvisa tempesta. — Voglio che sia messo in chiaro questo pasticcio. Voglio...

- Certo, signore - disse Northover, saltando su con un leggero corrugamento delle sopracciglie. - Abbiate la bontà di sedere un momento.

- E premette un campanello elettrico che stava proprio sopra di lui e che suonò in un’altra stanza. Il Maggiore mise la sua mano sulla spalliera della sedia che gli era stata offerta, e rimase in piedi sfregando e battendo il pavimento con i suoi stivali lucidi. Un attimo dopo s’aprì una porta a vetri e un giovane bello ed elegantemente vestito in redingote entrò.

- Signor Hopson - disse Northover - c’è qui il Maggiore Brown. Volete avere la compiacenza di finire quella cosa che lo riguarda che vi ho dato stamattina, e di portarmela subito?

- Sì, signore - rispose Hopson, e scomparve come un fulmine.- Vi prego di scusarmi, signori, - disse l’ottimo Northover

con il suo radioso sorriso - se io continuo il mio lavoro finché il signor Hopson ha finito. Ho qualche registro da mettere in ordine prima di partire domani per la mia vacanza. Appena possiamo, la facciamo tutti la nostra scappatina, non è vero?

Il delinquente riprese la penna con una risata infantile e si fece silenzio: un silenzio che era placido e laborioso nel signor P. G. Northover e rabbioso in tutti gli altri.

Dopo un po’ allo scricchiolio della penna di Northover, che solo rompeva il silenzio, s’aggiunse un colpo picchiato alla porta e quasi nello stesso momento la maniglia girò e il signor Hopson rientrò con la stessa silenziosa rapidità, mise un documento sotto gli occhi del suo principale e scomparve di nuovo.

L’uomo alla scrivania si lisciò per qualche istante i baffi appuntiti mentre osservava attentamente il documento che gli

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era stato presentato. Prese la penna, con un improvviso, rapido corrugare di ciglia, e fece qualche correzione borbottando «distratto!». Poi, lesse di nuovo il foglio con la stessa impenetrabile concentrazione e lo porse infine al frenetico Brown, che stava tamburellando una ritirata diabolica sullo schienale della sedia.

- Spero che troverete tutto Maggiore ! - disse brevemente.Il Maggiore osservò il foglio; se lo trovasse esatto o no lo

vedremo poi; sta il fatto che lo trovò in questo modo:

Maggiore Brown a P. G. NorthoverSuo dare al primo gennaio: 5 sterline9 maggio, per aver messo nei vasi e interrate 200 viole: 2

sterline Spese per il carretto con i fiori: 15 sterlinePer salario all’uomo con il carretto: 5 sterlinePigione di un giardino e di una casa per un giorno: 1 sterlina

Arredamento della casa (tendaggi, ornamenti, etc.): 3 sterline.Stipendio alla signorina Jameson: 1 sterlina.Stipendio al signor Plover: 1 sterlina.

Totale Sterline: 20 sterline, con preghiera di saldo.- Che cos’è - disse il maggiore Brown dopo un profondo

silenzio, con gli occhi che sembrava stessero lentamente per uscirgli dalla testa. - Che cos’è questo, in nome del Cielo?

- Che cos’è? - ripetè il signor Northover increspando le sopracciglia con aria divertita. - E’ il vostro conto, naturalmente.

- Il mio conto? - Le idee del Maggiore s’affannavano come in una fuga rovinosa. E che cosa devo farci con tutto questo?

- Quello che io preferisco - rispose Northover ridendo apertamente - è che voi lo paghiate.

La mano del Maggiore era ancora appoggiata sullo schienale della sedia quando gli giunsero queste parole. Egli non si mosse quasi, ma afferrata la sedia con la mano la alzò per aria, la lanciò contro la testa di Northover. Le gambe urtarono contro il tavolo. Northover, toccato da un colpo al gomito, s’alzò con i pugni chiusi, ma fu fermato dal rapido accorrere di noi tre. La

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sedia intanto era caduta rumorosamente sul pavimento.- Lasciatemi, farabutti - urlava - lasciatemi.- State fermo - gli gridò con autorevolezza Ruperto. - L’azione

del Maggiore è scusabile. L’abominevole delitto che voi avete tentato...

- Un cliente ha il pieno diritto - disse con ardore Northover - di discutere un prezzo esorbitante, ma non può negarlo interamente e buttare all’aria il mobilio.

- Ma, in nome di Dio, che cosa intendete con “clienti e prezzi esorbitanti?” - urlò il Maggiore Brown, la cui natura femminea, forte nel dolore e nel pericolo, diventava quasi isterica davanti ad un mistero interminabile ed esasperante. - Chi siete voi? Io non ho mai visto né voi né le vostre fatture pazzesche. Io conosco uno dei vostri maledetti bruti, che ha cercato di soffocarmi...

- Pazzi! - disse Northover - guardandosi rapidamente attorno - sono tutti matti. Io non sapevo che lavorassero in un quartetto.

- Basta con queste prevaricazioni! - esclamò Ruperto - i vostri delitti sono scoperti. C’è un poliziotto che aspetta sull’angolo del cortile. Anche se io non sono che un poliziotto privato, mi assumo la responsabilità di avvisarvi che qualunque cosa voi diciate...

- Pazzi ! - ripeté Northover con tono afflitto.In quel momento, per la prima volta, venne fuori in mezzo a

loro, la voce strana e addormentata di Basilio Grant.- Maggiore Brown - disse - posso farvi una domanda?Il Maggiore voltò la testa, ancora più sconcertato.- Voi? - esclamò - ma certo, signor Grant.- Potete dirmi - chiese il mistico, con la testa affondata nelle

spalle e la fronte bassa, mentre tracciava con il suo stocco un disegno nella polvere - potete dirmi il nome della persona che viveva prima di voi in casa vostra?

L’infelice Maggiore fu solo leggermente urtato da quest’ultima e futile mancanza di connessione, e rispose vagamente :

- Sì: mi pare di sì; un nome che si chiamava qualcosa come Gurney... un nome con un trattino.. Ecco: Gurney-Brown.

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- E quand’è che avete cambiato casa? - chiese Basilio con una rapida occhiata. I suoi occhi strani mandavano lampi.

- Il mese scorso - rispose il Maggiore.Al suono di queste parole, il delinquente Northover si lasciò

improvvisamente cadere sulla sua vasta poltrona e scoppiò in una clamorosa risata.

- Ah! Ah! Meravigliosa! Bellissima! - esclamò battendosi i pugni sulle braccia. Egli rideva in modo assordante: Basilio Grant invece rideva silenziosamente; noialtri sentivamo le nostre teste turbinare come banderuole sotto l’uragano.

- Accidenti, Basilio! — esclamò Ruperto pestando i piedi. - Se tu non vuoi che io ammattisca e faccia saltare il tuo cervello metafisico, dimmi cosa significa tutto questo.

Northover si alzò.- Se permettete, signori, io vi spiegherò - disse. - Prima di

tutto, Maggiore Brown, vogliate accettare le mie scuse per il terribile ed imperdonabile equivoco, che vi ha causato minacce ed inconvenienti, nei quali però, se mi permettete di dirlo, voi avete dimostrato un coraggio e una dignità veramente meravigliosi. Naturalmente non dovete preoccuparvi del conto: saremo noi che ci rimetteremo. - E, strappando il foglio, ne buttò i pezzi nel cestino della carta e s’inchinò.

La faccia del povero Brown era ancora l’immagine del turbamento.

- Ma io non comincio ancora a capire - gridò. Che conto? Che equivoco? Che perdita?

Il signor P.G. Northover s’avanzò nel centro della stanza, concentrato e pieno d’inconsapevole dignità. A ben considerare, erano evidenti in lui altre cose oltre ai baffi impomatati: in modo particolare si notavano una faccia magra e pallida, rapace, e non priva di pensosa intelligenza.

Egli alzò gli occhi all’improvviso.- Sapete dove vi trovate, Maggiore? - chiese.- Dio mi è testimone che lo ignoro - rispose il guerriero con

fervore.- Voi vi trovate, replicò Nortover, negli uffici dell’Agenzia delle

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Avventure Romanzesche, società anonima a capitale limitato.- E che roba è? - chiese il Maggiore confusamente.L’uomo d’affari s’appoggiò alla spalliera della sedia, e fissò i

suoi occhi scuri sulla faccia del suo interlocutore.- Maggiore - disse - non avete mai, camminando per la strada

deserta in un pomeriggio uggioso, sentito forte il desiderio che avvenisse qualcosa, qualcosa come nelle meravigliose parole di Walt Whitman : «Qualcosa di pernicioso e di pauroso : qualcosa di molto lontano da una esistenza misera e devota; qualcosa che non si è provato mai; qualcosa di estatico; qualcosa di sciolto dai suoi ancoraggi e navigante in libertà». Non avete mai provato un simile desiderio?

- Certo che no! - rispose il Maggiore.Allora mi spiegherò meglio - disse il signor Northover con

un sospiro. - L’Agenzia delle Avventure Romanzesche è stata creata per venir incontro ad un grande desiderio moderno. Ovunque, nelle conversazioni e nella letteratura, noi sentiamo gli echi del desiderio di un più vasto teatro d’avvenimenti; di qualcosa che ci tenda un agguato e che sappia deliziosamente portarci fuori strada. Ora, l’uomo che sente questo desiderio di una vita fuori del comune, paga un tanto all’anno o al trimestre ad una Agenzia dell’Avventura e dell’Imprevisto, e in cambio l’Agenzia delle Avventure Romanzesche s’incarica di circondarlo di avvenimenti strani e sorprendenti. Quando uno esce dal portone di casa sua, un tipo gli si avvicina concitato e lo informa di un complotto tramato contro la sua vita: egli sale su un taxi e viene spinto in una fumeria d’oppio: riceve un telegramma misterioso o una visita drammatica, e viene preso immediatamente in un vortice di avvenimenti. La vicenda, pittoresca ed emozionante, è scritta preventivamente da uno dei componenti del gruppo di illustri romanzieri che sono in questo momento al lavoro nella stanza accanto. La vostra, Maggiore Brown, (architettata dal nostro signor Grigsby) io la considero particolarmente energica e piccante, ed è quasi un peccato che voi non ne abbiate visto la fine. Non ci sarebbe neanche bisogno di spiegare ulteriormente il mostruoso equivoco. L’inquilino

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che abitava prima di voi nella vostra casa, il signor Gurney-Brown, era uno degli abbonati alla nostra agenzia, e quegli sciocchi dei nostri impiegati, ignorando tanto la dignità del trattino in un nome quanto la gloria del rango militare, hanno effettivamente immaginato che il Maggiore Brown e il signor Gurney-Brown fossero la medesima persona. In questo modo voi siete stato improvvisamente scagliato nell’avventura di un altro uomo.

- E con che procedimenti lavorate? - domandò Ruperto Grant i cui occhi brillavano affascinati.

- Noi siamo convinti di stare facendo un nobile lavoro - disse Northover con calore. - Ci ha sempre colpiti la constatazione che non c’è elemento della vita moderna che sia deplorevole quanto il fatto che l’uomo moderno debba cercare la sua esistenza artistica interamente nello stato sedentario. Se desidera navigare in un mondo di fiaba, egli legge un libro; se desidera slanciarsi nel folto di una battaglia, legge un libro ; se desidera salire in cielo, legge un libro; se desidera scivolare giù da una ringhiera, legge un libro. Noi gli diamo queste visioni, ma nello stesso tempo gli diamo anche l’esercizio, la necessità di saltare da un muro all’altro, di combattere con persone strane, di correre per le strade davanti a degli inseguitori: tutti esercizi sani e divertenti. Noi gli diamo un assaggio del grande mondo primitivo di Robin Hood o dei Cavalieri Erranti, quando un grande gioco è stato giocato sotto un cielo splendido. Noi riconduciamo gli uomini alla loro infanzia, quel tempo divino in cui potevamo essere i protagonisti di avventure, essere gli eroi di noi stessi, in cui potevamo nello stesso istante danzare e sognare.

Basilio lo guardò con curiosità. La scoperta psicologica più singolare era stata serbata per la fine, perché quando il piccolo uomo d’affari aveva cessato di parlare, i suoi occhi erano quelli fiammeggianti di un fanatico.

Il Maggiore Brown accolse la spiegazione con molta semplicità e con buon umore.

- Terribilmente complicata, signore - disse - Non c’è dubbio

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però che l’idea è eccellente. Ma non credo che ... - Si fermò un momento e guardò con aria trasognata fuori dalla finestra. - Io non credo che voi riuscireste a prendere me in questo ordine d’idee. Quando un uomo ha visto - ma, intendiamo bene, al vero - il sangue e gli uomini urlare di dolore, non desidera che di possedere una casetta e un piccolo hobby; c’è anche nella Bibbia: «E ci rimase in pace».

Northover s’inchinò; poi, dopo qualche istante di silenzio, disse: - Signori, posso offrirvi il mio biglietto? Se qualcuno di voi vorrà un giorno comunicare con me, a dispetto dell’opinione del Maggiore Brown sulla questione...

- Sarò felicissimo se mi offrirete il vostro biglietto, signore - ribatté il Maggiore con la sua voce brusca ma cortese.- Pagherò la sedia.

L’Agente delle Avventure Romanzesche gli porse il suo biglietto, ridendo.

Era così concepito: «P. G. Northover, C. M. S. Agenzia delle Avventure Romanzesche, Tanner’s Court 14, Fleet Street».

- Che cosa significa mai questo C. M. S.? - chiese Ruperto Grant guardando al di sopra delle spalle del Maggiore.

- Non lo sapete? - ribatté Northover. - Non avete mai sentito parlare del Club dei Mestieri Stravaganti?

- Mi sembra che qui ci siano un sacco di cose confuse e divertenti di cui non abbiamo mai sentito parlare - disse il Maggiore, riflettendo. — Che roba e?

- Il Club dei Mestieri Stravaganti e una società composta esclusivamente da persone che hanno trovato maniere nuove e curiose di fare soldi. Io sono stato uno dei suoi primi membri.

- Voi meritate di esserlo - disse Basilio, togliendosi il suo grande cappello bianco, con un sorriso, e parlando per l’ultima volta in quella sera.

Quando essi furono usciti, l’agente delle Avventure Romanzesche ebbe uno strano sorriso, mentre spegneva il fuoco e chiudeva il suo cassetto.

- Un bel tipo questo Maggiore! Quando un uomo non ha l’estro del poeta ha molte probabilità di essere un poema. Ma

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l’idea di un simile piccolo essere comune e metodico che mi va a cascare in una delle storie di Grigsby... - E rideva forte nel silenzio.

Proprio quando la eco della sua risata s’era spenta, s’udi il suono di un rapido colpo battuto alla porta. Una faccia da gufo, con i baffi neri vi si era introdotta, con un’aria di interrogazione timida ed assurda.

- Che! Ancora voi, Maggiore? - esclamò Northover sorpreso. - Cosa posso fare per voi?

Il Maggiore s’avanzò febbrilmente nella stanza.- E’ terribilmente assurdo - disse. - Dev’essersi scatenato in

me qualcosa di mai conosciuto prima. Io sento in me il più disperato desiderio di conoscere la fine di quella storia.

- La fine di quella storia?- Sì - disse il Maggiore. - Gli sciacalli, le minacce e il «morte

al Maggiore Brown».La faccia dell’agente si rabbuiò, ma i suoi occhi erano divertiti.- Sono terribilmente spiacente, signor Maggiore - disse - ma

quello che mi chiedete è impossibile. Non c’è nessuno al mondo al quale farei un favore più volentieri che a voi, ma le regole dell’Agenzia sono severe. Le avventure sono assolutamente riservate. Voi siete un estraneo. Io non posso aggiungere una virgola di più... Io spero che voi capirete...

- Non c’e nessuno - disse Brown - che possa capire la disciplina meglio di me. Vi ringrazio infinitamente. Buona notte.

E il piccolo uomo se ne andò per l’ultima volta.Egli sposò Miss Jameson, la signora con i capelli rossi

vestita di verde. Era un’attrice impiegata (come molti altri) nell’Agenzia delle Avventure Romantiche. Il suo matrimonio con il veterano decorato mise un po’ d’emozione nella sua esistenza languida ed intellettualizzata. Spesso Miss Jameson diceva con molta calma che aveva trovato decine di uomini che agivano magnificamente nelle sciarade preparate dagli attori di Northover, ma che aveva trovato un uomo solo capace di entrare in una carbonaia che egli credeva ospitasse realmente un assassino.

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Il Maggiore e la donna vivono felici come passeri, in una villa assurda. Il Maggiore ha imparato a fumare ma non c’è null’altro di mutato in lui. Ma in certi momenti il Maggiore, per natura sveglio e pieno di femminea dedizione, si sprofonda in astrazioni ermetiche. Allora sua moglie capisce e sorride di nascosto: dallo sguardo morto dei suoi occhi azzurri comprende che egli sta pensando alle minacce e al motivo per cui non era permesso nominare gli sciacalli. Ma come molti vecchi soldati, Brown è religioso e spera che gli riuscirà di realizzare il resto di quelle mirabili avventure in un mondo migliore.

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