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Scuola XXV Aprile Classe II A I nonni raccontano Anno Scolastico 2013/14

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Scuola XXV Aprile

Classe II A

I nonni raccontano

Anno Scolastico 2013/14

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1. COME ERA IL TUO PAESE QUANDO TU ERI PICCOLO?

Scandicci era un piccolo paese che si sviluppava lungo via Roma fino al ponte sulla Greve dove c’era un mulino. C’era il Comune, la scuola e tutto era circondato da campi case coloniche

(nonno Franco, anni 66, Scandicci) Io non sono nata a Scandicci, il mio paese si chiamava Buonsollazzo e si trovava in campagna. Le strade erano sassose con ai lati siepi di sempreverde e biancospino, tutto intorno c’erano prati con tanti fiori. In paese c’era una chiesetta con un piccolo porticato ed un piazzale dove noi bambini ci incontravamo per giocare. C’era la scuola elementare ed una grande abbazia dove vivevano frati domenicani. C’era anche una grande Villa ( La Radicchia) con il giardino ben curato ed un bellissimo parco che confinava con il bosco, però noi bambini non ci potevamo accedere perché era tutta recintata e con una cancellata molto alta. Per fare la spesa la mamma, il babbo o la nonna dovevano camminare a piedi per un bel po’ poiché i negozi più vicini si trovavano a Polcanto o Bivigliano ed i miei familiari non sempre avevano a disposizione i mezzi di trasporto di un tempo ( che erano carretti, vespe col carrozzino e biciclette).

(Nonna Piera , 75 anni, Buonsollazzo comune di Vaglia)

Il paese di San Casciano quando eravamo piccoli era molto diverso da oggi. Prima di tutto era molto più piccolo, nel senso che c'erano meno case e molti campi. L'illuminazione era scarsa perché c'erano pochi lampioni. C'erano solo quattro strade con pochi negozi: il panettiere, l'ortolano, il merciaio, il macellaio e la farmacia. C'era anche un ortolano che passava lungo le strade con un carretto urlando: “Donne venite c'è l'ortolano”. Nelle strade non si vedevano passare le macchine ma i cavalli e le carrozze. Le auto sono arrivate un po' più tardi. Lungo le vie del paese si vedevano molte donne che facevano delle trecce con la paglia per fare i cesti o le sedie, e i bambini passavano molto tempo a giocare all'aria aperta.

(nonna Ughetta, 80 anni, San Casciano in Val di Pesa)

Il paese in cui ho vissuto fino alla fine della scuola elementare si chiama Petrognano, un piccolo paese composto da poche case abitate da contadini. Intorno al paese c'erano i campi coltivati in cui noi bambini amavamo andare ad aiutare i contadini a cogliere le verdure e la frutta. In cambio ci premiavano con qualcosa da mangiare: uva, frutta, pannocchie e cose del genere. La mia casa aveva un piccolo orto in cui tenevamo anche conigli e galline a cui noi bambini procuravamo il cibo. Il paese aveva una bella piazza dove l'estate le famiglie si riunivano la sera. Gli adulti si raccontavano le storie ed i piccoli giocavano insieme. A mio padre piaceva cantare le canzoni di quel periodo mentre qualcuno suonava la fisarmonica. Altri raccontavano gli avvenimenti della guerra mentre noi bambini giocavamo a corda, a campana e a nascondino. Vicino al paese scorreva il fiume Arno nel quale d'estate facevamo il bagno e dopo il bagno ci riposavamo con un bel picnic sul prato.

( nonna Silvana, anni 71, Petrognano provincia di Arezzo)

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2.COM’ERA LA TUA CASA?

La mia casa non era molto grande, si trovava a Radda in Chianti provincia di Siena, un paese verso Siena e non era di proprietà dei miei genitori. Era una casa a mezzadria perché un signore che si chiamava fattore e che amministrava le terre del padrone, l'aveva data al mio babbo per abitarci e per coltivare la terra che c'era intorno ed in cambio il mio babbo doveva dare metà del raccolto di ogni stagione. Tutto il raccolto veniva diviso a metà con il padrone; la nostra metà veniva usata per vivere tutto l'anno e solo una parte si poteva consumare in famiglia mentre l'altra parte veniva venduta dal mio babbo per comprare generi di prima necessità

come sale, zucchero, ecc.. In casa ci abitavano: il mio babbo, la mia mamma, io, la mia sorella e due fratelli. Io ero la maggiore. In casa c'erano soltanto due stanze ed il bagno era staccato dalla casa. Non c'era la luce e la sera si accendeva una specie di lume che era alimentato dal gas. In casa ci si muoveva con il lume. Intorno alla casa c'era tanta campagna che i miei genitori coltivavano. Il lavoro dei miei genitori era quello di lavorare la terra e quando siamo cresciuti li aiutavamo anche noi. Il lavoro era anche quello di allevare gli animali che vivevano nella stalla vicino alla casa: pecore, buoi, maiali, galline.

(Signora Nella, 88 anni, Radda in Chianti provincia di Siena ) La mia casa aveva 6 stanze (non c'era la soffitta) e vi abitavano 9 persone: oltre alla mia nonna, la sua mamma, il suo babbo, le sue due sorelle, suo zio, sua zia, suo cugino e sua cugina. Avevano l'elettricità, ma non il telefono, il gas e l'acqua, che andavano a prendere al pozzo; il bucato lo facevano a mano, in quanto non c'era ancora la lavatrice.

(nonna Luana, anni74, Borgo ai Fossi-comune di Scandicci) La mia casa era fredda perché ancora non c’era il riscaldamento, avevamo solo una stufa a legna o a carbone. Nella mia casa non c’era né la vasca né la doccia per fare il bagno; mia madre mi lavava in una grossa “conca di terracotta” dove faceva anche il bucato. Non c’erano elettrodomestici come il frigorifero e non c’era nemmeno la televisione.

(nonno Andrea, 69 anni,Firenze)

Io abitavo in campagna. La mia casa era una casa colonica con molte stanze. Una era la stalla che era la più grande e vivevano le mucche e altri animali utili al lavoro da campo, una cantina grandissima che venivano tenute delle grandi botti, il fienile e una stanza dove c'era il forno per fare il pane.

(nonno Roberto, anni 65, Firenze)

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3.VIVEVI BENE QUANDO ERI GIOVANE, ERI CONTENTO?

Sì, ero contento, vivevo in campagna insieme alla mia famiglia. Essendo figlio unico ero molto libero, passavo la maggior parte del tempo giocando con gli altri bambini del mio borgo. E' stato un periodo molto sereno, frequentavo le elementari la mia maestra si chiamava Suor Placida. I miei genitori erano contadini e lavoravano le terre concesse dalla chiesa, oltre il lavoro di contadino mio padre faceva lavoretti per conto della fattoria Bertolli. La mia gioventù è stata molto semplice e modesta, ma felice. Successivamente la mia famiglia si è trasferita a Caldine. Tutto era più comodo. Per continuare gli studi dopo le scuole medie bisognava prendere l’autobus e venire a Firenze e così ho fatto. Con i miei familiari ho vissuto abbastanza bene ed eravamo contenti perché ci accontentavamo con poco. (Nonna Piera , 75 anni, Buonsollazzo comune di Vaglia)

3 bis.COME SI COMUNICAVA?

Non c’era il telefono in Albania, ma si poteva comunicare con un telegramma che si mandava attraverso due o più persone.

(nonna Det,56 anni, Albania)

Quando ero piccolo il telefono nelle case non c' era, lo avevano solo i ricchi, i Bar, le botteghe di alimentari, per comunicare usavano le lettere , le cartoline. Se mio nonno doveva ricevere una telefonata andava al Bar e aspettava li che lo chiamassero. Ora è tutto un altro mondo.

(nonno Giuseppe, 75 anni, Sesto Fiorentino)

Il telefono in casa nostra c'era perché il babbo era un ufficiale, ma era vietato a me e alle mie sorelle, ma era impossibile chiamare le persone che conoscevamo perché non avevano il telefono. Per comunicare usavamo le lettere ma solamente per le cose importanti.

(nonno Massimo, 78 anni, Firenze)

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4.COME ERANO I LAVORI IN CAMPAGNA?

I lavori in campagna erano tutti manuali. Solo pochi possedevano dei trattorini. Quasi tutti i contadini lavoravano la terra con la zappa. La mattina alle cinque andavano nelle campagne e c'erano i carretti trainati dall'asino e qualche mulo ad aiutare il lavoro e gli spostamenti.

(signora Domenica, 76 anni, Piedimonte Etneo provincia di Catania)

Il terreno veniva lavorato con l’aratro tirato dai buoi. Nei campi si piantava e si seminava di tutto: bietole, cavoli, agli, zucchine, baccelli, piselli, insalata, cipolle.

Poi avevamo alberi da frutto come pesche, mele o susini. Si potava , si innaffiava, si concimava. Ogni stagione aveva la sua coltivazione: in estate, a giugno c’era la battitura del grano, a settembre la vendemmia e la raccolta della frutta. La frutta veniva lavata e si preparavano delle cassette con frutta e verdura per portarle al mercato di Sant’Ambrogio a Firenze. Inoltre c’era da accudire gli animali: galline , conigli, maiali e mucche- In campagna il lavoro non mancava, non si finiva mai, c’era sempre qualcosa da fare e la sera si andava a letto molto stanchi.

(nonna Donatella 75 anni)

Qui nella campagna intorno a Scandicci, I lavori erano tutti svolti in maniera manuale dal contadino o con l’aiuto dei buoi o dei cavalli. Si usavano i carri per portare i prodotti della campagna dalle case coloniche al mercato. Il lavoro cominciava la mattina presto quando sorgeva il sole e finiva la sera al tramonto.

(nonno Franco, anni 66, Scandicci) In Albania si coltivava la terra secondo le stagioni; in primavera cresceva il grano, il mais e tutti i tipi di verdure. In estate si raccoglieva il grano quando era secco.

(nonna Det, anni, Albania)

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5. COME SI FACEVA IL BUCATO?

Ai nostri tempi fare il bucato non era una cosa semplice come adesso. Infatti nelle nostre case non c'era l'acqua corrente, quindi la prima cosa da fare era andare a prendere l'acqua alla fontana del paese. Una volta portata l'acqua a casa, bisognava riscaldarla sul fuoco mettendola in una grossa pentola. Poi si mettevano i panni da lavare in un grosso catino, versando l'acqua calda e stropicciandoli con un po' di sapone. I panni venivano lasciati a rinvenire per un po' di tempo. A questo punto si cominciava a stropicciare i panni bene bene per togliere tutte le macchie. Alla fine si sciacquavano con l'acqua pulita e si stendevano al sole. Per stirarli si prendeva un ferro da stiro pesante fatto di ferro e si metteva sul fuoco e quando era caldo si passava sui panni. Naturalmente i panni non erano stirati bene come ora e qualche volta si macchiavano con delle strisciate nere. Nel paese c'erano anche dei lavatoi pubblici fatti di pietra dove le donne potevano andare a lavare i panni per evitare di dover portare l'acqua a casa.

(nonna Ughetta, 80 anni, San Casciano in Val di Pesa)

Settanta anni fa i panni si lavavano a mano con il sapone a pezzi. Per bucato si intende il lavaggio dei panni bianchi come lenzuola, camicie, tovaglie, canovacci, fazzoletti (perché allora non c’erano i fazzoletti di carta). Questi panni dopo averli lavati con il sapone si mettevano in una conca a strati; si copriva il tutto con un canovaccio e sopra tanta cenere. Dopo ci rovesciavamo l’acqua ben calda e si tenevano in ammollo per alcune ore. Quando si toglievano erano molto bianchi; si risciacquavano sempre a mano utilizzando dei grossi catini di coccio o di ferro come contenitori dell’acqua e un asse di legno per strofinarli. C’erano anche dei lavatoi pubblici in pietra (chiamati vivai), dove era possibile lavare e sciacquare il bucato poiché quasi nessuno aveva l’acqua in casa.

(nonna Piera, 75 anni)

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6. COSA SI MANGIAVA? COME SI CUCINAVA?

Tanto pane, tante patate e tanta polenta e ogni tanto, specialmente la Domenica un po’di carne.

(nonno Roberto, 65 anni)

Quando io ero giovane si mangiava spesso pane qualche volta condito con l'olio. Il pane lo preparava la mia mamma una volta la settimana. C'era tanta miseria tanto è vero che la carne si mangiava poche volte al mese. Si consumavano soprattutto uova, legumi, verdura, patate e altri ortaggi che coltivavano i miei genitori. Ricordo che qualche volta un uovo al pomodoro si divideva in quattro tra miei fratelli. A Radda in Chianti provincia di Siena mangiavamo la minestra di pane, quasi tutta la settimana la minestra di fagioli e poi uova, formaggi e tante cipolle. La domenica spesso si faceva la pasta in casa ed era una festa

(Signora Nella, 88 anni, Radda in Chianti provincia di Siena ) In Venezuela 80- 90 anni fa si mangiavano cose fatte in casa molto sane come il riso la farina di mais, i fagioli neri e la carne di manzo. Quando andavamo in giro per le strade di domenica mangiavamo il cono di gratta checca e bevevano "chicha" che è una bevanda fatta con il riso latte e vaniglia . Tutti i dolci e le caramelle erano fatti in casa con il miele , il latte e la frutta .

(Signora Maria de Lourdes, 90 anni, Venezuela)

Per fare da mangiare nelle case c’era o il focolare (grande ripiano con uno sportello in cui si metteva la legna o il carbone) oppure delle cucine, simili a quelle di oggi ma senza il gas, sempre a legna. Queste venivano chiamate cucine economiche.

(nonno Andrea, 69 anni) Si cucinava nelle pentole di alluminio e in quelle di coccio sulla stufa economica

(nonna Daniela, 64 anni, Firenze)

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7.COME SI SVOLGEVA LA TUA GIORNATA?

La mattina mi alzavo e facevo colazione con pane e marmellata. Per lavarsi si usava l’acqua del pozzo e quando l’acqua finiva si andava al fiume a prenderla con i secchi. A scuola andavo a piedi insieme ad altri tre bambini, da soli percorrevamo 4 chilometri nel bosco e attraversavamo anche un fiume, mi sentivo come Cappuccetto Rosso. Stavo a scuola fino a mezzogiorno. Se sbagliavo a fare i compiti la maestra mi metteva in ginocchio con le mani sotto le ginocchia. Finita la scuola tornavo a casa per il pranzo e nel pomeriggio la mamma mi mandava a casa di una sarta per imparare a cucire. La casa di questa signora era distante due chilometri e ci andavo a piedi. Tornavo la sera a casa verso le sette. Cenavo e dopo facevo i compiti sotto la lampada a carburo che funzionava con delle zollette che assomigliavano a quelle dello zucchero e che si incendiavano. Così arrivava l’ora di andare a letto e il materasso era un saccone pieno di foglie di granturco che scricchiolavano non appena uno si sedeva.

(nonna Donatella, 75 anni, Radda in Chianti provincia di Siena provincia di Siena) La mattina mi alzavo e mi preparavo per andare a scuola a piedi. Facevo la colazione con il latte e il pane. A scuola avevamo dei banchi neri di legno e una lavagna con i gessetti bianchi. Tornavo a casa per il pranzo e dopo uscivo a giocare con gli amici. Si giocava a campana, a nascondino e a palla prigioniera. Dopo facevo i compiti e aiutavo la mamma per la cena e le faccende. Poi andavo a letto a lume di candela

(nonna Manuela, 63 anni, Scandicci)

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8. COM'ERA LA TUA SCUOLA,COSA FACEVI?

La mia scuola era vicino alla chiesa della Pieve, le mie maestre erano le suore. Si chiamavano suor Marcellina, suor Maria e suor Matilde. Ho frequentato fino alla seconda elementare e poi sono dovuta andare a lavorare nei campi. La mia scuola aveva quattro stanze: due al pian terreno, accanto c’era anche un asilo, e in cima alle scale altre due stanze. Ricordo che vicino alla classe terza c’era l’aula del ricamo. Nell’aula c’era una lavagna, una cattedra dove stava la maestra e dei banchi di legno a due posti. La mattina arrivavo a scuola con un panierino dove la mamma mi metteva la merenda e il pranzo, non c’era la mensa. Iniziavano le lezioni e il pomeriggio si tornava a casa. A scuola portavo un libro e un quaderno. Scrivevo con una penna che aveva un pennino che inzuppavo nell’inchiostro che stava dentro un calamaio. Quando sbagliavo le suore mi picchiavano sulle mani con la riga.

(nonna Derna, 87 anni, Scandicci) Quando ero bambina vivevo a Borgo ai Fossi. Andavo a scuola all'Olmo, dove, a differenza di altre scuole, non c'era una classe unica ma più classi. Per scrivere usavamo il pennino con l'inchiostro e la matita.

(nonna Luana, anni74, Borgo ai Fossi comune di Scandicci)

La mia non era una vera e propria scuola, ma una parte di un appartamento. Ho studiato fino alla quinta elementare. Dalla 1° al 3° anno ricordo una maestra molto dolce. Invece la maestra degli ultimi due anni era più severa. Ci insegnavano a fare i calcoli, ero molto brava a fare le sottrazioni a memoria. Andavamo a scuola solo la mattina.

(signora Domenica, 76 anni, Piedimonte Etneo provincia di Catania) Dalla 1° alla 4° elementare ho frequentato le scuole a Firenze, mentre la 5°elementare per colpa della guerra ho frequentato la scuola a Varese, dove i miei compagni e il maestro mi dicevano che ero un "terrone!". Quando facevo degli errori il maestro mi dava degli schiaffi. Per scrivere usavo il pennino e i calamaio e se facevo un errore usavo la gomma ma sul foglio veniva un grosso buco. Prima di imparare a scrivere in corsivo il maestro mi faceva fare le "aste" a pagine intere.

(nonno Massimo, 78 anni, Firenze)

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Per andare a scuola, io usavo una cartella di cartone rettangolare. Dentro la cartella avevo un quaderno a quadretti, uno a righe, un quaderno da disegno e un astuccio di legno. Nell' astuccio c'erano un lapis, sei matite colorate, una penna con il pennino e una gomma. L'inchiostro per il pennino era nel portainchiostro di vetro inserito nel banco di scuola. Il libro di testo era uno solo e serviva dalla prima alla quinta elementare. La scuola era lontano da casa mia e dovevo percorrere a piedi tutti i giorni la strada insieme alla mia amica vicina di casa.

(nonna Paola, 75 anni, Castel San Niccolò provincia di Arezzo)

A scuola avevo quaderni piccoli,il sussidiario, un tipo di penna con il pennino che si tuffava nell’inchiostro, il lapis e le matite colorate

(nonna Daniela, 64 anni, Firenze)

Sono nata in un paese vicino a Siena, Rapolano terme. Sono stata a scuola per tre anni e basta. La mattina se andavo a lavorare nel bosco andavo a scuola di pomeriggio o all’incontrario oppure andavo a guardare i maiali o le pecore. Ho smesso di andare a scuola quando è nata la mia quarta sorella la Gina, perché dovevo badare lei.

(bisnonna Annita, 84 anni, Rapolano Terme provincia di Siena)

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9.COSA FACEVI NEI GIORNI DI FESTA?

Nonno Roberto nato è cresciuto a Firenze zona Campo di Marte. La domenica la mia famiglia numerosa si riuniva per il pranzo intorno ad una grande tavola: babbo, mamma, cinque sorelle, tre fratelli ed io. Era tutto molto allegro e chiassoso perché io e i miei fratelli scherzavamo tanto. Dopo il pranzo, nel pomeriggio, con il permesso del babbo e della mamma, andavo nel giardino dietro casa a giocare con i miei amici. I giochi che amavamo fare erano: nascondino ,lupo e pecore, ciribè e naturalmente calciare la palla. Così passavamo il pomeriggio finché la mamma non ci richiamava a casa.

(nonno Roberto, 80 anni, Firenze) Nei giorni di festa andavo alla messa, nella chiesa della Romola, alle ore 6 e 30 del mattino e tornato a casa giocavo sull'aia con i bambini della mia età che abitavano vicino a me. Il pranzo domenicale era più ricco degli altri giorni :patate, fagioli, brodo, pane e un piccolissimo pezzettino a testa del nostro pollo. Infatti in famiglia eravamo in dodici persone ed il pollo era soltanto uno. Nel pomeriggio verso le 16.00 tornavamo in chiesa per il Vespro ,ossia una messa del tramonto con dei canti.

(bisnonna Fedora,98 anni, Roveta comune di Scandicci)

La domenica andavo alla messa e poi giocava con le sue amiche: Fiorenza, Mariella, Imperia e Marta. I miei giochi preferiti erano la "palla prigioniera" e salire sugli alberi, in particolare il pero.

(nonna Luana, anni74, Borgo ai Fossi comune di Scandicci)

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10.QUALI ERANO I TUOI GIOCHI, COME PASSAVI IL TEMPO LIBERO?

I pattini a rotelle,la pallina e un bambolotto di nome Chicchi

(nonna Daniela, 64 anni, Firenze)

Quando ero piccolo vivevo in campagna, in un paese che si chiamava Tresanti vicino a Montespertoli, i giochi che facevo erano tanti e molto fantasiosi. Giocavo a nascondino, inoltre con dei fucili di legno giocavo al cacciatore, le farfalle erano i fagiani, i grilli erano le starne, le lucertole erano le lepri e cosi via. Si giocava alla ruzzola, che era un cerchio tondo fatto di legno, il gioco consisteva nel prendere un filo che si avvolgeva alla ruzzola e si tirava lungo le strade per farlo rotolare a terra. Ma il mio gioco preferito era la Piaccella, si giocava insieme a molti compagni, ognuno di noi aveva un pezzo di tegola. Tutti mettevano un soldino sopra un mattone e il pezzo di tegola veniva tirato il più vicino possibile al mattone vinceva chi aveva la tegola più vicino ai soldini.

(nonno Silverio, 82 anni, Tresanti comune di Montespertoli)

Mio nonno Giuseppe nato nel 1941, mi ha raccontato che quando era piccolo lui non aveva niente per giocare, perciò si dovevano arrangiare : costruivano le fionde e lanciavano i sassi, vinceva chi lo mandava più lontano, poi giocavano anche a questo gioco: facevano una pista scavata nel terreno e ci giocavano con le noccioline(come noi ora giochiamo a biglie sulla spiaggia).

(nonno Giuseppe, 73 anni, Sesto Fiorentino)

Quando eravamo piu' piccoli (dai 5 ai 7 anni) andavamo a vendere la ricotta, fatta dai nostri nonni,nelle case delle persone ricche. Mentre d'estate potevamo rimanere fino a tarda sera a segare l'avena nei nostri campi ed in cambio i nostri genitori ci regalavano dei centesimi. Questo per noi era un divertimento e passatempo non un lavoro !!!

(bisnonna Fedora,98 anni, Roveta comune di Scandicci)

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11. COME TI VESTIVI?

I vestiti per i giorni di lavoro erano cuciti dalle nostre mamme e servivano per lavorare nei campi. Per la domenica erano invece fatti cucire dalla sarta e includevano un cappotto per l'inverno oppure una giacca per l'estate. I vestiti erano soltanto due a testa: uno per la domenica ed un altro per gli altri giorni. Le donne rigorosamente in gonna con sopra un grembiule per stare in cucina oppure un camice per lavorare nei campi. Dimenticavo,i giovanotti, a quei tempi ,per lavorare nei campi indossavano anche cappelli e guanti d'estate, per evitare di abbronzarsi. Infatti chi era abbronzato era giudicato povero e contadino,mentre chi era pallido era un benestante...

(bisnonna Fedora,98 anni, Roveta comune di Scandicci) Risposta: Io, come tutti gli altri maschietti, rigorosamente con i pantaloncini corti e d’inverno alla zuava (fino al ginocchio), le donne indossavano camicette e gonne a ruota, gli uomini camicia e pantaloni ed il gilet nelle occasioni eleganti.

(nonno Andrea, 69 anni, Firenze) Durante l'estate indossavo un vestito leggero ma lungo ,d'inverno il vestito di un tessuto piu' pesante con i calzettoni sotto. Non usava per le donne indossare i pantaloni. La gente del paese vestiva semplicemente. Le donne con gonne lunghe e arricciate in vita e dei grandi colletti alle camicie. La domenica si vestiva con abiti piu' eleganti, fatti con belle stoffe e cuciti su misura.

(signora Domenica, 76 anni, Piedimonte Etneo provincia di Catania)

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13. COSA TI RICORDI DELLA GUERRA?

Quando ci fu la guerra avevo circa 18 anni ed è stato un periodo molto duro. Ricordo di aver avuto tanta paura e che ci si nascondeva dai tedeschi accampati lungo i fiumi che scorrono vicino al paese di Radda in Chianti provincia di Siena. I tedeschi saccheggiavano le campagne rubando frutta, verdura e animali per sfamarsi e per dare da mangiare ai cavalli. Ricordo che i tedeschi rubavano anche le damigiane piene di vino che erano conservate nella nostra cantina e temendo che il vino fosse avvelenato costringevano mia mamma, nonostante fosse astemia, a bere mezzo bicchiere di vino assicurandosi così che il vino era buono. Ricordo in particolare di un episodio molto triste che coinvolse tutti gli abitanti di

Radda ed anche il mio babbo. Successe che un partigiano uccise un tedesco e per questo motivo i tedeschi

decisero di vendicarsi prendendo 100 di noi perché 100 italiani valevano quanto uno di loro. Ricordo che quindi presero 100 uomini

italiani mentre lavoravano nei campi e li deportarono in Germania prima a lavorare nelle fabbriche della guerra a produrre cartucce da sparo e poi nei campi di concentramento dove c'erano persone di nazioni diverse e dove si soffriva la fame. Passarono 13 mesi senza avere notizie del babbo e ricordo che la mamma piangeva tutte le sere. Quando furono liberati tornarono a Radda a piedi.Purtroppo ne mancò uno di loro: tornarono in 99 invece che 100. Era tanta la gioia di rivedere il babbo che ricordo che tutti piangevamo e che io piansi più per la felicità del ritorno che prima per il dolore della partenza. Decidemmo pertanto di andargli incontro e mentre si camminava io ed i miei fratelli pregavamo affinché potessimo rivedere il babbo e ci si chiedeva se fosse vera la notizia del suo ritorno.

(Signora Nella, 75 anni, Radda in Chianti provincia di Siena )

Avevo 4 anni, c'era la guerra e la sirena suonava quando arrivavano gli aeri che lanciavano le bombe, quindi andavamo nei rifugi, che erano dei nascondigli sotto terra, e ne uscivamo solo quando il pericolo era passato. Inoltre mi ricordo dei carri armati e dei soldati.

(nonna Luana, anni74, Borgo ai Fossi-comune di Scandicci)

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Io ancora non c'ero ma mio padre mi ha sempre detto: Male. Ha vissuto quel periodo nella miseria e la guerra ha reso la vita più difficile perché avevano terrore e tanta paura di essere deportati nei campi di concentramento.

(nonno Roberto, 65 anni, Firenze)

Nel 1943 l’Albania è stata attaccata dai tedeschi. È stato un anno molto difficile che ha portato molte vittime e molta povertà finché nel novembre del1944 è arrivata la liberazione e finalmente è stato un paese libero.

(nonno Fadil, 78 anni, Albania)

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Conte Filastrocche e Ninne Nanne

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AMBARABA' CICCI' COCCO'

Ambarabà ciccì coccò tre civette sul comò che facevano all'amore con la figlia del dottore. Il dottore s' ammalò ambarabà ciccì coccò.

PERO PERO

Pero pero dimmi il vero non mi dire una bugia dimmi tu qual è la mia.

MONTE PETIPPETAPPETE

Monte petippetappete monte petì Perugia (2) monte petì, monte petà monte petì perù,perù Perugia.

PIRI PIRI (FILASTROCCA CALABRESE)

Piri piri piri Piri piri piri a la chjesa tu non ghjiri ca nci sunnu li monacegli chi ti sciuppano 'ss' occhji belli. TRADUZIONE: Piri piri piri tu in chiesa non ci andare perchè lì ci sono i monaci che ti levano questi occhi belli.

SOTTO LA CAPPA

Sotto la cappa del camino c'era un vecchio contadino che suonava il mandolino che suonava la chitarra bim,bum,sbarra!

L'UCCELIN CHE VIEN DAL MARE

L' uccellin che vien dal mare quante penne può portare? Può portarne ventitré uno, due, tre stai sotto proprio te.

LA BELLA LAVANDERINA

La bella lavanderina che lava i fazzoletti per i poveretti della città. Fai un salto fanne un altro fai una giravolta falla un’altra volta guarda in su guarda in giù dai un bacio a chi vuoi tu.

LA BELLA PISTUGNA

Piste e pistugna di maggio e di giugno la bella pistocca

comanda la rocca comanda Maria lettera scritta vattene via.

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CAVALLINO ARRI' ARRO'

Cavallino arrì arrò prendi la biada che ti do prendi i ferri che ti metto per andare a San Francesco san Francesco è sulla via per andare alla badia(a casa mia) alla badia ci sta un frate che prepara le frittate le frittate non son cotte mangeremo ricotte le ricotte son salate mangeremo le frittate.

COSCINE DI POLLO

Fate la nanna coscine di pollo, la vostra mamma vi ha fatto il gonnello e ve l'ha fatto con lo smerlo intorno fate la nanna coscine di pollo. Ninna nanna, ninna nanna Il bambino è della mamma della mamma e di Gesù il bambino non piange più. Fate la nanna e possiate dormire il letto sia fatto di rose e di viole e la coperta di panno sottile la coltrice di penne di pavone. Ninna nanna, ninna nanna Il bambino è della mamma Della mamma e di Gesù il bambino non piange più. Fate le nanna begli occhi di sole Fate la nanna e un bel sogno faremo. Un sonno lungo e poi ci desteremo Fate la nanna begli occhi di sole Ninna nanna, ninna nanna Il bambino è della mamma Della mamma e di Gesù il bambino non piange più

MANO PIAZZA

Mano mano piazza ci passò una lepre pazza Il primo la vide, il secondo l’ammazzò, il terzo la cucinò, il quarto la mangiò. E il mignolino? Lecca, lecca il tegamino. Lecca, lecca il tegamino.

NINNA NANNA, NINNA OH

Ninna nanna, ninna oh, questo bimbo a chi lo do? Lo darò alla Befana Che lo tenga una settimana Lo darò all'Uomo Nero Che lo tenga un anno intero Lo darò alla sua zia Che lo prenda e lo porti via Lo darò alla sua mamma che gli canti la ninna nanna.

Stella stellina

Stella stellina la notte si avvicina: la fiamma traballa, la mucca è nella stalla. La mucca e il vitello, la pecora e l'agnello, la chioccia coi pulcini, la mamma coi bambini. Ognuno ha la sua mamma e tutti fan la nanna.