Alias de Il Manifesto - 26.05.2013.PDF

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di TOMMASO PINCIO ●●●È convinzione antica e mai tra- montata, se non un fatto acclarato, che il pubblico di romanzi sia in maggioranza composto di donne. In virtù di questa convinzione viene da- to per assiomatico che un romanzie- re incapace di parlare all’animo fem- minile difficilmente conoscerà il suc- cesso commerciale. Ricordo, al ri- guardo, la sicumera con cui un libra- io preconizzava una carriera oscura a Cormac McCarthy, quando questi era ancora quel che si suol dire auto- re di nicchia. «Non venderà mai. Non piace alle donne» diceva il catti- vo profeta. Viste le scelte di buona parte dell’editoria, chiaramente vol- te a attrarre principalmente un ses- so, si deduce che le fortune conosciu- te in tarda età da McCarthy siano sta- te ascritte dagli operatori del settore al novero delle eccezionalità che con- fermano la regola. Non meno evi- dente è che, mercato a parte, ben al- tri dovrebbero essere i termini per stabilire il valore letterario di un’ope- ra. La questione sessuale resta tutta- via un nodo importante, dal quale sa- rebbe ipocrita prescindere. Può inol- tre servire a osservare da scorci im- previsti il profilo di autori pure stu- diatissimi e da tempo canonizzati. Joseph Conrad, per esempio. Il semplice nome evoca un univer- so all’apparenza ben delimitato e molto maschile. Storie della parte equorea del pianeta dove le donne sono presenti al più come un ricor- do della vita di terra e dunque un qualcosa di antitetico alla vita insta- bile e raminga del marinaio di lungo corso. Dovendo screditare Conrad agli occhi di una signora desiderosa di conoscerlo, Henry James ebbe in- fatti buon gioco. Gli bastò fare leva sulla fama di lupo di mare del polac- co: «Ma, mia cara, ha passato la vita in mare, senza mai conoscere don- ne acculturate». L’interlocutrice non prestò ascolto. Si adoperò per incon- trare Conrad, ricavandone un’im- pressione non soddisfacente. Forse perché condizionata dall’avviso di Ja- mes, l’uomo le parve ipersensibile, esaurito, e per di più incurante verso eventuali segni di intelligenza nella moglie poiché in essa non cercava al- tro che un lenitivo alle ansie della vi- ta. Gli stessi critici del tempo rimpro- verarono allo scrittore una scarsa considerazione per l’altro sesso; me- morabile una recensione di Il Negro del «Narcissus», nella quale si osser- vava che «l’unica presenza femmini- le nel libro è la nave». L’immagine di autore mascolino fu in buona parte incoraggiata dagli editori, e proprio per ragioni di mer- cato o, per meglio dire, di marke- ting. Nel 1904, sulle pagine della rivi- sta che pubblicò a puntate Nostro- mo, comparve una succinta biogra- fia. Vi si sosteneva che per Conrad le cose dovevano sempre assumere la forma di una nave, tanto nella scrit- tura che nel navigare. Con gli anni, il diretto interessato cominciò a patire il fatto di essere stato ingabbiato nel personaggio dell’ex marinaio che rie- voca avventure per soli uomini in po- sti lontani. A un certo punto ammise apertamente di desiderare «un po’ di requie per tutte queste mie navi». La svolta giunse nel 1913 con l’uscita di Chance. Sebbene appesantito da una struttura farraginosa, soprattut- to nella parte iniziale, il romanzo gli regalò il primo nonché unico vero successo commerciale, affrancando- lo dalle ristrettezze. Si dà il caso che sia il romanzo in cui una donna con- quista per la prima volta il ruolo di protagonista e, stando al parere di al- cuni critici, quello che segna la fine del Conrad migliore – il che è certa- mente opinabile ma non del tutto in- fondato. Qualsiasi giudizio si voglia dare su un libro comunque impor- tante e di pregio notevolissimo, non si può negare che lo stigma del mari- naio scapolo ha resistito. Ancora og- gi ricordiamo l’autore pressoché sol- tanto per questo. Una conferma, quantunque soltanto locale, è che, mentre non sono mai mancate nuo- ve edizioni di Cuore di tenebra, Li- nea d’ombra e altre storie di navi, Chance ha conosciuto soltanto due traduzioni italiane. Disertava le no- stre librerie da parecchio, segnata- mente dagli anni novanta, quando uscì l’edizione curata da Francesco Binni per Newton & Compton. Riap- pare ora, dopo quasi un ventennio, presso Adelphi («Biblioteca», tradu- zione di Richard Ambrosini, pp. 400, 20,00) con un titolo alternativo a Destino, sempre adottato in passato. Perché stavolta sia stato scelto Il ca- so è evidente. «E se mi domandi co- me, perché, per quale ragione, ti ri- sponderò: Suvvia, per caso! Per puro caso, così come accadono le cose, fortunate o sfortunate». A parlare in questi termini è Marlow, il principa- le (ve n’è infatti più d’uno) narratore di comodo del romanzo, e lo fa illu- strando come l’eroina in questione, la giovane e esile Flora de Barral, si ri- trovi priva di mezzi e «praticamen- te» orfana, dopo il crollo rovinoso dell’impero finanziario del padre, speculatore senza qualità. Non è per via di un disegno coerente, di un concatenarsi logico di eventi, e dun- que di un destino, se la vita di Flora ha imboccato una determinata stra- da. Una filosofia forse un po’ spiccio- la, che pare troncare sul nascere qualsiasi interpretazione ulteriore; se le cose càpitano per caso, spiegar- le non serve a niente. Peccato però che il nostro narratore razzoli al con- trario di come predica. Anziché limi- tarsi a esporre i fatti nudi e crudi, ci gira attorno, li infarcisce di commen- ti e considerazioni sulla natura delle cose, al punto di prevaricarli. Si ha perciò l’impressione che raccontare le disgrazie di Flora de Barral sia po- co più di un pretesto, quasi che il ve- ro intento di Marlow sia quello di of- frire all’interlocutore e, indiretta- mente anche a noi lettori, la propria visione del mondo. Più che un narra- tore inattendibile, è un falso narrato- re, un filosofo mascherato, un impo- store. Parimenti, la sventurata eroi- na del romanzo, più che una prota- gonista è un oggetto di disquisizio- ne, quando non un mero termine di paragone. È convinzione di Marlow che l’aspirazione a penetrare l’essen- za di tutte le cose, incluso l’infinito stesso, sia una prerogativa maschile aliena alle donne, inclini invece all’Ir- rilevante. A suo dire, le donne per prime si annoierebbero in un mon- do governato da principî femminili, perché un simile mondo sarebbe sopportabile soltanto preservando certe illusioni fruste «senza le quali la creatura media di sesso maschile non può vivere». Per il lettore affezionato di Con- rad, Marlow è una vecchia conoscen- za. Compare nelle vesti di narratore sia in Lord Jim che in Cuore di tene- bra. Non è mai un protagonista, ma un testimone. Avendo anch’egli un passato di navigatore, la tentazione di vedervi un alter ego dello scrittore è forte, e qualora lo fosse davvero, un alter ego, Marlow e Conrad sareb- bero accomunati da un sessismo in- qualificabile. Nei complicati rappor- ti che lo scrittore intratteneva con l’universo femminile, gli studiosi hanno ovviamente frugato parec- chio e non vale la pena di tornarci. Lo stesso si può dire di Marlow. Che egli non faccia le veci di Conrad è or- mai chiaro a chiunque, ma in quale misura e in quali modi il pensiero dell’uno rispecchi quello dell’altro è questione sulla quale si può ancora discutere. Qualcosa d’oggettivo tut- tavia c’è. La presenza di Marlow co- stituisce un filtro, un velo che noi let- tori non possiamo squarciare. Lord Jim, Kurtz, come pure Flora de Bar- ral, non sono mai fisicamente pre- senti, il che significa che non li vedia- mo mai con gli occhi della nostra im- maginazione bensì attraverso il ricor- do e le opinioni del narratore. Ne sia- mo tenuti a distanza, sicché per noi sono spesso poco più che fantasmi, trasfigurazioni di tipi umani e non personaggi in senso stretto. L’assente è un motivo che ricorre spesso in Conrad, assumendo forme diverse. Il ricorso a un narratore di comodo come Marlow è soltanto la più eclatante di esse. Sindrome del compagno segreto: potremmo defi- nirla così. In fin dei conti la carenza di personaggi femminili o la loro ca- ratterizzazione apparentemente ap- prossimativa non è che l’effetto estremo di questa sindrome. La don- na mancante è la massima manife- stazione di un’alterità impalbabile. Non se ne afferra la reale consisten- za, nondimeno incombe e condizio- na alla misteriosa maniera del caso. È un’alterità che prescinde e sovra- sta la mera differenza sessuale e non va dunque ricondotta alle donne di carne e ossa. Non per nulla, nelle sue farneticanti disamine dell’ani- mo femminile, Marlow parla di uo- mini medi, naturale complemento alle donne smosse soltanto dall’Irri- levante; a questi uomini va la stessa misera considerazione riservata al- l’altro sesso. Si profila allora, implici- ta, l’esistenza di una creatura uma- na d’ordine trascendente, un uomo che è maschio soltanto in quanto fi- gura letteraria, ovvero una creatura che si nutre solo di estremi (o anche solo d’amore come Flora), tutta tesa al sublime, alla comprensione del- l’incomprensibile. Ma un uomo (o una donna) simile, se mai esistesse, non potrebbe mai raccontare. Da qui l’esigenza di ricorrere a un Mar- low, a un intermediario, una carica- tura di narratore che faccia quel che un narratore non dovrebbe mai fare: spiegare, dire l’indicibile, dare un or- dine al caso, come in Chance, chiave d’accesso fondamentale all’universo di Conrad, malgrado i limiti e le for- zature. ALBINIA CIRCE DIAZ ANDRIC THOREAU LONDON LANCHESTER WHARTON ITALIA: SCRITTORI PER LA CRISI MOSTRE: RINASCIMENTO A FIRENZE NEL 1913, CON IL ROMANZO «IL CASO», JOSEPH CONRAD OTTENNE IL SUO SOLO VERO SUCCESSO COMMERCIALE. PER LA PRIMA VOLTA ASSEGNAVA IL RUOLO DI PROTAGONISTA A UNA FIGURA FEMMINILE. POI PERÒ, SECONDOALCUNI, SI AVVIÒ AL DECLINO LA DONNA MANCANTE
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alias il Manifesto 26.05.2013

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  • di TOMMASO PINCIO

    convinzione antica emai tra-montata, se non un fatto acclarato,che il pubblico di romanzi sia inmaggioranza composto di donne. Invirt di questa convinzione viene da-to per assiomatico che un romanzie-re incapace di parlare allanimo fem-minile difficilmente conoscer il suc-cesso commerciale. Ricordo, al ri-guardo, la sicumera con cui un libra-io preconizzava una carriera oscuraa Cormac McCarthy, quando questiera ancora quel che si suol dire auto-re di nicchia. Non vender mai.Nonpiace alle donne diceva il catti-vo profeta. Viste le scelte di buonaparte delleditoria, chiaramente vol-te a attrarre principalmente un ses-so, si deduce che le fortune conosciu-te in tarda etdaMcCarthy siano sta-te ascritte dagli operatori del settoreal novero delle eccezionalit che con-fermano la regola. Non meno evi-dente che, mercato a parte, ben al-tri dovrebbero essere i termini perstabilire il valore letterario di unope-ra. La questione sessuale resta tutta-via unnodo importante, dal quale sa-rebbe ipocrita prescindere. Pu inol-tre servire a osservare da scorci im-previsti il profilo di autori pure stu-diatissimi e da tempo canonizzati.Joseph Conrad, per esempio.Il semplice nome evoca ununiver-

    so allapparenza ben delimitato emolto maschile. Storie della parteequorea del pianeta dove le donnesono presenti al pi come un ricor-do della vita di terra e dunque unqualcosa di antitetico alla vita insta-bile e raminga del marinaio di lungocorso. Dovendo screditare Conradagli occhi di una signora desiderosadi conoscerlo, Henry James ebbe in-fatti buon gioco. Gli bast fare levasulla fama di lupo dimare del polac-co: Ma, mia cara, ha passato la vitain mare, senza mai conoscere don-ne acculturate. Linterlocutrice nonprest ascolto. Si adoper per incon-trare Conrad, ricavandone unim-pressione non soddisfacente. Forseperch condizionata dallavviso di Ja-mes, luomo le parve ipersensibile,esaurito, e per di pi incurante versoeventuali segni di intelligenza nellamoglie poich in essa non cercava al-tro che un lenitivo alle ansie della vi-ta. Gli stessi critici del tempo rimpro-verarono allo scrittore una scarsaconsiderazione per laltro sesso;me-morabile una recensione di Il Negrodel Narcissus, nella quale si osser-vava che lunica presenza femmini-le nel libro la nave.Limmagine di autore mascolino

    fu in buona parte incoraggiata daglieditori, e proprio per ragioni di mer-cato o, per meglio dire, di marke-ting. Nel 1904, sulle pagine della rivi-sta che pubblic a puntate Nostro-mo, comparve una succinta biogra-fia. Vi si sosteneva che per Conrad lecose dovevano sempre assumere laforma di una nave, tanto nella scrit-tura che nel navigare. Con gli anni, ildiretto interessato cominci a patireil fatto di essere stato ingabbiato nelpersonaggio dellexmarinaio che rie-voca avventureper soli uomini in po-sti lontani. A un certo punto ammiseapertamente di desiderare un podi requie per tutte queste mie navi.La svolta giunse nel 1913 con luscitadi Chance. Sebbene appesantito dauna struttura farraginosa, soprattut-to nella parte iniziale, il romanzo gliregal il primo nonch unico verosuccesso commerciale, affrancando-lo dalle ristrettezze. Si d il caso chesia il romanzo in cui una donna con-quista per la prima volta il ruolo diprotagonista e, stando al parere di al-cuni critici, quello che segna la finedel Conrad migliore il che certa-mente opinabilemanondel tutto in-fondato. Qualsiasi giudizio si vogliadare su un libro comunque impor-tante e di pregio notevolissimo, nonsi pu negare che lo stigma delmari-naio scapolo ha resistito. Ancora og-gi ricordiamo lautore pressoch sol-tanto per questo. Una conferma,quantunque soltanto locale, che,mentre non sonomaimancate nuo-ve edizioni di Cuore di tenebra, Li-nea dombra e altre storie di navi,Chance ha conosciuto soltanto duetraduzioni italiane. Disertava le no-stre librerie da parecchio, segnata-mente dagli anni novanta, quandousc ledizione curata da FrancescoBinni perNewton&Compton. Riap-pare ora, dopo quasi un ventennio,presso Adelphi (Biblioteca, tradu-zione di Richard Ambrosini, pp. 400, 20,00) con un titolo alternativo aDestino, sempre adottato in passato.

    Perch stavolta sia stato scelto Il ca-so evidente. E se mi domandi co-me, perch, per quale ragione, ti ri-sponder: Suvvia, per caso! Per purocaso, cos come accadono le cose,fortunate o sfortunate. A parlare inquesti termini Marlow, il principa-le (ve n infatti pi duno) narratore

    di comodo del romanzo, e lo fa illu-strando come leroina in questione,la giovane e esile Flora deBarral, si ri-trovi priva di mezzi e praticamen-te orfana, dopo il crollo rovinosodellimpero finanziario del padre,speculatore senza qualit. Non pervia di un disegno coerente, di un

    concatenarsi logico di eventi, e dun-que di un destino, se la vita di Floraha imboccato una determinata stra-da.Una filosofia forse unpo spiccio-la, che pare troncare sul nascerequalsiasi interpretazione ulteriore;se le cose cpitano per caso, spiegar-le non serve a niente. Peccato perche il nostro narratore razzoli al con-trario di comepredica. Anzich limi-tarsi a esporre i fatti nudi e crudi, cigira attorno, li infarcisce di commen-ti e considerazioni sulla natura dellecose, al punto di prevaricarli. Si haperci limpressione che raccontarele disgrazie di Flora de Barral sia po-co pi di un pretesto, quasi che il ve-ro intento diMarlow sia quello di of-frire allinterlocutore e, indiretta-mente anche a noi lettori, la propriavisione delmondo. Pi cheun narra-tore inattendibile, un falso narrato-re, un filosofomascherato, un impo-store. Parimenti, la sventurata eroi-na del romanzo, pi che una prota-gonista un oggetto di disquisizio-ne, quando non unmero termine diparagone. convinzione di Marlowche laspirazione a penetrare lessen-za di tutte le cose, incluso linfinitostesso, sia una prerogativa maschilealiena alle donne, inclini invece allIr-

    rilevante. A suo dire, le donne perprime si annoierebbero in un mon-do governato da princip femminili,perch un simile mondo sarebbesopportabile soltanto preservandocerte illusioni fruste senza le qualila creatura media di sesso maschilenon pu vivere.Per il lettore affezionato di Con-

    rad,Marlowuna vecchia conoscen-

    za. Compare nelle vesti di narratoresia in Lord Jim che in Cuore di tene-bra. Non mai un protagonista, maun testimone. Avendo anchegli unpassato di navigatore, la tentazionedi vedervi un alter ego dello scrittore forte, e qualora lo fosse davvero,un alter ego,Marlow eConrad sareb-bero accomunati da un sessismo in-qualificabile. Nei complicati rappor-ti che lo scrittore intratteneva conluniverso femminile, gli studiosihanno ovviamente frugato parec-chio e non vale la pena di tornarci.Lo stesso si pu dire di Marlow. Cheegli non faccia le veci di Conrad or-mai chiaro a chiunque, ma in qualemisura e in quali modi il pensierodelluno rispecchi quello dellaltro questione sulla quale si pu ancoradiscutere. Qualcosa doggettivo tut-tavia c. La presenza di Marlow co-stituisce un filtro, un velo che noi let-tori non possiamo squarciare. LordJim, Kurtz, come pure Flora de Bar-ral, non sono mai fisicamente pre-senti, il che significa che non li vedia-momai con gli occhi della nostra im-maginazione bens attraverso il ricor-do e le opinioni del narratore. Ne sia-mo tenuti a distanza, sicch per noisono spesso poco pi che fantasmi,trasfigurazioni di tipi umani e nonpersonaggi in senso stretto.Lassente un motivo che ricorre

    spesso in Conrad, assumendo formediverse. Il ricorso a un narratore dicomodo come Marlow soltanto lapi eclatante di esse. Sindrome delcompagno segreto: potremmo defi-nirla cos. In fin dei conti la carenzadi personaggi femminili o la loro ca-ratterizzazione apparentemente ap-prossimativa non che leffettoestremodi questa sindrome. La don-na mancante la massima manife-stazione di unalterit impalbabile.Non se ne afferra la reale consisten-za, nondimeno incombe e condizio-na alla misteriosa maniera del caso. unalterit che prescinde e sovra-sta la mera differenza sessuale e nonva dunque ricondotta alle donne dicarne e ossa. Non per nulla, nellesue farneticanti disamine dellani-mo femminile, Marlow parla di uo-mini medi, naturale complementoalle donne smosse soltanto dallIrri-levante; a questi uomini va la stessamisera considerazione riservata al-laltro sesso. Si profila allora, implici-ta, lesistenza di una creatura uma-na dordine trascendente, un uomoche maschio soltanto in quanto fi-gura letteraria, ovvero una creaturache si nutre solo di estremi (o anchesolo damore come Flora), tutta tesaal sublime, alla comprensione del-lincomprensibile. Ma un uomo (ouna donna) simile, se mai esistesse,non potrebbe mai raccontare. Daqui lesigenza di ricorrere a un Mar-low, a un intermediario, una carica-tura di narratore che faccia quel cheunnarratore non dovrebbemai fare:spiegare, dire lindicibile, dare un or-dine al caso, come in Chance, chiavedaccesso fondamentale alluniversodi Conrad, malgrado i limiti e le for-zature.

    ALBINIACIRCEDIAZANDRICTHOREAULONDON LANCHESTER WHARTON ITALIA: SCRITTORIPER LA CRISI MOSTRE: RINASCIMENTOA FIRENZE

    NEL 1913, CON IL ROMANZOIL CASO, JOSEPHCONRADOTTENNE IL SUO SOLOVEROSUCCESSOCOMMERCIALE.PER LA PRIMA VOLTAASSEGNAVA IL RUOLODI PROTAGONISTAAUNA FIGURA FEMMINILE.POI PER, SECONDOALCUNI,SI AVVIALDECLINO

    LA DONNAMANCANTE

  • (2) ALIAS DOMENICA26 MAGGIO 2013

    di ELENA SPANDRI

    In una terra in cui piove di ra-do, un fiume prezioso come loro.Lacqua qualcosa di potente: pene-tra nei sogni degli uomini, ne per-mea le vite, governa lagricoltura, lareligione, la Guerra. Dallintrecciodi geografica fisica, geografia politi-ca e geografia del desiderio, muoveImperi dellIndo, opera prima pluri-premiata della giornalista londineseAlice Albinia, pubblicata da JohnMurray (Empires of the Indus. TheStory of a River, London, 2008) e ap-penauscita presso Adelphi nella bel-la traduzione di Laura Noulian (pp.493, 30.00). insieme un racconto davventu-

    ra, la celebrazione di un rito di pas-saggio e un dotto trattato storico-culturale, che non scivola mai nellapedanteria. Soprattutto, una inte-ressante operazione editoriale che,con ironica disinvoltura, rianima ilgenere del travelogue per il piacere,sottilmente antiquario, di unpubbli-co pi avvezzo a immaginare lareaindo-pakistana attraverso i virtuosi-smi postmodernisti di Salman Ru-shdie, o gli scorci intimistici di Arun-dhati Roy e di Anita Desai.Commistione di resoconto etno-

    antropologico, paesaggismo e me-moir, il travelogue anglo-indianopoggia, per tradizione, su un pattonarrativo dal tratto inequivocabil-mente imperialista: il diritto-doveredel viaggiatore di tradurre lalteritculturale in orizzonti di senso fami-liari ai lettori metropolitani, garan-tendoallInghilterra un senso di con-tinuit col passato precoloniale del-lIndia e una illusione di permanen-za. E dellantico linguaggio dei colo-nizzatori, cui spetta la prerogativadi mappare il territorio e riscriverela storia dei popoli sottomessi, Impe-ri dellIndo conserva la gustosa mi-scela di supponenza, erudizione,meraviglia e empatia, che rappre-senta la quintessenza del genere.Al generale di Rawalpindi, che de-

    ve autorizzarla a valicare la frontieraa passo Nawa, Albinia spiega chevorrebbe seguire, a piedi, litinera-rio di AlessandroMagno dallAfgha-nistan, lungo lIndo, fino al Pirsar.Sconcertata, seppur non dissuasa,dal parallelo con Alexander Burnes(suggerito dal baffuto ufficiale), ilquale con arroganza si paragon aAlessandro Magno (ma il paragonein fondo era calzante, giacch en-trambi erano impegnati in missioniimperialistiche), la storica ventino-venne entra in Afghanistan in corri-spondenza con lannuale ondatadi terrorismo transnazionale, rifiu-tandosi categoricamente di percor-rere in jeep i quattrocento chilome-tri percorsi da Alessandro nel 327a.C. Dellantico conquistatore nonle basta rievocare le gesta, storiogra-ficamente assai contestate, come leistessa sottolinea: intende calcare fi-sicamente le orme.Tuttavia, dal momento che il tra-

    velogue vanta anche un pedigreefemminile di tutto rispetto, nel sol-co di illustri antesignane sensibili aidanni del colonialsmo e interessate

    alle prospettive marginali (FannyParks, Maria Graham, HarrietTaylor, Emma Robertson, per citaresoltanto le pi note), Albinia selezio-na litinerario a ritroso nel tempo enello spazio secondo una logica soli-daristica che suona, insieme, pre epostcoloniale: nessuno amava ilPakistan a quei tempi e penso chequesta sia una delle ragioni per cuisono voluta venire qui. Nel 1999, incoda a un decennio caratterizzatodalla recrudescenza di violenza etni-ca e dal riduzionismo teorico delclash of civilizations, limperativo

    della viaggiatrice, in marcia sui sen-tieri del Grande Gioco che irret ilKim di Kipling, non pu essere altrose non un pellegrinaggio alla ricercadella ricchezza geoculturale e delpluralismo religioso antecedenti al-le innumerevoli partizioni subitedalle civilt cresciute intorno allesponde dellIndo.Fu lIndo a dare coerenza alle

    mie esplorazioni; il fiume al cen-tro di questo libro perch scorre at-traverso le vite delle sue genti comeun incantesimo. Lametafora esoti-ca dellincantesimo che avrebbe

    senzaltro insospettito Edward Said non buttata l a caso. Se il mitodel Padre del fiumi, alveo di coesi-stenze pacifiche tra civilt assetate,comincia a scricchiolare ben primadellarrivo degli inglesi, oggi, dopoche alla semplificazione autoritariadel colonialismo si sovrappostaquella ancora pi brutale della Parti-zione, nonch quella indotta dallaglobalizzazione e dalla lotta per ilcontrollo delle rotte del narcotraffi-co, la sua conservazione esige nuovisacrifici. Beffardamente, il rilanciodovr iniziare dalle fogne, per in-

    frangersi, con karmica fatalit, con-tro il muro di una diga. Ecco allora,a mo di incipit, dalla buca di unastrada di Karachi da cui spuntatounmulinello di acqua putrida e scu-ra, affiorare la testa gocciolantedi un bhangi, un fognaiolo rigorosa-mente non musulmano, giacch inPakistan Terra dei Puri solo i cri-stiani o gli ind di bassa casta sonoautorizzati a toccare i liquami.A riscontro, nelle ultime pagine,

    lapocalittica visione della diga gi-gantesca, nuova di zecca, che i cine-si hanno costruito nelle vicinanzedella cittadina tibetana di Senge-Ali:Il suo massiccio arco di cemento sileva dal letto del fiume come unon-da enorme pietrificata a mezzaria.La fisso incredula, cercandodi ricac-ciare indietro le lacrime. La struttu-ra in s completa, gli operai stan-no installando gli elementi idroelet-trici nellalveo. Da questo lato delladiga, c qualche pozzanghera, manessun flusso dacqua. LIndo sta-to fermato.Tra labiezione del bhangi, prote-

    si umana di un delta impoverito emelmoso, e la depressione del-lesploratrice romantica, prostratadallinattingibilit della sorgente e

    dalla dissoluzione delmito dellorigi-ne, Imperi dellIndo accompagna ilettori attraverso scenari degni del-lenciclopedismopanottico dei viag-giatori sette e ottocenteschi. In unvillaggio vicino Thatta, nel Sindhme-ridionale, una festa nuziale sheeda,nella quale gli uomini ballano intor-no a un tamburo di legno alto finoal petto, i piedi nudi pestano il terre-no, mentre le mani del percussioni-sta si muovono sempre pi veloci,evoca antiche connivenze afroasiati-che sopravvissute nella pi nume-rosa comunit di origini africaneche si possa incontrare nellAsia delsud.Nel Punjab occidentale le vesti-

    gia dellepoca sikh ancora costella-no il paesaggio, e nelle citt di Pe-shawar e Quetta, bench i santuarisi sgretolino, il sikhismo violente-mente sradicato allatto della Parti-zione persiste come religione difrontiera. Nella valle dello Swat (tri-butario dellIndo), considerata laSvizzera del Pakistan e abbandona-ta dal turismo straniero dopo l11settembre, il paesaggio pittoresco,lisolamento e le profonde venatu-re lasciate da un passato buddhi-sta, concorrono a alimentare tra isuoi abitanti una plateale indiffe-renza.Dinanzi a unpanorama bu-colico, che sembra resuscitare ob-solete teorie climatologiche sullin-flusso dellambiente sul tempera-mento, lesploratrice alla ricerca ditracce antropiche non divisive va-gheggia lidea che la tanto denigra-ta istituzione musulmana dellama-drasa potrebbe avere le sue origininel monastero buddhista.Infinite sono le testimonianze sto-

    riche, religiose, artistiche, archeologi-che che questo libro offre, attraver-sando luoghi e tempi dallo spessoreculturale analogo a quello degli eonicosmici, il cui calcolo sgoment i pri-mi indologi. Storia congetturale?Contro-orientalismo autodiscolpan-te? Forse: Albinia sabene cheun resi-duo di etnocentrismo rimane anchenel bagagliodella viaggiatricepi sor-vegliata. Residuo che filtra nellim-maginazionedel lettorenonbritanni-co comeparte del gioco, da accettar-si senza eccessivi sensi di colpa.

    Pellegrinaggio indianosulle ormedi Alessandro Magno

    di PAOLO LAGO

    Ci sono due isole almeno, non si escludono avicenda, cos afferma la Circe di Margaret Atwood(Circe / Fango, in You are happy, 1974), liberandosidegli stereotipi nati e cresciuti intorno a un mito: senellisola canonica di Circe consacratadallOdissea, Aiaie, tutto continuer ad avvenireregolarmente, secondo i dettami della tradizione,in unaltra (o in altre isole) la vicenda si svolger inmodo diverso e la protagonista si liberer delle suemaschere di bella dama senza piet o difemmina domata dalla forza eroica. Quella cheattua Atwood nella sua riproposizione del mito una lettura in chiave femminista che lascia spazio auna sorta di palingenesi nel rapporto uomo-donna,una nuova interrelazione basata su condivisione,reciprocit e scoperta; come ha scritto AdrienneRich, abbiamo bisogno di conoscere la scrittura delpassato, e di conoscerla in modo diverso da comelabbiamo conosciuta finora; e non per tramandareuna tradizione ma per spezzare la sua presa su dinoi. La Circe di Atwood il punto di arrivo del belvolume curato da Cristiana Franco (che lo correda

    di un ampio e rigoroso saggio iniziale) Circe.Variazioni sul mito Omero, Ovidio, Plutarco,Machiavelli, Webster, Atwood (Marsilio, pp. 209, 9,00). Gi autrice, insieme a Maurizio Bettini, delsaggio Il mito di Circe, la studiosa ci offre lapossibilit di osservare, appunto, le variazioni suCirce operate dai testi che ne attuano le riproposteprincipali. Lepisodio archetipale dellOdissea cipresenta, se leggiamo pi attentamente e cilasciamo catturare dal fascino narrativodellepisodio, una Circe pi complessa di quantopossiamo credere: ingannatrice, premurosa,distaccata; tale complessit, probabilmente, ilfrutto di un sostrato folclorico che si allarga ancheal Vicino Oriente intorno al quale si innestanomolteplici storie basate sulla figura di una maga ostrega che accoglie gli incauti viaggiatori. NelleMetamorfosi di Ovidio la vicenda viene rifocalizzata:non pi Odisseo a raccontare la storia ma uno deisuoi uomini finiti nel porcile e ci mostra una Circeinnamorata vanamente del bellissimo Pico e da leitrasformato in uccello (picus, il picchio). Plutarcoracconta, nel suo Le virt degli animali (altrimentinoto come Gryllus), un interessante rovesciamento

    prospettico: Gryllos, un uomo trasformato in porcoda Circe, controbatte con forza retorica e persuasivaa Odisseo affermando che la condizione animale preferibile a quella umana. Tesi, questultima,sostenuta anche da Machiavelli nel suo poemetto interza rima intitolato LAsino, nel quale si possonoudire echi parodistici della Commedia dantesca. Ilprotagonista, smarritosi allimbrunire in un luogoaspro quanto mai si vide, incontra una delleancelle di Circe (che non compare direttamente)che gli fa da guida nel mondo magico della suapadrona; anche qui, un porco, esaltando lacondizione animale, dice al protagonista: Noi anatura siammaggiori amici. Da Machiavelli, conuno scarto di secoli, incontriamo il monologodrammatico della poetessa inglese Julia AugustaWebster (1870); Circe, adesso, parla in primapersona: il centro dellattenzione non pi laseduzione del maschio, ma il punto di vistafemminile di Circe come soggetto desiderante. Unavvicinamento progressivo alla rilettura in chiavefemminista di Atwood: una Circe che prende laparola per liberarsi e liberarci dai codici impostida una tradizione mitica.

    Andrea Pistolesi, Kashmir, 1998, fototratta da: A. P., NAG, Non ancora global,Touring Editore, 2007

    IL VIAGGIO SOLITARIO DI UNA GIORNALISTA INGLESE LUNGO IL FIUME DEI FIUMI

    ALBINIA

    IL MITO DI CIRCE

    Da Omeroalla femministaAtwood:cos cadonogli stereotipidella maga

    Alla ricerca degli Imperi dellIndo,fra testimonianze di antiche civilte religioni antecedenti la partizione:i tremila chilometri di Alice Albinia

  • (3)ALIAS DOMENICA26 MAGGIO 2013GERENZA

    di SILVIA ALBERTAZZI

    Soprattutto nel mondo anglosasso-ne sta conoscendo unnotevole ritorno difortuna il novel in stories, in altre parole ilromanzo fatto di racconti, uniti da un co-mune denominatore, che pu essere to-pografico, oppure legato alla presenza diuno o pi personaggi ricorrenti di storiain storia, ma pi spesso nasce da un in-treccio di tutti e due gli elementi. Gene-ralmente, il romanzo fatto di raccontisembra essere una evoluzione della clas-sica narrazione a cornice, in cui questul-tima diventa lo scenario unificante e lesingole storie sono legate tra loro attra-verso il recupero di caratteri e situazioni,fino a confezionare una sorta di canovac-cio, pi che una trama vera e propria.Spesso mascherati da romanzo per

    motivi di mercato (il pregiudizio dellin-vendibilit dei racconti duro amorire) inovel in stories che contano tra gli illu-stri precedenti opere come Winnesburg,Ohio di Sherwood Anderson e I raccontidiNick Adamsdi ErnestHemingway so-no stati riscoperti anche grazie a due re-centi vincitori del Pulitzer: ElizabethStrout, che con Olive Kitteridge ha vintonel 2009 e Jennifer Egan che grazie a Iltempo un bastardo si aggiudicata ilpremio nel 2011: due libri che, proprio invirt della loro differenza, mostranolestrema flessibilit di questa strutturanarrativa. Del resto, che il genere si possaprestare alla sperimentazione anche piaudace lha dimostrato qualche anno falindiano Aravinder Adiga con Fra dueomicidi, romanzodi racconti inserito nel-la cornice della fittizia guida turistica diuna insignificante citt indiana, Kittur, lacui unica attrattiva sembra essere una en-demica e onnipresente corruzione. Me-no politico e polemico, ma sicuramentenon meno ironico, seppure di unironianon altrettanto tragica, anche Julian Bar-nes ha utilizzato la stessa formula narrati-va pi di una ventina danni or sono nel-la sua Storia del mondo in dieci capitoli emezzo, compendio sarcastico di storiauniversale dallarca di No ai giorni no-stri e oltre.Ultimo in ordine di tempo a cimentar-

    si con un romanzo di racconti ora, Ju-not Diaz, lo scrittore dominicano la cuifama dovuta al romanzo La breve favo-losa vita di Oscar Wao, anchegli vincito-re di un Pulitzer nel 2008, esempio para-digmatico dellibridismo tematico e lin-guistico che caratterizza la contempora-neaWorld Literature. Il narratore di quelromanzo, il giovane Yunior, torna ora nelnovel in stories appena uscito daMonda-dori con il titolo cos che la perdi (tradu-zione di Silvia Pareschi, pp. 280, 16,00) ,a raccontare, stavolta, la sua storia o,meglio, le sue storie. Nella Breve vita Yu-nior, coinquilino playboy del protagoni-sta, era impegnato nel disperato tentati-vo di aiutarlo a uscire dal suo stato irrecu-

    perabile di nerd goffo e sovrappeso.Atletico, sportivo e pieno di ragazze,

    Yunior non solo era lesatto opposto delpovero Oscar, obeso, impacciato e vergi-ne, ma rappresentava il tipico maschiodominicano, sessuomane e fedifrago.Sempre a caccia di avventure fugaci, si in-namorava tuttavia a tal punto della sorel-la di Oscar, da dover affrontare dieci annidi autodistruzione prima dimetabolizza-re la fine della loro relazione. cos che la perdi sembra nascere da e

    in quel periodo di buio e trasgressionesuccessivo alla morte di Oscar e allab-

    bandonodi Lola: chi racconta, in una sor-ta di Spanglish tradotto ottimamente daSilvia Pareschi, uno Yunior che, giuntoal quinto anno di depressione per la per-dita della fidanzata il cui abbandono dovuto alla scoperta nella sua posta elet-tronica deimessaggi di ben cinquanta ra-gazze con cui stata tradita comincia ascrivere unaGuida allamore per infedeli:si direbbe dunque che Yunior si stia final-mente riprendendo dalla storia con Lola,pur non essendo ancora pronto per laquieta esistenza di Perth Amboy, nelNew Jersey.

    I racconti che strutturano il romanzosono nove, come nella miglior tradizioneamericana, da Salinger in poi, e mentreraccontano i rapporti di Yunior con ledonne al tempo stesso traccianoun ritrat-to del tipico uomodominicano, infede-le, maschilista e inaffidabile, e della nonmeno tipica famiglia dominicana immi-grata negli Stati Uniti, alle prese con ilfreddo, duro lavoro, una lingua ostile e lacronica assenza o la mancata presa diresponsabilit delle figure maschili. In-contriamo cos le tante fidanzate dal-le studentesse universitarie alle parassi-

    te del permesso di soggiorno, dalle ra-gazze facili di pelle scura (la spazzaturamarrone) a quelle di pelle chiara (laspazzatura bianca), dalle compagne discuola alle single di mezza et, supersti-ti di catastrofi e naufragi. E tra le presen-ze femminili, lamadre di Yunior, la don-na che pregava Dio con orari da Mecca,magnifica figura dimatriarca, cui il mari-to ha impedito di imparare linglese, per-ch una lingua difficile ... e poi di soli-to le donne non (lo) imparano.Senel racconto Invierno la figura del-

    la madre, appena arrivata nel gelo delNew Jersey dalla sua calda isola, si stagliacontro il panorama di neve e ghiaccio inun finale epifanico indimenticabile, inOtravida, Otravez (lunica storia nonraccontata da Yunior e, certo non per ca-so, anche lunico altro racconto dal titoloispanico) a fornire un controcanto fem-minile allatteggiamento impunito deimaschi dominicani unaltra donna,addetta alla lavanderia di un ospedale.Nelle sue parole, accanto al ricordo diquei suoi primi tempi negli States in cui,dice, mi sentivo cos sola che ogni gior-no mi sembrava di mangiarmi il cuore,c la consapevolezza della fragilit e, altempo stesso, della forza del rapportoche la lega a un compatriota sposato, cheha lasciato moglie e figli nella Repubbli-ca Dominicana. A chi le chiede del suoamore per questo uomo, Yasmin rispon-de ripensando alle luci tremolanti nellasua vecchia casa, sullisola, che sembra-vano sempre sul punto di spegnersi:Mettevi gi le cose e aspettavi, e nonpo-tevi fare niente finch le luci non decide-vano. Ecco, mi sento cos.Mentre il ricordo di quel paese al qua-

    le non pensimai finch non lo hai perdu-to, che non riesci ad amare finch non lohai abbandonato, di quel mare comeargento sminuzzato messo a confrontocon un New Jersey cos freddo che lamente cambia direzione insieme al ven-to, unifica le storie di Yunior, larchitet-tura a mosaico del romanzo di raccontiaiuta a creare un effetto contrappuntisti-co tra la sfrontatezzamaschile e la passio-ne e la tenerezza femminili, che difficil-mente si sarebbe potuto raggiungere nel-la forma-romanzo, mettendo in scenauna molteplicit di voci narranti, unaframmentariet spazio-temporale e las-senza di un preciso ordine cronologiconegli eventi. Se, da un lato il tempo delricordo, incompleto e frammentato, astrutturare la narrazione, dallaltro il coa-gularsi di ogni racconto suggerisce il sen-so di continuit dellesistenza meglio delromanzo, com proprio delle narrazionibrevi, attorno a uno o pi dettagli rivela-tori, per arrivare a uno scioglimento chenon mai conclusivo, quanto piuttostorivelatore, e proteso verso ulteriori possi-bilit. Non certo un caso se il personag-gio di Yunior che in La breve favolosa vi-ta di Oscar Wao chiudeva il suo raccontocon le parole niente finisce mai orariproposto in un romanzo di racconti, ge-nere aperto per eccellenza, dove la con-tinuit della narrazione, anche quandonon garantita, come inquesto caso, dal-la forma circolare, comunque suggeritadalla chiusura non definitiva delle storiee dalla possibilit di riassestare limpian-to della vicenda secondo lordine emoti-vo di chi legge.Di racconto in racconto, Yunior (che

    Diaz ammette essere una sorta di suo al-ter ego), a differenza di quanto accadevanel romanzo, passa dallio al tu, dalla con-fessione in prima persona al dialogo oracon se stesso ora con una delle sue tantefidanzate, per arrivare a concludere ilsuo/i suoi racconti con un inizio, ovvero,metanarrativamente, a chiudere i raccon-ti per iniziare la scrittura. Dimostrandoprima di tutto a se stesso che comunqueIl mondo non finir mai. E dimo-strando, come recita lultima frase di co-s che la perdi, che a volte un inizio tut-to ci che abbiamo.

    A volte un inizio ci che ci resta

    DIAZ

    In copertina di Alias-D:Suzanne Valadon, Nudosu asciugamano, 1908,Parigi, Centre Pompidou;nella foto, Joseph Conrad

    Wolfgang Tillmans, Corinne, 1993, da: W.T., Taschen, 2002

    Costruitosu un mosaicodi racconti, cos che la perdigioca sulleffettocontrappuntisticofra sfrontatezzamaschilee tenerezza femminile

    LULTIMO ROMANZO DEL DOMINICANO JUNOT DIAZ

    RACCONTI

    Bambinie adeloscentidi Ivo Andric:la scopertadel mondocome trauma

    di LUCA SCARLINI

    Una nuova silloge di racconti di IvoAndric dal titolo accattivante di Litigando conil mondo (traduzione di Alice Parmeggiani,cura e postfazione di Boidar Staniic, pp.148, 15,00) proposta da Zandonai dopo laprecedente La donna di pietra (2010). Il filorosso di queste pagine composte tra annitrenta e anni sessanta quello della crescitacome trauma, della scoperta del mondocome ferita, ferita inferta dalla lama di unarealt che non risparmia nessuno. Bambini eadolescenti, spaesati in un mondo adulto chenon rivela loro le parole-chiave per potercomprendere la loro posizione nel mondo,cercando disperatamente di trovare il sensodi azioni sfuggenti.Nella prosa che d il titolo al libro, il

    protagonista viene attratto dai raccontiallosteria che indicano in un concittadino,dal nome di Nikola, un sospetto, unapersona non grata, da tenere lontana perquanto possibile dalla collettivit. In lui, che

    pure quando compare alla sua vista unapersona mite e comune, egli vede incarnato ilproprio desiderio di rivolta, che trova ilcoraggio di verbalizzare con una frasepronunciata in pubblico senza alcun effettodi sorta, per, sul mondo circostante. In Sullariva la bella Roza Kalina, figlia irregolare di unsoldato sgradito ai superiori, turba gli sguardidi bambini che stanno per giungere allapubert, ma chi tra loro avr il coraggio dialzare la gonna, avr in cambio un colpo dispada nel ventre. Ne Il libro la partita di unragazzo di provincia spaesato in un severoginnasio di stile austroungarico, si giocaintorno alla possibilit di restituzione di unvolume preso in prestito in biblioteca. Unadisattenzione, e la costola di una raccolta diavventure di viaggio a lungo desiderata sidisfa. Allincidente seguono ansie, incubi,patemi, fino a un finale in cui leccesso dipathos si scioglie nel disinteresse dellagestione burocratica. In Il panorama unragazzo torna ossessivamente ogni domenicaa vedere fugaci visioni di paesi lontani. Forte

    limpatto della rapida prosa de La torre: inun rudere della dominazione turca ungruppo di bambini gioca alla guerra. Assumeposizioni, disegna strategie, si contrapponeverbalmente, finch non arrivano le botte, laviolenza, il dolore, condiviso come tappa diuna educazione. Quando la piccola zingaraSmiljka entra in questo recinto maschile,sembra che stia per scattare una aggressione,un attacco, ma poi la madre di lei dissolve inun attimo il branco.Il titolo del libro efficace nel definire

    pagine assai acute che si incentrano sullapresa di coscienza di identit turbate. Gliostacoli sono quelli che nel quotidiano sisvelano sotto laspetto di una difficolt dipadroneggiare luso del mondo, il cui sensoultimo sfugge. Andric magistralmente entranel tessuto vischioso delle aspirazioni e deidesideri di identit che si cercanoaffannosamente. La scoperta del prisma delreale passa da una presa di coscienza difficilefino a un momento di finale in cui la sconfittaprende laspetto di una epifania.

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  • (4) ALIAS DOMENICA26 MAGGIO 2013

    Laghi, insetti,alci, corteccia,e un pellerossa

    di MASSIMO BACIGALUPO

    Fa piacere viaggiare per i luo-ghi (tuttora) selvaggi del nordestUsa conHenry David Thoreau, gra-zie alledizione bilingue di I boschidel Maine (traduzione di Anna Ban-fi, La vita felice, pp. 362, 14,50).Molti non hanno mai sentito il no-me di questo grande eccentrico deidintorni di Boston (1817-62), i me-glio informati sono al corrente dellasua rilevanza politica per via del sag-gioDisobbedienza civile che fu lettoe praticato nel Novecento dai padridella non violenza, gli happy fewsanno persino del suo libro princi-peWalden, spesso tradotto in italia-no, cronaca di un soggiorno in unacasupola sullomonimo laghettopresso Concord: Sono andato neiboschi perch volevo vivere delibe-ratamente, confrontandomi solocon i fatti essenziali della vita e vede-re se potevo imparare ci che essaaveva da insegnare e evitare di sco-prire,morendo, di non aver vissuto.Non volevo vivere quella che nonera vita, il vivere essendo cos caro;n volevo praticare la rassegnazio-ne ameno chenon fosse proprio ne-cessario. C una filosofia, un entu-siasmo asciutto, in questo romanti-co yankee, che guarda la natura confreddezza ma ne vive ogni palpito,laconicamente.Walden unbrevia-rio filosofico-naturalistico, soprat-tutto letterario, che tutti i ragazziamericani trovano (a brani) nelle lo-ro antologie, e che ha qualcosa del-la straordinaria originalit dei coeviMoby-Dick e Foglie derba. Un podi romanticismo, un po di secenti-smo, un po di filosofia indiana(Thoreau, a differenza di Melville e

    Whitman, aveva studiato: a Har-vard), ma soprattutto lesperienzapersonale del nuovo mondo, uncontinuo dialogo di interno e ester-no. Un libro da portarsi in viaggio,dallinglese non facile, intricato,adatto a palati fini quanto ai sacco-

    pelisti.I boschi del Maine invece una

    cronaca fattuale di una spedizionecompiuta dal poeta-naturalista conun amico dal 20 luglio al 3 agosto1857. Il gusto del libro sta nel fattoche assai meno letterario e pro-

    grammatico di Walden e saggi co-meCamminare. Si accontenta di de-scrivere minuziosamente gli eventi:unmondodi laghi, temporali, inset-ti (innumerevoli e fastidiosissimi),isolotti, uccelli, alci, scoiattoli, rapi-de, canoa, tenda, corteccia, tisanedi erbe e tabacco improvvisato,qualche incontro con altri solitari.Si respira la libert dalla necessitdi intrattenere e fantasticare. Tutto netto, da quando si parte in dili-genza con il cane di un passeggeroche vi corre accanto, al primo incon-tro con lindiano che far da guidaai due, Joe Polis. Lo trovano intentoa trattare una pelle di daino e glichiedono se conosce qualcuno di-sposto ad accompagnarli. Ci rispo-se, parlando daquella stranadistan-za in cui lindiano sempre abita peril bianco: Me piace venire io; volereprendere alce, e continu a raschia-re la pelle. Purtroppo la volentero-sa traduttrice qui come altrove noncomprende il senso delloriginale escrive Ci rispose senza quel curio-so distacco con cui gli indiani sonosoliti rivolgersi ai bianchi. Per fortu-na la presenza del testo inglese inquesto comodo libretto permetteral lettore di sorvegliare la traduzio-ne dove necessario, e di scoprire adesempio che i pini di cui si parla apagina 250 non hanno un diame-tro difficilmente inferiore a ottantao novanta piedi. Un pino con undiametro di trenta metri sarebbedavvero eccezionale. Peccato che latraduzione sia manchevole, perquanto meritoria nellaffrontare ledifficolt di un resoconto in fondonaturalistico, dunque pieno di no-mi scientifici e comuni di piante eanimali. Ma sono incidenti non rarinella nostra editoria, e bisogna esse-re grati delloccasione di leggerequeste pagine cos fresche di unoscrittore-osservatore che non lascianulla nel vago.Joe Polis lindiano al centro del-

    la narrazione, che ne fornisce un ri-tratto cumulativo. Hannodenti for-ti, e notai cheusava spesso i suoi do-ve noi useremmo una mano. Do-po aver ripreso i posti nella nostracanoa, sentii che lindiano asciuga-va lamia schiena, su cui aveva acci-dentalmente sputato. Disse che si-gnificava che mi sarei sposato (co-sa che invece T. non fecemai). Tho-reau si accorda con Joe che si inse-gneranno a vicenda tutto quel chesanno; in lui in effetti c qualcosadel pellerossa nella sua laconicit diautore dimigliaia di pagine. E Joe ri-vela una certa ammirazione per idue escursionisti che condividonocon lui le lunghe fatiche. La dimo-stra lesinando le parole: Agli india-ni piace sbrigarsi col minimo possi-bile di comunicazione e trambusto.Ci stava in realt facendoun grandecomplimento, pensando che prefe-rissimo un cenno a un calcio.Thinking that we preferred a hint toa kick il testo ricco di queste fra-si memorabili e chi lo frequenterlo trover salutare nella sua assolu-ta nettezza.

    JOHN LANCHESTER

    Pepys Road,un microcosmolondineseal tempo della crisi

    di STEFANO GALLERANI

    Avrebbe benpotuto essere decli-nato al plurale il sostantivo Biographyche compare nel titolo originale delvolume che Daniel Dyer ha dedicatoa Jack London, tali e tante sono statele esperienze accumulate dallautoredel Popolo dellabisso in un arco ditempo relativamente contenuto (natoa SanFrancisco nel 1876, Londonmo-r il 22 novembre del 1916 nel suo Be-auty Ranch di Glen Ellen). Jack Lon-don Vita, opere e avventura recita, in-vece, la copertina delledizione italia-na del lavoro di Dyer, appena pubbli-cata da Mattioli 1885 (pp. 173, 19,90), per le cure di Franca Brea econ uno scritto dello stesso London(Cos la vita per me) tratto dalla rac-colta Rivoluzione (per i medesimi tipinel 2007 e a cura di Davide Sapienza):con disperato ottimismo, nel 1905London attende con ansia il tempoin cui luomo sapr conquistare unprogresso che non sia solo materiale,il tempo in cui luomo agir guidatoda un incentivo pi alto di quelloodierno, che appunto lo stomaco.Continuo a creder nella nobilt e nel-leccellenza delluomo. Opportuna-mente, Dyer (gi autore di una edizio-ne annotata di The Call of the Wild)adotta un registro rapido e svelto co-me rapidi e svelti furono gli anni di vi-ta dello scrittore statunitense perraccontare in undici capitoli gli snodiprincipali del breve apprendistatoche nel giro di una manciata di lustrifece di John Griffith Chaney London(questo il vero nome) il narratore for-se pi popolare del pianeta (dal 1903Il Richiamodella foresta viene stampa-to ininterrottamente); pure, fin quan-do Maxwell Geismar non gli dedic,nel 1953, il terzo capitolo della sua ri-costruzione del romanzo americanodal 1890 al 1915 (Ribelli e antenati),London ha faticato a imporsi oltre i li-miti del proprio successo commercia-le; a lungo, la sovrapposizione del suopersonaggio allopera ha suscitatosentimenti di diffidenza, quando nondi vera e propria ostilit (memorabile,nella bibliografia italiana, limpietosogiudizio che, ventanni prima di Gei-smar, gli riserva Emilio Cecchi), e pe-r, come testimoniano le pagine diDyer, illegittimo, prima ancora cheinutile, separare luno dallaltra: la vi-ta sulla strada, gli stenti, le letture, ilmare e la corsa alloro, ogni singoloepisodio risponde, in London, a unir-resistibile forza interiore che non sar-resta sulla carta,ma da questa si river-sa in nuove sfide, nuovi eccessi di cuiil romanziere il primo testimone, im-pietoso biografo di se stesso, come la-sciano intendere Martin Eden e JohnBarleycorne: letture imprescindibiliper chi saccosti a London e, soprat-tutto, per chiunque voglia perpetrar-ne la memoria. A questi testi, infatti,nonch alla ponderosa biografia diCharmian London e agli epistolari ori-ginali, Dyer si rif puntualmente, trat-teggiando il profilo di uomo che fu tut-tuno con la vita che si scelse (gli for-se pari, in questo, e con le debite diffe-renze, solo Oscar Wilde) in un modoche, oggi, appare irrealistico e inge-nuo come un grandioso, anacronisti-co romanzo davventura.

    Questa cronaca dettagliatadi una spedizione nel selvaggioNord-Est Usa colpisce per la suanettezza descrittiva, e la figuradellindiano che guid lautore

    I BOSCHI DEL MAINE, UN REPORTAGE 1857 DEL POETA-NATURALISTA HENRY DAVID THOREAU

    THOREAUIL FOTOGRAFO ALLA THOREAULimmagine pubblicata a fianco tratta dalcelebre libro di John Gossage The Pond,racconto in bianco e nero al cui centro c unlaghetto senza nome tra Washington, DC, eQueenstown, Maryland. Gossage lo fotograftra il 1981 e il 1985, in omaggio a Waldendi Henry David Thoreau (sotto, nel ritratto)

    di LUCA BRIASCO

    Cinquantanni, narratore, giornalista esaggista, collaboratore di riviste di fama, daGranta alla London Review of Books (di cui stato anche caporedattore), al New Yorker,John Lanchester si affermato da annicome uno degli scrittori inglesi di maggiortalento per la finezza della lingua, leleganzae lacume con cui padroneggia i toni dellacommedia sociale, loriginalit delle trame.I suoi primi tre romanzi, tutti tradotti epubblicati in Italia, avevano dimostratounestrema variet di registri e di temi,spaziando dal lucido viaggio nella mentedistorta quanto fascinosa di un mostro(Gola) a un ritratto delle ossessionipiccolo-borghesi e maschili attraverso gliocchi di un esodato che trascorre unagiornata a passeggio per Londra (Luomoche sognava altre donne, forse il suo libromigliore), alle tre storie di immigrazionenella Hong Kongmultietnica degli anniOttanta nel Porto degli aromi. Il saggioDalla bolla al crack, tradotto nel 2008,aveva aggiunto al quadro dei suoi talenti la

    capacit di leggere i moti e gli effettidelleconomia globale e della crisifinanziaria con una lucidit e uneleganzaespositiva da fare invidia ai migliorisociologi e economisti. Ora, con Pepys Road(Mondadori, pp. 495 pagine, 20, 00,traduzione meravigliosa di NormanGobetti), Lanchester ha scritto la sua operapi ambiziosa, sintesi del suo percorso dinarratore e saggista, ritratto di una citt e diun momento storico vicino a noi e alcontempo lontanissimo; romanzo sulla edella crisi, commedia sociale carica diempatia per lumanit che la popola. Ilprologo del libro fulminante: lalba di unmattino di fine estate, e un uomo con felpae cappuccio si aggira per unanonima via diLondra, riprendendo una dopo laltra, conunaminuscola videocamera, le case che lafiancheggiano. La via Pepys Road, e innon pi di sei pagine che varrebbero dasole un romanzo Lanchester ce neracconta la storia a partire proprio dallecase: costruite a fine ottocento e mirate aunmercato ben preciso (famigliepiccolo-borghesi disposte a abitare in una

    zona poco prestigiosa in cambio di unacasa a schiera abbastanza grande da poteralloggiare i domestici), ma poi divenuteimmobili di pregio a partire dagli anni delthatcherismo. questo il periodo nel qualePepys Road emerge dalla scialba crisalidedei tardi anni settanta per trasformarsi inuna farfalla dai colori squillanti: cambianoi proprietari delle case e cambiano le casestesse, sottoposte a un intenso lavoro diristrutturazioni per essere allaltezza delnuovo status sociale che chi vi abita intendeperseguire. Oscillando tra il saggio e ilracconto disteso, tra la finezza del datosociale e loriginalit di uno sguardo che,anzich soffermarsi sulle persone, si dedicaa animare le cose immote, conferendo lorovita e personalit, Lanchester scrive, pi cheun prologo, un prodigioso micro romanzo,che per si chiude su una nota diversa eapre su un altro libro, lungo, questultimo,non sei, ma quattrocentonovanta pagine.Questo, infatti, il paragrafo conclusivo delprologo: Avere una casa di propriet inPepys Road era come essere in un casindove la vittoria assicurata. Se gi ci abitavi,

    JACK LONDON VITE

    Daniel Dyerpedinalo scrittoreche aderalla propriabiografia

  • (5)ALIAS DOMENICA26 MAGGIO 2013

    di CATERINA RICCIARDI

    Nella decorazione degli interni,se non nellarchitettura esterna delleloro residenze, gli inglesi sono supre-mi. Al di l di marmi e colori, gli italia-ni hanno poca sensibilit. In Francia,meliora probant, deteriora sequun-tur: cos decretava il gotico Edgar Al-lan Poe nella Filosofia dellarredamen-to, un saggio pionieristico nellAmeri-ca del primo Ottocento, alla quale egliattribuivanonunaristocrazia del san-guema meno ovvio unaristocra-zia del dollaro, il display della ricchez-za. Una verit sonante se proiettatanel corso dei decenni, perch fu pro-prio unamericana della danarosa bor-ghesia della fine di quel secolo untempo in cui il collezionismo e le son-tuose dimore riplasmavano lanima diManhattan a rilanciare il culto del-larredamento, distanziando i radicatistili Chippendale e coloniale (o ge-orgiano). EdithWharton aveva densacultura artistica, acquisita anche conla frequentazione dei palazzi nobiliarieuropei, una competenza che ellamet-te al servizio pubblico in vari interven-ti sul pittoresco architettonico, le villee i giardini italiani, le espressioni delgusto francese e, appunto, la curadegli interni, oggetto di La decorazionedella casa (traduzione di Anna MariaPaci, Elliot, pp. 335, 30,00), operascritta e illustrata (cinquantasei foto-grafie un po usurate) in collaborazio-ne con larchitetto Ogden Codman Jr.e pubblicata nel 1897.Scrupolosamente documentato (bi-

    bliografia in francese, inglese, tedescoe italiano), corredato di un dettagliatoindice analitico (alari, arazzi, armadi,bergre, camini, carta da parati, conte-nitore per la legna, e cos via), conque-sto alfabeto organizzato per ambien-ti Wharton si propone di indirizzare ilgusto verso un contenimento di queldisplay (laccozzaglia di ornamentieterogenei) notato da Poe sessantan-ni prima (sul gusto speciale di E.A.P.si rilegga, invece, per esempio, Ligeia)e la conciliazione di tradizione e nuo-ve esigenze della modernit. La mo-dernit incombente (si pensi solo ainuovi sistemi di riscaldamento) unadelle ragioni chemuovono lintelligen-za e la penna della futura autrice del-lEt dellinnocenza il bel romanzodecorato su una New York in via disparizione alla ricerca del conforte-vole e del solo necessario, confer-mando lo spirito pragmatico america-

    no anche nella progettazione e nel-lusodella casa, o delle case se si distin-guono la casa di citt e quella di cam-pagna.Altrettanto pragmatico era, tuttavia,

    lo scopo architettonico-decorativo neisecoli passati: la predilezione perlarazzo, per esempio, pi diffusa alNord perch nasceva dallesigenza diuna maggiore protezione dal freddo;cos pure il legnoper pareti e soffitti as-sicurava pi calore dello stucco. In Ita-lia si inizia a perdere luso del soffitto

    a cassettoni a partire dal tardo Quat-trocento quando si va affermando lavolta affrescata, comenellaCamera de-gli Sposi delMantegna con quelleffet-to aereo curiosamente balconato. Os-servazioni simili valgono per le porte:nelle dimore nordiche dovevano esse-re pi piccole per ragioni di sicurezza,un fattore da cui erano esenti i portonimonumentali dei palazzi italiani pro-tetti dalla cinta della citt-stato.Unaltra curiosit riguarda i mobi-

    li. Nel lessicomedievale essi rimanda-

    no a qualcosa che, ancora per ragionidi sicurezza, i signori feudali potevanospostare da una dimora a unaltra:Meubles sont apelez quon peut tran-sporter. Di qui la scarsa variet dimo-bilia fino al XVII secolo e la sua inade-guatezza rispetto ai canoni della vitamoderna. Sedie e armadi venivanocaricati a dorso dimulo, per cui la for-ma si adeguava a uno stile rigido:Non esagerato affermare notaWharton che prima della poltronaLuigi XIV non vi sia mai stata una se-

    dia confortevole nel senso modernodel termine, e la bergre imbottita, an-tenata della nostra sedia a braccioli ri-vestita di tappezzeria, non pu esserefatta risalire oltre la Reggenza.Con linvito al comfort e al funziona-

    le quali princip di rigore nei tempinuovi, Wharton non trascura la con-servazione, mettendo in guardia dallatendenza, soprattutto femminile, avoler cose perch gli altri le hanno e,allestremoopposto, dalla rinuncia al-le cose perch sono fuori moda. Ilsuperfluo (la stanza moderna haperso il suo equilibrio a causa dellaconfusione tra ci che essenziale eci che secondario nella decorazio-ne) il frangente che Wharton mag-giormente teme in unAmerica che vacambiando e si mostra presa daunateniese sete di novit non sem-pre temperata da un ateniese sensodella misura, cedendo al richiamodeimobili in serie in finto stile, o inprincisbecco, pari agli esemplari cheinondano i nostri negozi sino a strari-pare sui marciapiedi.A differenza di quello di Poe, il gu-

    sto di Wharton si ispira per lo pi al-lItalia rinascimentale (modelli preferi-ti sono i Palazzi Ducali di Mantova eUrbino e Palazzo Te), o settecentesca(Genova soprattutto: il Palazzo Reale eil Parodi) e alla Francia dei Luigi XV eXVI. In Inghilterra locchio si volge in-vece al revival palladiano, introdottoda Inigo Jones e proseguito da Chri-stopher Wren e in Francia da An-ge-Jacques Gabriel, destinato a cam-biare il gusto nordico, e ad attecchi-re nellAmerica neoclassica di Jeffer-son, sostituendo lo stile Tudor. In effet-ti, quella moda fu cos diffusa da pro-durre un molto seguito Vitruvius Bri-tannicus (1725), compilato da ColenCampbell, il fondatore, a sua volta, del-lo stile georgiano. Poca simpatia ellamostra per il Neogotico di Viollet-le-Duc (e di Ruskin) e, tutto sommato, ilsuo cuore resta vincolato al calore ita-liano: Nella concezione anglosasso-ne scrive la bellezza non scaturisceistintivamente dai desideri materialicome accade per i popoli latini. Noidobbiamo rendere belle le cose: essenon sono tali in se stesse. A illustra-zione della fusione di funzionalit ebellezza, persino in pezzi apparente-mente banali, cita i cassoni nuziali di-pinti da Botticelli: non c dubbio cheavesse conoscenze raffinate.Quanto serve questo dotto excursus

    alla casa moderna? Molto, se si prestaattenzione al rapporto coltivato nelpassato fra decorazione e arredamen-to, risponderebbe Wharton, e fra

    proporzione e decorazione, che analogo a quello fra anatomia e scul-tura: le leggi universali sono sotterra-nee. Di qui nasce lelogio del non-su-perfluo, una scelta difficile da impor-re allambizione moderna e spendac-ciona: la supremaeccellenza la sem-plicit. A tale fine tende il percorsovirtuale da lei tracciato nella Decora-zione della casa, opera e dimora enci-clopediche in cui entriamo seguendola strada che dallesterno conduce viavia verso gli interni: porte; finestre; ca-mini; soffitti e pavimenti; ingresso e ve-stibolo; hall e scale; salotto, boudoir emorning-room; sale delle feste: salo-ne, saloneda ballo, sala damusica, gal-leria; biblioteca, fumoir e tana; salada pranzo; stanze da letto; e, quindi,sala da studio e stanze dei bambini; in-fine: bric--brac.E la stanza da bagno? Anche qui

    non manca un buon consiglio: Ilprincipale difetto della stanza da ba-gno americana che, per quantosplendidi siano i materiali impiegati,la decorazione non mai architetto-nica. Uno sguardo alla bellissimastanza da bagno di Palazzo Pitti a Fi-renze (decorata da Cacialli, fine Sette-cento, n.d.r.) riveler quale effettopossa essere prodotto da una compo-sizione accurata in un piccolo spazio.Un semplice stanzino qui trasfor-mato in una stanza sontuosa grazie aquel rispetto dellarmonia degli ele-menti che distingue larchitetturadinterni dalla semplice decorazio-ne. Proviamo a imitarla?

    di C. R.

    La great generalissima a cavallo di unmulo (o alla guida di unamacchi-na), cos Henry James defin EdithWharton, ardita volontaria sul fronte francesedella Grande Guerra. Lopera di assistenza le fu riconosciuta con la Lgiondhonneur, ma lesperienza le diede spunto per lasciare diverse testimonianzeletterarie, fra cui Il ritorno a casa (traduzione di Nicola Manuppelli, Mattioli, pp.77, 10,90), un racconto lungo originariamente pubblicato negli Stati Uniti nel1915 e finora inedito in Italia. Il recupero va ad aggiungersi ad altre narrazioniamericane, per lo pi maschili, su quella guerra (di Hemingway, Dos Passos,Cummings).La forma adottata non nuova. Wharton usa lespediente del racconto nel

    racconto, una visione di prima manofornita al narratore da un americanodel Corpo di Soccorso sulle Argonne,dove le prime offensive tedesche era-no state violente con ricadute deva-stanti sulla popolazione civile, e ledonne in particolare. proprio qui il punto su cui si av-

    volge la suspense della storia che se-gue i passi di un giovane francese edellamico americano (il testimoneche racconta) alla ricerca del destinotoccato alla propria famiglia e alla fi-danzata in una zona oltre le linee. Lafunesta ripetizione del nome di unbrutale ufficiale von Scharlach sulla strada verso il castello di R-champ sembra bastare a concentrarein quel nome uno slogan anti-tede-sco e a tradire un possibile intentopropagandistico diWharton (nel 1915gli USA erano ancora temporeggiato-ri, con grandedisappunto diHenry Ja-mes). Due segreti danno vampata allavicenda: il secondo viene tacitamentesvelatoma il primo, il pi piccante, re-sta intrecciato nei silenzi della trama enelle ossa rotte della Storia.

    WHARTONContro lAmericadel Chippendale

    WHARTON UN RACCONTO DAL FRONTE

    La Grande Guerradellardita volontaria

    LA DECORAZIONE DELLA CASA (1897) DELLA FUTURA AUTRICE DELLET DELLINNOCENZA

    eri ricco. Se ti ci volevi trasferire, eri ricco.Era la prima volta nella storia in cui siverificava una cosa del genere. La GranBretagna era diventata una nazione divincitori e perdenti, e tutti coloro cheabitavano in quella via, per il solo fatto diabitarci, avevano vinto. E in quel mattinodestate il giovane si aggirava per la via,filmando quella strada piena di vincenti.Dai filmati, e dallattivit sospetta eincomprensibile del giovane incappucciato,prende le mosse la trama del romanzo.Molti dei residenti di Pepys Road trovanosopra lo zerbino o nella cassetta della postauna foto delle rispettive case con unmessaggio scritto a macchina nel quale sidice: Vogliamo Quello Che Avete Voi. linizio di una campagna di minacce eprovocazioni, che culmina indanneggiamenti alle auto parcheggiate difronte alle case, rimanendo sempre sulconfine sottile tra provocazione artistica eodio sociale. Ben presto, per, Lanchesterabbandona questo spunto di partenza,preferendo trasformarlo in una sorta dirumore di fondo, e si immerge nelle storie,

    variamente incrociate, dei residenti diPepys Road o delle persone che vi lavorano.Ci sfila cos davanti una galleria dipersonaggi spesso memorabili e raccontaticon un gusto, un affetto e una ricchezza dinotazioni da grande romanzo ottocentesco:lanziana Petunia Howe, ultimasopravvissuta della vecchia Pepys Road,vedova, affezionatissima al nipote Smitty,artista concettuale e agent provocateur;Roger Yount, finanziere e speculatore, unufficio ai piani alti della City, in attesa di unbonus da unmilione di sterline per meritisul lavoro che dovrebbe consentirgli dimantenere il tenore di vitadispendiosissimo imposto da unamoglieannoiata e viziata; la famiglia Kamal,palestinese, che gestisce un negozioallangolo della strada, divisa tra adesione aimodelli inglesi e rigore islamico; lausiliariadel traffico Quentina, che multainesorabilmente i residenti per riscattarsidal suo incerto status di aspirante rifugiata;limmigrato polacco Zbigniew, che restaurale case di Pepys Road; il senegalese FreddyKamo, nuova promessa diciassettenne del

    calcio mondiale, appena acquistato da unodei grandi club londinesi. Si tratta di unelenco incompleto, perch non c un solopersonaggio che compaia in scena senzache Lanchester gli dedichi un ritrattodettagliato e ricco di intuizioni. Basta aprireil romanzo su una pagina a caso perimbattersi in osservazioni cariche di acumee umorismo come questa, riservata allasignora Kamal, appena giunta dal Pakistanin visita di famiglia: Era quello il problemapi grosso con la signora Kamal. Leidedicava una tale straordinaria quantit dienergia mentale a sentirsi irritata che eraimpossibile non sentirsi irritati a propriavolta. Attraverso le vicende quotidiane diquesta pletora di personaggi che sialternano nei centosette capitoli delromanzo, seguiti da uno sguardo autorialeal contempo onnisciente e amorevole,Lanchester ci racconta Londra, di cui PepysRoad microcosmo e corrispettivometonimico, e lInghilterra intera negli annidella crisi. Il libro si apre, non a caso, neldicembre del 2007 per chiudersi nelnovembre dellanno successivo, quando la

    coperta delle speculazioni finanziarie si ormai rivelata troppo corta, e leconomiacomincia a annaspare. La padronanza concui viene gestito landirivieni delle voci edegli sguardi, la capacit di penetrazionenelle psicologie, la cura estrema neipassaggi narrativi, fanno di Pepys Roadunopera godibile, moderna anche nel suoessere deliberatamente antica e nelreclamare per il romanziere un ruolo dadeus ex machina che la lunga derivapostmoderna sembrava aver cancellato persempre. Rimane un solo dubbio, alla finedella lettura: le mille delizie di cui ilromanzo cosparso non riescono acancellare dalla mente quello straordinarioprologo, nel quale davvero erano le case aparlare, a raccontare la vita di una classesociale e forse di una nazione interaattraverso le loro stesse trasformazioni eristrutturazioni. E viene da chiedersi sedentro quelle sei pagine, oltre al libro cheabbiamo tra le mani, non ve ne fosse innuce anche un altro, forse pi complesso earduo, ma carico del fascino che solo legrandi invenzioni letterarie possono avere.

    Unenciclopediatutta da leggeredivisa per ambienti:cos Edith Whartonindirizzava il gustoconciliandola tradizione(Italia, Francia,Inghilterra...)con la modernit

    Ricostruzione di un salotto Luigi XVI, Parigi,Muse Nissim de Camondo

  • (6) ALIAS DOMENICA26 MAGGIO 2013

    di GABRIELE FICHERA

    Questa la storia di un uomo che si chiamava come me ed era nato nelgiorno in cui io sononato, eppure non sono io. Prescindendo dalla densa ouver-ture con questa sibillina sentenza che ha inizio Amianto di Alberto Prunetti(prefazione di Valerio Evangelisti, Agenzia X, pp. 141, 13). La storia operaia cos il sottotitolo del libro simostra dunque fin da subito in tellurica contiguitcol temaperturbante del doppio; tra unidentit negata e unalterit perigliosatutta da verificare. Ancora un padre scomparso; e ancora un figlio che con coc-ciuta piet si mette sulle sue tracce, simile al Telemaco archetipico recente-mente ripreso da Massimo Recalcati. LUlisse in questione Renato, tubista esaldatore, operaio sradicato e specializzato, costretto, e non da unumanisticacuriositas, ma piuttosto dalle miopi esigenze del capitale, al duro nomadismoindustriale del trasfertista. Nelle sue peregrinazioni lungo lItalia, al posto dei lo-tofagi e delle sirene, leroe operaio incrocer i nomi, altrettanto temibili e mo-struosi, delle acciaierie in cui presta lavoro. E intanto la Circe industriale nonsmette di ammannire, a lui come a altri operai, devastanti cibi di polvere, farcitial veleno. Renato si ammaler di tumore per esposizione prolungata allamian-to. Emorir nel 2004, a soli cinquantanove anni,martoriato dal dolore e inebeti-to dalla morfina.Lautore ricostruisce controvoglia questa storia; ma non pu e non vuole sot-

    trarsi e questo uno dei suoi primi meriti a quella che gli si para innanzi co-me una necessit oggettiva. Sono troppo eloquenti i segni che si affacciano allasua coscienza. Prima riemerge dalloblio, in un quotidiano locale, una foto delpadre da giovane, mentre posa a fianco della cantante Nada. Poco dopo arrivaun avviso del patronato: stanno per scadere i termini per la domanda di ricono-scimento dellesposizione allamianto. Infine il padre in persona a visitare il fi-glio in sogno, raccomandandogli lamanutenzione dellAudi 80 che gli ha lascia-to in eredit. Il fulmineo montaggio metaforico di questi eventi si impone conforza, e indica a Alberto la strada obbligata del racconto: probabilmente lunicomododi ereditare davvero le verit del padre.Amianto non si limita a ricostruirela storia di un omicidio bianco, ma ha il pregio di far riassaporare la centralitdel mondo operaio nella storia italiana del secondo Novecento. Insieme al per-sonaggio di Renato si disegna uno spaccato socialemolto ampio, in cui domina-no i tratti di una cultura popolare ancora genuina, colta un attimo prima che ilpasoliniano genocidio venisse consumato. Sulla pagina di Prunetti si affaccianoi pi disparati personaggi, ricchi di unumanit commovente e stramba. E inquesta rutilante Macondo, tirrenica e proletaria, trovano posto le storie di unmondo ancora rurale, bench gi alle prese con i primi assaggi di modernizza-zione.Ne scaturisce un andamento narrativo rigorosamente divagante e sternia-no, conmovenze da racconto orale, che vive nellinterruzione continua e gioio-sa della tramaprincipale. Questo tena-ce ghirigoro di ricordi, racconti e pro-verbi si arresta dinanzi alla terribilemortedi Renato. E a una agnizione im-provvisa e spaventosa. Al lutto per lascomparsa del padre si aggiunge infat-ti un inquietante coup de thtre, chespinger il narratore a riconoscersi co-me figlio dellamianto. questo forseilmomento in cui il concetto di eredi-t, centrale nel libro, accede a una zo-na di significati pi profonda, e piscabrosa. I confini che passano fra bio-grafia e autobiografia si sfaldano. Il gio-vaneAlberto, asservito aimoderni rap-porti di forza della societ post-fordi-sta, non conduce affatto una vita mi-gliore di quella, seppur faticosa e diffi-cile, del padre.Ma il suo racconto unprezioso guadagno di coscienza collet-tiva. Si pu vivere in terza persona?Si pu traguardare la propria esisten-za da un punto di vista oggettivo edunque comportarsi storicamente?Per Brecht si trattava di imprescindibi-li doveri morali.

    Amianto, nel fare agire la delicatadialettica dei rapporti tra padre e figlioin un tracciato storico esattamente de-lineato, ci dimostra che s, ancorapossibile. Ma ugualmente ci ricordache ricevere in eredit dal padre, co-me accade allautore, i tre volumi del-la Storia del Partito Comunista diSpriano, insieme a duepipemagrittia-namente simili e diverse e due pipe, il caso di ribadirlo, non sono in al-cun modo una pipa non davverofacile per nessuno.

    di CLOTILDE BERTONI

    Il precariato lo ha notato ultimamenteWalter Siti nel Realismo limpossibile fra idrammi che pi alimentano la narrativa con-temporanea. E si potrebbe aggiungere che ispi-ra riprese di un filone di lungo corso, il roman-zo dapprendistato; beninteso aggiornate aitempi: vicende non pi di giovinezze dramma-tiche e confronti con il mondo decisivi, ma digiovinezze troppo protratte, di confronti tardi-vi o titubanti.Ne offre un interessante esempio Pronti a

    tutte le partenze di Marco Balzano (Sellerio,pp. 216, 15,00), storia del trentaduenne Giu-seppe (lio narrante), che, dottorando in lette-ratura italiana e supplente in un liceo di Saler-no, vive ancora con i genitori in un paesettodella zona. E propriomentre inizia a consolida-

    re la sua vita, se la ritrova di colpo sconvolta: lafidanzata lo lascia mentre stanno mettendo sucasa, i tagli ministeriali gli sottraggono lincari-co annuale. Colpi che lo spingono a unimpre-vista serie di esperienze: prima un trasferi-mento aMilano, dove passa da una supplenzain un istituto tecnico a una nel carcere di Ope-ra, dalla coabitazione con una zia ottuagena-ria a quella con alcuni coetanei, da una rela-zione effimera a un altrettanto effimero riav-vio di quella precedente; poi, grazie a un asse-gno di ricerca, si avvia a un soggiorno a Lisbo-na, che si riveler deludente, ma che, in virtdi un altro incontro sentimentale, segna ilprincipio di una ripartenza; infine, il ritorno aMilano, tra nuove certezze affettive e incertez-ze pratiche costanti.Il romanzo ha il pregio di non enfatizzare

    una sola dimensione (geografica o generazio-nale) della crisi ma di inseguirne differenti vol-ti: dallatmosfera asfittica del paesino (in cui ilpadre di Giuseppe per non pagare il pizzo co-stretto a vendere il suo autolavaggio) a quellamalinconica di una Lisbona attanagliata daiproblemi economici (diversissima dal mitizza-to estero paradiso dei cervelli in fuga), a quellacupa di una Milano gremita di pensionati solicome la zia di Giuseppe, di immigrati vulnera-bili come i suoi coinquilini (un insegnante pro-veniente dallAquila terremotata, unmaghrebi-no sfruttato in un ristorante, un ingegnere in-formatico cinese trasferito da Londra suo mal-grado), di disoccupati cronici come un suoma-turo condomino, rassegnato a barcamenarsitra mille lavoretti, ma unico a intraprendereuna sia pur fugace azione di protesta. Il testo

    sottolinea che peculiarit dei nostri giorni non lingiustizia in s, ma lincapacit di fron-teggiarla, il diffuso senso di impotenza.E i giovani messi in scena appaiono privi, ol-

    tre che di vocazione alla lotta (come si sentonorimproverare dai pi anziani), di qualsiasi veroslancio: disponibili s alle partenze, come an-nunzia il titolo ricavato da Ungaretti, ma solo

    Una vicendadi precariatoin epoca di crisi

    Nomadismodi un figliodellacciaio

    CINQUE TITOLI ITALIANI SOTTO IL SEGNO DELLA CRISI ECONOMICA E ESISTENZIALE

    DALLITALIAIn Amianto Alberto Prunetti

    ha ricostruito un omicidio bianco,proiettandolo sullo sfondo della nostracultura popolare: o di ci che ne resta

    In grande, Moderni operai, fotografiadi Carmelo Bongiorno tratta da Bagliori,Federico Motta Editore, 2001; qui a destra,performance artistica, foto Reuters

  • (7)ALIAS DOMENICA26 MAGGIO 2013

    di DONATELLA DI CESARE

    Muove dalle piazze italiane, attraversatedal movimento 5 Stelle, la riflessione che Rober-ta De Monticelli ha consegnato al suo nuovo li-bro, Sullidea di rinnovamento (Cortina, pp. 97, 9.00). Non peraltro il primo contributo, criticoe tuttavia partecipe, allindagine di quellesigen-za che, per quanto profondamente italiana, hamire globali: trasformare la democrazia rappre-sentativa in democrazia diretta. Occorre ricorda-re infatti il volume di Roberto Caracci, Il ruggitodel Grillo. Cronaca semiseria del comico tributo,pubblicato di recente daMoretti e Vitali, e quellodi Edoardo Glebro, La filosofia di Beppe Grillo. IlMovimento 5 Stelle, uscito per Mimesis nel 2011.N antipolitica, n populismo.N tantomeno ri-schi totalitari. De Monticelli punta il dito controchi ha evocato Hitler e quel suo movimento chevoleva eliminare i partiti. Non indulgiamo am-monisce a infondate analogie fra lurlo del co-mico e quello dellimbianchino. Lurlo pu esse-re anche lultimo mezzo per spezzare latrofiadella sensibilit che rende scettici e condanna al-lindifferenza.Che poi il bisogno di catarsi sia stato affidato a

    un comico non deve sorprendere. La comicit faculturalmente parte gi della tradizione latina. EdaGuicciardini a Leopardi sono inmolti a sottoli-neare come gli italiani ridano della vanit dellavita con quel distacco e quella freddezza rari al-trove. Dunque nulla di male se, nellultimo ven-tennio, sono stati i comici a articolare la residuacoscienzamorale del paese. Purch si ricordi, pe-r, che la speranza comica il risvolto del para-dosso tragico. Il crinale sottile e dietro lattesadel nuovo si nasconde, in agguato, quel disincan-to in cuiDeMonticelli vede il veromale che acco-muna gli estremi dellitalianit, anzi la malattiacresciuta in luogo della maturit morale. Comepensare allora il rinnovamento? Che valore puavere oggi una parola cos abusata e cos indefini-ta? Lindividuo nonpu essere giusto in una so-ciet ingiusta, la societ non pu essere giusta segli individui non sono giusti. Da questo giudiziodi Nicola Chiaromonte tratto da una recenteriedizione degli scritti filosofici e politici DeMonticellimuove per avvertire che occorre asse-condare virtuosamente il circolo do-ve un segmento non pu essere da-to senza laltro: non ci pu essererinnovamento civile di una societsenza il rinnovamento morale diciascuno. In questo senso il suo ulti-mo saggio vuole essere insieme unpunto di raccordo dei due testi sul-la questionemorale e sulla questio-ne civile pubblicati da Cortina nel2010 e nel 2011.In una prospettiva liberale, legata

    alla stagione illuministica e alla fidu-cia rinnovata nella ragione, DeMonticelli sviluppa una fenomeno-logia della banalit, una analisi diquella dispersione, incoerenza, di-scontinuit, a cui sembra condan-nata la vita di ciascuno che noncresce in consapevolezza e non tro-va perci la via e la legge della pro-pria libert. Il noi collettivo, su cuisi basa il consenso, appare minatodallo spazio asfittico concesso agliio. E la scomparsa dei volti, nelcollettivo, porta con s la scompar-sa dei fatti e della ricerca della veri-t. Il rapporto che dovrebbe legareogni singolo individuo alla comuni-t non quello dellappartenenza,bens quello umanodel faccia a fac-cia. Che si delinei nelle piazze o nel-la rete, in questo rapporto che DeMonticelli scorge il rinnovamentodella democrazia che dovrebbe sca-turire dalla reciprocit dei rapportipersonali. Solo a partire dal vincolodella reciprocit pu darsi un con-senso politico saldo e consapevole.Non si pu per fare a meno di os-servare che, se il rinnovamento de-ve essere personale, prima ancorache politico, a meno di non caderein un volontarismo interiore, si po-ne la questione del margine effetti-vo di cui ciascuno dispone in unaforma di vita frammentata e in untessuto sociale sconnesso.

    per necessit, e in realt desiderosi di nonmuoversi, di assicurarsi una durevole stabilitlavorativa e familiare. Un effetto forse non deltutto voluto, legato anche allorchestrazionedella trama, che chiama in causa passioni eideali pi elevati ma senza dare loro gran rilie-vo: il trasporto per linsegnamento dichiaratodal narratore anima solo qualche scena circo-scritta, e il suo investimento nella ricerca, ben-ch indirizzato a traguardi ambiziosissimi (latesi di dottorato sul Paradiso dantesco), restaancora pi in ombra.Inoltre, la narrazione si impiglia ogni tanto

    nei clich spesso in agguato negli attuali ritor-ni al realismo: a volte figure e casi stereotipaticome il docente universitario, barone ma nontroppo, che rimpiange lamore mai vissuto, olumiliazione riservata alla fidanzata fedifraga;a volte espressioni da feuilleton a forti tinte(sentii il sangue ghiacciarsi) o dialoghi pocoverosimili (che due ragazzi parlino di donne inmodo allegramente sessista plausibilissimo,che usino termini come viso dangelo e curvespericolate lo molto meno).Debolezze che per non spengono la verve

    del libro, la sua capacit tanto di restituire ladrammaticit dellemergenza in corso quan-to di sdrammatizzarla con lumorismo e la va-riet delle trovate. Secondo romanzo di Balza-no, questa vicenda di apprendistato reca letracce di un apprendistato letterario ancorain fieri: ma di quelli decisamente benvenutiin un panorama di debutti gonfiati e pseudo-capolavori fabbricati a tavolino, di quelli chefanno venir voglia di scoprire cosa lautore ciriserver in futuro.

    di GRAZIELLA PULCE

    ConQuello che ti dice il fuoco (Mondadori Li-bellule, pp. 171, 10,00), Luigi Trucillo raccontauna storia ambientata ai giorni nostri tra lItalia e laGrecia, ovvero tra Napoli e lisola di Samos. Il libro costruito secondo un progettomesso a punto conpazienza e accortezza, che centra una serie di bersa-gli racchiusi uno nellaltro. Raccontare una storiadamore e esplorare lo spazio della gelosia: lo scopoultimo quello di ricostruire la topografia di unos-sessione, che come il fuoco trova modo di alimen-tarsi e impadronirsi di ogni sorta dimateriale per ri-durlo alla forma desiderata, quella del vuoto nulla.La trama presenta un protagonista senza nome

    alle prese con un amore molto coinvolgente peruna giovane sinologa e con i turbamenti che vengo-no a originarsi a causa di questo amore. La tramafunziona da schermo per unavventura vissuta al-linterno del s, in una prova della passione amoro-sa che Trucillo con ogni evidenza intende perlustra-re e circoscrivere.Quello che ti dice il fuoco d voceallo sciame dei pensieri di un uomo colto e beneeducato, separato e padre di una bambina tenera-mente amata; questuomoprecipita da unmomen-to allaltro in uno stato di cupa volont distruttiva.Del personaggio il lettore non viene a conoscere tut-to ma certamente conosce tutto lessenziale, cio ildiagramma tracciato nella metamorfosi che portaun individuo a percorrere rispettivamente la stradadella lucidit, quella dellallucinazione, per appro-dare infine a uno stato di equilibrio pi consapevo-

    le ematuro. In altre parole dalla passione pi incon-trollata alla relazione responsabile. Le fasi di talemetamorfosi sono rappresentate con un linguaggiodenso e altamente simbolico, che costeggia il senti-mento damore fino ai suoi recessi pi devastanti.Il protagonista scruta attentamente la donna

    amata, ne studia i gesti, le prime rughe, i trasalimen-ti; ne aspira i profumi, sempre ricondotti a elementinaturali. Lei sa di salvia, di bacche, di caprifoglio.Tutto quello che lincanto amoroso nel suo statoiniziale si infrange istantaneamente di fronte a unsospetto, il sospetto che la donna possa avergli rego-larmentementito, che lo tradisca, che abbia una vi-ta segreta di fatto inattingibile al protagonista. Tut-to questo scaturisce da una foto che qualcuno mo-stra alluomo. A partire da quel momento lamantecede il posto allinvestigante. E quando lamante la-scia cadere lenergia dinamica della passione e delsentimento e si ferma nella contemplazione di unoscatto fotografico, allora la storia di un amore diven-ta la storia di unossessione. Nella figura dellosses-sione contenuta la figura dellassedio, del nemicoasserragliato in un luogo progettato per resistere inarmi a unoffensiva. Anche se non pi che per cen-ni, il narratore lascia intravedere quali potrebberoesserne gli esiti estremi: la prigione doppia nellaquale vengono a trovarsi tanto il geloso quanto log-getto di forme damore cos distorto pu diventarelantro di un assassinio.Trucillo poeta e ha una consolidata confidenza

    con le parole. Il suo linguaggio conosce la potenzadellaforisma, stringa verbale in cui lazione narrati-

    va sosta nellintensit della rivelazio-ne: scopri a tue spese che anche unarottura pu essere un legame. Trucil-lo sa che sono le parole a dare consi-stenza alle cose, illuminandole, ciotraendole fuori dal buio, ma sa altret-tanto bene che ogni fascio di luce get-tato dal linguaggio sullindistinto chesi offre allo sguardo, genera una zonadombra tanto pi consistente quan-to pi potente lenergia luminosamessa in campo. Le cose si portanodietro uno strascico di buio potenzial-mente infinito e quella stessa luceche rende percepibile e dunque cono-scibile la passione, ritaglia allinternodellindistinto una corposa porzionedi ignoto.Ilmotivo saffico del fuoco viene qui

    piegato a rappresentare la fenomeno-logia della devastazione dellamorequando, voltate le spalle allamore, cisi arrende alla pulsione incontrollata.Il divampare del fuoco allegorizza co-s lazione zelante, risolutiva e distrut-trice della ragione. Gli incendi scop-piano prima a Samos, alimentati dal-larsura della terra, poi a Napoli tra icumuli dimmondizia che assedianola citt, e il romanzo disseminato ditraccedi fuoco covante. Il fuocodiven-ta pertanto lelemento rivelatore, desi-gnato a dare corpo allabbandono aun impeto, legoismo, che si fa scudodella sincerit e riduce in cenere cisu cui si posa.Se il geloso colui che vuole una

    sola cosa, capire chi veramente lal-tro, questo romanzo traccia il percor-so paradigmatico di un individuoche ha il coraggio di rinunciare allapretesa di dominare e controllare les-sere amato e di accettare una nuovacondizione, quella di chi si ferma sul-la soglia e si pone in ascolto. Due vo-ci femminili, una adulta e una bambi-na, gli raccontano storie dalle quali silascia incantare.

    I confini della gelosianellincendiodi Luigi Trucillo

    di SONIA GENTILI

    In Olimpia, ultimo lavoro diLuigia Sorrentino (Intelinea edizio-ni, pp. 105, 14), la voce poetica sisottrae alla contingenza per risuo-nare con la forza testamentaria del-loracolo classico. Ma non c inquesta voce nessun invasamento,nessun eccesso visionario; al con-trario, la lingua asciugata, quasipurificata in una direzione di sem-plicit e misura. La lingua serve in-fatti, in questo libro, a esprimere ilsegnomisteriosamente doppio sot-to cui si snoda la vita umana: la per-dita di quanto trascorso e il persi-stere, pur in assenza, di ci che stato nella fibra dellIo. Questa per-dita si dispiega nel tempoprima co-me assenza e poi come ritorno diforma: si struttura cos il libro, dal-la prima sezione, quella della nasci-ta dellIo e della dispersione, signifi-cativamente intitolata Lantro, finoa quelle successive della grande ri-velazione del s come radicato invite genitoriali e esistenze prece-

    denti. Nel ricongiungersi al vissuto,lIo scopre la labilit dei suoi confi-ni individuali e ridisegna la propriafisionomia: nelle sezioni successi-ve spiccano titoli iniziatici e pitago-rici (Latrio, Lingresso alla monta-gna, La citt nuova), immagini dinuovi ingressi, porte e elevazioni.Lagnizionedellamorte e il cammi-no di definizione e coscienza che aessa conduce acquisizione di pie-nezza, ridisegnarsi dei confini indi-viduali nellacquisizione di unnuo-vo volto: il volto si profila?/ il voltoche siamo stati istintivo / incarna-to nel rito che si consumaqui / nel-la consolazione siamo venuti.Una intuizione gi annunciata nel-la prima sezione, dove il disegnarsiprogressivo del nostro volto comericongiungimento e ritorno dopola perdita anche funzione vocalee poetica: ora come un tronco lavoce? infilza i nostri cuori?e li accre-sce, in tutto ci che siamo / inmez-zo alle querce e agli ulivi / in tuttoci che siamo stati / nel vento, datralci di rose incarnate / chiama as i suoi figli / si posa sulle fogliedacanto / venendo anoi nel suo ri-torno.La vocepoetica misura e equili-

    brio, tono piano e come liberatodalla tempesta delle passioni pro-prio perch il percorso verso lamorte e il ricongiungimento allal-tro allaltro che eravamo e agli al-tri che ci hanno generato il dise-gnarsi via via pi esatto di una for-ma. Il volto della pienezza e dellamorte anche forma finalmente li-berata dalla lotta con la materiache la imprigionava; , pur nel mi-stero iniziatico dellAtrio, un dise-gno. Per la sua fiducia nella formaesatta che alla fine di noi ci atten-de, e che la poesia ci restituisce co-me voce, questo anche un libroradicalmente ottimista: la radicali-t salvifica del nostro ricomporci informa e voce conoscibile e perfetta lunico tratto smisurato, forse ec-cessivamente pacificato e rassicu-rante, di questo inno allequilibrioformale che la Olimpia di LuigiaSorrentino.

    DE MONTICELLI SU GRILLO

    Speranze comicheche agisconocome risvoltodi paradossi tragici

    LUIGIA SORRENTINO

    Nel nomedi Olimpiaun innoallequilibrio

    Lultimo pamphlet di Roberta De Monticelli,una fenomenologia della banalit in chiavepolitica. Sul versante narrativo, la topografiadi una ossessione in Quello che ti dice il fuoco

    INTERNI GADDIANI, FINO ALLULTIMO GIORNO Nato dalla frequentazione con lautore della Cognizione, cui avrebbe dedicato unatrasmissione televisva, il librino di Ludovica Ripa di Meana, La morte di Gadda penetra neicelebri interni di via Blumensthil, la casa di Monte Mario a Roma dove Gadda stava perlopirintanato e coglie lo scrittore, ormai stanco della vita, al limite estremo delle forze, poifinalmente nel giorno della morte. La prima visita documentata in data 5 febbraio 1973,ma era stata preceduta da altri incontri, lultima del gennaio del 74; in mezzo osservazionicommosse e mano felice nelle descrizioni, che portano il segno della scrittrice: nelconcentrarsi sugli occhi di Gadda li definisce, per esempio, annacquati da lacrime noncadute, e descrive la nobile fronte come non coinvolta nel processo di mortificazione.

  • (8) ALIAS DOMENICA26 MAGGIO 2013

    di CLAUDIO GULLIFIRENZE

    Fino a poco tempo fa, a Firenze po-tevi formarti un gusto cinematografico: an-davi alle retrospettive integrali del Gambri-nus, su Malle o su Noiret, o allAlfieri Ate-lier, coi suoi prezzi popolari pomeridiani.Al posto del primo ora c un Hard RockCaf, il secondo attende da anni la riaper-tura. Il disfacimentodelMaggio, da febbra-io commissariato per gli sperperi, rappre-senta una sconfitta di portata nazionaleed epocale. Abbiamo seguito saltuaria-mente Fabbrica Europa, il festival di teatrointernazionale cheun tempo sprovincializ-zava la scena, portando compagnie dallaSocietas Raffaello Sanzio in gi. Ora cisembra che al di l dimaestri di generazio-ni passate, come Ronconi o Brooks, non sisia andati. Certo, vessilli a cui aggrapparsi,in giro ancora se ne vedono: rispondonoai nomi di Sandro Lombardi, di VirgilioSieni o di Elisa Biagini.Ma questa citt diun altro avviso, ha laria di giocare a di-menticarsi di s. Palazzo Strozzi unbuon esempio di quanto andiamo dicen-do.Un luogo cheha tutti i numeri per esse-re un Pompidou italiano patisce invece ilsovraffollamento di istituzioni tutte di ca-ratura, se prese singolarmente. Nel cortile,il Gabinetto Vieusseux, con la sua bibliote-ca ricchissima penalizzata da orari daper-tura improponibili e unaltra biblioteca,quella dellIstituto Nazionale di Studi sulRinascimento, con altri orari, ha sede nelpalazzoAlla Strozzina, aperta nel 2007 eparte della Fondazione, non mai appro-data una mostra in grado di imporsi allanostra distratta attenzione non unal-tra scommessa perduta, quella di Firenzecon larte contemporanea? Basterebbe co-ordinare sotto ununica egida tutto quelche vive nel palazzo per ottenere qualcosadi culturalmente pi vitale.Almeno lOdeon, lunico barlume di ci-

    nema dessai rimasto in citt, programmaun ciclo di proiezioni in relazione allemo-stre del secondo piano del palazzomiche-lozziano, e qui troviamo La primavera delRinascimento La scultura e le arti a Firenze1400-1460 (fino al 18 agosto, a cura di Bea-trice Paolozzi Strozzi eMarc Bormand, ca-talogoMandragora, pp. 347, 39,00). Mo-stra che andr al Louvre dal 26 settembre,

    e forse per i parigini avr un senso vedereopere normalmente lontane, nonostantela taglia monumentale sconsiglierebbe iltrasporto di molti pezzi. A un fiorentinoche volesse vedere un po di Quattrocen-to, consiglieremmo invece di tornare alCarmine, o allOpera del Duomo per laPorta del Paradiso restaurata.La prima sala ha una struttura troppo

    schematica: due pareti dovrebbero spiega-re lo svolgimento del gotico e del classici-smo trecentesco, e il culmine visivo sonole formelle del concorso del 1401. Cossembra che il nuovo si produca con lasommatoria dei fatti stilistici del passato.Leffetto spettacolare della seconda sala invece garantito dalle opere esposte: sullaparete di fondo spiccano, coi loro quasitre metri di altezza, il San Matteo del Ghi-berti (1419-22), da Orsanmichele, e il SanLudovico di Tolosa di Donatello

    (1422-25), da Santa Croce. Que-stimpassibile scultura si giova oradi un restauro accurato e leggero,ed lepicentro di unamostra chedopotutto presenta ben diciasset-te interventi conservativi si ac-cenner solo di un altro. Funzio-na in sala il contrastomaterico trail bronzo nudo (ma ci sono traccedi doratura e ageminatura) del-levangelista e il luccicare spentodel bestione francescano. Di fron-te a lui troviamo il pisano Busto diSan Rossore (1424-27), e il con-fronto, qui fra due bronzi dorati,riesce amostrarebene quantoner-vosamente naturalista sia stato dagiovane Donatello.Ma i nostri sono anni in cui

    pi lecito innamorarsi di persona-lit di transizione, come il Ghiber-ti. Quellinterpretazione del classi-co tra il filologico e il favolisticoche propone lui nellArca dei San-ti Proto, Giacinto e Nemesio(1425-28), ben disposta accanto aun sarcofago romano, ci attrae dipi della vicinanza fra la donatel-liana Testa di profeta e uno Pseu-do-Seneca (da Napoli, del I secoloa. C.). Lungo tutta lamostra si vor-rebbe raccontare il rapporto della

    scultura del Rinascimento fiorentino conle antichit classiche. Un tema tanto infla-zionato quanto difficile da trattare, se nonsi verifica puntualmente chi conosceva co-sa. Il discorso ha un senso, per esempio,quando si parla di monumenti equestri,genere impensabile senza leccitazioneche tanti provavanodavanti alMarco Aure-lio o leggendo le fonti. La Protome Carafa,unico resto di unmonumento funebre perAlfonso dAragona, forse la sorpresa pigradita della mostra: in libera uscita dalMuseo Archeologico di Napoli, questo bo-lide donatelliano a forma di testa di caval-lo nitrisce gonfiando ogni sua vena. A farlecompagnia venuto (dal museo delluni-versit di Padova) ilModello in gesso dellatesta del Gattamelata.Nelle sale a seguire si faticamolto a tro-

    vare una coerenza, titoli generici Pitturascolpita, La storia in prospettiva, La diffu-sione della bellezza sembrano suggeri-re che si accorpato il materiale senza vo-ler riflettere sui nodi critici che pongono leopere e anche lappeal didattico sfuma.Nella Madonna Trivulzio di Filippo Lippi(1430-32), dallo Sforzesco, le integrazionidel nuovo restauro non si distinguono pidalla superficie pittorica. Lopera di im-portanza capitale, il suo stato di conserva-zione davvero critico, e un intervento delgenere, troppo svelto e insistito, non ci vo-leva. Del tutto superfluo ammucchiareun Paolo Uccello, un Masaccio e gli affre-schi di Andrea del Castagno con leMadon-ne di Nanni di Bartolo eDonatello sempli-cemente per asserire che la scultura haprecorso la pittura nellimpostazione pla-stica della figura umana. Altrettanto dicasidella predella di Orsanmichele con SanGiorgio e il drago che dovrebbe accendereuna sala che non fa altro che accogliereopere dove la trattazioneprospettica par-ticolarmente curata. Siamo contenti di ve-dere il Banchetto di Erode di Donatello(1435) o il San Girolamo nel deserto di De-siderio da Settignano (1461), ma solo per-ch saremmo dovuti andare a Lille o aWashington per vederli, giacch la loropresenza non basta a far quadrare il cer-chio. Sono opere in cui il marmo si incre-spa a dare sensazioni acquatiche, e tuttala chiarezza del geometra sembra dichia-

    rarsi sommersa. Altre imprese donatellia-ne valgono da sole il prezzo del biglietto:la Madonna Pazzi (1420-25, da Berlino),con la sua delicatezza orientale, il TondoChellini (dal Victoria and Albert, 1450 cir-ca) che esporre e illuminare peggio non

    si poteva nonch la robotica Madonnadel Louvre (1445). Sono salti nella cronolo-gia di un artista che ha parlato prima il lin-guaggio degli affetti e poi quello del tor-mento. Una costola di Rinascimento potanche dargli credito, ma edulcorando chipi chi meno una poetica che praticava ladisgregazione come unica fine possibile. Ildialogo fra lui, Nanni di Bartolo, Luca del-la Robbia e Filippo Lippi, in scena nel salo-ne che avvia lamostra al suo epilogo, de-clinato secondo le dinamiche industriali,che spingevano i popolani a addobbare dimadonne ogni cantone di strada o taber-nacolo di casa.Di unaura tuttamarmorea lultima sa-

    la, devoluta alla ritrattistica. VedereMariet-ta Strozzi (Desiderio da Settignano, 1464,da Berlino) accanto a Giovanni di Cosimo(Mino da Fiesole, 1454 circa, dal Bargello)o a Giovanni Chellini (Antonio Rossellino,1456, dal V&A) unesperienza irripetibi-le. Ma basta recarsi ogni giorno al secon-do piano del Bargello, se lo si trova aperto,per avere emozioni comparabili.

    LA SCULTURA E LE ARTI FINO AL 18 AGOSTO, POI DA SETTEMBRE AL LOUVRE

    Donatello e il Quattrocento:restauri e dialoghi,non sempre convincenti

    LA PRIMAVERA DEL RINASCIMENTO A PALAZZO STROZZI

    di ALESSANDRA SARCHI

    La storiografia artistica da Vasari inpoi e la letteratura di viaggio, specie quelladel Grand Tour, hanno abituato nei secoli ilettori a una prosa ricca di dettagli che vannomolto oltre la descrizione scientifica delleopere o le informazioni sui loro autori. Aaneddoti, riflessioni di carattere estetico efilosofico, storie che riguardano il modo incui chi narra ha avuto modo di conoscere itesori darte custoditi in collezioni private emusei costituiscono, da sempre, il sale ditesti che altrimenti rischierebbero di esseremeri elenchi, dove ci si perderebbe o sifinirebbe a sbadigliare anche davanti al pipirotecnico sforzo verbale di restituire uncapolavoro. Daltra parte, i modernicataloghi dei musei quando disponibili eattendibili sotto il profilo filologico e dimolti musei italiani si lamenta lassenza dic