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rassegna stampa monografica

FABIO GEDANel mare ci sono

i coccodrilli

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A cura di Valeria BarraccoImpaginazione a cura di Carmen Maffione

Oblique Studio 2010via Arezzo 18 00161 Roma

www.oblique.it

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Enaiat Akbari aveva dieci anni quando lascilAfghanistan, tredici quando arriv in Italia. Trala partenza e larrivo condusse lesistenza nascostadel clandestino, pi al buio che alla luce, inse-guito tra Quetta e il Mediterraneo da poliziotti chericordava invariabilmente enormi. E sopravvis-se. Sopravvisse alle pallottole dellesercito irania-no, a un mese di marce forzate in alta montagna,alle onde che in Egeo inghiottirono un suo coeta-neo, al doppiofondo del Tir dove rest chiuso tregiorni. Quando finalmente riusc a entrare di sop-piatto in Italia, portava dentro di s tante storiemeravigliose e terribili quante non basta una setti-mana per raccontare, se solo qualcuno volesseascoltarle. Da dove vieni? gli domandarono ininglese le prime persone che incontr sul suolo ita-liano, due ciclisti. DallAfghanistan. Ah,Taliban. E ripresero a pedalare.

I clandestini che sbarcano in Europa suscitanopaura, ostilit o una qualche generica compassio-ne: mai curiosit. In genere li chiudiamo dentroparole-container che ci aiutano a mantenerlimuti. Per la televisione italiana sono sempre idisperati, dunque coloro che non hanno pisperanze: eppure la tenacia con cui rischiano lapelle per arrivare in Europa si spiega soltanto conla speranza pi smodata. Molta destra li conside-ra un pericolo sociale, quando non soldati dellaformicolante cospirazione islamica per occuparelEurabia. Molta sinistra li vuole ricettori passividi piet pacifista, e se afghani, poveri bruti infuga dalla guerra imposta da una nota organizza-zione di assassini, la Nato.

In ogni caso non interessano. Sono non-perso-ne di cui riteniamo di sapere gi abbastanza, figu-ranti in rappresentazioni ideologiche che nondevono smentire. Dunque non scommetteremmosul successo di questo Nel mare ci sono i cocco-drilli, col quale Enaiat Akbari adesso prova asuscitare la nostra curiosit. Per il libro ha lequalit per smentirci. Allepoca dei fatti Enaiatera un clandestino-bambino, il primo che si rac-conti. E lo scrittore che gli presta uno stile lettera-rio, Fabio Geda, riesce nellacrobazia pi difficile,

ripercorrere quella cupa avventura con il passolieve dellinfanzia.

Il risultato un racconto che ha una caratte-ristica piuttosto afghana, una straordinaria deli-catezza. La morte vi irrompe con pudore,inevitabile compagna di viaggio. E come inunodissea infantile, leroe si imbatte in creaturefiabesche, animali mai visti, mucche ferocissime(in realt cinghiali) e coccodrilli in agguato tra leonde del Mediterraneo. Enaiat-Geda raccontasenza mai piagnucolare. E, crediamo, senza men-tire. Anche se lo scrittore si fosse preso qualchelicenza, perfino se fosse ricorso allinvenzione let-teraria in quantit massiccia, Nel mare ci sono icoccodrilli sarebbe comunque un libro veritiero.

Per averne la conferma basta confrontarlo conlesperienza di un altro clandestino afghano,Alidad Shiri. Autore con una sua insegnante,Gina Abbate, di un resoconto che bada soprattut-to allesattezza (Via dalla pazza guerra, Il Margine,2007), Alidad poco pi grande di Enaiat e anchelui un hazara, letnia pi povera e pi vessatadellAfghanistan. Ha compiuto lo stesso percorsodellaltro e rischiato la pelle negli stessi luoghi, legelide catene montuose sul confine turco-irania-no, forse la pi grande tomba di migranti che visia sulla terraferma. Come Enaiat si unito adaltri ragazzini afghani che marciavano insiemeverso lignoto, facendo tappa l dove un lavoromanuale permetteva di racimolare denaro suffi-ciente per pagare i contrabbandieri e scavalcare ilconfine successivo. E anche lui stato salvatodalla solidariet inattesa che gli hanno offerto lepersone pi diverse, con la semplicit dei gestinaturali. Infine entrambi hanno trovato in Italiauna seconda famiglia, Enaiat nella coppia che loha preso in affidamento, Alidad in una piccolafratria di insegnanti di Merano.

Dunque c un lieto fine, tanto pi rassicuran-te in quanto italiano. Ma questo lunico punto incui entrambi i libri potrebbero ingannare. Nellarealt i migranti bambini che arrivano da soli inItalia oggi corrono il rischio di essere rimandatiindietro appena raggiungono la maggiore et. Il

LODISSEA DI UN MIGRANTE BAMBINO

Guido Rampoldi, la Repubblica, 24 aprile 2010

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rimpatrio infatti una possibilit prevista dallalegge, che affida la decisione allarbitrio di autori-t talvolta bizzose, soprattutto se devote al tribali-smo cimbro. Ovviamente limmigrazione questione complicata e non pu essere risolta conatti di buon cuore. Ma il punto un altro: molticlandestini hanno qualit la forza di carattereche li ha portati in Italia, lautenticit delle loroesistenze non comunissima nella generazioneche si accapiglia e singhiozza sullIsola dei famosi.Perch dovremmo respingerli?

E perch non cominciare ad ascoltarli? Magaricapiremmo lAfghanistan, mistero di cui, confer-ma la stampa italiana, sappiamo nulla e nullavogliamo sapere.

modo di raccontarla, per nulla pietistico, a trattiperfino autoironico, mi hanno incantato fin dalprimo momento. Stavo presentando un altro libro(Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani, ilsuo pluripremiato esordio del 2007) e lui era l,con un gruppo di amici. Appena ho sentito il suoracconto gli ho proposto di raccontarlo, e lui ne stato entusiasta. Ma non ero ancora pronto

Che cosa mancava? Col senno di poi, potrei dire che dovevo ancoracrescere. Ma in realt non me la sentivo di raccon-tare unaltra storia, sia pure del tutto diversa, di unragazzo straniero dopo quella di Emil (ladolescen-te romeno protagonista del primo romanzo), teme-vo che quello diventasse un ghetto narrativo,unetichetta. Cos ho fatto altre cose, ho scritto unaltro libro e quando sono stato pronto sono torna-to a cercare quella persona e quella storia. E abbia-mo ripreso da dove eravamo rimasti. Taccuino oregistratore? Allinizio soltanto il primo. Quandoha iniziato il suo viaggio Ena aveva dieci anni,quando arrivato a Torino ne aveva quindici, nelmezzo successo di tutto e non sempre i suoi ricor-di erano nitidi. Abbiamo cominciato a metterepunti fermi sulla carta geografica, a disegnare lastrada. Soltanto in seguito abbiamo registrato, ecominciato a scrivere e a rileggere. Io cercavo didare uno spessore narrativo a quello che scoprivo,lui correggeva e cambiava quello che non gli appa-riva abbastanza realistico, le frasi che un afghanonon avrebbe mai detto

E i coccodrilli? Mi piace intitolare i libri con qualcosa che nellibro viene detto davvero. In questo caso, le paro-le sono di un ragazzino pi piccolo che si trovavacon Ena sul gommone col quale dalla Turchiasono arrivati in Grecia. Non avevano mai visto ilmare, erano soli, abbandonati dai trafficanti cheprima li avevano fatti lavorare per loro, eppurescherzavano e si raccontavano le loro paure, comequella di incontrare i coccodrilli, appunto.

Quanto c di vero e quanto di romanzato nellibro? Tutto vero, come abbiamo tenuto a scriverenel sottotitolo. Io ho fatto un lavoro di ricamosu odori, sapori, dialoghi, anche perch Enaparla un buon italiano ma non abbastanza dascrivere. Siamo stati daccordo sul fatto che il

LA FUGA DI ENA.GEDA: IL MIOROMANZO-VERIT

Vera Schiavazzi, la Repubblica Torino, 27 aprile 2010

Che cosa succede quando uno scrittore incontrauna storia che lo affascina, e questa storia non soltanto nella sua fantasia n in una vecchia foto,ma ha il volto e la voce di un ragazzo? Qualcosadel genere accaduto quando Fabio Geda, pi ditre anni fa, ha trovato (o viceversa) EnaiatollahAkbari, uno dei giovani afghani che negli anniNovanta sono arrivati a Torino per fuggire dallaguerra, dalla miseria, dai talebani. Ne nato unlibro, Nel mare ci sono i coccodrilli, il primo chelo scrittore torinese pubblica con Baldini CastoldiDalai. Geda presta la penna alla storia del fuggi-tivo, familiarmente chiamato Enaiat, o addirittu-ra Ena, e solo raramente se la riprende per breviincisi in corsivo. Ma non si tratta di un reportagen di uninchiesta. Un romanzo piuttosto, o sipreferisce dire una non-fiction novel. PerchEna davvero scappato dal suo villaggio, Nava,nella provincia di Ghazni, ha camminato con lamadre fino a Quetta, in Pakistan, e l stato da leiabbandonato perch potesse salvarsi.

Geda, perch ha scritto questo libro? Perch la storia di Ena, ma soprattutto il suo

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Oblique Studio

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libro dovesse parlare prima di tutto ai giovani,ai ragazzi, e che quindi non dovesse essere ntroppo lungo n troppo noioso. Spero di essereriuscito a regalare a Ena la sua storia.

Che cosa sapeva dellAfghanistan prima, e checosa sa ora?

Prima quasi nulla, ora certamente poco. Ma noncredo che fosse importante raccontare per estesoche cosa accade laggi, altri lo hanno fatto megliodi noi. Quello che volevamo fare era condividerela storia di un bambino costretto a fuggire da casasua dopo aver perso il padre e la scuola, un bam-bino che la madre deve salvare abbandonandolo.

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Fabio Geda, Nel mare ci sono i coccodrilli

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Solo la scrittura di Fabio Geda, che tuttunocon le corde della sua anima, poteva veicolare ilracconto vero della saga popolare, umana, meta-fisicamente dolorosa di Enaiatollah Akbari, origi-nario della provincia di Ghazni, in Afghanistan,che allet di dieci anni viene accompagnato dallamadre a Quetta, in Pakistan: preferisce abbando-narlo piuttosto che consegnarlo ai guerriglieripashtun come pagamento per un ipotetico debi-to contratto dal padre, ucciso qualche annoprima. La sua la storia di un bambino-Ulisse,arrivato fortunosamente a Torino, dove il suoporto sicuro stata una nuova famiglia, e unapagina pronta ad accoglierlo, e, ci si augura, unafolla di lettori con lorecchio teso, ad ascoltare.Commovente, ironico, bellissimo.

Ascoltami bene, bambino mio. Il primo coman-damento : non usare droghe. Il secondo: nonusare armi. Il terzo: non rubare. Sono i cardinidi una promessa che va oltre un divieto. Nonsono parole che vengono dal cielo, ma quelle diuna donna nata in una terra martoriata e fragile,lAfghanistan. la preghiera di una madre alproprio figlio: Salvati, anche senza la tua fami-glia, salvati bambino mio, vattene da qui.

Il figlio si chiama Enaiatollah Akbari, e ha promes-so. Adesso ha ventun anni, Enaiatollah. Quandoha ricevuto i tre comandamenti ne aveva dieci. Equelle sarebbero state le ultime parole ascoltateguardando gli occhi di chi lha messo al mondo.Da quel momento comincia il suo viaggio perlasciare la paura che tormentava la sua famiglia, ilcammino di chi si porta addosso anche il destinodi un popolo. DallAfghanistan al Pakistan, e poilIran, la Turchia. Poi la Grecia, infine lItalia,Torino. lodissea di un piccolo uomo che nonvuole dimenticare, mai. Non vuole dimenticare unpadre ammazzato, laddio ai due fratelli, i pestag-gi, i chilometri fatti nei doppifondi dei camion onelle stive delle navi, i lavori da schiavo, la fameche consuma lesistenza. Non vuole dimenticareuna madre e quellidea di felicit.

E se Enaiatollah riuscir a non dimenticare anche grazie a un libro in cui si raccontato: Nelmare ci sono i coccodrilli, scritto da Fabio Geda(gi finalista al premio Strega e miglior esordiodellanno di Fahrenheit). Un libro bellissimo, chemette in luce la dignit di un essere umano e ilcoraggio di sopravvivere.

Il coraggio di guardare, dice Geda quandolo incontro al Circolo dei lettori di Torino.

LO LEGGOSUBITORed.,Grazia, 3 maggio 2010

UNA VOLTASOLA,MAMMAMarco Missiroli, Vanity Fair, 5 maggio 2010

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Guardare che cosa?Ho incontrato Enaiatollah tre anni fa, duranteuna presentazione al centro interculturale diTorino. Lui stava raccontando la sua storia. Io eFrancesco Colombo, editor della BaldiniCastoldi Dalai, ci siamo innamorati non solo diquesto viaggio ai limiti dellimmaginazione, madi come lo narrava. Dello sguardo che, nono-stante tutto, riusciva a calare sulla propria vita:non pietistico, ma deciso, autentico, a tratti per-sino autoironico. Per lui, raccontarsi era ungesto di pura condivisione. E lo faceva guardan-do al futuro.

In che senso?Credo fosse consapevole del fatto che storiecome la sua possono cambiare il modo di perce-pire laltro. Laltro diverso da noi. Ma non solo:anche il modo con il quale vediamo noi stessi.Enaiatollah ha una percezione del mondo diffe-rente da quella della maggior parte delle persone.Conosce il valore delle cose, della vita. E poi,lunico sistema per fare pace con il proprio pas-sato riuscire a osservarlo dallesterno. Ancheper questo motivo nato il libro. Mi piaceva pen-sare di poter offrire a Enaiatollah loccasione dimettere definitivamente ordine in quegli anni.

Com stato lavorare con lui?Meraviglioso. Mi ha permesso di entrare nella suavita. La mia pi grande paura era deluderlo conquello che avrei scritto. Mi sono messo al serviziodella sua memoria. Ho tentato soprattutto dimettermi allascolto di quel non detto che accom-pagna sempre le storie. In questo mi ha aiutatomolto la mia esperienza da educatore.

Uno scambio alla pari. S, ci siamo regalati a vicenda. Lui ha scelto diaffidarsi a me. E lha fatto con una storia incredi-bile. Io ho provato a restituirgli una voce che arri-vi a pi persone possibili. stata una faticaenorme eliminare qualsiasi preconcetto, abbassa-re le difese e lasciarmi attraversare dalla sua esi-stenza. Diventare orecchio per poi essere voce.Spero di esserci riuscito. In questo ho sentitomolto il peso della responsabilit.

Quasi paterna.In un certo modo.

La madre lascia a Enaiatollah tre comanda-menti. Gliene daresti un altro?Non fermarti, Ena. Continua a raccontare, a viag-giare con la parola anche se rimarrai a Torino efinalmente rimetterai radici. Non fermarti.

Enaiatollah appena arrivato, si affaccia nellastanza dove io e Geda stiamo parlando. Geda sialza e lo abbraccia. Enaiatollah ride. Sembra feli-ce. Gli chiedo se davvero lo .

Sono sempre stato felice. Luomo felice quan-do supera unaltra felicit. Non ricordo chi lodice, un filosofo mi sembra. Io sono daccordo.

Quante felicit hai superato?Ogni giorno che passava ero pi felice. Perchero vivo. E anche nei momenti terribili, quandolavoravo tutto il giorno per un pezzo di pane, cer-cavo un motivo per esserlo: e questo motivo era ilvenerd, quando avevo mezza giornata libera epotevo pensare a me. E ai miei sogni. Mi sonobastati i miei sogni per andare avanti, adesso mibasta la mia famiglia (Enaiatollah vive a Torino:ha una madre e un padre e due fratelli italianiaffidatari, ndr).

Ti trovi bene con loro?Strabene. Mio fratello grande musicista, appenaarrivato mi faceva ascoltare Mozart, Beethoven,Brahms, non ci capivo niente.

E adesso lo capisci Mozart?Pi di una volta. Ma io amo materie come lastoria e il diritto, sto studiando per diventareassistente sociale, andr ad aiutare gli anziani.Nel frattempo lavoro come mediatore in unascuola, e il pomeriggio mi hanno affidato unragazzo disabile. C unaltra cosa che mi piacemolto.

Che cosa?Il calcio. Ci troviamo il sabato pomeriggio e gio-chiamo. Siamo di tutte le nazionalit, afghanisoprattutto.

Loro conoscono la tua storia?Alcuni s, altri no. Molti hanno subito quello cheho subito io. Magari a qualcuno dar il libro, ilmodo migliore per raccontarla.

Fabio Geda, Nel mare ci sono i coccodrilli

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Quindi Fabio ha fatto un buon lavoro.Se non ci fosse stato Fabio, non sarei mai riusci-to a raccontarla come andava fatto. Certe volterileggo la mia storia come lha scritta lui e pensoche era proprio cos che bisognava fare. Ognicosa vera, e andava scritta in quel modo. E io laracconter dora in poi in quel modo.

Raccontarla significa salvarla?Mi sento obbligato e lo voglio fare. Per far capi-re alle persone la vita di tutti gli immigrati,soprattutto afghani. Non so se un modo perdifendermi da quello che mi successo o percombattere i pregiudizi verso chi lascia la propriaterra.

Forse tutte due.Forse s. Io cerco dinformarmi, guardo Ballar eAnnozero. Sono contento se posso dare un con-tributo, aiutare a far capire che nessuno vorrebbelasciare la propria terra se non fosse costretto afarlo per sopravvivere. O per far sopravvivere.Perch solo in pochi si chiedono com il passatodi un immigrato? O perch ha messo s stesso suun barcone? Molti si dimenticano che lasciare ilproprio Paese vuol dire stare male. E che nessu-no vuole rompere le scatole.

Tu volevi venire proprio in Italia? stato sempre il caso a guidarmi da una terraallaltra. Ero contento solo ogni volta che arriva-vo in una citt nuova, perch significava averequalche possibilit in pi di salvarsi. Ho semprecercato un posto migliore dove sopravvivere. Siain Iran che in Turchia si sempre e comunquedegli immigrati clandestini, quindi sono dovutoandare via. In Pakistan era meglio, ma non avevonessuno. Ora, la mia terra lItalia.

Hai pi avuto contatti con la tua famiglia inAfghanistan?Mia madre lho risentita dopo diversi anni.Adesso la chiamo ogni volta che posso. E anche imiei fratelli afghani. Spero di rivederli presto, ionon posso tornare in Afghanistan (Enaiatollah rifugiato politico dal 2007, ndr). Li mantengoperch l non c lavoro, cos mio fratello pustudiare. Non voglio passi quello che ho passatoio, voglio che alleni il cervello. Il cervello e la for-tuna possono farti felice. Non dare fastidio a nes-suno pu farti felice.

Riassumi i tre comandamenti di tua madre.Dovunque fossi, preferivo morire piuttosto chedare fastidio. Cos adesso: non sono venuto quiper rubare o per arricchirmi. Ho passato il peg-gio del peggio, ma non mi sono mai permesso diprendere niente che non potevo prendere.Tranne una volta.

Vuoi raccontarlo?DallIran dovevamo arrivare in Turchia. Abbiamooltrepassato le montagne a piedi, era inverno e ilviaggio durato 29 giorni. Le mie scarpe eranorotte, avevo le dita viola che non sentivano piniente. Ho visto un gruppo di persone seduteimmobili sulla neve. Mi sono avvicinato e ho capi-to che erano morte per il freddo. Cos lho fatto: auno di loro ho rubato gli scarponi.

Oblique Studio

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Non usare droghe, non usarearmi per fare del male a un altroessere umano, non rubare.Queste parole lo hanno salvato

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LAfghanistan spiegato agli italiani adulti, con leparole di un bambino alto come una capra, diecianni forse, che vorrebbe passare le giornate a gio-care a Buzul-bazi, a biglie con un osso quadrato,con gli amici del villaggio hazara sperduto in unavalle tra Kabul e Kandahar, e invece per la minac-cia di un signorotto pashtun deve andare via.

Il Pakistan, lIran, la Turchia, infine lEuropa,passano gli anni, continua il viaggio insopporta-bile e ineluttabile di un adolescente che spaccapietre per mettere via pochi soldi, un giornodopo laltro, dimenticando linfanzia per soprav-vivere: Ero a un punto di non ritorno, come ditevoi a tal punto che perfino la memoria avevasmesso di tornare e cerano giorni interi e setti-mane che non mi veniva pi da pensare al miopaesino nella provincia di Ghazni e a mia madreo a mio fratello e a mia sorella, come invece face-vo allinizio, quando la loro immagine era untatuaggio sugli occhi.

Scala le montagne, un mese al gelo del confinetra Iran e Turchia, tra morti assiderati e di fatica,scomparsi nel silenzio, e io non me nero neppu-re accorto. Arriva a Istanbul, tre giorni rannic-chiato senza aria nel doppiofondo di un camioninsieme a decine di altri sventurati. Da un certomomento in poi, ho smesso di esistere; ho smes-so di contare i secondi, di immaginare larrivo.Piangevano il pensiero e i muscoli. Piangevano iltorpore e le ossa. Non trova lavoro, riparte perla Grecia con un gommone gonfiabile e unabanda di ragazzini pi piccoli di lui, Hussein Alche ha paura dei coccodrilli in mare. Incontrapersone gentili, raggiunge Atene, si nasconde inun camion, riparte, approda a Venezia, si salva.

Sembra un romanzo di fantasia (triste) e dav-ventura (estrema), con il lieto fine dellaccoglienzain una famiglia torinese e il respiro silenzioso dellamamma dallaltra parte della cornetta: In quelmomento ho saputo che era ancora viva e forse, l,mi sono reso conto per la prima volta che lo eroanche io. lincredibile storia vera di EnaiatollahAkbari, raccontata da Fabio Geda: Nel mare cisono i coccodrilli. Da meno di un mese in libreria,

gi al terzo posto nella classifica generale dei pivenduti.

A dargli una buona spinta stato Fabio Fazioche ha avuto Enaiatollah ospite della sua trasmis-sione Che tempo che fa. Ma considerarla lunicaragione sarebbe fargli torto.

Geda restituisce al ragazzo un linguaggio lievee poetico. Mai cinico n duro, nonostante la mate-ria crudele. Ravviva il ritmo e d autenticit allanarrazione introducendosi in prima persona,riportando passaggi del dialogo attraverso cui si costruito il racconto. Posso parlarti di quando italebani hanno chiuso la scuola, Fabio? Certo.Ti interessa? Mi interessa tutto, Enaiatollah.Educatore prima che scrittore, esperto dinfanziae adolescenza, Fabio Geda, 38 anni, si innamora parole sue della storia del ragazzino afghano,allora diciassettenne, alla presentazione del suoprimo romanzo (Per il resto del viaggio ho spara-to agli indiani) nel 2007, al Centro Interculturaledi Torino. Meglio, si innamora di comeEnaiatollah cerca di raccontarla: Senza pietismo,n autocommiserazione, con leggerezza e ironia.

La folgorazione reciproca. Enaiat, comeviene chiamato, studia tenacemente litaliano, maarrivato da poco non in grado di esprimersicome vorrebbe. Avevo bisogno di qualcuno chemi regalasse la mia stessa storia, dice adesso.Con Fabio passano insieme giornate intere. Apartire dalla ricostruzione della sua memoria. Iricordi sono confusi, lacunosi, un magma indi-stinto. Lavorano a mettere in ordine le tappe delviaggio, cercano su Internet, su Google Maps, letracciano sulla cartina. Il racconto comincia adaffiorare. Fabio accende il registratore. Poi tornaa casa, riascolta e scrive. Cercando di esprimer-mi come avrebbe fatto lui.

il segreto del libro. Geda riesce a rivestireuna testimonianza sulla guerra, la violenza, il traf-fico di esseri umani, la ricerca di una vita, nean-che migliore, semplicemente umana, della pelle edelle ossa leggere di un ragazzino, che camminaal passo di un racconto di bambini. Tracciandoun sentiero consigliato anche agli adulti.

KABUL-TORINO, FUGA PER LA VITA

Alessandra Coppola, Corriere della Sera, 9 maggio 2010

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Enaiatollah era un ragazzino afghano che amavagiocare a buzul-bazi, un gioco che si fa con unosso preso dalla zampa delle pecore. Chiamavaparadiso Nava, il villaggio dove viveva con lamadre, nella provincia di Ghazni, e aveva un bravomaestro. Un giorno sua madre gli disse:Partiamo e lui senza capire rispose partiamo,mamma, e dove andiamo?. Partiamo, disse lamadre. Tre giorni di viaggio, tre giorni diAfghanistan, poi il Pakistan e una notte cheEnaiatollah non scorder. Non rubare, non ucci-dere, non drogarti, disse la madre a un addor-mentato ragazzino afghano di nome Enaiatollah. Epoi khoda negahdar, addio, disse la madre.Tornata a Nava, tornata in quella terra (correvalanno 2001) che i talebani chiamavano loro.Agli hazara la famiglia di Enaiatollah era dietnia hazara spetta il Goristan, dicevano gli stu-denti coranici. Gori significa tomba. Poi lodis-sea, per questo ragazzino senza et, giunto sotto laMole cinque anni fa, dopo aver venduto merendi-ne in Pakistan, aver viaggiato tra Iran, Turchia,Grecia, essere passato da Venezia e da Roma. Ora secondo le autorit ha ventun anni e dagliamici italiani si fa chiamare Giorgio. Per comodi-t. rifugiato politico e vive con lassistente socia-le che lo prese in cura, lei la sua nuova madre.Fabio Geda, scrittore torinese, ha raccolto la suatestimonianza in un piccolo volume, Nel mare cisono i coccodrilli, uscito da poco per la BaldiniCastoldi Dalai.

Geda, com nata lidea di un libro che raccon-tasse lodissea di Enaiatollah? Ci siamo incontrati tre anni fa alla presentazio-ne di uno dei miei romanzi. Durante lincontroil centro interculturale chiese a Enaiatollah di

raccontare la sua storia; ci siamo innamoratisubito del suo modo di raccontare, era incredi-bile il suo sguardo pieno di ironia e leggerezzanonostante fosse una storia incredibilmentedrammatica.

stato difficile interpretare le emozioni di unragazzino afghano?Io ho lavorato come educatore per tanti anni,conosco lo sguardo dei ragazzini, il ritmo e ilmodo estraniante che hanno di utilizzare le paro-le e trasmettere i loro concetti. Diciamo che stato difficile come sempre quando racconti unastoria di qualcuno che non sei tu.

Quanto tempo ha trascorso con Enaiatollah perla stesura del libro?Sette mesi, passando diversi pomeriggi a rico-struire il viaggio cercando i posti sulle cartine eapprofondendo alcune cose che mi sembravanopi importanti.

Cera qualcosa in particolare che lei voleva met-tere in risalto?Il mio stato pi un lavoro di mimesi, nel sensoche ho cercato di capire cosa lui volesse metterein risalto. Era lui che aveva alcune priorit, io hosolo cercato con gli strumenti tipici della narrati-va e della fiction di costruire una storia che fossepiacevole da leggere. Siamo convinti che questasia una storia che possa cambiare il modo con ilquale le persone guardano i ragazzi comeEnaiatollah. Se un ragazzino di sedici/diciassetteanni legge questo libro si rende conto di come fatto il mondo e in che parte di mondo nato,arrivando a capire che tipo di responsabilit hanella vita.

NEL MARE CI SONO I COCCODRILLIINTERVISTA A FABIO GEDA

Gaetano Veninata, www.estjournal.wordpress.com, 9 maggio 2010

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Come ha fatto Enaiatollah a ritrovare la madre?Lui lavoricchia sempre, da quando arrivato inItalia: con i primi soldi guadagnati ha chiesto aun signore pakistano che conosceva di andare acercare i suoi familiari e di portarli in Pakistan.Cosa che avvenuta senza bisogno di denaro.

A Torino c una grande comunit afghana?No, gli afghani non sono molti in tutta Italia e aTorino ci sono solo trenta o quaranta ragazzi, constorie simili a quella di Enaiatollah. Lui per gliincroci strani della vita mi ha acceso la voglia diraccontare la sua storia, unesigenza fortissimache sentivamo entrambi.

Non ha nostalgia dellAfghanistan, Enaiatollah?Credo che abbia una grande nostalgia della fami-glia e della sua infanzia in quel paesino da cui scappato: lo si vede quando parla della scuola,

del maestro ucciso dai talebani, dei suoi giochipreferiti. Ma credo che oggi sia contento di vive-re in un paese nel quale pu sperare in un futuromigliore. Non crede che dal 2001 sia cambiatoassolutamente nulla in Afghanistan. Non ci sonole condizioni per tornare. Anzi, vorrebbe farvenire in Italia anche il fratello, ma lui sembraessere un po riluttante. Ma credo cheEnaiatollah ci prover ancora a convincerlo.

Vi siete gi messi daccordo per un futuro viag-gio in Afghanistan?Lui vorrebbe addirittura partire questestate perandare a trovare la madre, che ormai vive inPakistan. In Afghanistan non pu tornare perch rifugiato politico in Italia e sarebbe un contro-senso. Io vorrei accompagnarlo, ma lui si rifiutadi portarmi perch dice che troppo pericoloso,che mi rapirebbero.

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Fabio Geda, Nel mare ci sono i coccodrilli

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un piccolo caso editoriale, di quelli di cui sichiacchierer allinfinito agli stand del Salone dellibro. Un romanzo-biografia, o meglio un roman-zo-intervista, che ha scalato le classifiche di ven-dita (ora al secondo posto) armato di una prosasemplice, di una storia stranamente sospesa tralincubo e la fiaba. Si intitola Nel mare ci sono icoccodrilli (Baldini Castoldi Dalai editore, pp.156, euro 16) e racconta le vicende di EnaiatollahAkbari, un ragazzino afghano che riuscito adarrivare in Europa dopo un viaggio clandestinodurato cinque anni. Lodissea di questo profugo(che ora ha pi o meno ventun anni) raccoltadallo scrittore Fabio Geda potrebbe essere rias-sunta cos. Enaiatollah membro delletnia haza-ra, da sempre considerata da talebani e pashtuncarne da macello. Suo padre viene ucciso daibanditi mentre obbligato a guidare un camioncarico di merci dei pashtun. Quelli trovano deltutto naturale prendersi il ragazzino come schia-vo in cambio della merce perduta. La madre,allora, per salvarlo si d alla fuga con Enaiatollah,che ha solo dieci anni, e lo porta in Pakistan,dove costretta ad abbandonarlo per tornarenella sua valle a occuparsi degli altri figli. Da allo-ra il ragazzo, sporadicamente perseguitato daifondamentalisti, vive facendo lo sguattero, il ven-ditore ambulante, il muratore e qualsiasi altraprofessione gli capiti a tiro. Intanto passa illegal-mente i confini (per lui che non mai stato regi-strato allanagrafe la legalit non pu esistere),sino ad arrivare in Europa, dove viene adottatoda una famiglia italiana.

Geda, dove ha conosciuto Enaiatollah?Ho conosciuto Enaiatollah tre anni fa, a una pre-sentazione del mio primo romanzo, Per il resto delviaggio ho sparato agli indiani. Lavevano invitatoper raccontare la sua storia vera come controcantoalla mia, che era di pura invenzione. Lui narravaqueste vicende incredibili, a tratti tragiche, con untono leggero, ironico e con uno sguardo teso alfuturo che mi sono sembrati eccezionali.

Come si spiega che un ragazzino sia riuscito asopravvivere a una vicenda del genere mante-nendo la gioia di vivere?Ho a lungo lavorato come educatore e c in psi-cologia un termine specifico resilienza. Indicala capacit di non spezzarsi sotto i colpi della vita.Per fortuna i ragazzi sono pi resilienti degli adul-ti, sono pi capaci di ricostruirsi una vita. E iragazzi afghani in questo sono eccezionali. Ne hoconosciuti molti con unintelligenza spiccatissima,con grandi capacit, peccato gli vengano tarpate

Enaiatollah insiste moltissimo sui danni prodot-ti dai fondamentalisti islamiciHa visto i talebani uccidere il suo maestro discuola, li ha visti cercare di sradicare la sua cultu-ra, non lo hanno lasciato vivere nella sua terraUna delle cose che tiene di pi a dire, a racconta-re, che non tutti gli afghani sono talebani, chemolti afghani sono le prime vittime di quellaoppressione

Eppure nel libro non manifesta mai sentimentidi odio Anzi, prova gratitudine anche per per-sone che, nella nostra ottica, sono sfruttatori dellavoro minorile o mercanti di uominiQuando hai da dieci a quindici anni, sei sperdu-to e vuoi sopravvivere devi avere un punto divista cos, positivo! Lui ha tirato fuori il megliodalla sua esperienza. Anche leggendo e conoscen-do i fatti difficile rendersi conto di quello chepu aver provato

La forma narrativa che avete usato asciuttissi-ma e molto semplice. Perch?Ho scelto questa forma perch volevo che il librorispettasse la memoria di Enaiatollah, volevo unaforma espressiva che ricordasse il racconto orale,che fosse comprensibile da tutti, soprattutto dairagazzi Abbiamo scelto di non gonfiare il rac-conto, labbiamo tenuto sotto vuoto. Eppure sene poteva pompare di aria e farlo diventare unaspecie di Cacciatore di aquiloni

ODISSEA DI UN RAGAZZO AFGHANO CHE NON CACCIAVA AQUILONIMatteo Sacchi, il Giornale, 11 maggio 2010

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Il vostro libro racconta una storia di salvezza.Che mi dice invece dei sommersi?Sono in pochi quelli che ce la fanno, la salvezza inquesto caso anche dovuta a una famiglia italia-na veramente meravigliosa. Molti non sono cosfortunati, vengono risucchiati da un mondodelinquenziale.

Anche la madre di Enaiatollah ha dato un contri-buto fondamentaleHa dovuto abbandonarlo ma gli ha lasciato ineredit tre precetti: Non usare droghe, nonusare armi per fare del male a un altro essereumano, non rubare. Queste parole erano tuttoquello che quella donna poteva lasciargli. Ma lohanno salvato.

Ci sono storie cos formidabili che sembra impos-sibile raccontarle senza diminuirle. Eppure, dopoavere letto Nel mare ci sono i coccodrilli, diffi-cile immaginare una penna diversa da quella diFabio Geda per raccontare la vita di EnaiatollahAkbari in modo cos sorvegliato. Originario di unpaesino sperduto nel cuore dellAfghanistan, adieci anni forse (non esiste lanagrafe da quelleparti) Enaiatollah stato abbandonato dallamadre in Pakistan per sottrarlo ai signori dellaguerra. Un atto damore straordinario e strazian-te con cui ha avuto inizio lodissea moderna chelo ha portato in Italia. Dove sbarcato a tredicianni con un sorriso che nessun dolore riuscito acancellare.

Mi racconti come fosti abbandonato da tuamadre? stata una cosa improvvisa. Mi ha portato inPakistan, rimasta con me due notti e se nandata. Mi sono svegliato una mattina, lho chia-mata ma non cera pi. Non lho pi rivista. Nonla vedo da undici anni.

Quando hai capito che non era un abbandonoma un gesto damore per salvarti?Il giorno in cui le ho scritto una lettera e ho cer-cato di fargliela recapitare da un uomo che cono-scevo a Quetta. Quello mi ha detto: Mettitela intasca. Tua madre ti ha fatto un regalo a portartiqui. Ti ha regalato la vita rischiando la sua. Eravero. I talebani non permettevano alle donne diviaggiare.

Hai mai pensato cosa saresti diventato ora sefossi rimasto in Afghanistan?Forse sarei saltato su una mina, o forse sareidiventato un kamikaze, chi pu dirlo. Laggi pucapitare di tutto, soprattutto a un bambino.

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LA STORIA DEL BAMBINO AFGHANOCHE LA MADREABBANDON. E SALV

Brunella Schisa, il venerd di Repubblica, 14 maggio 2010

Forse sarei saltato su unamina, o forse sarei diventato

un kamikaze, chi pu dirlo.Laggi pu capitaredi tutto,soprattutto a un bambino

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A volte capita che i ricordi siano scampoli di stof-fa. E che la coperta che vorremmo usare per scal-darci le spalle davanti al fuoco, la notte, perproteggerci dal vento al termine di una giornatadi cammino quella coperta troppo corta chia-mata memoria debba essere cucita a mano,unendo con scrupolosa cura artigianale i lembidei ricordi, uno a uno: una faccia a un luogo,unemozione a una voce, un lavoro a un cibo. Avolte poi capita che il filo con il quale si devecucire la coperta, be, quel filo sia la letteratura.Se poi la memoria non appartiene a chi scrive, maa qualcun altro, tutto questo cucire e raccontare,diventa anche relazione, incontro, regalo. Unreciproco affidarsi. Io ed Ena come lo chiama-no tutti quelli che lo conoscono: Enaiatollah davvero un po lungo ci siamo conosciuti treanni fa, a una mia presentazione. Anzi, credofosse la seconda o, forse, la terza presentazioneche facevo in assoluto, dopo luscita del primoromanzo. A ospitarla era il Centro Interculturaledi Torino, in corso Taranto, ed Ena era statochiamato a fare da controcanto con la storia

(vera) del suo viaggio, alla storia (inventata) cheio raccontavo nel libro: un viaggio anche quello,un ragazzino come protagonista, le frontiere daattraversare e via dicendo. Ho presente cosacolp me (e non solo me) quella sera, nel modo diEnaiatollah di raccontare la sua storia. Non fu lalingua, non furono le vicende anche se pazze-sche ma fu lo sguardo. Uno sguardo ironico,per nulla pietistico nonostante la drammaticitdegli avvenimenti. Lieve, nonostante la pesantez-za delle scelte. Rivolto al futuro, anche se dispo-nibile nei confronti del passato, ma senzaindugiarci a lungo. Alla fine della serata, chiac-chierando, Ena disse che gli sarebbe piaciuto riu-scire a scrivere la storia del suo viaggio dallAfghanistan allItalia, tra i dieci e i quindicianni perch la condivisione di quelle esperien-ze avrebbe caricato di senso quei cinque anni divita. Ovviamente, da solo non era in grado difarlo. Gli serviva un orecchio in prestito, capacepoi di farsi penna. Sono trascorsi due anni primache io mi sentissi abbastanza forte per tentare.Ora che lho fatto, spero daverlo fatto bene.

IL MIO ORECCHIO IN PRESTITO A ENAIATOLLAHFabio Geda, La Stampa, 14 maggio 2010

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In quel momento ho saputoche era ancora viva e forse, l,

mi sono reso conto per la primavolta che lo ero anche io

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bambini venditori, che emigra clandestinamentein Pakistan e in Iran, che fa mestieri diversi, cheviene arrestato, picchiato, maltrattato, respinto,ma che trova sempre una qualche ragione di resi-stenza. Fino al momento della decisione estrema,che lo avventa nella grande e fortunosa impresadella fuga in Occidente, verso la salvezza dallafame e dalla paura, via per passaggi impervi, perpercorsi improbabili, per navigazioni impossibili,attraverso Turchia e Grecia, fino al del tuttocasuale approdo italiano e in ultimo dietro lesi-guo filo di un nome a quello torinese.

Unesperienza che in tanti hanno fatto, magaricon meno fortuna, ma che sulla bocca del prota-gonista Enaiatollah (e su quella assai pi defilatama letterariamente decisiva del deuteragonistaFabio) si arricchisce di momenti che stanno tralaspro e il faceto, come appunto nellepisodio ched il titolo al libro: quattro sprovveduti che si lan-ciano in unimpresa pi grande di loro con la ridi-cola dabbenaggine di un film quasi comico, dicerto non privo di senso dellumorismo (irresisti-bile la sequenza del loro approdo a Mitilene).

Tra vicende penose e perle di saggezza (unaper tutte: la pazienza salva la vita), va segnala-to il finale di stupefatta piet, che diventa la scenamuta di unavventura una volta tanto riuscita.

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LOCCIDENTE, ZATTERA PER IL BAMBINO AFGHANOGiovanni Tesio, Tuttolibri della Stampa, 15 maggio 2010

Storie inventate fin che ce n e poi storie vere overidiche che si raccontano quasi da s. FabioGeda un giovane narratore (si pu ben dire)torinese che ha scritto due romanzi di forte impe-gno, ambientandoli nel mondo del disagio socia-le ma anche di unostinata ricerca di riscatto. Oracon il suo terzo titolo, Nel mare ci sono i cocco-drilli, accade qualcosa che un po fa continuit eun po fa differenza.

La continuit data soprattutto dallattenzio-ne per le vicende che dovrebbero scuotere lanostra mala coscienza di lettori (non da ora) ipo-criti. La differenza data soprattutto dalla diver-sa natura della narrazione. Mentre, insomma, iprimi due romanzi pur derivando dai materialidi unattivit professionale vicina ai contenutidelle storie narrate sono il frutto di una costru-zione molto articolata, questa volta il sottotitoloesplicita: Storia vera di Enaiatollah Akbari. Ossiadice chiaro che il terzo libro nasce come resocon-to di unesperienza compiuta.

Di fatto il traliccio esile: qualche domandagiusto a rompere il flusso della memoria cheincalza, qualche obiezione narratologica, qual-che piccolo intermezzo per ordinare un trattooscuro, colmare una lacuna, e poi per il resto un tentativo di vestire le parole altrui, di tro-vare il giusto mezzo tra i fatti riferiti e la neces-sit di acclimatarli, di coglierne la natura, diassecondarne con mano lieve ma decisa la gravi-t e la grazia intrise di sofferenza ma anche diallegria, di azzardo e di ottimismo ma anche ditenacia e di umorismo. Ne scaturisce la storia diun bambino afghano di circa dieci anni (forsequalcuno di pi) e di etnia hazara (invisa sia aitalebani sia ai pashtun), che la mamma in uncerto senso porta a perdere perch possa salvar-si, uscendo dalla strettoia di una situazione diodio e povert.

Un bambino che vive diviso tra i ricordi dellasua infanzia di villaggio e la necessit di mante-nersi in una realt che non gli d tregua. Un bam-bino che singegna, che fa gruppo con altri

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Come si racconta una microstoria diventatauna sintesi di tante vicende che attraverso lacronaca non riusciamo a vivere con la forzacon cui tu sei riuscito a esprimere questa trage-dia personale?Mi piace dire che la si racconta togliendo dallastoria tutta laria che uno riesce a togliere; unastoria come questa potevamo riempirla dariafino a farla diventare un grande romanzo oppureuna grande inchiesta o un reportage, invece hocercato di avere grande rispetto per i ricordi diEnaiatollah, ho tolto tutta laria possibile per arri-vare al cuore della sua memoria.

Quanto invece la tua prosa ha risentito dellaforma del racconto orale che Enaiatollah ti hafatto?In maniera molto profonda, anche se il suo mododi raccontarmi la storia era molto pi caotico, picomplicato, pi spezzettato; io ho dovuto ricuci-re i suoi ricordi, ma ho cercato di ricucirli inven-tandomi questa voce che orale perch era quellache mi risuonava dentro quando ascoltavo luiraccontare a me.

Sembra che in questopera la tua scrittura abbiaassunto una connotazione quasi pi epica nelmodo di raccontare; c un pathos, un respiro,uno spessore quasi dellepica?Speravo proprio di essere riuscito a inserire que-sto tono, ci tenevo molto a renderlo un raccontouniversale, questo racconto non avrebbe funzio-nato se non fossi riuscito a renderlo universale,questo non un racconto speciale, la vita dimigliaia di persone che ogni giorno tentano diarrivare in Occidente, e queste migliaia di perso-ne spero possano trovare in questo racconto laloro voce e dunque anche una voce epica, perchsono vicende epiche.

FABIO GEDA:INTERVISTA ALSALONE DEL LIBRO

La Compagnia del Libro, www.lacompagniadellibro.tv2000.it, 17 maggio 2010

NEL MARE CI SONO ICOCCODRILLI. FABIO GEDA

Enaiatollah Akbari il protagonista di questa sto-ria, fondamentalmente perch quella raccontatain Nel mare ci sono i coccodrilli la sua storia.Nato in un villaggio dellAfghanistan che nonavrebbe mai voluto lasciare, Ena viene abbando-nato dalla madre in quanto, dopo la morte delpadre, la famiglia minacciata.

Cos comincia il viaggio di questo coraggiosobambino (poi ragazzo) alla ricerca di un luogotranquillo dove vivere e in cui non essere piun clandestino: anni di pellegrinaggio tra Paesisconosciuti Iran, Turchia, Grecia e di mestie-ri improvvisati tuttofare, venditore, operaioedile nei quali Akbari cerca la sua terra promes-sa che alla fine trover in Torino, citt che glioffrir una nuova famiglia e la possibilit di tor-nare a studiare.

Narrato in prima persona, il libro alterna qual-che dialogo con Fabio Geda, scrittore da sempreimpegnato nelle questioni sociali, che ha messonero su bianco lodissea di questo ragazzo: storiain realt comune a tante altre odissee di tanti altriEnaiatollah Akbari, che molti di noi nemmenoriescono a immaginare.

Federica Palladini, Elle, 17 maggio 2010

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ora anche i ragazzi italiani provano la nostra stessapaura. Forse anche Luigi e Massimiliano, i due sol-dati morti ieri, si erano illusi di portare la pace.Voglio credere che questo fosse uno dei lorosogni. Quando erano nei loro blindati, guardando-ci da lontano per i pattugliamenti, oppure quandodistribuivano cibo alle famiglie, certamente pensa-vano di fare del bene al nostro popolo. Voglio ren-dere omaggio al loro coraggio. Ne hanno avuto,non ne dubito.

La verit per che gli afghani, molti afghani,ormai non si fidano pi. I miei parenti mi dicono:Prima avevamo un nemico, ora ne abbiamotre. Prima cerano gli odiati Taliban. Adesso cisono i fondamentalisti arrivati dallestero e glioccidentali che uccidono donne e bambini per-ch non hanno preso bene la mira.

Ogni tanto riesco a parlare con i miei zii, i mieicugini che vivono ancora l. Ogni volta penso chepotrebbe essere lultima. Loro non sanno sevivranno ancora domani. Non hanno pi punti diriferimento, sono in mezzo alle fazioni che sicombattono. Loro, come tutti i civili. Mi raccon-tano del terrore che li accompagna. Di giorno,vengono a bussare gli occidentali accusandoti dicollaborare con i Taliban, di notte sono i Talibanche ti cercano perch sospettano che ti sei alleatocon gli occidentali.

Se vuoi sopravvivere, devi scegliere da cheparte stare. Eppure neanche cos sei sicuro che tisalverai. Ora che sono in Italia, e ho potuto stu-diare, mi sono chiare tante cose. Come diceMarx, la religione loppio dei popoli. ABamiyan, dove cerano gi sciiti hazara, i Talibanhanno distrutto prima gli uomini e poi anche ibuddha giganti che se ne stavano l, pacifici, dasecoli. Capisci che con questa follia non c nullada fare. Neanche gli americani, e tutte le loro tec-nologie, riescono a darci una soluzione. La secon-da guerra mondiale durata sette anni e poi finita, il mondo si messo daccordo. InAfghanistan, ogni mese che passa, ci sono nuovinemici, nuovi pericoli. La guerra sembra un con-cetto astratto. Se ne parla soltanto quando cisono vittime occidentali. Io sono scappato, ma ilmio cuore ancora l. Io continuer a pensarcianche tra un mese, un anno. Finch continuer.Per gli occidentali questa era una guerra giusta.Voglio crederci. Voglio sperare che non sia unafavola. Per rispetto del sacrificio di Luigi eMassimiliano. Per rispetto del mio popolo.

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Ogni morte un passo avanti verso loscurit.Nessuno veramente innocente in una guerra.

Sono fuggito dallAfghanistan quando avevoappena dieci anni. I Taliban volevano ucciderequelli come me dal naso schiacciato e dagli occhia mandorla , ovvero letnia sciita hazara conside-rata impura. Hanno sterminato interi villaggi,ho visto uccidere anche bambini, il mio maestro stato ammazzato soltanto perch si rifiutava dichiudere una scuola come invece pretendevanoloro. Brutte bestie, i Taliban. Sono cani impazziti.

Certo, ora muoiono anche loro. Non ci sonopi differenze di facce o etnie, come quando eropiccolo. Chiunque pu finire nel mirino. Bastanocinque secondi per soffiare una candela. Sonopassati quasi dieci anni da quando sono arrivatigli occidentali e non si vede ancora la luce. Ognisperanza svanita. Ora vivo in Italia, al sicuro. Laguerra qui sembra lontana, fino a quando nonarrivano le notizie di vittime italiane. Purtroppo cos che potete capire come ci sentiamo noi, inAfghanistan.

Anche io mi ero illuso. Larrivo delle forzeoccidentali sembrava un segno del destino.Allora, ho pensato: non so perch vengono.Comunque sia, se porteranno la pace nel miopaese allora i loro aerei, le loro basi e i loro carriarmati saranno i benvenuti. un argomentosemplice, mi rendo conto. Ma per noi, davvero,era questo che contava. In Afghanistan, ai bam-bini non si pu spiegare cos la pace, sembraquasi una favola. Io dico che il modo di darevalore alla vita umana. E smettere di essere caniimpazziti. La pace dovrebbe essere questo,semplicemente.

Ma dal 2001 nulla cambiato. Non c stato illieto fine promesso. Noi afghani continuiamo amorire, ci sentiamo sempre pi fragili, insicuri. E

QUANDO MUORE UNSOLDATO STRANIEROPER DIFENDERE LAMIA POVERA TERRA

Enaiatollah Akbari, la Repubblica, 18 maggio 2010

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albergo, dove madre e figlio si sono rifugiati, aQuetta, la mamma lo abbandona. Scomparendoprima dellalba, senza preavviso, dopo averglifatto fare, la sera prima, al momento di addor-mentarsi, tre promesse solenni per il futuro: nonuser mai droghe, non si servir mai di armi, nonruber.

Non c un atto di disamore nella sparizionedella madre: lei ha lasciato gli altri due figli, di cuiuno pi piccolo di Enaiat, a casa, dai parenti. Oradeve andare a recuperarli e cercare un altro rifugio.

Lavventura del ragazzo, durata anni, primadellapprodo in Italia, descritta passo dopopasso: da Quetta, dove fa i mestieri pi umili persopravvivere, al trasferimento clandestino in Iran(sar espulso due volte): l lavorer in un cantieree in una fabbrica di pietre. Proseguendo poi conil terribile viaggio per le montagne verso laTurchia: ventisei giorni in mezzo al gelo in ungruppo di profughi, delle etnie pi diverse, chearriva decimato alla meta. E un viaggio ulteriore,da incubo, pigiato insieme ad altri sventurati, nelbuio pesto dellangusto doppiofondo di un enor-me camion, sino a Istanbul. Lui che non avevamai visto il mare. Di qui, ancora molti disagi eimprevisti, in Grecia e in Italia

Ci importa, infine, un suggerimento al letto-re: dia da leggere il libro a figli o nipoti adole-scenti e faccia caso alle loro reazioni. Sar untest significativo.

Il ragazzo Enaiat, dieci anni, scappato, insiemealla mamma, dalla provincia di Ghazni,Afghanistan, a Quetta, Pakistan. una fugadisperata: dapprima a piedi, viaggiando di notte,poi su un camion pakistano. Lepoca, fine deglianni Novanta, quando in Afghanistan comanda-no talebani e pashtun, che non sono la stessacosa, no, ma a noi hanno sempre fatto del maleuguale.

C un detto tra i talebani: Ai tagiki ilTagikistan, agli uzbeki lUzbekistan, agli hazara ilGoristan. Enaiat e la mamma sono hazara,afghani di origine mongola e di religione sciita, idiscendenti dellarmata di Gengis Khan. E pecca-to che gor non sia il nome di una regione masignifichi tomba. Allucinante.

Il motivo della fuga: i pashtun hanno impostoal padre di Enaiat di andare in Iran col camion,per comprare prodotti da vendere nei loro nego-zi. Lui sciita e verr trattato meglio dai persiani,fratelli di religione, mentre i pashtun sono sanni-ti. Senonch, nel viaggio di ritorno, i banditiassaltano il camion e uccidono luomo. Addiomerce. Ora i pashtun vogliono che la vedovaripaghi il danno, minacciando terribili rappresa-glie. Non rimane che la fuga.

linizio di Nel mare ci sono i coccodrilli, sto-ria vera della vicenda del ragazzo Enaiatollah oggi, ventunenne, in Italia, accettato dopo moltitravagli come rifugiato politico cos come stataraccontata a Fabio Geda (bravo scrittore: ricor-diamo di lui lesordio Per il resto del viaggio hosparato agli indiani, 2007), che lha fatta diventa-re libro. Storia drammatica della dura emancipa-zione di un ragazzo del Terzo Mondo attraversofatiche, pericoli, sofferenze, paure, fughe.Apprezzabile anche sul piano letterario (il raccon-to semplice e indenne da retorica, e procedespeditamente); commovente sul piano umano.

Con un colpo di scena iniziale: Enaiat lascia-to subito a s stesso. Perch nel samawat, ilmagazzino di corpi e anime, il deposito, pi che

COMMOVENTE ODISSEA

Giovanni Pacchiano, Il Sole 24 Ore, 23 maggio 2010

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