Alias domenica de Il Manifesto N. 1 / 8 gennaio 2012

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il "domenicale" del manifesto: novità librarie, recensioni, suggerimenti, percorsi e mostre d'arte...Fate prendere Alias al cervello, ovvero come sopravvivere al consumismo senza perdere senso dell'umorismo.

Transcript of Alias domenica de Il Manifesto N. 1 / 8 gennaio 2012

  • di GRAZIELLA PULCE

    Dopo un passato di aspirante pittrice escultrice, da cui si ritratta nel segno del falli-mento, Julie Otsuka, stregata da Henry James,si dedicata alla scrittura, facendosi conosce-re nel 2002 con When the Emperor Was Divi-ne, centrato su un particolare momento dellastoria statunitense, quando dopo lattacco diPearl Harbor gli americani di origine giappone-se residenti sulla costa atlantica furono inter-nati nei campi di prigionia di Utah, Arkansas,Arizona, Colorado. Anche se erano i loro fiori-sti, i loro fruttivendoli, i loro barbieri di fidu-cia, per gli americani quegli uomini divenneropresenze sgradite o inquietanti, da cui era be-ne tenersi a distanza. Qualchemese fa Julie Ot-suka ha pubblicato, con il medesimo editorenewyorkese Knopf, The Buddha in the Attic,tradotto con il titolo pi esplicito di Venivamotutte permare (in uscita il 12 gennaio per Bolla-ti Boringhieri, trad. di Silvia Pareschi, pp. 132, 13,00), affidando a queste pagine il compitodi tracciare le storie delle promesse spose, gio-vani o addirittura bambine, che lasciarono i lo-ro villaggi nel cuore del Giappone e si imbarca-

    rono per lAmerica in cerca di una nuova vita.Erano gli anni del primo dopoguerra e i giap-

    ponesi guardavanooltreoceanocomeaunmon-do ricco di opportunit. NellAmerica delle FordT,dei supermercati, delle fabbricheche lavorava-no senza sosta, cerabisognodi contadini, came-riere, bambinaie, stiratrici.Durante la traversata,le ragazze stipate in cuccette maleodoranti e inpreda al mal di mare immaginavano un futuroda favola al fiancodei connazionali cui erano sta-te promesse e dei quali ammiravano giorno enotte le fotografie. Quelle fotografie credevano sarebbero state il passaporto per la felicit.Come in ogni storia di emigrati, anche tra le

    pagine di Venivamo tutte per mare disperazio-ne e speranza hannopesi equivalenti sulla stra-da della vita. Qui le aspettative si tingono di ro-sa e quei mariti belli e ricchi ritratti nelle fotorappresentano un compenso adeguato rispet-to alla perdita di madri, sorelle e sicurezza delluogo natio. Come in ogni storia di emigrati, ladisillusione brutale. Nulla di quanto era statopromesso viene mantenuto. I mariti sono pivecchi, pi brutti e pi poveri e le donne sonodestinate a fornire manodopera gratuita neicampi, nei negozi e negli opifici. Lorgoglio nip-

    ponico e la severa etichetta familiare precludo-no, naturalmente, lipotesi del ritorno.Il testo diluisce i dati storici del fenomeno e i

    dati psicologici delle testimonianze (in appen-dice una nutrita bibliografia) in una scritturaimpersonale e priva di qualsiasi istanza sogget-tiva o sentimentale. Il noi che ricorre dalla pri-ma allultima pagina di questo memoriale col-lettivo un agglomerato che coagula verbaliz-zazioni multiple, anche contrastanti luna conlaltra. Quella notte i nostri nuovimariti ci pre-sero in fretta. Ci presero con calma. Ci preserodolcemente ma con decisione, e senza direunaparolaCi presero conbramosia... Ci pre-sero con violenza, usando i pugni quando cer-cavamo di resistere.La forza del noi sostiene la cadenza della

    narrazione e guida i destini diversi, eppure co-muni, delle protagoniste. Com noto, la cultu-ra giapponese privilegia il punto di vista colletti-vo, quello del dover essere in riferimento a unaprospettiva sociale che rende inammissibili leistanze della pura individualit. A maggior ra-gione, in un contesto cos estremizzato, le ra-gazze, lontane dalle famiglie dorigine e dallecompagne di viaggio, affidate a degli estranei

    con cui devono condividere dalloggi al doma-ni lintimit, totalmente inesperte del mondo,possono fare affidamento soltanto su ci chehannoportato con loro: una cultura, una digni-t e un kimono. Spalle diritte emento alto, fan-no ci che ci si aspetta da loro e non c tempoper recriminare o lamentarsi, meno ancora perprendere riposo, c solo da lavorare: cavare ca-rote, raccogliere fragole, lavare abiti altrui, servi-re nelle case dei ricchi americani, cristiani chemangiano carne, dove le signore dormono finoa tardi e si fanno portare la colazione a letto.C anche chi, compiuto il primo salto, ne az-

    zarda un altro e si ribella sperimentandosi sustrade di malsicura novit. La lista delle storiecomprende anche adulteri, vendette, prostitu-zione, suicidi. Il noi governa con fermamanomonarchica il ritmo sincopato di tutte le vicen-de attraversate da queste donne cedevoli e resi-stenti, sempre esauste e senza mai un filo dirossetto sulle labbra, donne chenonparlano in-glese, madri di figli che invece si sentono total-mente americani.Il libro costruito per sottrazione e allinea so-

    lo i fatti registrati e legittimati dalla memoriacollettiva. La sua struttura tematica circolare:

    si apre con il viaggio per mare e si chiude conlabbandono delle case, dei negozi e dei campi,una deportazione inaspettata che strappa le ra-dici fatte crescere da queste famiglie in pi diun ventennio. Ma sarebbe un errore limitarsi aleggere il libro come un racconto di emigrazio-ne femminile. Venivamo tutte per mare unpiccolo gioiello in cui si incastonano mille sto-rieminiaturizzate in poche righe, tutte dal pro-filo fiabesco: non ci sono personaggi e ogni in-dividuo rappresenta la declinazione di un ruo-lo. Se leggiamo questo libro come un depositodi storie, un campionario di vicende unificatedalmotivo della perdita e dellabbandono in vi-sta dellignoto, le vicendedi queste donne assu-monoun valore naturale e paradigmatico: di es-seri umani che condividono il destino delle ca-rote o delle erbacce da estirpare.Non c alcun senso unificatore, nessun cie-

    lo che riscatti le delusioni e le difficolt degli in-dividui: il senso leggibile solo traendolo dal-linsieme, dal pulviscolo costituito da questestorie, puntiformi e minuscole particelle cheviaggiano dentro un grande organismo.

    SEGUE A PAGINA 2

  • (2) ALIAS DOMENICA8 GENNAIO 2012

    di EMANUELE TREVI

    FrancoCordelli losabenissimo,e lodice apertamente al termine di questosuosorprendenteepungente librettointi-tolato Lombra di Piovene (Le Lettere, pp.90, 12,00). GuidoPiovene uno scritto-re chenessunopi legge senonqualchemio amico. Ma allora, se le cose stannocos, perch insistere, con quella che hatutta laria di una predilezione che si tra-muta in ossessione ? Tanto per fare unesmpio, Piovene piaceva anche a Goffre-do Parise (che Cordelli detesta), ma nontanto da farne unamalattia. La figura del-lo scrittore vicentino, vissuto tra il 1907 eil 1974, autore di libri memorabili comeLetterediunanoviziaeLe stelle fredde, ri-evocata anche nellultimo romanzo diCordelli, La marea umana. Per Cordelli,Piovene uno degli eroi intellettuali delXX secolo.

    Lombra di Piovene un discorso uni-co, ma scandito nel tempo, da gennaio2007 a giugno 2011. Tra il penultimo elultimo capitolo Cordelli ha inserito untesto abbastanza lungodi Piovene, intito-lato Contro Roma. Dal punto di vista for-male, una bella trovata, il monologo sospeso, si sente per unpo unaltra voce,la voce del vecchio Piovene ( pratica-menteun testamento), poi ilmonologo ri-

    comincia e si avvia alla conclusione. Ladifficile e controversa arte del saggio criti-co ha tutto da guadagnare nel contami-narsi col monologo teatrale. unmodel-lomolto pi utile e sorprendente di quel-lo offerto dal romanzo, dal racconto. Inogni critico c una specie di Prospero, ilcritico aspira a chiudere la scena, quandotutte lemagie sono finite. Ma questo tipodi argomentazione non roba damedio-cri, bisogna saperci fare. Mentre ci parla,noi cominciamo a percepire linterpretecome un personaggio su una scena, contutta la forza di persuasione che questocomporta. I saggi diGiacomoDebenedet-ti sono stati un esempio molto brillanteed efficace di questo ricorso del saggismoa espedienti di tipo teatrale, come fossepossibile recitare di fronte a un pubblicoimmaginario il proprio stessoattodi lettu-ra. Cordelli degno del paragone, per ilsuo tono teatrale molto pi quello delgranmisantropo, che non pi dispostoa tacere i fastidi per pura cortesia. Il cen-trodel discorso tra laltro oltremodogra-ve, tuttaltro che unennesima e oziosa ri-costruzione del cnone: riguarda la vitadi Piovene intesa come la vita di un colpe-vole, di qualcuno che ha commesso unacolpa incancellabile.

    Questa colpa si rende visibile attraver-so delle coordinate storiche, e si parla inmodo legittimo di adesione al fascismo,di antisemitismo. Il pigrave corpodel re-ato una recensionemolto postiva scrittada Piovene su un orrido libello antisemitadi Telesio Interlandi. Se si consulta la vo-ce, molto striminzita, dedicata a Piovenesuwikipedia, vale a dire la pidiffusa fon-te enciclopedica contemporanea la pri-ma cosa che si guarda per informarsi ,tante cose sono omesse,ma la recensionea Interlandi c, come uno degli innume-revoli eormai incomprensibili panni spor-chi che si agitano sotto il nasodei posteri.

    Ma la colpa di Piovene, in questo lacu-tezzadiCordelli va lodata, non dinaturaesclusivamente ideologica. A funestare lavita di Piovene rimane sempre il fanta-smadiEugenioColorni, lamico antifasci-sta, assassinato a Roma dai sicari dellabanda Koch nel maggio del 1944. Esistetradimento peggiore del tradimento del-

    lamicizia ? Cordelli intravede in questavecchia e penosa storia una partitamora-le straordinariamente interessante nonsolo dal punto di vista storico ed esisten-ziale,mapropriamente letterario. Il colpe-volePiovene,primachecolpevole della fa-mosa recensione razzista, colpevole del-la fragilit, della corruttibilit tipiche delletterato italiano. Come tutti i letterati ita-liani, aspira a scrivere sui giornali, pi diogni altra cosaalmondo.Conviene soffer-

    marsi suquestopunto. il fascismo la col-pa fondamentaledi questo letterato vene-to di sangue aristocratico? O il fascismo la conseguenza di unaltra faccenda, que-sta s durada redimere,una speciedi istin-to insopprimibile a dire ci che gli altri sivogliono sentiredire, e