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ECC.MO TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE PER IL LAZIO - ROMA

Ricorso

Nellinteresse del Consiglio Nazionale Forense (C.F. 80409200583), con sede legale in Roma, Via Arenula, 71,CAP 00186, in persona del Presidente e legale rappresentante pro tempore, Prof. Avv. Guido Alpa, rappresentata e difesa, in virt della procura apposta a margine del presente atto e della deliberazione del [] n. [] del Consiglio (che si deposita agli atti del giudizio), dagli Avv.ti Proff. Angelo Clarizia (C.F. CLRNGL48P06H703Z), Vincenzo Cerulli Irelli (C.F. CRLVCN47C28H501X), Giuseppe Colavitti (C.F. CLVGPP70L27B354I), Guido Greco (C.F. GRCGDU46S18 C351B), Roberto Mastroianni (C.F. MSTRRT64M03D086J), Giuseppe Morbidelli (C.F. MRBGPP44S16A390N) e Federico Tedeschini (C.F. TDSFRC48A24H501P), e presso il primo elettivamente domiciliato in Roma, alla Via Principessa Clotilde, n.2, ove chiede riceversi ogni eventuale notifica e/o comunicazione, anche a mezzo telefax al numero 06/32609846, oppure al seguente indirizzo di posta elettronica certificata: [email protected];

contro

il Ministero della Giustizia, in persona del Ministro e legale rappresentante pro tempore;

per lannullamento, previa, se del caso, sottoposizione alla Corte Costituzionale della questione di legittimit costituzionale dellart. 9 del d.l. n. 1/2012

del Decreto del Ministero della Giustizia del 20 luglio 2012, n. 140, pubblicato in Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 195 del 22 agosto 2012, Regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione da parte di un organo giurisdizionale dei compensi per le professioni regolamentate vigilate dal Ministero della Giustizia, ai sensi dellart. 9 del decreto legge 24 gennaio 2012, n. 1, nella parte in cui disciplina i parametri per la liquidazione giurisdizionale dei compensi degli avvocati;

di ogni altro provvedimento presupposto, connesso e/o consequenziale ancorch non conosciuto dalla ricorrente, ove lesivo, con riserva di motivi aggiunti.

FATTO

Con larticolo 9 del decreto legge n. 1 del 24 gennaio 2012, Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitivit, parzialmente emendato dalla legge di conversione n. 27 del 24 marzo 2012 il governo ha abrogato le tariffe delle professioni regolamentate nel sistema ordinistico (comma 1) e tutte le disposizioni vigenti che, per la determinazione del compenso del professionista, rinvia[va]no alle tariffe.

Labrogazione delle tariffe professionali, annunciata come la maggiore innovazione introdotta dalla disposizione in esame, ha una mera valenza simbolica, in quanto, come riconosciuto dal Governo nella relazione illustrativa, lo scardinamento del sistema tariffario era gi stato realizzato con labolizione dellobbligatoriet dei minimi tariffari introdotta oltre cinque anni fa con il d.l. c.d. Bersani del 4 luglio 2006, n. 223, convertito in l. 4 agosto 2006, n. 248.

La predetta disposizione ha determinato esclusivamente labolizione anche dei vincoli massimi determinando, dunque, soltanto conseguenze negative sui consumatori e sui privati dal momento che il professionista potr pattuire qualunque compenso con il cliente.

Il quarto comma della predetta disposizione introduce lobbligo di pattuizione per iscritto del compenso al momento del conferimento dellincarico professionale, stabilendo che il professionista tenuto ad illustrare al cliente il grado di complessit dell'incarico, le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento fino alla conclusione dell'incarico, nonch i dati della polizza assicurativa per i danni provocati nell'esercizio dell'attivit professionale.

La legge di conversione ha inoltre introdotto al medesimo comma lobbligo di rendere nota al cliente la misura del compenso con un preventivo di massima, che deve essere adeguata all'importanza dell'opera, indicando per le singole prestazioni tutte le voci di costo, comprensive di spese, oneri e contributi.

Il secondo comma dellart. 9, in evidente contraddizione con quanto stabilito dal primo comma, reintroduce la predeterminazione di griglie liquidatorie stabilendo che, nel caso di liquidazione da parte di un organo giurisdizionale, il compenso del professionista determinato con riferimento a parametri stabiliti con decreto del Ministro vigilante. In tale prospettiva, il legislatore dellemergenza reintroduce le tariffe abrogate, eliminando lintervento necessario del Consiglio Nazionale Forense dal procedimento di determinazione delle tariffe.

Tale mortificazione dellautonomia del Consiglio Nazionale Forense risulta incompatibile sia con lart. 33, comma 5, Cost. (come si vedr in seguito), sia con il principio di sussidiariet orizzontale enunciato allart. 118, comma 4, della Costituzione, essendo tale organo per la propria composizione in grado di determinare efficacemente ed autonomamente le regole di dettaglio della riforma delle professioni.

Il prefato art. 9, oltre ad essere irragionevole ed inconferente rispetto alle finalit di liberalizzazione e dincentivazione delleconomia oggetto del decreto legge, non ha tenuto in alcuna considerazione la specificit/peculiarit della professione forense rispetto alle altre professioni liberali, riconosciuta sia a livello europeo che nazionale, come si vedr in dettaglio pi avanti.

La giurisprudenza sovranazionale, infatti, ha ritenuto che in virt dellesigenza imperativa della buona amministrazione della giustizia giustificato un trattamento diverso degli avvocati rispetto ad altri professionisti (Corte Giust. U.E., 12.07.1984, causa 107/83, Klopp, Racc. 1611).

In particolare la Corte di Giustizia, ha considerato compatibile con il Trattato limposizione di specifici requisiti al prestatore in forza di norme sullesercizio della professione, in tema di organizzazione, qualificazione, deontologia, controllo e responsabilit (Corte Giust. U.E., 3.12.1974, causa 33/74, Van Binsbergen, Racc. 1299; 27.06.2006, causa C-305/05, Ordre des barreaux francophones et germanophones, Racc. 5305; 3.02.2011, causa C-359/09, Ebert).

In tale prospettiva, con riferimento alla specifica situazione italiana e, in particolare, alle tariffe professionali, i Giudici di Lussemburgo hanno affermato che la fissazione di onorari (anche minimi) consente di evitare che gli avvocati svolgano - in un contesto come quello del mercato italiano, caratterizzato dalla presenza di un numero estremamente elevato di avvocati una concorrenza che si traduca nellofferta di prestazioni al ribasso, con il rischio conseguente di un peggioramento della qualit dei servizi forniti (Corte Giust. U.E., 5.12.2006, Cause riunite C-94/04 e C-202/04, Cipolla, Racc. 11421), considerando, dunque, legittima la normativa la previgente normativa italiana sugli onorari (Corte Giust. U.E., 29.03.2011, causa C-565/08, Repubblica Italiana;19 febbraio 2002, causa C-35/99, Arduino).

Del resto tali considerazioni sono state ribadite anche dal legislatore europeo.

In tema di tariffe professionali obbligatorie, il Parlamento, anche alla luce della giurisprudenza comunitaria, si dichiarato favorevole ad una conciliazione della concorrenza con un certo livello di regolamentazione, da modularsi in riferimento alle specificit delle diverse professioni: pi precisamente, ha ritenuto gli Stati membri autorizzati a stabilire tariffe obbligatorie, purch queste siano poste a tutela dellinteresse generale e non di quello della professione (Risoluzione sulle tabelle degli onorari e le tariffe obbligatorie per talune libere professioni, in particolare per gli avvocati, e sulla particolarit del ruolo e della posizione delle libere professioni nella societ moderna del 5 aprile 2001).

Recentemente con la Risoluzione del Parlamento europeo sulle professioni legali e l'interesse generale nel funzionamento dei sistemi giuridici del 23 marzo 2006, sulla base del presupposto che la concorrenza dei prezzi non regolamentata tra i professionisti legali conduce a una riduzione della qualit del servizio prestato, a detrimento dei consumatori, ha invitato la Commissione a non applicare le norme sulla concorrenza dell'Unione europea in materie che, nel quadro costituzionale dell'UE, sono lasciate alla competenza degli Stati membri, quali l'accesso alla giustizia, che include questioni quali le tabelle degli onorari che i tribunali applicano per pagare gli onorari agli avvocati, ritenendo che le tabelle degli onorari o altre tariffe obbligatorie per avvocati e professionisti legali, anche per prestazioni stragiudiziali, non violino gli articoli 10 e 81 del trattato, purch la loro adozione sia giustificata dal perseguimento di un legittimo interesse pubblico e gli Stati membri controllino attivamente l'intervento di operatori privati nel processo decisionale.

In tale prospettiva evidente che lordinamento sovranazionale non considera con disvalore la fissazione di onorari. Anzi, in base alle predette considerazioni la determinazione degli onorari degli avvocati considerato uno strumento utile per evitare la riduzione della qualit dei servizi legali prestati a detrimento dei consumatori.

Le specificit e le peculiarit della professione riconosciuta anche dal testo fondamentale che disciplina lordinamento forense, il Regio Decreto Legge 27 novembre 1933, n. 1578, convertito in legge 22 gennaio 1934, n. 36.

In particolare, lart. 57 del regio decreto legge, in virt della particolarit della professione forense, prevede che i criteri per la determinazione degli onorari e delle indennit dovuti agli avvocati e ai procuratori siano stabiliti ogni biennio con deliberazione del Consiglio Nazionale Forense, organo rappresentativo della categoria degli avvocati, e successivamente approvati dal Ministero della Giustizia, previa consultazione obbligatoria del Consiglio di Stato.

La particolarit della professione forense rispetto alle altre professioni rispetto alle altre professioni liberali trova del resto conferma anche nel fatto che allesame del Parlamento uniniziativa di riforma in fase molto avanzata giacch approvata alla Camera dei Deputati il 31.10.2012 ed attualmente allesame del Senato contenuta nel p.d.l. C-3900, a firma del Sen. Giuliano e altri, recante Nuova disciplina dellordinamento della professione forense, dichiaratamente conforme ai principi europei di liberalizzazione e semplificazione di una professione regolamentata.

Detta riforma evidenzia anzitutto la particolarit dell'ordinamento forense rispetto alle altre professioni regolamentate, sottolineando la "specificit della funzione difensiva" e la "primaria rilevanza giuridica e sociale dei diritti alla cui tutela essa preposta" (art. 1, comma 2, lett. a) e prescrivendo "l'obbligo della correttezza dei comportamenti e la cura della qualit ed efficacia della prestazione professionale" (art. 1, comma 2). Quanto al compenso professionale, ne stabilisce la determinazione mediante accordo pattuito per iscritto con il cliente allatto del conferimento dellincarico e pone a carico del difensore lobbligo di rendere noto il livello della complessit dell'incarico, fornendo tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento alla conclusione dellincarico, e prevedendo che, quando allatto dellincarico o successivamente il compenso non sia stato determinato in forma scritta, in ogni caso di mancata determinazione consensuale, in caso di liquidazione giudiziale dei compensi, e nei casi in cui la prestazione professionale resa nellinteresse dei terzi o per prestazioni officiose previste dalla legge, si applicano i parametri indicati ogni due anni con decreto del Ministero della Giustizia su proposta del CNF di cui allart. 1, comma 3 (art. 13, comma 6).

La modifica introdotta con il prefato articolo 9 risulta, dunque, illogica, irragionevole e priva di giustificazione poich da un lato, non sussistano ragioni perch tale riforma sia stata prevista dal legislatore dellemergenza, in assenza della necessaria sistematicit ed organicit che dovrebbe caratterizzare una modifica cos radicale, mentre, dallaltro, stata violata, in assenza di alcuna ragione giustificatrice, lautonomia della professione forense.

Le gravi criticit finora sollevate caratterizzano anche il decreto ministeriale adottato in attuazione dellart. 9 del d.l. n. 1/2012, che invalido sia per illegittimit derivata dallincostituzionalit della norma di riferimento, sia in via diretta per vizi propri.

Con il D.P.R. del 20 luglio 2012, n. 140, pubblicato sulla G.U.R.I. in data 22 agosto 2012, il governo ha dettato, infatti, i parametri relativi alla liquidazione giurisdizionale del compenso del professionista.

Tuttavia, la disciplina regolamentare adottata disancorata dalle disposizioni di legge di cui dovrebbe rappresentare la diretta attuazione, mortificando lautonomia costituzionale riconosciuta agli ordini professionali ed introducendo disposizioni ultra vires rispetto a quanto previsto dal prefato art. 9.

La disciplina normativa introdotta dallarticolo 9, commi 1 e 2 del decreto legge n. 1 del 2012 convertito in legge, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, L. 24 marzo 2012, n. 27 e le disposizioni contenute nel decreto del Ministro della Giustizia del 20 luglio 2012, n. 140 appaiono, la prima, manifestamente incostituzionale e, la seconda, palesemente illegittima sotto diversi profili in quanto lesiva degli interessi del Consiglio Nazionale Forense che rappresenta tutti gli avvocati italiani, e dunque per legge e per statuto ne difende la professione e con essa il decoro, la dignit, la funzione istituzionale e costituzionale. Pertanto il prefato decreto impugnato per i seguenti motivi di

DIRITTO

***

I. Illegittimit derivata dallillegittimit costituzionale dellart. 9 del d.l. n. 1/2012 Violazione dellart. 77, comma 2, della Costituzione

Preliminarmente allanalisi dei vizi interni di legittimit del decreto impugnato, appare opportuno rilevare che lart. 9, comma 2, del d.l. n. 1/2012, in base al quale stato adottato limpugnato Decreto del Ministero della Giustizia, palesemente incostituzionale e la sua applicazione risulta, dunque, gravemente illegittima e ingiusta.

Segnatamente, la predetta disposizione incostituzionale in quanto adottata in assenza dei presupposti di straordinaria necessit e urgenza prescritti dallart. 77, comma secondo, della Costituzione della Repubblica italiana per derogare alla regola generale secondo cui il potere normativo spetta in via generale al Parlamento.

La Corte Costituzionale, infatti, fin dalla pronuncia n. 29/1995, ha ammesso la possibilit di scrutinare il vizio dei presupposti costituzionali del decreto legge anche dopo la conversione in legge (n. 29/1995; n. 330/1996; n. 398/1998, cons. dir. n. 3; n. 341/2003; n. 6,178,196, 285 e 299 del 2004; n. 2, 62, 272 del 2005), ritenendo che la mancanza dei requisiti della necessit ed urgenza concreta una vera e propria carenza di potere.

In particolare, con la pronuncia del 23 maggio 2007, n. 171, la Corte ha annullato la disposizione di un decreto legge, in quanto lutilizzazione del decreto legge e lassunzione di responsabilit che ne consegue per il governo secondo lart. 77 della Costituzione non pu essere sostenuta dallapodittica enunciazione dellesistenza delle ragioni di necessit e di urgenza. Le attribuzioni di poteri normativi al Governo hanno carattere derogatorio rispetto allessenziale attribuzione al Parlamento della funzione di porre norme primarie nellambito delle competenze dello Stato centrale(cons. dir. parr. 6 e 3).

Alla luce di tale pronuncia appare, pertanto, evidente che il decreto legge n. 1 del 2012, ed in particolare lart. 9 del predetto decreto, viola lart. 77 della Costituzione per la chiara e manifesta mancanza dei presupposti della necessit ed urgenza.

Lindicazione nel preambolo del richiamato decreto (Ritenuta la straordinariet ed urgenza di emanare disposizioni per favorire la crescita economica e la competitivit del Paese, al fine di allinearla a quella dei maggiori partner europei ed internazionali, anche attraverso l'introduzione di misure volte alla modernizzazione ed allo sviluppo delle infrastrutture nazionali, all'implementazione della concorrenza dei mercati, nonch alla facilitazione dell'accesso dei giovani nel mondo dell'impresa) si riduce ad una mera clausola di stile, priva di alcuna efficacia legittimante la disciplina imposta dalla prefata disposizione, in relazione alla liquidazione giudiziale dei compensi del professionista.

La Corte costituzionale afferma costantemente che il sindacato sulla legittimit dell'adozione, da parte del Governo, di un decreto-legge deve limitarsi alla evidente mancanza dei presupposti di straordinaria necessit e urgenza richiesti dal secondo comma dell'art. 77 Cost., rimanendo invece la valutazione del merito delle situazioni di urgenza nell'ambito della responsabilit politica del Governo nei confronti delle Camere, chiamate a decidere sulla conversione in legge del decreto (ex plurimis, tra le pi recenti, sentenze n. 83 del 2010, n. 128 del 2008, n. 171 del 2007, n. 285 del 2004). Non dato comprendere, sotto il profilo della razionalit e ragionevolezza delle scelte politiche, per quale motivo sia stata assoggettata a decretazione durgenza una materia che come esposto in narrativa da anni totalmente liberalizzata e quindi, per definizione, non prevede alcuna limitazione allaccesso dei giovani al mondo dellimpresa (si pensi alla abolizione dei minimi tariffari introdotta dal d.l. 226/2006; quella s con comprensibile decretazione durgenza).

Inoltre, evidente che la disposizione de qua non concerne in alcun modo la crescita economica e la competitivit del paese, dal momento che si limita da un lato ad abolire le previgenti tariffe professionali che, com stato gi ribadito, in seguito al decreto Bersani non erano pi vincolanti sostituendole con parametri elaborati sempre dal medesimo Ministero della Giustizia, e, dallaltro, a stabilire la rilevanza primaria dellaccordo tra libero professionista e cliente, gi prevista allart. 2233 del Codice Civile.

Lunica differenza, dal punto di vista normativo, risiede nella mancata partecipazione al procedimento di adozione dei parametri del Consiglio nazionale forense che in base alla previgente disciplina, deliberava i criteri per la determinazione degli onorari e delle indennit dovute agli avvocati e ai procuratori in materia giudiziale e stragiudiziale, successivamente approvati dal Ministero della Giustizia (si cfr. il combinato disposto dellart. 1, della legge 7 novembre 1957, n. 1051 e dellart. 1 della legge 3 agosto 1949, n. 536).

Ictu oculi, dunque, la prefata disposizione non presenta alcuna esigenza particolare di straordinaria necessit ed urgenza n volta a favorire n la crescita economica n la competitivit del paese.

Ma vi di pi. La norma de qua rappresenta anche una c.d. norma intrusa, in quanto introduce una nuova disciplina in materia di liquidazione dei compensi professionali in un decreto legge relativo a misure volte alla modernizzazione ed allo sviluppo delle infrastrutture nazionali, all'implementazione della concorrenza dei mercati, nonch alla facilitazione dell'accesso dei giovani nel mondo dell'impresa.

I nuovi parametri, invero, non concernono n le infrastrutture nazionali, n la concorrenza dei mercati, n la facilitazione dellaccesso dei giovani nel mondo dellimpresa, ma si limitano a prevedere che il potere di regolamentazione degli onorari degli avvocati sia esercitato dal Ministero esautorando il ruolo dei Consigli nazionali delle diverse libere professioni.

Del resto lestraneit della norma censurata rispetto alla materia disciplinata nel testo in cui inserita, risulta evidente dalla mancanza di ogni motivazione in merito alle ragioni di necessit ed urgenza poste alla sua base, sia nel preambolo del decreto legge, sia nella relazione governativa al c.d. decreto liberalizzazioni.

In merito alla disposizione de qua, infatti, nella relazione illustrativa governativa non possibile desumere alcuna indicazione in merito alle ragioni di necessit ed urgenza poste a fondamento dellart. 9, comma 2, n esplicitamente (nella descrizione relativa alla specifica disposizione), n implicitamente (nella lunga introduzione della relazione governativa),

Le uniche considerazioni che riguardano i servizi professionali e nella specie la professione forense chiariscono, infatti, che, a partire dal 2006, e in particolare dallabolizione delle tariffe minime, vi stata una flessione degli aumenti degli onorari.

In realt, le uniche criticit sollevate nella medesima relazione che, seppur latamente, possono riguardare gli avvocati concernono la lentezza della giustizia civile, considerata un ostacolo al funzionamento dei mercati ed indice negativo per liniziativa economica privata.

Tuttavia, evidente, la norma de qua non interviene sulla velocizzazione o la semplificazione della giustizia civile, ma unicamente sugli onorari dei professionisti che, tra laltro, erano gi stati liberalizzati con il d.l. n. 223/2006. N del resto le misure introdotte con i commi primo e secondo dellart. 9 rientrano nella complessiva e generalizzata opera di revisione del quadro normativo e regolamentare che, ai diversi livelli di governo e di competenza e senza distinzione tra categorie, interessi e settori economici, elimini le molte e ingiustificate situazioni di barriere allaccesso e le rendite di posizione ancora esistenti.

In tale prospettiva la disposizione de qua incostituzionale, anche, perch estranea ed eterogenea rispetto alloggetto e alle finalit del decreto legge, in quanto si tratta di una norma che disciplina il potere di adottare i parametri di riferimento per le liquidazioni giudiziali dei compensi degli avvocati e non concerne la liberalizzazione della professione forense.

La Corte Costituzionale, con la recente pronuncia n.22 del 2012, ha individuato, tra gli indici alla stregua dei quali verificare se risulti evidente o meno la carenza del requisito della straordinariet del caso di necessit e durgenza di provvedere la evidente estraneit della norma censurata rispetto alla materia disciplinata da altre disposizioni del decreto legge in cui inserita (sentenza n. 171 del 2007; in conformit sentenza n. 128 del 2008). La giurisprudenza sopra richiamata collega il riconoscimento dell'esistenza dei presupposti fattuali, di cui all'art. 77, secondo comma, Cost., ad una intrinseca coerenza delle norme contenute in un decreto-legge, o dal punto di vista oggettivo e materiale, o dal punto di vista funzionale e finalistico. La urgente necessit del provvedere pu riguardare una pluralit di norme accomunate dalla natura unitaria delle fattispecie disciplinate, ovvero anche dall'intento di fronteggiare situazioni straordinarie complesse e variegate, che richiedono interventi oggettivamente eterogenei, afferenti quindi a materie diverse, ma indirizzati all'unico scopo di approntare rimedi urgenti a situazioni straordinarie venutesi a determinare.

Da quanto detto si trae la conclusione che la semplice immissione di una disposizione nel corpo di un decreto-legge oggettivamente o teleologicamente unitario non vale a trasmettere, per ci solo, alla stessa il carattere di urgenza proprio delle altre disposizioni, legate tra loro dalla comunanza di oggetto o di finalit. Ai sensi del secondo comma dell'art. 77 Cost., i presupposti per l'esercizio senza delega della potest legislativa da parte del Governo riguardano il decreto-legge nella sua interezza, inteso come insieme di disposizioni omogenee per la materia o per lo scopo.

L'inserimento di norme eterogenee all'oggetto o alla finalit del decreto spezza il legame logico-giuridico tra la valutazione fatta dal Governo dell'urgenza del provvedere ed i provvedimenti provvisori con forza di legge, di cui alla norma costituzionale citata. Il presupposto del caso straordinario di necessit e urgenza inerisce sempre e soltanto al provvedimento inteso come un tutto unitario, atto normativo fornito di intrinseca coerenza, anche se articolato e differenziato al suo interno. La scomposizione atomistica della condizione di validit prescritta dalla Costituzione si pone in contrasto con il necessario legame tra il provvedimento legislativo urgente ed il caso che lo ha reso necessario, trasformando il decreto-legge in una congerie di norme assemblate soltanto da mera casualit temporale.

L'art. 15, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400 (Disciplina dell'attivit di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri) - l dove prescrive che il contenuto del decreto-legge deve essere specifico, omogeneo e corrispondente al titolo - pur non avendo, in s e per s, rango costituzionale, e non potendo quindi assurgere a parametro di legittimit in un giudizio davanti a questa Corte, costituisce esplicitazione della ratio implicita nel secondo comma dell'art. 77 Cost., il quale impone il collegamento dell'intero decreto-legge al caso straordinario di necessit e urgenza, che ha indotto il Governo ad avvalersi dell'eccezionale potere di esercitare la funzione legislativa senza previa delegazione da parte del Parlamento (Corte Cost., 16.02.2012, n. 22).

Alla luce dei richiamati principi risulta, dunque, in contrasto con lart. 77 della Costituzione la commistione e la sovrapposizione, nel decreto legge, di oggetti e finalit eterogenei in ragione di presupposti diversi. Le disposizioni estranee alla ratio unitaria del decreto che presentano profili autonomi di necessit ed urgenza dovrebbero essere, dunque, contenuti in atti normativi urgenti del potere esecutivo distinti e separati, al fine di preservare la necessaria omogeneit e coerenza del decreto legge.

In tale prospettiva, nessun dubbio residua in merito allillegittimit dellart. 9, commi 1 e 2, del d.l. n. 1/2012, laddove si prevedono la abrogazione della tariffa professionale degli avvocati e lattribuzione al Ministero della Giustizia della potest regolamentare in materia di determinazione dei parametri relativi alla liquidazione giudiziale dei compensi degli avvocati, in quanto non corrispondono n alloggetto n alle finalit del decreto legge di liberalizzazione dei mercati ed incentivazione della crescita delleconomia italiana.

Ma vi di pi. Anche in base alla ricostruzione del Governo, la predetta misura non sarebbe in grado di avere effetti positivi se non nel lungo periodo, ossia nellarco di ventanni, attraverso un intervento a largo spettro sui settori interessati (cos recita la relazione illustrativa governativa).

In tale prospettiva evidente che difettano i presupposti della necessit e dellurgenza, trattandosi di disposizioni volte a porre rimedio a mali antichi del nostro sistema economico a medio-lungo termine (cos si legge nellintroduzione della relazione illustrativa governativa del decreto legge).

Del resto lassoluta insussistenza dei predetti presupposti si desume anche da due ulteriori considerazioni.

Innanzitutto, lo stesso art. 9 prevede che la nuova disciplina sar efficace soltanto dalla data di entrata in vigore dei decreti ministeriali di cui al comma 2 o, comunque, dopo il centoventesimo giorno dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto.

Tale ritardo nellentrata in vigore della novella - oltre a costituire una violazione dellart. 15 della legge n. 400 del 1988 - in base alla quale i decreti legge devono contenere norme dimmediata applicazione, conferma ancora una volta lassenza di alcuna ipotesi straordinaria di necessit o urgenza alla quale porre rimedio nellimmediatezza.

In secondo luogo, presso le Camere sono in corso di trattazione molteplici progetti di legge dellordinamento della professione forense, tra i quali il testo A.C.3900-A gi approvato dalla Camera e in corso di trattazione innanzi al Senato (testo che prevede, oltre ad una disciplina organica della professione, la introduzione di parametri applicabili in caso di liquidazione giudiziale dei compensi adottati dal Ministero della Giustizia, previo parere del Consiglio Nazionale Forense e delle Commissioni parlamentari competenti).

In conclusione, nessun dubbio residua in merito alla circostanza che la previsione dellabolizione delle tariffe professionali e lattribuzione al Ministero della Giustizia della potest regolamentare in materia di determinazione dei parametri relativi alla liquidazione giudiziale dei compensi professionali, previste ai commi primo e secondo dellart. 9 del d.l. n. 1 del 2012, sono costituzionalmente illegittime in quanto adottate in chiara e manifesta mancanza dei presupposti di necessit ed urgenza prescritti dallart. 77 della Costituzione della Repubblica italiana.

N del resto la circostanza che il Parlamento abbia convertito il decreto legge pu sanare la predetta illegittimit costituzionale. Secondo gli insegnamenti della Corte, infatti, la legge di conversione non ha efficacia sanante, poich il difetto dei presupposti della straordinaria necessit ed urgenza configurano un vizio formale del procedimento normativo, nella forma della carenza di potere, trasmissibile alla legge di conversione.

Nella pronuncia n. 171 del 2007, infatti, la Consulta ha escluso lefficacia sanante della conversione, in quanto ammettere che la legge di conversione sani in ogni caso i vizi dei presupposti del decreto legge comporterebbe uno stravolgimento del sistema costituzionale delle fonti e di produzione normativa attribuendo al legislatore ordinario il potere di alterare il riparto costituzionale delle competenze del Parlamento e del Governo quanto alladozione delle fonti primarie.

A nulla varrebbe eccepire lintroduzione delle modifiche al testo dellart. 9 del d.l. n. 1/2012 in sede di conversione. La Corte costituzionale, infatti, con la recente sentenza n. 355 del 2010, si riservata lo scrutinio in merito alla sussistenza dei presupposti di necessit e urgenza anche sugli emendamenti aggiunti in sede di conversione dal Parlamento purch omogenei rispetto al contenuto del decreto legge. In tale prospettiva, dunque, pretestuose e prive di fondamento sono le eccezioni in merito alle irrilevanti modifiche introdotte in sede di conversione.

Per tali motivi, si chiede, dunque, a codesto Ecc.mo T.a.r., ritenuta la rilevanza e non manifesta infondatezza della questione di costituzionalit dellart. 9 del d.l. n. 1/2012 per violazione del riparto costituzionale della competenza normativa, e segnatamente per lassenza dei presupposti prescritti dallart. 72 Cost. per lesercizio della decretazione durgenza, di sospendere il presente giudizio e rimettere gli atti alla Corte costituzionale.

***

II. Illegittimit derivata per ulteriori profili di illegittimit costituzionale dellart. 9, comma 2, del d.l. n. 1/2012 Violazione del principio di legalit ex art. 97 Costituzione Violazione dellart. 17 della l. 400 del 1988

Il Decreto del Ministero della Giustizia n. 140/2012 illegittimo in via derivata per illegittimit costituzionale dellart. 9 del d.l. n. 1 del 2012 che, nellattribuire al Ministero della Giustizia il potere di determinare i parametri per la liquidazione giudiziale del compenso del professionista, ha omesso di stabilire i limiti, i parametri o quanto meno i principi ai quali la potest regolamentare avrebbe dovuto conformarsi.

Lesercizio della potest regolamentare, infatti, deve essere preceduto dallindicazione legislativa dei criteri e dei limiti per il suo esercizio.

Tuttavia, nel decreto de quo mancano i parametri normativi di riferimento, segnatamente nellart. 9 del decreto legge n. 1 del 2012.

La normativa di rango primario si limitata ad attribuire al Ministero della Giustizia la potest di determinare i parametri per la liquidazione giudiziale dei compensi degli avvocati senza illustrare neppure sommariamente o genericamente i criteri ed i limiti che avrebbero dovuto guidare lesercizio di tale potest.

Secondo la consolidata giurisprudenza amministrativa nellipotesi di regolamenti di esecuzione o di attuazione, dove una previgente disciplina legislativa non pu non esservi, occorre osservare che senza dubbio lordinata attuazione del sistema delle fonti auspica che tale esercizio venga espressamente previsto da legge, nonch attraverso lindicazione di criteri e limiti (Cons. St., IV, 28 febbraio 2012 n. 120).

Lindicazione a livello primario dei criteri e dei limiti dellesercizio regolamentare , dunque, necessaria al fine di conformare lazione amministrativa e di consentire il sindacato giurisdizionale.

Altrimenti quando come nel caso di specie non possibile desumere i suddetti criteri e limiti allesercizio della potest regolamentare dalle norme primarie, risulta impedito il sindacato giurisdizionale sullatto amministrativo.

Ne consegue, dunque, anche sotto tale profilo, lillegittimit costituzionale dellart. 9, commi 1 e 2, del decreto legge n. 1 del 2012 nella parte in cui ha omesso di individuare in modo puntuali i criteri, i principi ed i limiti che vincolano lesercizio della potest attribuita al Ministero della Giustizia di determinazione dei parametri per la liquidazione giudiziale dei compensi degli avvocati.

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III. Illegittimit derivata per ulteriori profili di illegittimit costituzionale dellart. 9 del d.l. n. 1/2012 Violazione del principio di sussidiariet; Violazione degli artt. 33, comma 5, e 118, comma 4, della Costituzione

Lart. 9, commi 1 e 2, del d.l. n. 1/2012 ed il d.m. n. 140/2012 in quanto attuativo della predetta disposizione, appaiono altres illegittimi per violazione del principio di sussidiariet costituzionalmente imposto e garantito dallart. 118, comma 4 laddove, con riferimento alla professione forense, vanificano le prerogative e lautonomia dei Consigli degli Ordini professionali e del Consiglio Nazionale Forense attribuendo al Ministero della Giustizia il potere dimporre unilateralmente i parametri per la remunerazione dellattivit professionale.

Gli ordini professionali e, in particolare, gli ordini degli avvocati sono enti autonomi a carattere associativo, com stato espressamente riconosciuto, in relazione agli ordini degli avvocati, sia dalla giurisprudenza ordinaria (Cass. SS.UU., 26 maggio 2004, n. 10137) che amministrativa (T.a.r. Lazio, Roma, Sez. I, 19 novembre 2004, n. 13554).

Il Consiglio Nazionale Forense, tutela un interesse pubblicistico e svolge altres un ruolo di rappresentanza [] delle diverse articolazioni associative (Corte Cost., 27 maggio 1996, n. 171).

Alla luce del riconoscimento della natura di ente associativo autonomo dei Consigli dei rispettivi ordini, nonch dellattribuzione ad essi di funzioni pubblicistiche, lunilaterale imposizione da parte del Ministero, stabilita allart. 9, commi 1 e 2, dei parametri di remunerazione, senza che sia stata garantita ladeguata partecipazione degli enti rappresentativi della categoria professionale appare in contrasto con il principio di c.d. sussidiariet orizzontale e con lart. 97 Cost., posto a presidio del principio del giusto procedimento. evidente, infatti che i Consigli degli Ordini ed i Collegi professionali, per la loro natura e composizione, avrebbero dovuto essere posti in condizione di partecipare adeguatamente alla fissazione delle regole per la determinazione giudiziale delle rispettive attivit professionali.

Partecipazione che, del resto, era espressamente garantita nella normativa previgente, in base alla quale i criteri per la determinazione degli onorari e delle indennit dovute agli avvocati [erano] stabiliti ogni biennio con deliberazione del Consiglio nazionale forense successivamente oggetto di approvazione da parte del Ministero della Giustizia (art. 1 della legge del 3 agosto 1949 n. 536; art. 57 del Regio decreto legge del 27 novembre 1933, n. 1578).

La potest normativa statale trova, dunque, un indubbio limite nel rispetto del principio di sussidiariet orizzontale, ed anche nel principio di buon andamento, che presuppone la congruit e lefficacia dellazione amministrativa merc la partecipazione di ogni centro istituzionalerappresnetativo di interessi qualificato ad interloquire in seno alla procedura.

N pu escludersi lapplicazione dellart. 118, comma 4, della Costituzione per la mera circostanza che in questo caso si tratta di enti pubblici e non di associazioni private.

Sempre la richiamata pronuncia n. 171 del 1996 della Corte Costituzionale accomuna gli uni e le altre nel quadro del pieno riconoscimento della libert di associazione [], che oggetto di salvaguardia costituzionale: sicch davvero non sussistono ragioni per escludere gli ordini professionali (enti autonomi associativi) dalla garanzia del principio di sussidiariet orizzontale.

Principio che risulta nella specie violato per mancanza della bench minima necessariet, proporzionalit e ragionevolezza dellintervento governativo.

La natura autonoma e rappresentativa degli ordini professionali comporta che tali enti sono gli unici in grado di assicurare una conoscenza delle problematiche e delle esigenze connesse alla determinazione dei compensi professionali idonea ad assicurare la migliore ponderazione degli interessi da regolare con atto normativo da emanarsi a cura del Ministero.

In tale prospettiva, dunque, limposizione unilaterale da parte del Ministero dei parametri di retribuzione degli avvocati, in assenza della necessaria partecipazione degli Ordini professionali e del Consiglio Nazionale Forense nel procedimento di determinazione degli stessi, risulta irragionevole oltre che lesivo del principio di sussidiariet orizzontale e del principio di buon andamento.

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IV. Illegittimit derivata per ulteriori profili di illegittimit costituzionale dellart. 9 del d.l. n. 1/2012 Violazione del principio di irretroattivit; Violazione degli artt. 3 e 24 ;

Lart. 41 del Decreto Ministeriale contiene una espressa norma di diritto intertemporale, in base alla quale le disposizioni di cui al presente decreto si applicano alle liquidazioni successive alla sua entrata in vigore, ossia il giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, id est: il 23 agosto 2012.

La relazione ministeriale nulla aggiunge in merito alla corretta interpretazione della disposizione.

Tuttavia, alla luce del chiaro disposto normativo, appare evidente che il regolamento, ai fini dellapplicabilit ai giudizi pendenti, indica quale parametro di riferimento non il momento in cui stata effettivamente posto in essere ciascun atto da parte del professionista, ovvero la data in cui lattivit difensiva terminata, ma il momento in cui il giudice deve provvedere a liquidare il compenso per la prestazione di assistenza giudiziale svolta.

Ci determina lapplicazione retroattiva della disciplina introdotta con il D.M. n. 140/2012 ai giudizi instaurati ed alle attivit svolte nel vigore delle precedenti tariffe professionali, essendo irrilevante il referente temporale dellattivit compiuta. Ai sensi del Regolamento, infatti, rileva esclusivamente la data della quantificazione giudiziale del compenso spettante al professionista.

Leffetto retroattivo dellabrogazione delle tariffe professionali e dellapplicazione del nuovo regime in materia di liquidazione giudiziale dei compensi degli avvocati si desume senza possibilit di differenti interpretazioni dallart. 9, commi primo, secondo e quinto dellart. 9 del D.L. n. 1/2012.

Il primo comma della disposizione in esame ha espressamente abrogato le tariffe delle professioni regolamentate nel sistema ordinistico.

Il secondo comma stabilisce che, nel caso di liquidazione da parte di un organo giurisdizionale, il compenso del professionista determinato con riferimento a parametri stabiliti con decreto del Ministro vigilante.

Al quinto comma, si afferma che sono abrogate le disposizioni vigenti che, per la determinazione del compenso del professionista, rinviano alle tariffe.

Leffetto retroattivo dellabrogazione delle tariffe e lapplicazione del nuovo regime della liquidazione giudiziale dei compensi degli avvocati anche ai processi in corso ed allattivit gi svolta ed esaurita prima della sua entrata in vigore sono illegittimi per violazione dei principi di irretroattivit, di certezza del diritto e del legittimo affidamento dei cittadini.

La Corte costituzionale, con sentenza n78 del 2012, ha riconosciuto al divieto di retroattivit della legge valore fondamentale di civilt giuridica, stabilendo che il legislatore possa emanare norme retroattive soltanto laddove la retroattivit trovi adeguata giustificazione nellesigenza di tutelare principi, diritti e beni di rilievo costituzionale, che costituiscono altrettanti motivi imperativi di interesse generale, ai seni della Convenzione europea dei diritti delluomo e delle libert fondamentali (CEDU).

La Consulta, oltre a tale presupposto, ha individuato ulteriori limiti generali allefficacia retroattiva delle leggi attinenti alla salvaguardia, oltre che dei principi costituzionali, di altri fondamentali valori di civilt giuridica, posti a tutela dei destinatari della norma e dello stesso ordinamento, tra i quali vanno ricompresi il rispetto del principio generale di ragionevolezza, che si riflette nel divieto dintrodurre ingiustificate parit di trattamento; la tutela dellaffidamento legittimamente sorto nei soggetti quale principio connaturato allo Stato di diritto; la coerenza e la certezza dellordinamento giuridico; il rispetto delle funzioni costituzionalmente riservate al potere giudiziario (sentenza n. 209 del 2010, citata, punto 5.1., del Considerato in diritto) (cos, recentemente, Corte cost., 2 aprile 2012, 78).

Secondo il Giudice delle leggi, dunque, lart. 3 della Costituzione, nello stabilire il principio di uguaglianza e, quindi, di ragionevolezza delle scelte del legislatore impone di salvaguardare la certezza dellordinamento, in funzione dellaffidamento dei privati, che devono poter orientare le proprie condotte, confidando che ad esse non saranno applicate norme non vigenti e, quindi, non conoscibili al momento in cui hanno agito.

Alla luce di tali principi evidente che le norme legislative e regolamentari censurate, con la loro efficacia retroattiva, ledono sia il canone generale di ragionevolezza, soprattutto tra avvocati che hanno svolto le medesime prestazioni nello stesso arco temporale, in quanto introducono uningiustificata disparit di trattamento, sia la tutela dellaffidamento legittimo degli avvocati che, quando hanno accettato lincarico ed hanno effettuato la relativa attivit difensiva, hanno confidato di ottenere un compenso superiore sulla base delle tariffe professionali vigenti.

Rispetto alla delineata finalit di garantire la liberalizzazione del mercato delle professioni, evidente che la retroattivit dellabrogazione delle tariffe e dellapplicazione del nuovo regime non ha alcuna utilit, rappresentando un mezzo inadeguato e sproporzionato rispetto allo scopo, dal momento che i principi del nuovo regime basato sullautonomia negoziale del rapporto tra professionista e cliente non risultano neppure applicabili ai giudizi pendenti (potendo trovare attuazione esclusivamente prima della proposizione della domanda giudiziale, anteriormente allinstaurazione del giudizio).

In tale prospettiva, risulta irragionevole la scelta del legislatore di applicare retroattivamente il nuovo regime basato sullautonomia negoziale in relazione ad azioni gi proposte ed in corso di esecuzione rispetto alle quali oramai non pi possibile stipulare alcun accordo. Le parti, infatti, non sono poste in una posizione di parit dal momento che i clienti, nel caso non si dovesse raggiungere laccordo, sanno che il compenso verr liquidato in base al nuovo regime.

La disciplina de qua, oltre ad essere irragionevole, viola anche il principio di eguaglianza e parit di trattamento.

A causa dellapplicazione retroattiva del nuovo regime, infatti, a due avvocati che hanno posto in essere le medesime attivit nello stesso periodo, potrebbero essere applicati due regimi differenti soltanto perch uno stato pi solerte dellaltro nel richiedere il pagamento, ovvero perch la pronuncia relativa al giudizio seguito da uno dei due stata pubblicata prima dellentrata in vigore della nuova disciplina.

In ultimo, appare evidente che la violazione del principio della certezza del diritto e del legittimo affidamento dei privati dal momento che lefficacia retroattiva dellabrogazione e, in particolare, lapplicazione del nuovo regime della liquidazione giudiziale dei compensi degli avvocati ai giudizi in corso ed alle attivit difensive pregresse (anche se gi concluse), rendono asimmetrico il rapporto contrattuale tra il professionista ed il cliente in quanto, determinando la diminuzione del corrispettivo, modificano lequilibrio economico del sinallagma contrattuale.

Tra laltro lapplicazione retroattiva della disciplina sopravvenuta ai giudizi incardinati prima dellentrata in vigore del D.M. comporta una riduzione dei compensi degli avvocati, a fronte di incarichi gi espletati, o, comunque, accettati prima della modifica legislativa, pregiudicando la posizione economica e laffidamento dei professionisti.

Tale mutamento dei compensi in corso dopera comporta un mutamento dellequilibrio contrattuale precedentemente concordato tra le parti, a dispetto delle valutazioni effettuate dalle parti al momento della proposizione della domanda, mentre in passato sempre stato pacifico che ogni innovazione tariffaria trova applicazione esclusivamente agli adempimenti successivi allentrata in vigore della stessa.

Del resto, il diritto e la misura del compenso del professionista sorgono e si determinano al momento dellaccettazione dellincarico o al pi tardi al momento stesso del compimento delle singole attivit. Intervenire retroattivamente su tale compenso significa non solo incidere su un diritto quesito, ma anche alterare arbitrariamente gli effetti di un rapporto esaurito a danno, nel caso di specie, degli avvocati, poich il nuovo regime prevede compensi assai pi bassi rispetto alle tariffe stabilite dal D.M. dell8 aprile 2004.

Tale alterazione alla stregua della giurisprudenza costituzionale e comunitaria viola il principio fondamentale dellaffidamento.

Sul piano del diritto interno, infatti la Corte Costituzionale ha chiarito sin dalla sentenza n. 349 del 1985 che il principio della certezza del diritto e il connesso principio della tutela dellaffidamento del cittadino costituiscono valori riconosciuti dalla Costituzione, che il legislatore tenuto a rispettare (si cfr. anche nn. 882 del 1988; 155 del 1990; 390 del 1995; 211 del 1997; 229 del 1999; 416 del 1999, nonch gli spunti contenuti nelle sent. nn. 210 del 1971 e 36 del 1985).

Il Giudice delle Leggi ha cos chiarito che laffidamento del cittadino nella sicurezza giuridica costituisce elemento fondamentale e indispensabile dello Stato di diritto (n. 349/1985); ha qualificato tale affidamento come principio che, quale elemento essenziale dello Stato di diritto, non pu essere leso da norme con effetti retroattivi che indicano irragionevolmente su situazioni regolate da leggi precedenti (n. 555/2000); ha confermato che, in linea generale, laffidamento del cittadino nella sicurezza giuridica essenziale elemento dello Stato di diritto non pu essere leso da disposizioni retroattive, che trasmodino in regolamento irrazionale di situazioni sostanziali fondate su leggi anteriori (cos n. 446/2002).

Sul piano del diritto comunitario la Corte di Lussemburgo ha chiarito che il principio del legittimo affidamento si sostanzia nella legittima aspettativa, riconosciuta a ciascun soggetto operante in tale ordinamento, a che non si realizzi unirragionevole modificazione del quadro giuridico (ex multis, Cort. Giust. U.E., 14 settembre 2006, cause c-181/04 e 183/04, Elmeka NE).

In conclusione, appare evidente la violazione dellart. 3 della Costituzione, poich la norma censurata, facendo retroagire la disciplina, non rispetta i principi generali di eguaglianza, di ragionevolezza e del legittimo affidamento.

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V. Illegittimit derivata dallillegittimit costituzionale dellart. 9 del d.l. n. 1/2012 Violazione del principio di irretroattivit; Violazione dellart. 117 della Costituzione Violazione dellart. 6 della CEDU

Lart. 9, commi 1, 2 e 5, del D.L. n. 1/2012 e lart. 41 del D.M. n. 140/2012 sono costituzionalmente illegittimi anche per contrasto con lart. 117, primo comma, della Costituzione e, in particolare, allart. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dellUomo come interpretato dalla Corte Europea dei Diritti dellUomo.

Invero, la giurisprudenza della Corte costituzionale oramai costante nel ritenere che le norme della CEDU, nel significato loro attribuito dalla Corte Europea dei diritti delluomo, integrino, quali norme interposte, il parametro costituzionale espresso dallart. 117, comma 1, Cost, nella parte in cui impone la conformazione della legislazione interna ai vincoli derivanti dagli obblighi internazionali (a partire dalle pronunce della Corte cost., nn. 348 e 349 del 2007; recentemente ex plurimis, Id., 1 del 2011, nn. 138, 187 e 196 del 2010).

La Corte europea dei diritti dellUomo ha pi volte affermato che il principio della preminenza del diritto e il concetto di processo equo sanciti dallart. 6 della CEDU ostano al potere legislativo di regolamentare con nuove disposizioni dalla portata retroattiva diritti risultanti da leggi in vigore, salvo che per imperative ragioni dinteresse generale (Cfr. Corte Europea dei Diritti dellUomo, Sez. II, 7 giugno 2011, Agrati vs Italia; Sez. II, 31 maggio 2011, Maggio vs Italia; Sez. V, 11 febbraio 2010, Javaugue vs. Francia; Sez. II, 10 giugno 2008, Bortesi vs Italia).

Lintervento del legislatore con efficacia retroattiva, in quanto interferisce con lamministrazione della giustizia ovvero pregiudica laffidamento dei cittadini deve essere, quindi, giustificato da motivi imperativi dinteresse generale.

Con riferimento alla disciplina in esame non dato ravvisare alcun motivo imperativo dinteresse generale idoneo a giustificare leffetto retroattivo del nuovo regime della liquidazione giudiziale dei compensi degli avvocati.

Ne consegue, dunque, che lart. 9, commi 1, 2 e 5 del D.L. n. 1/2012 e lart. 41 del D.M. n. 140/2012 violano lart. 117, primo comma, della Costituzione, in relazione allart. 6 della Convenzione europea, come interpretata dalla Corte di Strasburgo.

Lapplicazione retroattiva dei nuovi parametri alle prestazioni professionali effettuate prima dellentrata in vigore del predetto decreto non viola esclusivamente lart. 6 della CEDU, ma anche il principio del rispetto dei beni stabilito allart. 1, comma 1, del protocollo Addizionale n. 1 alla Convenzione Europea dei Diritti dellUomo.

In base a quanto dichiarato dalla Corte di Strasburgo nel giudizio Pressos Compania Naviera S.A. (sentenza del 20 novembre 1995, ricorso n. 17849/91) la decurtazione di diritti di credito gi sorti nella sfera giuridica dei danneggiati (nel caso di specie si trattava dellillegittimit di una legge che disponeva la decurtazione dei risarcimenti dovuti a terzi per incidenti verificatisi anteriormente allentrata in vigore della medesima legge) costituisce unindebita ingerenza nel diritto al rispetto dei beni, equivalendo in sostanza ad una confisca senza indennizzo del bene costituito dalla quota, cos decurtata, del credito stesso.

Alla luce di tale principio, risulta evidente che la decurtazione dei compensi per le prestazioni professionali gi effettuate disposta dal Decreto impugnato risulta in contrasto con il principio del rispetto dei beni enucleato dalla Corte Europea dei Diritti dellUomo.

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VI. Violazione dellart. 2233 del Codice Civile Violazione dei principi generali di proporzionalit ed adeguatezza degli onorari di avvocato nell'opera professionale Eccesso di potere per sviamento di potere, irragionevolezza manifesta e illogicit, nonch per disparit di trattamento

Ferme le predette, assorbenti censure di illegittimit costituzionale, che si confida codesto ecc.mo Tribunale vorr sollevare dinanzi alla Consulta, il regolamento in epigrafe presenta numerosi vizi di legittimit anche in via autonoma.

In via preliminare si deduce lillegittimit del predetto decreto per sviamento di potere, in quanto risulta ictu oculi evidente che loperazione complessiva compiuta dal Ministero ha avuto come unico obiettivo labbattimento sistematico dei valori di cui alla precedente tariffa forense del 2004.

Un abbattimento di pi del 35% dei compensi degli avvocati immotivato, ingiustificato e del tutto incoerente con le finalit della norma attributiva della potest regolamentare, che avrebbero dovuto limitarsi a favorire la liberalizzazione delle professioni ed una semplificazione del sistema dei compensi in funzione di una maggiore trasparenza.

Del resto, la circostanza che il Ministero abbia perseguito tale obbiettivo in violazione della funzione di liberalizzazione del mercato delle libere professioni per la quale era stata attribuita la potest regolamentare ai sensi dellart.9 del d.l. n. 1 del 2012 emerge, con tutta evidenza, dalla stessa relazione ministeriale, laddove stato specificatamente chiarito che i parametri sono stati adattati in considerazione del problema dellaumento dei costi legali anche sotto laspetto dellincidenza degli stessi sul reddito medio reale degli utenti, e, dunque, pure in rapporto al valore, e cio al costo di acquisto, dei beni della vita contesi, cos da evitare che, in frizione con i principi costituzionali, il ricorso alla giustizia possa diventare privilegio per pochi.

In tale prospettiva, evidente lo sviamento di potere in cui incorso il Ministero che dietro lapparente schermo della liberalizzazione, ha imposto labbassamento delle tariffe di oltre il 35% come emerge dalle tabelle allegate.

La nuova disciplina regolamentare delle tariffe orientata, infatti, da esigenze di mero risparmio di spesa, anzich dalla finalit di garantire al cittadino la migliore risposta in termini di funzionalit del sistema giudiziario e della professione forense per soddisfare le esigenze di efficienza della giustizia.

Ma vi di pi. Lintroduzione di parametri estremamente bassi contraddice sia lart. 2233 c.c., secondo cui il compenso deve essere adeguato allimportanza dellopera ed al decoro della professione, sia lo stesso art. 9 D.L. 1/2012, che richiama anchesso limportanza dellimpegno profuso.

Del resto, la riduzione immotivata e inusitata dei parametri di riferimento della liquidazione giudiziale contraddice non soltanto i predetti riferimenti normativi, ma la stessa relazione ministeriale illustrativa redatta dal Ministero della giustizia ed allegata allimpugnato decreto, in base alla quale i punti di riferimento [per la liquidazione] in sede giudiziale divengono quindi: importanza e complessit dellopera e, implementando la chiave sistemica dellart. 9 rispetto allultimo inciso del secondo comma dellart. 2233 c.c., il pregio della stessa, che riflette in termini giustificativi il razionale rilievo del decoro della professione (pag. 2).

Tuttavia evidente che il decoro della professione non garantito con tariffe eccessivamente basse che non valorizzano n limportanza, n la complessit dellassistenza legale.

Tale riduzione comporta la violazione non solo dellart. 4 della Costituzione, che tutela il diritto al lavoro, ma anche la violazione del principio della retribuzione sufficiente di cui allart. 36 della Costituzione.

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VII. Violazione dei principi generali di proporzionalit ed adeguatezza degli onorari di avvocato nell'opera professionale Eccesso di potere per sviamento, irragionevolezza manifesta e illogicit, nonch per disparit di trattamento

Non si pu fare a meno di rilevare che i parametri tariffari introdotti non rispettano neppure i sistemi di calcolo degli stessi descritti nella relazione illustrativa.

Applicando, infatti, le modalit di determinazione di tali parametri indicati nella relazione illustrativa, gli importi avrebbero dovuto essere maggiori rispetto a quelli determinati nel Decreto ministeriale.

Nella relazione illustrativa al decreto si legge: di prendere le mosse dalla precedente tariffa quale orientamento razionale rispetto allattivit forense e, al contempo, quale momento di raccordo tra il precedente sistema e quello nuovo nella lata chiave degli usi finora invalsi (pag.6).

In particolare, si dichiara di aver proceduto innanzi tutto ad aggiornare la precedente tariffa del 2004 quale mero termine di riferimento nei sensi sopra illustrati tenendo conto degli indici ISTAT dei prezzi al consumo per lintera collettivit, e in specie, della componente Professioni liberali, con un aumento del 24,1%.

Nel dettaglio la relazione illustrativa, puntualizza che ladeguamento ISTAT:

a) non stato operato per intero, posto che, come rilevabile gi da quanto prima specificato, lindice ISTAT (componente professioni liberali) aprile 2009-aprile2012 del 29,3% (contro il 24,1% applicato) con una differenza di oltre il 5% (cfr., sempre, in www.istat.it);

b) stato contenuto, come pure gi illustrato, proprio in funzione dei criteri di ragionevolezza e proporzionalit sopra spiegati, in ragione della tutela dei valori, storicamente contestualizzati sul piano economico, inerenti allaccesso alla giustizia;

c) stato contenuto (anche in questo caso si tratta di un tema gi affrontato nella iniziale relazione) dalla fusione tra diritti, onorari e indennit, sia pure parzialmente bilanciata dalla considerazione che questa fusione ha avuto nella determinazione del valore medio di liquidazione (su cui vedi infra);

d) stato poi ulteriormente contenuto dallassorbimento della voce propria delle precedenti tariffe, data dalle spese forfettarie (mentre si visto che ora le spese saranno liquidate giudizialmente, in difetto daccordo, solo in quanto attestate).

Da ultimo si deve notare come nella determinazione degli importi si mirato a contenere lattuale rapporto medio ponderale tra costi legali concretamente sostenuti e valore del bene oggetto della lite giudiziaria, rilevato secondo gli indici doing business della Banca Mondiale (v. infra).

evidente, dunque, che secondo quanto illustrato nella relazione ministeriale il compenso degli avvocati previsto dai nuovi parametri avrebbe dovuto essere maggiore del compenso determinato sulla base delle vecchie tariffe (D.M. 8 maggio 2004), in quanto si basava su tali importi maggiorati dellindice ISTAT (seppur non operato per intero).

Ma cos non .

I valori medi dei parametri sono, infatti, di molto inferiori rispetto agli importi medi determinati in base al combinato disposto degli artt. 1 e 14, del Capitolo I, del D.M. 8 maggio 2004, secondo il quale il compenso degli avvocati era costituito dagli onorari e dai diritti, oltre ad un rimborso forfettario delle spese generali in ragione del 12,5 per cento sull'importo degli onorari e dei diritti ripetibile dal soccombente.

Come emerge dalle tabelle allegate i compensi medi previsti dal nuovo Regolamento sono di almeno un terzo pi bassi rispetto agli importi medi determinati in base al vecchio regime.

Tale decurtazione dei compensi liquidati in sede giudiziale in favore del difensore della parte vincitrice, oltre ad essere illegittima per violazione di legge e per contraddittoriet, altres illogica ed irragionevole, in quanto anzich garantire che tutti possano agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, rende pi difficoltoso lesercizio dellazione giudiziale ai piccoli consumatori ed ai privati cittadini in evidente violazione degli artt. 24 e 113 della Costituzione.

Con la liquidazione dimporti irrisori a favore del professionista, infatti, lunica conseguenza che si determinata di scoraggiare ogni iniziativa volta a tutelare i diritti dei consumatori, degli utenti e dei privati meno abbienti favorendo obiettivamente, al contrario, le grandi imprese e le pubbliche amministrazioni.

innegabile, infatti, che tali categorie svantaggiate spesso agivano a tutela delle proprie azioni, anche per importi di dimensioni non notevoli, garantendo al professionista che li assisteva il compenso unicamente attraverso la liquidazione giudiziale delle spese e degli onorari.

Tale prassi risultava particolarmente consolidata nellambito dei giudizi avverso le contravvenzioni al Codice della Strada, nelle opposizioni ai procedimenti esecutivi proposti dalle societ che garantiscono lerogazione dei servizi essenziali, ovvero in relazione alle questioni relative a richieste pretestuose di soggetti privati.

Tuttavia, alla luce della decurtazione dei compensi e delle spese giudiziali liquidati da parte degli organi giudiziali in base ai nuovi parametri introdotti dal decreto impugnato tale prassi non potr pi essere proseguita e i consumatori saranno svantaggiati in quanto il proprio diritto di difesa e di tutela della propria posizione giuridica soggettiva sar estremamente oneroso.

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VIII. Violazione e falsa applicazione dellart. 9, d.l. n. 1/2012. Violazione dellart. 23 Cost. Eccesso di potere per irragionevolezza ed illogicit. Violazione dei principi di irretroattivit, della certezza del diritto e del legittimo affidamento.

Lart. 41 del decreto impugnato contrasta ulteriormente con il principio di irretroattivit e, pi in generale di ragionevolezza, di certezza del diritto e di legittimo affidamento in quanto si limita ad abrogare le tariffe professionali senza distinguere tra quanto dovuto per onorari professionali e quanto dovuto per diritti.

Secondo la consolidata giurisprudenza della Cassazione, Il giudice, quando liquida le spese processuali e, in particolare, i diritti di procuratore e gli onorari dell'avvocato, deve tenere conto che i primi sono regolati dalla tariffa in vigore al momento del compimento dei singoli atti, mentre per i secondi vige la tariffa in vigore al momento in cui l'opera portata a termine e, conseguentemente, nel caso di successione di tariffe, deve applicare quella sotto la cui vigenza la prestazione o l'attivit difensiva si esaurita (Cass., II, 15 giugno 2001, n. 8160).

Come emerge dalla relazione illustrativa al provvedimento impugnato, i diritti non sono stati resi oggetto di abrogazione, ma uniformati agli onorari sotto la medesima logica della liquidazione del compenso.

Come gi visto, lart. 41 del Decreto Ministeriale contiene una espressa norma di diritto intertemporale, in base alla quale le disposizioni di cui al presente decreto si applicano alle liquidazioni successive alla sua entrata in vigore. In tal modo la disciplina del compenso, comprensiva di onorari, diritti e spese generali, trova una indistinta applicazione retroattiva, privando i professionisti di un vero e proprio diritto acquisito al momento della prestazione del singolo atto, in palese contrasto con la citata giurisprudenza della Cassazione e, quindi, con il consolidato diritto vivente.

Poich la pretesa ai diritti matura istantaneamente in correlazione con il compimento delle singole attivit svolte in esecuzione del mandato professionale, tale diritto risulta inciso e sostanzialmente vanificato in virt della retroazione degli effetti del regolamento che detto diritto estingue, in assenza di alcuna norma di rango primario che ci consenta, e quindi in palese violazione dei surrichiamati principi di irretroattivit e certezza dei rapporti giuridici, nonch del divieto sancito dallart. 23 Cost. che stabilisce la regola ineludibile secondo cui ogni onere personale o patrimoniale non pu essere che imposto in base ad una esplicita disposizione di legge ordinaria.

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IX. Violazione e falsa applicazione dellart. 9 del d.l. n. 1/2012; Eccesso di potere per irragionevolezza, illogicit, carenza e/o erroneit dei presupposti, difetto distruttoria, travisamento di fatti, contraddittoriet ed arbitrariet; Violazione del principio di soccombenza;

Il decreto de quo risulta altres illegittimo in quanto introduce, mediante la fonte regolamentare, nuove figure di sanzione pecuniaria e/o disciplinare, in assenza di alcuna base legislativa.

In particolare, il decreto impugnato stabilisce, allart. 1, comma 6, che lassenza di prova del preventivo di massima di cui all. art. 9, d.l. n. 1/2012 costituisce elemento di valutazione negativa da parte dellorgano giurisdizionale per la liquidazione del compenso.

Analogamente lart. 4, comma 6, stabilisce che costituisce valutazione negativa, in sede di liquidazione giudiziale del compenso, ladozione di condotte abusive tali da ostacolare la definizione dei procedimenti in tempi ragionevoli.

Parimenti , lart. 10 del medesimo decreto prevede che, nel caso di responsabilit processuale ai sensi dell'articolo 96 del codice di procedura civile, ovvero, comunque, nei casi d'inammissibilit o improponibilit o improcedibilit della domanda, il compenso dovuto all'avvocato del soccombente ridotto, di regola, del 50 per cento rispetto a quello liquidabile a norma dell'articolo 11.

Come noto, la previsione di singole fattispecie di illeciti disciplinari demandata alla legge e ai codici deontologici (recanti per gli avvocati norme giuridiche vincolanti nellambito dellordinamento di categoria: cfr. Cass. Sez. Un., 6 giugno 2002, n. 8225). Occorre precisare, al riguardo, che, con riferimento alla disciplina relativa agli avvocati ai quali affidato dalla legge il compito dellassistenza tecnica necessaria allespletamento della funzione giurisdizionale, sul regolare esercizio della quale possono incidere, in certa misura, alcuni provvedimenti disciplinari, quali la sospensione o la radiazione la Corte costituzionale ha ribadito che lesercizio della funzione disciplinare nellambito del pubblico impiego, della magistratura e delle libere professioni si esprime con modalit diverse, che caratterizzano i relativi procedimenti a volte come amministrativi, altre volte come giurisdizionali, in relazione alle predette peculiarit derivanti anche da ragioni storiche proprie dei diversi settori ovvero in rispondenza a scelte del legislatore, la cui discrezionalit in materia di responsabilit disciplinare spazia entro un ambito molto ampio (cfr. sentenza n. 505/1995). Allo stesso modo la Cassazione ha avuto modo di chiarire che, nel caso dellordinamento forense, le previsioni legislative possono essere integrate e precisate da fonti di rango infralegislativo, individuate nelle regole di deontologia dettate dai singoli ordinamenti professionali, vincolanti per i propri iscritti, quale espressione di autogoverno della professione e di autodisciplina dei comportamenti dei professionisti (cfr. Cass. Sez. Un. n. 12723/1995).

Dunque, individuato nel principio di legalit e nellautonomia dei singoli ordinamenti professionali il limite entro cui possono essere istituite nuove figure di sanzione disciplinare, la scelta del Governo di introdurre con norma secondaria dette sanzioni rappresenta il primo e radicale vizio di cui risultano inficiate le disposizioni regolamentari in commento.

Ma come gi anticipato listituzione di nuove figure di sanzione disciplinare risulta addirittura priva di base legislativa autorizzante.

Ed invero, nel caso di specie la potest regolamentare de qua stata conferita al Ministero della Giustizia solo per determinare i parametri per la liquidazione dei compensi, senza alcun riferimento alla introduzione di nuove fattispecie di rilevanza disciplinare.

Pertanto, la mancata previsione di unespressa autorizzazione allistituzione di nuove figure di sanzione disciplinare, comuni a tutte le professioni, consente di ritenere gli artt. 1, comma 6, 4, comma 6, e 10 del Decreto gravemente illegittimi poich esorbitanti le disposizioni della base legislativa su sui fondato.

Ma vi di pi. Anche laddove, infatti, Codesto Ecc.mo Tribunale ritenesse che tali disposizioni non configurano nuove figure di sanzione disciplinare, ma esclusivamente una mera potest attribuita al Giudice di liquidare un importo punitivo al fine di sanzionare la mancata presentazione del preventivo, o ladozione di condotte abusive tali da ostacolare la definizione dei procedimenti in tempi ragionevoli, o la proposizione di una domanda inammissibile o improponibile o improcedibile, esse risultano comunque illegittime in quanto prive di alcuna base legislativa.

evidente, infatti, che con tali previsioni il Ministero ha introdotto, senza alcuna copertura da parte della norma attributiva della potest regolamentare, nuove sanzioni nei confronti degli avvocati soccombenti.

Nessun dubbio del resto residua in merito alla volont punitiva delle previsioni de quibus, dal momento che nella relazione illustrativa il Ministero espressamente individua la ratio nella ragione di evitare lesercizio professionalmente inappropriato dei diritti processuali.

Tuttavia, tale finalit sanzionatoria non poteva essere perseguita attraverso il regolamento de quo, in quanto essa non contemplata tra i poteri attribuiti al Ministero della Giustizia dallart. 9 del d.l. n. 1/2012.

Le previsioni de quibus risultano, inoltre, non soltanto prive di alcun fondamento normativo, ma anche in contrasto con le norme che stabiliscono il principio di soccombenza, in quanto prevedono la diminuzione della liquidazione dei compensi da parte della parte soccombente al difensore della parte vittoriosa.

Del resto tali disposizioni appaiono in contrasto con le indicazioni fornite dal d.l. n. 1/2012 in quanto, introducendo elementi di valutazione ex post, rischiano di vanificare lesigenza che informa loperazione di revisione dei criteri di remunerazione di rendere chiaro fin dallinizio nel rapporto tra professionista e cliente il corrispettivo per lattivit da svolgere.

Ma vi sono ulteriori specifici profili di illegittimit che riguardano le predette disposizioni.

Innanzitutto, lart. 4, comma 6, del D.M. 140/2012 illegittimo in quanto, nellattribuire al giudice il potere sanzionatorio di diminuire la liquidazione del difensore, non chiarisce lincidenza della valutazione negativa dellomessa prova del preventivo sulla liquidazione del compenso.

La predetta previsione attribuisce, infatti, al giudice della liquidazione un potere assolutamente discrezionale senza stabilire i parametri ed i limiti in base ai quali esercitare tale potest di determinare la diminuzione dei compensi.

In secondo luogo, lart. 10 del D.M. 140/2012 viziato da ulteriori illegittimit sia nella parte in cui disciplina i compensi in relazione alla responsabilit processuale aggravata, sia nella parte in cui si riferisce alle c.d. pronunce di rito.

Con riferimento alla prima ipotesi la disciplina de qua , infatti, illogica, irragionevole e non proporzionata, poich la previsione della riduzione del 50% non connessa alla sussistenza di uneffettiva responsabilit in capo al professionista, ma semplicemente allipotesi in cui la parte soccombente abbia agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, anche quando tale condotta non sia in alcun modo riconducibile a responsabilit del difensore.

Parimenti illegittima anche lapplicazione della predetta decurtazione dei compensi nellipotesi di pronunce di rito, in quanto la previsione non tiene in alcuna considerazione che possono verificarsi, e frequentemente si verificano nella prassi, pronunce dinammissibilit odimprocedibilit che possono rivelarsi per il cliente ancor pi satisfattive di una pronuncia di accoglimento (ad esempio, nel processo amministrativo, per limpugnazione di un provvedimento del quale sia riconosciuta e accertata la non lesivit per il ricorrente, eventualmente prospettata in via subordinata negli scritti difensivi, oppure qualora nel corso di un giudizio relativo allimpugnazione di un provvedimento amministrativo ovvero alla proposizione di unazione avverso linerzia della p.a. questultima elimini gli effetti dellatto impugnato in autotutela, ovvero adotti latto richiesto o, ancora, allorch sia cessata la materia del contendere).

Del resto le pronunce di rito possono dipendere anche da revirements giurisprudenziali, dallintroduzione di riforme normative, ovvero dalladozione di un nuovo atto amministrativo da parte dellamministrazione.

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X. Violazione degli artt. 10 e 14 del Codice di Procedura Civile; Violazione dellart. 2233 del Codice Civile; Violazione dei principi generali di proporzionalit ed adeguatezza degli onorari di avvocato nell'opera professionale; Eccesso di potere per irragionevolezza manifesta e illogicit.

Ai sensi dellart 5 del Decreto impugnato, ai fini della liquidazione del compenso, il valore della controversia determinato a norma del codice di procedura civile avendo riguardo [] nei giudizi per pagamento di somme di denaro, anche a titolo di danno, alla somma attribuita alla parte vincitrice e non alla somma domandata.

Quindi, nei giudizi per il pagamento di somme, il valore della causa che i giudici devono porre a fondamento delle proprie liquidazioni non si determina in base al valore del petitum, bens prendendo a riferimento esclusivamente la somma finale concretamente attribuita alla parte vincitrice.

Tale previsione evidentemente illegittima, per violazione degli artt. 10 e ss. del Codice di Procedura Civile e dellart. 2233 del Codice Civile, nonch per eccesso di potere nelle figure sintomatiche dellirragionevolezza manifesta e dellillogicit.

Innanzitutto, la predetta previsione viola le norme del Codice di Procedura Civile (dalla stessa richiamate) in materia di determinazione del valore della controversia.

Lart. 10 del C.P.C. stabilisce infatti con ci codificando un principio giusprocessualistico di tradizione secolare - che il valore della causa, ai fini della competenza, si determina dalla domanda a norma delle disposizioni seguenti. Il successivo art. 14 stabilisce che nelle cause relative a somme di danaro o a beni mobili, il valore si determina in base alla somma indicata o al valore dichiarato dall'attore.

In base alla normativa codicistica, dunque, ai fini del rimborso delle spese di lite a carico della parte soccombente, il valore della controversia deve essere fissato sulla base del criterio del "disputatum" (ossia di quanto richiesto nell'atto introduttivo del giudizio ovvero nell'atto di impugnazione parziale della sentenza).

evidente dunque che il criterio del decisum (fondato sulla somma al pagamento della quale stata condannata la parte soccombente), previsto dal decreto impugnato, contra ius.

La predetta disposizione, invero, viola anche lart. 2233 del Codice Civile, in base al quale la misura del compenso della prestazione dopera intellettuale del difensore deve essere adeguata all'importanza dell'opera e al decoro della professione.

Lapplicazione del c.d. criterio del decisum non consente, infatti, di prendere in considerazione leffettiva importanza dellopera del professionista e lutilit effettivamente percepita dallassistito con la decisione conclusiva della controversia, in evidente violazione del principio generale di proporzionalit ed adeguatezza degli onorari di avvocato nell'opera professionale.

Del resto, del tutto illogico ed irragionevole determinare il valore della controversia esclusivamente sulla base della somma effettivamente attribuita alla parte vincitrice, poich laccoglimento parziale della domanda potrebbe, da un lato, dipendere anche da eventi indipendenti dallassistenza del difensore della parte vincitrice ( la compensazione di crediti che il soccombente vanta nei confronti della parte vincitrice), mentre da un altro lato, potrebbe scaturire da condotte successive allinstaurazione della lite sostanzialmente satisfattive dellinteresse dellassistito, le cui ragioni siano state, quindi, riconosciute ed ammesse dal convenuto proprio a seguito del radicarsi del processo (ad esempio, un adempimento spontaneo intervenuto, nel corso del processo, ad opera della parte debitrice, convenuta in giudizio).

In tali casi la determinazione del valore della controversia sulla base della somma attribuita alla parte vincitrice effettivamente prestata non avrebbe alcuna giustificazione n risulterebbe adeguata allimportanza dellopera effettivamente prestata dal professionista.

In conclusione, limportanza dellattivit difensiva prestata dal professionista deve essere valutata con riferimento al valore complessivo della controversia e, conseguentemente, la disposizione de qua, che determina il valore della controversia applicando il criterio del decisum, senzaltro illegittima.

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P.Q.M.

SI CONCLUDE

per laccoglimento del ricorso, previa - se del caso - rimessione delle questioni di legittimit costituzione dellart. 9 del D.L. n. 1/2012 alla Corte Costituzionale per contrariet con lart. 77, comma 2, 3, 24, 35, 97, 117, comma 1, e 118, della Costituzione, con ogni conseguenza di legge anche in ordine al pagamento delle spese e competenze del giudizio, ivi compreso contributo unificato.

I sottoscritti avvocati dichiarano che lassolvimento del contributo unificato dovuto nella misura di Euro 600,00, trattandosi di ricorso giurisdizionale di valore indeterminabile.

Roma, 6 novembre 2012

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