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FRANZ KAFKA DER PROZESS (IL PROCESSO) 1914/1917
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FRANZ KAFKA DER PROZESS (IL PROCESSO)1914/1917

1)

Arresto

Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perch un mattino, senza che avesse fatto niente di male, venne arrestato. La cuoca della signora Grubach, la sua affittacamere, che ogni giorno verso le otto gli portava la colazione, questa volta non venne. Ci non era mai successo. K. aspett ancora un poco, dal suo cuscino contempl lanziana signora che abitava di fronte a lui e che lo osservava con una curiosit per lei del tutto inusuale, infine, disorientato e affamato al tempo stesso, suon il campanello. Subito qualcuno buss, ed entr un uomo che non aveva mai visto in questa casa. Era snello e tuttavia ben piantato, indossava un vestito nero attillato provvisto, come i vestiti da viaggio, di diverse pieghe, tasche, fibbie, bottoni e di una cintura, e che perci, senza che ne fosse ben chiaro il motivo, sembrava particolarmente pratico. "Chi lei?" domand K. e subito si mise a sedere sul letto. Ma luomo trascur la domanda, come se la sua comparsa dovesse essere accettata di per s, e da parte sua disse soltanto: "Ha suonato?" "Anna deve portarmi la colazione", disse K. e cerc come prima cosa di stabilire in silenzio, con attenzione e riflessione, chi fosse in realt luomo. Ma costui non si offr troppo a lungo ai suoi sguardi, si volt verso la porta aprendola un poco e disse a qualcuno che evidentemente era in piedi subito dietro la porta: "Vuole che Anna gli porti la colazione." Ne segu in anticamera una risatina, a giudicare dal suono non era chiaro se vi partecipasse pi di una persona. Evidentemente lestraneo non poteva averne ricavato nuove informazioni, tuttavia col tono di voce di un annuncio formale disse a K.: "Ci impossibile". "Questa sarebbe una novit", disse K., salt gi dal letto e si infil velocemente i pantaloni. "Voglio proprio vedere che razza di gente c nellaltra stanza, e come si giustificher davanti a me la signora Grubach per questa intrusione". Gli venne subito in mente che sarebbe stato meglio non dire questo ad alta voce e che, cos facendo, riconosceva in certa misura allestraneo un diritto di sorveglianza, ma per il momento la cosa gli parve priva di importanza. Lestraneo invece sembr intenderla proprio in questo modo, perch disse: "Non preferisce piuttosto rimanere qui?" "Io non intendo n rimanere qui n che lei mi rivolga la parola senza neppure essersi presentato." "Non avevo cattive intenzioni", disse lestraneo, e apr spontaneamente la porta. Nella stanza accanto, dove K. entr pi lentamente di quanto avrebbe voluto, tutto sembrava a prima vista esattamente come la sera prima. Era il soggiorno della signora Grubach, e forse in questa stanza strapiena di mobili, tovaglie, porcellane e fotografie cera oggi un po pi spazio del solito, ma non lo si notava subito, tanto pi che la novit principale consisteva nella presenza di un uomo seduto presso la finestra aperta con un libro, dal quale alz gli occhi proprio in quel momento. "Lei avrebbe dovuto rimanere nella sua stanza! Non glielo ha detto Franz?" "S, che cosa vuole lei?" disse K., e con lo sguardo pass da questa nuova conoscenza alluomo chiamato Franz, che era rimasto sulla soglia della porta, e quindi di nuovo al suo interlocutore. Di nuovo dalla finestra aperta si poteva vedere la vecchia signora, che con curiosit veramente senile era ora passata alla finestra di fronte a questa stanza, per continuare a vedere la scena. "Ora per voglio la signora Grubach, per...", disse K., e fece un movimento come per andarsene strappandosi dai due uomini, che per stavano a distanza da lui. "No", disse luomo vicino alla finestra, gett il libro su un tavolino e si alz in piedi. "Lei non pu andarsene, in arresto." "Cos sembra", disse K., poi aggiunse: "E perch?" "Questo non siamo autorizzati a dirglielo. Vada nella sua stanza e aspetti. Il procedimento stato avviato, e lei sapr tutto a tempo debito. Vado gi al di l dei miei compiti parlando cos amichevolmente. Ma spero che ci sia solo Franz ad ascoltare, e anche lui, contro ogni regola, si gi comportato con amicizia nei suoi confronti. Lei potr stare tranquillo se solo continua ad avere la fortuna che ha avuto nella designazione dei suoi sorveglianti." K. voleva sedersi, ma si accorse che non cera posto se non sulla sedia vicino alla finestra. "Se ne accorger, come sia vero tutto ci", disse Franz, e gli si avvicin, contemporaneamente al suo compagno. Soprattutto questultimo era molto pi alto di K., e gli dava dei colpetti sulla spalla. Entrambi esaminarono la camicia da notte di K., dicendo che dora in poi avrebbe dovuto indossarne una molto pi scadente, ma che loro avrebbero custodito questa come tutto il resto della sua biancheria, e gli avrebbero restituito tutto quando la cosa fosse andata a buon fine. "Le conviene dare le cose a noi anzich al deposito", dissero, "perch al deposito spesso qualcosa viene rubato, e poi dopo un certo tempo tutto viene venduto, senza considerare se il relativo procedimento sia finito oppure no. E poi, specialmente negli ultimi tempi, quanto sono lunghi questi processi! Certo, alla fine lei otterrebbe dal deposito un qualche ricavo, ma prima di tutto questo ricavo gi piccolo di per s, dato che al momento della vendita conta non tanto lentit dellofferta quanto quella della relativa corruzione; e in secondo luogo tali ricavi, come si sa, diminuiscono progressivamente passando di mano in mano e di anno in anno." K. prestava scarsa attenzione a questo discorso, il diritto di propriet sulle sue cose, diritto che forse aveva ancora, gli stava a cuore meno dellavere chiarezza sulla sua posizione; ma in presenza di questa gente non poteva neppure riflettere, la pancia del secondo sorvegliante - poich solo di sorveglianti poteva trattarsi - urtava in continuazione contro di lui, come per manifestare amicizia, ma se K. alzava gli occhi vedeva, in contrasto con questo corpo massiccio, una faccia asciutta e

ossuta, con un grosso naso storto da un lato, che allinsaputa di K. faceva cenni allaltro sorvegliante. Che razza di uomini erano? Di che cosa parlavano? A quali autorit ubbidivano? Eppure K. viveva in uno stato di diritto, ovunque regnava la pace, tutte le leggi erano in vigore, chi poteva osare di piombare cos in casa sua? Aveva sempre avuto la tendenza a prender tutto il pi possibile alla leggera, a credere al peggio solo quando si presentava, a non farsi preoccupazioni per il futuro, neppure quando le minacce erano grandi. Ma tutto ci ora non sembrava adeguato alla situazione, il tutto sembrava piuttosto uno scherzo, uno scherzo di cattivo gusto che per ragioni ignote, forse perch oggi era il suo trentesimo compleanno, gli era stato preparato dai suoi colleghi della banca, naturalmente era una cosa possibile, forse sarebbe bastato in qualche modo ridere in faccia ai sorveglianti, e loro avrebbero riso insieme con lui, forse erano solo uscieri presi allangolo della strada, e ne avevano anche laspetto - ciononostante, fin dalla prima apparizione del sorvegliante Franz era assolutamente deciso a non rinunciare al minimo vantaggio che forse poteva avere nei confronti di questa gente. Se in seguito si fosse detto che non aveva capito lo scherzo, questo sembrava a K. un pericolo trascurabile, in compenso ricordava bene - anche se non era sua abitudine imparare dallesperienza alcuni casi insignificanti di per s, nei quali, a differenza dei suoi amici, si era comportato scientemente in maniera imprudente, senza alcuna sensibilit per le possibili conseguenze, e alla fine il risultato lo aveva punito. Questo non doveva pi accadere, per lo meno non questa volta, e se tutto era una commedia, ebbene, avrebbe recitato la sua parte. Per il momento era ancora libero. "Con permesso", disse e passando fra i due sorveglianti rientr in fretta nella sua stanza. "Sembra che sia ragionevole", sent dire dietro di s. Nella sua stanza spalanc subito i cassetti della scrivania, dove tutto era in perfetto ordine, ma nella sua agitazione non gli riusc di trovare subito proprio i documenti di identit che cercava. Alla fine trov la sua patente di ciclista e con quella stava gi per tornare dai sorveglianti, ma poi il documento gli sembr troppo insignificante e continu a cercare finch trov il certificato di nascita. Quando torn nella stanza attigua, si apr la porta che stava proprio di fronte e la signora Grubach fece latto di entrare. La si vide solo un momento, perch K. ebbe appena il tempo di riconoscerla che la donna, in evidente imbarazzo, chiese scusa, scomparve alla vista e chiuse la porta con la massima cautela. "Entri pure", avrebbe ancora potuto dire K. Ora per si trovava in mezzo alla stanza con i suoi documenti in mano, guard ancora la porta, che non si riapr pi, e fu infine scosso da un richiamo dei sorveglianti, che erano seduti al tavolino vicino alla finestra aperta e che, come solo ora K. not, stavano consumando la sua colazione. "Perch non entrata?" chiese K. "Non pu farlo", disse quello grosso, "lei in arresto." "Ma come possibile che io sia in arresto? E in questo modo poi?" "Ora lei ricomincia", disse il guardiano immergendo un panino imburrato nel barattolo del miele. "A domande del genere non diamo risposta." "Voi dovrete dare una risposta", disse K. "Ecco i miei documenti di identit, ora mostratemi i vostri, e soprattutto il mandato di arresto." "Santo cielo!" disse il guardiano, "lei non vuol proprio adattarsi alla sua situazione, e sembra essersi messo dimpegno a infastidire inutilmente noi, che in questo momento siamo forse in tutta lumanit quelli che le sono pi vicini." "E proprio cos, creda", disse Franz, senza portare alla bocca la tazza di t che teneva in mano e anzi osservando K. con un lungo sguardo evidentemente pieno di significato, eppure incomprensibile. K., senza volerlo, cedette allo scambio di sguardi con Franz, ma poi colp con la mano le sue carte e disse: "Ecco i miei documenti di identit." "E che ce ne importa?" esclam allora il guardiano grosso, "lei si comporta peggio di un bambino. Ma che cosa pretende? Pensa forse di condurre a termine alla svelta il suo stramaledetto processo solo discutendo con noi sorveglianti di documenti e mandati darresto? Noi siamo dipendenti di basso livello, non ci intendiamo di documenti e abbiamo a che fare con lei solo perch dobbiamo sorvegliarla per dieci ore al giorno, compito per il quale siamo pagati. Questo tutto quel che siamo, per siamo in grado di capire che le alte autorit sotto cui lavoriamo prima di disporre un simile arresto si informano molto bene sui motivi dellarresto stesso e sulla persona dellarrestato. In ci non vi alcun errore. La nostra autorit, per quel che la conosco, e io conosco solo i gradi pi modesti, non si mette a cercare la colpa nella gente ma, come recita la legge, viene attirata dalla colpa e deve mandare noi sorveglianti. Questa la legge. Che errore potrebbe esserci?" "Io non conosco una simile legge", disse K. "Tanto peggio per lei", disse il sorvegliante. "Il fatto che sta solo nelle vostre teste", disse K., voleva in qualche modo insinuarsi nei pensieri dei sorveglianti per volgerli a suo vantaggio o per abituarsi ad essi. Ma il sorvegliante disse solo, con distacco: "Se ne accorger." Franz si intromise e disse: "Ti sei accorto, Willem? Ammette di non conoscere la legge e al tempo stesso pretende di essere innocente." "Hai ragione, ma non gli si pu far capire niente", disse laltro. K. non rispondeva pi; forse che devo, pensava, lasciarmi confondere ancor pi dalle chiacchiere di questi dipendenti cos infimi, come loro stessi riconoscono di essere? In ogni caso parlano di cose che non comprendono neppure. La loro sicurezza resa possibile solo dalla loro stupidit. Due parole scambiate con un mio pari renderanno tutto incomparabilmente pi chiaro che i lunghi discorsi con costoro. K. cammin un po su e gi nello spazio libero della stanza, lass vide la vecchia signora che ora aveva trascinato alla finestra anche un signore

canuto ancor pi vecchio di lei, che la teneva abbracciata; K. doveva porre fine a questa rappresentazione. "Conducetemi dal vostro superiore", disse. "Quando lo vorr lui; e non prima" disse il guardiano che era stato chiamato con il nome di Willem. "E ora le consiglio", aggiunse, "di andare nella sua stanza, restarsene calmo e aspettare quel che si decider su di lei. Il nostro consiglio di non distrarsi in pensieri inutili, ma piuttosto di raccogliersi, poich si richieder molto da lei. Lei non ci ha trattati come la nostra condiscendenza avrebbe meritato, lei ha dimenticato che, qualunque cosa noi siamo, come minimo per ora davanti a lei noi siamo uomini liberi, e questo non un piccolo vantaggio. Nonostante ci, se lei ha denaro, siamo disposti a portarle su dal caff una piccola colazione." Senza rispondere a questa offerta, K. rimase silenzioso per un poco. Forse, se avesse aperto la porta della stanza accanto o anche quella del corridoio i due non avrebbero osato fermarlo, forse spingere la cosa agli estremi sarebbe stata la soluzione pi semplice di tutto. Ma forse per lo avrebbero afferrato, e se veniva immobilizzato perdeva anche tutta la superiorit che da un certo punto di vista conservava ancora su di loro. Perci prefer la sicurezza della soluzione che sarebbe stata portata dal naturale corso degli eventi e se ne torn nella sua stanza, senza che si pronunciasse unaltra parola da parte sua o da parte dei guardiani. Si gett sul letto e prese dal comodino una bella mela che si era preparato la sera prima per la colazione. Ora rappresentava tutta la sua colazione e in ogni caso, come si accert fin dal primo grosso morso, era una colazione ben migliore di quella che avrebbe potuto ricevere dallo sporco caff notturno, grazie al servizio dei sorveglianti. Si sentiva bene e pieno di sicurezza, certo stamattina in banca avrebbe ritardato al lavoro, ma data la posizione relativamente alta che occupava ci sarebbe stato facilmente perdonato. Doveva, per giustificarsi, dire la verit? Intendeva farlo. E se non gli avessero creduto, cosa ben comprensibile in questo caso, avrebbe potuto addurre a testimone la signora Grubach o anche i due vecchi della casa di fronte che ora, sintende, erano in marcia diretti alla finestra di fronte a lui. K. si meravigli, almeno dal punto di vista dei sorveglianti, che lo avessero mandato nella stanza lasciandolo solo, in modo che ora disponeva di dieci modi diversi di uccidersi. Al tempo stesso per si chiese, questa volta dal suo punto di vista, quali ragioni potesse avere per farlo. Forse perch quei due sedevano di l e gli avevano mangiato la colazione? Uccidersi sarebbe stato cos insensato che, anche se ne avesse avuto lintenzione, non avrebbe potuto farlo proprio per tale insensatezza. Se la limitatezza spirituale dei sorveglianti non fosse stata cos evidente, si sarebbe potuto pensare che non considerassero pericoloso il lasciarlo solo proprio sulla base di una simile convinzione. Se volevano potevano ora osservare come si avvicinasse a un armadietto a muro, nel quale custodiva un buon liquore, come se ne vuotasse un primo bicchierino in sostituzione della colazione, e poi un secondo con lintento di procurarsi coraggio, questultimo solo per prudenza, nel caso improbabile che ce ne fosse bisogno. In quel momento un richiamo dallaltra stanza lo spavent talmente, che batt con i denti sul vetro. "Lispettore la sta chiamando" si sent. Ci che lo aveva spaventato era solamente il grido, questa specie di grido militare, breve e scandito, di cui non avrebbe ritenuto capace il sorvegliante Franz. Lordine in s era benvenuto, "finalmente" esclam in risposta, chiuse a chiave larmadietto e si affrett subito nellaltra stanza. I due sorveglianti lo cacciarono subito indietro nella sua stanza, come se fosse una cosa ovvia, ed esclamarono: "Cosa le salta in mente? Vuole comparire davanti allispettore in camicia da notte? La farebbe bastonare, e noi insieme con lei!" "Lasciatemi, andate al diavolo", grid K., che era gi stato respinto fino allarmadio degli abiti, "se mi si viene a cercare a letto, non ci si pu aspettare di trovarmi in abito da sera." "Questo non significa niente", dissero i sorveglianti, che sempre, quando K. cominciava a gridare, diventavano calmi e quasi tristi, e in tal modo lo confondevano o, in certa misura, lo facevano tornare in possesso dei propri nervi. "Quante cerimonie!" brontol alla fine, tuttavia prese dalla sedia una giacca e per un poco la tenne con le due mani, come per esporla al giudizio dei sorveglianti. Questi scossero la testa. "Deve essere una giacca nera", dissero. Allora K. gett la giacca per terra e disse - senza tuttavia sapere bene lui stesso che cosa intendeva: "Non mica il dibattimento principale." I sorveglianti sorrisero, ma ripeterono il loro ritornello: "Deve essere una giacca nera." "Se cos facendo accelero questa storia, mi dovr adattare", disse K., apr lui stesso larmadio, cerc a lungo fra i molti abiti, scelse il suo miglior abito nero, un abito a giacca che per la sua fattura aveva fatto quasi sensazione presso i suoi conoscenti, prese anche unaltra camicia e cominci a vestirsi con accuratezza. Dentro di s pensava di fare pi presto grazie al fatto che i sorveglianti avevano dimenticato di costringerlo a lavarsi. Li osserv per vedere se se ne ricordavano, ma naturalmente questo non venne loro in mente, invece Willem non dimentic di mandare Franz dallispettore con lannuncio che K. si stava vestendo.

Quando ebbe finito di vestirsi, seguito da vicino da Willem, dovette attraverso la stanza attigua passare nella stanza successiva, la cui porta era gi stata spalancata. Come K. ben sapeva, questa stanza era da poco abitata da una certa signorina Brstner, una dattilografa che era solita andare al lavoro molto presto la mattina, tornare a casa tardi e con la quale K. aveva scambiato a malapena qualche parola di saluto. Ora il piccolo comodino era stato spostato dal suo letto nel mezzo della stanza come tavolo da lavoro, e lispettore era seduto dietro di esso. Costui teneva le gambe accavallate, e appoggiava un braccio sulla spalliera della sedia. In un angolo della stanza cerano tre giovani, intenti a guardare le fotografie della signorina Brstner, che erano infisse su un telino appeso alla parete. Alla maniglia della finestra aperta era appesa una camicetta bianca. Alla finestra di fronte cerano di nuovo i due vecchi, ma la loro compagnia era aumentata, perch dietro di loro, molto pi alto, cera un uomo con la camicia aperta sul petto, che si schiacciava e torceva con le dita un pizzetto rossiccio. "Josef K.?" chiese lispettore, forse solo per attirare su di s lo sguardo distratto di K. K. fece cenno di s. "Quel che successo stamane stato per lei una grossa sorpresa?" chiese lispettore, e intanto spostava con entrambe le mani i pochi oggetti sul comodino, la candela con i fiammiferi, un libro e un portaspilli, come se fossero oggetti utili al procedimento. "Certamente", disse K., pervaso dalla piacevole sensazione di trovarsi finalmente davanti a una persona ragionevole e di poter parlare con lui dei propri affari. "Certamente stata una sorpresa, ma non una grossa sorpresa." "Non una grossa sorpresa?" chiese lispettore, e mise la candela in mezzo alla superficie del comodino, mentre raggruppava intorno ad essa gli altri oggetti. "Forse lei non mi comprende", si affrett a osservare K. "Voglio dire che..." Qui K. si interruppe, cercando intorno una sedia con lo sguardo. "Posso sedermi?" domand. "Non abitudine", rispose lispettore. "Voglio dire", disse K. senza ulteriori pause, "che certo stata una grossa sorpresa, ma quando si al mondo da trentanni e ci si fatta strada da soli come nel mio caso si induriti contro le sorprese, e non si attribuisce loro eccessiva importanza. Soprattutto poi nel caso odierno." "Perch soprattutto nel caso odierno?" "Non voglio dire che sia uno scherzo, tutto lallestimento mi sembra eccessivo per considerarlo tale. Dovrebbero prendervi parte tutti i pensionanti della casa, e anche lei, questo andrebbe al di l dei limiti di uno scherzo." "Ci del tutto giusto", disse lispettore e consider quanti fiammiferi ci fossero nella scatola. "Daltronde per", continu K. voltandosi verso gli altri, e si sarebbe volentieri rivolto anche ai tre che guardavano le fotografie, "daltronde per la situazione non pu neppure avere una eccessiva importanza. Lo deduco dal fatto che vengo accusato senza che io riesca a trovare la pi piccola colpa della quale mi si possa accusare. Ma anche questo collaterale, la vera domanda : da chi vengo accusato? Quale autorit gestisce il procedimento? E voi, siete impiegati? Nessuno indossa una uniforme, a meno che non si voglia definire tale il suo vestito" - e dicendo cos si rivolgeva a Franz - "ma direi che sembra piuttosto un abito da viaggio. Su tali questioni io esigo chiarezza, e sono convinto che dopo questo chiarimento potremo congedarci nella massima cordialit." Lispettore sbatt sul tavolo la scatola di fiammiferi. "Lei si trova in un grave errore", disse. "I signori qui e io stesso siamo del tutto secondari in rapporto alla sua questione, e anzi non ne sappiamo quasi nulla. Potremmo indossare le pi regolari uniformi, e il suo affare non andrebbe per nulla peggio. Non posso neanche dirle se lei accusato, o meglio non lo so neppure. Lei in arresto, questo vero, ma non so niente di pi. Forse i sorveglianti hanno parlato a vanvera di qualcosaltro, ma si tratta per lappunto di chiacchiere. Perci, se pure non posso rispondere alle sue domande, tuttavia posso consigliarle di pensare meno a noi o a quello che le succeder; pensi piuttosto a se stesso. E non la faccia tanto lunga con i suoi sentimenti di innocenza, questo disturba limpressione non del tutto negativa che lei risveglia per il resto. E poi, in generale, lei dovrebbe essere pi riservato nel parlare, quasi tutto ci che lei ha detto finora lo si sarebbe potuto dedurre dal suo comportamento anche se lei avesse detto solo due parole, e oltretutto non era niente che le fosse particolarmente favorevole." K. guard fisso lispettore. Doveva star qui a sentire la lezione da un uomo forse pi giovane di lui? In compenso della sua franchezza doveva ricevere simili ammonizioni, e non venire a sapere niente sui motivi e i mandanti del suo arresto? Entr in una certa agitazione, cominci a camminare su e gi, cosa che nessuno gli imped di fare, si tir indietro i polsini, si tast il petto, si lisci i capelli con la mano, pass accanto ai tre signori, disse: "E una cosa insensata", alle quali parole i signori si voltarono verso di lui guardandolo concilianti ma con seriet, e si ferm infine di nuovo davanti al tavolo dellispettore. "Il pubblico ministero Hasterer un mio buon amico", disse, "posso telefonargli?" "Certamente", disse lispettore, "ma non so quale senso possa avere, a meno che lei non debba parlargli di qualche affare privato." "Quale senso?" esclam K. pi stupito che arrabbiato. "Ma chi lei? Pretende un senso e intanto mette in scena questa, che la cosa pi insensata del mondo? Non una scena da far piet? Questi signori prima mi hanno aggredito, e ora se ne stanno seduti o in piedi qua e l e mi lasciano davanti a lei a fare acrobazie. Mi chiede quale senso pu avere telefonare a un pubblico ministero quando, come sembra, sono stato arrestato? Bene,

allora non telefoner." "Ma no", disse lispettore, e allung una mano in direzione dellanticamera, dove si trovava il telefono, "la prego, telefoni pure." "No, adesso non voglio pi", disse K., e and verso la finestra. Dallaltra parte la compagnia era ancora affacciata, e solo ora che K. si era avvicinato alla finestra sembravano un po disturbati nel loro placido godimento dello spettacolo. I vecchi volevano alzarsi, ma luomo dietro di loro li tranquillizz. "E poi abbiamo anche questi spettatori", esclam a gran voce K. rivolto allispettore, mostrando fuori con lindice. "Via da l", grid poi dallaltra parte. Subito i tre indietreggiarono di qualche passo, i due vecchi finirono addirittura dietro luomo, il quale li copriva con la sua massa corpulenta e, a giudicare dai movimenti della bocca, diceva in lontananza qualcosa di incomprensibile. Non scomparvero per del tutto, ma anzi sembravano aspettare il momento giusto per avvicinarsi di nuovo alla finestra senza farsi notare. "Gente invadente e sfacciata!" disse K., voltandosi di nuovo verso la stanza. Sembrava che lispettore fosse daccordo con lui, come K. pot notare con uno sguardo di sfuggita. Ma era anche possibile che non fosse neppure stato a sentire, perch teneva una mano schiacciata sul tavolino e sembrava che volesse confrontare la lunghezza delle dita. I sorveglianti stavano seduti su una valigia coperta da un panno decorato e si strofinavano le ginocchia. I tre giovani tenevano le mani sui fianchi e si guardavano intorno senza fissare lo sguardo su nulla. Regnava un silenzio come in un ufficio dimenticato. "Allora, signori", esclam K., per un momento ebbe la sensazione di portare tutti sulle proprie spalle, "a giudicare dal vostro aspetto, si direbbe che il mio affare sia giunto a conclusione. Sono dellopinione che la cosa migliore sia non pensare pi se il vostro comportamento fosse autorizzato oppure no, ma concludere amichevolmente la cosa con una reciproca stretta di mano. Se anche lei della mia opinione, allora la prego..." e cos dicendo si avvicin al tavolo dellispettore tendendogli la mano. Lispettore alz gli occhi, si morse le labbra e guard la mano tesa di K., e K. credeva ancora che lispettore lavrebbe stretta. Costui invece si alz in piedi, prese dal letto della signorina Brstner un cappello duro e rotondo e con entrambe le mani, con cautela, se lo mise in testa, come si fa quando si prova un cappello nuovo. "Come le sembra tutto facile!" disse intanto a K. "Lei crede che dovremmo concludere amichevolmente la cosa? No, no, non va davvero. Con questo non voglio affatto dire che lei debba disperarsi. No, perch dovrebbe? Lei solo in arresto, nientaltro. Questo dovevo comunicarle, ora lho fatto e ho anche visto come lei ha preso la cosa. Per oggi basta e possiamo anche salutarci, sia pure per breve tempo. Ora forse lei vuole andare in banca?" "In banca?" domand K. "Pensavo di essere in arresto." K. faceva domande con un certo tono di sfida, perch, anche se la sua stretta di mano non era stata accettata, si sentiva sempre pi indipendente da questa gente, specialmente da quando lispettore si era alzato in piedi. Era come un gioco che faceva con loro. Se se ne fossero andati, aveva lintenzione di seguirli fino al portone per offrigli di arrestarlo. Per questo motivo ripet ancora: "Come posso andare in banca, dato che sono in arresto?" "Ecco", disse lispettore, gi sulla porta, "lei non mi ha capito. Certo che lei in arresto, tuttavia questo non deve impedirla nella sua professione. E lei neppure deve essere disturbato nel suo abituale modo di vivere." "Allora questo modo di essere arrestati non poi cos cattivo", disse K., e si avvicin allispettore. "Non ho mai detto che lo fosse", rispose questi. "Ma allora anche la comunicazione dellarresto non sembra molto necessaria", disse K. avvicinandosi ancor di pi. Anche gli altri si erano avvicinati. Ora si trovavano tutti in uno spazio ristretto davanti alla porta. "Era mio dovere", disse lispettore. "Un dovere stupido", disse K. ostinato. "Pu darsi", rispose lispettore, "ma non vorremo davvero perdere il nostro tempo in simili discorsi. Avevo supposto che lei volesse andare in banca. Siccome lei sta a pesare ogni parola, allora aggiungo: io non la obbligo ad andare in banca, avevo solo pensato che lei volesse andarci. E per renderle ci ancor pi facile e rendere il suo arrivo in banca il pi possibile inosservato, ho tenuto qui a sua disposizione questi tre signori, che sono suoi colleghi." "Cosa?" esclam K., e guard i tre stupefatto. Questi giovani esangui e cos insignificanti, che erano finora nella sua memoria solo come gruppo davanti alle fotografie, erano effettivamente impiegati della sua banca, non colleghi, questo era eccessivo e dimostrava una lacuna nellonniscienza dellispettore, ma impiegati subordinati della banca lo erano senzaltro. Come aveva potuto K. non accorgersene? Evidentemente la sua attenzione era tutta assorbita dallispettore e dai sorveglianti per non riconoscere questi tre. Il rigido Rabensteiner, con le braccia sempre in movimento, il biondo Kullich dagli occhi infossati e Kaminer, il cui sorriso insopportabile era dovuto a una contrattura cronica dei muscoli facciali. "Buon giorno!" disse K. dopo un po e tese la mano ai signori, che si piegarono come da regolamento in un inchino. "Non vi avevo neppure riconosciuti. Allora adesso ce ne andremo al lavoro, daccordo?" Ridendo i signori fecero cenno di s, e come se per tutto il tempo avessero aspettato solo questo, come se a K. mancasse solo il suo cappello, che era rimasto nella sua stanza, corsero zelanti tutti insieme a prenderlo, luno dopo laltro, il che faceva comunque pensare a un certo imbarazzo. K. rimase in piedi silenzioso e li segu con lo sguardo attraverso le due porte aperte, per ultimo arriv naturalmente lindifferente Rabensteiner, che si era limitato a un elegante trotterellare. Kaminer gli pass il cappello, e K. dovette espressamente dire a se stesso, come gi spesso in precedenza in banca, che il sorriso di Kaminer non era intenzionale, ma che anzi costui, in generale, non era in grado di sorridere con intenzione. In anticamera la signora Grubach, che non aveva laria di sentirsi molto

colpevole, apr la porta di casa allintera compagnia, e K. not, come gi spesso in passato, che i legacci del suo grembiule affondavano senza necessit nel suo corpo massiccio. Sotto casa K., con lorologio in mano, decise di prendere unautomobile, per non aumentare senza motivo il suo ritardo, che era gi di mezzora. Kaminer corse dietro langolo per prendere lauto, gli altri due cercavano evidentemente di distrarre K., quando improvvisamente Kullich addit il portone di fronte nel quale era appena comparso luomo con il pizzetto biondo e che sul momento, imbarazzato di mostrarsi in tutta la sua altezza, indietreggi verso la parete appoggiandovisi. I vecchi erano evidentemente ancora sulle scale. K. si irrit che Kullich avesse mostrato luomo, che lui stesso aveva gi notato prima e che anzi aveva aspettato. "Non stia a guardare", esclam senza pensare quanto era strano un tale modo di parlare nei confronti di persone indipendenti. Ma non ci fu bisogno di spiegazioni, perch proprio allora arriv lautomobile, ci si sedette e si part. Allora K. si ricord di non aver notato quando se ne fossero andati lispettore e i sorveglianti, prima lispettore gli aveva coperto i tre impiegati, e ora gli impiegati lispettore. Ci non dimostrava una gran presenza di spirito, e K. si prefisse di stare pi in guardia da questo lato. Tuttavia, senza volerlo si volt e si pieg sul retro della macchina per vedere ancora, se possibile, lispettore e i sorveglianti. Ma subito ritorn nella sua posizione senza aver fatto neppure il tentativo di cercare qualcuno, e comodamente si appoggi in un angolo dellautomobile. Malgrado le apparenze, proprio ora avrebbe avuto bisogno che qualcuno gli parlasse, ma adesso i signori sembravano stanchi, Rabensteiner guardava a destra fuori dellautomobile, Kullych guardava a sinistra e solo Kaminer era l disponibile con il suo ghigno, sul quale purtroppo i sentimenti di umanit proibivano di scherzare.

2)

Dialogo

con

la

signora

Grubach

-

Poi

la

signorina

Brstner

Quella primavera K. aveva labitudine di trascorrere le serate in modo tale che, quando fosse ancora possibile - dato che per lo pi rimaneva in ufficio fino alle nove - faceva una breve passeggiata da solo o con conoscenti, dopo di che se ne andava in una birreria dove, di solito fino alle undici, sedeva a un tavolo con altri clienti abituali, per la maggior parte pi anziani di lui. A questa abitudine cerano per anche delle eccezioni, quando per esempio K. veniva invitato dal direttore della banca, che apprezzava molto la sua laboriosit e la sua affidabilit, a una gita in automobile o a una cena nella sua villa. Inoltre, una volta alla settimana, K. andava a trovare una signorina di nome Elsa, che lavorava di notte fino al tardo mattino come cameriera in unosteria, e durante il giorno riceveva visite solo dal suo letto. Quella sera per - il giorno era trascorso veloce fra il duro lavoro e i molti auguri di compleanno, rispettosi e amichevoli - K. voleva tornare subito a casa. Ci aveva pensato in tutte le piccole pause del lavoro quotidiano; senza unidea precisa, gli sembrava che gli eventi della mattina avessero causato un gran disordine in tutta la casa della signora Grubach, e che solo la sua presenza potesse restaurare lordine. Quando un tale ordine fosse ripristinato, ogni traccia di quegli eventi sarebbe scomparsa e tutto avrebbe ripreso il suo corso ordinario. In particolare non cera da temere per i tre impiegati, questi erano di nuovo scomparsi nel grande mare degli impiegati della banca, in loro non si poteva osservare il minimo cambiamento. Pi volte K. li aveva chiamati, uno per uno e insieme, nel suo ufficio, senza altro scopo che quello di osservarli; e sempre aveva potuto congedarli soddisfatto. Quando alle nove e mezzo di sera arriv davanti alla casa dove abitava, trov sul portone un giovanotto che se ne stava l a gambe larghe fumando una pipa. "Chi lei", domand subito K., e avvicin il viso al giovanotto, dato che nella semioscurit dellandrone non si vedeva quasi nulla. "Sono il figlio del portinaio, signore", rispose il giovanotto, tolse la pipa di bocca e si fece da parte. "Il figlio del portinaio?" chiese K., e impaziente batt con il bastone per terra. "Il signore desidera qualcosa? Devo chiamare mio padre?" "No, no" disse K., cera nella sua voce come una specie di condiscendenza, come se il giovanotto avesse fatto qualcosa di male e tuttavia K. lo perdonasse. "Va tutto bene", disse poi proseguendo, ma prima di salire le scale si volt ancora una volta. Avrebbe potuto andarsene dritto nella sua stanza, ma siccome voleva parlare con la signora Grubach buss subito alla sua porta. La signora era seduta con un lavoro a calza presso un tavolo, sul quale vi era un altro mucchio di vecchie calze. K. si scus per lora tarda, ma la signora Grubach fu molto amichevole e non volle sentir parlare di scuse; K. poteva parlarle in ogni momento, lui sapeva bene di essere il suo pensionante migliore e pi affezionato. K. si guard intorno nella stanza, tutto era esattamente a posto come prima, anche le stoviglie della prima colazione, che si trovavano sul tavolino presso la finestra, erano state sparecchiate. Le mani femminili sbrigano in silenzio molte cose, pens, lui avrebbe potuto mandare i piatti in frantumi sul posto, ma certo non avrebbe saputo portare via tutto. Guard la signora Grubach con una certa gratitudine. "Perch lavora cos fino a tardi", le domand. Ora entrambi sedevano al tavolo, e K. immergeva ogni tanto una mano nelle calze. "C tanto lavoro", disse, "durante il giorno appartengo tutta ai miei pensionanti; se voglio mettere in ordine le mie cose non mi resta che la sera." "E io oggi le ho procurato un lavoro straordinario." "Cosa intende dire?" chiese con maggiore attenzione, mentre posava il lavoro in grembo. "Mi riferisco agli uomini che sono stati qui stamani presto." "Ah, ecco" disse, ritornando tranquilla, "non stato un gran lavoro." In silenzio K. osserv come la signora Grubach riprendeva a lavorare la calza. "Sembra stupita che io ne parli", pens, "non le sembra giusto che io ne parli. E tanto pi importante che io lo faccia. Solo con una vecchia signora posso parlarne." "Eppure le ha causato lavoro certamente", disse poi, "ma non succeder mai pi." "No, non pu succedere pi", disse lei come per conferma, e rivolse a K. un sorriso quasi malinconico. "Lo pensa seriamente?" chiese K. "Certo", disse pi piano la signora Grubach, "ma soprattutto lei non deve prendersela troppo. Con quello che succede nel mondo! Dato che lei, signor K., mi parla cos in confidenza, posso confessarle di avere un po origliato dietro la porta, e anche che i due sorveglianti mi hanno raccontato qualcosa. Si tratta in fondo della sua felicit, che mi sta davvero a cuore, forse ancor pi di quanto mi spetti, dato che sono solo la sua affittacamere. Dunque, ho sentito qualcosa, ma non posso dire che fosse qualcosa di brutto. No. Certo lei in arresto, ma non come potrebbe esserlo un ladro. Quando si viene arrestati come ladri allora un guaio, ma questo arresto... Mi sembra come qualcosa di erudito, mi perdoni se dico qualcosa di sciocco, come qualcosa di erudito, che io certo non capisco, ma che neppure c vera necessit di capire." "Non affatto sciocco quello che ha detto, signora Grubach, o per lo meno sono in parte anchio della sua opinione,

solo il mio giudizio complessivo ancor pi reciso del suo e questo affare mi sembra non qualcosa di erudito, ma un niente addirittura. Sono stato preso allimprovviso, ecco tutto. Se appena sveglio, senza lasciarmi confondere dallassenza di Anna, mi fossi subito alzato, e incurante di chi trovavo sulla mia strada fossi venuto da lei, se per questa volta, in via eccezionale, avessi fatto colazione in cucina, mi fossi fatto prendere da lei i vestiti nella mia stanza, insomma, se mi fossi comportato con ragionevolezza, non sarebbe successo nientaltro, tutto ci che voleva succedere sarebbe stato soffocato sul nascere. Ma siamo cos poco preparati. In banca, per esempio, sono preparato, l una cosa del genere non avrebbe potuto capitarmi, l ho un mio usciere personale, davanti a me sul tavolo ho il telefono esterno e il telefono dufficio, vengono in continuazione persone, parti in causa e impiegati; ma soprattutto poi l sono sempre in rapporto con il lavoro, e perci in continua presenza di spirito, essere messo di fronte a una cosa del genere l sarebbe per me soltanto un piacere. Ora tutto passato e nemmeno volevo parlarne pi, solo volevo sentire il suo giudizio, il giudizio di una donna ragionevole, e sono contento che siamo daccordo. Ora lei mi deve dare la mano, un simile accordo deve essere confermato da una stretta di mano." Mi dar la mano? Lispettore la mano non me lha data, pens, e guard la donna con occhi diversi da prima, esaminandola. Lei si alz perch si era alzato lui, era un po in imbarazzo, perch non tutto quello che K. aveva detto le era risultato comprensibile. A causa di questo imbarazzo tuttavia disse qualcosa che non voleva, e che non centrava neppure: "Non se la prenda tanto, signor K.", disse, aveva la voce lacrimosa e naturalmente si dimentic di stringere la mano. "Non sapevo di prendermela tanto", disse K. improvvisamente stanco, rendendosi conto di quanto poco valesse qualunque consenso di questa donna. Sulla porta chiese ancora: "La signorina Brstner in casa?" "No", disse la signora Grubach, e con tardiva, ragionevole partecipazione sorrise a questa secca informazione. "E a teatro. Voleva qualcosa da lei? Devo riferire qualcosa?" "Ah, volevo solo scambiare con lei due parole." "Purtroppo non so quando ritorna; di solito, quando va a teatro, torna tardi." "E del tutto indifferente", disse K. e voltava gi il capo chino alla porta per andarsene, "volevo solo scusarmi con lei per il disordine che le ho causato oggi nella sua stanza." "Non necessario, signor K., lei ha troppi riguardi, naturalmente la signorina non ne sa niente, era fuori casa fin dal primo mattino, e poi tutto di nuovo in ordine, pu guardare lei stesso." E cos dicendo apr la porta che dava nella stanza della signorina Brstner. "Grazie, ci credo" disse K., ma poi si avvicin alla porta aperta. La luna splendeva silenziosa nella stanza buia. Per quel che si poteva vedere era davvero tutto al suo posto, anche la camicetta non era pi appesa alla maniglia della finestra. I cuscini del letto sembravano stranamente alti, ed erano parzialmente illuminati dalla luna. "La signorina rientra spesso tardi", disse K. e guard la signora Grubach come se ne avesse colpa lei. "Si sa come sono i giovani!" disse comprensiva la signora Grubach. "Certo, certo", disse K., "ma la cosa pu andare troppo in l." "Certo che pu", disse la signora Grubach, "quanto ha ragione lei, signor K., e forse persino in questo caso. Certo non voglio calunniare la signorina Brstner, una brava cara ragazza, cordiale, ordinata, puntuale, laboriosa, apprezzo molto tutto ci, ma una cosa certa, dovrebbe essere pi fiera di se stessa, pi riservata. In questo mese lho gi vista due volte in strade fuori mano, e sempre con un uomo diverso. E una gran pena per me, com vero Dio lo racconto solo a lei, signor K., ma prima o poi non potr fare a meno di parlarne anche con la signorina in persona. E poi non neppure lunica cosa che mi fa nascere sospetti sul suo conto." "Lei su una falsa strada", disse K., furioso e quasi incapace di nasconderlo, "daltronde, lei evidentemente ha equivocato la mia osservazione sulla signorina, non intendevo questo. Anzi, in tutta sincerit devo diffidarla dal dire alcunch alla signorina, lei completamente in errore, io conosco la signorina molto bene e in ci che lei ha detto non c nulla di vero. Daltra parte forse mi spingo troppo oltre, non voglio ostacolarla, dica pure alla signorina quello che vuole. Buona notte." "Signor K.", disse implorante la signora Grubach e gli corse dietro fino alla sua porta, che K. aveva gi aperto, "di certo non parler ancora con la signorina, naturalmente prima voglio osservarla ancora, solo a lei ho confidato quel che sapevo. In fin dei conti una preoccupazione di tutti gli affittacamere che vogliono mantenere pulita la loro pensione, e i miei sforzi vanno solo in questa direzione." "Pulizia!" esclam ancora K. attraverso la fessura della porta, "se lei vuole mantenere pulita la pensione, deve per prima cosa congedare me." E detto ci chiuse la porta, senza prestare pi attenzione al lieve bussare che segu. Invece decise, poich non aveva alcuna voglia di dormire, di rimanere ancora sveglio e stabilire cos in questa occasione a che ora la signorina Brstner sarebbe tornata. Forse sarebbe stato anche possibile, per quanto inopportuno, scambiare due parole con lei. Appoggiato alla finestra e premendosi gli occhi stanchi, per un momento pens addirittura di punire la signora Grubach e di convincere la signorina Brstner a lasciare la camera insieme con lui. Subito per il progetto gli parve assurdamente esagerato, e gli venne addirittura il sospetto contro se stesso di

voler cambiare lappartamento a motivo di ci che era successo quella mattina. Niente sarebbe stato pi insensato e soprattutto pi inutile e meschino. Quando si fu stancato di guardare fuori nella strada deserta si mise sul divano, dopo aver aperto un poco la porta che dava in anticamera, in modo da poter vedere subito dal divano chiunque entrasse in casa. Fin verso le undici rimase tranquillo sul divano, fumando un sigaro. Da quellora in poi per non riusc pi a trattenersi, ma andava un poco in anticamera, come se potesse cos facendo accelerare il ritorno della signorina Brstner. Non aveva un particolare bisogno di lei, e anzi non riusciva neppure a ricordarsi bene che aspetto avesse, ma ormai voleva parlare con lei e lo irritava che con il suo ritorno tardivo portasse, anche al termine di questo giorno, inquietudine e disordine. Era colpa sua anche che stasera K. non avesse cenato e che avesse tralasciato la visita da Elsa, prevista per oggi. Daltronde era ancora in tempo a fare entrambe le cose, andando nellosteria dove lavorava Elsa; e aveva ancora intenzione di farlo, dopo il colloquio con la signorina Brstner. Erano le undici e mezza passate quando si ud qualcuno nel vano delle scale. K., che, intento ai suoi pensieri, passeggiava rumorosamente su e gi nellanticamera come se fosse la sua stanza, fugg dietro la sua porta. Era la signorina Brstner che era tornata. Chiudendo la porta, si strinse con un brivido uno scialle di seta intorno alle spalle sottili. Subito dopo sarebbe entrata nella sua stanza, dove certamente K. non avrebbe potuto intromettersi a quellora vicina a mezzanotte; doveva quindi rivolgerle la parola ora, ma, poich sfortunatamente aveva dimenticato di accendere la luce elettrica nella sua stanza, ora la sua comparsa dal buio della stanza avrebbe avuto laspetto di unaggressione e quanto meno avrebbe causato un grosso spavento. Incerto sul da farsi, e poich non cera tempo da perdere, sussurr attraverso la fessura della porta: "Signorina Brstner." Suonava come unimplorazione, non come una chiamata. "C qualcuno qui?" chiese la signorina Brstner guardandosi intorno con gli occhi spalancati. "Sono io", disse K. facendosi avanti. "Ah, signor K.!" disse la signorina Brstner sorridendo, "buona sera" e gli porse la mano. "Volevo dirle due parole, me lo consente ora?" "Ora?" chiese la signorina Brstner, "dobbiamo proprio ora? E un po strano, non le pare?" "E dalle nove che la aspetto." "Ah s, ero a teatro, ma non sapevo di lei." "Il motivo per cui intendo parlarle si realizzato solo oggi." "Beh, non ho propriamente nulla in contrario, salvo il fatto che sono stanca morta. Venga allora un paio di minuti nella mia stanza. Qui non possiamo trattenerci in nessun caso, svegliamo tutti e questo sarebbe per me pi spiacevole per noi che non per la gente. Aspetti qui finch non ho acceso la luce nella mia stanza, poi la spenga lei qui." K. ubbid, ma aspett ancora finch la signorina Brstner a bassa voce lo invit ancora una volta dalla sua stanza a entrare. "Si sieda", disse indicando lottomana, lei invece rimase in piedi vicino al letto, nonostante la stanchezza di cui aveva parlato; non si tolse neppure il cappello, piccolo ma adorno di una moltitudine di fiori. "Cosa voleva dunque? Sono davvero curiosa." Incroci leggermente le gambe. "Forse lei dir", cominci K., "che la questione non era tanto urgente da essere discussa ora, ma..." "Le introduzioni le salto sempre", disse la signorina Brstner. "Ci mi facilita il compito", disse K. "Stamani presto, in un certo senso per colpa mia, la sua stanza stata messa un po in disordine, successo ad opera di estranei e contro la mia volont, tuttavia, come ho detto, per colpa mia; e di questo volevo chiederle scusa." "La mia stanza?" chiese la signorina Brstner, e invece della stanza guard con aria indagatrice K. "Proprio cos", disse K., e ora per la prima volta si guardarono entrambi negli occhi, "il modo e la maniera in cui ci successo non sono di per s degni di menzione." "Ma proprio quello linteressante", disse la signorina Brstner. "No", disse K. "Ebbene", disse la signorina Brstner, "non voglio intromettermi in cose segrete, se lei insiste a dire che non una cosa interessante non mi opporr. Le sue scuse le accetto volentieri, soprattutto perch non riesco a trovare alcuna traccia di disordine." Con le mani aperte distese sui fianchi fece un giro attraverso la stanza. Davanti al telino delle fotografie improvvisamente si arrest. "Guardi!", esclam, "Le mie fotografie sono davvero in disordine. Ci veramente sgradevole. Allora davvero qualcuno stato nella mia stanza a mia insaputa." K. fece un cenno con il capo, maledicendo fra s limpiegato Kaminer, che non riusciva mai a controllare la propria squallida e insensata vivacit. "E strano", disse la signorina Brstner, che io sia costretta a proibirle ci che lei dovrebbe proibirsi da s, e cio di entrare nella mia stanza in mia assenza." "Ma signorina, come le ho gi spiegato", disse K. avvicinandosi anchegli alle fotografie, "non sono stato io a manomettere le fotografie; ma dato che non mi crede devo ammettere che la commissione di indagine aveva portato con s tre impiegati di banca, uno dei quali, che caccer dalla banca appena possibile, ha evidentemente preso in mano le fotografie." "S, c stata qui una commissione di indagine", aggiunse K., dato che la signorina lo guardava con aria interrogativa. "Per causa sua?" chiese la signorina. "S", rispose K. "No", esclam la signorina ridendo. "Eppure cos", disse K. "ma lei, mi crede innocente?" "Beh, innocente...", disse la signorina, "non voglio emettere cos, su due piedi, un giudizio forse carico di conseguenze, e poi io non la conosco, pure mi sembra che debba essere un gran malfattore quello al quale si spedisce subito cos, alle calcagna, una commissione di

indagine. Ma siccome lei libero - o per lo meno deduco dalla sua tranquillit che lei non appena evaso dal carcere - evidentemente non pu aver commesso un crimine tanto grave." "S", disse K., "ma pu anche darsi che la commissione di indagine si sia resa conto che io sono innocente, o per lo meno non tanto colpevole quanto si pensava." "Certo, possibile" disse con grande attenzione la signorina Brstner. "Vede", disse K., "lei non ha molta esperienza in affari di tribunale." "E vero, non ne ho", disse la signorina Brstner, "ed una cosa che mi sempre dispiaciuta, perch mi piacerebbe sapere tutto, e soprattutto le questioni di tribunale mi interessano straordinariamente. Il tribunale ha una attrattiva tutta sua, non vero? Ma di certo perfezioner le mie conoscenze in questo campo, perch il mese prossimo entrer come addetta di cancelleria in uno studio di avvocato." "Questa unottima cosa", disse K. "in tal caso potr aiutarmi un po nel mio processo." "Pu darsi", disse la signorina Brstner, "perch no? Mi piace fare uso di quel che so." "Guardi che parlo sul serio", disse K., "o almeno con quella mezza seriet che anche nelle sue parole. La questione troppo meschina per attirare un avvocato, ma di un consigliere potrei ben servirmi." "S, per se devo essere un consigliere dovrei conoscere di che si tratta", disse la signorina Brstner. "Proprio questo il guaio", disse K., "non lo so neanchio." "Allora lei si preso gioco di me", disse la signorina Brstner oltremodo delusa, "e per questo non cera proprio bisogno di scegliere questora della notte." E si allontan dalle fotografie, dove erano stati cos a lungo uniti. "Ma no, signorina", disse K., "non sto scherzando. Perch non mi vuole credere? Quello che so glielo ho gi detto. E forse anche pi di quello che so, perch non era una commissione di indagine, sono io che la chiamo cos perch non saprei definirla altrimenti. Non c stata in realt nessuna indagine, io sono stato solo arrestato, per da una commissione." La signorina Brstner sedette sullottomana e rise di nuovo: "Com andata allora?" domand. "In modo terribile", disse K. ma senza pensare affatto a quel che diceva, tutto preso dalla vista della signorina Brstner che appoggiava la testa su una mano - il gomito su un cuscino dellottomana - mentre con laltra mano si accarezzava lentamente il fianco. "E troppo generico", disse la signorina Brstner. "Cosa troppo generico?" domand K. Poi si ricord, e chiese: "Vuole che le mostri come andata?" Voleva fare un po di movimento, e non andarsene. "Sono stanca ormai", disse la signorina Brstner. "E tornata cos tardi", disse K. "Ora va a finire che mi tocca prendere dei rimproveri! Daltra parte sarebbe anche giusto, a questora non avrei dovuto farla entrare. Non cera neppure bisogno, come si visto." "Cera bisogno invece, e lo vedr ora", disse K. "Posso spostare dal suo letto il tavolino da notte?" "Cosa le salta in mente?" disse la signorina Brstner. "Naturale che non pu!" "Allora non posso mostrarle nulla" disse K. irritato, come se da ci ricevesse un danno smisurato. "Va bene, se ne ha bisogno per la sua rappresentazione, sposti pure tranquillamente il tavolino", disse la signorina Brstner, e dopo un poco aggiunse con voce pi debole: "Sono talmente stanca che permetto pi di quanto sarebbe opportuno." K. mise il tavolino in mezzo alla stanza e ci si sedette dietro. "Lei deve immaginare con precisione la posizione dei personaggi, molto interessante. Io sono lispettore, l sulla valigia siedono due sorveglianti, vicino alle fotografie stanno in piedi tre giovani. Alla maniglia della finestra, lo dico di sfuggita, appesa una camicetta bianca. E ora la cosa ha inizio. Ah, dimenticavo, la persona pi importante, cio io, sono qui davanti al tavolino. Lispettore sta seduto secondo i suoi comodi, le gambe accavallate, il braccio qui penzolante dallo schienale, un villano senza pari. E ora comincia per davvero. Lispettore mi chiama come se dovesse svegliarmi, e grida proprio, per farle capire devo purtroppo gridare anchio, e ci che grida daltra parte solo il mio nome." La signorina Brstner, che ascoltava ridendo, mise lindice alle labbra per impedire che K. gridasse, ma era troppo tardi, K. era troppo immedesimato nella parte e lentamente grid: "Josef K.!", non proprio cos forte come aveva minacciato, ma abbastanza forte perch il nome, una volta formulato cos allimprovviso, sembrasse poi diffondersi a poco a poco nella stanza. In quel momento si ud bussare pi volte alla porta della stanza attigua, con suono forte, breve e regolare. La signorina Brstner impallid e mise la mano sul cuore. Lo spavento di K. fu tanto maggiore perch per un attimo fu del tutto incapace di pensare a qualcosa di diverso dagli eventi della mattina e dalla ragazza cui li stava raccontando. Appena si riprese, si precipit dalla signorina Brstner e le prese la mano. "Non abbia paura", sussurr, "metter tutto in ordine. Ma chi pu essere? Qui accanto c solo il soggiorno, dove non dorme nessuno." "Non cos", sussurr la signorina Brstner allorecchio di K., "da ieri dorme qui un nipote della signora Grubach, un capitano. Non ci sono altre stanze libere. Anchio lo avevo dimenticato. Doveva proprio urlare cos? Sono proprio infelice." "Non ce n motivo", disse K. e mentre la signorina si sprofondava sul cuscino le baci la fronte. "Via, via", disse lei alzandosi di nuovo in fretta. "Se ne vada, se ne vada. Cosa vuole da me, quello origlia alla porta, sente tutto. Come mi tormenta!" "Non me ne andr prima che lei si sia calmata un poco", disse K., "venga nellaltro angolo della stanza, laggi non pu sentirci." La signorina si lasci portare. "Lei forse non ha riflettuto", disse K., "che per lei si tratta senzaltro di una sconvenienza, ma certamente non di un pericolo. Lei sa quanto la signora Grubach - in questo caso la persona decisiva, soprattutto perch il capitano suo nipote - ha rispetto di me, e crede ciecamente a tutto quel

che dico. Anche per altri motivi poi dipende da me, perch le ho prestato una discreta somma di denaro. Mi proponga una qualsiasi scusa, purch appena verosimile, per il nostro convegno di stasera e io laccetto, e mi impegno a far s che la signora Grubach la creda non solo formalmente, ma anche realmente e sinceramente. A tal proposito non abbia riguardi nei miei confronti. Se vuole che si dica che io lho aggredita, la signora Grubach verr informata in questo senso e ci creder, senza per questo perdere la fiducia in me, tanto grande la sua dipendenza nei miei confronti." La signorina Brstner guardava davanti a s sul pavimento, silenziosa e un po abbattuta. "Perch la signora Grubach non dovrebbe credere che io lho aggredita?", aggiunse K. Guardava davanti a s i capelli di lei, capelli rossicci con la scriminatura, appena gonfiati, saldamente intrecciati. Credeva che avrebbe alzato lo sguardo, invece rimanendo nella stessa posizione la signorina Brstner disse: "Mi scusi, ma sono stata spaventata pi dai colpi improvvisi che dalle conseguenze che potrebbe avere la presenza del capitano. Cera un tale silenzio dopo il suo grido, e proprio allora hanno bussato, e poi io ero seduta vicino alla porta, mi hanno bussato proprio a un passo. Per la sua proposta la ringrazio, ma non posso accettarla. Io posso assumermi la responsabilit di tutto quel che succede nella mia camera, e di fronte a chiunque. Mi meraviglio che lei non si accorga di come la sua proposta sia offensiva per me, a parte naturalmente le buone intenzioni, che riconosco di certo. Ma ora vada, mi lasci sola, ora ne ho pi bisogno di prima. I due minuti che lei aveva chiesto sono diventati mezzora e pi." K. le prese prima la mano, poi il polso e disse: "Non arrabbiata con me?" Lei sottrasse la mano e rispose: "No, no, io non mi arrabbio mai con nessuno." Lui le riprese di nuovo il polso, questa volta lei lo permise e in quel modo lo condusse verso la porta. K. aveva la ferma intenzione di andarsene. Ma davanti alla porta, come se non si fosse aspettato di trovare una porta proprio in quel punto, si arrest, la signorina Brstner approfitt di quellistante per sciogliersi da lui, aprire la porta, scivolare in anticamera e da l dire piano a K.: "Ma ora venga, la prego. Vede" - e mostr la porta del capitano, sotto la quale si vedeva una luce - "ha acceso e si sta occupando di noi." "Vengo subito", disse K., corse in avanti, la afferr, la baci sulla bocca e poi su tutto il viso, come una belva assetata che si avventa con la lingua sullacqua di sorgente finalmente trovata. Alla fine la baci sul collo, dalla parte della gola, e l pos a lungo le labbra. Un rumore dalla stanza del capitano gli fece alzare lo sguardo. "Ora me ne vado", disse, avrebbe voluto chiamare la signorina Brstner con il nome di battesimo, ma non lo sapeva. Lei, stanca, fece cenno con il capo, gi mezza voltata gli porse la mano da baciare, come se non se ne accorgesse neppure, e curva se ne torn nella sua stanza. Dopo poco K. era nel suo letto. Si addorment molto alla svelta, prima di assopirsi ripens ancora un poco al suo comportamento e ne fu soddisfatto, solo si meravigli di non esserlo ancora di pi; a motivo del capitano, era seriamente preoccupato per la signorina Brstner.

3)

Primo

interrogatorio

K. era stato informato telefonicamente che la prossima domenica avrebbe avuto luogo un piccolo interrogatorio sulla sua questione. Gli fecero notare che in futuro ci sarebbero stati con regolarit altri simili interrogatori, abbastanza spesso anche se non ogni settimana. Era interesse di tutti portare a termine il processo il pi alla svelta possibile, daltra parte per gli interrogatori dovevano essere esaurienti sotto ogni punto di vista, e tuttavia non durare mai troppo a lungo, per via della tensione che comportavano. Per tali motivi era stata scelta questa procedura di interrogatori frequenti, ma di breve durata. La scelta della domenica come giorno di interrogatorio aveva il significato di non disturbare K. nella sua professione. Si presupponeva che fosse daccordo, ma nel caso che preferisse un altro giorno gli si sarebbe venuto incontro nel miglior modo possibile. Gli interrogatori, ad esempio, erano possibili anche la notte, ma naturalmente in tal caso K. non sarebbe stato abbastanza riposato. In ogni caso, se K. non si fosse fatto vivo con qualcosa in contrario, linterrogatorio restava inteso per domenica. Andava da s che K. sarebbe certamente venuto, non cera sicuramente bisogno di sottolinearlo proprio ora. Gli fu comunicato lindirizzo in cui doveva presentarsi, era una casa in una remota strada di periferia dove K. non era mai stato. Ricevuta questa comunicazione, K. riappese il telefono senza rispondere; aveva deciso subito che domenica sarebbe andato, era certo necessario, il processo stava partendo e lui doveva opporvisi, questo primo interrogatorio doveva anche essere lultimo. Sost un poco, pensieroso, vicino allapparecchio, quando sent dietro di s la voce del vicedirettore che voleva telefonare ma ne era impedito dalla presenza di K. "Cattive notizie?" chiese di sfuggita il vicedirettore, non per sapere qualcosa ma per far spostare K. "No, no", disse K., si spost di lato, ma non se ne and. Il vicedirettore prese il telefono, e mentre aspettava la comunicazione disse al di sopra della cornetta: "Posso farle una domanda, signor K.? Che ne direbbe, domenica prossima sul presto, di fare una gita con me sulla mia barca a vela? Sarebbe un piacere. Saremmo in compagnia, certamente verranno anche dei suoi conoscenti. Fra gli altri anche il pubblico ministero Hasterer. Vuol venire? Ma s, venga!" K. si sforzava di prestare attenzione a ci che il vicedirettore stava dicendo. Non era per lui cosa di scarsa importanza, perch questo invito da parte del vicedirettore, con il quale non era mai stato in buoni rapporti, suonava come un tentativo di riconciliazione e dimostrava come K. stesse diventando importante allinterno della banca e come la sua amicizia, o per lo meno la sua imparzialit, avesse acquisito valore agli occhi del dipendente che, nella banca, era il secondo per importanza. Un tale invito era unumiliazione per il vicedirettore, anche se era stato proferito sulla cornetta, aspettando un collegamento telefonico. Ma K. doveva far seguire a questa una seconda umiliazione, e disse: "Molte grazie! Ma purtroppo domenica non ho tempo, ho gi un impegno." "Peccato", disse il vicedirettore, e si rivolse allinterlocutore telefonico che si era collegato proprio in quel momento. Non fu una telefonata breve, ma K., nella sua distrazione, rimase per tutto il tempo vicino allapparecchio. Solo quando il vicedirettore fin K. si spavent e, per farsi perdonare almeno un po quella sua inutile sosta in piedi, disse: "Mi hanno appena telefonato di andare in un certo posto, ma hanno dimenticato di dirmi a che ora." "Beh, allora li richiami", disse il vicedirettore. "Non cos importante", disse K., anche se con questo la sua scusa, gi poco credibile, diventava ancor pi inverosimile. Nellatto di andarsene il vicedirettore parl ancora di altre cose cui K. si costrinse a rispondere, anche se era impegnato a riflettere che la cosa migliore sarebbe stata arrivare domenica alle nove di mattina, perch era quella lora in cui, nei giorni feriali, tutti i tribunali cominciavano a lavorare. La domenica il tempo era cattivo, K. era molto stanco perch la sera prima, per una festa degli avventori abituali, si era trattenuto in birreria fino a notte tarda e quasi non aveva dormito. In tutta fretta, senza avere il tempo di riflettere e coordinare i diversi piani che aveva pensato durante la settimana, si vest e senza fare colazione corse nel luogo in periferia che gli avevano indicato. Stranamente, bench avesse poco tempo per guardarsi intorno, si imbatt nei tre impiegati che erano al corrente della sua vicenda, Rabensteiner, Kullych e Kaminer. I primi due erano su un tram che attraversava la strada di K., Kaminer invece era seduto sulla terrazza di un caff, e fece un inchino proprio mentre K. passava, piegandosi curioso sulla ringhiera. Tutti lo seguirono con lo sguardo meravigliandosi che il loro principale se ne andasse cos di corsa; per una specie di puntiglio K. non aveva voluto andare con qualche mezzo, in questa sua faccenda provava ripugnanza a ricevere aiuto, anche il pi piccolo, da chicchessia, inoltre non voleva coinvolgere nessuno, anche per non rendere nessuno partecipe della questione, sia pure alla lontana; e infine non aveva nessuna voglia di umiliarsi davanti alla commissione di indagine con una eccessiva puntualit. Comunque ora correva per arrivare se possibile alle nove, anche se non era stato neppure convocato per unora precisa. Aveva creduto di poter riconoscere gi da lontano ledificio per una qualche insegna, che non si era immaginato con

precisione, o per un particolare movimento di persone davanti allingresso. Ma la Juliusstrae, che era la strada in questione e al cui inizio K. si ferm per un istante, era formata da ambo i lati da case tutte uguali, case alte e grigie abitate in affitto da povera gente. Oggi, che era domenica mattina, la maggior parte delle finestre era occupata da uomini in maniche di camicia che si sporgevano e fumavano, o tenevano bambini piccoli sul davanzale, con attenzione e tenerezza. Altre finestre erano colme di lenzuola e materassi, sui quali, per un attimo, compariva la testa spettinata di una donna. Ci si chiamava da un lato allaltro della stradina, e un tale rumore aveva su K. leffetto di una gran risata. Nella lunga strada, a intervalli regolari, si trovavano piccoli negozi, posti sotto il livello della strada e raggiungibili con qualche gradino, che vendevano diversi generi alimentari. Donne ne entravano e uscivano, oppure sostavano sui gradini a chiacchierare. Un verduraio, che esaltava le sue merci in direzione delle finestre, distratto quanto K., stava quasi per investirlo con il suo carretto. Un micidiale grammofono, che aveva lavorato in quartieri migliori, cominci proprio allora a suonare. K. procedette lentamente nel vicolo, come se ora avesse tempo o come se il giudice istruttore lo vedesse da qualche finestra e sapesse perci che ormai K. era arrivato. Erano da poco passate le nove. Ledificio era veramente largo, esteso in modo quasi inusuale, soprattutto il portone dingresso era alto e largo. Evidentemente era destinato ai carichi pesanti appartenenti ai diversi magazzini che, in quel momento sbarrati, circondavano il grande cortile e portavano le insegne delle loro ditte, alcune delle quali K. conosceva dal suo lavoro in banca. Occupato, contro ogni sua abitudine, a considerare meglio tutti questi particolari, rimase fermo per un poco allingresso del cortile. Vicino a lui, su una cassa, sedeva un uomo a piedi nudi leggendo una rivista. Due giovani si dondolavano su un carretto a mano. Una ragazza in giacca da notte, debole e giovane, stava davanti a una pompa e attingendo acqua nella sua brocca guardava in direzione di K. In un angolo del cortile era tesa fra due finestre una corda su cui certi capi di biancheria erano gi stesi ad asciugare. Sotto stava un uomo e con alcune grida dirigeva il lavoro. K. si diresse alla scala per raggiungere la sala delle udienze, ma subito in silenzio si ferm, perch oltre a questa scala vide nel cortile tre altre rampe di scale e oltre a ci un piccolo sottopassaggio in fondo al cortile sembrava introdurre in un secondo cortile. K. si incoller che non gli avessero specificato meglio la sede della sala, veniva trattato dunque con particolare negligenza o quanto meno indifferenza, e aveva intenzione di dirlo chiaro e tondo. Alla fine tuttavia sal la prima scala, ripensando dentro di s allaffermazione del sorvegliante Willem secondo cui il tribunale era attratto dalla colpa, dal che si doveva dedurre che la sala delle udienze doveva trovarsi sulla rampa che K. avesse scelto a caso. Salendo disturb parecchi bambini che giocavano sulle scale e che, quando K. pass in mezzo a loro, lo guardarono con collera. "Se dovr rifare questa strada", si disse, "dovr portare con me dei dolciumi per conquistarmeli, oppure il bastone per picchiarli." Poco prima di arrivare al primo piano dovette persino aspettare un attimo finch una palla finisse il suo volo, due ragazzini con aria bizzarra e adulta da furfanti lo trattenevano intanto ai pantaloni; se avesse voluto liberarsene avrebbe dovuto far loro del male, e aveva paura delle loro grida. Al primo piano cominci la ricerca vera e propria. Non potendo chiedere esplicitamente della commissione di indagine, si invent un falegname Lanz - gli venne in mente questo nome perch cos si chiamava il capitano, il nipote della signora Grubach - e intendeva chiedere in tutte le abitazioni se abitava l il falegname Lanz, in modo da poter sbirciare allinterno. Risult tuttavia che ci era possibile nella maggior parte dei casi anche senza espedienti, perch quasi tutte le porte erano aperte e bambini entravano e uscivano. Di regola erano piccole stanze con una sola finestra, nelle quali si faceva anche cucina. Alcune donne tenevano in braccio dei lattanti e con la mano libera lavoravano al focolare. Qua e l correvano con grande zelo delle ragazzine, apparentemente vestite solo di un grembiule. In tutte le stanze i letti erano ancora occupati, o da malati, o da gente che dormiva, o ancora da persone che vi si erano distese vestite. K. buss alle abitazioni con la porta chiusa e chiese se abitava l un certo falegname Lanz. Per lo pi veniva ad aprire una donna, ascoltava la domanda e si volgeva nella stanza in direzione di qualcuno, che si alzava da letto. "Il signore chiede se abita qui un certo falegname Lanz." "Falegname Lanz?" chiedeva quello dal letto. "S", diceva allora K., anche se non cera pi dubbio che la commissione di indagine non era qui e dunque il suo compito era terminato. Molti credevano che a K. stesse molto a cuore trovare questo falegname Lanz, pensavano a lungo, nominavano un falegname, che per non si chiamava Lanz, oppure facevano un nome che aveva con Lanz un somiglianza assai lontana, oppure chiedevano ai vicini, o ancora accompagnavano K. a una porta lontana dove a loro giudizio una tale persona poteva magari abitare in subaffitto, o dove cera qualcuno che poteva dare informazioni migliori delle loro. Alla fine K. non aveva quasi pi bisogno di chiedere, ma veniva in questo modo

trascinato di piano in piano. Si pent del suo espediente, che in un primo tempo gli era sembrato cos pratico. Prima del quinto piano decise di abbandonare la ricerca, si accomiat da un operaio giovane e gentile che voleva condurlo ancor pi in alto e cominci a scendere. Poi per linutilit di tutta questa impresa lo infastid, torn ancora indietro e buss alla prima porta del quinto piano. La prima cosa che vide nella piccola stanza fu un grande orologio da parete, che segnava gi le dieci. "Abita qui un certo falegname Lanz?", chiese. "Prego", disse una giovane donna con occhi neri e lucenti che proprio in quel momento stava lavando biancheria da bambino in un secchio, e con la mano bagnata indic la porta aperta della stanza accanto. K. credette di entrare in una assemblea. Una folla costituita dalle persone pi diverse - nessuno si cur di lui che entrava - riempiva una stanza a due finestre, di media grandezza, che vicino al soffitto era circondata da una galleria, la quale era a sua volta completamente occupata da persone che dovevano stare curve, con la testa e le spalle schiacciate contro il soffitto. K., oppresso dallaria viziata, usc di nuovo, e chiese alla giovane donna, che evidentemente non lo aveva capito bene: "Guardi che ho chiesto se abita qui un falegname, un certo Lanz." "S", disse la donna, "la prego, entri pure." K. forse non le avrebbe dato retta, se la donna non gli si fosse avvicinata, e non avesse preso la maniglia dicendo: "Dopo di lei devo chiudere, non pu entrare pi nessuno." "Molto ragionevole", disse K. "ma gi ora troppo pieno." Ma poi entr di nuovo. Passando fra due uomini che si intrattenevano proprio accanto alla porta - uno, con entrambe le mani distese, faceva il gesto di contare del denaro, laltro lo guardava dritto negli occhi - spunt una mano e afferr K. Era un giovane piccolo e dalle guance rosse. "Venga, venga", disse. K. si lasci condurre, e risult che nella folla caotica cera tuttavia una strada sottile libera, che probabilmente divideva due fazioni; a favore di questa ipotesi stava anche il fatto che nelle prime file a destra e a sinistra K. non pot vedere quasi nessuno rivolto verso di lui, ma solo le spalle di persone che con parole e gesti si rivolgevano soltanto agli appartenenti alla propria fazione. La maggior parte era vestita di nero, con vecchie giacche da festa che pendevano lunghe e larghe. Solo questo abbigliamento disorientava K., per il resto avrebbe giudicato il tutto come la riunione di un circolo politico. Allaltro estremo della sala dove K. fu condotto, su una specie di podio molto basso ma ugualmente stracolmo si trovava un piccolo tavolo disposto di traverso, e dietro di esso, quasi sullorlo del podio, sedeva un ometto grasso e sbuffante, che fra grandi risate stava chiacchierando con un uomo in piedi dietro di lui; questultimo aveva appoggiato un gomito sullo schienale della sedia e teneva le gambe incrociate. Pi volte lometto agitava in aria il braccio, come se stesse facendo la caricatura di qualcuno. Il giovane che conduceva K. fece fatica ad annunciare quel che doveva dire. Gi per due volte, sulla punta dei piedi, aveva tentato di parlare, ma luomo lass non lo aveva notato. Solo quando una delle persone sul podio richiam lattenzione sul giovane luomo si volt verso di lui e, chinandosi, ascolt il messaggio che gli veniva sussurrato. Poi estrasse il suo orologio e veloce rivolse lo sguardo a K. "Lei avrebbe dovuto comparire unora e cinque minuti fa", disse. K. avrebbe voluto rispondere qualcosa, ma non ne ebbe il tempo, perch appena luomo ebbe finito di parlare dalla parte destra della sala si alz un mormorio generale. "Lei avrebbe dovuto comparire unora e cinque minuti fa", ripet allora luomo a voce pi alta e subito guard gi nella sala. Subito anche il mormorio divenne pi forte, e poich luomo non aggiunse altro si spense gradualmente. Ora in sala cera molto pi silenzio di quando K. era entrato. Solo la gente in galleria non cessava di fare osservazioni. Per quanto consentivano di vedere la penombra, il vapore e la polvere, quelli lass erano vestiti peggio degli altri. Alcuni si erano anche portati dei cuscini, che mettevano fra la testa e il soffitto per non ferirsi. K. aveva deciso di osservare pi che parlare, e perci, rinunciando a difendersi per un suo supposto ritardo, disse soltanto: "In ritardo o no, ora sono qui." Dalla parte destra della sala, si ud ancora un applauso di approvazione. "E gente facile da conquistare", pens K., disturbato ora dal silenzio nella met sinistra della sala, che si trovava proprio dietro di lui e dalla quale si erano alzati solo alcuni battimani isolati. Pens a cosa poteva dire per conquistarsi tutti in una volta oppure, se ci fosse stato impossibile, guadagnare almeno temporaneamente anche lapprovazione degli altri. "S", disse luomo, "ma io non sono pi tenuto a concederle udienza" - di nuovo ci fu il mormorio, questa volta di dubbio significato, perch facendo con la mano un cenno alla folla luomo continu - "tuttavia, in via eccezionale, per oggi la conceder. Un tale ritardo per non deve pi ripetersi. E ora venga avanti!" Qualcuno salt gi dal podio, sicch per K. si liber un posto sul quale pot salire. Era in piedi, premuto stretto contro il tavolo, la folla dietro di lui era tanto grande che K. doveva opporle resistenza per non far cadere gi dal podio il tavolo del giudice istruttore, e,

forse,

il

giudice

stesso.

Il giudice istruttore non se ne cur, ma rimase comodo sulla sua sedia e, dopo aver detto una parola conclusiva alluomo dietro di s, afferr un piccolo quaderno di appunti, che era il solo oggetto sul tavolo. Aveva unaria scolastica, ed era vecchio, sformato da una lunga consultazione. "Allora", disse il giudice istruttore, sfogli il quaderno e con il tono di una constatazione si rivolse a K.: "Lei un decoratore di pareti?" "No", disse K. "sono il primo procuratore di una grande banca." A questa risposta, nella parte destra di sotto della sala, segu una risata tanto cordiale, che anche K. fin per mettersi a ridere. La gente si appoggiava con le mani sulle ginocchia ed era scossa come da un grave attacco di tosse. Persino qualcuno in galleria rideva. Il giudice istruttore, che si era ormai incollerito e che forse non aveva potere sulle persone di sotto, cerc di rifarsi sulla galleria, salt in piedi, fece verso la galleria un gesto di minaccia e le sue sopracciglia, che altrimenti erano insignificanti, aggrottandosi enormi sugli occhi parvero folte e nere. La met sinistra della sala, invece, era ancora silenziosa, l le persone se ne stavano in fila, rivolte verso il podio, e ascoltavano ci che si diceva lass con la stessa calma con cui prendevano il chiasso dellaltra fazione; permettevano addirittura che qualcuno delle loro file qua e l si comportasse come la gente dellaltra parte. Quelli di sinistra, tra laltro inferiori di numero, erano fondamentalmente insignificanti come quelli di destra, ma la calma del loro comportamento faceva s che sembrassero pi importanti. Cominciando ora a parlare, K. era convinto di esprimersi secondo il loro modo di vedere. "Signor giudice istruttore, la domanda stessa che lei mi ha rivolto, se cio io sia un decoratore di pareti - e pi che rivolgere, lei me lha fatta cadere in testa - questa domanda tipica di tutto il modo di procedere nei miei confronti. Lei pu obiettare che non si tratta di un procedimento, e avrebbe ragione, un procedimento soltanto se io lo riconosco come tale. Ma solo momentaneamente che io lo riconosco, in un certo senso per compassione. La compassione lunico sentimento con cui lo si pu considerare; se pure si vuole, in generale, considerarlo. Io non dico che sia un procedimento da carogne, ma vorrei offrirle questa definizione perch lei stesso possa riconoscerlo come tale." K. si interruppe e guard gi nella sala. Ci che aveva detto era pungente, forse anche pi pungente di quanto avesse avuto intenzione, tuttavia era esatto. Avrebbe meritato approvazione in qualche punto, ma tutti erano silenziosi, evidentemente aspettavano tesi ci che sarebbe seguito, forse si preparavano in silenzio a unesplosione che ponesse fine a tutto. Fu un disturbo che in quel momento si aprisse la porta in fondo alla sala, facendo entrare la giovane lavandaia che evidentemente aveva finito il suo lavoro e che, nonostante tutta la cautela che impieg, attir su di s gli sguardi di alcuni. Solo il giudice istruttore diede a K. una gioia diretta, perch sembr subito colpito dalle parole di K. Finora aveva ascoltato in piedi, perch era stato sorpreso dal discorso di K. mentre si era alzato per minacciare la galleria. Ora, in quella pausa, si sedette lentamente, come se nessuno dovesse accorgersene. Forse per ridare calma al suo aspetto prese di nuovo il quaderno. "Non serve a niente", continu K., "anche il suo quaderno, signor giudice istruttore, conferma quel che dico." Contento di udire solo le proprie parole tranquille in quella riunione di estranei, K. os persino portar via il quaderno al giudice istruttore e sollevarlo in alto per un foglio centrale, come se ne avesse ribrezzo, sicch le pagine fitte di scrittura, macchiate e bordate di giallo, pendevano in basso da un lato e dallaltro. "Ecco gli atti del giudice istruttore", disse, lasciando cadere sul tavolo il quaderno. "Ci legga pure dentro con calma, signor giudice istruttore, non ho davvero paura di questa lista delle colpe, anche se mi inaccessibile, dato che posso prenderla solo con la punta di due dita." Poteva essere solo un segno di profonda umiliazione, o almeno cos doveva intendersi, il fatto che il giudice istruttore afferr il quaderno non appena caduto sul tavolo, cerc di metterlo un po in ordine e lo riprese per leggerlo. I volti delle persone nelle prime file erano rivolti a K. con tanta tensione, che questi per un poco guardo gi verso di loro. Erano generalmente uomini anziani, alcuni con la barba bianca. Che fossero loro gli elementi decisivi, quelli che potevano influenzare tutta lassemblea? Questa non si era lasciata scuotere neppure in virt dellumiliazione del giudice istruttore dallinerzia in cui era sprofondata quando K. aveva cominciato a parlare. "Ci che avvenuto a me", continu K. pi piano di prima, indagando sempre i volti della prima fila, il che dava al

suo discorso unaria distratta, "ci che avvenuto a me solo un caso singolo e quindi in s di poca importanza, e non lo prendo molto sul serio. Esso per il segno di come si procede nei confronti di molte persone. E per questi che io sono qui, non per me." Involontariamente aveva alzato la voce. Da qualche parte qualcuno applaud con le mani alzate gridando: "Bravo! E perch no? Bravo! E ancora bravo!" Qui e l, nelle prime file, qualcuno si carezzava la barba, nessuno si volt per quel grido. Nemmeno K. gli attribu importanza, ma ne fu incoraggiato; ora non gli sembrava neanche pi necessario che tutti applaudissero convinti, bastava che in generale si cominciasse a riflettere sulla cosa e che ogni tanto il discorso convincesse qualcuno. "Non cerco un successo da oratore", disse K. sullonda di queste riflessioni, "n daltra parte sarei capace di ottenerlo. Il signor giudice istruttore parla senzaltro meglio di me, in fondo il suo mestiere. Quel che voglio solo laperta discussione di una evidente ingiustizia. Ascoltate: dieci giorni fa sono stato arrestato, dellarresto in s me ne infischio, ma questo non centra adesso. Sono stato assalito a letto la mattina presto, forse - dopo ci che ha detto il giudice istruttore non pi escluso - lordine era di arrestare un decoratore di pareti altrettanto innocente quanto me, comunque hanno scelto me. La stanza accanto era occupata da due sorveglianti grossolani. Se fossi un brigante pericoloso le precauzioni non avrebbero potuto essere pi adeguate. E poi questi sorveglianti erano plebaglia scostumata, mi hanno riempito le orecchie di chiacchiere, intendevano farsi corrompere, volevano sottrarmi con linganno abiti e biancheria, volevano denaro per portarmi la colazione dopo avermela mangiata tutta sotto gli occhi senza alcun pudore. E non basta. Sono stato portato in un terza stanza davanti allispettore. Questa era la stanza di una signorina di cui ho grande stima, e ho dovuto assistere a come, per mia causa ma senza mia colpa, questa stanza venisse in certo modo sporcata dalla presenza dei sorveglianti e dellispettore. Non era facile rimanere calmi. Tuttavia ci sono riuscito, e ho chiesto allispettore del tutto tranquillamente - se fosse qui dovrebbe confermarlo - quale fosse la causa del mio arresto. E quale fu la risposta di questo ispettore, che ho ancora davanti agli occhi mentre se ne sta sulla sedia della suddetta signorina come immagine della pi stupida presunzione? Signori, non mi ha risposto fondamentalmente nulla, forse non sapeva nulla per davvero, mi aveva arrestato e questo gli bastava. E ha fatto anche di pi, nella stanza di quella signorina ha portato tre impiegati di basso rango della mia banca, che non si sono fatti scrupolo di toccare e mettere in disordine delle fotografie di propriet della signorina. La presenza di questi impiegati aveva naturalmente anche un altro scopo, al pari della mia affittacamere e della sua donna di servizio dovevano diffondere la notizia del mio arresto, danneggiare la mia reputazione e soprattutto mettere a repentaglio la mia posizione in banca. Niente per di tutto questo minimamente riuscito, anche la mia affittacamere, persona assai sempliciotta - voglio citarla qui a suo onore, si chiama signora Grubach - persino la signora Grubach stata abbastanza intelligente da capire che un tale arresto non ha un significato molto maggiore della molestia che pu capitare di subire per strada ad opera di ragazzi insufficientemente sorvegliati. Ripeto, tutto ci mi ha procurato solo fastidi e una collera momentanea, ma non potevano forse esserci conseguenze peggiori?" Quando K., a questo punto, si interruppe e volse lo sguardo al silenzioso giudice istruttore, credette di accorgersi che costui con lo sguardo faceva un cenno a qualcuno nella folla. K. sorrise e disse: "Proprio ora il signor giudice istruttore, davanti a me, fa a qualcuno di voi dei segnali segreti. Cos fra di voi ci sono persone che vengono manovrate da quass. Non so se questi segnali debbano dare il via a fischi o applausi, e del tutto coscientemente, per il fatto stesso di tradire la cosa anzitempo, rinuncio a sapere il significato dei segnali. Mi del tutto indifferente, e autorizzo apertamente il signor giudice istruttore a dare ordini ai suoi dipendenti prezzolati laggi non con segnali segreti, ma ad alta voce, dicendo ad esempio una volta: ora fischiate, e la volta dopo: ora applaudite." Il giudice istruttore, per imbarazzo o impazienza, si voltava da una parte e dallaltra della sedia. Luomo dietro di lui, con cui gi prima si era intrattenuto a parlare, si chin di nuovo verso di lui per fargli coraggio in generale, o forse anche per dargli qualche particolare consiglio. Sotto, la folla chiacchierava a bassa voce ma con vivacit. Le due fazioni, che prima sembravano avere opinioni tanto opposte, si erano mescolate, singole persone mostravano con il dito K., altre il giudice istruttore. Il vapore simile a nebbia diffuso nella stanza era oltremodo opprimente, e impediva persino di distinguere con precisione chi stava pi lontano. In particolare doveva essere fastidioso per chi stava in galleria, e costoro, sia pure rivolgendo timidi sguardi in direzione del giudice istruttore, erano costretti a fare domande a bassa voce a chi partecipava allassemblea per sapere meglio cosa stava succedendo. Altrettanto a bassa voce veniva loro risposto, tenendo le mani davanti alla bocca come per difesa.

"Sono subito alla fine", disse K., e in mancanza di una campanella colp il tavolo con un pugno, e per lo spavento le teste del giudice istruttore e del suo consigliere si separarono istantaneamente: "Io sono al di fuori di tutta la questione e perci la giudico con tranquillit, e nel caso che vi importi qualcosa di questo sedicente tribunale avrete un gran vantaggio dallo starmi a sentire. Vi prego di rimandare a dopo le vostre reciproche esternazioni su quel che dico, perch non ho tempo e presto me ne andr." Subito si fece silenzio, tanto era il dominio di K. sullassemblea. Non si gridava pi dappertutto come allinizio, neppure si applaudiva pi, ma sembrava che tutti fossero ormai convinti o sulla strada per esserlo. "Non c dubbio", disse K. a voce molto bassa, perch provava piacere per lattenzione tesa di tutta lassemblea, in questo silenzio si lev un brusio che era ancor pi incoraggiante dellapprovazione pi esaltata, "non c dubbio che dietro tutte le manifestazioni di questo tribunale, e quindi nel mio caso dietro larresto e linterrogatorio odierno, si nasconde una grande organizzazione. Una organizzazione che impiega non solo sorveglianti corrotti, ispettori imbecilli e giudici istruttori, che nel migliore dei casi gente limitata; ma anche oltre a ci, in ogni caso, una casta di giudici di grado alto e supremo, con linevitabile, innumerevole seguito di fattorini, scrivani, gendarmi e altre forze ausiliarie, forse persino carnefici, non mi tiro indietro davanti a questa parola. E dov, signori, il senso di tutta questa organizzazione? Consiste in questo, nellarrestare persone innocenti e mettere in moto contro di loro un procedimento insensato e per lo pi, come nel mio caso, privo di risultati. In questa insensatezza del tutto, come si potrebbe evitare la peggiore corruzione degli impiegati? E una cosa impossibile, non ne verrebbe a capo per se stesso neppure il giudice di grado pi alto. E per questo che i sorveglianti cercano di rubare i vestiti di dosso agli arrestati, per questo che gli ispettori piombano nelle abitazioni altrui, per questo che persone innocenti, anzich essere interrogate, devono subire unumiliazione di fronte a unintera assemblea. I sorveglianti mi hanno raccontato di depositi dove si portano le propriet degli arrestati, mi piacerebbe vedere una buona volta questi depositi dove le sudate propriet degli arrestati marciscono, se pure non vengono rubate da disonesti impiegati dellufficio." K. fu interrotto da uno stridio in fondo alla sala, si ripar gli occhi per vedere, perch la torbida luce del giorno rendeva biancastro e accecante il vapore. Si trattava della lavandaia, che K. aveva riconosciuto subito come un importante fattore di disturbo quando era entrata. Ora non si poteva stabilire se fosse colpa sua oppure no. K. vide soltanto che un uomo laveva attirata in un angolo presso la porta, e l si premeva contro di lei. Non era stata lei per a lanciare quel suono stridulo, ma luomo, che aveva la bocca contratta e guardava verso il soffitto. Intorno ai due si era formato un piccolo cerchio, quelli sulla galleria vicina sembravano entusiasti che la seriet indotta nellassemblea da K. fosse in tal modo interrotta. Sotto la prima impressione, K. avrebbe voluto correre laggi, inoltre pensava che sarebbe stato interesse di tutti ristabilire laggi lordine e per lo meno espellere i due dallaula, ma le prime file davanti a lui rimasero saldamente immobili, nessuno si spost e nessuno lo lasci passare. Al contrario gli fu impedito, uomini anziani tenevano il braccio davanti a s e la mano di qualcuno - non ebbe il tempo di girarsi - lo afferr da dietro per il colletto, K. non pensava pi alla coppia, gli sembr che la sua libert venisse limitata e che ora larresto diventasse una cosa seria, cos salt gi dal podio senza tanti riguardi. Ora si trovava faccia a faccia davanti alla folla. Forse non aveva giudicato bene la gente? Aveva attribuito troppa efficacia al proprio discorso? Avevano forse simulato finch parlava e ora che era giunto alle conclusioni erano stufi di simulare? Che facce intorno a lui! Con piccoli occhi neri ammiccavano qua e l, le guance cascanti come negli ubriachi, le lunghe barbe rigide e spelacchiate nelle quali affondavano le mani come se volessero non accarezzarle, ma affilarsi gli artigli. Sotto le barbe per, e questa fu la vera scoperta, brillavano sul risvolto della giacca dei distintivi di grandezza e colore diversi. Tutti, per quel che poteva vedere, avevano tali distintivi. Tutti appartenevano allo stesso gruppo, le fazioni, di destra e di sinistra, erano apparenti, e quando K. improvvisamente si volt vide gli stessi distintivi sul colletto del giudice istruttore, che, le mani in grembo, guardava gi tranquillo. "Allora cos!" esclam K. spalancando le braccia, questa improvvisa scoperta esigeva spazio, - "a quel che vedo siete tutti impiegati, siete proprio voi la banda corrotta contro cui parlavo, vi siete ammassati qui come spettatori e ficcanasi, avete fatto finta di formare delle fazioni e per mettermi alla prova uno ha anche applaudito, volevate imparare come si seducono le persone innocenti! Ma non siete venuti qui per niente, almeno spero, perch delle due luna, o vi siete divertiti a vedere qualcuno che si aspettava da voi la difesa dellinnocenza, oppure... lasciami o te le suono", grid K. a un vecchio tremante che gli si era troppo avvicinato "oppure avete davvero imparato qualcosa. E con questo vi auguro buona fortuna nelle vostre faccende." Prese alla svelta il suo cappello che si trovava sullorlo del tavolo, e nel silenzio generale, certo il sil