Anno LXV n. 3 Luglio-Settembre 2019...Jacques Bergier di Ennio Aloja 1. Ponzio Meropio Anicio...

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TRIMESTRALE DI ARTE, SCIENZA E CULTURA FONDATO DA SALVATORE LOSCHIAVO Anno LXV n. 3 Luglio-Settembre 2019
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  • TRIMESTRALE DI ARTE, SCIENZA E CULTURA FONDATO DA SALVATORE LOSCHIAVO

    Anno LXV n. 3 Luglio-Settembre 2019

  • IN QUESTO NUMERO:

    Editoriale, I “corsi” e i “ricorsi” dellastoria p. 3

    E. Aloja, San Paolino di Nola p. 4

    P. Carzana, Petrarca e lo “tsunami”del 1343 p. 7

    F. Ferrajoli, Il “Palazzo della Sirena” p. 11

    E. Notarbartolo, Diomede V eGiuseppe Carafa p. 14

    M. Piscopo, La colonna infame p. 16

    O. Dente Gattola, Lo scettro del regnotra Ferdinando e Maria Carolina p. 18

    A. La Gala, Marie Sophie vola suCapodichino p. 21

    G. Belmonte, La donna nella letteraturadella Nuova Italia. 2 p. 23

    A. Macchia, Nicola Daspuro p. 29

    Bollettino di guerra n. 1278 p. 31

    A. Grieco, Giovanni Tizzano p. 32

    F. Lista, Procida, mon couleur p. 35

    N. Dente Gattola, Universiadi: oltre l’evento p. 37

    S. Zazzera, «Dio è con noi». 1 p. 40

    Due “prodigi” di fra’ Umile da Calvisi p. 44

    A. Ferrajoli, La calcolosi ossalica p. 45

    Per la processione del Venerdì santoa Procida p. 47

    W. Iorio, Gli Etruschi dalla Padaniaalla Campania p. 50

    M. Florio, Il reato d’intenzione duranteil fascismo p. 52

    Libri & libri p. 55

    La posta dei lettori p. 58

    UN PO’ DI STORIA

    Alla metà del ventesimo secolo Napoli anno-verava due periodici dedicati a temi di storiamunicipale: l’Archivio storico per le provincenapoletane, fondato nel 1876 dalla Deputa-zione (poi divenuta Società) napoletana distoria patria, e la Napoli nobilissima, fondatanel 1892 dal gruppo di studiosi che gravitavaintorno alla personalità di Benedetto Croce eripresa, una prima volta, nel 1920 da Giu-seppe Ceci e Aldo De Rinaldis e, una secondavolta, nel 1961 da Roberto Pane e, poi, daRaffaele Mormone.In entrambi i casi si trattava di riviste redatteda “addetti ai lavori”, per cui Salvatore Lo-schiavo, bibliotecario della Società napole-tana di storia patria, avvertì l’esigenza diquanti esercitavano il “mestiere”, piuttostoche la professione, di storico, di poter disporredi uno strumento di comunicazione dei risul-tati dei loro studi e delle loro ricerche. Nacquecosì Il Rievocatore, il cui primo numero dataal gennaio 1950, che godé nel tempo dellacollaborazione di figure di primo piano delpanorama culturale napoletano, fra le qualimons. Giovan Battista Alfano, Raimondo An-necchino, p. Antonio Bellucci d.O., GinoDoria, Ferdinando Ferrajoli, Amedeo Maiuri,Carlo Nazzaro, Alfredo Parente.Alla scomparsa di Loschiavo, la pubblica-zione è proseguita dal 1985 con la direzionedi Antonio Ferrajoli, coadiuvato dal com-pianto Andrea Arpaja, fino al 13 dicembre2013, quando, con una cerimonia svoltasi alCircolo Artistico Politecnico, la testata è statatrasmessa a Sergio Zazzera.

    Ricordiamo ai nostri lettori che inumeri della serie online di que-sto periodico, finora pubblicati,possono essere consultati e scari-cati liberamente dall’archivio delsito: www.ilrievocatore.it.

    Anno LXV n. 3 Luglio-Settembre 2019

  • Editoriale

    I “CORSI” E I “RICORSI” DELLA STORIA

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    Atenere il campo nel settore della storia, fino a un buon mezzo secolo fa, è stata quellateoria dei “corsi e ricorsi storici”, che si rifaceva al pensiero di Giambattista Vico– il quale, beninteso, non adoperò mai tale formula, creata da altri, in epoca successiva,per motivi di comodo –. Nei suoi Principi di una scienza nuova intorno alla naturadelle nazioni per la quale si ritrovano i principi di altro sistema del diritto na-turale delle genti (17251), infatti, egli poneva all’apice dell’evoluzione politica le mo-narchie, riconoscendone l’alternanza ciclica con le democrazie, l’anarchia, la tirannide, finoalla barbarie.Poi, nel 1960, l’editore parigino Gallimard diede alle stampe il saggio Le matin des magiciens, di Louis

    Pauwels e Jacques Bergier, tradotto e diffuso in Italia, tre anni dopo, con il titolo Il mattinodei maghi, nel quale è dato leggere, fra l’altro, che «…la storia non si ripete, o piuttosto… se essa passa per lo stesso punto, è ad un grado più alto della spirale». In quel momento,il pubblico fu colto da una sensazione di disorientamento: ma, insomma, questa benedettastoria si ripete o no?Ora, occorre tener conto del fatto che, diversamente da Vico, Pauwels e Bergier non eranostorici, bensì scienziati (giunti, peraltro, alle soglie del Nobel, che soltanto per motivi politicinon fu loro assegnato), abituati, pertanto, all’idea del fenomeno scien-

    tifico, il cui indice di riconoscimento è costituito dalla ripetitività indifferenziata e costante.Essi ritennero, dunque, che, per poterlo considerare “fenomeno” a pieno titolo, si sarebbedovuto sussumere sotto tale idea anche quello storico, il quale, viceversa, non si ripresentamai con connotati identici a quelli di tutti i propri precedenti omologhi. E, probabilmente,tutto sarebbe più chiaro se, come fa Marco Revelli, si adoperasse la formula “analogia storica”.Le due concezioni – quella, cioè, di Vico e quella dei due scienziati francesi – traspaiono,ora, sullo sfondo di due volumetti ristampati di recente, dei quali sono autori, rispettivamente,Umberto Eco e Pier Paolo Pasolini (v. le recensioni a p. 55). E al sostanziale scetticismo di quest’ultimo,nei confronti della tesi vichiana, si contrappone la certezza di Eco – filosofo, non poeta, a differenza dell’altro –,il quale suggerisce una serie di criteri di riconoscibilità della ripresentazione del fenomeno storico, accompagnatada una sorta d’“istruzioni per l’uso”. D’altronde, anche uno storico militante, come Aurelio Musi, ricorre, inun suo saggio di alcuni anni fa (La stagione dei sindaci, 2004), alla metafora del ciclo delle stagioni, che egliconsidera funzionale alla rappresentazione dei tre caratteri del fenomeno storico: breve durata, dimensione effimera,dipendenza da variabili congiunturali.La conclusione – inevitabile – è, dunque, che, accanto a uno svolgimento lineare, la storia ne presenta uno ciclico;tuttavia, sarebbe vano pretendere, in seno a ciascun ciclo, la presenza della riproduzione “fotografica” di avve-nimenti di quelli precedenti. I quali, ciò nonostante, sarà pur sempre utile “rievocare”; non foss’altro, che con fi-nalità di prevenzione.

    Il Rievocatore© Riproduzione riservata

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    G.B. Vico

    Louis Pauwels

    Jacques Bergier

  • di Ennio Aloja

    1. Ponzio Meropio Anicio Paolino: un nobilefiglio di Burdigala nominato governatoredella “Campania felix”.Pontius Meropius Anicius Paulinus nasce, nel355, a Burdigala, l’odierna Bordeaux, nelcuore della Gallia Aquitanicaconquistata, in nome di Roma vit-toriosa, nel 56 a. C., dalle legionidi Giulio Cesare. Rampollo dellaGens Anicia, che aveva dato allarepubblica ed all’impero senatorie consoli, Paolino è destinato,come figlio di un ex-prefetto, altradizionale cursus honorum. Igenitori, abbracciata la fede cri-stiana, lo affidano puer e, poi,adulescens ad un astro di Burdi-gala, al retore e poeta Ausonio.Cooptato a corte dall’imperatoreGraziano, di cui è stato precettore,Ausonio favorirà l’ascesa politica del suo pu-pillo suggerendone la nomina a console nel380 e a governatore della Campania felixl’anno dopo.«A te, che mi hai allevato, nutrito, educato omio maestro, padre, protettore debbo tutto:l’istruzione, la preparazione culturale, la capa-cità oratoria e politica, la carriera, gli onori, lafama…». Questa sincera confessione del gio-vane Paolino, presente nella decima epistola,esalta il ruolo totalizzante ricoperto da Auso-nio. Il retore e poeta gli fornirà tutti gli stru-

    menti linguistici e culturali necessari per farsistrada: il futuro usignolo di Dio non rinnegheràmai il patrimonio della romanitas ma ne faràtesoro nelle sue scelte ascetiche e pastorali. Percogliere, in pieno, la complessità e la specifi-

    cità del vissuto paoliniano oc-corre collocarlo nel magneticocontesto storico della secondametà del IV secolo e del primotrentennio del secolo successivo.La svolta epocale costantiniana,che ha concesso, nel 313, la pienalibertà di proselitismo ai seguacidi Cristo, sta dando i suoi frutti.La cristianità d’oriente e d’occi-dente, chiamata ad un inedito pro-tagonismo culturale, civile,politico, coniuga il retaggio sa-pienziale greco-latino con lenuove istanze della propria fede.

    È ciò che faranno, tra gli altri, Ambrogio, Gi-rolamo, Agostino ed anche Paolino. La sceltadi Nola come sede del suo governatorato cam-pano, al posto di Capua, risponde a due esi-genze personali. La Gens Anicia ha unlatifondo nell’agro nolano e Paolino vuole vi-vere vicino alla tomba del martire Felice dellacui vita esemplare ha appreso dalla madre.«Nella tua luce ho iniziato, con gioia, ad amareCristo»: in questa sincera confessione del go-vernatore registriamo l’inizio di un esemplareitinerario spirituale.

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    SAN PAOLINO DI NOLA

    Busto-reliquiario del santo

  • 2. Paolino, giovane catecumeno itinerantesegnato dalla lezione geronimiana ed am-brosiana.L’anno nolano del giovane governatore dellaCampania felix, per noi credenti, va letto inchiave di prossimità a san Felice, un martiredella persecuzione valeriana, ed alla sincreticapietas contadina che, nel suo dies natalis, il 14gennaio, iterava, presso la tomba di Cimitile,la boufonia osca. Il viaggio di ritorno a Burdi-gala è scandito da due tappe fondamentali:Roma, nel 382, e Milano, nell’anno successivo. Nella Roma non più caput mundi dei Cesari,ma sede dei successori di Pietro, il giovanedella Gens Anicia conosce papa Damaso e, se-condo alcuni studiosi, anche Girolamo. Il leonedalmata, che affascina le matrone delle eccle-siae domesticae dell’Urbe per eloquio, asceti-smo e preparazione biblica, costituirà perPaolino un esemplare modello proto-mona-stico e di filologia delle Sacre Scritture.383: a Milano, lanuova capitale im-periale d’occidente,grazie ad Ausonioed alla protezionedello stesso Gra-ziano, deciso a cri-stianizzare unaromanitas deca-dente, Paolino in-contra Ambrogio.L’esperto di diritto,l’abile oratore, ilvalente funzionarioimperiale ha bru-ciato le tappe. In meno di un anno da catecu-meno, guidato dall’amico presbitero Simpli-ciano, è stato consacrato sacerdote ed accla-mato vescovo della più vasta diocesi dell’Italiasettentrionale. Ancor prima di Agostino la le-zione ambrosiana, appresa da Paolino, includela piena adesione al Credo niceno-costantino-politano, avversato dal monofisismo ariano, edal modello pastorale di un episcopos realmentevicino agli ultimi nel segno del Christus pastorbonus evangelico. Il ritorno paoliniano nellacittà natale è dimidiato tra la vita dorata della

    nobilitas, scandita da attività forensi ed ammi-nistrative, feste ed otia letterari e poetici ed unprimo impulso, da catecumeno, a tesorizzare lalezione geronimiana ed ambrosiana. Ma, comespesso accade ai santi, anche per Paolino la vo-lontà divina sconvolgerà i progetti del suo Io elo metterà alla prova con due successivi luttifamiliari.

    3. Altre tappe decisive nell’itinerario spiri-tuale paoliniano.La tetrarchia dioclezianea, modello politico distabilità per l’impero d’oriente e d’occidente,durerà poco. Ormai è solo la forza delle armi adeterminare chi è il vero imperatore e così ac-cadrà anche per Graziano. Clemente Massimo,il governatore della Britannia, marcia contro dilui, alla testa delle sue legioni e lo sconfiggerà,presso Lione, il 25 giugno 383.Nel bagno di sangue dei fedelissimi di Gra-ziano cadrà vittima anche il fratello di Paolino.Questo primo lutto sconvolge i progetti del ca-

    tecumeno: Borde-aux non è più sicurae, seguendo il con-siglio materno, Pao-lino raggiunge leproprietà catalanedella Gens Anicia.Dal lutto, alla gioia:a Compluto egli co-noscerà una riccaaristocratica, Tera-sia, e vi sarà un du-plice colpo difulmine. Ella è bel-

    la, gentile, colta e, soprattutto, battezzata. Pao-lino la sposerà e i due ritorneranno a Burdigala,dove Paolino, guidato dal presbitero Armando,sarà battezzato dal vescovo Delfino. Dal dolore alla gioia. La voluntas Dei sta gui-dando le scelte paoliniane. La coppia andrà aMilano, da Ambrogio, e a Vienne. I santicreano altri santi: dopo Felice, Girolamo e Am-brogio sarà Martino ad offrire a Paolino unaltro modello di radicalità cristiana. Marmou-tier, distante appena due miglia da Tours, pro-spetterà alla coppia un modello cenobiticoeclettico, con beni in comune, giovani copisti

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    La festa dei “Gigli”

  • nello scriptorium, anziani dediti ad una pre-ghiera ininterrotta sul modello siriaco. Sarà,poi, nel VI secolo, Benedetto da Norcia a daredignità all’opus manuum nei suoi cenobi di Su-biaco e Montecassino.Nell’autunno 389 il ritorno a Com-pluto costituirà un’ulteriore tappanell’itinerario spirituale di Paolino eTerasia. Il vescovo di Barcellona,Lampio, consacrerà al sacerdozio Pao-lino, per la sua esemplare condotta divita cristiana.Battezzato, inutilmente Ausonio hatentato di recuperare all’antica poesiail suo discepolo prediletto inviandoglitre successive epistole. Ormai Paolinoè di Cristo e sarà l’usignolo di Dio.Un secondo lutto familiare lo porteràlontano, nella sua patria del cuore, aNola.

    4. Il definitivo approdo nolano e la conqui-sta della santità.L’ecclesia domestica catalana è un’oasi di spi-ritualità scandita dalla preghiera e da opere dibene. Ma la voluntas Dei sconvolge per la se-conda volta i progetti di Paolino. 392: in pocopiù di una settimana dalla gioia per la nascitadi Celso, «il figlio a lungo tanto desiderato», sipassa ad un dolore inenarrabile. Il neonatomuore e la coppia avverte che un disegno di-vino li chiama ad una scelta ancor più radicale.Scrivono a Girolamo, che, nel suo asceterio be-tlemita, sta traducendo il Dei Verbum dal-l’ebraico e dal greco in latino. Cosa chiedonoPaolino e Terasia ad un padre della Chiesa?Vendere tutte le loro proprietà o parte di esse

    per donare il ricavato ai poveri? La risposta ge-ronimiana li porterà gradualmente a condivi-dere il dettato evangelico tesorizzato negli Attidegli Apostoli di Luca.

    Vigilia di Natale 394: Paolino è consa-crato presbitero dal vescovo Lampionella Cattedrale di Barcellona. 395: lacoppia con Turcio Apronio, la consorteAvita, i figli Eonomia e Alterio, Alfiaed Emilio, dopo Milano e Roma, ap-proderà a Cimitile per vivere in unasceterio nei pressi della tomba di sanFelice. I quattordici Carmina nataliciapaoliniani, in versi, costituiscono lafonte più attendibile sulla vita e i pro-digi del taumaturgo nato a Nola dapadre siro. Paolino attinge, a pienemani, dalla tradizione orale della pietascontadina e ci offre, soprattutto nel

    quindicesimo e sedicesimo carme, informa-zioni utili per ricostruire la persecuzione di Va-leriano. In estrema sintesi rivisitiamo le date più impor-tanti dell’esperienza ascetica e, poi, pastoraledi Paolino. 401: l’homo faber di Dio farà eri-gere tre basiliche a Cimitile. 410: dopo il saccodi Roma anche Nola conoscerà la barbarie diAlarico. In quest’anno si colloca, tra storia epietas popolare, la coraggiosa testimonianzapaoliniana come vescovo che, prigioniero vo-lontario, libererà molti suoi concittadini. 431:il vescovo santo, all’alba del 22 giugno, spireràmenzionando i suoi fratelli in Cristo Gennaroe Martino.

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    San Paolino(cartapesta; partico-lare di un “Giglio”)

    Il 6 luglio scorso, nella chiesa di San Francesco al Vo-mero, don Giuseppe Grande, dell’Ordine Salesiano,ha celebrato il rito del matrimonio di ALESSANDROPARRELLA e CHIARA FIOCCA. Al termine, gli sposihanno offerto a parenti e amici un ricevimento alla“Bertolini’s Hall”. Agli sposi, alle loro famiglie e, inmaniera particolare, ai genitori di Chiara, i nostri amici An-tonio e Anna Fiocca, Il Rievocatore formula affettuosi auguri.

  • PETRARCA E LO “TSUNAMI” DEL 1343

    di Paolo Carzana

    Lo tsunami nel golfo di Napoli si verificòalle prime luci dell’alba di lunedì 25 no-vembre 1343.Tsunami è un termine giapponese composto datsu, che si traduce «porto» e nami che significa«maroso, grande onda». I suoi effetti devastanti furono osservati dalpoeta France-sco Petrarca(1304-1374),testimone ocu-lare dell’even-to da lui defi-nito «insignemtempestatem»e descritti nelquinto librodelle sue Epi-stolae familia-res (Ad Iohan-nem de Co-lumna - A Giovanni Colonna).Lo scrittore si trovava in missione nella cittàpartenopea come ambasciatore, inviato dalpapa francese Clemente VI, al secolo PierreRoger (1291-1352). Era la sua seconda visita in città, dopo quelladi due anni prima in cui aveva voluto farsi esa-minare dal re napoletano Roberto I d’Angiò(1275-1343) prima dell'incoronazione a poeta,in Campidoglio.Petrarca era stato investito di un duplice inca-rico diplomatico: per conto del papa ma anche

    del cardinale Giovanni Colonna (1295-1348),destinatario dell’epistola citata.Il primo mandato consisteva nel presentarealla sedicenne regina Giovanna I (1327-1382),appena salita al trono, le rimostranze del pon-tefice poiché in seguito alla morte di re Ro-berto, il 20 gennaio 1343, era stato nominato

    un Consiglio diR e g g e n z asenza il suoconsenso: Cle-mente VI erafeudatario delRegno e quindiaveva dirittoad essere con-sultato.La secondamissione simostrava piùdelicata, in

    quanto riguardava la richiesta di scarcerazionedei fratelli Giovanni, Pietro e Ludovico Pipino,rinchiusi nelle terribili segrete di Castelca-puano a causa dei loro ripetuti tradimenti aidanni del sovrano.La detenzione dei tre fratelli fu molto lunga:essi poterono essere liberati soltanto dopo lamorte del re, per le premure del cardinale Co-lonna e per le pressioni direttamente esercitatedal papa sulla regina Giovanna e sul suo con-sorte Andrea d’Ungheria (1327-1345).Quattordici anni dopo finirono comunque giu-

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  • stiziati, tranne Pietro, conte di Vico.Giovanni, conte di Minervino, fu impiccato aimerli del suo castello d’Altamura1.Petrarca riferisce che la giornata del 25 novem-bre era attesa con grande paura in città, poichéda diverso tempo un religioso (si trattava, pro-babilmente, di Guglielmo, settimo vescovod’Ischia, deceduto nel 1348) aveva preannun-ciato che Napoli sarebbe stata distrutta da unterremoto proprio in quel giorno. L’oggi ultranovantenne canonico ischitano donCamillo D’Ambra, autore di numerosi saggisulla storia religiosa dell’isola, precisa infattiche: «questo vescovo è rimasto famoso per lospirito di profezia di cui era dotato». Il poeta aretino era ospite nel convento di SanLorenzo:

    «Non si può pingere con pennello, né scrivere con parolequella, ch'io vidi jeri, (la lettera a Giovanni Colonna fuscritta il 26 novembre: n.d.a.) la qual vince ogni stile,cosa unica ed inaudita in tutte l'età del mondo … Apertala finestra che guarda verso occidente vidi la luna avantimezza notte ascondersi dietro il monte di San Martinocon la faccia piena di tenebre e di nubi; e serrata la fine-stra mi posi sopra il letto, ma dopo avere un buon pezzovegliato, cominciando a dormire, mi risvegliò un rumoree un terremoto, il quale non solo aperse le finestre, espense il lume ch’io soglio tenere la notte, ma commossedai fondamenti la camera dov’io stava. Essendo dunquein cambio del sonno assalito dal timore della morte vi-cina, uscii nel Chiostro del Monastero, ov'io abito, ementre tra le tenebre l'uno cercava l'altro, e non si poteavedere, se non per benefizio di qualche lampo, comin-ciammo a confortare l'un l'altro ... Sarebbe troppo lungaIstoria, s'io volessi contare l'orrore di quella notte infer-nale; … Al fine, voltando la disperazione in audacia,montai a cavallo ancor’io per vedere quello che era, omorire. Dio grande! Quando fu mai udito tal cosa? I ma-rinai decrepiti, dicono che mai fu udita né vista; inmezzo del Porto si vedeano sparsi per lo mare infinitipoveri, che, mentre si sforzavano d’arrivar in terra, laviolenza del mare gli avea con tanta furia gettati nelPorto, che pareano tante ova che tutte si rompessero. Erapieno tutto quello spazio di persone affogate, o che sta-vano per affogarsi, chi con la testa, chi con le bracciarotte, ed altri che lor uscivano le viscere. Né il grido

    degli uomini e delle donne, che abitano nelle case vicinoal mare, era meno spaventoso del fremito del marestesso … Nel porto non fu nave che potesse resistere, etre galèe ch’erano venute di Cipri, ed aveano passatotanti mari, e voleano partire la mattina, si videro congrandissima pietà a sommergere, senza che si salvassepur un uomo. Similmente l’altre navi grandi ch’aveanolanciate le ancore al Porto, percotendosi fra loro, si fra-cassarono con morte di tutt’i marinari. Sol una di tutte,dov’erano quattrocento malfattori, per sentenza condan-nati alle galèe, che si lavoravano per la guerra di Sicilia,si salvò, avendo sopportato fin al tardi l’impeto delmare, per lo grande sforzo de’ ladroni che v’erano dentro… e così di un tanto numero si salvarono i più cattivi …Questa è l’istoria della giornata di ieri; voglio ben pre-garvi, che non mi comandiate mai più a commettere lavita mia al mare e ai venti, perché né a voi, né al papa,né a mio padre se fosse vivo, potrò essere in questo ub-bidiente. Lasciamo l’aria agli uccelli, il mare ai pesci,ch’io, come anima terrestre, voglio andare per terra». Sarà il caso di ricordare che, al tempo, la linea di costaera molto più prossima alla basilica San Lorenzo diquanto non lo sia oggi: si trovava, all’incirca, lungo ladirettrice dell’attuale via Nuova Marina.Anche la regina Giovanna, di buon mattino, andò a ve-dere cosa fosse accaduto al porto proprio quando, men-tre constatava che tutto era stato distrutto dalla furiadella tempesta, il mare si colorò di bianco come «del-l’orrido candore della spuma» e iniziò a ritirarsi. Il re-trocedere delle acque rispetto al litorale è un indiziopressoché certo del fatto che, di lì a pochi minuti, arri-verà un onda di maremoto: «mille monti d’onde nonnere né azzurre, come sono solite essere nelle altre tem-peste ma bianchissime, si vedevano venire dall’isola diCapri a Napoli».

    Le onde distrussero anche i porti di Amalfi,Maiori e Minori oltre che, una volta superatele Bocche di Capri, quello di Napoli.La conferma del potere devastante del feno-meno è confermata dai documenti custoditi aMinori che riportano puntualmente notizie dichiese cittadine, un tempo presenti su spazi di-versi da quelli su cui sono state ricostruite sulfinire del Trecento: spazi che evidentementefurono ingoiati dal mare2. Petrarca, nella lettera al cardinale Colonna, af-ferma che il fenomeno non si poteva definire

    Il Rievocatore è vicino alla gentile signora Tina e ai figli, nella tristecircostanza della scomparsa del comandante

    ANGELO BRUNELLI

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  • di Napoli «ma universale, per tutto il mare Tir-reno e per l’Adriatico».Il poeta lascerà la città, profondamente turbato,promettendosi solennemente di non rimetteremai più piede non soltanto a Napoli ma in qual-siasi altro luogo lambito dal mare.Ma veniamo ora alle ipotesi sulle cause chepossono aver determinato loscatenarsi dello tsunami: sonosostanzialmente due.La prima (la più accreditata)viene illustrata in uno studiodell'università di Pisa e del-l’INGV (Istituto Nazionale diGeofisica e Vulcanologia) diquest’anno, pubblicato suScientific Reports, la quale im-puta l'evento ad una imponentefrana sottomarina avvenuta aStromboli: un lieve terremotoavrebbe innescato il collassodel fianco nord-occidentale delvulcano, nella zona della“Sciara del Fuoco”, provo-cando l'onda di tsunami che si sarebbe propa-gata fino a Napoli.Come già accennato, il fenomeno fu partico-larmente devastante per tutte le località dellaCostiera Amalfitana in quanto il treno d’onde,proveniente da 210 km di distanza, procedevain direzione esattamente perpendicolare a quellitorale. Spiega Antonella Bertagnini, vulcanologa del-l'INGV di Pisa e coautrice dello studio:

    «L'identificazione di Stromboli come la sorgente del ma-remoto è stata possibile grazie a un lavoro interdiscipli-nare che ha messo in campo competenze vulcanologichee archeologiche. Era noto che l'isola fosse capace di pro-durre tsunami di piccola scala (analoghi a quello osser-vato il 30 dicembre 2002); questo lavoro porta però allaluce, per la prima volta, la capacità del vulcano di pro-durre, anche in tempi relativamente recenti, tsunami di

    scala nettamente superiore e potenzialmente in grado diraggiungere aree costiere anche molto distanti».

    Prima di esporre la seconda ipotesi sulle causeche provocarono lo tsunami del 1343 è neces-sario che io fornisca alcune informazioni sullamorfologia delle piane abissali del nostro MarTirreno.

    Esse sono caratterizzate dallapresenza di numerosi vulcanisottomarini che, nel corso dellaloro storia geologica, hannoeruttato milioni di metri cubi dilave edificando strutture colos-sali: i più significativi sono ilVavilov, il Palinuro, il Magna-ghi e il Marsili, che andremo adesaminare nello stesso ordine. Il Vavilov è ubicato di frontealla Calabria, 160 km a sud-ovest del golfo di Napoli eporta il nome dello scienziatorusso Nikolaj Ivanovič Vavilov(1887-1943). E’ un vulcanoestinto: la sua origine viene da-

    tata da 7 a 2 milioni di anni fa. Scoperto nel 1959 da Victor P.Goncharov que-sto vulcano sommerso esteso per 33 km in lun-ghezza e 17 km in larghezza, si eleva per circa2700 metri dal fondo marino raggiungendo conla sommità la quota di circa 730 metri sotto lasuperficie del Tirreno.Stranamente, esiste un'altra montagna sottoma-rina che porta il nome di Vavilov ed è localiz-zata nel Mare di Ochotsk il quale si trovaracchiuso tra la costa orientale della Siberia, lapenisola della Kamčatka e la costa settentrio-nale dell'isola di Hokkaidō. Veniamo al Palinuro. Questo complesso vulca-nico sottomarino è stato certamente attivo fra800mila e 300mila anni fa: si sviluppa percirca 75 km ed è formato da otto edifici vulca-

    Pretendiamo che la vita debba avere un senso, ma la vitaha il senso che noi stessi siamo disposti ad attribuirle.

    Hermann Hesse

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  • nici che sono disposti in direzione est-ovest.La sommità del vulcano maggiore si trova a70 metri sotto il livello del mare. Una sua even-tuale eruzione provocherebbe un maremotoche andrebbe ad investire soprattutto la costacilentana e in particolare quel tratto che va daSanta Maria di Castellabate a Marina di Came-rota.La sua formazione, come quella degli altri vul-cani abissali tirrenici, è legata a una serie dispaccature profonde che hanno messo in co-municazione i magmi subcrostali con il fondalemarino. Il Magnaghi è localizzato nel Tirreno meridio-nale ed appartenente all'Arco Eoliano.Ha un'età stimata di tre milioni di anni e sitrova 220 km a sud-est di Napoli: si eleva dai3000 metri del fondo marino ai 1465 metri, perun'altitudine equivalente pari a 1535 metri.Ed infine c’è il Marsili: il più grande vulcanosottomarino d’Europa, lungo oltre 70 km elargo quasi 30. Si eleva per circa 3000 metridal fondo marino, raggiungendo con la som-mità la quota di 450 metri dal pelo dell’acqua.Si stima che l'età d'inizio della sua attività siainferiore a 200.000 anni e pertanto è da rite-nersi attivo.È localizzato nel Tirreno meridionale e appar-tenente anch’esso all'Arco Eoliano: si trova acirca 140 km a nord della Sicilia e a 150 km adovest della Calabria.È potenzialmente pericoloso: una sua eruzionee un successivo collasso dell’edificio vulcanicoprovocherebbero uno tsunami di proporzionigigantesche. Scoperto negli anni venti del secolo scorso èstato battezzato in onore dello scienziato ita-liano Luigi Ferdinando Marsili (1658 - 1730). I fenomeni vulcanici del monte Marsili sono,come detto, tuttora in atto: sui fianchi si stanno

    sviluppando numerosi apparati vulcanici satel-litari. Nel febbraio 2010 la nave oceanograficaUrania, del CNR, ha iniziato una campagna distudi sul vulcano sommerso: una regione signi-ficativamente grande della sommità del Marsiliè risultata costituita da rocce di bassa densità,fortemente indebolite da fenomeni di altera-zione idrotermale; cosa che farebbe prevedereun evento di collasso di grandi dimensioni.È a questa specifica scoperta che è collegata laseconda ipotesi sulle cause che scatenarono lotsunami del 1343.Il sismologo Enzo Boschi (1942-2018), giàpresidente dell'Istituto Nazionale di Geofisicae Vulcanologia, dichiarò:

    «La nostra ultima ricerca mostra che il vulcano non èstrutturalmente solido, le sue pareti sono fragili, la ca-mera magmatica è di dimensioni considerevoli. Tuttociò ci dice che il vulcano è attivo e potrebbe entrare ineruzione in qualsiasi momento.Il cedimento delle pareti muoverebbe milioni di metricubi di materiale, che sarebbero capaci di generareun'onda di grande potenza. Gli indizi raccolti ora sonoprecisi, ma non si possono fare previsioni. Il rischio èreale e di difficile valutazione. Quello che serve è un si-stema continuo di monitoraggio, per garantire attendi-bilità.La caduta rapida di una notevole massa di materiale sca-tenerebbe un potente tsunami che investirebbe le costedella Campania, della Calabria e della Sicilia provo-cando disastri».

    E se fosse stato proprio il Marsili il responsa-bile di quanto accaduto a Napoli nel novembredel 1343?

    _____________

    1 B. Croce, Storia del Regno di Napoli, Roma-Bari 1967,p. 65.2 P. Troiano, Reginna Minori trionfante, Minori 1985,p. 164 ss.

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    Ama la vita più della sua logica, solo allora ne ca-pirai il senso.

    Fjodor Dostoevskij

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  • IL “PALAZZO DELLA SIRENA”(PALAZZO DONN’ANNA)

    di Ferdinando Ferrajoli

    Dopo* la stupenda insenatura di Mergel-lina, ove la roccia tufacea della collina diPosillipo scende a strapiombo e si specchianella serenità di un mare azzurro e profondo,c’è il famoso Palazzo Donn’Anna nel luogopiù bello e panora-mico del golfo parte-nopeo.Questa importante co-struzione che si elevadalle onde come unmalinconico ricordodi bellezze, di lusso,di prodigio e di storia,non fu mai finita; noncade, non cadrà, per-ché la forte brezza delmare ha solidificato isuoi massicci bastioni,tormentati dalle onde,e li ha resi compatti come una pietra dura.Non conosciamo l’origine della sua costru-zione, ma si sa che nella seconda metà del se-colo decimoquinto già faceva bella mostra disé sotto altra veste architettonica ed apparte-neva al barone Roberto Bonifacio, un nobilecortigiano di Federico, ultimo aragonese sultrono di Napoli.L’incantevole villa, posta in tanta bellezza diterra e di mare, che aveva tutta l’area di una di-

    mora di fiaba, veniva chiamata “la Sirena”.Però le delizie ed il fascino incantevole di que-sta meravigliosa dimora fu per i proprietari uncattivo augurio, e difatti quando il re Carlo VIIIdi Francia occupò il regno di Napoli, dichiarò

    ribelle il barone Boni-facio e gli confiscòtutti i beni. Passata alfisco, la villa della“Sirena” fu acquistatadal signor Dorbina, ilquale dopo appena unanno di soggiorno sene morì.Recatosi in Fiandra ilbarone Bonifacio perchiedere la grazia aCarlo VIII, allorché fuammesso alla pre-senza del sovrano così

    disse: «Dall’amore che alla Maestà porto gra-ditissimo, e non dal mio privato interesse, sonomosso a supplicarla umilmente che mi vogliaritornar lo stato, onde da poco tempo son privo;perciò che provandosi quello ricaduto ora alfisco, ed essendo di così mal augurio che neson prestamente morti due possessori, temoassai, il che cessi Dio, non pregiudichi allaMaestà vostra imperiale».A queste giocose parole sorrise il sovrano e su-

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    Carl Jungheim, Palazzo Donn’Anna

  • bito comandòche per venti-c i n q u e m i l aducati fosseroresi al Bonifa-cio i beni per-duti. Ma nonappena ritor-nato in pos-sesso della“Sirena”, nonpassò moltotempo che glimorirono isuoi tre figli.Nel 1571 la

    “Sirena” fu acquistata da Gianfrancesco Rava-schieri, nobile e ricco gentiluomo genovese,che dopo un certo tempo la vendette per otto-mila scudi a Luigi Carafa, secondo principe diStignano. Costui attirò sulla sua stirpe i male-fici influssi della “Sirena”: infatti non passa-rono molti lustri, che di questa prolificaprosapia sopravvisse solo Anna, figlia ed eredericchissima del terzo principe di Stignano,colei che farà cambiare il nome alla famosavilla della “Sirena”.Questa bionda ed altera fanciulla, che vennechiesta in sposa dai più potenti principi italianie stranieri, fra i quali il fratello del granducadei Medici di Firenze, il nipote del papa Ur-bano VIII, Taddeo Barberini, il principe di Po-lonia che poi salì al trono, nel 1636 sposava ilviceré di Napoli don Ramiro Filippo Gusmanduca di Medina della Torre.I due potenti signori del regno di Napoli ama-vano villeggiare nell’antico palazzo di Posil-lipo e Benedetto Croce ne I teatri di Napoliscrive che nel settembre del 1639 «si stava al-legramente e si erano fatte nuove commedie efestini con conviti di dame»; nel novembreerano ritornati a Palazzo «e per essere la si-gnora vicereale entrata lunedì sera nello annotrentatré si fece in Palazzo un bellissimo fe-stino, dove intervenne quantità di dame e vi furappresentata una nuova commedia dai comicispagnoli, che riuscì egregiamente con l’inter-mezzi italiani».

    Il viceré dovette trovare angusta la villa della“Sirena” per i loro fastosi ricevimenti, perchénel 1642 decisero di elevare al suo posto ungrandioso e monumentale palazzo e affidaronoi lavori ad un geniale architetto, il cavaliereCosimo Fanzaga, il quale aveva già elevato aNapoli opere di gran pregio architettonico,quali il chiostro della Certosa di San Martinoe le chiese di San Ferdinando, della Speran-zella, dell’Ascensione a Chiaia e la Cappelladi Palazzo reale. Egli architettò il meravigliosopalazzo a forma quadrata avendo gli angolismussati a tre lati sul mare, mentre il quarto asettentrione si addossava alla collina. La ma-gnifica opera, esuberante di logge, di portici,di balconi, di terrazze e di giardini pensili, oveombre e luci fantasiose si specchiano sulleonde turchesi del mare di Posillipo, era l’e-spressione più tipica dell’arte fanzaghiana. Ilvalente artista aveva saputo infondere al pa-lazzo di Posillipo quella vivacità di forme e dicolori, tutte pervase di romana grandiosità, chetanto animavano l’architettura del Seicento na-poletano.L’opera grandiosa che si eleva da uno scoglioper tre parti, doveva essere adorna di statue co-lossali, collocate nelle nicchie ricavate nei di-versi piani fra le arcate dei loggiati; come pare,l’artista allacciò il palazzo con la rada di Mer-gellina mediante una strada e creò diversi in-gressi nelle facciate, in modo che le acque delmare, invadendo i cortili coperti, dovevanolambire i magnifici scaloni marmorei che con-ducevano nelle duecento sale e saloni, com-preso un teatro, che si allineavano nelmonumentale edifizio, di modo che durante lefeste ed i conviti gli invitati potevano accederenella sfarzosa dimora vicereale anche dal mare.Dopo due anni di continuo lavoro, durante iquali lavorarono quattrocento operai perché sipotesse portare a termine al più presto questograndioso palazzo, che ormai già aveva presoil nome ell’altera padrona: Donn’Anna, il de-stino malefico che inveiva contro i possessoridella “Sirena” di Posillipo emanò i suoi male-fici poteri sulla coppia felice del viceré e dellaviceregina.Ecco che il 7 maggio 1644 il duca di Medina

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    Donn’Anna Carafa

  • de las Tor-res vienec h i a m a t oimprovvi-samente inSpagna dalsuo impera-tore FilippoIV ed è so-stituito dalnuovo vi-ceré, l’am-miraglio diCastigl ia .Nel partire,il duca la-

    scia-va la moglie nella sua villa di Pietrabian-ca a Portici, affetta da una grave malattia cheil 24 ottobre del 1645 la portò alla tomba.I lavori al palazzo Donn’Anna furono sospesie con il trascorrere degli anni l’edificio restò incompleto abbandono, anche perché il duca diMedina e i suoi tre figli vivevano in Spagna enulla fecero per conservare quel magnifico esontuoso palazzo. Forse dovettero pensare alla

    maledizione della “Sirena” di Posillipo. E que-sta maledizione non si arrestò finché non fucompleta la sua vendetta; infatti non passòmolto tempo, che morirono l’una dopo l’altroi tre figli di colei che aveva osato abbatterel’antica villa della “Sirena” sostituendola conun altro palazzo al quale aveva dato il suonome.La fantasia popolare, ingannata forse dalla so-miglianza del nome, attribuì questo grandiosoe incompiuto edificio alla leggiadra, lasciva ecrudele regina Giovanna II d’Angiò, che amòcon passione spudorata i cavalieri più impen-sati e prestanti della sua corte e – secondoquanto dice una leggenda – non disdegnò l’am-plesso di un bello, vigoroso e giovane popo-lano di Santa Lucia, di nome Beppe, passandocon lui tre giorni e tre notti in orge continue nelfamoso soggiorno di Posillipo; e quando fustanca di lui lo fece morire miseramente in unodei tanti trabocchetti del famoso palazzo.__________

    * Da un manoscritto inedito rinvenuto nella bibliotecadell’autore.

    La COLLEZIONE PERUZZI, in progress dal1980, ha sede a Tarquinia e constaoggi di oltre duecento opere seriali diarte italiana contemporanea (stampeoriginali e multipli) di artisti di livellointernazionale, rappresentativi di mo-vimenti che possono competere con le

    avanguardie internazionali dalla seconda metà del Novecento: frai tanti, Burri, Fontana, Baj, Consagra, Arnaldo Pomodoro, Munari,Boetti, Kounellis, Merz, Pistoletto, Beecroft, Cattelan. Alla colle-zione, di proprietà di privati, si sono aggiunte una sezione divideo arte e una dedicata al rapporto tra arte e scuola primaria;vi è annessa, inoltre, una biblioteca specializzata in arte modernae contemporanea. La visita è possibile su appuntamento, da fis-sare collegandosi al sito www.collezioneperuzzi.it.

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    Il Duca di Medina de las Torres

  • DIOMEDE V E GIUSEPPE CARAFA

    di Elio Notarbartolo

    Due classici baroni seicenteschi soverchia-tori, protettori di delinquenti, e arroganti:il primo era duca di Maddaloni e conte di Cer-reto, detto “Mostaccio”; il secondo era suo fra-tello.Ricchi e arroganti, avevano litigato anche conil cardinale Filomarino a proposito del busto diS. Gennaro e della processione che lo portavain giro per Napoli.Vescovo e buono, anche Filomarino aveva isuoi bravi modi: i nobili di Capuana avevanofermato la processione di S. Gennaro e gli vo-levano leggere una protesta, ma il cardinalestrappò il foglio di carta che conteneva la pro-testa. I nobili lo presero a male parole e Giu-seppe Carafa gli dette anche un calcio.Ma erano tempi cattivi per i nobili. Diomede e

    il fratello erano stati già chiusi in Castel del-l’Ovo per ordine del Viceré a causa di ribalde-rie perpetrate per proteggere certi bravacci e,quando scoppiò la rivoluzione di Masaniello,Diomede mandò a dire che sarebbe stato ingrado di fermare i tumulti.Fu allora mandato in piazza Mercato col prin-cipe di Montesarchio per calmare il popolo: ilpopolo voleva la conferma del privilegio cheCarlo V di Spagna aveva dato, negli anni pre-cedenti, alla città di Napoli.Diomede, il giorno dopo, tornò con un docu-mento falso. Masaniello lo costrinse allora ascendere da cavallo e lo prese a schiaffi, me-more anche del trattamento ricevuto un giornoche aveva portato del pesce a casa sua. Tra pa-rentesi Diomede si faceva servire da artigiani

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    Luglio-Settembre 2019Anno LXV n. 3

    L’arcivescovo metropolita di Napoli, cardinale Cre-scenzio Sepe, ha annunciato il conferimento dell’in-carico di rettore del Seminario maggiore di Napoli alsacerdote procidano MICHELE AUTUORO, già diret-tore dell’Ufficio per la cooperazione missionaria trale Chiese, nonché della Fondazione “Missio”, e at-

    tualmente parroco di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone. IlRievocatore si complimenta con don Michele, per la prestigiosa no-mina attribuitagli, e formula cordiali auguri di buon lavoro.

  • e commercianti e, come il più basso camorri-sta, non pagava mai nessuno.«Questo ad unpar mio?» cosìreagì Diomede.«Questo e peg-gio» replicò Ma-saniello che loimprigionò.Diomede rischiòl’impiccagionema alcuni amiciriuscirono a farlofuggire. Prima difuggire, Diomedeordinò di far sal-tare la chiesa delCarmine quandofosse piena di popolino per attentare a Masa-niello, ma la congiura andò a vuoto come i 4colpi di archibugio che furono sparati controMasaniello.A questo punto, i popolani andarono alla cacciadei Carafa e riconobbero Giuseppe che si eratravestito da frate: lo trascinarono nella piazzadel Cerriglio dove, in estremo conato di orgo-glio, disse: «Come vi permettete? Io sono donGiuseppe Carafa!» Uno dei presenti gli ri-

    spose: «Ed io sono Aniello il beccaio» e loscannò.

    Fu decapitato. Ilcorpo fu abban-donato in RuaCatalana, mentrela testa, in cimaad una lancia, conun cartello chea m m o n i v a :«Questo è donPeppe Carafa, ri-belle della patriae traditore del fe-delissimo popo-lo», fu portata apiazza Mercatoda Masaniello che

    le strappò i peli dei baffi, i famosi “mostacci”di cui andavano gloriosi i due fratelli Carafa.I popolo andò poi alla caccia dei beni dei Ca-rafa che erano stati nascosti solo in parte neidue palazzi Maddaloni: la maggior parte eranascosta nei monasteri maschili e femminili diNapoli: fu tutto recuperato e tolto ai Carafa.Pare che i beni ammontassero ad oltre 500.000scudi.

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    Nella ricorrenza del 150° anniversario dellamorte della poetessa del Risorgimento ita-liano LAURA BEATRICE OLIVA MANCINI (Napoli1821 - Firenze 1869), consorte del celebre poli-tico e internazionalista Pasquale StanislaoMancini, mercoledì 17 luglio, nel corso di unacerimonia commemorativa nel Quadratodelle Personalità illustri nel Cimitero di Pog-gioreale, sono state deposte sulla tomba co-rone offerte dal Comune di Napoli e dalcomitato organizzatore delle celebrazioni.

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    Micco Spadaro, L’uccisione di don Giuseppe Carafa

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  • LA COLONNA INFAMEovvero: l’oscena gogna

    di Mimmo Piscopo

    La colonnina di marmo dalle modeste di-mensioni su una base quadrata di porfido,sin dal giugno 1545, concepita da mente di-storta per mortificare l’umana debolezzaquando essa si rendeva colpevole di fallimento,si rese macabramente celebre come “colonnainfame”. Il malcapitato veniva messo a contatto con talestrumento di derisione, con il sedere nudoesposto alla malsana ironia del popolino cheinsultava e beffeggiava con gesti materiali,sputi e frustate, obbligando, altresì, oltre allaoscena esibizione, a pronunziare ad alta voce,colpe di insolvenze o di atti debitori, con laconfisca dei beni a favore del creditore, oltre apesanti pene pecuniarie.La recidiva comportava l’inasprimento delle

    pene, perfino con la impiccagione comminatadalla Gran Corte della Vicaria, davanti al Ca-stello di Giustizia Capuana, obbligando pure lamacabra esposizione pubblica dell’impiccato,per giorni, quale monito agli insolventi. La dominazione spagnola, istitutrice di siffattaefferatezza, indusse il 17 aprile 1546 il vicerédon Pedro de Toledo, dalla sua dimora dellaTorre a Pozzuoli, ad emanare un editto perl’abolizione, ritenendo non proporzionata alreato la pena, incisa in latino su una targa ap-posta alla base della stessa colonna.Il popolo, recependo l’esiguità della pena edella relativa impunità, rendendosi colpevolein modo abnorme di ripetute insolvenze, in-dusse il viceré don Pedro Giron, su imposi-zione di Carlo V il 23 marzo 1585, a

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    Il 12 luglio scorso, nella chiesa di Santa Lucia a Mare, è stato celebrato ilmatrimonio di ARISTOTELE AEBLI ed ELENA SMALTINO. Al ritoha fatto seguito un ricevimento al ristorante “Le Arcate”.Il Rievocatore porge i propri cordiali auguri agli sposi e, particolar-mente, al padre di Elena, prof. Francesco Smaltino, illustre Mae-stro della radiologia.

  • ripristinare laprammatica che ri-proponeva duresanzioni e pene se-vere che, tra l’al-tro, comportava dinuovo l’onta dellacolonna, senza di-stinzione di sessoo di età.Cesare Beccaria(1738-1794), giu-reconsulto e scrit-tore politico, dallasua Milano, diede

    notevole contributo per l’abolizione di questapratica con l’opera Dei delitti e delle pene, chestampata a Livorno nel 1764 e fatta pubblicareanche in Europa in diverse lingue, costituì labase della moderna legislazione penale. E sem-pre a Milano, altro personaggio che contribuìa tale abolizione fu Alessandro Manzoni(1785-1873), che nella Storia della colonna in-fame, in appendice ai Promessi Sposi, additavai giudici che condannavano alla colonna diquella città, avente altra funzione, i presuntiuntori della peste.Tra periodi alterni di ripristini ed abolizioni, il

    30 marzo 1666, il Cardinale Pasquale d’Ara-gona, per il perpetuarsi di fraudolenze ed ille-galità, istituì di nuovo l’ergastolo e la pena dimorte, con unanime disapprovazione del po-polo napoletano, in uno dei periodi più buidella dominazione spagnola.Nel 1778, Carlo di Borbone, constatata la di-sumana sofferenza, ne promulgò l’abolizionecon decreto reale il cui retaggio storico darebbel’apertura di uno specifico capitolo riguardanteproprio la “Storia della Vicaria” con le sue ef-feratezze.Questa disumana, alterna pratica diede spuntoa macabre facezie e detti popolari riportatidallo Sgruttendio, Zito, D’Auria ed altri, finoa quando, quale macabro trofeo dei governanti,la colonna rimase alla Vicaria, testimone sto-rico, fino al 1860, rimossa e fatta scomparirenei depositi comunali di Castelcapuano.Abbandonata nel meritato oblio, fu posta pocodopo, quale monito alla inalienabile testimo-nianza di libertà violate, presso l’androne dellecarrozze al Museo di S. Martino, dove tuttoraè immortalata da turisti e visitatori, in evidentecontrasto del passato dolore, al mistico luogodi pace.

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    L’Ente culturale “Schola Cantorum San LorenzoMartire - Nicola Vigliotti” di San Lorenzello, chesi è assunto, da ben 35 anni, il compito della sal-vaguardia della cultura laurentina, ha proposto,la sera dell’11 agosto scorso, nel cortile del Palazzo

    Massone, la popolare “CANZONE DI ZEZA”, che al-lietava, in un passato sempre meno recente, ilCarnevale del piccolo centro dell’Alta Valle Te-

    lesina. Sotto la regia di Lucia Cassella, hanno impersonato le figure dei quattroprotagonisti Luigi Botte (Zeza), Giuseppe Festa Lavorgna (Vicenzella), Pio Bove(Pulcinella) e Alfonso Guarino (don Nicola), affiancati da Lorenzo Masotta (ilprete) e Antonio Lavorgna (il carabiniere). La rappresentazione è stata prece-duta dalla messa in scena della farsa di Peppino De Filippo, “Cupido scherza espazza”.

  • LO SCETTRO DEL REGNOTRA FERDINANDO E MARIA CAROLINA

    di Orazio Dente Gattola

    Asuccedere a Carlo III, divenuto Re di Spa-gna, fu Ferdinando, il terzogenito dei ma-schi dello stesso Carlo e di Maria Carolina cheassunse i titoli di Ferdinando IV, poi II e, da ul-timo, di Ferdinando I. Era nato il 12 gennaio1751 e sedette sul trono per 65 anni, metà deltempo dell’intera dinastia borbonica, Non erail primogenito dei figli maschi della coppia re-gale ma il terzogenito. Allorché, infatti, nel1759 il padre ascese sul tronospagnolo assumendo il nome diCarlo III e lasciò Napoli por-tando con sé come erede deltrono di Spagna il secondoge-nito dei maschi Carlo Antonio,la corona passò a Ferdinando es-sendo stato in sostanza il primodei maschi, Filippo, privato diogni diritto per la sua manifestaimbecillità.Le fonti lo descrivono come unbell’uomo caratterizzato da unafigura slanciata e dalla corpora-tura gagliarda e un viso sul qualespiccava un lungo naso che gli valse il sopran-nome di “Re Nasone”. Aveva una voce caver-nosa e sovente esplodeva in risate omeriche.Era debole di carattere ed era pieno di contrad-dizioni e di umore mutevole. Era fondamental-mente buono ed era benvoluto dal popolo per isuoi tratti cordiali. Egli fu noto per le sue in-temperanze anche come “Re Lazzarone”. Sipuò ben dire che il rispetto dell’etichetta e delle

    regole della buona educazione non era certa-mente il suo forte. Arrendevole e, al tempostesso, testardo per il suo carattere debole e fa-cilmente influenzabile; vile e temerario altempo stesso, incline alla franchezza ma,anche, all’ipocrisia più sottile. Era interamentedominato dalla moglie Maria Carolina donnadal carattere forte ed autoritaria, figlia dell’im-peratrice d’Austria Maria Teresa ed era intran-

    sigente sul rispetto delle formema anche incline alla trivialità ealla condotta di vita più volgari,il che ne faceva l’idolo del bassopopolo. Tanto per dirne una nonera raro trovarlo sulla riva delmare intento a vendere il pesceda lui stesso pescato.Era uomo di scarsa cultura epreparazione incline più allecose dei campi che a quelledello Stato, religioso fino allabigotteria, dedito ai piaceri piùtriviali e volgari, non alieno dalcorrere dietro alle donne aristo-

    cratiche o popolane che fossero.Tutte queste doti negative gli derivavano dal-l’essere stato affidato nella fanciullezza allecure del principe di Sannicandro che neavrebbe dovuto curare la preparazione e la for-mazione al compito di Re. Purtroppo il Prin-cipe era egli stesso un uomo incolto e bigottoper cui si può ben dire che quella di Carlo IIIfu una scelta quanto mai sbagliata ed infelice.

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  • Il risultato dell’educazione impartita dal San-nicandro, magna pars del consiglio di reg-genza, fu di fare del giovanissimo Ferdinandoun pessimo uomo di stato, che giustificò am-piamente il giudizio negativo che se ne dettesin dagli albori del suo regno che solo in partei suoi biografi moderni hanno potuto riscattare.Il giudizio su Ferdinando come uomo e comere e come uomo rimane purtroppo sostanzial-mente negativo.Pavido e imbelle com’era, fu facile preda deitimori destati dai fatti di Francia e fu dominatointeramente dalla moglie Maria Carolina, cheai generali timori destati dalla Rivoluzionefrancese aggiungeva il fatto di essere sorella ecognata dei reali di Francia. Del resto l’interavita coniugale della coppia fu caratterizzata dalprevalere della personalità di Maria Carolina.Abbiamo detto che al Principe di Sannicandrofurono dovute tutte le caratteristiche negativedella personalità di Ferdinando, avendolo co-stantemente incoraggiato a sfuggire alle con-seguenze delle sue scelte di vita e di governo.Il Principe, uomo dallo spessore umano e cul-turale praticamente nulli, rese il suo giovaneallievo più esperto del governo dei campi piùche di quello dello Stato: a lui si devono tuttele caratteristiche negative della sua personalità,non ultimo il netto predominio di Maria Ca-rolina sul coniuge.Fu Bernardo Tanucci, prima componente delConsiglio di Reggenza e poi ministro, a cer-care di mitigare l’influenza negativa del-l’azione del Sannicandro ma con scarsi risultatisul piano dell’educazione, essendo l’altroestremamente geloso delle sue prerogative edei suoi poteri. Il Tanucci, che riceveva setti-manalmente dalla Spagna da Carlo III istru-zioni, impostò una politica di gestione dellacosa pubblica che, almeno nei primi tempi, nonfu avara di risultati.Il 12 gennaio 1767 Ferdinando, ormai sedi-cenne, divenne maggiorenne e quindi Re apieno titolo e uscì dalla tutela del Sannicandroma, purtroppo, il danno era ormai già fatto.In quell’anno Ferdinando avrebbe dovuto im-palmare la Granduchessa austriaca Maria Giu-seppa, ma la giovane promessa sposa morì per

    il vaiolo che all’epoca mieteva molte vittime.Il sovrano napoletano in una lettera all’Impe-ratrice si disse «affezionato alla famiglia» echiese quindi in sposa Maria Carolina, la so-rella minore della defunta. Le nozze ebberoluogo per procura e il 22 maggio 1768 la gio-vane sposa fece il suo ingresso a Napoli in unclima di grande festa. Maria Carolina era bellae piena di vita e portò una ventata di vita nuovain una corte piuttosto grigia che sino a quelmomento sentiva la mancanza di un’improntagiovanile. Tra le notizie sulla sua vita figural’iscrizione alla Massoneria alla quale si era giàavvicinata nella sua giovinezza viennese.Sulla scorta di quanto già avvenuto in altripaesi, tra i quali la Spagna di Carlo III, fu abo-lita la Compagnia di Gesù e furono aboliti nu-merosi conventi. I beni del clero furonoincamerati dallo Stato.Con il nuovo regno si ebbe una generale ri-presa del commercio e furono intraprese nume-rose opere pubbliche, si impose l’obbligo dellamotivazione delle sentenze la cui mancanzasono a quel momento era stata causa di abusidi ogni genere così come si pose mano adun’ampia riforma della giustizia. Venne isti-tuita la colonia di San Leucio. Furono realizzatidue nuovi teatri, il Fondo (oggi Mercadante) eil San Ferdinando. Nuovo impulso ebbe la vitaculturale. Questa vita cominciò però a perdere colpi conla caduta del Tanucci, l’ispiratore di tante ri-forme, avvenuta nel 1776 per volontà di MariaCarolina, sempre più insofferente del ministroche era stato voluto in effetti dal suocero CarloIII. L’involuzione della vita politica del Regnofu accelerata dalla venuta dalla Toscana di Gio-vanni Acton, un ufficiale di marina che avrebbedovuto riorganizzare la marina reale. Ben pre-sto, però, egli divenne un ministro molto po-tente che visse e operò in unità di intenti conMaria Carolina non più frenata dal buon go-verno tanucciano. Invano Carlo III ingiunse alfiglio di liberarsi di un uomo che egli ritenevainfido e perciò pericoloso, tanto più che la vocepubblica lo diceva amante della moglie. Ilnuovo corso si consolidò rapidamente e portò,tra l’altro, a nuove alleanze con l’avvicina-

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  • mento all’Austria e all’Inghilterra, e a nuoveriforme o, meglio, ad una controriforma diquanto aveva fatto il Tanucci. Il colpo di graziavenne con la Rivoluzione francese, nel 1793,con la morte sulla ghigliottina di Luigi XVI eMaria Antonietta rispettivamente cognato e so-rella di Maria Carolina che divenne col maritosospettosa di ogni cosa che suonasse progressoe libertà. In realtà Maria Carolina accecata dal-l’odio in unisono con l’Acton divenne lei ilvero Re di Napoli inaugurando una politica chediede vita ad un vero e proprio stato di polizia.Spese folli per l’esercito del quale assurda-mente non si curò affatto l’addestramento. Ferdinando, debole com’era di carattere, fusempre di più esautorato dal governo delloStato dominato sempre maggiormente dallacoppia Maria Carolina-Acton e si limitò a sfo-gare nel suo diario l’andamento delle vicendedel suo ménage familiare. La politica di repres-sione inaugurata dalla Regina trovò nel 1794le sue prime vittime in Emanuele De Deo, Vin-cenzo Vitaliano e Vincenzo Galiani.La politica estera portò a nuovi patti con l’Au-stria e l’Inghilterra ma al tempo fu caratteriz-zata da un ambiguo rapporto con la Francia.Quando nel 1798 i Francesi invasero lo Statodella Chiesa, a Napoli ci si sentì direttamenteminacciati e il 22 novembre 1798 l’esercito na-poletano comandato dal generale austriacoMack entrò a sua volta nello Stato Pontificioavendo nelle sue file il Re in persona. La cam-pagna in breve portò ad una vergognosa fugadinanzi all’incalzare delle truppe francesi en-trate a loro volta nel territorio napoletano e al-l’imbarco per la Sicilia a bordo della flottainglese. L’esilio fu non solo breve ma anchepiacevole per le feste e le cacce che lo caratte-rizzarono, sinché le bande del Cardinale Ruffonon ebbero travolto l’effimera repubblica na-poletana. Il ritorno sul trono napoletano fu ca-ratterizzato da una grave crisi finanziaria edalla presenza di truppe austriache in virtù deltrattato di Firenze del 1801. Il governo napo-letano fu caratterizzato dalla doppiezza avendostipulato nel settembre 1805 un trattato conNapoleone, e appena un mese dopo ci si impe-gnò ad entrare in guerra al fianco di una coali-

    zione russa, austriaca e inglese in virtù dellaquale un corpo di spedizione misto sbarcò aNapoli, destando la più che legittima reazionenapoleonica che portò ad un nuovo esilio in Si-cilia dove i Borbone si mantennero sino al1815 sotto la protezione inglese. Stavolta, però,il ritorno sul trono riguardò il solo Ferdinandoora divenuto primo ma non Maria Carolina chel’anno precedente, morto nel 1811 l’Acton, erastata allontanata dal Bentinck, il vero sovrano,ed era stata allontanata dall’isola per i suoi con-tinui ed infelici intrighi, per andare a morirevittima di un’apoplessia in uno sperduto ca-stello austriaco dopo poco.A fianco del Re vi era ora la nuova moglie dalui sposata “per scrupolo di coscienza” appenadue mesi dopo la morte della prima moglie. Sitrattava di Lucia Migliaccio dodicesima du-chessa di Floridia, vedova del Principe di Par-tanna, che gli fu moglie fedele ed affettuosache non gli creò problemi di sorta tenendosilontana dalla vita pubblica e dal governo dellostato.Con il definitivo ritorno dalla Sicilia si iniziòla seconda parte del lungo regno di FerdinandoI, il cui evento culminante furono i moti carbo-nari che si estesero sino alle province più lon-tane del reame. Il sovrano, vistosi perduto nonpoté non concedere la Carta costituzionale epoi, fintosi malato (il coraggio non era maistato il suo forte), nominò suo vicario il prin-cipe ereditario Francesco che gli subentreràalla sua morte il 5 Gennaio 1825.I sovrani della Santa Alleanza, informati dal-l’ambasciatore a Vienna Alvaro Ruffo convo-carono Ferdinando I a Lubiana, dove si recòdopo aver giurato al Parlamento che avrebbemantenuto la Costituzione appena concessa mache si affrettò a revocare non curandosi del giu-ramento fatto e facendo ritorno a Napoli tragrandi feste e scortato dalle truppe austriacheche poi rimasero nel Regno ristabilendo il go-verno assoluto.Ironia della sorte alcuni anno dopo nella nottesul 5 gennaio 1825 egli si spense per un colpoapoplettico come era accaduto a Maria Caro-lina.

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  • MARIE SOPHIE VOLA SU CAPODICHINO

    di Antonio La Gala

    Come tutti sappiamo l’aeroporto di Capodi-chino è sorto come “trasformazione”, inloco, di una preesistente struttura, un “Campodi Marte”, che Gioacchino Murat realizzò nelvasto terreno allora del tutto periferico situatosul colle di Capodichino, un’area da destinarea campo militare. Per rag-giungere il Campo di Marte,Murat creò un’alternativaalla tortuosa ed erta Calata diCapodichino, un’importantee comoda via ex novo, la“strada del Campo”.Il Campo di Marte, nei pri-missimi anni di vita, e mentresi stava ancora costruendo la“strada nuova” per raggiun-gerlo, fu teatro degli altret-tanti primissimi voli dell’uo-mo. Anzi, in questo caso,delle donne.Ciò avvenne con il primomezzo con cui l’uomo riuscìad alzarsi nell’atmosfera, un aerostato, un pal-lone che contiene gas più leggero dell’aria, chepuò sostenersi grazie alla spinta che riceve dal-l’aria; ad esso è sospesa una navicella che

    ospita gli “aeronauti”. Il primo aerostato fu unamongolfiera che salì nei cieli di Versailles nelsettembre 1783. I dirigibili, comparsi più tardi,sfruttavano lo stesso principio. Il 16 febbraio 1812 dalla spianata del Campodi Marte di Capodichino, partì quello che pos-

    siamo considerare un volo, ilprimo volo, “partito” antelitteram da Capodichino: lafrancese Marie Sophie Blan-chard, una donna di aspettominuto, “decollò” per unamanifestazione con il suopallone aerostatico, tra lostupore di migliaia di per-sone. Da Capodichino decol-lava la prima “donna pilota”. Ed è probabilmente proprioper ricordare questo avveni-mento che una delle stradedalle parti dello scalo aereo,oggi si chiama “via dellaMongolfiera”.

    Marie Sophie Blanchard era “figlia d’arte”: suopadre già alcuni anni prima aveva attraversatola Manica in pallone per recapitare la prima“posta aerea”.

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    Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.Gandhi

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  • Nel 1804 sposò Jean-Pierre Blanchard, che siesibiva con una mongolfiera a cui aveva appor-tato alcune sue modifiche. Per superare soprag-giunti problemi finanziari, Sophie decise divolare anche lei e prese ad ac-compagnare il marito nellesue esibizioni.Quando il marito morì per unacrisi cardiaca durante un volocon il suo aerostato, Sophiecontinuò i voli da sola, specia-lizzandosi nei voli notturni.Sperimentò anche paracaduti,lanciando bambole dalla mon-golfiera. Le sue esibizioni erano spet-tacolari, anche perché si con-cludevano con il lancio difuochi d’artificio. Diventa-rono celebri i suoi spettacoli aParigi, a cui accorrevano nu-merosissimi i parigini, curiosi di vedere unadonna che “volava”, per l’epoca evento asso-lutamente straordinario sotto ogni aspetto.Era una fanatica della mongolfiera. Preferivail pallone per spostarsi, piuttosto che viaggiarecon mezzi tradizionali, e talvolta dormiva nella“cesta” del pallone, sollevata dal suolo, rannic-chiata in una coperta. Divenne beniamina di Napoleone (era denomi-nata “l’Angelo di Bonaparte”), che esigeva lasua presenza con pallone, ad ogni importante

    manifestazione e a tutte le feste che si tenevanoa Versailles.Nel 1810 fece un’ascensione in occasione dellesue nozze con Maria Luisa d'Asburgo-Lorena

    e l’anno successivo su Milanoper la Festa dell’Imperatore, esu Parigi per lanciare le parte-cipazioni, quando nacque ilfiglio imperiale. Restò benvoluta anche dopola caduta di Napoleone e ilCongresso di Vienna: LuigiXVIII la nominò addirittura“aeronauta della Restaura-zione”. Interessante il suo rapportocon l’Italia: nel 1811 volò daRoma a Napoli, salendo a piùdi 3.600 metri d’altezza; nel1812, come abbiamo giàdetto, si alzò dal Campo di

    Marte di Napoli; nel 1817 attraversò le Alpi,rischiando di morire in un atterraggio di for-tuna in un terreno allagato. Collezionò 67 voli, ma nel 1819, a Parigi,l’ascesa le fu fatale. Il sei luglio di quell’annovolava sui giardini di Rue Tivoli intenzionataa realizzare dal cielo uno spettacolo pirotec-nico, ma i fuochi d’artificio incendiarono il suopallone che cadde sul tetto di una casa, sbal-zando mortalmente Marie Sophie sulla strada.

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    Il consueto incontro estivo procidano dell’ISSM.-CNR. su temi distoria del Mediterraneo, svoltosi il 2 agosto scorso nella chiesa di

    S. Maria della Pietà dei Marinari, è stato dedicato a “PROCIDA NELCANALE DI SUEZ”. I lavori, coordinati da Paola Avallone, dopo isaluti del parroco don Giovanni Costagliola, del sindaco Dino Am-brosino, degli assessori Nico Granito e Antonio Carannante, della

    dirigente scolastica Maria Saletta Longobardo e del direttore del museo civico NicolaScotto di Carlo, hanno visto impegnati come relatori la prof. Rosa Maria Delli Quadri,la dr. Raffaella Salvemini – che ha anche organizzato la manifestazione –, il prof.Berardino Buonocore, la prof. Francesca Borgogna e il dr. Pasquale Lubrano Lava-dera. Inoltre, la pianista Maria Grazia Ritrovato e la danzatrice Marta Siniscalchihanno dato vita a un intermezzo musicale, sulle note dell’Aida di Giuseppe Verdi.

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  • LA DONNA NELLA LETTERATURADELLA NUOVA ITALIA. 2

    di Guido Belmonte

    8.- Olga Ossani, figlia di Carlo e di Maria Pa-radisi, aveva vissuto da bambina, a Roma, l’or-renda esperienza del carcere in cui i genitorierano stati reclusi per aver manifestato idee ri-voluzionarie. Trasferitasi con la famiglia a Na-poli, ebbe modo di studiare, rivelando prestouno sviluppato talento di giornalista. Cominciòa scrivere per testate locali (l’Occhialetto, ilCorriere del Mattino) occupandosi in preva-lenza, con ironia ed eleganza, di cronache cit-

    tadine. Passò poi alla stesura di brevi novelle(Ore tristi, Favoleggiando) che la resero notaoltre i confini di Napoli, consentendole di col-laborare a periodici d’ampio respiro, come laCronaca bizantina, e accedere ai più elevati sa-lotti mondani. Tale ascesa le fu peraltro favo-rita da un’ostentata sua indipendenza dapregiudizi sociali al tempo diffusi e ancor più

    dall’originalissima sua bellezza (a vent’anniaveva i capelli bianchi). Firmava gli scritti conpseudonimi, il più famoso dei quali fu “Febea”.Nel 1884, scoppiato a Napoli il colera, vennein soccorso degli ammalati meritando un rico-noscimento per il coraggio dimostrato. Corag-gio e saggezza manifestò pure, quand’eraancor giovane, con l’incamminare la propriavita sentimentale su un più ordinato percorso.Nel 1882, senza essere sposata, era stata resamadre d’un bambino da un letterato e politiconapoletano più anziano di lei, del cui nome nonsi conosce che l’iniziale. La storia d’amore chepochi anni dopo ebbe con D’Annunzio può ri-costruirsi dalla rappresentazione che questi nefece nel romanzo Il piacere, dove la figuradella Ossani è quella di Elena Muti. Tale rela-zione ebbe termine nel marzo 1885, quando laOssani decise di sposare Luigi Lodi, collega alCapitan Fracassa, dando vita con lui al nuovoperiodico Don Chisciotte della Mancia: dallecui pagine la Ossani lanciò nuove sfide sullaquestione femminile rivendicando alla donna idiritti al voto, alla ricerca della paternità, allostudio, al libero accesso alle professioni, allaparità delle condizioni di lavoro, al divorzio.Ebbe amicizia con Maria Montessori, assiemealla quale fu a Londra, nel 1899, delegata ita-liana al Congresso internazionale delle donne.Con l’avvento del nuovo secolo la notorietà deiconiugi Lodi andò progressivamente decli-nando. Morirono ambedue nel 1933 a Roma:“Febea” pochi giorni prima del marito.

    9.- Enrichetta Capecelatro Carafa era nata a23

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  • Torino nel 1863 da una nobile famiglia napo-letana. Trasferitasi a Firenze, aveva studiatoletteratura con Giambattista Giuliani, uno deimaggiori dantisti dell’800. Sposò a Napoli, nel1885, Riccardo Carafa conte di Ruvo e duca diAndria, divenuto nel 1904 senatore del regno.Chiamata nel 1892 a far parte dell’Accademiapontaniana, morì nella città partenopea il 5marzo 1941.Donna di raffinata cultura, cominciò dall’età disedici anni a comporre poesie, raccolte in piùpubblicazioni tutte conosciute come Rime(1889, 1892, 1897). Vasta è la serie dei ro-

    manzi da lei scritti, alcuni direttamente in fran-cese (Miettes, Les contes de la duchesse,1906). Fu Rovine di stelle il romanzo che rac-colse maggior successo (1928). A lei si devonoinfine traduzioni, presentate con lo pseudo-nimo “Duchessa d’Andria”, di opere d’autorirussi: su una delle quali (Guerra e pace di Tol-stoj) s’era particolarmente soffermata in un suoscritto del 1925. In quello stesso anno avevafissato la sua attenzione su Federico G. Nietz-sche (Spigolature nietzschiane).

    10.- Annie Vivanti (meglio Emilia Vivanti,detta Annie) può dirsi scrittrice e poetessa ita-liana per esser nata da Anselmo Vivanti, pa-

    triota mantovano d’antico ceppo ebraico, edalla scrittrice tedesca Anna Lindau. Nacque il7 aprile 1866 nel sobborgo londinese di Nor-wood dove il padre, seguace degli ideali maz-ziniani, s’era rifugiato dopo i moti di Mantovadel 1851; e visse la sua vita tra Italia, Inghil-terra, Svizzera e Stati Uniti d’America: ciò chepuò dar ragione del carattere cosmopolita edeccentrico della sua educazione. Esordì nelmondo letterario, dopo esperienze stravaganticome artista di teatro, nel 1890 con una rac-colta poetica, Lirica, al cui successo giovò cer-tamente la prefazione scrittane dal Carducci:verso il quale la Vivanti nutrì sentimenti d’af-fetto che durarono fino alla morte del poeta(1907) e talvolta ne mitigarono l’austerità. Lafioritura letteraria della Vivanti in Italia, avvia-tasi rigogliosa con Lirica e col suo primo ro-manzo, Marion artista di caffè concerto, del1891, subì una sorta di pausa dopo il suo ma-trimonio con l’irlandese John Chartres, cele-brato in Inghilterra nel 1892, e la nascita(1893) della figlia Vivien, affermatasi comeenfant prodige del violino e divenuta prestouna celebrità internazionale. A quella pausa,

    durante la quale ella visse tra l’Inghilterra e gliStati Uniti scrivendo soltanto in inglese, seguìda parte della Vivanti un rilancio nel 1911 conla riscrittura in italiano dell’opera sua più ce-lebre The devourers (I divoratori). Da allora inpoi la Vivanti fino alla fine degli anni ’30 co-nobbe un successe ininterrotto con romanzi,

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  • drammi, libri per l’infanzia, réportages diviaggio. Le sue opere furono accompagnate dasuccesso internazionale di pubblico e di critica.Ci si limita qui a ricordarne solo alcune: Circe(1912), Vae Victis (1917), Le bocche inutili(1918), Terra di Cleopatra (1925), Il viaggioincantato (1933). La Vivanti morì – pochi giorni dopo essersiconvertita, come si disse, al cattolicesimo – il20 febbraio 1942. Penosi furono gli ultimi suoianni quando, pur avendo eletto come patrial’Italia, ove stabilmente risiedeva, la conserva-zione della cittadinanza inglese le procurò nel1941 un provvedimento di domicilio coatto adArezzo. Presto liberata per diretta intercessionedi Mussolini, poté tornare a Torino: ove la rag-giunse la notizia della morte per suicidio dellafiglia. Sulla sua tomba si leggono due versidella poesia più bella (Ad Annie) dedicatale dalCarducci.

    11.- Le origini di Ada Negri, nata a Lodi il 3febbraio 1870, furono assai umili. Figlia di mo-desti lavoratori, passò l’infanzia nella portine-ria d’un palazzo nobiliare di cui la nonna eracustode. Rimasta all’età d’un anno orfana delpadre, poté studiare grazie ai sacrifici dellamadre e conseguire il diploma di maestra ele-mentare. Insegnante a Codogno e poi a MottaVisconti, fu proprio in quel paesotto che co-minciò a scrivere poesie, alcune delle qualipubblicate dal Fanfulla di Lodi. Altri compo-nimenti raccolti in Fatalità, del 1892, procura-rono ben presto all’autrice un tal successo dafarle conferire, su decreto di Zanardelli, il titolodi docente per chiara fama nell’Istituto “Gae-tana Agnesi” di Milano. Trasferitasi con lamadre nel capoluogo lombardo, la circostanzache alcuni esponenti del partito socialista aves-sero mostrato d’apprezzare la sua produzionepoetica, nella quale appariva sentita la que-stione sociale, indusse la Negri a mantenerecon quel partito dei contatti, che le fecero co-noscere Turati, Mussolini, la Kuliscioff (di-chiaratasi presto sua «sorella ideale»). Vinsenel 1894 il premio Giannina Melilli per la poe-sia. In quello stesso anno fu edita una sua se-conda raccolta di poesie, Tempeste, della qualePirandello fu critico.

    Sposò nel 1896 l’industriale Giovanni Gar-landa, dal quale ebbe due figlie, Vittoria eBianca, quest’ultima morta a un mese di vita.Le delusioni e sofferenze procuratele da quelmatrimonio non felice incisero sulla sua poe-tica, così che le nuove opere Maternità, del1904 e Dal profondo, del 1910 si rivelaronofortemente introspettive e autobiografiche. Se-paratasi dal marito nel 1913, si trasferì a Zurigoove scrisse Esilio (1914) e la raccolta di no-velle Le solitarie (1917). L’anno seguente,quando alla passione civile s’era aggiunto ilpatriottismo, comparve una sua raccolta di odi,Orazioni. Da un’altra esperienza amorosa na-

    sceva (1919) la raccolta di poesie Il libro diMara, seguita nel 1921 dal romanzo Stellamattutina. Non mancarono alla Negri i dovutiriconoscimenti: ebbe la nomina al Nobel nel’26 e ’27; le fu conferito per la carriera nel1931 il premio Mussolini. Nel 1940 – primadonna – diveniva membro dell’Accademiad’Italia. Morì a Milano nel 1945.Benedetto Croce ha dedicato alla Negri, ne Laletteratura della nuova Italia, pagine che, co-gliendo un qualche valore della sua poesia, diquesta denunciano tuttavia i limiti. Rileva ilcritico che «la maggior parte dei volumi di AdaNegri sono contessuti di eloquenza e adorni diesemplificazioni, con le quali l’eloquenzacerca di chiarire e fissare i pensieri che esponee non canta». Le sue immagini d’una gente po-vera, sofferente, sfruttata sono però «tutte im-

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  • magini pallide: schemi. Se anche Ada Negri havisto, la sua visione le si è scolorita subito nellafantasia, diventando l’esemplare di una classesociologica o un caso clinico da farvi sopra leopportune considerazioni». In quelle imma-gini, perciò, «c’è il troppo e il troppo poco: larappresentazione è sommaria, il comento esu-berante. Ma un artista, in questi casi, non com-menta: guarda». E a conferma della correttezzadi questo suo giudizio Croce ricorre a un para-gone con Salvatore Di Giacomo, che «in unapoesiola messa sotto la vignetta d’una cartolinapostale (Irma)», … nel descrivere situazionianaloghe a quelle descritte dalla Negri, nonaveva «provato il bisogno di commentare lasua pittura, che parla da sé».

    12.- Di Grazia Deledda (per esser completi:Grazia Cosima Damiana Deledda) nata aNuoro nel 1871 e morta nel 1936, s’è già par-lato nel paragrafo sulla Serao, con riguardoall’assegnazione che le fu fatta del Nobel. Quis’aggiungono brevi notazioni su la sua vita ela sua figura indubbiamente rilevante di ro-manziera.Nata, come scrisse ella stessa, «in un paesedove la donna era considerata ancora con cri-teri orientali, e quindi segregata in casa conl’unica missione di lavorare e procreare», lascuola le fu fatta frequentare non oltre la quartaelementare. La sua formazione culturale con-tinuò quindi a svolgersi, pur con l’ausilio diqualche insegnante privato, da autodidatta. Fuin orgogliosa solitudine che cominciò a pub-blicare novelle e romanzi. La prefazione che ilBonghi le scrisse per Anime oneste giovò alladiffusione della sua notorietà a livello nazio-nale. Il matrimonio nel 1900 con Palmiro Mo-desani, funzionario delle Finanze che daCagliari fu poi trasferito a Roma, le dette modod’andar a risiedere nella capitale, ove, deditaall’educazione dei figli e all’attività letteraria,trascorse un’esistenza ritirata.Della vastissima sua produzione il maggiorpregio viene riconosciuto a un gruppo di ro-manzi, in alcuni dei quali è ravvisabile un con-tenuto autobiografico: Il vecchio dellamontagna, Elias Portolu, Cenere, L’edera, Co

    lombi e sparvieri, Canne al vento, MariannaSirca, La madre, Annalena Bissini, Cosima(quest’ultimo, lasciato incompiuto dall’autrice,fu pubblicato nel 1937 a cura di Antonio Bal-dini). La peculiarità che connota l’ispirazionedi ciascuno di quei romanzi impedisce di col-locare con sicurezza la Deledda in questa oquella delle correnti (decadentismo, verismo)che s’erano andate delineando al tramonto delromanticismo. Giuseppe A. Borgese la definì«degna scolara di Giovanni Verga»; altri ri-trovò in Elias Portolu accenti e ispirazionimanzoniane. La fama della Deledda si diffuseanche in paesi stranieri, dove i suoi libri veni-vano tradotti. Particolarmente sensibile al-l’opera sua si mostrò il mondo culturale russo,e non soltanto per la dedica che la scrittriceaveva fatto a Tolstoj d’un suo libro di novelle.Massimo Gorkij raccomandava all’esordientescrittrice L.A. Nikiforova di leggere la De-ledda: una voce “forte” che poteva essered’ammaestramento anche a un mužik.

    13.- Amelia Cottini Osta, nota come “FlaviaSteno” era nata a Lugano nel 1877. Entrata nel1898 nella redazione de Il secolo XIX vi svolseopera di giornalista, cominciando presto a scri-vere romanzi d’appendice pubblicati a puntatee successivamente raccolti in volume da Tre-ves: circa una quarantina dal Mignon Sartoridel 1898 all’Appassionatamente del 1946,anno della sua morte. Di forti sentimenti pa-

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  • triottici, fu interventista nel 1915 e, scoppiatala “grande guerra”, divenne protagonista d’unainiziativa di qualche temerità: con la sua cono-scenza del tedesco, si recò come corrispon-dente nel giugno 1915 a Berlino, dovemescolandosi alla gente arrivò a rendersi contoche la guerra, fuor che in Baviera, non era vo-

    luta da tutti. Nell’ottobre dello stesso anno eraa Palmanova per ottenere dal Comando Su-premo l’autorizzazione a visitare le formazionisanitarie del Fronte. Una serie di corrispon-denze (Nell’orbita della guerra), rivela comenucleo del suo pensiero l’esaltazione del sol-dato «corpo da curare-anima della nazione».Non va peraltro taciuto che nella prosa dellaSteno si ritrovasse un rilancio dell’estetizza-zione futuristica della guerra. Gravidi di peri-coli furono i suoi ultimi anni, vissuti nel NordItalia, allora Repubblica di Salò. Nel 1943 eraapparso un suo articolo in cui, scrivendo deilibri di testo per bambini usati nelle scuole, af-fermava non esser eccessivo giudicarli inblocco «un obbrobrio». Lettesi quelle parolecome un’espressione di contrarietà al fascismo,la Steno subiva una pesante condanna alla re-clusione. Riuscì a lasciare Genova riparando aMoncalvo, ove trovò ricovero presso i parti-giani fino alla caduta del regime. Tornò alloraa scrivere per il Corriere e il Secolo XIX fino apochi giorni prima della sua morte.

    14.- Barbara Allason, nata a Pecetto Torineseil 12 ottobre 1877 e morta a Torino il 20 agosto1968, viene ricordata con pari ammirazione sia

    come scrittrice che come germanista. L’essernata da una madre viennese e divenuta allievadi Arturo Farinelli le avevano permesso d’ac-quisire una conoscenza profonda della lettera-tura tedesca, che insegnò da libera docentenell’Università di Torino. Dopo la pubblica-zione de Il tesoro dei Nibelunghi e L’Edda e iNibelunghi, le opere sue di maggior respirocome germanista furono Caroline Schlegel.Studi sul Romanticismo tedesco (1919) e Bet-tina Brentano (1927). Dall’insegnamentovenne sospesa nel 1929 per aver manifestatosolidarietà a Benedetto Croce dopo il suo di-scorso al Senato di disapprovazione dei Patti

    Lateranensi. Amica di Piero Gobetti, i suoi sen-timenti antifascisti le procurarono persecu-zioni, tra le quali (1934) l’arresto a operadell’OVRA e una condanna alla reclusione.La Allason scrittrice vanta opere che con inte-resse ancora si leggono: La luce che torna(1932), Vita di Silvio Pellico (1932), Memoriedi un’antifascista (1946), Vecchie ville vecchicuori (1950), riedita nel 2008.

    15.- Lucia Lopresti Longhi, nota come“Anna Banti”, nata a Firenze il 27 giugno1895 da famiglia d’origine siciliana e mortanovantenne a Ronchi di Massa, s’è occupata dicritica d’arte, narrativa, traduzioni, storia dellaletteratura, cinema. Di lei s’è già fatto un cennoa proposito de la Serao e la Deledda. Delle nu-

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  • merosissime e tutte originali sue opere ci si li-mita qui a ricordare: Artemisia (pubblicata innumerose edizioni, l’ultima del 2015), Noi cre-devamo (ultima ed. Mondadori 2010), Ledonne muoiono (ult. ed. Giunti 1998), LorenzoLotto (ult. ed. Sckira 2011), Matilde Serao (ult.ed. Utet, 1979).Ancor giovanissima aveva riscosso l’ammira-

    zione di Benedetto Croce ne La critica per lasua tesi di laurea in lettere sullo scrittore d’artesecentesco Marco Boschini.Nel 1924 aveva sposato il critico e storicodell’arte Roberto Longhi (1890-1970). Con luiaveva dato vita nel 1950 a Paragone, rivistad’arte e letteratura, della cui sezione letterariala Banti mantenne la direzione fino alla mortedel marito. Nel 1971 venne riconosciuta laFondazione Longhi, con la Banti presidente delconsiglio direttivo. Fu la stessa Anna Banti aspiegare al lettore perché mai avesse assuntoin arte quel nome: «Mi sarebbe piaciuto usareil cognome di mio marito. Ma lui l’aveva giàreso grande e non mi pareva giusto fregiar-mene. Il mio vero nome, Lucia Lopresti, nonmi piaceva. Non è abbastanza musicale. AnnaBanti era una parente della famiglia di miamadre. Da bambina mi aveva incuriosita pa-recchio. Così divenni Anna Banti. Del resto ilnome ce lo facciamo noi».

    16.- Amalia Liana Negretti Odescalchi Cam-

    biasi, conosciuta con lo pseudonimo di Liala,è vissuta quasi un secolo: nata a Carate Larioil 31 marzo 1897, è morta a Varese il 15 aprile1995. È stata una delle più note autrici di ro-manzi d’appendice del ventesimo secolo eresta ancor oggi apprezzata soprattutto tra ilpubblico femminile. Se per verità non può ne-garsi che i suoi romanzi vadano inclusi nel-l’ambito della “letteratura rosa”, si deve d’altraparte riconoscere alla scrittrice d’aver saputo,nel suo stile piano ed elegante, coltivare congarbo la fantasia di più d’una generazione didonne. In termini quantitativi la stampa deisuoi libri (circa un centinaio tra romanzi, rac-conti, memorie) si calcola in più di dieci mi-lioni di copie. La prima edizione (Mondadori)

    del suo Signorsì andò esaurita in soli ventigiorni. È noto che quel primo romanzo si co-minciò a scrivere da Liala per superare il do-lore della morte di Vittorio Centurione Scotto,ardito ufficiale pilota della nostra Aeronautica,e che la scrittrice fu sentimentalmente legataper circa vent’anni a un altro ufficiale diquell’arma, il tenente colonnello Pietro Sordi.Ciò può spiegare perché l’ambiente militarecostituisca per solito lo sfondo dei suoi ro-manzi: in uno dei quali (Buona fortuna!) si ri-trova la descrizione della memorabile impresadi Francesco Agello, che nel 1934 conquistòall’Italia il primato mondiale di velocità peridrovolanti. (2. Fine)

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  • NICOLA DASPURO

    Pagine vive

    Divideva1 il decanato del giornalismo na-poletano con Leopoldo Spinelli (Pellinis),e morì a Bagnoli in serenità il 15 dicembrequarantuno. Aveva ottantotto anni che portavacon eleganza, accuratissimo e alla moda nel-l’abbigliamento, vivace, benportante, conver-satore brillante ed arguto, miniera di ricordiche fluivano dal suo eloquiopastoso e garbato con inesau-sta vena. Lo si incontrava dirado negli ultimi tempi, maquella volta che si aveva occa-sione di passare con lui qual-che ora, si provava l’impres-sione di essersi avvicinati aduna sorgente ricca di linfa:nulla in lui che fosse vecchioo sorpassato; l’aneddoto su diuomini ed avvenimenti di ses-sant’anni avanti si mescolava a quello su uo-mini ed avvenimenti del giorno. La sua bontà,la sua cortesia, il suo disinteresse, la sua tolle-ranza, lo rendevano caro a tutti. La sua attività,anche da vecchio, gli consentiva di aver rap-porti cordiali con quanti conoscevano il suoamore per Napoli. Difatti, più che alla sualunga e coscienziosa opera giornalistica il suo

    nome è rimasto legato a due opere pubbliche:la Galleria per Fuorigrotta e la Terza Funico-lare al Vomero. Ma non solo a queste si dedicò:insieme con un ingegnere, il Comencini, ela-borò progetti di risanamento, che testimonia-rono, oltre che del suo amore per Napoli, dellasua genialità di precursore in questa materia.

    Prova, ancora una volta, che ilgiornalismo è scuola di vita.Aveva assistito alle angosciosegiornate dell’estate del 1884,quando lo scoppiare del coleraaveva mietuto migliaia di vit-time; aveva seguito re Um-berto, il presidente dei ministriDe Pretis, il sindaco NicolaAmore, il cardinale Sanfelice(e la toponomastica napole-tana ne ricorda i nomi nella

    zona su cui si abbatté prima la morte e quindiil piccone risanatore), ed aveva tratto anche lui,come i maggiori uomini del tempo, da quellavisione di lutto e di dolore la convinzione dellanecessità urgente di risanare, di ricostruire unanuova Napoli su quei residui del passato. Dagiornalista si era dedicato alla propagandadella nuova città da far sorgere là dove aveva

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    di Achille Macchia

  • imperato la morte; estraneo alle fazioni di ognitempo, nell’equilibrio spirituale che lo avevasempre tenuto lontano dagli eccessi, aveva pro-pugnato la buona causa nell’interesse dellacittà donde traeva origine la famiglia.Era rimasto ormai completamente solo, nel suoeremo di Bagnoli, tra la radio e il fedele “to-scano” (quei “toscani” scelti di cui era prodigocon gli amici), e passava il tempo a redigere le“memorie” della sua lunga vita, a condizioneche fossero pubblicate postume. Dichiarava diessere stato sincero, senza celare nessuna ve-rità, ma appunto per ciò non voleva, ancorvivo, suscitare rancori di viventi o di eredi;aveva scritto più per sé che per gli altri, per oc-cupare proficuamente il tempo, senza abban-donarsi all’ozio malinconico e misantropicodei vecchi; gli sembrava così di vivere ancorain compagnia delle tante persone che aveva co-nosciuto. Una sola eccezione aveva fatto, qual-che anno prima, sotto l’urgenza delle premuredell’editore milanese: aveva consentito la pub-blicazione del quaderno delle “memorie”, ri-guardante gli esordi di Enrico Caruso, di cuiera stato il primo impresario, e che aveva ac-compagnato con la sua protezione sino ai suc-cessi di Milano di quaranta, e più, anni fa,quando – ormai lanciato – il grande tenore na-poletano spiccò il volo per il nuovo mondo. Sa-porose memorie, piacevole saggio di quelloche doveva essere tutto il diario, che non èstato mai più pubblicato. Dove sarà andato afinire?Daspuro (altro lato, questo della sua attività)aveva voluto e saputo essere, tra il Novanta eil Novecento, impresario lirico di buon gusto e

    di buon fiuto. Molti artisti lirici di fama, a co-minciare dal Caruso, doverono a lui il primo eil secondo passo verso la notorietà. Rappresen-tante del Sonzogno, quando quell’editore eraal vertice delle sue fortune, fu vicino ai “mae-stri” di quella “Casa”; e scrisse libretti d’operasotto un trasparente anagramma2; l’idillicoAmico Fritz è suo.Corrispondente del vecchio Secolo di Milano,il giornale “radicale” di Cavallotti e di CarloRomussi, era stato corrispondente anche digiornali romani e d’altrove; e senza essercidentro, per amore d’indipendenza, aveva assi-duamente frequentato le redazioni napoletane,dovunque accolto come amico saggio e gentile.Da giovane aveva pubblicato anche qualche,ormai introvabile volumetto di versi.Figlio di un alto funzionario borbonico, avevapassato la prima età a Lecce; tornato nella cittàdei suoi maggiori, era stato un giovinotto bril-lante e mondano; il giornalismo ne fece un te-nace difensore degli interessi di Napoli persessant’anni. Lo gratificavano di “commenda-tore” a tutto spiano. Ed egli che non aveva maiavuto alcuna onorificenza, che non aveva maichiesta (era in fondo in fondo rimasto repub-blicano, come ai suoi “verdi anni”) ne sorri-deva: «Commendatore, mi ha fatto il popolo»,diceva, come compiaciuto di un popolare rico-noscimento del suo amore per Napoli._____________1 Da Il Rievocatore, luglio-dicembre 1951, p. 7 s.2 P. Suardon (n.d.r.)

    ANCORA PREMI IN CASA-RIEVOCATORE

    Sulla redazione de Il Rievocatore continua la pioggia dipremi: il 29 luglio scorso, il nostro redattore FRANCOLISTA, con l’opera riprodotta qui a destra, si è classifi-cato al primo posto nel Concorso nazionale di pittura“Dantebus Bazart”, 1a edizione, indetto a Roma dalleedizioni Dantebus. Il direttore e i colleghi manifestano

    a Franco il loro compiacimento per il riconoscimento conseguito.

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    Riproduzione anastatica dal fascicolo Per l’indipendenza d’Italia. I proclami, a cura del Consorzio bancario per ilsesto prestito nazionale (s.i.t. ma 1919).

    È un vero peccato che impariamo le lezioni della vita quando non ci servono più.

    Oscar Wilde

  • GIOVANNI TIZZANOun grande scultore del Novece