Facciamoci riconoscere - Tempi Moderni...Il tema migratorio è ancora oggi oggetto della campagna...

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1 marzo 2016 6 EURO TARIFFA R.O.C.: POSTE ITALIANE SPA - SPED. IN ABB. POST. D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/04 N.46) ART.1 COMMA 1, DCB MENSILE DI RELIGIONI · POLITICA · SOCIETÀ mar 2016 Facciamoci riconoscere
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    marzo 2016

    6 EUROTARIFFA R.O.C.: POSTE ITALIANE SPA - SPED. IN ABB. POST. D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/04 N.46) ART.1 COMMA 1, DCB

    MENSILE DI RELIGIONI · POLITICA · SOCIETÀ

    mar2016

    “Facciamoci riconoscere”

  • ANNO XLIIINUMERO 3Confronti, mensile di religioni, politica, società, è proprietà della cooperativa di lettori Com Nuovi Tempi, rappresentata dal Consiglio di Amministrazione: Nicoletta Cocretoli, Ernesto Flavio Ghizzoni (presidente), Daniela Mazzarella, Piera Rella, Stefania Sarallo (vicepresidente).

    DIRETTORE

    Claudio Paravati

    CAPOREDATTORE Mostafa El Ayoubi

    IN REDAZIONE

    Luca Baratto, Antonio Delrio, Franca Di Lecce, Filippo Gentiloni, Adriano Gizzi, Giuliano Ligabue, Michele Lipori, Rocco Luigi

    Mangiavillano, Anna Maria Marlia, Daniela Mazzarella, Carmelo Russo, Luigi Sandri, Stefania Sarallo, Lia Tagliacozzo, Stefano Toppi.

    COLLABORANO

    A CONFRONTI

    Stefano Allievi, Massimo Aprile, Giovanni Avena, Vittorio Bellavite, Daniele Benini, Dora Bognandi,Maria Bonafede, Giorgio Bouchard, Stefano Cavallotto, Giancarla Codrignani, Gaëlle Courtens, Biagio De Giovanni, Ottavio Di Grazia, Jayendranatha Franco Di Maria, Piero Di Nepi, Monica Di Pietro, Piera Egidi, Mahmoud Salem Elsheikh, Giulio Ercolessi, Maria Angela Falà,

    Giovanni Franzoni, Pupa Garribba, Daniele Garrone, Francesco Gentiloni, Gian Mario Gillio, Svamini Hamsananda Giri, Giorgio Gomel, Laura Grassi, Bruna Iacopino, Domenico Jervolino, Maria Cristina Laurenzi, Giacoma Limentani, Franca Long, Maria Immacolata Macioti, Anna Maffei, Dafne Marzoli, Domenico Maselli, Cristina Mattiello, Lidia Menapace, Adnane Mokrani, Paolo Naso, Luca Maria Negro, Silvana Nitti, Enzo Nucci, Paolo Odello, Enzo Pace, Gianluca Polverari, Pier Giorgio Rauzi (direttore responsabile), Paolo Ricca,

    Carlo Rubini, Andrea Sabbadini, Brunetto Salvarani, Iacopo Scaramuzzi, Daniele Solvi, Francesca Spedicato, Valdo Spini, Patrizia Toss, Gianna Urizio, Roberto Vacca, Cristina Zanazzo, Luca Zevi.

    ABBONAMENTI,

    DIFFUSIONE,

    PUBBLICITÀ

    E COORDINAMENTO

    PROGRAMMI

    Nicoletta Cocretoli

    AMMINISTRAZIONE Gioia Guarna

    PROGRAMMI

    Michele Lipori, Stefania Sarallo

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    Daniela Mazzarella

    PROGETTO GRAFICO

    E ART DIRECTION

    Sara Turolla

    HANNO

    COLLABORATO

    A QUESTO NUMERO

    S. Baral, M. Bernardini, R. Bertoni, F. Cardini, B. De Giovanni, L. Di Sciullo, L. Malan, M. Mazzoli, F. Mill Colorni,M. Omizzolo, Y. Pallavicini,A.C. Wheatley, S. Zorzi.

    FOTO/CREDITI

    Copertina e pagina 7

    Andrea Sabbadini;

    pagine 3, 9, 29, 31,

    34 e 38

    Abby C. Wheatley;

    pagina 33

    Umberto Feola.

    RISERVATO AGLI ABBONATI

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    registrata presso

    il Tribunale di Roma

    il 12/03/73, n. 15012

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    marzo 2016

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    marzo 2016 le immaginimarzo 2016

    FORTEZZA A STELLE E STRISCE

    Sono 6.571 i morti, dal

    1998 al 2015, tra i migranti che tentano di raggiungere il confine tra

    Messico e Stati Uniti. Un confine lungo 3200 chilometri,

    che dal 1994 in poi è stato gestito come

    una barriera, un muro, da sorvegliare e proteggere.

    Il tema migratorio

    è ancora oggi oggetto della

    campagna politica

    americana, lo affrontiamo

    col servizio a pagina 28.

    Foto di Abby C.

    Wheatley

  • il sommario

    il sommario

    marzo 2016

    GLI EDITORIALI

    Tornino i voltiLuca Di Sciullo6

    La strada in salita del Consiglio per l’islamPaolo Naso7

    ISERVIZI

    UNIONI CIVILIColmare il ritardosui dirittiFelice Mill Colorni10

    Una famiglia in trasformazione(int. a) Selene Zorzi12

    «Un matrimonio sotto un altro nome»(int. a) Lucio Malan14

    POLITICAA che punto è l’Italia di Renzi?Biagio De Giovanni15

    È Possibile un Movimento di Sinistra?Roberto Bertoni17

    GEOPOLITICAIran e Arabia Saudita: così vicini, così lontaniFranco Cardini19

    CHIESA CATTOLICAL’abbraccio del papa con Kirill, le inquietudini del MessicoLuigi Sandri23

    IMMIGRATIUna bussola che punta al Nord globaleAbby C. Wheatley28

    La faccia triste dell’AmericaMarta Bernardini30

    SOCIETÀUomini e caporali, la schiavitù senza cateneMarco Omizzolo32

    LENOTIZIE

    Ambiente I dossier di LegambienteMal’aria e Pendolaria35

    Migrazioni Azione comune di organizzazioni religiose e agenzie Onu35

    Immigrazione L’Osservatorio romano sulle migrazioni dell’Idos36

    Islam “Patti” dei Comuni con organizzazioni islamiche36

    Diritti umaniIl rapporto di Amnesty sulla Francia37

    Ortodossia In preparazione il Concilio pan-ortodosso37

    LERUBRICHE

    Salute e religioni Storie di lebbrae santità nel medioevoDaniele Solvi39

    Diario africanoLa “campagna d’Africa” di Matteo RenziEnzo Nucci40

    In genere Oltre l’8 marzoSabina Baral41

    Note dal margineIl sacro in affittoGiovanni Franzoni42

    Opinione Il senso della fede passa anche da Pietrelcina?Ottavio Di Grazia43

    Opinione L’islam non può mai legittimare l’odio Yahya Pallavicini44

    ILIBRI

    Segnalazioni 45

    IMMAGINI

    Facciamoci riconoscereAndrea Sabbadinicopertina

    Fortezza a stelle e strisceAbby C. Wheatley 3

  • marzo 2016

    Semi e fiori di pace Claudio Paravati

    Da molti anni, questa è la diciottesima edizione, siamo impegnati come Confronti nel progetto “Semi di pace” (22-28 febbraio 2016), col quale portiamo in Italia testimoni da Israele e Palestina, operatori di pace che raccontano le loro storie, i loro progetti, le loro sfide quotidiane. Semi di pace, che non si può far altro che curare, da lontano, cercando di contribuire alla loro crescita e vitalità. Ma certo l’agone politico è ben altra cosa, gigante rispetto alle nostre forze. Eppure anche a fronte del nostro quotidiano, fatto di attività varie, vicende personali, preoccupazioni e tutto ciò che riguarda le nostre vite, il seme intanto germoglia e cresce senza che si sappia come.

    Come dire: ognuno faccia la propria parte. Il programma Semi di pace propone ancora una volta uno spazio pubblico, incontri nelle scuole e con le associazioni, a Roma e in Italia, affinché quel dibattito pubblico, massmediatico, spesso facile ai toni forti e alle contrapposizioni senza se e senza ma, viva anche di queste testimonianze. Quelle di chi nel quotidiano costruisce progetti di pace.

    In tanti anche da noi in Italia, disincantati o delusi, esprimono una sfiducia che talvolta rasenta la rinuncia per una possibile soluzione del conflitto in corso in un’area che, ahinoi, vive una stagione drammatica. Quel Vicino Oriente tutto, su cui la geopolitica mondiale agisce, ancora una volta sulla pelle delle popolazioni locali, il braccio di ferro, complicato, stratificato, degli equilibri politici internazionali.

    Quanto è importante ricordarsi dei volti, delle singole vite e delle storie particolari, proprio in momenti come questi. Attraverso Semi di pace, ecco potremmo dire così, incontriamo volti, storie e testimonianze. Senza la pretesa di far crescere piante, ma semmai con l’impegno, quello sì, di curare i “semi”. Quest’anno abbiamo incontrato Ikhlas e Tova, dell’associazione “Parents’ Circle”; Mossi e Maysa, di Radio “All For Peace”; Nachshon e Luy, di “Road to Recovery” e “Basmat al-Amal”. Semi, dunque, ancora una volta, che però (questa è la speranza) crescono. In che modo, dipende anche da noi. Non perdetevi i loro racconti sui prossimi numeri di Confronti.

    invito alla lettura

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    marzo 2016 gli editoriali

    Torninoi volti Luca Di Sciullo

    I volti, finalmente. Quelli di una giovane mamma siriana e della sua bambina bisognosa di cure, atterrate a Fiumicino lo scorso 4 febbraio grazie al primo “corridoio umanitario” promosso in Italia dalla Federazione delle Chiese evangeliche e dalla Comunità di Sant’Egidio, con il sostegno, tra l’altro, dell’Otto per mille della Chiesa valdese, riservato a mille profughi in condizioni di vulnerabilità che si trovino in stati limitrofi a quelli di guerra, persecuzione, morte. I volti, finalmente. Una carne e un incarnato. Tratti umani in cui cercarsi e possibilmente ritrovarsi, riconoscersi. Distinguersi, anche. Prendere le distanze, perfino. Distanze umane, però.È davvero troppo poco, una moneta uguale smerciata ai suoi quattro angoli, per fare identità. Nella sua effige avveniristica impressa su un soldo (un logo stellato, che più che mai evoca lontananze siderali, vuoti cosmici irraggiungibili), l’Europa cartolarizza il suo debito di identità. Svende se stessa, polverizzandosi. E paga così, dietro un’effige volutamente impersonale, il lavoro sporco (tre miliardi di euro) a chi (la Turchia, ndr)ha dato buona prova di spregiudicatezza per proteggere dalle nuove invasioni post-moderne la fragile bolla d’ossigeno in cui il (sempre più) vecchio continente boccheggia. Le sue “radici” seccano al sole artificiale, telematico, dei mercati

    finanziari. Alla dura legge della ripresa a tutti i costi,

    dei differenziali di rendimento, dell’austerity sì e no. Non capisce più chi sia, cosa sia. Perché non sa più, in fondo, dove sia. Le sue frontiere, le linee che ne tracciano il profilo, che ne disegnano il volto – i con-fini insomma: quei limiti-che-condivide, letteralmente, con il mondo “terzo”, il concorrente della porta accanto – sono sempre più liquidi. Ma di una liquidità inversa: si ergono, solidi e gelidi come il ghiaccio, non appena il “contesto” si fa caldo, rovente.

    Come in estate, tempo di traversate, di barche in mare, di immersioni subacquee... e si sciolgono, fino ad appiattirsi, quando tutto si raffredda. Dublino d’estate, Schengen d’inverno. Nel mezzo: il malinconico autunno comunitario. Muraglie o distese (di sabbia o di mare): spinate o spianate. Comunque non-luoghi. Mai soglie. Morirvi significa accettare, oltre al tragico destino, l’insulto beffardo che sempre accompagna l’abitare un non-luogo: l’anonimato, la cancellazione del volto, la riduzione a cifra (prerogativa di ogni “campo” di emarginazione che la storia attesta: profughi, rom, di concentramento...).Si vive, dicono, in società complesse. Una complessità che interpola, all’interno dei rapporti intersoggettivi,

    una serie di mediazioni oggettive che si moltiplicano esponenzialmente con l’estendersi dell’orizzonte sociale di riferimento. Agenzie, servizi, enti “di collegamento” che inter-vengono a “regolare” l’incontro e la relazione a tutti i livelli: tra datore di lavoro e lavoratore, tra acquirente e venditore, tra cliente e fornitore, tra risparmiatore e investitore, tra colleghi di “categoria”, tra coinquilini. E persino tra (possibili) partner sentimentali. La continua differenziazione di queste strutture, tanto più astratte e distanti quanto più operano a livelli ulteriori di mediazione (“società di società”, “servizi di servizi”, ecc.) e in forma sempre più impalpabile (“in remoto”, online, on cloud; con sempre meno sedi “materiali” o sportelli “fisici”), non solo rende i rapporti umani tanto più indiretti e impersonali, ma anche sempre più condizionati da una rappresentazione dell’altro standardizzata, precostituita.Questa complessità ha fatto dell’assenza una forma parossistica della presenza: così, l’assenza è un assedio. L’orizzonte sociale, quello che ci dà identità, diventa tanto più inafferrabile quanto più si fa pervasivo nella spessa schermatura di infrastrutture sempre più sfuggenti, dove il “faccia a faccia” è rimandato a un altrove inimmaginabile di cui il monitor (di computer, tablet, pc, televisori onnipresenti) costituisce il nuovo fantasmagorico velo di Maia. Tornino i volti, finalmente. Quelli della piccola Falak, di sua madre Yasmine, di papà e fratellino. All’aeroporto di Fiumicino, il 4 febbraio scorso.

    LUCA DI SCIULLOCentro studi e ricerche Idos.

    “Grazie al primo corridoio umanitario promosso da

    Fcei e Sant’Egidio, centinaia di profughi hanno trovato

    accoglienza nel nostro paese„

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    marzo 2016 gli editoriali

    La strada in salita del Consiglio per l’islam Paolo Naso

    Può capitare che dopo una vita passata a descrivere, valutare e criticare le politiche sull’islam, ci si trovi nella condizione di poter avanzare proposte e suggerimenti a chi ha il potere di prendere delle decisioni ai più alti livelli istituzionali. È accaduto al gruppo di “esperti”– alcuni dei quali firme ricorrenti su Confronti, compresa la mia – che nello scorso dicembre il ministro Alfano ha nominato membri del Consiglio per l’islam, un organismo consultivo che affianca la “Consulta” composta, invece, dai rappresentanti delle associazioni di musulmani che operano in Italia. E così, mentre in tutta Europa sale l’ondata islamofobica e da più parti si chiede di respingere alle frontiere gli immigrati musulmani, il Viminale sembra imboccare la strada opposta del dialogo e del confronto diretto con questa comunità che in Italia, come noto, ha superato da tempo il milione e mezzo di membri.Diciamo pure che la nomina di organismo consultivo non è una novità. Una prima “Consulta” era già stata istituita dal ministro Pisanu nel 2005 e confermata dal suo successore Amato nel 2006. Questo organismo, che raccoglieva le diverse anime dell’islam italiano, entrò in crisi nel 2007 per varie ragioni ma soprattutto per la “rottura” con l’Unione delle comunità islamiche d’Italia (Ucoii) seguita alla pubblicazione di un manifesto che equiparava i bombardamenti israeliani in Libano alle stragi naziste delle Fosse Ardeatine e di Marzabotto. Da destra e da sinistra

    si levò un coro unanime: “fascismo islamico”, “paragone vergognoso e inquietante”, “iniziativa opposta a quella del dialogo e della pace”. Il ministro e i suoi consiglieri pensarono che la via d’uscita alla crisi interna alla “Consulta” potesse essere l’approvazione di una “Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione” che impegnasse

    tutte le organizzazioni islamiche a rispettare alcuni valori fondamentali della Repubblica. Seguì un lungo lavoro che produsse un testo che in 31 articoli richiamava e sintetizzava i principi e le norme fondamentali della Costituzione. La “Carta” fu quindi presentata ufficialmente nel 2007 e sottoscritta da vari enti religiosi, non solo islamici, ma non

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    marzo 2016

    dall’Ucoii che ritenne superfluo formalizzare ciò che a suo avviso era ovvio ed implicito: ovvero che l’organizzazione e i suoi aderenti riconoscono e si impegnano a rispettare le leggi del paese in cui vivono. Agli occhi dell’Ucoii e di alcuni osservatori, la richiesta di un atto formale di sottomissione alla Costituzione italiana da parte dei musulmani – o degli aderenti ad altre comunità di fede composte in prevalenza di immigrati – sembrava avvalorare il pregiudizio di una fedeltà dubbia e incerta ai principi fondamentali che reggono lo Stato democratico.

    La cerimonia della firma della “Carta”, ormai quasi dieci anni fa, segnò pertanto anche la sostanziale conclusione di quel processo. Oltretutto nel 2008 cambiò il quadro politico e, dopo la breve parentesi del governo Prodi II, Berlusconi tornava a Palazzo Chigi affidando il Viminale al leghista Roberto Maroni. Fu svolta anche nella “politica islamica”: fu infatti costituito il “Comitato per l’islam”, un organismo incaricato di redigere “pareri” su temi specifici quali le moschee, il “velo”, la nomina e la formazione degli imam.Lavoro importante e per alcuni aspetti meritorio, inficiato dalla debolezza dello strumento adottato: un parere, per quanto autorevole,

    non è altro che un’idea che se non viene assunta e trasformata in una norma non produce alcun effetto. E infatti siamo arrivati al 2016 con un paniere di provvedimenti “positivi” scandalosamente vuoto mentre, all’opposto, esercitano tutto il loro peso alcune norme che limitano la libertà religiosa dei musulmani e, con essi, degli aderenti ad altre comunità di fede non tutelate dalle Intese previste dall’articolo 8 della Costituzione. Ci riferiamo, ad esempio, alla legislazione della Regione Lombardia (bocciata dalla Corte costituzionale il 23 febbraio, proprio mentre andavamo in stampa, ndr) in materia di edifici adibiti al culto, definita “tagliaminareti”: definizione colorita ma inappropriata perché il provvedimento non colpisce soltanto i centri islamici ma anche i luoghi di culto di altre confessioni religiose, e non si limita affatto e condizionarne la forma architettonica ma arriva a vietarne la stessa apertura.E allora, in estrema e cruda sintesi, la fotografia dell’islam in Italia è quella di una grande comunità religiosa, diffusa capillarmente in tutto il territorio nazionale; con l’eccezione del Centro islamico culturale d’Italia che gestisce la “Grande moschea” di Roma, priva di riconoscimento giuridico; frammentata in varie rappresentanze e limitata nell’esercizio del culto; troppo spesso vittima di pregiudizi e condanne sommarie che minano la convivenza e la coesione sociale. E tutto questo in un quadro geopolitico nel quale i musulmani che credono nel dialogo e nella convivenza subiscono gli attacchi spietati dei gruppi islamisti più radicali e fanatizzati. È l’islam “in mezzo”: tra l’incudine della violenza primordiale di chi inneggia al califfato e l’islamofobia dell’Occidente impaurito dall’altra.Per definizione, un organismo consultivo ha un ruolo limitato e la sua unica forza è l’autorevolezza scientifica e la preparazione culturale dei membri che lo compongono. In un paese religiosamente sempre più analfabeta come l’Italia, è quindi

    auspicabile che il Consiglio elabori e diffonda chiavi di interpretazione su che cosa è l’islam; su come nella teologia, nella storia e nello spazio pubblico si relaziona alle altre comunità di fede; sulle mappe teologiche della sua pluralità teologica e politica; sulle strategie più efficaci per promuovere processi di integrazione dei musulmani di più recente immigrazione in Italia. Ma mettiamo le mani avanti: tutto questo avrà senso solo se all’interpretazione e all’analisi si accompagnerà la decisione politica. Ferma restando la legge in vigore sui culti “ammessi” – altro discorso la sua obsolescenza e la necessità di una urgente riforma complessiva della delicata materia della libertà religiosa e di coscienza – il lavoro di un Consiglio avrà senso soltanto se decisori politici e organi dello Stato sapranno fare la loro parte. E l’arretrato che si è accumulato sulle loro scrivanie in questo decennio è poderoso: dal riconoscimento giuridico di altre rappresentanze islamiche – come avviene di routine per le altre confessioni – alla “nomina” dei ministri di culto; dalla necessità di luoghi di culto adeguati, dignitosi e trasparenti alla formazione di guide spirituali in grado di orientare la comunità nella direzione di un islam “italiano” ed “europeo” a tutti gli effetti, e cioè capace di interpretarsi nello specifico della cultura, delle tradizioni e dello spazio pubblico dei nostri paesi.All’inizio di un mandato è velleitario fare proclami, ma è doveroso indicare dove si vuole andare. E la strada sembra obbligata: la Costituzione italiana tutela la libertà di culto in pubblico e in privato, quella degli ebrei o dei cattolici al pari di quella dell’islam o dei pentecostali. Per varie ragioni sappiamo, però, che nei fatti si è costruita una gerarchia dell’accesso alla libertà religiosa che ancora oggi pone l’islam vari gradini al di sotto di altre confessioni. Si tratta di recuperare un grave ritardo: il cammino, tutto in salita, parte da qui.

    “A fine dicembre il ministro Alfano ha confermato

    la Consulta per l’islam, composta da rappresentanti

    di varie associazioni di musulmani attive in Italia,

    e nominato un “Consiglio” di esperti invitato a proporre

    provvedimenti e buone pratiche. Tra coloro che lo compongono, vi sono vari

    collaboratori di Confronti e un ex direttore della nostra

    testata, Paolo Naso, chiamato a coordinare questo nuovo

    organismo„

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    marzo 2016

    i servizi

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    marzo 2016 i servizi | UNIONI CIVILI

    Colmare il ritardo sui diritti

    Felice Mill Colorni

    La maggior parte dei paesi occidentali ha già una legislazione molto avanzata in tema di riconoscimento di effetti giuridici alle convivenze omosessuali. La proposta

    di legge Cirinnà (inclusa la stepchild adoption) appare “il minimo sindacale” per colmare i ritardi italiani in materia.

    Nel XIX secolo l’abolizione della schiavitù dei neri era una causa progressista. Sarebbe difficile definire progressista chi si pronunciasse contro la schiavitù dei neri nel XXI secolo. Piut-tosto, chi sostenesse la tesi opposta sarebbe da considerare, più che un reazionario, un patetico troglodita.Così una legge in materia di diritti degli omoses-suali che avrebbe potuto essere considerata ab-bastanza progredita un quarto di secolo fa può risultare oggi tremendamente arretrata.Ventisette anni fa veniva approvata in Danimarca la prima legge che riconosceva rilevanza giuridi-ca alle famiglie omosessuali. Quella legge, modello per molte altre negli anni successivi, pur non at-tribuendo alle unioni gay il titolo di matrimonio, vi applicava puramente e semplicemente, con un rinvio alla normativa matrimoniale, l’identico trattamento. La legge passò, come poi in molti al-tri paesi, senza troppe polemiche, e, fin da subi-to, la stessa Chiesa di Stato luterana cominciò a benedire le unioni gay, anche quelle contratte da suoi pastori e parroci.Si trattava di uno sviluppo del tutto naturale. Per secoli, in Danimarca come altrove, l’omosessua-lità era stata bandita e perseguita anche penal-mente. Man mano che il principio della libertà di espressione veniva “preso sul serio”, a partire dagli anni Sessanta e più animatamente nel de-cennio successivo, anche agli omosessuali “co-muni” – non più soltanto a eccentrici artisti o ad anticonformisti professi – era stato dato di testi-moniare liberamente come la loro non fosse una scelta di vita volontaria, bensì una condizione esi-stenziale ascritta, non oggetto di scelta libera e di-screzionale, ma di constatazione: la maggioranza che per secoli, finché era persistito il tabù su una libera discussione pubblica in materia, aveva na-turalmente pensato che l’omosessualità fosse una

    forma di perversa o malata persistenza in quella fase di sessualità indefinita che quasi tutti speri-mentano nell’adolescenza, veniva a scoprire che, per una minoranza di esseri umani, l’evoluzio-ne del proprio orientamento sessuale li portava verso l’omosessualità, altrettanto naturalmente e spontaneamente quanto per la maggioranza avve-niva il contrario.Di qui, negli anni Sessanta, in tutti i paesi demo-cratici, l’abrogazione delle leggi che ancora puni-vano l’omosessualità; di qui la sua cancellazione dalla lista delle condizioni patologiche da parte degli organismi medici nazionali e internazionali. Di qui la presa d’atto che un trattamento giuri-dico discriminatorio nei confronti degli omoses-suali era altrettanto inaccettabile quanto quelli per secoli imposti agli appartenenti per nascita o per sorte ad altre minoranze. Le discriminazio-ni nei confronti degli omosessuali si rivelavano alla coscienza civile occidentale come fondate sul pregiudizio, esattamente come quelle, altrettanto secolari, contro le donne, gli ebrei, i neri, ecc.: non simili, ma identiche, nella loro sostanza, al razzismo in senso stretto e alla discriminazione razziale.Il processo del riconoscimento di effetti giuridici alle convivenze omosessuali sarebbe stato anche più rapido, in molti paesi, se i movimenti per i di-ritti dei gay, nati nel Nord Europa su un’iniziale base riformista, non avessero per lo più abbrac-ciato negli anni Settanta la cultura diffusa nella nuova sinistra post-sessantottina, secondo cui non si trattava di rimuovere discriminazioni ma di fare la rivoluzione: se «la famiglia borghese si abbatte e non si cambia», l’obiettivo della parità dei diritti era inutile. Per questo in Olanda furo-no per anni i movimenti gay a rifiutare le offerte di riconoscimento giuridico delle coppie, avanza-te da socialisti e liberalradicali: così la prima leg-ge sul riconoscimento giuridico delle coppie gay fu introdotta nella più pragmatica Danimarca.Con poche variazioni, quel modello danese fu gradualmente introdotto negli anni successivi in quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale, in mol-

    UNIONI CIVILIFelice Mill Colorni p.10Selene Zorzi p.12Lucio Malan p.14

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    marzo 2016 i servizi | UNIONI CIVILI

    ti Stati degli Usa e latinoamericani. Molto spesso il problema delle adozioni – non solo l’adozione del figlio del partner, ma anche l’adozione in ge-nerale – neppure si pose, dato che, in molti pae-si, era già prevista la possibilità dell’adozione da parte dei single.Parzialmente diversa fu la strada inizialmente adottata dalla Francia, che nel 1999 introdusse il pacs (patto civile di solidarietà), che, anziché estendere la legislazione matrimoniale alle coppie gay sotto una denominazione diversa, introdusse una sorta di “matrimonio leggero” con diritti e doveri attenuati, non discriminatorio, però, per-ché contraibile tanto dalle coppie eterosessua-li (che in effetti lo utilizzano di più) quanto da quelle omosessuali.Ma ormai la consapevolezza civile della illegit-timità di ogni discriminazione si era fatta stra-da nella coscienza civile e giuridica del mondo occidentale, per cui, a partire dal 2001, comin-ciarono a cadere anche le ultime discriminazio-ni formali, e in Olanda, per la prima volta, fu semplicemente soppresso il requisito della diffe-renza di sesso per contrarre matrimonio. Veniva così a cadere anche la differenza di denomina-zione e la necessità di un istituto giuridico speci-fico per i soli gay.Oggi gli omosessuali possono contrarre matrimo-nio, esattamente come ogni coppia eterosessuale, in quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale e, dopo la sentenza della Corte Suprema dello scorso anno, in tutti gli Stati Uniti, nonché in molti paesi dell’America Latina. Anche in paesi di forte tra-dizione cattolica, come Spagna, Irlanda, Francia, Belgio, Portogallo, Argentina e Brasile. Nei paesi che ancora non hanno provveduto, sono comun-que previste leggi sulle unioni civili simili all’o-riginario modello danese. E quasi ovunque sono previste anche forme di regolamentazione delle

    convivenze – indipendentemente dal sesso dei con-viventi – meno impegnative del matrimonio.In Italia siamo ancora a zero. Tanto che l’an-no scorso la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia. E, in caso di ulteriore ina-dempienza, l’Italia sarà condannata a pagare ri-sarcimenti insostenibili alle coppie discriminate. Di qui la corsa a una legge. Il progetto Cirinnà è davvero il minimo sindacale, necessario a evitare pesanti sanzioni.Non solo il progetto non prevede parità di diritti e pari dignità sociale per le coppie omosessua-li, dato che prevede per queste un trattamento comunque differenziato, ma finge di prendere a modello la legge tedesca, che già è la più arretrata dell’Europa occidentale perché è ormai vecchia di 15 anni. Perfino questo modello sembra ecces-sivo a una classe politica complessivamente tro-gloditica.Eppure, se non vi sono figli, in che cosa mai la convivenza fra due persone dello stesso sesso avrebbe esigenze diverse da quelle di una coppia eterosessuale che, per le più varie ragioni (età, sterilità), non possa o non voglia avere figli?Della possibilità di adozioni il progetto non par-la neppure, se non per quel che riguarda l’ado-zione del figlio naturale di uno dei due partner. E perfino questo suscita, in Italia, controversie insanabili. Tutti dicono di avere come priorità l’“interesse del minore”. Sennonché, nell’inter-pretazione di molti politicanti italiani, l’interesse del minore cui venisse meno il genitore naturale sarebbe quello di venire strappato anche all’al-tra persona che ha sempre considerato l’unico altro componente della propria famiglia. Pare agghiacciante, ma è l’orientamento di gran parte di una classe politica che fa ormai dell’Italia una terra di mezzo fra paesi democratici e paesi fon-damentalisti.

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    marzo 2016 i servizi | UNIONI CIVILI

    Una famigliain trasformazione

    Selene Zorzi

    [intervista a cura di Daniela Mazzarella]

    La teologa Selene Zorzi, ideatrice del sito Co-ordinamento teologhe italiane (che ha gestito dal 2003 al 2013), si occupa di teorie di genere

    e ha scritto vari libri, tra cui Al di là del “genio femminile” (Carocci editore, 2014). L’abbiamo interv-istata sulle questioni sollevate dalla proposta di legge Cirinnà, intorno alla quale si è creato un dibattito ac-ceso, con toni da vera e propria Cro-ciata da parte di un fronte cattolico politicamente trasversale ma decisa-mente compatto nella sua battaglia alla “famiglia diversa”.

    Da cattolica come vive le polemiche intorno al ddl Cirinnà? Il fronte cattolico è molto meno compatto di quanto sembri, come sempre del resto. A volte si dimentica che l’adesione alla Chiesa non ha le caratteristiche di un’adesione ad un partito politico o a delle idee, ma è l’appartenenza ad una comunità che condivide un’e-sperienza di fede dove i membri hanno opinioni an-che differenti. Quello che vedo compatto è un fronte di persone, spesso anche non cattoliche, che hanno su queste questioni idee molto confuse, che non han-no dimestichezza con la terminologia degli studi di genere e che confondono le moltissime questioni in ballo. La famiglia è importantissima e resterà fon-damentale cellula della società, ma è indubbio che essa stia attraversando una trasformazione dei suoi modelli. Come cattolica vivo i toni da Crociata, che spesso emergono nel dibattito, in modo molto imba-razzato, sia quando ad impugnarli sono persone più sprovvedute nella loro formazione cristiana, biblica o teologica, che si fanno portatori improbabili di una voce cattolica popolare, sia quando sono impugnati da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Penso però che il dibattito con la parte pensante del paese spetti agli intellettuali cattolici e non vada lasciato al po-pulismo. Fu un vescovo cattolico a dire che la diffe-renza più importante non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa.

    Nel mio piccolo tento di chiarire il più possi-bile, laddove mi sia possibile, la differenza tra studi di genere e “ideologia del gender”, dando in mano anche a persone semplici una strumen-tazione linguistica e concettuale capace di farli orientare nel dibattito che riguarda anche il te-sto del ddl Cirinnà.

    Tanti personaggi pubblici hanno citato la Bibbia come supporto alle loro tesi in difesa della “fa-miglia naturale”, ma c’è anche chi lo ha fatto con intento contrario. Per esempio Carlo Fla-migni, ginecologo e membro del Comitato na-zionale di bioetica, ha detto che nella Bibbia si trovano casi di maternità surrogata. Da teologa, come spiega queste letture diametralmente op-poste delle Scritture?La Bibbia è tutt’altro che univoca su queste tema-tiche, ma non va dimenticato che anch’essa è frut-to di una mentalità patriarcale. Se nelle storie dei patriarchi o di altri personaggi della Bibbia tro-viamo una sorta di quella che oggi (!) noi moderni chiamiamo maternità surrogata non ci dobbiamo dimenticare che stiamo applicando categorie mo-derne ad un testo antico che non aveva queste problematiche. Anzi, la cosa era possibile in quella società perché le donne schiave non avevano una dignità ed erano considerate, al pari delle mogli, proprietà del capoclan. Non credo che la Bibbia debba essere citata per supportare o meno delle scelte che appartengono ad un’agenda moderna che essa non aveva.La Bibbia va sempre interpretata nel suo contesto, perché non c’è nessun dato senza interpretazione e la lettura letterale e fondamentalista è attualmen-te esclusa nell’interpretazione cattolica. Le Sacre Scritture non sono un codice di comportamento etico ma un racconto che vuole trasmettere un’espe-rienza spirituale. L’approccio storico-critico deve ricordar-ci la distanza linguistica, con-cettuale e mentale tra noi, la

    SELENE ZORZIteologa, scrittricee docente all’Istituto teologico marchigiano.

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    marzo 2016

    nostra epoca, le nostre istanze e quelle nelle quali la Bibbia è stata scritta.

    Secondo lei cosa c’è alla base di questa vera e propria fobia della presunta ideologia gender che porta a una demonizzazione della stepchild adoption?Sto facendomi l’idea che l’ideologia del gender sia una scorretta interpretazione e un fraintendi-mento totale degli studi di genere e in quanto tale infatti è improponibile. Ciascuno di noi moderni europei, e forse anche la maggior parte degli ita-liani, ad un livello teorico ritiene che ogni persona di qualsiasi sesso abbia la stessa dignità e gli stessi diritti. Questo è il cuore del messaggio evangelico e in fondo il femminismo ne è un frutto, essendo sorto nelle società di cultura cristiana, come già ricordava papa Giovanni XXIII. Poi però consta-tiamo come a livello sociale si faccia ancora fatica a integrare questa convinzione teorica nelle strut-ture e nelle istituzioni sociali, comprese quelle ec-clesiali. La fobia, a mio parere, viene da un terzo e ulteriore livello, quello viscerale, in cui abbiamo

    introiettato gli schemi di genere patriarcali, che se non riflettu-ti funzionano come assunzioni acritiche in cui non vediamo di essere intrappolati e che ci imbrigliano in un coacervo di preconcetti. Il modello della fa-miglia cosiddetta tradizionale si è formato e perfezionato lungo molti secoli di storia in modo da garantire il futuro della società. Era un modello in cui il padre era padrone dei suoi figli, che

    erano utilizzati come forza lavoro fin da piccoli; e non parliamo poi delle condizioni della donna in questo modello. Il mondo contadino dal quale si è originato però non c’è più da almeno 50 anni neanche in Italia e siamo ineluttabilmente entrati in un diverso schema societario che richiede adat-tamenti mentali, sociali e istituzionali per la nostra futura evoluzione, come anche nuove capacità spi-rituali per affrontarla.

    Pensa che una riforma del sistema delle adozio-ni in Italia, con apertura alle coppie non sposa-te e ai single, potrebbe contribuire all’accetta-zione delle diverse teorie del genere?Le teorie dovrebbero solo aiutarci a comprendere meglio il reale. Il reale è che ci sono bambini che crescono affezionandosi a persone che più di chiun-que altro potrebbero adottarli. Conosco una vergine consacrata che ha adottato una zingara. Ci sono già ora situazioni particolari in cui questa possibilità viene applicata. Le situazioni sono sempre partico-lari. La legge permetterebbe di alleggerire la buro-crazia che delega tali scelte ai tanti tribunali oramai zeppi di queste richieste. Ovviamente bisognerà vigilare, come avviene sempre, per garantire il fan-ciullo e come già succede per le coppie etero. La spi-ritualità ci ha insegnato che non è il sesso maschile o femminile a decidere della capacità morale di una persona e della sua capacità di responsabilità, cura e amorevolezza, e spesso nemmeno del suo ruolo pubblico. L’“adozione” di minorenni, che avveniva anticamente da parte delle comunità religiose, non ha mai cambiato le teorie di genere di quell’epoca. Il papato di Bergoglio sta rappresentando una vera rivoluzione per la Chiesa cattolica, che però continua a rimanere rigida su questi argomenti, tanto da sembrare in dissonanza con il corso della storia. Ci può spiegare questa anomalia?A mio parere c’è solo il peso di uno schema di re-lazioni familiari, tipico della società contadina, che forse appartiene all’età media dei membri della Chiesa cattolica o dei suoi rappresentanti. Molti cat-tolici accusano alcuni parlamentari di avere troppa fretta su queste questioni e fanno appello al rispet-to di una maggiore gradualità delle trasformazioni, come se fossimo ancora in tempo con il treno della storia e delle nuove generazioni. Io ho timore, e spe-ro di sbagliarmi, che il treno con la società una certa Chiesa cattolica lo abbia già perso, ma confido che lo Spirito sia sempre in azione, sia nella Chiesa sia nella storia; anzi mi sembra già in azione nella socie-tà, che forse sta precedendo i missionari evangelici nella trasfigurazione del mondo. Lo Spirito è capace di far risorgere i morti dai sepolcri!

    “La spiritualità ci ha insegnato che non è il sesso maschile o femminile a decidere della capacità morale

    di una persona e della sua capacità di responsabilità, cura e amorevolezza, e

    spesso nemmeno del suo ruolo pubblico„

    i servizi | UNIONI CIVILI

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    marzo 2016 i servizi | UNIONI CIVILI

    «Un matrimoniosotto un altro nome»

    Lucio Malan

    [intervista a cura di Adriano Gizzi]

    Il senatore Malan ha seguito il ddl Cirinnà fin dall’inizio, in commissione Giustizia del Sena-to, e ora la sua battaglia contro l’approvazione della proposta di legge prosegue in aula. Lo ab-biamo intervistato nel pieno dello scontro par-lamentare.

    Senatore Malan, quali sono i motivi principali per i quali siete contrari all’approvazione del ddl Cirinnà?1) Perché è un matrimonio sotto un altro nome, mentre riteniamo che la tutela del tutto parti-colare dell’istituto matrimoniale vada riservata alla coppia feconda. Ciò non implica mancanza di rispetto per ogni tipo di affetto e relazione, ma non si può ignorare la realtà naturale. Per amare, per vivere insieme, per essere solidali non c’è bisogno di alcun istituto statale. Alcune pre-rogative vanno riconosciute, ma la parità con il matrimonio non ha senso. 2) Perché crea delle dispa-rità incomprensibili: a una donna che è stata una vita con un uomo, ha avuto da lui dei bambini e per questo ha rinunciato o diminuito la sua carriera lavorativa non si dà la reversi-bilità perché non è sposata, mentre se fa una unione civile con un’altra donna sì. Ha senso? 3) Perché introduce le adozioni.

    Sareste disposti a votare la proposta di legge se si limitasse a prevedere solamente le unioni civili, anche per persone dello stesso sesso?Unioni civili senza adozione le voteremmo volen-tieri. Ma il ddl Cirinnà, essendo un matrimonio sotto altro nome, porterebbe comunque alle ado-zioni, anche se tolte dal testo, per via giudiziaria poiché molto presto un giudice direbbe che se è in

    tutto un matrimonio l’unio-ne deve avere le medesime prerogative. Come è avve-nuto in Germania.

    Cosa c’è di sbagliato, a suo parere, nel princi-pio della “stepchild adoption”?La stepchild adoption per le coppie dello stesso sesso favorisce, incoraggia e certifica il fenome-no dell’utero in affitto, dove la donna diventa incubatrice e il bambino è oggetto di un contrat-to di vendita. Con la “adozione del figliastro” per le coppie omosessuali si creano premeditatamente bambi-ni privi del padre o della madre e imporre loro di avere due madri o due padri non è un rimedio ma una grottesca imposizione ideologica. Non vale l’argomento di tutelare il bambino in caso di morte del genitore: in questo caso già la legge del 1983 (Disciplina dell’adozione e dell’affida-mento dei minori, ndr) consente l’adozione da

    parte di persona che abbia con il bambino una relazione stabile e duratura.

    Aver sollevato il pericolo dell’u-tero in affitto e della “mercifi-cazione dei bambini” ha lasciato intendere all’opinione pubblica che questa pratica fosse prevista dalla proposta di legge, ma i di-

    fensori del provvedimento ripetono invece che resterà in ogni caso vietata...Coloro che sono favorevoli all’adozione del figliastro da anni dicono che in Italia ci sono “centomila bambini arcobaleno”. In realtà, secondo l’Istat sono 500, ma non cambia: da dove vengono se non da utero in affitto, dove si fa sparire la madre, o da una pratica dove il padre è premeditatamente tolto di mezzo? Coppie di uomini con “i loro” bambini sono intervistate in televisione e si vantano di non aver lasciato che la madre li toccasse o li allat-tasse neppure una volta, dicendo che “madre è un concetto antropologico”. Negare che questi siano i beneficiari della stepchild adoption è come negare che il sole esiste.

    LUCIO MALANsenatore di Forza Italia

    “Le Unioni civili senza adozione le

    voteremmo volentieri. Ma il ddl Cirinnà,

    essendo un matrimonio sotto altro nome,

    porterebbe comunque alle adozioni„

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    marzo 2016 i servizi | POLITICA

    Il giudizio sull’operato del governo Renzi non è semplice, fra le luci e le ombre che accompagna-no ogni esecutivo, e sono diversi i piani che vanno individuati per una rappresentazione realistica e possibilmente fondata del problema. Muoviamo da una costatazione: Renzi non ha nessuna al-ternativa politica al proprio governo, nemmeno lontana. E forse la prima domanda da porsi è da formulare così: come mai? La risposta è chiara: l’Italia era giunta sull’orlo di un abisso, non solo legato agli ultimi esiti del governo Berlusconi, ma, al momento della sua crisi, la soluzione che pre-valse, con il governo Monti, fermò gli aspetti più drammatici dell’abisso che si andava spalancan-do, ma non aveva la forza per poter fare altro. Il governo Letta è stato l’ombra di un governo. Il fatto è che l’Italia politica aveva perduto ogni consistenza, la sinistra storica sedeva sulle pro-prie inconsapevoli macerie non ancora evocate e poi rottamate, la destra pure (anche se in altra dimensione), i tecnici erano, appunto, una solu-zione di emergenza, Letta un governo-ombra; e dunque? Renzi ha operato, in questo quadro di macerie, con inusitata violenza politica, prima se-gretario poi premier, poi “l’uccisione” politica di Letta, degna di un duca Valentino, personaggio-chiave, com’è ben noto, del Principe di Machia-velli (non per caso scritto da un fiorentino) sia pure in presenza di una situazione più civilizzata nella quale la pozione di veleno è stata archiviata. Questa premessa per me è già un avvio di ana-lisi, non un semplice preambolo. E la ragione è chiara: la violenza politica di Renzi è stata l’uni-ca condizione per rimettere in moto l’Italia, una scossa di discontinuità, un uscire improvviso in un’aria più aperta. Dove, miracolosamente, si

    decide. È possibile, per un momento almeno, distingue-re tra decisione e contenuto della decisione? Penso pro-prio di sì.

    RENZI HA ROTTAMATO IL BERLUSCONISMO E L’ANTIBERLUSCONISMOL’Italia era un corpo immobile, dove l’antitesi berlusconismo-antiberlusconismo aveva blocca-to tutto per decenni e dove la sinistra era con-centrata sul proprio passato, senza riuscire a li-berarsene, e la destra si esauriva nel legame con il tramonto del suo leader. Nulla si era sottratto a questo blocco reciproco. Renzi lo ha abolito di colpo, senza passare attraverso elezioni poli-tiche! Non ha solo rottamato la sinistra antica, ha rottamato Berlusconi, dopo averlo utilizzato in un “patto” che ha sconvolto la coscienza di molti, ingessati in una politica ideologica. Ha ri-portato sulla scena le leggi eterne dell’arte politi-ca, la loro autonomia pura e nuda, l’energia allo stato nascente. Da quel che ho detto, si capisce che io penso che ciò era necessario, e che solo era assai difficile immaginare che potesse esser fatto. Ma in tutto questo si nasconde qualcosa di più profondo, che fa parte di una situazione inte-ramente in corso, e che offre uno scenario alla politica italiana: l’irrompere della democrazia del leader, che accompagna il dissolvimento dei partiti politici, il loro esser l’ombra di se stes-si; e forse non si è ben compreso (almeno a me così pare) che il famoso “partito della nazione” evocato da Renzi non è affatto un nuovo parti-to, ma proprio la presa d’atto che i vecchi par-titi sono in via di estinzione e che, perciò, tutto si sposta al livello del governo di cui il “partito della nazione”, concentrato in un Parlamento che è diventato lo specchio del dissolvimento dei partiti, è il sostegno vero. L’operazione Verdini ha questo significato, e gioca in retroguardia chi immagina l’adesione di Verdini al Pd! Sarebbe la clamorosa smentita proprio del partito della na-

    A che punto èl’Italia di Renzi?

    Biagio De Giovanni

    Torniamo con questo servizio alla vita politica italiana, continuando a mettere a confronto vari punti di vista su governo,

    Partito democratico e forze di opposizione.

    POLITICABiagio De Giovanni p.15Roberto Bertoni p.17

    BIAGIO DE GIOVANNI filosofo, già parlamentare europeo.

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    marzo 2016

    “L’Europa ha d’improvviso incontrato la durezza della politica dopo

    sessanta anni che gliel’avevano fatta

    dimenticare„

    zione, di renziana invenzione. Qui naturalmen-te, andando oltre, si uscirebbe dal tema “Renzi” per entrare in uno scenario ben più complica-to e incerto sul destino della democrazia come l’abbiamo conosciuta. L’Italia, spesso, è stata laboratorio politico per qualcosa che avanzava in Europa, ma mi fermo qui sul tema. Mi basta averlo nominato.

    IL METODO DI RENZI È LA SUA POLITICAQuale immagine dell’Italia si sta formando nel quadro delle iniziative accelerate del governo? Renzi usa sempre lo stesso metodo, che debba rottamare Letta o debba provare (solo provare) a farlo con Juncker, il presidente della Commis-sione europea. Inutile, e forse sbagliato dire: Renzi in Europa dovrebbe usare un altro meto-do, un altro linguaggio; il fatto vero è che il me-todo di Renzi è la sua politica, e la sua politica è il suo metodo. Non è possibile diversamente, poi naturalmente la cosa può giungere in un porto o in un disastro, ma Renzi è questo. Mi riferisco in particolare alle critiche aspre rivolte al sistema dell’Unione europea, rigettate e molto criticate da tutti i soloni dell’europeismo, e che non posso negare creino parecchie perplessità anche in chi non si inscrive in quella nobile categoria. Gli ef-fetti non sono prevedibili e dipendono da troppe varianti, e non mi voglio atteggiare a indovino. Ma ancora una volta mi pare che egli abbia colto al volo un’occasione straordinariamente com-plicata e stracarica di elementi di crisi profon-damente presenti nella coscienza di molti: l’im-presentabilità di questa Europa, il suo rovinare verso un abisso.

    SE L’EUROPA DIMENTICA IL SUO PASSATONon esemplifico per ragioni di spazio, ma forse non ce n’è bisogno, si tratta di cose che tutti sappiamo e che si svolgono sotto i nostri oc-chi: dalle crisi economiche all’immigrazione, alle guerre, all’impotenza di questo gran corpo che occupa un continente dalla nobile storia. Il quale ha d’improvviso incontrato la durezza della politica dopo sessanta anni che gliel’ave-vano fatta dimenticare. Merito di Renzi è di averlo detto con un linguaggio duro, ma insie-me distinguendosi da populisti ed euroscetti-ci. Con il suo “metodo”, dove al fondo ci sono sempre rottamazioni da avviare. Naturalmen-te, altro è lo scenario dell’Italia, altro quello dell’Europa, per cui mi astengo da previsioni. Ma d’improvviso l’Italia diventa interlocutri-ce. Non so dire se reggerà questo ruolo, se l’im-patto con un immenso sistema di potere come quello euro-peo non si rovescerà su una nazione indebitata e debole in tanti suoi aspetti.Ma il tattico Renzi ha afferra-to che questo era il momento per tentare di far dell’Italia una interlocutrice politica in un’Europa allo sbando. Non so se ci sarà una strategia corrispondente, che richiede più calma, più capacità di propo-sta, profonde attitudini anche culturali, e qui avanzano dubbi. Ma un dado è tratto e non sarà facile tirarsi indietro. L’Italia, però, ri-entra nel gioco, sia all’interno sia all’esterno. Vedremo.

    i servizi | POLITICA

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    marzo 2016

    È Possibile un Movimento di Sinistra?

    Roberto Bertoni

    Mancano appena tre mesi alle elezioni ammi-nistrative previste per giugno ed è arrivato il momento di analizzare strategie, prospettive e ca-ratteristiche dei tre principali gruppi politici più o meno alla sinistra del Pd renziano, ormai caratteriz-zato da una chiara connotazione centrista e, secondo gli osservatori più critici, addirittura tendente a destra. Ci riferiamo al Mo-vimento 5 Stelle, a Possibile (partito fondato da Pippo Civati, nato da una mini-scissione a sinistra del Pd) e a Sinistra Italiana, non ancora costitui-tosi come partito, nato dalla fusione di quel che resta del gruppo parlamenta-re di Sel con i dissidenti fuoriusciti, a loro volta, dal Partito democratico.

    IL M5S: RABBIA DEI “MILLENNIALS” O SEMPLICE POPULISMO?Per rispondere a questa domanda, è opportuno volgere lo sguardo a quanto sta accadendo oltreo-ceano, dove alle primarie democratiche un anziano senatore del Vermont, Bernie Sanders, sta riuscen-do nell’impresa di tenere testa a una macchina da guerra come Hillary Clinton. Com’è possibile che un uomo non certo avvenente, con una moglie che non è Michelle Obama, lontano dai cliché tipici di un certo gossip politico, con sostegni finanziari relativamente esigui e tutto l’establishment del partito avverso stia riuscendo nell’impresa di contrastare l’ex first lady, ex segretario di Stato, sostenuta con centinaia di migliaia di dollari dal mondo delle banche, dell’alta finanza e di Wall Street? Molto semplice: Sanders si proclama socialista (parola pressoché bandita da almeno tre decenni dal lessico politico americano) ed esprime idee rivoluzionarie, almeno per quel Paese, in merito alle questioni ambientali, al model-lo di crescita e di sviluppo, all’equità fiscale e alla necessità di ridurre le disuguaglianze e di garantire

    a tutti un libero accesso all’i-struzione, compresa quella di alto livello; in pratica, rinnega in toto il liberismo reaganian-clintoniano, la Terza via che ha abbagliato la sinistra mon-

    diale negli ultimi vent’anni e tutte le conseguenze di un modo di governare che ha acuito la forbice fra ricchi e poveri, fra chi può e chi non può, fra chi abita nei quartieri del centro e chi è costretto a lan-guire in periferia. E in periferia, da tempo, ci è finito anche il ceto medio, che ha innervato le democrazie

    occidentali del dopoguerra ma ormai non esiste quasi più, immiserito dal-la crisi, reso sempre più fragile e im-paurito dall’incertezza di questi tempi imprevedibili, timoroso per il proprio futuro, dunque incline a sostenere for-ze che un tempo avrebbe rifiutato in blocco considerandole estremiste.Il M5S, fatte le debite differenze, è la stessa cosa: un movimento/partito trasversale, con vertici orientati in parte a destra e in parte a sinistra,

    un elettorato anch’esso trasversale, rappresentan-ti prevalentemente di sinistra e vicini alle idee di Sanders e un programma elettorale caratterizzato da una discreta dose di populismo, ma anche da una sconfinata volontà di ribellarsi a un modello politico, economico e sociale iniquo che minaccia seriamente l’avvenire delle nuove generazioni.A naso, l’unica città in cui possono pensare di vin-cere è Torino, dove Chiara Appendino incarna un grillismo atipico, pragmatico, con buone basi cul-turali e una solida preparazione politica. A Roma, dove pure partono favoriti, l’impressione invece è che siano loro a non voler vincere per paura di compromettere, con un eventuale insuccesso di una loro amministrazione comunale, le possibilità di vittoria a livello nazionale.

    POSSIBILE: SINISTRA MODERNA O GRILLISMO GENTILE?Diciamo entrambe le cose. Civati, infatti, è stato il primo dirigente del Pd, nel 2007, ad avvicinarsi con curiosità al mondo grillino, dedicandogli an-che un saggio (nel 2012) dal titolo La rivendicazio-ne della politica. Cinque stelle, mille domande e qualche risposta. Fra gli esponenti della variegata galassia della sinistra, è senz’altro il più contiguo con quel mondo, dotato della medesima sensibili-

    i servizi | POLITICA

    ROBERTO BERTONIgiornalista free lance e autore di saggi, romanzi e poesie.

    “Il movimento Possibile

    di Pippo Civati, il Movimento 5 Stelle

    e Sinistra Italiana di Stefano Fassina

    alla prova delle elezioni

    amministrative in importanti città„

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    marzo 2016

    tà ambientale, capace di ascoltare con l’orecchio a terra associazioni e movimenti e anche in grado di inventarsi un modo di far politica allegro e al passo coi tempi. Tuttavia, a differenza del M5S, Possibile è un partito e non un movimento ed è schierato compiutamente a sinistra, con un eletto-rato di provenienza piddina ma composto anche da persone, per lo più giovani, deluse dall’inde-terminatezza di un movimento che non ha ancora sciolto il dilemma politologico se diventare un par-tito politico a tutti gli effetti o rimanere, più che altro, un gruppo di pressione.Sia i militanti che gli elettori di Possibile sono, per lo più, “millennials”, ragazzi colti e con un elevato grado di istruzione, i quali però ri-fiutano senza appello il concetto di “rottama-zione” renziano e preferiscono, di gran lunga, l’alleanza “nonni-nipoti” ipotizzata nel 2013 da Andrea Ranieri, sostenitore di Civati alle primarie del Pd poi vinte da Renzi. L’unica possibilità di successo di questa forza politica è una fusione con Sinistra Italiana, sempre che sinistra moderna e sinistra tradizionale siano ancora compatibili.

    SINISTRA ITALIANA: ALL’INSEGNA DELLA TRADIZIONEFassina, Airaudo, De Magistris: basta dare un’occhiata ad alcuni dei candidati alle ammi-nistrative di Sinistra Italiana per comprendere quale sia la sua natura e quali siano le sue pro-spettive. SI è un partito classico, incarna una

    sinistra tradizionale, con radici solidamente piantate nel filone socialista e un progetto po-litico per lo più ispirato a un laburismo vec-chia maniera, in linea con le principali istanze dei sindacati. I suoi temi costitutivi sono il la-voro, la centralità della persona, un modello di sviluppo anti-liberista, la presenza dello Sta-to nell’economia (si evince dai nomi di alcuni intellettuali di riferimento: Piketty, Atkinson, Krugman, Stiglitz, la Mazzucato ecc.), la pre-valenza del pubblico sul privato e la difesa dei beni comuni. Non a caso, uno dei suoi esponen-ti di punta è Alfredo D’Attorre, già ideologo e intellettuale di riferimento del bersanismo e della coalizione Italia bene comune (elezioni politiche di febbraio 2013, ndr).Il suo successo elettorale è legato alla capacità o meno che avrà questa compagine di trasfor-mare la rabbia e la delusione per la mutazione genetica del Pd renziano e per il trasformismo di una parte degli eletti di Sel, oggi piddini, in un progetto politico alternativo, caratterizzato da un misto di radicalità e sguardo al futuro. Il limite è l’età media (piuttosto elevata, so-prattutto fra i simpatizzanti) e la scarsa visi-bilità mediatica, ma anche qui non mancano parlamentari e futuri parlamentari giovani e di grande spessore culturale.Saranno gli elettori a dirci quale sarà il de-stino di tre formazioni con diversi punti in comune e altrettante differenze, speriamo non incolmabili.

    i servizi | POLITICA

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    marzo 2016

    Iran e Arabia Saudita: così vicini, così lontani

    Franco Cardini

    Le grandi differenze tra i due paesi mediorientali non si fermano al fatto che l’Iran è sciita e l’Arabia Saudita sunnita:

    il primo ha una popolazione tra le più occidentalizzate e colte di tutto il mondo musulmano, la seconda è la prima e più sicura

    alleata del mondo occidentale. Un quadro articolato.

    È molto difficile, anche volendo, immaginarsi qualcosa di più diametralmente eppure an-che inestricabilmente opposto. Un nodo affasci-nante e pauroso di paradossi. Simili e contrari. Paralleli e ortogonali. Parliamo della Repubbli-ca islamica iraniana, a maggioranza musulmana sciita, e del regno dell’Arabia Saudita, retto da una dinastia sunnita wahhabita. Nella visione occidentale corrente, quella fatta di pregiudizi e di stereotipi, due “stati teocratici”, due opposte forme di “fondamentalismo”, due “tipici stati musulmani, che non conoscono la distinzione tra fede religiosa e politica”. Non arriveremo forse mai a renderci sin in fondo conto di quan-to queste frasi fatte, questi vuoti funambolismi lessicali e fraseologici, abbiano nociuto da noi alla corretta comprensione di realtà che peral-tro sono senza dubbio alcuno complesse.

    L’Iran è l’erede dell’impero persiano safawide e qajar (non certo degli achemenidi, o dei sasani-di, e neppure degli abbasidi), largamente man-tenuto nei suoi confini geostorici come nelle sue tradizioni profonde, eppur passato attraverso la rivoluzione nazional-occidentalista di Reza Shah e della dinastia Palhavi, che aveva molti punti di contatto con quella di Mustafa Kemal in Turchia, e quindi rifondato a partire dal 1979 nei termini genialmente concepiti da un ayatol-lah, Rukhullah Khomeini, ch’era allievo di un filosofo marxista, Ali Shariati, che ne ha fatto una repubblica molto somigliante alla prima fase della repubblica dei Soviet, guidata e mo-derata però da un senato di teologi-giuristi. Un paese dove il chador copre – ma non nasconde... – la realtà di una popolazione non solo tra le

    più occidentalizzate di tut-to il mondo musulmano, ma anche tra le più colte e pre-

    parate, dove il tasso percentuale dei laureati è altissimo. L’Arabia Saudita è un giovane regno che non ha ancora un secolo, nato in un contesto nomade e tribale in cui il concetto stesso di regalità è con-cepito come ostile e straniero non meno di quan-to non lo fosse agli ebrei del tempo del profeta Samuele e agli ateniesi dell’età di Pericle.

    LE PROMESSE NON MANTENUTE DI FRANCIA E GRAN BRETAGNAEppure il cinismo di francesi e inglesi durante la Prima guerra mondiale ha sconvolto e travolto antichi equilibri, ha promesso agli arabi unità e libertà per poi tradirli e abbandonarli con gli accordi Sikes-Picot, è riuscito a far fallire i piani di un emiro seriamente e sinceramente disposto a fondare nella penisola arabica un nuovo regno arabo unitario che si sarebbe dato istituzioni li-beral-parlamentari e magari sarebbe entrato nel Commonwealth e a consegnare in cambio quel subcontinente dalle viscere gonfie di petrolio a una costellazione di pittoreschi ma anche abili tirannelli sunniti che regnano spesso su popoli a maggioranza sciita. La potenza-guida di questi popoli, pur oggi fortemente contestata da alcuni (ad esempio dall’emiro catariota), è governata da una dinastia che si è assunta il compito di rappresentare e d’imporre una versione dell’i-slam immobilista e misoneista, il wahhabismo, che peraltro impedisce sì alle donne di guidar l’auto e di accedere all’istruzione senza restri-zioni, ma non alle sue élites di accedere a una gestione socio-economicamente e socio-tecnolo-gicamente esclusiva e avanzatissima del paese e delle sue risorse. Un paese il cui re spadroneggia su laghi di petrolio e montagne di petrodollari, il che lo rende obiettivamente una grande potenza mondiale.

    FRANCO CARDINIstorico.

    i servizi | GEOPOLITICA

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    marzo 2016 i servizi | GEOPOLITICA

    L’Arabia Saudita è la prima e più sicura allea-ta del mondo occidentale in genere, degli Usa in particolare, in tutto il Vicino Oriente. La poli-tica estera americana si è, almeno fino ad oggi, ordinariamente appoggiata su due stati entrambi confessionali – e il “laico” Israele è nondimeno uno “stato ebraico” – che s’ignorano reciprocamente, ma la rispettiva politica estera dei quali converge su Washington, la quale s’incarica di armonizzarla. Quanto all’Iran, lo spauracchio reale o apparente tanto di sauditi quanto d’israeliani, a parte le armi nucleari che almeno per il momento, fedele al “trattato di non-proliferazione”, non produ-ce (il che – attenzione! – non vuol dire che non ne abbia...), esso è sciita mentre l’Arabia Saudita è sunnita, e dell’Arabia Saudi-ta è concorrente in quanto grande produttore di petrolio. Due ragioni per rendere incandescente la fitna, la “discordia”, cioè la lotta civile-reli-giosa che può manifestarsi in mille modi.

    Del wahhabismo, si dice sia una dottrina “me-dievale”. Nulla di più falso. Semmai si tratta di un “modernismo musulmano”, una sètta nuova nata nel XVIII secolo e che appoggiandosi alla scuola giuridica salafita ha “reinventato” l’islam fornendogli un aspetto messianico, rigorista nel rispetto letterale del Corano, esclusivista fino

    a travolgere quegli stessi progetti coranici che garantiscono il rispetto, per esempio, dei culti fondati su una Scrittura rivelata quali ebraismo e cristianesimo. Il wahhabismo è la dottrina che

    giustifica formalmente le atrocità di al-Qaeda e dell’Isis (Daesh) e che ne è alla base, specie da quando gli Stati Uniti, per battere l’Unione Sovietica che negli anni Ottanta si era appro-priata dell’Afghanistan evitando al tempo stesso che gli afghani si libe-rassero grazie all’appoggio dell’Iran dello scià, filo-Usa, “esportarono” dall’Arabia Saudita e dallo Yemen i guerriglieri-propagandisti che det-tero origine al regime dei Taliban.

    Due “resistibili ascese”, quindi. Du-rante la Prima guerra mondiale, v’erano tutte le premesse perché dopo il conflitto il mondo arabo si desse un assetto unitario e liberal-parlamen-taristico sotto lo sceicco hashemita Hussein, cu-stode dei luoghi santi della Mecca e di Medina, anglofilo convinto. Emarginato dal patto Sykes-Picot, Hussein aveva comunque ricevuto il regno del Hijaz nell’Arabia sudoccidentale, mentre i suoi due figli Abdullah e Feisal divenivano rispet-tivamente re della Transgiordania e dell’Iraq. Ma gli inglesi, dopo aver cercato di far attribuire ad Hussein il titolo califfale ch’era rimasto vacante da quando il parlamento turco aveva unilateral-mente abolito il califfato, avevano favorito l’asce-

    “Gli Stati Uniti, per battere l’Urss che negli anni ‘80 si era appropriata dell’Afghanistan,

    esportarono dall’Arabia Saudita

    e dallo Yemen i guerriglieri-

    propagandisti che dettero origine al

    regime dei talebani„

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    marzo 2016 i servizi | GEOPOLITICA

    sa dello sceicco della dinastia saudita Abdelaziz ben Abderrahman, che nel 1932 si proclamò re d’Ara-bia, batté Hussein e fondò un regno nel quale, nel 1938, si scoprirono immensi giacimenti di petrolio.

    Secondo il diritto di successione musulmano, che affida ruoli importanti ai fratelli dei regnanti, principe ereditario sarebbe attualmente Muham-mad ben Nayef, che avrebbe dovuto succedere allo zio ottantenne Abdallah ben Abdelaziz, morto nel 2015; gli è invece succeduto il di lui fratello Sal-man, che scombinando le regole del gioco ha affi-dato molti, troppi poteri al poco più che trentenne figlio Muhammad ben Salman, un giovane arrogan-te e spregiudicato che punta addirittura alla pri-vatizzazione dell’Aramco, la compagnia petrolifera saudita ottanta volte più potente della Total.

    LA PERSECUZIONE DEGLI SCIITI E LA REAZIONE IRANIANAFrattanto, la sempre più dura persecuzione degli sciiti arabi sudditi della dinastia saudita, culmina-ta nell’esecuzione dello sceicco sciita al-Nimr, ha provocato in Iran addirittura l’assalto all’amba-sciata saudita a Teheran e la successiva rottura, il 3 gennaio 2016, delle formali relazioni diplomatiche tra Arabia Saudita e Iran. Se a tutto ciò aggiun-giamo che l’Arabia Saudita è a tutt’oggi uno dei massimi acquirenti di armi del mondo senza che si riesca a capire che cosa ne faccia – ma possiamo immaginarcelo, in quanto circa 2500 sauditi stanno nell’armata di Daesh – mentre un alleato sicuro dei

    ISLAM SCIITAL’islam sciita è un ramo dell’islam.

    Si differenzia dall’altro ramo dell’islam, il sunnismo, per la sua interpretazione della legittimità della successione alla testa della comunità islamica in seguito alla

    morte del profeta Maometto. I musulmani sciiti credono che la catena di successione dovrebbe

    essere determinata dalla tradizione dinastica, con la carica di califfo che passa ai discendenti del Profeta attraverso la persona di suo genero e di suo cugino Ali. Quando Ali assunse la carica di

    califfo nel 656 divenne il quarto califfo a succedere

    al profeta Maometto. All’epoca del suo assassinio

    nel 661, Ali aveva assistito alla scissione dell’islam in sunniti

    e sciiti e, come risultato, è riconosciuto come il primo imam sciita.

    IL WAHHABISMOIl wahhabismo è un movimento islamico fondato dal predicatore

    islamico Muhammad ibn ‘Abd al-Wahhab (1703-92).

    Questo movimento puritano si basa sul monoteismo assoluto e professa un ritorno alle fonti

    primarie dell’islam. Il wahhabismo rifiuta

    anche tutte le consuetudini religiose culturali, incluse

    le tradizioni sufi come la venerazione dei santi.

    Il movimento acquisì importanza dopo essere stato adottato dalla

    famiglia al-Saud nel 1744. A seguito della sua ascesa

    al potere nella penisola arabica nel Ventesimo secolo, le dottrine

    wahhabite crearono la base politica dello Stato di Arabia

    Saudita, quella stessa sulla quale si basa l’ideologia dei jihadisti

    di Al Qaeda e di Daesh.

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    marzo 2016 i servizi | GEOPOLITICA

    sauditi, la Turchia, acquista dal califfo al-Bagh-dadi importanti partite di petrolio clandestino, si può avere una lontana idea del garbuglio ge-opolitico e geostrategico nel quale si dibatte il Vicino Oriente. L’Iraq, il cui governo è dal 2003 sostenuto dagli Stati Uniti, è tuttavia orienta-to in senso filosciita: il che significa che esiste oggi un’alleanza stretta per quanto implicita tra Iran, Iraq e Siria assadista cui accedono anche i curdi e che è nella pratica una delle poche forze ad opporsi a Daesh, contro cui la guerra è stata proclamata da mesi da – si può dire – tutto il mondo, ma che per il momento non è pratica-mente minacciato da nessuno.

    Ora, Daesh potrebbe anche farcela a imporre un mutamento territoriale e istituzionale all’Iraq facendone saltare l’unità e fondando all’interno della sua compagine uno stato indipendente ira-cheno sunnita, che fatalmente sarebbe l’alleato dell’Arabia Saudita alla frontiera con Iran. Ma come reagirebbe la potenza che si sta facendo garante dell’alleanza sciito-curdo-iraniana in funzione antisaudita e antiturca, la Russia di Putin che ha ormai le sue basi navali siro-liba-nesi che fronteggiano la Nato?Se fosse un gioco di Risiko, le forze sarebbero già perfettamente schierate per lo scontro. Per fortuna questo non è Risiko, è politica. Però...

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    L’abbraccio del papa con Kirill le inquietudini del Messico

    dal nostro inviato Luigi Sandri

    Due eventi di grande portata nell’ultimo viaggio latino-americano di Francesco: l’incontro a Cuba con il patriarca di Mosca Kirill,

    il primo del genere nella storia e, poi, la visita ad un paese di fortissimi contrasti, ma anche di grandi potenzialità. Con un doloroso

    e strano silenzio in Chiapas, lo Stato più indio del Messico.

    L’ultimo viaggio latino-americano di Francesco è composto da due dittici – incontro con il pa-triarca di Mosca, Kirill, a Cuba, e visita al Messico – non componibili, per quanto abbiano qualche legame. Vanno dunque esaminati distintamen-te: e cominciamo dal paese complesso (dal pun-to di vista geografico, storico, culturale, religioso e geopolitico) che lega e insieme separa la parte Nord da quella Sud di quell’unico continente che dall’Alaska raggiunge la Tierra del Fuego.

    PAESE BIFRONTE, VIOLENTO E GENTILENegli ultimi vent’anni il Messico ha avuto un im-pressionante aumento della violenza, dovuto a varie cause: la crescita esponenziale del narco-traffico (e, in merito, secondo analisi di giornali di queste parti, alcuni “cartelli” sono collegati con la ‘Ndrangheta calabrese per gestire la “esportazio-ne” della droga in Europa), resa possibile anche per connessioni ad alto livello governativo e da una devastante corruzione delle forze di sicurezza; le faide tra cartello e cartello che seminano continue vittime; l’inarrestabile fenomeno dei “desapareci-dos”, cioè il rapimento di persone a scopo di ven-detta o per ricatto economico (ventisettemila negli ultimi anni - vedi scheda nella pagina successiva); Ciudad Juárez, al confine con la statunitense El Paso, fino a quattro anni fa era una delle città più violente del mondo, con duecentocinquanta vit-time al mese (adesso la situazione è un pochino migliorata, ma resta ben grave).Nell’ultimo decennio in Messico ci sono state cen-tomila vittime della violenza: come sbarcare tran-quilli in un tal paese? Però, a mano a mano che passano i giorni, si rimane conquistati dall’estre-ma gentilezza della gente che, per strada (chie-dendo ad esempio informazioni) o a livello istitu-zionale (questioni burocratiche), fa di tutto per aiutarti. Inevitabile la domanda: com’è possibile

    che in un paese così gentile ci sia tanta violenza? E Ignacio, il mio taxista: «Ce lo chiediamo anche noi, e non abbiamo risposta».Dal punto di vista religioso, il Messico è granitica-mente cattolico, anche se per molti si tratta di un cristianesimo sociologico, che ha l’asse soprattut-to nella devozione alla Madonna di Guadalupe, il cui santuario si trova alla periferia della capita-le. Per dire in poche parole di tale straordinario legame, in Messico corre questa battuta, citata anche dal papa: «Sono ateo, però guadalupano».Cresce, però, la diffusione delle comunità evan-gelical di origine nordamericana, sbrigativamen-te chiamate “sètte” dalle gerarchie cattoliche. Allo stato dei fatti, qui si afferma che, su cento-venti milioni di abitanti, i cattolici nel paese siano cento milioni. Dunque, il Messico, dopo il Brasile, è il secondo paese più cattolico del mondo.

    SORRISI, ABBRACCI E SFERZATEÈ questo paese, appena sommariamente descrit-to, che il papa ha visitato dal 12 al 17 febbraio. Egli è stato accolto con indescrivibile entusiasmo. Abbracci e baci a non finire ai bambini presen-tatigli dalle mamme. Anche con il presidente En-rique Peña Nieto – sempre accompagnato dalla primera dama, Angelica – in pubblico vi è stata estrema affabilità. Ma tutto questo non ha im-pedito a Bergoglio, nelle quattro tappe del suo pellegrinaggio (Città del Messico, San Cristóbal de Las Casas, Morelia e Ciudad Juárez), di de-nunciare con taglienti parole le piaghe del pae-se: «L’esperienza ci dimostra che ogni volta che cerchiamo la via del privilegio o dei benefici per pochi a scapito del bene di tutti, presto o tardi la vita sociale si trasforma in un terreno fertile per la corruzione, il narcotraffico, l’esclusione delle culture diverse, la violenza e persino per il traffi-co di persone, il sequestro e la morte, che causano

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    sofferenza e che frenano lo sviluppo». E, ancora, parlando delle masse di migranti che, fuggendo dalla violenza e dalla miseria, tentano di supera-re la barriera che impedisce l’entrata negli Usa, egli ha rilevato che molti considerano questi sfor-tunati “carne da macello”.

    IL MISTERO DEGLI “INNOMINATI”Il 15 febbraio Francesco ha visitato San Cristóbal de Las Casas, la storica città del Chiapas, lo Stato messicano a maggior concentrazione di indigeni di varie etnie. Il suo nome richiama Bartolomé de Las Casas, che nel 1545 ne fu il primo vescovo. Questi, venuto in Messico dalla Spagna, mirava – come gli altri colonialisti – ad arricchirsi a spese degli in-dios. Poi però si convertì, divenne domenicano e quindi vescovo. Nel 1542 scrisse la Brevísima relación de la destrucción de las Indias, in cui denunciava le atrocità compiute dai conquista-dores contro i nativi. Il libro contribuì a spin-gere Carlo V a emanare leggi che, per quanto non sempre osservate, migliorarono la vita degli indios.Adattandola all’oggi, anche all’opera di Bartolo-mé si ispirò monsignor Samuel Ruiz García, ve-scovo di San Cristóbal dal 1960 al 2000 (quando dimissionò per ragioni di età; morirà nel 2011). Partito per “convertire” gli indigeni, a poco a poco Samuel si lasciò da essi “convertire”: im-

    parò le loro lingue e si dedicò totalmente al loro riscatto e alla difesa dei loro diritti conculcati. Immaginò una teologia india e una Chiesa india; ordinò trecento diaconi sposati, forse con il se-greto pensiero di consacrarli poi presbìteri. Un’i-potesi che irritò moltissimo Giovanni Paolo II e la Curia romana, insieme alla gran maggioranza della Conferenza episcopale messicana; perciò ancor più don Samuel fu emarginato. Eppure nel 2008 lo stesso governo messicano chiamò lui a mediare tra le autorità e l’Ejército Zapatista de Liberación Nacional che portò ad una com-posizione del conflitto e all’affermazione, nella Costituzione, che il Messico è una nazione “pluri-culturale” che deve rispettare i diritti dei popoli pre-colombiani. “Jtatik [padre] Samuel” è vene-ratissimo dagli indigeni: alla sua tomba – situa-ta dietro l’altar maggiore della cattedrale – ogni giorno vengono famiglie indie a pregare.Queste premesse erano necessarie per riflettere sull’enigma del discorso papale nella città. Fran-cesco – che ha benedetto le prime copie di Bibbie tradotte in tzotzil e tseltal, due lingue indigene; e che ha concesso che la liturgia sia celebrata nelle lingue ataviche – nell’omelia della messa, di fronte a migliaia di indigeni, ha affrontato il tema dell’ecologia, ribadendo l’enciclica Lauda-to si’; e, a proposito del passato, ha affermato:

    MESSICO: LE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI

    «Dalle decine di migliaia di persone scomparse al

    massiccio uso della tortura, dal crescente numero di omicidi di donne alla profonda incapacità

    di svolgere indagini, le violazioni dei diritti umani sono

    diventate un fatto abituale in Messico», dichiarava Erika

    Guevara-Rosas, direttrice per le Americhe di Amnesty international alla vigilia del

    viaggio papale. «Sollecitiamo papa Francesco – proseguiva – a usare la sua grande influenza

    per convincere il presidente Peña Nieto a prendere

    sul serio questa terribile crisi dei diritti umani,

    assicurando alla giustizia tutti i

    responsabili delle violazioni».

    A gennaio Amnesty international ha pubblicato un rapporto sulle sparizioni

    in Messico, accusando le autorità federali e statali di

    aver alimentato una crisi dei diritti umani di proporzioni

    endemiche a causa della loro sistematica incompetenza e della totale mancanza di

    volontà di svolgere ricerche e indagini adeguate sulla

    sorte di migliaia di scomparsi. Nel rapporto si denuncia il profondo fallimento delle indagini sulla sparizione forzata di 43 studenti,

    avvenuta nel settembre 2014 ad Ayotzinapa, nello stato meridionale di Guerrero,

    così come su casi analoghi verificatisi nello stato

    settentrionale di Chihuahua e in altre parti del Messico.

    Secondo dati ufficiali, in tutto il paese non si hanno notizie di

    27mila persone, molte delle quali vittime

    di sparizione forzata.In molti casi – denuncia

    Amnesty – le persone di cui viene denunciata la scomparsa erano state viste l’ultima volta

    in stato d’arresto da parte della polizia o dell’esercito. Il fatto che in Messico

    manchino registri dettagliati degli arresti consente alle

    autorità di negare ogni addebito. Le indagini, quando

    iniziano, subiscono ritardi e le poche che vanno avanti

    solitamente non producono alcun risultato.

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    marzo 2016 i servizi | CHIESA CATTOLICA

    «Molte volte, in modo sistematico e strutturale, i vostri popoli sono stati incompresi ed esclusi dalla società. Alcuni hanno considerato inferiori i loro valori, la loro cultura, le loro tradizioni... Quanto farebbe bene a tutti noi fare un esame di coscienza e imparare a dire: perdono! Perdono, fratelli! Il mondo di oggi, spogliato dalla cultura dello scarto, ha bisogno di voi».Nessuna parola egli ha pronunciato su Bartolo-mé e su Samuel. «Questo silenzio ci pesa come una pietra sul cuore», mi dice un cacique (capo indigeno). Per capire come sia stata possibile una tale amnesia, ho parlato nel Chiapas con varie persone del mondo civile, degli indigeni, e del clero. Questa la (provvisoria) conclusione: la grande maggioranza dei vescovi messicani non vuole nemmeno sentir parlare di don Samuel; perciò il papa, obtorto collo, non ha citato il nome proibito; e, però, andando in cattedrale a incontrare gli ammalati, ha sostato in preghiera, in silenzio, di fronte alla tomba del vescovo. La questione “don Samuel” si mescola, apprendo, con i contrasti che agitano i vertici della confe-renza episcopale, in vista della non lontana no-mina del nuovo arcivescovo di Città del Messico, dato che il suo attuale titolare, il cardinale Nor-berto Rivera Carrera, è del 1942.E il silenzio del pontefice su Bartolomé? Sem-bra che il governo non volesse che egli citasse un nome che, per gli indigeni, è una bandiera che ricorda, oggi, come i diritti concreti degli “autoc-toni” siano lungi dall’essere davvero rispettati. È arduo però ipotizzare che il papa si sia fatto condizionare da Peña Nieto. E allora? Rimane il fatto di un silenzio stridente e inesplicabile.

    L’INCONTRO CON IL PATRIARCA DI MOSCA KIRILLSolo venerdì 5 febbraio si è appreso che, in viaggio verso il Messico, «sua santità Francesco avrebbe fatto una sosta all’Avana per incontrare sua santità Kirill, patriarca di Mosca e di tutta la Russia». Ma io, con altri colleghi, ero già in partenza per il Messico e così... addio Cuba. Ab-biamo seguito l’evento in diretta tv.Dopo secoli di gelo un papa, Paolo VI, e un pa-triarca di Costantinopoli, Athenagoras, si erano finalmente incontrati a Gerusalemme nel 1964. Dopo di allora tutti i patriarchi erano venuti a Roma, e i papi erano andati al Fanar, la residen-za dei patriarchi ecumenici a Istanbul. E i russi? Dal pontificato di Giovanni Paolo II si iniziò a parlare di un incontro papa-patriarca di Mosca. Con Aleksij II, in carica dal 1990, l’ipotesi comin-ciò a farsi concreta. Mosca mise però in chiaro che, se vertice ci fosse stato, esso si sarebbe dovu-to tenere in “territorio neutro”, cioè né in Russia né in Italia. Dopo molte trattative, si prospettò l’incontro a Vienna, nel giugno 1997, alla vigilia

    della II Assemblea ecumenica europea prevista a Graz. Ma nell’imminenza del vertice il Santo Si-nodo bocciò l’incontro. Wojtyla – detestato dalla Chiesa russa in quanto accusato di aver favorito l’espansionismo di “missionari” cattolici in Rus-sia e il revival degli “uniati” (cattolici ucraini di rito orientale) – non desistette, e immaginò un marchingegno rocambolesco. Nell’estate del 2003 programmò un viaggio in Mongolia, con sosta a Kazan, la capitale del Tatarstan (repubblica in-terna alla Russia, ottocento chilometri a est di Mosca), per avere così l’occasione di riportare nella città una famosa icona che da là era scom-parsa dopo la Rivoluzione dell’ottobre 1917 e, dopo molti giri, finita in Vaticano. Aleksij II ri-fiutò la proposta; e il viaggio a Ulan-Bator saltò.Con Benedetto XVI e (dal 2009) con il nuovo patriarca Kirill i pourparler per l’incontro proseguirono, invano. Ripresero con France-sco: questi, sul “dove neutro” – Gerusalemme? Vienna? Pan-nonhalma (Ungheria)? Cipro? – si rimise al capo della Chiesa russa. Infine, in settembre, in visita a Cuba, Francesco toccò il tema insieme al presidente cubano Raúl Castro, e con l’ac-cordo di Kirill (e la benedizio-ne di Putin), si decise per l’A-vana, visto che mentre il papa sorvolava l’isola, Kirill si sarebbe trovato là – casualmente!? – in visita pastorale alla piccola comunità russa orto-dossa (creatasi ai tempi dei saldi legami tra Urss e Cuba). Così il 12 febbraio, in viaggio verso il Mes-sico, l’aereo papale sosta all’aeroporto dell’Avana ove già c’è Kirill. I due si abbracciano, e poi si ri-tirano, con un gruppo ristrettissimo di collabora-tori (il cardinale Kurt Koch, presidente del Pon-tificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani; il metropolita Hylarion, “ministro degli esteri” del patriarcato) e stilano la Dichiarazione comune. Un testo preparato nei mesi precedenti e, nell’incontro a tu per tu, forse ulteriormente limato. Firma, nuovi abbracci, breve commento dei Due e, dopo due ore di permanenza a Cuba, proseguimento di Francesco per il Messico.

    UNA “DICHIARAZIONE COMUNE” PROBLEMATICAL’incontro non poteva essere, formalmente, di più basso profilo: nessuna preghiera in comune, nes-sun solenne discorso. Un incontro frettoloso, in un luogo laicissimo come un aeroporto. E con una Dichiarazione comune per molti aspetti – alme-no così pare a molti – deludente e problematica. Essa è composta di trenta paragrafi, e inizia con un «Rendiamo grazie a Dio, glorificato nella Tri-nità, per questo incontro, il primo nella storia...»

    “Come possono convivere, in Messico,

    un’estrema gentilezza di tanta gente, con la violenza

    (centomila vittime negli ultimi dieci anni) che devasta il paese?„

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    marzo 2016 i servizi | CHIESA CATTOLICA

    tra un papa romano e un patriarca russo. [1], avvenuto «a Cuba, all’incrocio tra Nord e Sud, tra Est e Ovest», «isola simbolo delle speranze del “Nuovo Mondo” e degli eventi drammatici della storia del XX secolo» [2].Ricorda poi i molti legami comuni – le Scrittu-re, la comune Tradizione spirituale del primo millennio del cristianesimo, il culto della Madon-na, dei santi e degli «innumerevoli martiri». Ma, «nonostante questa Tradizione comune dei primi dieci secoli, cattolici e ortodossi, da quasi mille anni, sono privati della comunione nell’Eucari-stia. Siamo divisi da ferite causate da conflitti di un passato lontano o recente, da divergenze, ere-ditate dai nostri antenati, nella comprensione e l’esplicitazione della nostra fede in Dio» [6].«La civiltà umana è entrata in un periodo di cam-biamento epocale. La nostra coscienza cristiana e la nostra responsabilità pastorale non ci autoriz-

    zano a restare inerti di fronte alle sfide che richie-dono una risposta comune» [7]. Quindi Francesco e Kirill lanciano un vibrante appello perché la comunità internazionale si impegni a far cessare le persecuzioni che, soprattutto in Medio Oriente e in Nord Africa, fanno migliaia di vittime tra i cristiani; e a stroncare il terrorismo [7-11].Mentre poi si loda lo straordinario sviluppo della fede in Russia, dopo tanti anni di atei-smo, si esprime inquietudine perché (in Oc-cidente, sottinteso) «alcune forze politiche, guidate dall’ideologia di un secolarismo tan-te volte assai aggressivo, cercano di spingere i cristiani ai margini della vita pubblica». E, per quanto riguarda l’integrazione europea, «pur rimanendo aperti al contributo di altre religioni alla nostra civiltà, siamo convinti che l’Europa debba restare fedele alle sue radici cristiane» [14-16].

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    marzo 2016

    «La famiglia si fonda sul matrimo-nio, atto libero e fedele di amore di un uomo e di una donna... Ci rammarichiamo che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione» [20]. Lamentano poi che «milioni di bam-bini siano privati della possibilità stessa di nascere nel mondo»; e «lo sviluppo della cosiddetta eutanasia fa sì che le persone anziane e gli infermi inizino a sentirsi un peso eccessivo per le loro famiglie e la so-cietà in generale. Siamo anche pre-occupati dallo sviluppo delle tecni-che di procreazione medicalmente assistita, perché la manipolazione della vita umana è un attacco ai fon-damenti dell’esistenza dell’uomo, creato a immagine di Dio. Ritenia-mo che sia nostro dovere ricordare l’immutabilità dei principi morali cristiani» [21].Rifiutano il metodo del proseliti-smo sleale [n. 24] e, poi, pur con-dannando il metodo dell’uniatismo – «inteso come unione di una comu-nità all’altra, staccandola dalla sua Chiesa» – affermano che «le comunità ecclesiali [gli “uniati”], apparse in queste circostanze sto-riche hanno il diritto di esistere» [25]. Infine, de-plorano «lo scontro in Ucraina che ha già causato molte vittime, innumerevoli ferite ad abitanti pa-cifici e gettato la società in una grave crisi» [26].

    L’INCONTRO IN SÉ È STATO L’EVENTOQuesto testo contiene affermazioni importan-ti e positive, come un appello energico a non dimenticare i cristiani (ma anche fedeli di al-tre religioni) oggi perseguitati. Ma l’implicito attacco alla modernità e alla laicità dello Stato (con tutte le conseguenze che ne derivano), che caratterizza la Di-chiarazione, non può essere accol-to a scatola chiusa, anche perché ha venature di fondamentalismo. Rileviamo però che, sebbene più volte, negli anni recenti, esponenti ortodossi russi abbiano aspramente criticato le Chiese della Riforma che hanno accolto donne nei ministeri del pastorato ed episcopato, il te-sto non si pronuncia sul tema.Sulla questione ucraina (“uniatismo” e recen-te conflitto) è da sottolineare l’accettazione, da parte di Mosca, del diritto degli “uniati” attuali ad esistere; per ciò che invece riguarda quan-to si dice sul conflitto militare appena sedato, gruppi di “uniati” hanno accusato il papa di

    “tradimento”, per aver sposato le tesi russe in proposito, e ignorato quelle ucraine; e lo stes-so arcivescovo maggiore di Kiev degli ucraini, Sviatoslav Shevchuk, ha criticato la Dichiara-zione come “reticente”.Tuttavia seppure il testo sottoscritto da Francesco e da Kirill sia, a noi pare, criticabile (il papa – per relativizzarlo? – lo ha definito di carattere “pa-storale”), la vicenda dell’Avana non passerà alla storia per esso. Quello che la renderà indimen-ticabile è l’evento in sé, frutto maturo di molti/e che hanno sofferto e lavorato per decenni perché avvenisse. Un ghiaccio che sembrava eterno è sta-to rotto; il parlarsi a tu per tu da fratelli – pur

    in contrasto su molti punti – è di-ventato normale. Benissimo dunque hanno fatto a incontrarsi, il papa e il patriarca (il quale ha una parte im-portante della sua Chiesa contraris-sima ad ogni dialogo col Vaticano; di qui il voluto low profile dell’Avana).

    Ora la normalità dei rapporti – e perciò altri in-contri, sia a Roma che a Mosca, non sono più ipo-tesi fanta-teologiche, seppure non siano da atten-dersi domattina – sarà la cifra del tempo nuovo inaugurato, e che potrebbe gettare qualche fascio di luce anche sul Concilio panortodosso di giugno a Creta. È tempo di grandi speranze; senza però dimenticare che il cammino della piena riconci-liazione tra cattolici e ortodossi è tutto in salita, aspro e doloroso.

    “Baci e abbracci del papa a non

    finire, ai bambini. Ma secca denuncia dei mali del paese„

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    marzo 2016 i servizi | IMMIGRAZIONE

    Una bussola che puntaal Nord globale

    Abby C. Wheatley

    In questo servizio, raccogliamo due testimonianze dirette dalla frontiera tra gli Stati Uniti e il Messico, dove moltitudini di persone provenienti da Honduras, Guatemala, El Salvador e Messico stesso tentano di fuggire non solo dalla povertà