Grammatica Latina

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grammatica Latini

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  • Grammatica latina 1

    Grammatica latinaLa lingua latina deriva direttamente dall'antica lingua indoeuropea comune, pur presentando caratteristiche affini amolti altri idiomi. Essa ha subito notevoli mutamenti morfologici e fonetici che ne hanno modellato la forma delcorso dei secoli.Pur essendo il latino una lingua estinta nel senso strettissimo, ad oggi la grammatica latina studiata in molte partidel mondo e anche in Italia, dove materia di studio nel liceo classico, nel liceo scientifico e nel liceosocio-psico-pedagogico.

    Alfabeto, fonetica, ortografia

    L'alfabetoL'alfabeto latino, che deriva dalle versioni etrusche dell'alfabeto greco, composto da 24 lettere.A B C D E F G H I K L M N O P Q R S T U V X Y ZSono da farsi alcune osservazioni sulle lettere: in epoca arcaica e classica erano in uso solo le lettere maiuscole, cos come per il greco antico; le minuscole

    furono introdotte da Carlo Magno e poi molto utilizzate dagli ecclesiastici; ad ogni modo, bisogna tener presenteche vanno maiuscoli, oltre a tutti i nomi propri di persona, animale, divinit, luogo ecc. anche i nomi di popolo(es. Romani, Helvetii, Graeci) con i relativi aggettivi, quelli dei giorni del calendario (Kalendae, Iduus, Nonae) edei mesi (Ianuarius, Februarius, ecc.), ma rimangono minuscoli i verbi dai nomi propri derivati (graecissare).

    i grafemi U e v furono introdotti nel Cinquecento da Ramus (si chiamano infatti lettere ramiste) per distinguere ifonemi /u/ e /w/ dal fonema /v/: nel latino classico esistevano solo i fonemi /u/ e /w/; il fonema /v/, introdotto pitardi, non aveva un suo grafema e veniva scritto V (minuscolo u), proprio come i fonemi /u/ e /w/;

    le lettere K, Y e Z sono di origine straniera.

    Fonetica

    Pronuncia

    Della pronuncia del latino esistono varie versioni. Le principali sono la pronuncia classica e quella ecclesiastica. Laprima quella che si suppone sia la vera pronuncia del latino classico, la seconda invece quella che, essendo stataadottata dalla Chiesa perch maggiormente corrispondente a quella del volgare in uso nel popolo, ha avuto la piampia diffusione. Attualmente la pronuncia ecclesiastica, oltre ad essere usata in alcuni rituali cattolici, anchequella preferita dai manuali di latino dell'Italia, mentre negli altri Paesi europei generalmente si preferisce adottare lapronuncia classica. Qui di seguito la tabella riassuntiva delle pronunce delle lettere e dei digrammi.

  • Grammatica latina 2

    P. classica P. ecclesiastica

    A /a/, /a:/ /a/, /a:/

    B /b/ /b/

    C /k/ /k/, /t/

    D /d/ /d/

    E /e/, //, /e:/, /:/ /e/, //, /e:/, /:/

    F /f/ /f/

    G /g/ g, //

    H /h/ muta

    I /i/, /i:/ /i/, /i:/, /j/

    K /k/ /k/

    L /l/ /l/

    M /m/ /m/

    N /n/, //, // /n/, //, //

    O /o/, //, /o:/, /:/ /o/, //, /o:/, /:/

    P /p/ /p/

    Q /k(w)/ /k(w)/

    R /r/ /r/

    S /s/ /s/, /z/

    T /t/ /t/

    V /u/, /u:/, /w/ /u/, /u:/, /w/, /v/

    X /ks/ /ks/

    Y /y/ /i/

    Z /dz/ /dz/

    AE /ae/ /e:/, /:/

    OE /oe/ /e:/, /:/

    AU /aw/ /aw/

    CH /x/ /k/

    TH // /t/

    PH // (/f/) /f/

    GN /gn/ //

    Alcune precisazioni vanno fatte per le consonanti: h si legge con una leggerissima aspirazione (era essa infatti la deformazione della lettera fenicia indicante

    l'aspirazione), che viene generalmente omessa nel latino ecclesiastico; c e g in origine indicavano sempre rispettivamente i suoni /k/ (l'italiano casa) e /g/ (gatto), poi nel latino

    ecclesiastico andarono ad indicare rispettivamente /k/ e /g/ sia /t/ (cera) e /d/ (gelo), nei casi previsti anchedall'ortografia italiana, cio davanti alle lettere e ed i (pronunciata sempre, anche se consonantizzata: dulcia silegger /'dulkia/ in classico e /'dultja/ in ecclesiastico, ma non /'dulta/), oltre che davanti ai dittonghi oe ed ae(vedi poi);

  • Grammatica latina 3

    s in latino classico era sempre /s/, sorda (come nell'italiano sole), poi cominci, in posizione intervocalica, amutarsi in /z/, sonora (come l'italiano casa), pur mantenendo il suo suono originario ad inizio parola e vicino adaltre consonanti (rosa: class. /'rsa/, eccl. /'rza/; sol: /sol/ in ambedue le pronunce);

    i digrammi ph, th e ch derivano dalla traslitterazione delle lettere aspirate greche; il primo, forse originariamenteletto // (una specie di p "soffiata"), divenne col tempo /f/ (philosophia, in classico /iloso'ia/, in ecclesiastico/filozo'fia/); il secondo era letto // (come l'inglese thing), poi passato alla semplice /t/ (Thule: class. /'ule/, eccl./'tule/); il terzo era invece letto /x/ (come il ch tedesco di Bach, una c aspirata), per poi passare semplicemente a/k/ (Christus: class. /'xristus/, eccl. /'kristus/).

    ti seguito da vocale si leggeva /ti/ in epoca classica, poi pass a /tj/ e poi ancora a /tsj/ (come l'italiano dizione;ratio: class. /'ratio/, eccl. /'ratsjo/); il ti comunque si legge normalmente quando la i lunga (vedi poi);

    gn, pronunciato /gn/ in epoca classica, divenne poi // (cio come l'italiano gnomo; gnosco: class. /'gnosko/, eccl./'osko/);

    gl sempre pronunciato /gl/, come l'italiano glassa.Per quanto riguarda le vocali, in latino sono 5 (a, e, i ,o ,u) pi la y usata per le parole greche (pronunciata /y/, ciocome la francese o norditalica, o come semplice /i/). Il latino distingue tra vocali brevi (contrassegnate dal segno sovrascritto, esempio: ros), lunghe (segno , esempio: Roman) e ancipiti o bifronti, cio brevi o lunghe a secondadella necessit, (segno _, esempio mihi). Le vocali lunghe hanno una durata quasi doppia delle brevi.Le semivocali, invece, sono tre: /j/ (come iena) nel latino classico veniva usato per pronunciare le "i" ad inizio parola seguite da vocale oppure

    quelle intervocaliche (ius /'jus/, Gaius /ga'jus/); nel latino ecclesistico spesso si utilizza la lettera j per questofonema se ad inizio parola (Iulius divenne Julius) oppure si mantiene il grafema i; inoltre nell'ecclesiastico ilfonema /j/ viene usato anche per pronunciare le i seguite da vocale ma precedute da consonante, che nel classicoerano invece probabilmente lette come /i/ vocaliche (orior, class. /'orior/, eccl. /'orjor/);

    /w/ era molto frequente nel latino classico, ma man mano, ad inizio parola o intervocalico, mut in /v/, tanto chesi decise di distinguere la lettera v dalla u, un tempo usate indifferentemente (inizialmente V,u; poi V,v e U,u);

    la e semivocale dei dittonghi ae ed oeI dittonghi sono sempre lunghi.i dittonghi /j/+vocale si trovano frequentemente (iam, /'jam/); quelli vocale+/j/ nel passaggio dal latino arcaico aquello classico scomparvero: gli arcaici ai (/aj/) ed oi (/oj/) passarono infatti nei classici ae ed oe, mentre quelliresidui (ei, ui) non vengono solitamente considerati dittonghi se non nel latino ecclesiastico (class. /ei/, /ui/, eccl. /ej/,/uj/) o in alcune parole derivate dal greco; yi, derivato dal greco, dittongo nel classico (/yj/), ma nonnell'ecclesiastico, dove rimane come /i/ semplice (Arpyia: class. /ar'pyja/, eccl. /ar'pia/).Con la /w/ i dittonghi sono frequentissimi nel latino classico, soprattutto quelli /w/+vocale, poi quasi tutti scomparsinell'ecclesiastico col passaggio /w/->/v/ (veritas: class. /'writas/, eccl. /vritas/); rimangono naturalmente i dittonghipreceduti da q (questus: /'kwestus/ in ambedue le pronunce). Va precisato che se la u preceduta da consonante eseguita da vocale, generalmente non fa dittongo (metuenda: /metu'enda/ e non /me'twenda/; cornua: /'krnua/ e non/'krnwa/). Il dittongo principale con /w/ au (/aw/), che in italiano si mutato nei fonemi della o. Il digramma eunon sempre dittongo: se deriva dall'omologo dittongo greco, allora si conserva anche in latino (Europa: /ew'rpa/),ma se invece ha altre derivazioni, normalmente non dittongo in latino (Perseus, che in greco era e nonaveva dittongo, ha un eu derivato dalla e della radice a cui stata messa la desinenza -us della seconda declinazione;si legger dunque preferibilmente /'prseus/, piuttosto che /'prsews/).I dittonghi pi frequenti sono per ae ed oe: in latino classico venivano letti normalmente, mentre in quelloecclesiastico sono letti come /e/ (Aeneades: class. /ae'nades/, eccl. /e'nades/; caelum, class. /kaelum/, eccl./telum/).Se due vocali non formano dittongo possibile trovare posta sulla seconda lettera la dieresi (esempio: ar /aer/ inambedue le pronunce).

  • Grammatica latina 4

    L'accento

    L'accento latino, come quello italiano, di natura tonica (a differenza di quello musicale greco). In latino vigono dueleggi in proposito: la baritonesi, secondo cui l'accento non cade mai sull'ultima sillaba, e la legge della terzultima,che dice che l'accento non va mai oltre la terzultima sillaba.Da queste due regole consegue che l'accento pu cadere solo sulla penultima e terzultima sillaba, o, in altri termini,che le parole possono essere o piane o sdrucciole.La baritonesi ha tuttavia qualche rara eccezione: un numero minimo di parole derivate da troncamenti conservanol'accento sulla sillaba prima penultima e poi divenuta ultima, oltre ad alcuni nomi di popolo imparisillabi della terzadeclinazione: illc, illc, illc (l, verso l, per di l), in origine illice, illuce, illace; Arpins (-atis, Arpinate) e Samns(-itis, Sannite).La posizione dell'accento tonico determinata secondo la legge della penultima dalla quantit della penultimasillaba: se essa lunga, avr l'accento (es: dulcdo, pronunciato /dul'edo/, dolcezza); se breve, l'accento andr allaterzultima sillaba (esempio nemra, pronunciato /'nemora/, le foreste). Nel raro caso in cui sia ancipite, sarannovalide entrambe le opzioni.

    OrtografiaL'ortografia latina sostanzialmente uguale a quella italiana; nel prefisso delle parole composte spesso consonantipoco eufoniche scompaiono o vengono assimilate (ad esempio aufero deriva da ab fero, mentre da adfero derivaaf