Capitalismo Molecolare

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Il capitalismo molecolare Luigi Grosso

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Corso di economia aziendale ed organizzazione aziendale Prof. Pierluigi Rippa

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  • 1. Il capitalismo molecolare Luigi Grosso

2. CONOSCERE LIMPRESA Ciclo di seminari 2014 Corso di economia aziendale ed organizzazione aziendale Prof. Pierluigi Rippa Ciclo di seminari finalizzato a sensibilizzare gli studenti universitari ad avvicinarsi al mondo del lavoro Lorganizzazione di un cantiere: caratteristiche e peculiarit gestionali 31/03/2014 Le risorse e le competenze organizzative nella strategia aziendale 14/04/2014 Dal capitalismo molecolare alla learning organization 05/05/2014 CONOSCERE LIMPRESA 2014 2 3. Le discriminanti dello sviluppo italiano La competitivit dello sviluppo italiano stata fino ad oggi garantita principalmente da tre fattori socio culturali, da tre discriminanti dello sviluppo: da una diffusissima cultura dellautoimprenditorialit, dal coinvolgimento di milioni di piccoli e piccolissimi imprenditori (artigiani o terziari, emersi o sommersi, di nicchia avanzata o di copertura di comparti tradizionali); dalla forza dei localismi produttivi e dei distretti industriali il cui vero motore stata la coesione sociale, l identit che queste realt hanno saputo, magari in modo un po campanilistico, esprimere; ed infine da una fortissima capacit di fare concertazione e coalizione tra le parti (imprese, sindaci, banca locale, associazioni di categoria, camere di commercio, centri servizi). Sono queste le risorse che ha portato a descrivere il capitalismo italiano come un capitalismo molecolare, un capitalismo di piccole imprese in rete tra di loro, territorialmente e socialmente diffuso, con modello distrettuale. specialmente in certe aree del Paese: nel nord Italia lungo tutto lasse pedemontano che passa da Biella, Varese, Como, Lecco, Bergamo, Brescia fino al Vicentino e alla Marca Trevigiana: lungo lasse della via Emilia per proseguire lungo la dorsale adriatica; al sud con una distribuzione dei distretti produttivi a macchia di leopardo. 4. 10 Gruppi multinazionali ( Fiat; Ferrovie Stato S.p.a; Telecom; ecc) 4.000 medie imprese ( Ferrero; Brembo; Squinzi; Marcegaglia; ecc) 4.225.950 di Piccole Medie Imprese CAPITALISMO MOLECOLARE ( comprese le artigiane) * LITALIA la seconda nazione in EUROPA, dopo la Germania per numero di imprese manifatturiere Abbigliamento Automazione meccanica Arredo casa Alimentare Agroindustriale Ittico Altro 5. L'anomalia del modello italiano nello scenario internazionale Il nostro modello di sviluppo rappresenta una anomalia anche nello stesso contesto Europeo, dove contrariamente a quanto solitamente si pensa, convivono diversi modelli di capitalismo: un capitalismo anglosassone - City di Londra, fondamentalmente finanziario; un capitalismo tedesco (renano) - grandi banche, grandi imprese e grande sindacato; un capitalismo anseatico, tra Fiandre, Svezia e Finlandia, grande innovazione tecnologica, grandi investimenti, grandi reti e anche grande qualit della vita; un capitalismo francese, basato sulla centralit dello Stato; il nuovo capitalismo dei paesi dell' Est ex comunisti parte dell'Unione Europea. La nostra economia nazionale non ha le basi per riprodurre i grandi modelli europei: non ha la grande industria, le grandi banche, i grandi apparati militari che supportano la ricerca di base. 6. Il capitalismo dei piccoli: definizione di microimprese, piccole e medie imprese MICROIMPRESA: Dipendenti: meno di 10 Fatturato annuale: inferiore o pari a 2 milioni di Euro Totale di bilancio: inferiore o pari a 2 milioni di Euro PICCOLA IMPRESA Dipendenti: tra 10 e 49 Fatturato annuale: minore o pari a 10 milioni di Euro Totale di bilancio: 10 milioni MEDIA IMPRESA Dipendenti: compresi tra 50 e 249 Fatturato annuale: minore o pari a 50 milioni di Euro Totale di bilancio: max 43 milioni di Euro Con decisione dell8 maggio 2003, la Commissione Europea ha adottato una nuova definizione di imprese di dimensioni ridottissime (microimprese) e piccole e medie (PMI): decisione utilizzata dal 1 gennaio 2005 In Italia MICRO + PICCOLE + MEDIE = 99,7% delle imprese 78% degli addetti 68% del valore aggiunto 7. 93% 6% 0,20% 1% Micro Piccole Medie Grandi DISTRIBUZIONE DELLE IMPRESE FRA CATEGORIE 8. 30% 39% 17% 13% Micro Piccole Medie Grandi OCCUPAZIONE NELLE IMPRESE FRA CATEGORIE 9. Imprese per numero di addetti (v.a.; incidenza% delle microimprese; differenze con la media nazionale) dati regionali 10. SVILUPPO DELLOCCUPAZIONE 11. Piccolo un dato di fatto Nate con la ricostruzione post bellica hanno raggiunto il massimo sviluppo a cavallo degli anni 70. Sino agli anni 80, la piccola dimensione di impresa, e in particolare lalta diffusione di imprese artigiane, sono state considerate, dagli economisti, dalle istituzioni, come residui di un economia tradizionale, destinate con il tempo a scomparire di fronte allo sviluppo della grande impresa fordista. Per tutti questi anni si in sostanza pensato che la quota delle imprese artigiane sul totale delle imprese fosse un indice di ritardo delleconomia di una nazione. Tutte le politiche istituzionali, volte a promuovere lo sviluppo economico, erano indirizzate alla grande dimensione di impresa: lo sviluppo dei centri industriali del Nord, i tentativi della ex Cassa del Mezzogiorno di creare poli industriali al Sud, lo sviluppo delle grandi infrastrutture, tutto il sistema di welfare e di protezione sociale incentrato sul lavoro dipendente, normato e garantito (la cassa integrazione, il sistema previdenziale, ecc.). Ancora oggi gran parte della normativa previdenziale e di regolazione della attivit di impresa di stampo fordista, pensata cio per la grande impresa (normative sul lavoro, sulla sicurezza, sulla fiscalit, ecc.). 12. Lautoimprenditorialit come valore sociale In Italia la piccola dimensione di impresa non identifica una categoria particolare, ma una condizione tipica del produrre, del lavorare, del vivere. Una condizione, cio, che riguarda la maggior parte delle persone che sono, a vario titolo, coinvolte in attivit produttive. La maggior parte di queste imprese, piccole o grandi che siano, hanno dietro una famiglia. Se ne deduce che circa venti milioni di persone vivono del fare impresa. Questi dati ci dicono che le imprese sono un grande laboratorio di integrazione, appartenenza e mobilit sociale. A tale proposito basterebbe citare i crescenti numeri di imprese dirette da donne o avviate da immigrati extracomunitari. Il fare impresa un bacino di importanti virt civiche che non creano solo ricchezza, ma anche valori socialmente condivisi. 13. Solo a partire dagli anni 80, la piccola dimensione dimpresa ha cessato di rappresentare, nellimmaginario collettivo, il residuo di modi di pre-moderni di produrre e di competere. E questo dovuto: da un lato alla crisi del modello fordista fondato sulla grande dimensione dimpresa; dallaltro allinaspettato successo competitivo della piccola dimensione di impresa che, con la crescita delle economie distrettuali, le forti percentuali di esportazione, la qualit delle produzioni del made in Italy, hanno saputo conquistarsi il ruolo di asse portante delleconomia italiana. I fattori che hanno dato competitiva alla piccola dimensione di impresa sono stati diversi: vi senzaltro il coraggio e lintelligenza imprenditoriale dei soggetti vi sono i vantaggi della flessibilit consentita dalla piccola dimensione, che con la crisi del fordismo hanno assunto una nuova centralit vi poi la capacit di avere creato appartenenze economiche, nel senso che lartigiano, il piccolo imprenditore, da sempre, ha imparato a sentirsi parte di un sistema pi vasto: passando dalle corporazioni di mestiere, alle associazioni di rappresentanza, alle filiere di subfornitura, ai distretti industriali. I fattori di successo del modello della piccola impresa 14. Fordismo - Postfordismo anni 70 Capitalismo delle piramidi Produzione concentrata di merci standardizzate allinterno di una struttura tayolrizzata Produzione di massa di beni omogenei; Uniformit e standardizzazione; Garanti scorte di riserva e magazzino; Test della qualit eseguito ex-post; Produzione guidata dallofferta; La conoscenza solida e si accumula nel perimetro proprietario Capitalismo delle reti Decentramento e flessibilizzazione del processo produttivo; Produzione in piccola serie; Produzione flessibile e in piccola serie Just in time, nessuna scorta; Parte integrante del processo produttivo; Produzione guidata dalla domanda; La conoscenza liquida e si propaga tra i nodi della rete Con il termine postfordismo, si pu denominare la transizione da un sistema socio-economico caratterizzato dal lavoro dipendente svolto in grandi strutture organizzative (industrie, banche, pubblica amministrazione), ad un sistema socio-economico segnato dal dal primato del lavoro indipendente e/o svolto in piccole strutture organizzative (nella piccola impresa come nel sommerso, nellartigianato come nel terziario avanzato), 15. La capacit di fare rete Tre sono i modelli di impresa a rete emergenti negli anni 80 la catena di subfornitura, organizzata dalla grande impresa che progetta i nuovi prodotti, li produce solo in parte (secondo logiche di just in time) e cura la commercializzazione e lexport (modello giapponese) il distretto industriale, che emerge attraverso laddensarsi di molte filiere fornitore-cliente nello stesso territorio, in modo da usare le economie di prossimit e quelle della specializzazione territoriale in un certo settore (modello italiano) limpresa estesa (extended enterprise), che risulta dallo snellimento della grande impresa attraverso operazioni di focalizzazione su un core business e di outsourcing verso fornitori esterni (modello americano) 16. Leconomia del distretto industriale: le molecole fanno condensa Nel distretto industriale le imprese hanno imparato a: lavorare a rete, collegando fornitori e clienti di piccola scala, grazie ai legami e alle esperienze comuni. Le piccole imprese sono riuscite ad operare in modo moderno e competitivo perch hanno trovato il modo di partecipare a reti pi grandi, evitando di rimanere isolate. Nei fatti stata lorganizzazione distrettuale, a consentire alle imprese artigiane di raggiungere gli altissimi livelli di specializzazione su determinati segmenti di produzione. Una piccola impresa che produceva in un distretto ceramico o del mobile riusciva a specializzarsi in modo spinto in un prodotto o in un servizio, proprio perch i volumi di produzione su cui poteva contare, erano quelli dellintero distretto. Se avesse operato fuori dal distretto la minore densit dei possibili clienti avrebbe ridotto di molto le sue possibilit di specializzarsi. utilizzare lambiente locale come fonte di conoscenza, di lavoro qualificato, di servizi specializzati, di cultura imprenditoriale, di capitale sociale. Lefficienza di un territorio, delle sue infrastrutture, dei suoi servizi, delle sue stesse relazioni sociali (la fiducia tra gli attori, le competenze disponibili a livello locale), nei sistemi distrettuali diventato un importantissimo fattore di produzione, alla stessa stregua del capitale e del lavoro. Il territorio lambiente strategico dove limpresa selezione le risorse che le servono per competere sia interne che esterne al ciclo produttivo. 17. Al di fuori dei cancelli delle imprese entrano in gioco i fattori territoriali della competitivit: La coesione dellambiente sociale: condivisione di valori (lavoro, famiglia,risparmio), scarsa conflittualit sociale, professionalit lavoratori diffusa nel sistema locale, mobilit sociale, attitudine al rischio, ecc. Lefficienza delle reti infrastrutturali locali che collegano i diversi segmenti di quella che una filiera produttiva territorializzata in cui si produce just in time e dove spesso le infrastrutture stradali possono essere considerate le linee di montaggio dei prodotti. Lefficienza della logistica (porti, interporti, aeroporti, fiere) tutti quegli snodi che collegano il territorio locale alle reti internazionali ormai globalizzate. Tema questo caldissimo dove ogni territorio vuole la propria fiera ed il proprio aeroporto, quelle autonomie funzionali che servono per collegare il locale con il globale. Lefficienza del sistema finanziario, che deve essere capace di accompagnare il processo di finanziarizzazione delle imprese: dalle nuove forme del credito, allaccompagnamento sui mercati borsistici: da Basilea 2 al project financing per realizzare le infrastrutture necessarie al territorio. Lefficienza dei sistemi che producono i saperi. Scuole professionali, universit, laboratori di prove e certificazione, terziario locale in grado di fornire tutte quelle funzioni (ricerca, design,marketing, ecc.) che le aziende di piccole dimensioni devono necessariamente, acquisire allesterno. Infine, lefficienza della pubblica amministrazione, sia intesa come macchina amministrativo burocratica, per tutto ci che concerne i permessi, le autorizzazioni, le normative, i vincoli ambientali, gli incentivi, le aree attrezzate, ma anche per ci che concerne strategie di accompagnamento dei sistemi produttivi locali sui mercati internazionali. I fattori territoriali della competitivit 18. Gli attori del distretto : Gli imprenditori mediocri Solitamente quando si parla dello sviluppo di microimpresa, dei distretti, si parla sempre di uno sviluppo spontaneo, non governato, perfino caotico e disordinato. In parte vero, in particolare se pensiamo alla distesa di capannoni nel nord est. Ma se ben guardiamo, anche vero lo sviluppo dei nostri sistemi produttivi locali stato supportato, e per certi versi governato, da una sorta di patto informale che vedeva il ruolo fondamentale di 4 o 5 attori del territorio: La regola delle 3 C Campanile .il Parroco Comune .il Sindaco Capitale..la Banca 19. La globalizzazione la fine del modello distrettuale? Questa la situazione fino a poco tempo fa, fino a quando si cominciato a parlare di globalizzazione. Globalizzazione che nei fatti ha evidenziato tutti i limiti delle varie forme di capitalismo che il nostro Paese ha saputo esprimere (o non ha saputo esprimere compiutamente): da una parte, la crisi della grande impresa, che non ha saputo affrontare la lunga deriva del modello fordista strutturandosi in modo da competere sul piano multinazionale. dallaltra, la crisi del nostro capitalismo molecolare, che oggi terrorizzato dai cinesi, ma anche dalle regole che arrivano dalla globalizzazione come Basilea 2 e che oggi accusato di nanismo e di incapacit di affrontare linnovazione e lapertura dei mercati. 20. La crisi del modello del capitalismo molecolare Nel dibattito sulle prospettive del sistema economico italiano prevale oggi una visione declinista che sottolinea le debolezze strutturali del nostro capitalismo di territorio, fondato sui distretti industriali e la piccola dimensione di impresa. Tra i principali fattori di debolezza del nostro sistema produttivo, sono citati: il nanismo imprenditoriale e la mancanza grandi gruppi industriali capaci di competere a livello internazionale; la specializzazione manifatturiera nei settori tradizionali tipici del made in italy, che sono ad alta intensit di manodopera e quindi vulnerabili rispetto alla concorrenza asiatica; la mancanza di innovazione dovuta alla carenza di investimenti in ricerca e sviluppo nelle imprese; i ritardi nel processo di internazionalizzazione delle imprese; linefficienza del sistema Paese (burocrazia, carenze infrastrutturali, alti costi energetici, livelli di tassazione, super Euro, ecc.) 21. Dal locale al globale Nellevoluzione delle analisi degli ultimi anni si sono introdotte alcune sensibili modificazioni nellapparato concettuale tipico dei distretti e dei sistemi locali: la categoria della gerarchizzazione con la nascita ed il consolidamento delle imprese leaders la categoria delle reti lunghe, la cosiddetta deterritorializzazione del distretto la definizione e individuazione dei metadistretti, nei quali si inserisce come fattore distintivo non solo la produzione manifatturiera, ma soprattutto la produzione di conoscenza. 22. Le tre sfide La sfida delle reti: la piccola dimensione non necessariamente in limite, anzi pu essere un vantaggio (flessibilit). Alla piccola dimensione si pu far fronte lavorando in filiera (anche in reti di livello sovranazionale) La sfida della materializzazione: anche la natura tradizionale dei settori tipici delle produzioni distrettuali non necessariamente un limite, si pu rimediare con la creazione di significati, esperienze, identit e attenzione che valorizzano e innovano il prodotto (moda, design, stili di vita, servizi al cliente, flessibilit). La manifattura standard ha margini decrescenti (la fanno gi i cinesi). Oggi bisogna vendere idee e mettere le produzioni al loro seguito. Lesaurimento delle risorse locali (gratuite): il vero limite dei nostri sistemi di piccola impresa che sono cresciuti per propagazione utilizzando (gratuitamente) il capitale sociale (intellettuale relazionale) dei territori (oggi questo non basta pi) IL VERO LIMITE E LA PROPAGAZIONE SENZA INVESTIMENTO scarso investimento in capitale intellettuale scarso investimento in capitale relazionale 23. Come stanno reagendo i distretti alla globalizzazione? Qualche distretto collassa Qualcuno cerca di replicare le relazioni in altre aree geografiche (Veneto e Romania) Le imprese leader investono fortemente in altri paesi o si concentrano sulloutsourcing. Qualche distretto pu trarre vantaggi dalla apertura di nuovi mercati. Nei fatti non esiste una crisi del modello distrettuale in quanto tale. Esiste una situazione di obbiettiva difficolt di alcuni settori tradizionali e ad alta densit di manodopera (come pu essere il tessile calzaturiero) che sono particolarmente esposti alla concorrenza asimmetrica asiatica. Il modello distrettuale in tanti altri settori continua a funzionare discretamente, non solo per le sinergie tra le imprese delle filiere ma anche, come incubatore di aziende leader capaci di conquistare un ruolo di leadership sui mercati internazionali. I dati della fondazione Edison sui distretti industriali segnalavano una alta tenuta nell'internazionalizzazione a prescindere dalla specializzazioni produttive. Se guardiamo al territorio ci accorgiamo che le crisi e le eccellenze tagliano in orizzontale il tessuto produttivo. Ci sono imprese nei settori del calzaturiero, del mobile, del tessile che l'hanno fatta che competono brillantemente sui mercati internazionali e altre che sono l ferme e immobili sul territorio alla ricerca di un mercato domestico che non c' pi. 24. Lo Scenario: levoluzione dei sistemi produttivi locali A ben guardare, in questi ultimi anni le economie locali di piccola e media impresa,hanno subito parecchie trasformazioni e anche parecchi traumi. Banalizzando, si pu dire che, allinterno dei sistemi produttivi locali, avvenuto un processo di esplosione e selezione, che si manifestato in diversi modi: c stata unemersione di molte medie imprese che partendo dai distretti e dai sistemi produttivi locali si sono internazionalizzate, globalizzate, sono diventate le cosiddette multinazionali tascabili, che vanno per il mondo, pur mantenendo un radicamento locale (la tana del lupo); c stata una fortissima selezione delle imprese di subfornitura su criteri di qualit (selezione che ha colpito, in particolare, le imprese artigiane); le piccole imprese di subfornitura si sono dovute adeguare ad una domanda dei loro committenti che si fatta sempre pi complessa: c stata la creazione di relazioni produttive che non sono pi circoscritte nellambito territoriale locale o di distretto, ma ormai sono distribuite a livello planetario; c stata una differenziazione dei prodotti e dei servizi offerti in funzione delle nuove domande di mercato (sempre meno i distretti si identificano con un singolo prodotto, c stato un duplice processo di differenziazione e specializzazione delle produzioni su nicchie ad elevata sostenibilit economica); c stata poi unapertura in entrata attraverso gli investimenti realizzati da imprese esterne e gruppi multinazionali. Spesso i distretti sono diventati territori dove le multinazionali vengono a fare shopping di imprese. Nei nostri sistemi locali si venuta a disegnare una nuova e pi complessa divisione del lavoro e del rischio tra limpresa ed il territorio. 25. La globalizzazione e leconomia dei flussi hanno ridisegnato la stessa struttura dei sistemi produttivi, che non pi interpretabile attraverso le categorie della committenza e della subfornitura. Nei nostri distretti oggi troviamo una maggiore complessit di attori economici: poche grandi imprese globali, le transnazionali; tante medie imprese che fanno investimenti diretti allestero; una moltitudine di medie e piccole imprese che fanno export; imprese virtuali, anche artigiane, che fanno il general contractor; microimprese subfornitrici che operano anche su reti internazionali microimprese e le tante forme lavoro autonomo che operano nel ciclo dei servizi e della consulenza. La catena di produzione del valore diventata quindi pi complessa e si allargata sul territorio. E diventata una ragnatela di produzione del valore, che in ogni contesto va analizzata ed interpretata perch ogni contesto locale ha le sue specificit. Ma vediamo laspetto che pi ci interessa, i processi evolutivi del capitalismo molecolare, cosa avviene nelle nostre economie locali. La globalizzazione, ha modificato il ruolo degli attori che fino ad oggi sono stati i protagonisti dello sviluppo distrettuale. La ragnatela di produzione del valore 26. 1. Lemersione delle imprese leader ed il capitalismo a grappolo Gli imprenditori mediocri non sono pi tali, chi ce lha fatta cresciuto ed ora una media impresa aperta alla competizione sui mercati internazionali, ben oltre quindi lo spazio del distretto o del mercato locale. Sono questi imprenditori che hanno fatto esplodere il distretto verso lalto, facendo globalizzazione a medio e lungo raggio, ampliando la rete delle relazioni produttive al di fuori del contesto locale. Qui troviamo le tante imprese leader emerse dai nostri distretti che oggi vanno per il mondo, (multinazionali tascabili come le chiama Merloni) pur mantenendo un radicamento locale: Luxottica, Della Valle, Brembo, Geox, ecc. Lelenco fortunatamente lungo, nel rapporto annuale di Mediobanca- Unioncamere si contano 3.925 medie imprese italiane che vanno per il Mondo pur mantenendo un forte radicamento nei distretti e nei settori storici del capitalismo manifatturiero italiano Una recente ricerca della fondazione Edison descrive il capitalismo italiano come un capitalismo a grappolo 3.925 medie imprese globalizzate che attraverso le reti di subfornitura aggregano 140.000 piccole imprese. Medie imprese che acquistano fuori dalle mura, (cio dai piccoli), l'81% dei prodotti e dei servizi di cui ha bisogno. 27. Le medie imprese che si globalizzano D u e m i l a d i q u e s t e i m p r e s e s i concentrano in 11 province da Torino a Vicenza, passando per Milano, Brescia, Bergamo, lungo la Via Emilia arrivando sino alla dorsale adriatica. Secondo i dati Mediobanca, ogni media impresa servita mediamente da 244 fornitori che altro non sono che quelle piccole imprese e quel pulviscolo di artigianato che agganciandosi alle filiere produttive alimentano i distretti e le piattaforme produttive del made in Italy. Se per produrre centrale il radicamento territoriale, (tenendo insieme sul territorio la subfornitura di qualit e leconomia dei servizi), per commercializzare si va nel mondo: l87% delle medie imprese ha clienti nei mercati esteri. I mercati di sbocco sono principalmente quelli dellUnione Europea a 25 con particolare primazia del mercato tedesco e della nuova Europa ad Est. 28. Il riposizionamento competitivo della media impresa Schematizzando, si pu dire che queste medie imprese leader hanno adottato, in materia di subfornitura, una strategia selettiva che opera a tre livelli (non necessariamente alternativi): il primo corrisponde allorientamento a de-localizzare alcune fasi della filiera produttiva, (hanno trovato i subfornitori in Cina o in Romania) a dimostrare che sono aumentati i gradi di libert dei committenti nella scelta della localizzazione dei subfornitori; il secondo livello si riferisce alla re-internalizzazione di alcune fasi del ciclo produttivo, come emerge dalle strategie di integrazione verticale messe in atto da alcune imprese-leader, in particolare attraverso la creazione di gruppi di impresa (comprano i loro subfornitori) il terzo livello investe la qualit delle relazioni con i subfornitori: l'impresa che presidia il mercato finale portata a selezionare e riqualificare la rete dei subfornitori cui fa ricorso, a promuoverne le competenze e la capacit di partecipare attivamente ai progetti innovativi, a sviluppare rapporti collaborativi stabili e di qualit. Oggi la subfornitura non pi mordi e fuggi (gratuita) si investe in capitale intellettuale e relazionale. 29. Le strategie di riposizionamento competitivo delle imprese di subfornitura Lalleanza tra imprese consente alle imprese di subfornitura di adottare strategie di riposizionamento competitivo (non necessariamente alternative): Condividere la strategia del committente che sta costruendo la propria catena transnazionale del valore e che ha bisogno di alleati, proprio per superare lo start-up iniziale. Ridefinire il proprio ruolo allinterno del sistema di subfornitura: La specializzazione/internazionalizzazione della subfornitura (il subfornitore globale) Lassunzione del ruolo di subfornitore-guida (il piccolo leader di filiera) Integrarsi a valle, magari avvalendosi per le forniture degli altri terzisti locali, e interfacciarsi direttamente con il mercato: Strategie su mercati di nicchia Terziarizzazione commerciale (converter impresa virtuale) Cooperazione orizzontale (consorzi di vendita, commercializzazione, innovazione ecc.) 30. Linnovazione nella piccola impresa Non del tutto vero che nella piccola impresa non c innovazione. Oggi gran parte del tempo di lavoro di un piccolo imprenditore (anche artigiano) dedicato a gestire e rafforzare quelli che sono i fattori immateriali di produzione: lorganizzazione, la finanza, la commercializzazione, la logistica, la sicurezza, lambiente, la progettazione, i marchi, la certificazione, limmagine,la comunicazione. Sempre pi la microimpresa impegnata ad acquisire e produrre linguaggi complessi e sempre pi tali linguaggi rappresentano le discriminanti per il successo della sua attivit. Le piccole imprese di oggi fanno gi integralmente parte delleconomia moderna e globalizzata. E questa modernit nel tessuto delle nostre microimprese la troviamo: nel riferimento a mercati e a reti di produzione sempre pi ampi, non pi solo di dimensione locale; nelluso di risorse tecnologiche, organizzative, gestionali sempre pi complesse; nella crescente formalizzazione delle relazioni produttive e dei relativi codici di scambio; nella progressiva smaterializzazione delle produzioni e nellintegrazione con i sevizi. Quando la rete produttiva comincia ad essere una rete di processo estesa, magari a livello internazionale, c bisogno di sviluppare connettori artificiali che rendano efficace la comunicazione tra imprese, tra i diversi segmenti della produzione, e questo ha costretto molte imprese artigiane a sviluppare linguaggi, codici, competenze, che diventano parte preponderante della produzione. 31. La capacit di fare produzioni complesse Il potenziale innovativo del sistema produttivo italiano di piccola impresa non nellinnovazione tecnologica in senso stretto, ma piuttosto nelle capacit di fare produzioni complesse che hanno un elevato grado di originalit perch si sviluppano in modo differente, in funzione del contesto sociale, culturale, territoriale. Produzioni complesse che si fondano sullutilizzo: di conoscenze applicative, cio la capacit di interpretare I bisogni del mercato e proporre soluzioni origianali; di conoscenze organizzative, cio la capacit flessibilit e adattabilit ai mercati di conoscenze connettive, cio la capacit di muoversi in filiere, distretti, reti di cooperazione, di pescare le competenze dove ci sono, quando servono, di sviluppare reti di collaborazione a geometria variabile che si creano e si disfano in funzione delle domande e degli andamenti dei mercati. Non la tecnologia che disegna la scena in cui si sviluppano le conoscenze applicative, organizzative, connettive, ma vero, semmai, il contrario: sono queste ultime a dare forma alle strategie aziendali e a chiamare in causa linnovazione tecnologica ogni volta che serve e nella misura in cui serve. 32. Internazionalizzazione Lo stesso tema dellinternazionalizzazione, non pi solo un problema di accompagnare le imprese allestero, un problema di esportazione, o di IDE; un problema di territorio. Anche lartigiano che non esporta o che non fa investimenti allestero, viene condizionato nei suoi prodotti, nei suoi metodi di produzione, nei suoi prezzi, dai competitori internazionali. Q u e l l e c h e u n a v o l t a e r a n o l e p o l i t i c h e a s o s t e g n o dellinternazionalizzazione, devono oggi diventare politiche a sostegno della competitivit transnazionale di un intero territorio: questo perch ormai non pi possibile fare una distinzione tra mercato esterno e mercato domestico. L'economia dei flussi ha senso in quanto connette le economie dei luoghi. A mutare il ruolo economico del territorio e la sua capacit attrattiva nel senso che l economia dei flussi premia le differenze, e dunque le variet locali, che sono in grado di portare un valore aggiunto alle reti globali. Quello che conta nella nuova economia lofferta che il territorio in grado di proporre in termini di conoscenze, reti, e qualit ambientale. 33. LA GLOBALIZZAZIONE NON RAPPRESENTA LA FINE DELLO SVILUPPO LOCALE Per stare nella globalizzazione vero che le imprese devono imparare ad usare i nuovi codici di comunicazione, devono certificarsi, collegarsi ad internet, sapere linglese, ma altrettanto vero che i territori: devono avere la capacit di dotarsi di competenze distintive difficilmente banalizzabili e riproducibili capaci di produrre valore aggiunto nelle reti globali; devono avere la capacit di dotarsi di tutti quei nodi che oggi sono necessari per connettere il locale con il globale. In sostanza, se nei distretti il rapporto tra imprese e territorio stato in passato un rapporto di identificazione (il territorio, veniva identificato sulla base del tipo di produzione: il distretto delle scarpe, il distretto delle cucine, ecc) oggi il rapporto tra imprese e territorio sempre pi un rapporto di scambio. Le imprese rimangono insediate su un territorio, o fanno nuovi investimenti su un territorio, se trovano convenienti i servizi offerti e le conoscenze accessibili attraverso il contesto locale, chiaramente: i servizi e le competenze devono avere un carattere distintivo, se i servizi sono standardizzati e le conoscenze codificate tutti i nodi della rete globale sono potenzialmente equivalenti, per cui si previlegiano i nodi a minor costo del lavoro; servizi e competenze significa anche qualit della vita e clima culturale quindi infrastrutture, istruzione, ricerca, tranquillit sociale, qualit ambientale, adeguati servizi di carattere metropolitano; fondamentale poi la dotazione di autonomie funzionali in grado di connettere il locale con il globale: aereoporti, poli fieristici, interporti, autostrade, i nodi della logistica, Universit e istituzioni sovralocali in grado di dialogare con lEuropa e il mondo, 34. Chiaramente se lanalisi della catena del valore disegna una realt ormai in buona parte deterritorializzata, ci che rimane a dare identit territoriale al sistema ancora una volta il ruolo strategico assunto dal soggetto pubblico, dal sistema delle rappresentanze, dalle autonomie funzionali.. Sono ancora questi i soggetti che hanno il compito di ricostruire dal basso i fattori contestuali del vantaggio competitivo. La definizione delle nuove strategie distrettuali si gioca sul ruolo di questi attori, un ruolo che come abbiamo visto nei nostri distretti gi esiste, ma che va modernizzato e che si basa: sulla loro capacit di interpretare le trasformazioni nel tessuto produttivo, non tutti i territori hanno lo stesso posizionamento rispetto alleconomia dei flussi. sulla loro capacit di porsi in un rinnovato quadro negoziale, imparando a negoziare ad esempio con i big players (la grande banca, la grande fiera, la grande multiutilies dei servizi, i grandi progetti di infrastrutture, l'universit, le agenzie di brevetto, ecc.) sulla loro capacit di creare connessioni che oggi sono principalmente di carattere extralocale. Il territorio non pi solo un luogo ove si fa societ locale, ma anche uno spazio ove la nuova economia compete per controllare lultimo chilometro tra il locale e il globale offrendo merci e servizi sempre pi personalizzati. Abbiamo appena imparato a fare rete corta di territorio (patto di distretto, patto territoriale) ora dobbiamo imparare ad accompagnare il territorio nel suo fare lunga di globalizzazione. Chi che garantisce le dotazioni ambientali che rendono competitivo il territorio? 35. 39 Grazie per lattenzione