Cronache di Cammini numero 16 Cronache di Cammini ... Cronache di Cammini numero 16 1 Cronache di...

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  • Cronache di Cammini numero 16

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    Cronache di Cammini percorsi, soste, storie nel camminare

    Pubblicazione semestrale del Dott. Luciano Mazzucco

    Direttore Responsabile Dott. Niccolò Mazzucco

    - Numero 16 – ottobre 2019 -

    I campanili

    Per l’uomo in cammino il campanile è il faro di ter- ra, un segnale di presenza, una guida di direzione e quando il suono delle campane lo raggiunge, il pelle- grino è sicuro di arrivare in una comunità che lo può accogliere. Un suono di campane come richiamo alla

    preghiera, all’inizio ed al- la fine della giornata, al- tri suoni come segno di festa o di notizia sono gli antichi messaggi che non avranno tramonto. I campanili possono es- sere costruzioni semplici accanto a piccole chiese o monumenti di altezze da ammirare, opere d’arte in gara fra loro per forme e caratteristiche, ma per i pellegrini il simbolo più caro lo riconoscono in quelle torri campanarie dove di notte si tenevano accesi dei fuochi perché gli uomini in cammino non perdessero la strada.

    Il trecentesco campanile della Chiesa di San Jacopo

    ad Altopascio. I rintocchi della sua campana, detta

    “la smarrita”, indicavano la strada ai pellegrini in

    cammino sulla Via Francigena verso Roma.

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    Calzadilla de la Cueza di Luciano Mazzucco In cammino fra Burgos e Leon, sulla Via di Santiago, si percorrono le mesetas, altipiani isolati dove si può procedere per molti chilometri senza incontrare nessuno; solo distese infinite di campi coltivati, che dilagano a perdi- ta d’occhio. Qualche pellegrino è inti- morito da tanta solitudine tanto da sal- tare questo percorso lungo circa 200 km, altri lo preferiscono perché si può trovare in questo ambiente lo stimolo per riflessioni. Ci accompagna solo la vista del paese da cui siamo partiti la mattina e che a poco a poco si allonta- na e siamo in cerca davanti a noi di qualche riferimento che ci indichi la meta, magari un campanile. Appare qualche albero di quercia in lontananza, mentre talvolta si cammina accanto ad una fila di pioppi. A volte il paese è co- struito in una depressione, forse per ri- paro dal vento, e ci compare all’improv- viso, anche solo poche centinaia di me- tri prima. E comunque la ricerca di qualcosa è costante. Dopo Carrion de Los Condes, pochi chilometri dopo Bur- gos, la tappa ci propone 24 km in retti- filo continuo, con il sentiero sterrato che corre vicino alla strada asfaltata na- zionale, peraltro poco frequentata, se- gnalato da metodici pilastrini in cemen-

    to con la conchiglia. Pochi riferimenti in- torno, qualche quercia isolata si staglia in lontananza mentre si cammina talvolta lungo una fila di alberelli. Piano piano, con il procedere delle ore si comincia ad intravedere in lontananza qualcosa che ricorda un tetto. Il passo si fa più accele- rato sentendo più vicina la meta e conti- nuando si nota che questo tetto si alza e diventa più visibile sulla linea dell’oriz- zonte, ma isolato, senza altre case intor- no. La cosa incuriosisce e man mano che ci si avvicina, ma solo poche centinaia di metri prima, il mistero si risolve: il tetto è la copertura di un campanile di discreta altezza, ma non di una chiesa bensì di un cimitero. La chiesa, nel paese poco di- stante di Calzadilla, posto in una depres- sione, ha invece un campanile “a vela” poco elevato e che si confonde con le al- tre poche case. E’ possibile sostare qui presso l’albergo municipale o anche pres- so l’ “Albergue del Camino Real” o anche completare la tappa continuando ancora per sei km fino a Ledigos, dove si può so- stare per la notte dopo la fatica della giornata. Anche Ledigos ha qualcosa di curioso, le case sono costruite molto semplicemente con paglia e terra, in linea con la essenzialità dell’ambiente circo- stante.

    Il campanile del “cemeterio” di Calzadilla de la Cueza

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    La Via Julia Augusta di Niccolò MazzuccoNiccolò Mazzucco

    L’imperatore Ottaviano Augusto, per consolidare le conquiste territoriali conseguite in Gallia ed in Hispania e procedere quindi alla loro “romaniz- zazione”, dispose la costruzione di una via di collegamento che unisse Piacenza (Placentia), già unita a Roma tramite la Via Emilia e la Via Aurelia, con Arles (Arelate) in Provenza, dove la strada continuava con la Via Domizia verso la valle del Rodano e la penisola iberica. Lo scopo di base delle strade romane era soprattutto il controllo militare del- le province e quindi era necessario che le truppe potessero spostarsi agevol- mente; infatti la costruzione era affidata ad un console, che solitamente dava il nome alla Via, da qui il nome di “vie consolari”. I lavori di costruzione della Via Julia iniziarono nel 13-12 a.C. su un tracciato che iniziava nella Valle del Trebbia, toccava Voghera (Vicus Iriae) e Tortona (Dertona) che era un impor- tante nodo di vie romane con la Via Po- stumia (da Genova ad Aquileia), la Via Fulvia (da Tortona a Torino), la Via Ma-

    la (da Como al Passo dello Spluga) e la Via Emilia Scauri (da Luni a Tortona pas- sando per Vado Ligure). La Via Julia, do- po Tortona, proseguiva verso Acqui Ter- me (Aquae Statiellorum) ed arrivava al mare a Vado Ligure. Da qui il tracciato continuava lungo la costa collegando in progressione la città di Albenga (Albium Ingaunum), Ventimiglia (Al- bintimi- lium), Roccabruna-Mentone, Beausoleil, la Turbie, Nizza per terminare ad Arles. Il percorso della Via Julia è tutt’oggi testimoniato da resti dell’antico tracciato, cippi miliari, monumenti, molti dei quali di tipo funerario. Si ricorda il Trofeo di Augusto a La Turbie (per commemorare la conquista di Augusto dell’arco alpino), l’Oppidum di Mont des Mules, il Mauso- leo di Lumone a Roccabruna, i resti ro- mani negli scavi archeologici a Ventimi- glia. Oggi si può apprezzare e percorrere una breve parte di questo percorso nel tratto fra Albenga ed Alassio, sulla riviera di Ponente fra Savona ed Imperia, con un tratto recuperato a percorso didattico e

    La Via Julia Augusta da Piacenza ad Arles (elaborazione su Google Earth)

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    culturale, chiamata “passeggiata archeo- logica”. Lungo questo tratto si possono ammirare i resti di alcune necropoli ro- mane. Il lastricato stradale ancor oggi vi- sibile, secondo una più recente interpre- tazione, sembra sia da far risalire al- l’epoca medioevale e costituisca uno dei molti rifacimenti attuati nel corso dei se- coli in seguito a frane e smottamenti. Sui

    ciottoli sono ancora evidenti i segni del passaggio dei carri, le strutture per il deflusso delle acque piovane, i bordi di contenimento del terreno, i sedili per la sosta dei viandanti. Comunque sia è pur sempre una testimonianza del tracciato originale della Via Julia Augusta: lo at- testerebbero la presenza dei monumen- ti funerari di epoca romana, che solita- mente erano disposti ai margini delle strade di maggior percorrenza, ed an- che il rinvenimento, sulla terra che rico- priva i marciapiedi, di resti di ceramica di epoca romana. Questa passeggiata archeologica, inizia da Albenga nei pressi dei resti dell’anfiteatro romano e prosegue su un percorso collinare di circa 8 km fino ad Alassio, con ampia e suggestiva vista sul mare e sulla prospiciente isola Gallinara (foto).

    Il cammino è ben indicato da segnavia “quadrati rossi”. Comunque questo per- corso oggi fa parte anche dell’odierna via di pellegrinaggio che mette in comu- nicazione Sarzana (Via Francigena ver- so Roma e Gerusalemme) con la Pro- venza (Via Tolosana verso Santiago) co- me descritto nella Guida alla Via della Costa edita da Terre di Mezzo.

    Resti del lastricato romano fra Albenga ed Alassio

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    Quando si parla di Europa, oggi si tende ad individuare una unione di popo- li che hanno una storia ed una cultura comune, anche religiosa. Anche se questo si è realizzato solo da pochi decenni, già nel medioevo questa idea prendeva cam- po, molto lentamente, ad opera di coloro che si sono adoperati per dare una for- mazione comune, religiosa ma non solo, anche pratica. All’inizio i monaci di San Benedetto nel centro Italia e gli evange- lizzatori di provenienza irlandese (San Colombano, San Gallo ecc) nel resto del- l’Europa, in un momento drammatico della sua storia, si dettero il compito di reagire ad anni di violenza ed anarchia che seguirono alla caduta dell’Impero ro- mano. Fondarono abbazie e monasteri, con l’intento di salvare la civiltà e rico- struire l’Europa, distrutta fisicamente e moralmente da anni di invasioni, guerre, prevaricazioni. Unni, Vandali, Visigoti, Longobardi, Slavi e Ungari furono così cristianizzati con la sola forza dell’esem- pio e della fede; i monaci contrapposero la saggezza ed il pragmatismo dell’ ora et labora e riuscirono con il solo esempio a civilizzare i pagani. Salvarono una cultura millenaria, rimisero in ordine un territorio devasta- to e in preda all’abbandono. Costruiro- no, con monasteri, dei formidabili presi- di di resistenza alla dissoluzione. Pianta- rono presidi di preghiera e lavoro negli spazi più incolti d’Europa per poi tessere tra loro una salda rete di fili. Paolo Rumiz, giornalista scrittore e viaggiatore, ha ripercorso questa rete, facendo un viaggio, fisico ma soprattutto interiore, alla ricerca delle radici dell’Eu- ropa, tra l’Europa di un tempo e quella di oggi. (Il filo infinito