DISPENSA STORIA DELLO STATO E DELLE ISTITUZIONI ... PROF... Anche per il Regno delle Due Sicilie si

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  • Università degli Studi di Catania

    Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali

    C.D.L. IN SCIENZE DELLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI

    DISPENSA

    STORIA DELLO STATO E DELLE ISTITUZIONI POLITICHE ITALIANE

    A. A. 2017/2018

    PROF. A. GRANATA

    MEZZOGIORNO/MEZZOGIORNI. IL SUD D’ITALIA

    DALL’UNIFICAZIONE AI PATTI TERRITORIALI

  • INDICE

    • Giuseppe Galasso, Il Regno delle Due Sicilie tra mito e realtà • Guido Pescosolido, Una società immobile? Sviluppo pre-unitario

    e questione meridionale • Giuseppe Barone, Lo Stato a Mezzogiorno. Ferrovie, reti urbane,

    emigrazione • Francesco Barbagallo, Il modello italiano di sviluppo e il Mezzogiorno • Francesco Barbagallo, Guerra, dopoguerra, fascismo • Giuseppe Barone, I quattro tempi dell’economia meridionale • Rapporto Svimez 2017 sull’economia del Mezzogiorno.

    Introduzione e sintesi

  • Mezzogiorno, Risorgimento e Unità d’Italia

    Atti del convegno, 18, 19 e 20 maggio 2011, Roma

    a cura di Giuseppe Galasso

    Presidenza del Consiglio dei Ministri DIPARTIMENTO PER L’INFORMAZIONE E L’EDITORIA

    ACCADEMIA NAZIONALE DEI LINCEI ISTITUTO DELLA ENCICLOPEDIA ITALIANA FONDATA DA GIOVANNI TRECCANISTITUTI OPENCICLEELLA DO STITUT

    CCAA ADALIANA FONTTAIIA DOPE

    DAZIONALE NEMIA DCCA RECCANITANNIVVAA GIODATTAAAT

    INCEILEI RECCANI

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    a cura di Giuseppe Galasso

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    ARTIMENDIPPA

    Presidenza del Consiglio dei Ministri NFORMAZIONE E LI’O PER LL’ARTIMENT

    Presidenza del Consiglio dei Ministri ORIAITED’NE E LL’

    Presidenza del Consiglio dei Ministri

  • 17

    IL REGNO DELLE DUE SICILIE TRA MITO E REALTÀ Giuseppe Galasso

    Anche per il Regno delle Due Sicilie si è verificato il fenomeno ricorrente per tante realtà storiche1: il fenomeno

    per cui esse diventano un mito soltanto dopo che il loro fato si è compiuto2.

    Esempio illustre, e forse il maggiore, in tal senso, almeno nella storia dell’Europa moderna, è certamente il “mito

    asburgico”. Un organismo statale solido, fondato su una disciplina sociale e istituzionale più che robusta, come di-

    mostrò nel suo ultimo momento della verità, quando, nella prima guerra mondiale, il molteplice mosaico dei molti

    popoli presenti nella composita f isionomia della duplice monarchia d’Austria e Ungheria rimase in piedi per tutto

    il conf litto, e le sue davvero multinazionali forze armate combatterono con fedeltà e con onore sino alla f ine. Ma

    ciò non signif ica che l’organismo politico della monarchia fosse davvero vegeto e sano. Le spinte nazionali lo mi-

    navano profondamente e i loro movimenti centrifughi si facevano sempre più insistenti, anche perché governi di

    Vienna e di Budapest contribuivano a inasprirli sempre più con la loro miope politica conservatrice. Anche la vita

    sociale si sentiva non poco soffocata da un tradizionalismo, formalismo e burocratismo, che rendevano il mondo

    asburgico un caso topico di queste caratterizzazioni anche fuori del suo ambito. Le istituzioni parlamentari e

    liberali non erano di grande respiro (a Vienna si votava ancora per curie), e le critiche in tal senso erano forti e cre-

    scenti, anche per lo sviluppo dell’economia e della società in varie parti della monarchia. Dopo il 1918 l’impero degli

    Asburgo divenne - come è noto - un modello di convivenza plurinazionale, di ordine e di certezze di valori civili, di

    tolleranza e pluralismo culturale. La “dolcezza del vivere” propria di tutta l’Europa pre-bellica fu attribuita a merito

    specif ico dell’impero, quasi che fosse esso a tenerne una sorta di esclusiva. Senonché, basterebbe pensare che la di-

    visone dell’impero a seguito della sua sconfitta ne fece nascere varii Stati, che non hanno mai più sentito il bisogno

    di tornare insieme, per dedurne qualche elemento di dubbio sulla postuma mitizzazione di un centro certamente

    tra i maggiori della civiltà europea per secoli, ma fondato su una serie di valori dinastici e tradizionali, che altret-

    tanto certamente non potevano rientrare nella f isonomia civile ed etico-politica del secolo X X; e si spiega che la

    rappresentazione e l’attesa di coloro che proponevano l’impero asburgico come una specie di modello sopranazionale

    o multinazionale dell’Europa, che dalla metà di quel secolo è andata e va costruendo la sua unione politica, non

    abbia avuto alcuna eco3.

    Il caso delle Due Sicilie non è, ovviamente, dello stesso rilievo, ma rientra indubbiamente nella stessa casistica. Il

    Regno, che era passato nella massima parte della tradizione e della memoria storica non soltanto italiana come un

    caso patente di politica reazionaria e illiberale, e che era stato ritenuto un caso altrettanto chiaro di arretratezza civile

    e sociale, si è trasformato, nel mito che se ne è costruito, in un paese all’avanguardia dello sviluppo industriale del suo

    1 Per le ragioni della circostanza in cui questa relazione fu letta si limitano le note all’essenziale di pochi riferimenti testuali. Si nota, peraltro, che quanto qui si dice è fondato largamente sulle ricerche e gli studi dell’autore in materia di storia del Mezzogiorno, per i quali si cita qui, preliminarmente, Storia del Regno di Napoli, 6 voll., Torino, Utet, 2006­2010, alla quale si rinvia per tutti i casi in cui non si dà qui altra indicazione.

    2 Il tema del mito nella storia è oggetto, come si sa, di una letteratura sterminata. Ci limitiamo a citare J.­P. Vernant, Mito, in Enciclopedia del Novecento, vol. IV, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1979, pp. 350­367; e M. Detienne, Mito/rito, in Enciclopedia Einaudi, vol. 9, Torino, Einaudi, 1980, pp. 348­363. Va, però, notato che l’interesse al tema del mito è stato soprattutto degli studiosi di antropologia, etnologia, psicologia e scienze affini. Uno studio altrettanto organico per quanto riguarda storia e storiografia non appare praticato, salvo che per quanto riguarda particolare settori, come, ad esempio, la storia antica, o singoli argomenti (biografie, leggende, agiografie e simili) o eventi.

    3 Per il mito asburgico cfr. G. Galasso, Austria e Asburgo (rileggendo Ranke e Brunner), in Id., Nell’Europa dei secoli d’oro. Aspetti, momenti e problemi dalle “guerre d’Italia” alla “Grande Guerra”, Napoli, Guida, 2012, pp. 129­160.

  • tempo, bene ordinato e amministrato, ricco nelle sue finanze ma lievissimo nelle sue imposizioni fiscali, stretto intorno

    al suo re, temuto e rispettato in Europa, senza particolari problemi sociali, severo ma corretto nella sua giustizia, a un

    livello diffuso di benessere secondo le condizioni del tempo, senza malavita o banditismo degni di rilievo, e così via

    enumerando. E su questa stessa base sono state anche qualificate per contrasto, rovesciando quelle note positive, le

    condizioni del paese meridionale dopo l’unificazione italiana.

    Come è ben noto, questo rovesciamento di giudizio è prodotto soprattutto fra il XX e il XXI secolo. Meno notato è

    che non si è trattato di un rovesciamento isolato, riguardante unicamente il Regno, bensì tutta una serie di questioni

    della storia italiana nell’età moderna e contemporanea, nonché molte importanti questioni della storia europea.

    Per il Regno non vi fu, dopo la sua caduta, una letteratura nostalgica di qualche rilievo. Se si toglie qualche opera

    storica, in parte anche utile, come quella del De Sivo, e qualche pamphlet dei primi anni dell’unità italiana, può ben dirsi

    che non vi sia altro. In letteratura e nelle arti, in particolare, l’eco della perduta, plurisecolare indipendenza del Mezzo-

    giorno fu minima. Se una reazione in tal senso da parte meridionale vi fu, essa si tradusse e si concretò piuttosto nella

    letteratura antiparlamentare e antiromana che ben presto si sviluppò nell’Italia unita, come motivo di critica, spesso

    feroce, delle condizioni e dei modi della vita pubblica di questa nuova Italia piuttosto che come un plaidoyer per la di-

    nastia caduta e per la Napoli di prima del 1860. E anche quando è suonata l’ora del rovesciamento di giudizio di cui si è

    detto, esso si è manifestato in scritti di polemica storica, economica, politica non in opere d’arte e di poesie: il che ha

    pure la sua importanza. A sua volta, il lealismo borbonico che nel Mezzogiorno si pretende così forte da aver suscitato

    col brigantaggio una vera e propria guerra di indipendenza, svanì rapidamente. Già alla fine del secolo XIX si era formato

    un nuovo lealismo, sabaudo questa volta, che attecchì tanto da manifestarsi fortissimo nel referendum istituzionale

    italiano del 1946, quando le immagini del re Umberto II e dei suoi familiari campeggiavano nelle piazze e nelle case,

    ultima espressione del profondo e radicato sentimento monarchico meridionale, tramontato lentamente solo dopo

    di allora (che è la ragione per cui appare davvero artificioso il revival borbonico dalla fine del secolo XX in poi)4.

    Più notevole è che l’accennato rovesciamento di giudizi