A.v. - Leggende Della Bretagna Misteriosa

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LEGGENDE DELLA BRETAGNA MISTERIOSA PREFAZIONE DI Gwenc'hlan Le Scouëzec ARCANA EDITRICE Titolo dell'opera originale: Histoires et légendes de la Bretagne mystérieuse Traduzione dal francese di Maria Magrini Prima edizione italiana: luglio 1986 INDICE I Bretoni, un popolo di poeti, 9 L'ANKOU E LA SUA FALCE La donna che passò la notte in un ossario, 25 Le lavandaie della notte, 33 Katel Gollet, 39 La storia di Marie-Job Kerguénou, 45 L'anima vista sotto la forma di un sordo bianco, 57 La morte invitata a pranzo, 65 La visione di Pierre Le Rûn, 69 Il lenzuolo funebre di Marie-leanne, 75 La madre che piangeva troppo suo figlio, 83 Il corpo senz'anima, 89 IL PAESE DEL DIAVOLO Jean l'Or, 97 Le donne e il diavolo, 105 LE PIETRE PIANTATE Le pietre di Plouhinec, 113 Le avventure del pastore e della farfalla, 121 La leggenda della Rocca delle Fate, 129 Carnac, il campo delle "pietre piantate", 131 VIAGGI E INIZIAZIONI La Groac'h dell'isola del Lok, 137 Peronnik l'idiota, 151 MAGIE E MERAVIGLIE La damigella in bianco, 171 Il castello di cristallo, 181 I quattro figli del mugnaio, 189 La fanciulla dalle mani tagliate, 197 La morte del topo, 205 DALLA LEGGENDA ALLA STORIA Il Mago Merlino, 211 Note, 267 Fonti delle fiabe, 275 LEGGENDE DELLA BRETAGNA MISTERIOSA I BRETONI, UN POPOLO DI POETI
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LEGGENDE DELLA BRETAGNA MISTERIOSA PREFAZIONE DI Gwenc'hlan Le Scouzec ARCANA EDITRICE Titolo dell'opera originale: Histoires et lgendes de la Bretagne mystrieuse Traduzione dal francese di Maria Magrini Prima edizione italiana: luglio 1986

INDICE I Bretoni, un popolo di poeti, 9 L'ANKOU E LA SUA FALCE La donna che pass la notte in un ossario, 25 Le lavandaie della notte, 33 Katel Gollet, 39 La storia di Marie-Job Kergunou, 45 L'anima vista sotto la forma di un sordo bianco, 57 La morte invitata a pranzo, 65 La visione di Pierre Le Rn, 69 Il lenzuolo funebre di Marie-leanne, 75 La madre che piangeva troppo suo figlio, 83 Il corpo senz'anima, 89 IL PAESE DEL DIAVOLO Jean l'Or, 97 Le donne e il diavolo, 105 LE PIETRE PIANTATE Le pietre di Plouhinec, 113 Le avventure del pastore e della farfalla, 121 La leggenda della Rocca delle Fate, 129 Carnac, il campo delle "pietre piantate", 131 VIAGGI E INIZIAZIONI La Groac'h dell'isola del Lok, 137 Peronnik l'idiota, 151 MAGIE E MERAVIGLIE La damigella in bianco, 171 Il castello di cristallo, 181 I quattro figli del mugnaio, 189 La fanciulla dalle mani tagliate, 197 La morte del topo, 205 DALLA LEGGENDA ALLA STORIA Il Mago Merlino, 211 Note, 267 Fonti delle fiabe, 275

LEGGENDE DELLA BRETAGNA MISTERIOSA I BRETONI, UN POPOLO DI POETI

I BRETONI SONO UN POPOLO di poeti. Ben lo ha riconosciuto il Medioevo, che si attribuiva soltanto tre fonti d'ispirazione. l'eredit letteraria di Roma, la tradizione di Francia e la materia bretone. Imiti che diedero origine ai romanzi della Tavola Rotonda e i racconti fantastici che ancor oggi si raccolgono nelle campagne armoricane manifestano nel loro singolare sincretismo la sorprendente fecondit d'immaginazione che gli uomini del nostro paese hanno posseduto in tutti i tempi. Ricordo di aver passato nella mia infanzia lunghe ore in una casetta vicino al mare, dove un'adorabile vecchietta raccontava ai suoi piccoli amici delle storie straordinarie. Le improvvisava cos, davanti a noi, partendo da fatti diversi o da qualche vicenda insignificante. Una semplice cartolina postale arrivata dal Marocco le bastava per descriverci nei pi minuti particolari il mercato di Marrakesh brulicante di vita. Una cassa di t gettata sulla spiaggia vicina, relitto di un vascello inglese, diventava sulle sue labbra un'epopea, in cui i marinai affrontavano i doganieri, prima di affrontare, da vincitori, il difficile problema di fare il t... La cara vecchia narratrice aveva il dono di vedere una intera scena scaturire da una semplice parola, e di descriverla: ed questa una capacit comune in Bretagna, e che si perpetua fra la sua gente. Un altro esempio chiarisce bene questa capacit creativa, che si diverte particolarmente a spaziare nel regno del fantastico. Le Braz, nella sua Lgende de la mort, ha rievocato diverse volte la sorprendente figura di un Abate di Bgard, Guillermic, pi conosciuto col nome di Tadig koz, "il vecchio piccolo padre". Questo abate, che visse nel XIX secolo, era considerato dal popolo come un mago benefico, che si sforzava di strappare al demonio il massimo numero di anime cristiane, impiegando pratiche poco ortodosse e invero assai simili a quelle dei suoi avversari. Per questo, dice sempre la tradizione, gli capitava di salire a mezzanotte sul Mn Br per dirvi la messa alla rovescia, dall'ultima parola alla prima, oppure di spedire un fantasma indesiderato al Maraisdes-Enfers, per annegarvelo sotto forma di un cane nero. L'Abate sul Mn Br Anche se questi racconti, come vedremo, si basano su fatti indiscutibili, certo che i fatti obiettivi sono stati trasformati da un lavoro, d'altronde inconscio, di rimaneggiamento, di interpretazione e interpolazione, al punto da acquistare quel senso magico, quella colorazione inquietante, insomma quel loro fascino tutto particolare. Il sagrestano di Tadig koz fu per molto tempo un certo Franois Derriennic, nato a Pommerit-Iaudy nel 1837. Ora, una sera che insieme al suo abate stava chiudendo la chiesa - era ancora l'antica abbazia dei Cistercensi, oggi distrutta - Derriennic si fece coraggio e interrog il prete a proposito delle pratiche di cui lo accusavano i parrocchiani. Perch nelle notti di tempesta se ne andava con un asino carico di libri sulla cima del Mn Br? Naturalmente, la brava gente di Bgard, e in particolare le anime pie, si preoccupavano delle evidenti conclusioni a cui questi fatti sembravano condurre: l'abate Guillermic celebrava delle messe nere. Tadig koz condusse allora il suo sagrestano davanti al grande crocifisso di fronte al pulpito e l, solennemente, prese Cristo a testimonio: "Biskoaz, Franois, n'em eus laret an oferenn fall! (Giammai, Francesco, io ho detto la cattiva messa!)" In realt l'abate Guillermic si dedicava a osservazioni scientifiche. Era in rapporto con diversi studiosi e si interessava alle manifestazioni delle forze della natura, in particolare, pare, ai

fenomeni di elettricit meteorologica. Questo bastava perch i suoi parrocchiani facessero di lui uno stregone. Cos questo pio religioso, che il suo sagrestano teneva per santo tanto era scrupoloso nel recitare l'uffizio, diventato nell'immaginazione dei suoi compatrioti uno strano personaggio, a met fra il diavolo e il buon Dio. Sono debitore al nipote di Franois Derriennic di aver potuto ristabilire la verit.1 Questa verit ha un grande interesse per noi, perch ci consente di cogliere dal vivo il processo che conduce alla formazione delle leggende, almeno di qualcuna di esse. In fatti non tutte hanno la stessa natura n la stessa origine. Alcune risalgono senz'altro a miti assai antichi; altre sembrano sorgere spontaneamente da temi ancestrali e come preesistenti nello spirito dei loro creatori. E a loro volta condizionano gli uomini che le ascoltano e le trasmettono: impongono taluni tipi di comportamento, talune strutture mentali; orientano il pensiero verso l'una o l'altra maniera di interpretare i fatti. Un retaggio inutile? A questo punto dobbiamo dunque domandarci quale influenza queste leggende conservino oggi sulla mentalit del popolo bretone. In altre parole, che cosa pensa oggi la gente delle sue antiche credenze? le ha deliberatamente ripudiate come un inutile retaggio del passato o al contrario le conserva, con l'ostinazione che siamo soliti attribuire al popolo bretone? Gli incontri che ho potuto fare nelle campagne, le conversazioni che ho avuto con la gente mi hanno fruttato al proposito risposte diverse. Per alcuni bretoni, si tratta solo di residui di una condizione sociale ormai superata, e spesso aborrita, della quale conviene non preoccuparsi e di cui per lo pi non si parler senza un moto di fastidio e talvolta di collera. Un moto che non senza ragione: si sono troppo utilizzati i korrigan, le fate e i dolmen per dipingere il bretone coi tratti di un essere semplice, ingenuo, un po' infantile e dotato di uno sviluppo intellettuale insufficiente. Questi racconti sono serviti a popolare la Bretagna di uomini un po' tonti creando di conseguenza, nonostante il loro stesso contenuto, un mondo tutto di maniera di brava gente piuttosto ritardata. L'espressione pi caratteristica di questo atteggiamento si trova nel personaggio, esecrato in tutta la Bretagna, di Bcassine. Tanto si deformata la realt degli uomini e delle tradizioni. Ora, contrariamente a quanto vuol far credere un pregiudizio fin troppo tenace, i bretoni sono uomini avidi di imprevisto e di progresso, sempre disposti ad abbandonare l'ieri per il domani, anche se mollano la preda per la sua ombra. Inoltre, sensibilissimi alla beffa, non ammettono assolutamente il ritratto che si pretende di farne. Questo spiega il rifiuto, frequente nei pi evoluti dei nostri, di una visione neolitica del mondo, nonostante il fascino che indubbiamente possiede e le tracce indelebili che ha lasciato in ognuno di noi. La leggenda di Santa Onenn Capita tuttavia di incontrare qualche vecchio bretone, malizioso e misterioso, che vi racconta una delle storie tradizionali precisando: "Una volta si diceva..." oppure: "Abbiamo sentito dire dai nostri vecchi..." e poi conclude: "Per me, non so..." o: "Magari possibile". Cos il narratore evita il giudizio dello straniero, si sottrae al suo sorriso incredulo, si schiera apparentemente dalla sua stessa parte, riservandosi tuttavia la sua opinione personale. Un procedimento forse analogo consiste nel produrre qualche prova del fatto leggendario,

ma citandola da qualcun altro. E' cos che a Trhorenteuc, nel 1967, un contadino mi raccont la leggenda di Santa Onenn, che viveva, mi disse, "al tempo in cui in Bretagna c'erano i re". Poich questa principessa, sorella di un monarca bretone, in giovent aveva portato al pascolo le oche, la processione che un tempo andava dalla chiesa alla fontana era spesso preceduta, secondo la tradizione ch'egli mi stava riferendo, da tre di questi volatili. Si mettevano spontaneamente in testa al corteo e arrivati alla fontana si schieravano a fianco del prete, ascoltavano la predica, poi riprendevano il loro posto davanti alla croce e di nuovo la precedevano impettiti fino al villaggio. Il mio informatore mi con ferm l'esattezza del suo racconto: "Io non ho visto il fatto" aggiunse; "quando successo, verso il 1950, non mi trovavo a Trhorenteuc, ma tutti l'hanno visto..." Quest'uomo, che non poteva avere pi di una quarantina d'anni, ci teneva a che io credessi alla verit della sua storia, ma nello stesso tempo si rifiutava come testimonio. Le pietre che crescono Un'altra volta, invece, un contadino della stessa et non si perit di varcare i limiti del razionale. Una credenza comune vuole che i megaliti, e persino le pietre delle cave, crescano in altezza esattamente come le piante e gli animali giovani. Un giorno, quando chiedevo notizie di un dolmen a un contadino del Net, non lontano da Saint-Gildas-de-Rhuys, mi sentii rispondere, dopo che m'ebbe dato l'informazione richiesta: "Avete visto la grande pietra crollata nel fosso, venendo da Sarzeau?" "No." "Ah, bisogna vederla, bella e grande... E cresce ancora..." Un silenzio, e poi: "E sono anche venuti, due anni di seguito, a misurarla. Bene, era cresciuta diversi centimetri..." Questo, nel 1965, me lo diceva sul tono della chiacchiera quotidiana, senza alcuna ricerca dell'effetto, come un piccolo avvenimento locale di cui si informa lo straniero senza desiderarne l'approvazione e senza temerne il biasimo. E' difficile, come vedete, fornire una risposta semplice alla domanda che ci siamo posti. Ma probabilmente, come ha detto Per Jakez Helias,2 stato sempre cos: ieri come oggi gli scettici si contrappongono ai creduloni. Su un solo punto tuttavia si ottenuta l'unanimit in tutta la nostra storia: sull'importanza che si deve attribuire ai narratori, sul valore sociale che si deve riconoscere ai bardi e alle loro parole. Secondo le epoche, essi hanno assunto aspetti diversi. Una volta costituivano una delle tre grandi classi di cui si componeva l'ordine dei druidi. In seguito, svolgendo un ruolo oggi ancora mal conosciuto alla corte dei re dell'Armorica, contribuirono a tramandare quel gruppo di tradizioni da cui sorgeranno i romanzi della Tavola Rotonda. In un mondo divenuto strettamente campagnolo, i bardi compaiono sotto l'aspetto di contadini ispirati, che improvvisano interminabili racconti cantati e dirigono le danze con le loro voci alte e nasali, o ancora nelle vesti di straccivendoli, rigattieri o venditori di cianfrusaglie, che portano di villaggio in villaggio fiabe e lamenti popolari. Il Vecchio dei Mari del Sud Anche sull'oceano era presente il bardo, marinaio che ricordava a tutti i costumi e le leggende del mare. Conosceva le regole di certi giochi, come quell'enigmatico e strambo individuo che chiamavano il "Signore del Foutreau"; e ricorda-

va agli uomini, nel momento giusto, le storie della nebbia e della tempesta: la storia, per esempio, del Grand Maloc'h, il vascello che impiega sette anni per virare di bordo e ha un equipaggio formato dai defunti capitani di lungo corso che in vita maltrattarono i loro uomini; le avventure di Giovanni il Marinaio che scese a trovare il Vecchio Pol; la leggenda del "Vecchio dei Mari del Sud", che sale a bordo il settimo giorno quando suona il corno di caccia, per divorare l'assassino che si trova sulla nave.3 In terra come in mare, il bardo l'uomo che sa vedere gli esseri misteriosi che popolano l'universo: come l'Ankou, quando viene a cercare uno dei nostri. I sedentari non conoscevano altra lingua che la bella, la vigorosa lingua bretone, o, al nord del paese, il dialetto gallico. I viaggiatori mescolavano ai loro racconti parole straniere, inglesi, francesi, spagnole, raccattate in tutti i porti del mondo. Oggi, in bretone o in francese, ma forse pi vivi e pi potenti che mai, i bardi scrivono, o cantano, sulle pubbliche scene, per esempio alla radio. Raccontano, piangono, strepitano, ruggiscono, lanciano anatemi. Sono la coscienza del popolo bretone. Continuano brillantemente la linea ininterrotta dei poeti e degli ispirati che con le loro canzoni e le loro fiabe hanno cantato la guerra e l'amore, i sortilegi e i mezzi per spezzarli. Per bocca dei bardi Merlino l'inaccessibile parla e affretta il sogno di tutte le Bretagne, il ritorno di Re Art. Questo patrimonio di leggende, raccolte dagli studiosi di folclore a partire dal secolo scorso, possiede ai nostri occhi un valore incomparabile e sarebbe un grossolano errore vedervi solo un gioco di bambini o un divertimento di esseri primitivi. D'altronde la societ contadina della Bretagna, come si presenta dal Medioevo ai giorni nostri non mai stata simile a un gruppo di trib semiselvagge. In un'opera recente4 Yann Brekilien ha dimostrato quanto, al contrario, questo mondo fosse civilizzato, persino raffinato sotto molti aspetti, regolato da riti precisi, animato dai suoi cantori e dai suoi narratori, nobilitato dalla passione per la danza e dal gusto del teatro. Nell'arte come nell'espressione letteraria esso ha manifestato il suo possente genio creativo e ha prodotto una cultura originale. L'uomo e l'Universo Le leggende che ci ha trasmesso ci rivelano a noi stessi. Vi si osserva subito una non comune intimit fra l'uomo e la natura. Il regno animato e quello inanimato sono separati soltanto agli occhi degli individui pi grossolani, pi ciechi. In realt l'universo appare in tutte le sue parti dotato di una vita cosciente che, pur non essendo sempre manifesta, si svela tuttavia in certe circostanze. Cos nella notte di Natale gli animali parlano il linguaggio degli uomini e chiunque li ascolti a mezzanotte comprende le loro parole. Taluni privilegiati, possono acquisire definitivamente questo potere, purch abbiano camminato sull'erba d'oro. Esistono inoltre altri mondi, oltre a quello abitualmente accessibile agli occhi dell'uomo comune, e si passa senza grande difficolt da questo a quelli. Fate, giganti, korrigan possono pertanto sorgere improvvisamente davanti ai nostri occhi. I personaggi sacri alla fede cristiana, Ges, Sant'Anna, la Vergine e i santi, vengono di frequente in Bretagna, sia che vi appaiano sotto l'aspetto dato alle loro statue, sia che si celino sotto le sembianze di un mendicante in cerca di pane, per mettere alla prova la nostra piet. Nello stesso modo si comporta il diavolo. Non poi cos difficile entrare in rapporti col Vecchio Pol, o con Gwilherm - sono la stessa cosa - poich si tratta

in fondo di un brav'uomo che si presta senza troppa malagrazia ai tiri birboni degli uomini e dei loro protettori, i santi. Mondo di fate, di nani, di giganti; mondo della nuova e dell'antica religione; mondo, pi pagano che cristiano, dell'Ankou (la morte) e dell'A naon (il popolo dei defunti): ecco i mondi che pi comunemente interferiscono col nostro. L'ultimo anche il pi vicino a noi: l'intimit con la morte e coi defunti stretta e costante, la comunicazione facile: i morti ci parlano e ci ascoltano, ci consigliano, ci guidano, o anche esigono il nostro aiuto. Anche qui i limiti sono fittizi, dovuti unicamente all'insufficienza dei nostri sensi. L'universo comune si arresta l dove si smussa l'acutezza delle nostre sensazioni, ma taluni individui - e noi tutti talvolta - possono vedere bruscamente allargarsi il campo della loro percezione, possono vedere l'Aldil venirgli incontro. Gli "avatar" di Merlino Di fronte alla tradizione bretone, il campo sensoriale e razionale che concezione comune del nostro secolo ci appare illusorio e deludente, limitato com' dall'insufficienza dei nostri mezzi fisiologici. Gli sfuggono anche, per i Celti, altri campi del reale e in particolare la mutazione perpetua delle forme, la possibilit insita nell'essere vivente di cambiare totalmente aspetto. Gli oggetti pi comuni, gli animali, le piante, i fiumi, le pietre, tutto ci che esiste pu celare in s un'anima umana. L'individuo - soprattutto colui che possiede la scienza dei misteri - indipendente dal suo involucro fisico: ha la possibilit di staccarsene, esattamente come il corpo pu liberarsi dell'abito che lo ricopre. Si dice che Merlino padroneggiasse questo potere e si mostrasse di volta in volta sotto le sembianze di uno studente di bell'aspetto, di un vecchio saggio, di un taglialegna, di un pastore camuffato, d'un homme sauvage, e persino di un grande cervo, accorso dalla sua foresta fino a Roma. Allo stesso scopo si utilizzano talvolta anche le erbe. Cos Uter Pendragon prende il volto del duca Hol di Cornovaglia, Tristano assume l'aspetto di un orribile ometto. Come nei testi e nei racconti d'Irlanda e del Galles, in questo libro si troveranno numerosi esempi di questa magia delle metamorfosi. Cos la fata dell'isola di Lok trasforma in pesci i suoi mariti e Serpente Verde e Gatta Bianca sono esseri umani stregati. Legioni di esseri, tutti immateriali, siano essi uomini, vivi o morti, maghi del diavolo o di Dio, personaggi mitici o religiosi, geni o divinit, si muovono sotto il mantello delle apparenze, sotto il velo delle forme che essi animano e che non hanno altra realt se non quella che gli prestano in quel momento. Una evoluzione continua anima il cosmo, in cui il cambiamento la norma. E per di pi queste modifiche non si fermano alla scorza: le mutazioni esterne rendono manifeste le trasformazioni interne. La ragione degli avatar attraverso i quali passano i mariti della fata del Lok sta nel fatto ch'essi si sono psichicamente dati in balia della maga, sono divenuti strettamente dipendenti da lei: la metamorfosi qui traduce un sortilegio. Viaggio verso l'assoluto E' quindi d'importanza essenziale, per la nostra tradizione, acquisire il potere necessario per vincere tutti i sortilegi del mondo, insomma il potere di trasformarsi e trasformare senza rischiare di esser trasformati da altri. E' questo uno dei significati della leggenda, interessante anche sotto altri aspetti, di Perronik l'Idiota. L'eroe deve superare tutte le prove allo scopo di conquistare la lancia che uccide e la coppa che risuscita:

e non e questo il simbolo del potere supremo, quello che domina la metamorfosi pi essenziale, la morte? Si giunge qui al cuore dell'universo dei Celti, che siano d'Irlanda o delle due Bretagne. In realt questi grandi viaggiatori hanno adattato la loro vita spirituale all'immagine delle loro esplorazioni. Ne hanno fatto un viaggio verso l'assoluto e hanno ravvisato l'assoluto nel dominio di s e, attraverso questo, del mondo. E tuttavia il cuore della Bretagna resta un giardino segreto, con le porte chiuse. Non vi entra l'uomo qualunque: per penetrarvi bisogna conoscere le strade segrete che vi conducono, le chiavi che aprono le serrature magiche. Dove mai si trova? Ma chiaro, da qualche parte in Brocelianda: perch quella la patria delle nostre tradizioni. E' il regno della Fata Viviana. Nel palazzo in cui essa si aggira, sotto le acque dello stagno di Comper, fu allevato Lancillotto del Lago; ed appunto nei pressi, alla fontana di Barenton, che Viviana incontr Merlino e si innamorarono l'uno dell'altro. Lo spirito dei Celti La strada per arrivare alla sorgente miracolosa non tanto facile da trovare e molti si sono perduti nel cercarla. Forse meglio cos, e Barenton, lontana dalle grandi vie di comunicazione, accessibile solo a chi si intesta di scoprirla, conserva meglio l'incanto tutto particolare che le viene dalla bellezza del luogo e dalla grandezza del suo passato. Una betulla, una quercia e un abete ombreggiano la superficie delle sue acque freschissime dove affiorano grosse bolle di azoto. Accanto, la grande pietra piatta e la celebre scalinata di Merlino: un tempo, aspergendola con l'acqua del luogo si potevano scatenare tempeste e meraviglie. Nel vallone vicino si distinguono ancora le rovine di una cappella e del convento di Moinet, che prese il posto, si dice, di un santuario druidico. Per noi Bretoni questo luogo un simbolo: il simbolo del potere creativo che nostro e che pi volte ha apportato un soffio nuovo nella letteratura europea. Questa sorgente nascosta, conosciuta e frequentata solo dagli iniziati, la nostra quercia di Guernica, emblema della nostra personalit e della nostra originalit. Quando si ricevuto fin dall'infanzia il battesimo bretone, questo mondo misterioso diviene vicino e familiare: lo sentiamo in noi prima di ogni formulazione e, per riprendere le parole di un giovane bardo del nostro tempo, conosciamo per esperienza diretta le prospettive vertiginose delle nostre anime senza freni n limiti, delle nostre anime guerce e sbilenche che vivono pienamente solo al di l delle stelle.5 Ma per chi non ha ricevuto l'iniziazione celtica questi sono orizzonti che danno le vertigini: le leggende di questo libro, raccolte dalla bocca di semplici paesani, consentiranno al lettore di avvicinarvisi un poco. Chi ama le belle storie ne trover qui a saziet. Ma chi, pi ambizioso, vorr conoscere le vie misteriose in cui ama aggirarsi lo spirito dei Celti, vi scoprir forse il segreto del loro errabondo migrare e le porte che conducono ai loro universi multipli e multiformi. Gwenc'hlan Le Scouzec

L'ANKOU E LA SUA FALCE LA DONNA CHE PASS LA NOTTE IN UN OSSARIO ERA LA SERA di una "grande giornata"1 a Guernoter, dove erano riuniti i domestici pi importanti di tre o quattro fattorie dei dintorni. La cena era stata abbondante e largamente innaffiata, come d'uso in tali circostanze. Quando tutti ebbero bevuto e mangiato a volont, fecero cerchio intorno al focolare: gli uomini accesero le pipe, le donne si sedettero ai filatoi e cominci una conversazione generale. Dapprima, inutile dirlo, si parl degli incidenti della giornata, che era stata laboriosa. I contadini di Guernoter, e quelli delle fattorie che erano venuti ad aiutarli, erano partiti verso le tre del mattino per Saint-Michel-en-Grve, un viaggio di cinque leghe: un lungo viaggio, quando si tratta di farlo, al ritorno, spingendo le carrette cariche fino all'orlo di sabbia umida. Naturalmente si parl di cavalli: vantarono lo stallone grigio di Roc'h-Laz, il pi robusto cavallo da stanga che ci fosse nei dintorni; poi il discorso cadde sulle borgate che avevano attraversato quel giorno. Tutti convennero che il miglior sidro d'osteria si beveva dai Moullek, a Ploumilliau. "Sicuro," conferm Maudez Merrien, uno dei "ragazzi" "e se me ne dessero da bere solo una dozzina di boccali al giorno, andrei volentieri a sostituire l'Ankou di Ploumilliau2 per una settimana o due." "Non scherzate cos, Maudez" disse la padrona di casa di Guernoter. "Magari incontrerete l'Ankou pi presto di quanto lo vogliate." Questa riflessione di Marie Louarn bast per orientare la conversazione sul soggetto della morte. Una delle fantesche cit l'esempio di un tale che si era fatto beffe dell'Ervoanic Plouillo e che era stato trovato annegato la sera stessa. "Bah, sono tutte storie di donnette" ridacchi uno dei presenti. "I morti sono morti" aggiunse un altro; "un morto non pu far nulla contro un vivo." "Eppure," riprese la fantesca "se vi proponessero di passare la notte nell'ossario, non parlereste cos forte." Tutti i ragazzi si diedero a protestare in coro. Quando gli uomini hanno un bicchiere colmo sotto il naso, sono pronti a mangiarsi il diavolo con tutte le corna. S, a parole! Perch a fatti non sono altrettanto bravi. Lo si vide bene quella sera, a Guernoter. Yvon Louarn, il padrone, aveva bevuto moderatamente, per meglio ubriacare i suoi ospiti. Si era ritirato nell'angolo del camino e di l ascoltava, piuttosto che parlare. Sentendo i ragazzi che protestavano in quel modo alle parole della fantesca, intervenne. "Ebbene", annunci, fingendo di parlare molto sul serio non sia mai detto che io mi perda una cos bella occasione di mettere alla prova dei giovanotti in gamba come voi. Domani mattina dar uno scudo di sei franchi a quello fra voi che avr il coraggio di passare tutta la notte nell'ossario. I ragazzi si guardarono l'un l'altro con dei risolini forzati, fingendo di prender la cosa come un semplice scherzo. Due o tre si diressero alla porta, come per soddisfare un bisogno urgente. "Andiamo!" insist Yvon Louarn "fatevi sotto! Ho detto uno scudo di sei franchi. Uno scudo di sei franchi da guadagnare in una sola notte! Non si trova spesso una simile cuccagna.

Chi si decide?" Nessuno si decideva. Tutti cercavano una scappatoia. E fu Maudez Merrien che la trov per primo. "Io accetterei la scommessa" disse "se la giornata non fosse stata cos lunga e cos dura. Ma questa sera, mio caro Yvon Louarn, non darei neppure per venti scudi di sei franchi il mio letto di loppa d'avena nella scuderia del Mezou-Meur." E con questo si alz. Gli altri assentirono alle sue parole e si prepararono a imitare il suo esempio. Il padrone di Guernoter stava certamente per lanciargli qualche frecciata quando dal gruppo delle donne si lev una vocetta chiara: "Padrone," diceva la vocina "dareste anche a me, come a uno dei ragazzi, dareste anche a me i sei franchi, se facessi quello che loro non osano fare?" Colei che aveva fatto la domanda era una ragazzina di tredici o quattordici anni, ma cos gracilina, cos minuta che non ne dimostrava nemmeno dieci. La chiamavano Mnik, nient'altro. Non aveva nessun cognome, perch non aveva mai saputo di avere genitori. Era una "figlia dell'avventura". L'avevano raccolta alla fattoria, per piet; e l'avevano fatta lavorare come guardiana delle vacche. Per salario aveva solo il cibo e i vestiti. Di solito non alzava mai la voce alle veglie, dove la mettevano a dipanare il filo che le altre fantesche avevano filato. Faceva il suo lavoro tenendosi da parte, in silenzio: tutt'al pi la sentivano mormorare qualche preghiera, sempre lavorando, perch era molto devota, con l'anima sempre volta alle cose della religione. Grande fu la sorpresa di Marie la fattoressa quando sent Mnik parlare cos a sproposito. "Ma sentite un po' questa smorfiosa!" esclam "Hanno ben ragione di dire che l'avidit di denaro la perdita delle anime! Ecco una disgraziata che per sei franchi si farebbe anche dannare, se la si lasciasse fare!... Non hai vergogna, piccola stracciona che non sei altro?" "Credetemi, padrona, che se guadagner quel denaro non ne far cattivo uso" rispose umilmente la piccola guardiana di vacche. "Ne farai l'uso che vorrai" disse il fattore "purch lo guadagni. Non mi dispiace vedere una ragazzetta come te accogliere una sfida davanti alla quale gli uomini si ritirano. Soltanto, noi ti accompagneremo fino all'ossario, chiuderemo la porta dietro dite e ne uscirai solo domani mattina all'alba, quando verremo ad aprirti." E cos fu fatto, malgrado le proteste indignate di Marie Louarn. L'ossario era pieno di ossa. Ma appena Mnik entr tutte le ossa si ritirarono contro il muro, ammucchiandosi le une sulle altre per farle un posto dove potesse stendersi durante la notte, come nel suo letto. Mnik cominci col mettersi in ginocchio, invoc la protezione delle anime dei defunti poi si coric senza alcun timore sul terreno umido, che aveva odore di morte. Appena si fu distesa, un torpore delizioso invase le sue membra e una musica dolce, lontana cominci ad aleggiare intorno a lei, come per cullarla. La fanciulla non si ricordava pi di essere in un ossario. Era altrove, ma non sapeva dove, in un paese tutto azzurro, tutto azzurro. Non distingueva niente. Cercava di aprire gli occhi per vedere, ma le sue palpebre erano pesanti come se fossero state di piombo. Cos dorm tutta la notte, di un sonno soprannaturale. All'alba fu tutta stupita di trovarsi nell'ossario. La porta

era aperta e il fattore di Guernoter diceva alla ragazzina: "Ecco lo scudo di sei franchi, Mnik. E' tuo: l'hai ben guadagnato." "Vi ringrazio, padrone," rispose la fanciulla. E si diresse alla chiesa con la sua moneta d'argento. Il curato era nel confessionale: Mnik vi and, gli raccont ci che aveva fatto e gli consegn la moneta, pregandolo di dire una messa per l'anima del purgatorio che ne aveva pi bisogno. "Forse" aggiunse "sar uno dei miei genitori sconosciuti che ne trarr beneficio. Per questo ho sempre sognato, da quando ho l'uso della ragione, di avere qualche soldo. Le anime dei defunti lo sapevano. Ecco perch mi hanno protetto la notte scorsa." "Ebbene," disse il curato dandole l'assoluzione "sarai subito accontentata. La messa che ora dir sar la tua." Mnik vi assistette devotamente e partecip alla comunione. Finita la messa, mentre si apprestava, con l'anima leggera, a incamminarsi per Guernoter, incontr sotto il porticato un uomo coi capelli bianchi: sembrava vecchio come la terra e tuttavia aveva il corpo diritto e il passo fermo. Si rivolse alla fanciulla con una profonda riverenza: "Signorina, vorreste portare questo biglietto a Kersaliou?" "Ma certo, venerabile signore" rispose la fanciulla, prendendo il biglietto che l'uomo le tendeva. Il vecchio ebbe un sorriso cos buono, le disse grazie con voce cos gentile che Mnik credeva ancora di vedere quel sorriso e di sentire quella voce mentre si incamminava verso Kersaliou, e mai aveva avuto nel cuore una gioia cos dolce. "Che bell'aspetto aveva!" continuava a pensare. Kersaliou un nobile maniero dal quale dipendeva, prima della rivoluzione, la fattoria di Guernoter. Vi conduce un viale bordato di grandi faggi. Quando la piccola guardiana di vacche vi si inoltr, le foglie dei faggi si misero a stormire, a stormire e quasi a cantare, come se ogni foglia fosse un uccellino. "Non so perch," diceva Mnik fra s "ma mi sembra che oggi stia per succedermi qualche cosa di straordinariamente felice. Ho come il presentimento che l'incontro col vecchio mi porter fortuna." Stava entrando nel cortile di Kersaliou quando si trov faccia a faccia col signore del castello. La fanciulla lo salut cortesemente. "Dove vai cos sola, piccola mia?" chiese il castellano. "Vengo da voi, signore di Kersaliou." "E che cosa vieni a fare da me?" "Vengo a portarvi questo biglietto che mi hanno consegnato per voi." Raccont l'avventura che le era toccata sotto il portico della chiesa, e come il vecchio le fosse sembrato bello, malgrado la sua et. "Lo riconosceresti, se ti facessi vedere il suo ritratto?" chiese il gentiluomo, che a leggere il biglietto era improvvisamente impallidito. "Certo che lo riconoscerei." "E allora vieni." La condusse al castello e la fece passare per tutte le sale. Bench Kersaliou avesse perso molto del suo antico splendore, gli appartamenti avevano conservato un aspetto sontuoso. Ai muri, in grandi cornici dorate, erano appesi i ritratti di illustri personaggi della casata di Kersaliou. L'attuale signore condusse Mnik dall'uno all'altro. Davanti a ciascuno, le domandava: "E' lui?" "No," rispondeva lei "non ancora questo." E cos sfilarono davanti a tutti. Mnik aveva un bel guardare

con attenzione: in nessun ritratto riconosceva l'imponente e venerabile figura del vecchio incontrato sotto il portico. Il signore di Kersaliou rest un attimo in silenzio, con espressione pensosa e delusa. D'improvviso si picchi la fronte. "Seguimi al granaio!" ordin alla ragazzina. Quel granaio era pieno zeppo di una quantit di cose dei tempi passati. C'erano dei vecchi drappi a brandelli, statue mutilate, quadri crivellati di buchi. Il Gentiluomo si diede a frugare fra quei quadri. E via via che li tirava fuori da quel mucchio di cianfrusaglie li passava a Mnik, la quale li spolverava col rovescio del grembiule. "Eccolo!" esclam a un tratto la fanciulla. Aveva riconosciuto i lineamenti del vecchio, bench il colore fosse un po' stinto. "Bene," disse il signore di Kersaliou "ora scendiamo nel mio studio." E l apr un grosso libro in cui erano scritti tutti i nomi dei membri della famiglia; e dopo averlo consultato: "Mia cara Mnik", disse "ascoltami. Il vecchio che hai incontrato sotto il portico era il trisavolo di mio nonno. E morto da pi di trecento anni. Da trecento anni languiva nelle fiamme del purgatorio per mancanza di una messa. E questa messa, bisognava che la pagasse spontaneamente un povero, coi suoi pochi soldi. E proprio quello che hai fatto tu. come testimonia il biglietto che mi hai consegnato e che scritto appunto con la scrittura del defunto. Grazie a te, il mio antenato della sesta generazione stato salvato. E mi incarica di compensarti in un modo degno di lui e di me. D'ora in poi non lavorerai pi in nessun altro luogo se non nella mia casa. Ti prometto che sarai trattata con ogni riguardo. Dimmi soltanto se consenti a ci che ti propongo." La povera piccola guardiana di vacche era cos lontana dall'aspettarsi una tale fortuna, che rest come inchiodata sul posto, incapace di proferire una parola. Ma il signore di Kersaliou indovin facilmente che a renderla cos muta erano proprio la sorpresa e la gioia. Da quel giorno in poi Mnik visse al castello. E vi trov la felicit; come diceva Yvon Louarn di Guernoter, quello scudo di sei franchi se l'era ben guadagnato. LE LAVANDAIE DELLA NOTTE1 I BRETONI SONO FIGLI del peccato, come tutti, ma amano i loro morti; hanno piet di quelli che bruciano nelle fiamme del purgatorio e cercano di riscattarli dal fuoco purificatore. Ogni domenica dopo la messa pregano per le loro anime, l sulla terra dove imputridiscono i loro poveri corpi. E' soprattutto nel mese nero2 che fanno il loro dovere di cristiani. Quando arriva la messaggera dell'inverno3 ognuno pensa a quelli che si sono presentati alla giustizia di Dio: fanno dire delle messe all'altare dei morti, gli accendono candele, li raccomandano ai santi migliori, vanno coi bambini per mano sulle loro pietre tombali; e dopo i vespri il curato esce dalla chiesa per benedirne le fosse. Quella appunto la notte in cui Cristo d loro qualche sollievo e gli permette di tornare a visitare i focolari dove hanno vissuto. Allora i morti sono cos numerosi nelle case dei vivi come le foglie ingiallite sui sentieri del bosco. Ecco perch i veri cristiani lasciano la tovaglia sulla tavola e il fuoco acceso, perch essi possano mangiare la loro cena

e scaldarsi le membra intirizzite al freddo dei cimiteri. Ma se ci sono dei sinceri adoratori della Vergine e di suo Figlio, ci sono anche dei figli dell'angelo nero4 che dimenticano proprio quelli che una volta erano pi vicini al loro cuore. Wilherm Postik era uno di questi. Suo padre aveva abbandonato questo mondo senza aver ricevuto l'assoluzione e, come dice il proverbio, "Kadiou sempre figlio di suo padre".5 E cos si era occupato soltanto di piaceri proibiti, ballava durante il divino uffizio del rosario, quando poteva, e trincava durante la messa con i gardinn6 mercanti di cavalli. Tuttavia Dio non aveva mancato di mandargli degli avvertimenti. Aveva visto morire nello stesso anno, colpite dalla mala aria,7 la madre, le sorelle e la moglie; ma si era consolato della scomparsa delle prime godendosi la loro eredit, e quanto a Katel, aveva detto come tutti i vedovi: Poich non ne ho pi una tutta mia, ho a mia disposizione tutte le altre.8 E cos aveva fatto. Il curato l'aveva ben ammonito durante la predica accusandolo di essere la pietra dello scandalo per tutta la parrocchia; ma questo pubblico ammonimento, ben lungi dal correggere Wilherm, aveva avuto solo il risultato di farlo rinunciare alla chiesa, come era facile prevedere, perch non si fa tornare un cavallo scappato facendo fischiare la frusta:9 e cos il giovanotto si dava bel tempo pi che mai, senza aver pi fede o legge di una volpe della boscaglia. Ora avvenne che i bei giorni estivi volsero alla fine e arriv la festa dei morti. Tutti i cristiani battezzati misero i loro abiti da lutto e si recarono in chiesa a pregare per i defunti; e Wilherm invece si mise gli abiti della festa e prese la via del borgo vicino, dove si riunivano marinai senza religione e ragazze senza onore. In questo luogo malfamato pass tutto il tempo che gli altri dedicavano a pregare per le anime in pena, bevendo vino di fuoco, giocando ai dadi coi marinai e cantando alle ragazze delle canzoncine composte dai mugnai. Continu cos fin circa la met della notte, e pens a ritornare solo quando gli altri si sentirono stanchi di peccare. Quanto a lui, aveva un corpo di ferro per il piacere, e lasci l'osteria per ultimo, non meno fresco e tranquillo di quando vi era entrato. Aveva per il cuore caldo di vino. Cantava ad alta voce per le vie certe canzoni che i pi audaci canticchiano di solito a bassa voce; passava davanti alle croci senza abbassare il tono e senza levarsi il cappello e colpiva a destra e a manca i ciuffi di ginestre col bastone, senza temere di ferire le anime che quel giorno riempivano le strade. Arriv cos a un crocicchio dove si aprivano due vie che conducevano al suo villaggio. La pi lunga era sotto la protezione di Dio, mentre la pi breve era frequentata dai morti. Molti, percorrendola di notte, avevano sentito rumori e avevano visto cose di cui si parlava solo quando si era in tanti, e molto vicini alla pila dell'acqua santa: ma Wilherm non aveva paura che della sete e delle ragazze brutte. Prese dunque la via pi breve, facendo risuonare i suoi stivali sui ciottoli del sentiero. Era una notte senza luna n stelle; le foglie correvano via portate dal vento, i ruscelli colavano tristemente lungo i fianchi della collina, i cespugli tremavano come un uomo che ha paura; e in quel silenzio i passi di Wilherm riecheggiavano nella notte come i passi di un gigante; ma niente lo spaventava, e lui continuava a camminare. Passando accanto al vecchio castello in rovina sent la

banderuola che gli diceva: "Ritorna, ritorna, ritorna!" Ma egli continu il suo cammino. Arriv davanti alla cascata e l'acqua mormor: "Non passare, non passare, non passare!" Tuttavia Wilherm pos il piede sulle pietre levigate dal torrente e lo attravers. Quando arriv vicino a una vecchia quercia tarlata, il vento che soffiava fra i rami ripet: "Resta qui, resta qui, resta qui!" Ma Wilherm passando colp col bastone l'albero morto e affrett il passo. Infine entr nel vallone visitato dalle anime dei morti. A tre parrocchie suon la mezzanotte. Wilherm si mise a fischiettare l'aria di Marionnik.10 Ma nel momento in cui fischiettava il quarto verso sent il rumore di una carretta non ferrata11 e la vide venire verso di lui, coperta da un drappo mortuario. Wilherm riconobbe la carretta della Morte. Era tirata da sei cavalli neri e guidata dall'Ankou,12 che aveva in mano una frusta di ferro e ripeteva continuamente: "Gira via o io ti rigiro!" Wilherm gli fece posto, senza scomporsi. "Che fai tu dunque qui, signore di Ker-Gwen?13" chiese sfrontatamente. "Io prendo e sorprendo" gli rispose l'Ankou. "Sei dunque un ladro e un traditore?" continu Wilherm. "Io sono colui che colpisce senza sguardo e senza riguardo." "Vale a dire uno stupido e un brutale. Allora non mi stupisco pi, bello mio, che tu sia dei quattro vescovadi, perch si pu applicarti tutto il proverbio.14 Ma dove vai oggi, che hai tanta fretta?" "Vado a prendere Wilherm Postik" rispose il fantasma, passando oltre. L'allegro gaudente scoppi a ridere e affrett il passo. Come arriv davanti alla piccola siepe di prugni selvatici che conduce al lavatoio, vide due donne bianche che stendevano i panni sui cespugli. "Perbacco, ecco delle ragazze che non hanno paura dell'umidit della notte" disse. "Come mai siete rimaste fino a cos tardi nel prato, mie piccole colombe?" "Noi laviamo, noi asciughiamo, noi cuciamo" risposero le due donne a una voce. "E che cosa?" domand il giovanotto. "Il sudario del morto che parla e cammina ancora." "Un morto? Perbacco! Mi direte il suo nome." "Wilherm Postik." Il giovanotto rise pi forte di prima e scese per il sentiero sassoso. Ma via via che avanzava sentiva sempre pi distintamente i colpi delle lavandaie notturne sulle pietre della douez:15 e ben presto le vide battere i loro lenzuoli funebri cantando il triste ritornello: Se un cristiano non viene a salvarci fino al Giudizio dovremo lavare. Al chiar di luna, al soffiare del vento, sotto la neve, il sudario bianco.16 Quando videro l'allegro gaudente venire verso di loro, accorsero tutte con grandi grida, presentandogli i loro lenzuoli e dicendogli di torcerli per farne uscire l'acqua. "Un piccolo favore non si rifiuta agli amici" rispose allegramente

Wilherm; "ma una alla volta, belle mie, un uomo ha solo due mani per torcere come per abbracciare." Depose il bastone e prese l'estremit del lenzuolo funebre che una delle morte gli presentava, avendo per cura di torcere dalla stessa parte di lei, perch aveva appreso dai suoi vecchi che quello era il solo modo di non restare schiacciato. Mentre il lenzuolo girava cos, ecco per altre lavandaie circondare Wilherm, che riconobbe in esse sua zia e sua moglie, sua madre e le sue sorelle. E tutte gridavano: "Mille sventure a chi lascia i suoi bruciare all'inferno! Mille sventure!" E scuotevano le lunghe chiome, alzando in aria le loro palette bianche; e in tutte le douz della valle, lungo tutte le siepi, sopra tutte le lande innumerevoli voci ripetevano: "Mille sventure! Mille sventure!" Wilherm, fuori di s, sent drizzarsi i capelli sulla testa; nel suo turbamento scord la precauzione presa fino a quel momento e cominci a torcere il lenzuolo dall'altro lato. In quello stesso istante il lenzuolo gli serr le mani come una morsa, e il giovane cadde schiacciato dalle braccia di ferro della lavandaia. All'alba, mentre passava presso la douz, una fanciulla di Henvik, chiamata Fantik ar Fur, si ferm per mettere un rametto di agrifoglio nella sua brocca di latte appena munto17 e scorse Wilherm steso sulle pietre bianche. Credette che il troppo vino lo avesse fatto cadere e si avvicin con un virgulto di giunco per svegliarlo; ma vedendo che restava immobile si impaur e corse al villaggio per avvertire. Accorsero il curato, il campanaro e il notaio, che era il sindaco del paese; il cadavere fu sollevato e collocato su un carretto tirato da buoi; ma le candele benedette che vollero accendere si spegnevano continuamente e cos tutti capirono che Wilherm Postik era ormai dannato. Per cui il suo corpo fu deposto fuori del cimitero, sotto la soglia di pietra, l dove si devono fermare i cani e i miscredenti. KATEL GOLLET I ORA, QUESTO AVVENNE prima che Art di Bretagna fosse battuto da Giovanni senza Cuore e senza Terra. Il conte Moriss negli anni della vecchiaia viveva ritirato dal mondo nel suo castello di La Roche,1 con una giovane nipote, bella come la luce del sole, che si chiamava Katel. Ma se Katel era bella, si dice che fosse ancor pi pericolosa, non solo per la seducente leggiadria della sua persona, ma soprattutto per la malvagit della sua anima. Il vecchio conte insisteva perch Katel si maritasse, pensando che una leggiadra fanciulla di sedici anni, seducente e leggera come l'ala di un'allodola, era troppo difficile da custodire per un tutore di sessant'anni, che aveva conosciuto soltanto la guerra. Sfortunatamente Katel non intendeva affatto accorciarsi la giovent col matrimonio. Amava alla follia le feste e i piaceri: la danza era la sua vita. Non pensava che a danzare, e alle insistenti sollecitazioni del conte Moriss rispondeva: "Quando trover un bel cavaliere capace di danzare con me per dodici ore, gli conceder il mio cuore e la mia mano." Questa risposta fu divulgata a suon di tromba in tutte le parrocchie del Lon, e ben presto un gran numero di

giovani signori ricchi e di bell'aspetto vennero a vedere la bella fanciulla bruna e a presentare la loro domanda di matrimonio. Katel dava appuntamento a quelli che le piacevano per tale o tale sagra della stagione. In quel tempo, le belle sagre non erano rare nel paese. Si danzava tutto il giorno, e spesso per met della notte. La leggiadra silfide volava, quasi senza sfiorare l'erba, senza riposarsi mai, per cos dire; e quando aveva preso per mano un giovane cavaliere, se quello si lasciava trascinare in balia della maliarda era perduto, perch lei lo affascinava, lo stregava a tal punto che l'imprudente, posseduto dall'incantevole demonio, danzava, saltava, girava, finch spesso morte ne seguiva... Cos la damigella aveva provocato molti lutti nei castelli vicini. La pubblica indignazione, le grida di vendetta che lei stessa poteva ascoltare avrebbero dovuto avvertirla che anche la sua ultima ora era prossima. Ma il suo cuore era duro e lei non voleva cambiare. Di fronte a ci, il signore di La Roche proib a Katel di andare ai balli e la chiuse nella torre, dicendole che doveva restar-vi fino al giorno in cui si sarebbe decisa a sposare uno dei suoi numerosi pretendenti. Ora, Katel aveva un paggio, pi basso del levriero di suo zio e nero come un cervo. Un mattino, prima dell'alba, lo chiam e gli disse: "Dorme, il vecchio Moriss; ma Salan veglia per Katel. Monta a cavallo: le guardie ti lasceranno passare. Prepara la scala flessibile che hai fatto per me e porta questo messaggio al castello di Ploudiry." Un'ora dopo, ai piedi della torre, sotto la finestra da cui pendeva una scala di corda, un bel giovane e la bruna prigioniera salivano sullo stesso corsiero... E ben presto, per le vie ancora buie della grande foresta, il guardaboschi ud un rapido galoppo, e il nano geloso, restato solo ai piedi del torrione, ridacchiava dicendo: "Oggi la sagra della Santa Martire; Salan, la campana a morto suoner per te stasera!..." II Vedendoli arrivare cos alla sagra della Santa Martire, tutti rimasero stupiti e ammirati, tanto erano entrambi giovani e belli. Katel, pi radiosa che mai, present Salan come suo fidanzato a tutta la compagnia. "S," mormorava la gente "fidanzato della danza che inebria e che uccide!" Poco dopo cominci il ballo. Avevano chiamato i pi valenti suonatori di Cornovaglia. Si era riunita una bella e numerosa compagnia, per opera di Katel che prima della sagra aveva mandato in giro molti messaggi per aver pi testimoni del suo nuovo trionfo. In principio si mostr pi calma del solito: dolcemente appoggiata al braccio del fidanzato, si degnava appena di concedergli un po' di respiro facendo qualche ballo con altri. Poi, a met della festa, ci fu uno splendido banchetto. I liquori scorrevano in abbondanza: e verso sera si accesero una quantit di torce tutt'attorno, sotto i grandi alberi. E ricominciarono i balli; gavotta, jabadao, farandola, ridda e passapiede, tutti si succedevano senza tregua n riposo... "Ancora, ancora" ripeteva Katel radiosa, danzando con Salan; "saresti stanco per caso?" "No, no, mai quando sono con te" diceva il giovane, affascinato. E la leggiadra coppia scivolava pi rapida in mezzo agli altri ballerini, che si fermavano per guardarli... Tuttavia Katel si accorse ben presto che il suo cavaliere stava cedendo. "Coraggio" gli disse; "ancora qualche giro e Katel tua." L'insensato, bench allo stremo delle forze, si lanci ancora

una volta nel turbine che lo trascinava suo malgrado. Infine i suoi piedi si fecero pesanti, la sua respirazione divenne faticosa, irregolare e poi ansimante come un rantolo. "Piet, piet!" mormor. "O Katel, o mia adorata... non ti ho... conquistata?" La crudele, quando ud questo lamento, lo abbandon e l'infelice, lasciato solo, si accasci nell'erba fiorita. Nello stesso istante dalla torre suon la mezzanotte. Le torce (torce funebri) impallidirono, poi si spensero una a una... E l accanto, nell'ombra, ridacchiava il nano nero... III "Digi!" esclam Katel gettando uno sguardo sprezzante su Salan svenuto e sui suonatori estenuati "gi stanchi per cos poco!... Per l'inferno! Chi mi dar ballerini e musicanti degni di me?" A questa orribile imprecazione un grande lampadario formato dalle luci sfolgoranti si dondol sotto le grandi querce, il cui fogliame arrossato stormiva, scosso da una brezza di fuoco. Due figure, due fantasmi, comparvero d'improvviso in mezzo al cerchio degli spettatori, che gi si preparavano a fuggire e rimasero invece inchiodati dal terrore. Uno degli stranieri, vestito di rosso sotto un mantello nero, portava sotto braccio un'enorme cornamusa, la cui canna d'aria era formata da una testa di serpente. L'altro, di alta e bella figura, vestito di nero con un mantello rosso, portava sulla testa un pennacchio di piume d'avvoltoio, che ricadendogli sulla fronte nascondeva il fuoco del suo sguardo. D'improvviso la cornamusa, gonfiata da un soffio formidabile, fece sentire dei suoni che atterrirono tutti i presenti: tutti, fuorch la bruna danzatrice, perch il suonatore rosso suonava un trescone sconosciuto, irresistibile... E il cavaliere dal cappello piumato venne e afferr fra le sue braccia nervose Katel, che pareva aspettarlo e invitarlo con lo sguardo ardente. Allora sotto la volta splendente si scaten una gavotta sfrenata. Pochi ballerini ebbero il coraggio di prendervi parte, malgrado il vino e l'idromele che circolavano senza sosta. Ben presto tutti si fermarono, gravati da una strana fatica: ma Katel, fiera e felice, volava come una figlia dell'aria e sembrava sfidare il suo cavaliere... E la musica continuava, sempre pi stridente, il trescone infernale sempre pi rapido, pi affannoso... e il nano nero ghignava sempre pi... IV Quanto tempo dur l'orribile danza?... Nessuno saprebbe dirlo. Katel cominciava a dare qualche segno di stanchezza. Passando guardava non senza paura le fauci spalancate del serpente, che vomitavano una vera musica di dannati, interminabile come i supplizi dell'inferno... Tuttavia cercava ancora di batter la terra coi suoi piedi impazienti e si lasciava trascinare in questo turbine di piacere e di ebbrezza... Ben presto le sembr che il candelabro abbagliante ruotasse sopra la sua testa: si sent invadere da un terrore indicibile e fece inutili sforzi per sfuggire alla stretta crudele di colui che la trascinava con mano di ferro. "Andiamo, andiamo, bella," gridava lo spietato ballerino "il prato pi liscio, la luce pi bella, la musica pi inebriante!" E Katel, ansimando, a queste parole raccolse le sue ultime forze. Balz ancora una volta, come una cerva ferita, in un volteggio fantastico. D'improvviso il cavaliere nero disparve, e Katel non sentendosi pi sostenuta dal braccio fatale Che

l'aveva spezzata, cadde a sua Volta rantolando, vinta, morente, abbandonata... E le pesanti nubi nere, urtandosi al di sopra della funebre foresta, lanciavano ogni tanto sulla volta di fogliame scie di fuoco rosso e di livido Zolfo. Il rombo lontano dei tuoni copr le ultime note della cornamusa. Torrenti di pioggia si riversarono sui pendii; la grandine crepitava senza sosta sulle rocce delle colline... La folla intanto si era allontanata, presa da un indicibile terrore, da questo teatro d'orgia e di morte. Poi vi fu un tuono pi forte degli altri: gli elementi si placarono, i rumori tacquero, le luci si spensero. E un lugubre silenzio regn sotto la volta buia dei boschi... Il giorno dopo, all'alba, si potevano vedere, stesi l'uno a fianco dell'altro, sull'erba calpestata della radura, due corpi inanimati: tutti e due giovani e belli, avevano sul volto il pallore della morte. Un orribile nano nero li contemplava ghignando. Erano i nostri due fidanzati: Salan e Katel... Katel, chiamata ormai Gollet nel ricordo popolare: Gollet, ossia perduta o dannata, a causa del suo amore sfrenato per il piacere e per la danza!... Un po' pi in l, nel punto in cui stava il terribile suonatore, l'erba arrossata e la terra bruciata portavano la strana impronta di piedi larghi e biforcuti... E fra le rovine del vecchio castello di La Roche-Morvan si sente ancora talvolta, nel mezzo delle notti pi buie, lo sghignazzare satanico del nano nero. LA STORIA DI MARIE-JOB KERGUNOU MARIE-JOB KERGUNOU era una merciaiola ambulante dell'Ile-Grande, in bretone Ens-Veur, IVI. sulla costa di Trgor. Una volta alla settimana, il gioved, si recava a Lannion per il mercato, con una carretta mezzo sgangherata, tirata da un povero ronzino. Quanto ai finimenti, pi miserabili ancora della bestia, erano lisi e consumati fino a mostrare la corda. Era un miracolo che la vecchia e il suo carretto non fossero rimasti venti volte incagliati sulla strada ciottolosa, piena di fosse fangose e di scogli, che durante la bassa marea collega l'isola al continente. Tanto pi che Marie-Job si trovava a traversare questo passaggio sempre di notte, poich partiva al mattino molto prima dell'alba e non rientrava che con la luna, quando c'era. Ed era pure un miracolo che non avesse mai fatto qualche brutto incontro, perch alla fin fine nei paraggi di Pleumeur e di Trbeurden non mancavano certo vagabondi, e le mercanzie che di solito riempivano la carretta potevano ben essere una tentazione per individui poco scrupolosi, che andavano in cerca dei relitti gettati dalle onde sulla spiaggia solo perch non avevano niente di meglio da arraffare. Talvolta qualcuno le chiedeva: "Ma non hai paura, Marie-Job, a viaggiare in questo modo, di notte, tutta sola per le strade?" E lei rispondeva: "Al contrario, sono gli altri che hanno paura di me. Dal rumore che fa la mia carretta credono che sia quella dell'Ankou." Ed vero che nell'oscurit, in fede mia!, ci si poteva anche sbagliare, tanto l'assale scricchiolava e la ferraglia tintinnava e il cavallo stesso aveva l'aria di una bestia dell'altro mondo. E poi, se dobbiam dire proprio tutto, c'era anche un'altra ragione, che la vecchia Marie-Job non confessava: nel paese si diceva che fosse un po' strega. La vecchia sapeva dei "segreti": e i furfanti del posto, anche i pi audaci, preferivano

tenersi rispettosamente a distanza piuttosto che esporsi ai suoi malefizi. Una notte tuttavia le capit un'avventura. Si era d'inverno, verso la fine di dicembre. Fin dall'inizio della settimana faceva un gelo che spaccava le pietre delle tombe. Bench abituata alle peggiori intemperie, Marie-Job aveva dichiarato che, se il freddo continuava cos intenso, non sarebbe certamente andata al mercato di Lannion, non tanto per risparmiare la propria persona quanto per riguardo verso Mogis, il suo cavallo, il quale era, diceva la vecchia, tutta la sua famiglia. Ma ecco che al mercoled sera, all'ora dell'Angelus, si vide entrare in casa la sua migliore cliente, Glauda Goff, la tabaccaia. "E' vera la voce che corre, Marie-Job, che non avete intenzione di andare al mercato domani?" "Ma pensate un po', Glauda Goff! Con che coscienza potrei metter fuori Mogis con un tempo come questo, che neanche i gabbiani hanno il coraggio di mostrare il becco?" "Con tutto questo, ve ne prego per amor mio. Sapete che avete sempre guadagnato bene con me, Marie-Job... Di grazia, non mi dite di no. La mia provvista di tabacco da masticare quasi finita. Se non riesco a rinnovarla per domenica, che cosa risponder ai tagliapietre quando all'uscita dalla messa bassa verranno tutti a comprarsi il tabacco da ciccare per la settimana?" Bisogna dire che l'Ens-Veur l'isola dei tagliapietre: ce ne sono per lo meno da tre a quattrocento, che scalpellano la roccia per farne pietra da taglio, e non sono sempre gente pacifica, tanto pi che in mezzo a loro c' una quantit di Normanni, almeno tanti quanti sono i Bretoni. Certamente Glauda Goff non si tormentava senza ragione, perch era gente capace di mettere a sacco la sua bottega se lo spaccio di tabacco, che era il solo dell'isola, non gli forniva quel che gli occorreva. E Marie-Job se ne rendeva ben conto. Era lei che ogni gioved aveva l'incarico di andare a prelevare il tabacco agli uffici dell'appalto; e in verit le dispiaceva molto che la sua comare, la domenica successiva, rischiasse di ricevere dei rimbrotti e magari dei maltrattamenti. Ma dall'altra parte c'era Mogis, il povero caro Mogis!... E poi aveva come un presentimento che anche per lei fosse meglio non partire. Una voce di dentro le diceva: "Non cambiare idea: avevi deciso di restare, e resta!" Tuttavia l'altra continuava a pregare. Cos Marie-Job, che era brusca di modi, ma aveva un cuore sensibile, fin per rispondere: "E va bene, avrete il vostro tabacco." E si diresse senza indugio verso la stalla per far la toilette a Mogis, come faceva alla vigilia di ogni viaggio. Il giorno dopo, all'ora della bassa marea, la vecchia lasci l'isola nel suo solito arnese, con le sue manopole rossicce alle mani e la mantella di grosso bigello sulle spalle, gridando a Mogis, a cui il vento di tramontana pungeva le orecchie come le punte di mille aghi. N la vecchia donna n il vecchio cavallo si sentivano in gamba quel giorno. Tuttavia arrivarono a Lannion senza inconvenienti. Alla locanda dove Marie-Job si fermava, e che portava l'insegna dell'Ancora d'argento, proprio sulla banchina, l'ostessa, quando la vide ricomparire dopo che aveva sbrigato tutte le sue commissioni, le disse: "Ges Maria! Almeno non penserete a ripartire! Non sapete che diventerete un pezzo di ghiaccio prima di arrivare all'Isola-Grande?" E insistette per trattenerla a dormire quella notte. Ma la vecchia fu irremovibile:

"Come sono venuta cos ritorner. Datemi soltanto una tazza di caff ben caldo e un bicchierino di gloria." E tuttavia si vedeva che non aveva il suo aspetto delle giornate buone. Al momento di congedarsi dall'ostessa dell'Ancora d'argento le disse con voce triste: "Ho idea che il ritorno sar duro. Mi sento nell'orecchio sinistro qualche cosa che suona male..." Ma questo non le imped di frustare Mogis e di rimettersi in viaggio, nel crepuscolo precoce di dicembre che stava calando, dopo essersi fatta il segno della croce, come una vera cristiana che sa bene che bisogna sempre aver Dio dalla propria parte. Fin dopo Pleumeur tutto and bene, tranne che il freddo diventava sempre pi terribile e Marie-Job, sul suo sedile fra i pacchi e pacchetti che riempivano la carretta, sentiva intirizzirsi il corpo e l'anima. Per cercar di tenersi sveglia tir fuori il rosario, e tenendo le briglie con una mano cominci a sgranarlo con l'altra. Per esser pi sicura di resistere al sonno, recitava le diecine del rosario a voce alta. Ma il suono stesso della sua voce fin per cullarla come una canzone, a tal punto che, malgrado i suoi sforzi, un bel momento si trov, se non addormentata, almeno mezzo stordita. D'un tratto, attraverso il torpore, ebbe la sensazione che accadesse qualcosa di insolito. Si sfreg gli occhi, concentr le idee e constat che la carretta si era fermata. "Ebbene? Mogis?" borbott. Mogis agit le sue orecchie a punta, ma non si mosse. Marie-Job lo sfior con la frusta: continu a restare immobile. Allora lo picchi col manico. Il povero ronzino inarc la groppa sotto i colpi ma non avanz d'un passo. Si vedevano i suoi fianchi ansare come il mantice di una fucina e due nuvole di fumo biancastro uscire dalle sue froge nella notte gelata, perch era gi notte fonda e le stelle brillavano tutte azzurre nel firmamento. "Ecco qualcosa di nuovo" pens Marie-Job Kergunou. Mogis, in quasi diciassette anni che vivevano insieme, come diceva lei, si era sempre mostrato una bestia esemplare, sempre sottomessa alla volont della padrona. Che cosa lo prendeva dunque quella sera all'improvviso, quando aveva tutte le ragioni per affrettarsi verso il caldo della sua stalla, come lei, Marie-Job, verso il caldo del suo letto? Non senza borbottare, si decise infine a scendere dal sedile per saperlo. Si aspettava di trovare qualche ostacolo, magari un ubriaco sdraiato attraverso la strada. Ma ebbe un bel guardare e frugare nell'ombra davanti alla carretta (si trovavano nel punto in cui la strada scende verso Trovern, per proseguire poi attraverso la spiaggia ciottolosa): non vide niente di straordinario. La strada si perdeva, deserta, fra le dune che proiettavano qua e l l'ombra delle loro querce spoglie. "Avanti, Mogis!" fece la vecchia, a mo' di incoraggiamento. E prese il cavallo per le briglie. Il cavallo soffi rumorosamente, scosse la testa e si inarc sulle zampe davanti, rifiutando di fare un sol passo. Allora Marie-Job comprese che doveva esserci qualche ostacolo soprannaturale. Vi ho detto che era anche un po' strega. Un'altra al suo posto sarebbe rimasta terrorizzata. Ma lei, che conosceva i gesti che si devono fare e le parole che si devono dire secondo le circostanze, disegn una croce sulla strada col manico della frusta, dicendo: "Con questa croce che traccio sulla strada, ordino alla cosa o alla persona che qui, e che io non vedo, di dichiarare se viene da parte di Dio o da parte del diavolo." Non appena ebbe pronunciato queste parole ud una voce rispondere dal fondo del fosso: "E' ci che porto sulle spalle che impedisce al tuo cavallo

di passare." La donna marci coraggiosamente, con la frusta al collo, verso il punto da dove veniva la voce. E vide un ometto vecchissimo, proprio vecchissimo, che stava accovacciato nell'erba, come sfinito dalla fatica. Aveva l'aria cos stanca, cos triste, cos miserabile che ne ebbe piet. "A che pensate dunque, babbo mio, che restate l seduto, in una notte simile, col rischio di morire?" "Aspetto" fece il vecchio "che un'anima misericordiosa mi aiuti a rialzarmi." "Chiunque voi siate, corpo o spirito, cristiano o pagano, non sar mai detto che vi sia mancato l'aiuto di Marie-Job Kergunou" mormor la buona donna chinandosi verso quell'infelice. Col suo aiuto il vecchio riusc a rimettersi in piedi, ma la sua schiena restava curva, come sotto il peso di un invisibile fardello. Marie-Job chiese: "Dove portate mai quel carico che ha il potere di spaventare gli animali?" E il vecchio rispose con voce lamentosa: "I vostri occhi non possono vederlo, ma le froge del vostro cavallo l'hanno fiutato. Gli animali spesso ne sanno pi degli uomini. Il vostro ormai non proseguir il suo cammino se non quando non mi sentir pi n davanti n dietro di s sulla strada." "Ma non vorrete mica che io resti qui ad vitam eternam! Io ho bisogno di tornare all'Ile-Grande. Poich vi ho reso un servizio, datemi a vostra volta un consiglio: che cosa devo fare ancora?" "Io non ho il diritto di domandare nulla: sta a voi fare un'offerta." Per la prima volta forse in tutta la sua vita Marie-Job Kergunou la merciaiola rest un attimo imbarazzata. "N davanti n dietro di lui sulla strada" pensava. "Che cosa mai posso fare?" A un tratto esclam: "Una volta salito sulla mia carretta, non sarete pi sulla strada. Suvvia, salite." "Dio vi benedica" disse il vecchietto. "Avete indovinato." E si trascin tutto curvo verso la carretta, dove si iss con gran fatica, bench Marie-Job lo spingesse con tutt'e due le mani. Quando si lasci cadere sull'unico sedile, si sarebbe detto che l'assale s'incurvasse e vi fu un colpo sordo, come un rumore di assi urtate. La buona donna si install alla meglio accanto a quello strano compagno di viaggio, e Mogis senza indugio part al trotto, con un ardore che non era nelle sue abitudini, neppure quando cominciava a sentire l'odore della stalla. "Allora, andate anche voi all'ile-Grande?" chiese MarieJob dopo qualche istante, solo per rompere il silenzio. "S" rispose brevemente il vecchio, che non sembrava molto incline alla conversazione e restava tutto piegato in due, senza dubbio sotto il peso del misterioso fardello che nessuno vedeva. "Non ricordo di avervi mai incontrato." "Oh, no, eravate troppo giovane quando sono partito." "E arrivate da lontano, a quanto pare?" "Da molto lontano." Marie-Job non os chiedere di pi. D'altronde si stava addentrando nella striscia costiera e doveva fare molta attenzione a causa delle pozze di fango e dei macigni di pietra nera sparsi lungo la cattiva pista che serviva di strada. A questo riguardo, la merciaiola si accorse ben presto che le ruote della carretta affondavano nella sabbia pi del solito.

"Cristo santo!" borbott fra i denti "bisogna proprio che siamo terribilmente carichi." E poich aveva ritirato ben poche commissioni in citt, e d'altra parte il vecchio, tutto rattrappito, non doveva pesare pi di un ragazzino, si doveva per forza pensare che quell'eccesso di peso fosse dovuto al fardello che diceva di portare. La cosa dava piuttosto da pensare alla buona donna, e forse anche allo stesso Mogis, il quale, malgrado lo slancio iniziale, cominciava a rallentare e inciampava quasi a ogni passo. Quando infine raggiunse la terra di Ens-Veur, era inondato di sudore. Come certo sapete, in quel punto si staccano due vie: una gira a destra verso la chiesa parrocchiale del Redentore, l'altra fila diritta fino al villaggio dove Marie-Job Kergunou aveva la sua "residenza". E poich Mogis si ferm spontaneamente, senza dubbio per riprender fiato, lei ne approfitt per dire al suo muto compagno, dal quale aveva pi che mai fretta di separarsi: "Eccomi all'isola, buon vecchio: Dio vi accompagni per la vostra via." "Sia!" gemette il vecchio. E cerc di alzarsi, ma ricadde subito sul sedile, se non con tutto il suo peso, almeno con tutto il peso della cosa sconosciuta. E di nuovo l'assale si pieg; di nuovo si sent il rumore delle assi urtate. "Non ci riuscir mai!" sospir il povero vecchio, con un accento cos doloroso che Marie-Job ne fu commossa fino alle viscere. "Andiamo," disse "bench io non capisca niente del vostro modo di fare, e bench abbia tanta fretta di arrivare a casa, se c' ancora qualche cosa che posso fare per voi, parlate." "Ebbene," rispose il vecchio "portatemi fino al cimitero della chiesa del Redentore." Al cimitero! A quell'ora!... Marie-Job fu sul punto di rispondere che con tutta la buona volont non poteva far questo per lui: ma Mogis non gliene lasci il tempo. Come se avesse sentito la frase del povero vecchio, volt subito a destra, per la via della chiesa del Redentore. Marie-Job non sapeva pi cosa pensare. Quando arrivarono vicino al recinto dei morti, il cancello, contrariamente al solito, era aperto. Lo strano pellegrino ebbe un moto di soddisfazione. "Come vedete, sono atteso" disse. "In verit, non neppure troppo presto." E ritrovando un vigore che nessuno avrebbe supposto in lui, balz quasi leggermente a terra. "Tanto meglio, dunque" disse Marie-Job, preparandosi a prender congedo. Ma non era ancora arrivata alla fine della sua avventura, perch non appena aggiunse, come si conviene: "Arrivederci alla prossima volta" il vecchietto replic: "Niente affatto, prego!... Poich mi avete accompagnato fin qui, non siete pi liberi di andarvene prima che io abbia portato a termine il mio compito; altrimenti, il peso che porto io lo avrete voi sulle spalle in avvenire... Ve lo consiglio nel vostro interesse e perch siete stata pietosa verso di me: scendete e seguitemi." Marie-Job Kergunou, come ho gi detto, non era una persona facile da intimidire; ma dal tono con cui il vecchio aveva pronunciato quelle parole capi che la cosa pi ragionevole da farsi era obbedire. Mise dunque piede a terra, dopo aver abbandonato le briglie sulla groppa di Mogis. "Ecco," riprese l'altro "ho bisogno di sapere dove sepolto l'ultimo morto della famiglia dei Pasquiou." "E tutto qui?" fece lei. "C'ero anch'io al funerale. Venite."

Si mosse, orientandosi in mezzo alle tombe e alle lastre di pietra grigia, strette l'una accanto all'altra, chiaramente visibili al chiarore delle stelle. E quando ebbe trovato quella che il vecchio cercava: "Eccola! La croce tutta nuova. Dev'esserci sopra il nome di Jeanne-Yvonne Pasquiou, maritata Squrent... quanto a me, i miei genitori dimenticarono di insegnarmi a leggere." "E io, da tanto tempo l'ho disimparato" rispose il vecchietto. "Ma vediamo un po' se non vi siete sbagliata." Cos dicendo si inginocchi, con la testa in avanti, ai piedi alla tomba. E allora accadde una cosa spaventosa, una cosa incredibile... La pietra si sollev, ruotando su uno dei suoi lati come il coperchio di un forziere, e Marie-Job Kergunou sent sul viso il soffio freddo della morte, mentre da sottoterra si udiva un suono sordo, come il rumore di una bara che urtasse il fondo della fossa. Livida di spavento, mormor: "Dou da bardon'an anaon (Dio perdoni ai defunti)." "In un solo momento avete liberato due anime" disse vicino a lei la voce del suo compagno di viaggio. Ora era ritto in piedi, e completamente trasformato. Il vecchietto curvo aveva raddrizzato la schiena e appariva di colpo pi alto. La merciaiola pot infine vederlo in faccia... Il naso mancava: le occhiaie erano vuote. "Non abbiate paura, Marie-Job Kergunou" disse. "Io sono Mathias Carvennec, di cui certamente avete sentito parlare in passato da vostro padre, perch siamo stati compagni di giovent. Infatti anche lui, insieme agli altri ragazzi dell'isola, venne ad accompagnarci, Patrice Pasquiou e me, quando fummo estratti a sorte per fare il servizio militare: e ci accompagnarono fino al punto della costa dove voi poco fa mi avete incontrato. Era ai tempi di Napoleone il Vecchio. Fummo mandati in guerra tutti e due, nello stesso reggimento. Patrice fu colpito da una pallottola, al mio fianco; la sera, all'ospedale, mi disse: "Io sto per morire: ecco qui tutto il mio denaro; fa' in modo che mi seppelliscano in un posto facile da riconoscere, in modo che tu, se sopravvivi, possa riportare le mie ossa all'Ile-Grande e farle deporre accanto alle ossa dei miei padri, nella terra del mio paese." Mi lasciava una somma considerevole, almeno duecento scudi. Io pagai perch lo mettessero in una fossa a parte; ma molti mesi dopo, quando ci dissero che la guerra era finita e che saremmo stati congedati, la mia gioia fu cos grande che dimenticai la preghiera di Patrice Pasquiou; malgrado il mio giuramento, tornai a casa senza di lui. E poich nel frattempo i miei genitori avevano lasciato l'Ile-Grande per prendere una fattoria a Loquemau, io li raggiunsi l. E l presi moglie e allevai i miei figli, e l infine morii, quindici anni fa. Ma appena fui disceso nella tomba dovetti subito rialzarmi: finch non avessi pagato il mio debito verso il mio amico, non avrei avuto diritto al riposo. Ho dovuto andare a cercare Pasquiou; e sono quindici anni che cammino, viaggiando dal tramonto del sole al canto del gallo, e facendo all'indietro, nelle notti pari, la met pi la met della met del cammino percorso in avanti nelle notti dispari. La bara di Patrice Pasquiou, sulle mie spalle, pesava con tutto il peso dell'intero albero che aveva fornito le assi. Quel suono di legno urtato che avete sentito ogni tanto era prodotto appunto dalla sua bara. E senza la vostra bont, e quella del vostro cavallo, ne avrei avuto ancora per pi di un anno, prima di arrivare alla fine della mia penitenza. Ora il mio tempo compiuto (ma amzer zo paruachu). Dio vi compenser fra poco, Marie-Job Kergunou. Tornate a casa in pace, e domani mettete in ordine tutte le

vostre cose. Perch questo viaggio sar l'ultimo che farete, voi e il vostro Mogis. A presto, nelle Gioie (ebars er Joaio)!" Il vecchio aveva appena pronunciato queste parole che la merciaiola si trov sola fra le tombe. Il morto era scomparso. All'orologio della chiesa suonava la mezzanotte. La povera donna si senti raggelare tutta; si affrett a risalire sulla sua carretta e infine arriv a casa. Il giorno dopo, quando Glauda Goff venne a prendere in consegna il suo tabacco, trov Marie-Job a letto. "Come! siete malata?" le chiese con premura. "Dite piuttosto che sono arrivata alla mia passione" le rispose Marie-Job Kergunou. "Ed per causa vostra. Ma io ho vissuto abbastanza e non rimpiango nulla. Abbiate soltanto la bont di mandarmi un prete." Mor quello stesso giorno, Dio le perdoni! E dopo che fu sepolta, bisogn seppellire anche Mogis: era completamente freddo, quando andarono a vedere nella stalla. L'ANIMA VISTA SOTTO LA FORMA DI UN SORCIO BIANCO BENCHE' LUDO GAREL non fosse che un domestico, non era tuttavia il primo venuto. Aveva continuamente lo spirito occupato da una quantit di cose a cui l'uomo volgare generalmente non pensa. Le sue continue meditazioni lo avevano portato molto lontano. Lui stesso ammetteva di possedere a fondo, o press'a poco, tutto ci che dato a un uomo di conoscere. "Tuttavia," aggiungeva "c'e ancora un punto che mi confonde e sul quale non ho alcun chiarimento: la separazione dell'anima dal corpo. Quando avr chiarito questo punto non mi rester pi nulla da imparare." Il suo padrone, uno degli ultimi signori della nobile casata del Quinquiz, aveva grande fiducia in lui, conoscendolo come uomo d'onore e saggio consigliere. Un bel giorno se lo fece venire nel suo gabinetto. "Mio povero Ludo," gli disse "oggi non mi sento per niente bene. Credo di star covando una qualche brutta malattia, e ho il presentimento che non me la caver. Se almeno i miei affari fossero in regola!... Questo maledetto processo che ho a Rennes un tormento per me. Sono quasi due anni che si trascina. Se almeno, prima di morire, lo vedessi terminato a mio favore, me ne andrei col cuore pi leggero. Io ti considero un ragazzo in gamba, Ludo Garel. D'altra parte - e tu me l'hai provato - non c' servizio che tu non sia pronto a rendermi. E allora ti domando questo, che sar forse l'ultimo. Domani mattina, allo spuntar dell'alba, ti metterai in viaggio per Rennes. Farai visita a ciascuno dei giudici e gli chiederai di pronunciarsi al pi presto, o per me o contro di me. Tu sei un buon parlatore: conto che troverai il modo di disporli in mio favore. Quanto a me, io vado a mettermi a letto. Piaccia a Dio di non chiamarmi a S prima che tu sia di ritorno." Prima di congedarsi, Ludo cerc per quanto poteva di far coraggio al suo padrone, che vedeva cos abbattuto. "Pensate solo a guarire, signor conte. Non siete ancora maturo per l'Ankou. Fate in modo che io vi ritrovi in buona salute. Io mi incarico di tutto il resto, in fede mia!" Pass tutto il pomeriggio a fare i preparativi di viaggio e a ruminare fra s i discorsi che avrebbe tenuto ai giudici. Al calar della notte si coric, per potersi svegliare di buon'ora. Dorm male: mille idee, mille progetti incoerenti si inseguivano nella sua testa.

D'un tratto gli sembr di sentire il canto del gallo. "Ehi, ehi!" si disse. "Gi spunta l'alba. E tempo di partire." E Ludo Garel si mise in cammino. Si era nel cuore dell'inverno e Ludo ci vedeva appena quel tanto da poter camminare. Dopo un'ora o un'ora e mezzo di viaggio si trov ai piedi di un muro che gli sbarrava la via. Prosegu costeggiandolo e arriv davanti a una scala di pietra, di cui sal i gradini. Era la scala di un cimitero. "Hum!" pens Ludo, vedendosi circondato di tombe e di croci, "fortuna che l'ora malefica dev'essere passata da molto tempo." Non aveva finito di formulare fra s queste parole che scorse un'ombra levarsi da terra e dirigersi verso di lui da uno dei viali laterali. Quando fu pi vicina, Ludo si avvide che si trattava di un giovane di aspetto distinto, vestito di fine panno nero. Ludo gli augur il buongiorno. "Buongiorno" rispose il giovane. "Vi siete messo in viaggio di buon'ora." "Io non so di preciso che ora pu essere, ma il gallo cantava quando sono partito." "S, il gallo bianco!1" replic il giovane. "Da che parte andate?" "Vado verso Rennes." "Anch'io. Se volete, possiamo fare un pezzo di strada insieme." "Non chiedo di meglio." Lo sguardo e il tono del giovane ispiravano fiducia. Ludo Garel, sulle prime un po' inquieto, fu ben presto felicissimo di averlo per compagno, tanto pi che l'alba tardava terribilmente a spuntare. Cammin facendo conversavano fra loro. E a poco a poco Ludo divenne espansivo. Mise lo sconosciuto del cimitero al corrente di tutto ci che lo riguardava, della malattia misteriosa del suo signore, dei cattivi presentimenti che gli aveva espresso il giorno prima e del motivo per cui il conte lo aveva incaricato di intraprendere quel viaggio. Lo sconosciuto ascoltava, ma non diceva quasi nulla. A un certo punto, da una vicina fattoria si sent squillare il canto del gallo. "Perbacco," esclam Ludo "sta per spuntare l'alba." "Non ancora," fece il giovanotto "il gallo che ha cantato il gallo grigio." In realt il tempo passava e la notte restava sempre egualmente nera. I due giovani continuarono a camminare. Ma poich Ludo aveva vuotato il sacco delle sue confidenze e lo sconosciuto non sembrava disposto a confidargli i suoi affari, la conversazione languiva e fin per cessare del tutto. Quando non si parla, di giorno ci si annoia: di notte si ha paura. Ludo Garel cominci a studiare il suo compagno con la coda dell'occhio e a trovare i suoi modi piuttosto singolari. Invocava con tutte le sue forze la luce dell'alba. Infine un terzo gallo cant. "Ah!" fece Ludo con un sospiro di sollievo "questa volta almeno il gallo buono!" "Sicuro," rispose l'altro "questa volta il gallo rosso. Ora l'alba sta per imbiancare il cielo. Ma, come vedete, voi l'avevate anticipata di parecchio. Era appena mezzanotte quando siete entrato nel cimitero dove mi avete incontrato." "E' possibile" fece Ludo a voce bassa. "Un'altra volta cercate di stare pi attento all'ora. Se non vi avessi accompagnato fino a questo momento, vi sarebbe capitata pi d'una brutta avventura." "Grazie mille, in questo caso" fece Ludo umilmente. "Ma non tutto. Vi devo dire che inutile per voi continuare

il cammino. Il processo del vostro padrone stato deciso gi ieri sera e i giudici si sono pronunciati in suo favore. Tornate dunque da lui, per annunciargli la buona notizia." "Ges Maria! Tanto meglio, in verit. Il signor conte guarir di colpo." "No, al contrario: morir. A questo proposito, Ludo Garel, vi sar consentito di vedere la separazione dell'anima dal corpo. una cosa, lo so, che voi desiderate vedere da molto tempo." "Ve l'ho detto io?!" esclam Ludo, che si domandava, un po' tardi, se non avesse chiacchierato troppo durante il cammino. "No, voi non me l'avete detto. Ma colui che mi ha mandato in vostro soccorso vi conosce meglio di quanto vi conosciate voi stesso." "E potr vedere la separazione dell'anima dal corpo?" "La vedrete. Il vostro padrone spirer fra poco, verso le dieci e mezzo. Poich tutti crederanno che siate andato fino a Rennes e ne siate tornato (perch voi non parlerete a nessuno del nostro incontro), insisteranno perch andiate a riposarvi. Ma voi rifiutate di andare a letto. Restate al capezzale del conte e tenete gli occhi fissi sul suo viso. Quando sar morto, vedrete la sua anima uscire dalle sue labbra sotto forma di un sorcio bianco. Questo sorcio sparir immediatamente in qualche buco. Voi non ve ne preoccuperete affatto. Tuttavia non lascerete a nessuno la cura di andare a cercare la croce funebre alla chiesa del villaggio. Andrete voi stesso. Arrivato sotto il portico della chiesa, aspetterete che il sorcio bianco vi raggiunga. Non entrate in chiesa prima di lui. Limitatevi semplicemente a seguirlo. E' essenziale. Se seguirete a puntino le mie raccomandazioni, saprete prima di questa sera ci che bramate tanto conoscere. E ora, Ludo Garel, addio!" Al che lo strano personaggio svan in un vapore leggero, che ben presto si confuse coi vapori che salivano dal suolo umido nel giorno nascente. Ludo Garel se ne torn al Quinquiz. "Dio sia lodato!" disse il signore, vedendo entrare il suo domestico. "Avevi ragione, fedele servitore, di affrettarti. Io sono agli estremi. Se avessi tardato una mezz'ora, non avresti trovato che un cadavere. Come andato il processo a Rennes?" "Avete vinto la causa." "Te ne sono molto grato, amico mio. Grazie a te, posso morire tranquillo." Questa volta Ludo Garel non cerc di confortare il padrone con parole di speranza. Sapeva che il destino si deve compiere. And tristemente a sedersi al capezzale del morente, in modo per da non perdere mai di vista il viso del signore. La sala era piena di gente in lacrime. La contessa prese Ludo per un braccio e gli disse all'orecchio: "Voi siete sfinito di fatica. Non mancano qui anime buone per vegliare il mio povero marito. Andate a dormire." "Il mio dovere" rispose il giovane " di restare al capezzale del mio signore fino all'ultimo momento." E rest l, malgrado le insistenze di tutti. Suonarono le dieci. Come aveva predetto lo sconosciuto, il signore del Quinquiz entr in agonia. Una vecchia inton le preghiere, i presenti risposero. Ludo Garel un la sua voce a quelle degli altri, ma il suo pensiero non era rivolto alle preghiere che borbottava: era tutto teso verso ci che sarebbe accaduto nei prossimi secondi, al momento della separazione dell'anima dal corpo. Il conte tuttavia cominciava a dondolare la testa a destra e a sinistra sul guanciale. Sentiva arrivare la morte, ma non sapeva da quale lato.

D'un tratto si irrigid. La morte lo aveva toccato. Emise un lungo sospiro e Ludo vide la sua anima esalare dalla sua bocca sotto forma di un sorcio bianco. L'uomo del cimitero aveva detto il vero. Il sorcio d'altronde non fece che apparire e sparire. La vecchia che aveva cominciato le preghiere inton il De profundis. Ludo approfitt dell'emozione causata dalla fine del conte per eclissarsi e corse per un sentiero nascosto fino al villaggio. Al Quinquiz non era ancora stato dato l'ordine di andare a prendere la croce funebre, che si trovava gi sotto il portico della parrocchia. Il sorcio bianco vi arriv quasi nello stesso tempo del giovane, che lo lasci entrare per primo nella chiesa. L'animaletto cominci a trottare a passettini rapidi e minuti, e Ludo coi suoi lunghi passi non faceva fatica a seguirlo. Per tre volte, sempre sulle tracce del sorcio, fece il giro della chiesa. Terminato il terzo giro, il sorcio usc di nuovo attraverso il portico: e Ludo si precipit sulle sue tracce, tenendo stretta al petto la croce funebre che aveva afferrato passando. I sonagli della croce tintinnavano, e il sorcio correva, correva. Cos il sorcio, la croce e Ludo che la portava percorsero insieme tutti i campi del Quinquiz. L'animaletto bianco saltava sopra ogni barriera, come il signore aveva l'abitudine di fare quand'era vivo, poi costeggi i quattro fossati. Finito il giro dei campi, il sorcio riprese la via del castello. Arrivato nell'aia, si incammin verso un edificio isolato dove si conservavano gli attrezzi agricoli. Su tutti pos la sua zampa.2 Aratri, vanghe, zappe, a tutti disse addio. Di l ritorn nella casa. Ludo lo vide arrampicarsi sul cadavere e lasciarsi chiudere con esso nella bara. I preti vennero a prendere il defunto. Cantarono la messa funebre, calarono la bara nella fossa. Ma appena il celebrante ebbe asperso la bara di acqua benedetta, non appena i parenti vi ebbero gettato le prime manciate di terra, Ludo ne vide uscire di nuovo il sorcio bianco. Il giovane sconosciuto gli aveva espressamente raccomandato di seguirlo fino alla fine, per sassi e rovi, crepacci e pantani. Cos Ludo piant il funerale e ricominci a pellegrinare dietro il sorcio. Attraversarono boschi, varcarono paludi, scalarono fossati,3 passarono per villaggi finch giunsero in una vasta landa, in mezzo alla quale si levava il tronco mezzo seccato di un albero. Era cos vecchio, cos scorticato che non si sarebbe potuto dire se era un faggio o un castagno. L'interno era cavo. E veramente, stava ritto solo per miracolo. Inoltre la sua magra corteccia era spaccata dall'alto fino in basso. Il sorcio si infil in una delle spaccature e Ludo vide subito apparire nel cavo dell'albero il signore del Quinquiz. "O mio povero padrone," esclam con le mani giunte "che fate voi qui?" "Ogni uomo, mio caro Ludo, deve fare la sua penitenza nel luogo che Dio gli assegna." "Posso almeno aiutarvi in qualche modo?" "S, lo puoi." "E come?" "Digiunando per me, per il periodo di un anno e un giorno. Se lo farai, io sar redento per sempre e la tua salvezza eterna seguir ben presto la mia." "Lo far" rispose Ludo Garel. Mantenne la promessa. Compiuto il digiuno, Ludo Garel mor.

LA MORTE INVITATA A PRANZO QUESTO AVVENNE al tempo che i ricchi non erano tanto arroganti e sapevano usare le loro ricchezze per dare qualche volta un po' di gioia alla povera gente. In verit, avvenne tanto tanto tempo fa. Laou ar Braz era il pi grande proprietario di terre che vivesse a Pleyber-Christ. Quando da lui si uccideva un maiale o una vacca, era sempre di sabato. Il giorno dopo, domenica, Laou veniva al villaggio per la messa mattutina. Terminata la messa, il segretario comunale teneva il suo discorso dall'alto della scala del cimitero: leggeva agli abitanti del borgo riuniti sulla piazza le nuove leggi o annunciava, a nome del notaio, le vendite che dovevano aver luogo nella settimana. "Ora ascoltate me!" gridava Laou, quando il segretario comunale aveva finito coi suoi incartamenti. E, come si suol dire, saliva sulla croce.1 "Ecco qua," diceva "il pi grosso maiale di Kresper morto per una coltellata. Vi invito alla festa del sanguinaccio (ar gwadigennou). Grandi e piccoli, giovani e vecchi, borghesi e braccianti, venite tutti! La casa grande: e se non basta la casa c' il granaio; e se non basta il granaio, c' pure l'aia dove si trebbia." Figuratevi voi se c'era gente ad ascoltare, quando Laou ar Braz compariva sulla croce! Facevano a gara per cogliere le parole dalla sua bocca. Assediavano gli scalini del calvario. Dunque, era una domenica, all'uscita dalla messa. Laou lanciava all'alligrapp (ai quattro venti) il suo invito annuale: "Venite tutti!" ripeteva "venite tutti!" A vedere tutte quelle teste accalcate intorno a lui, si sarebbe detto un gran mucchio di mele, grosse mele rosse, tanta era la gioia che illuminava le facce. "Non dimenticate, per marted prossimo" insisteva Laou. E tutte le voci gli facevano eco: "Per marted prossimo!" I morti erano l, sotto terra. La gente calpestava le loro tombe. Ma in quel momento chi ci pensava? Mentre la folla cominciava a disperdersi una voce sottile e stridula, una voce fioca interpell Laou ar Braz: "Me iellou ive? (Posso venire anch'io?)" "Che io sia dannato!" esclam Laou "poich ho invitato tutti, vuol dire che nessuno sar escluso." L'allegra prospettiva di un gran banchetto a Kresper fece s che molti si ubriacarono quella domenica, parecchi altri si ubriacarono ancora il luned, per meglio festeggiare il giorno dopo la morte del principe.2 Fin dal marted mattina un'interminabile processione si mosse verso Kresper. I pi agiati viaggiavano in carri con sedili; i mendicanti si incamminavano con le loro grucce per le scorciatoie. Tutti erano gi seduti a tavola davanti ai piatti pieni quando si present un invitato in ritardo. Aveva l'aria di un miserabile. La sua veste di vecchia tela, tutta a brandelli, era incollata alla sua pelle e odorava di putridume. Laou ar Braz, gli venne incontro e gli fece trovare un posto. L'uomo sedette, ma toccava solo con la punta dei denti le pietanze che gli servivano. Si ostinava a tener la testa bassa, e malgrado gli sforzi dei suoi vicini per attaccar discorso con lui, per tutto il pranzo non apr bocca. Nessuno lo conosceva. Qualcuno dei vecchi trov che somigliava forse a un tale che aveva conosciuto tanto tempo fa, ma che era morto ormai

da molti anni. Il pranzo fin. Le donne uscirono per ciarlare fra loro, gli uomini per accendere la pipa. Tutti erano allegri e pieni di gioia. Laou si install sulla porta del granaio dove era stato allestito il festino, per ricevere il trugar, il grazie di ciascuno. Molti degli invitati balbettavano e barcollavano. Laou si fregava le mani. Era contento che la gente partisse da casa sua piena fino all'orlo. "Bene," disse "questa sera nei fossi delle strade intorno a Kresper ci saranno delle pisciate grosse come ruscelli." Era pienamente soddisfatto anche lui delle sue cuoche, delle sue botti di sidro e dei suoi convitati. A un tratto si accorse che a tavola c'era ancora qualcuno. Era l'uomo con la veste di vecchia tela. "Non occorre che ti affretti" gli disse Laou avvicinandosi. "Sei stato l'ultimo ad arrivare: giusto che tu sia l'ultimo a partire... Ma" aggiunse "tu rischi di addormentarti davanti a un piatto e a un bicchiere vuoti." L'uomo infatti aveva rivoltato il suo piatto e il suo bicchiere.3 Sentendo le parole di Laou, sollev lentamente la testa. E Laou vide che era un teschio. L'uomo si alz in piedi, scosse i suoi stracci che si sparpagliarono a terra e Laou vide che a ogni brandello era attaccato un pezzo di carne imputridita. L'odore che ne usciva, e anche la paura, lo presero alla gola. Trattenendo il fiato per non respirare quel putridume, Laou chiese allo scheletro: "Chi sei e che vuoi da me?" Lo scheletro, che mostrava ormai le sue ossa a nudo come i rami di un albero spogliato delle sue foglie, si avanz fino a Laou e posandogli sulla spalla una mano scarnificata gli disse: "Trugar, Laou! Quando al cimitero ti ho domandato se potevo venire anch'io, tu mi hai risposto che nessuno sarebbe stato escluso. E' un po' tardi ormai per domandarmi chi sono. Io sono quello che chiamano l'Ankou. E poich sei stato gentile con me invitandomi allo stesso titolo degli altri, voglio darti a mia volta una prova di amicizia, avvertendoti che ti restano solo otto giorni per mettere in ordine i tuoi affari. Fra otto giorni ripasser di qui in carrozza e, che tu sia pronto o no, ho l'incarico di portarti con me. Dunque, a marted prossimo! Il pranzo che ti far servire non sar forse sontuoso come il tuo, ma la compagnia sar ancora pi numerosa." Con queste parole l'Ankou disparve. Laou ar Braz pass la settimana a far la divisione dei suoi beni fra i suoi figli; la domenica, all'uscita dalla messa, si confess; il luned si fece portare la comunione dal parroco di Pleyber-Chirst e dai suoi due assistenti; il marted sera spir. La sua generosit gli aveva meritato di fare una buona morte. E cos sia per ciascuno di noi! LA VISIONE DI PIERR